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Il matrimonio tra il Pd e i 5Stelle s’ha da fare (ma conta il come…) @fattoquotidiano

Da molti mesi, inesorabili e concordi, tutti i sondaggi danno il centro-destra, per la precisione Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, in chiaro e sicuro vantaggio nelle intenzioni di voto degli italiani. Altrettanto sicuramente danno per dimezzato il Movimento 5 Stelle rispetto all’esito del 2018 mentre il Partito Democratico rimane mestamente attestato appena sopra-appena sotto il 20 per cento. L’effetto Enrico Letta non c’è stato, ma in verità nel partito praticamente nessuno se l’aspettava. Una volta tornati ad essere ministri i capi correnti del PD sono lieti che la patata lessa (non bollente) del partito sia nelle mani caute di Letta, e ça suffit. Molti italiani, cerco di interpretare il pensiero di almeno quelli del centro-sinistra, si aspetterebbero che, invece di combattere fra loro, i pentastellati guardassero avanti. Vero è che, se si andrà votare con una legge proporzionale, meglio il tipo che abbia una sana soglia del 5 per cento per l’accesso al Parlamento, vi entrerebbero tanto la variante Conte-Di Maio quanto la variante Casaleggio-Di Battista: un grande fatto per loro, una certificata vittoria per il centro-destra. Giusto, quindi, che si moltiplichino gli sforzi per rimettere insieme le troppo sparse membra di quello che fu, remember?, un arrembante schieramento del 33 per cento. Il Movimento avrebbe moltissimo da recuperare fra espulsioni affrettate e emorragie poco motivate se non dalla mancanza di una cultura politica condivisa. In qualche modo, anche il Partito Democratico potrebbe porsi l’obiettivo di ricomporsi con coloro che se ne sono andati: LeU e, persino, ItaliaViva. Con i primi gli spazi di condivisione sono molto ampli; con i secondi è in corso una assurda lotta nelle primarie prossime venture che dovrebbero essere meglio utilizzate non per una sterile resa dei conti, ma per scegliere quella candidatura a sindaco di Bologna che allarghi il consenso per il centro-sinistra. Certo, per Letta discutere in maniera serena con Renzi non potrà essere né una passeggiata né un pic-nic. Quei voti, però, anche se non sono molti, servirebbero/serviranno. Comunque, non basterà ricomporre il Movimento 5 Stelle e mettere in sesto il PD. Sono essenziali grandi cambiamenti che conducano ad un accordo di fondo fra loro e che si traducano in capacità attrattiva.

Ho sempre avuto riserve sulle alleanze organiche e strutturali. La politica delle coalizioni europee ha sostanzialmente mandato un insegnamento chiaro: le alleanze elettorali, politiche, governative si costruiscono e si ripropongono di volta in volta a seconda della posta in gioco e delle preferenze dei leader, degli iscritti e degli elettori. La ri-costruzione di ciascuna alleanza è resa più o meno difficile dalle precedenti esperienze. Gli inglesi sostengono, giustamente, che success breeds success. Per dare vita a una coalizione elettorale di successo, dunque, mi parrebbe opportuno cominciare subito da qualche esperimento locale reso più agevole dalle preferenze dei dirigenti e degli attivisti, mirando ad alcuni punti programmatici particolarmente significativi. Le elezioni nei comuni al disopra dei 15 mila abitanti offrono la grande opportunità del ballottaggio per l’elezione del sindaco. Consentono, quindi, di valutare come e quanto i due elettorati, pentastellato e democratico, reagiscono rispetto alla necessità/imperativo della confluenza sulla candidatura arrivata al ballottaggio. Ma c’è di più. Consentono di vedere e di misurare sia la capacità di attrarre nuovi elettori sia di motivare parte degli astensionisti, quelli che definisco “di opinione”, cioè che per andare alle urne valutano effettivamente le proposte di nomi e di idee che vengono (loro) fatte.

Questo non è in nessun modo un ragionamento ingegneristico. Tutte le ricerche elettorali dell’ultimo decennio hanno concordemente rilevato che: 1. All’incirca un terzo o poco più degli elettori italiani, molti di quelli che vengono indicati come “indecisi” nei sondaggi, sono disponibili a cambiare opzione di voto da un’elezione all’altra, e lo hanno davvero fatto; 2. All’incirca o poco più di quel 30 per cento sono abbastanza o molto insoddisfatti di come funziona il governo/la democrazia italiana. Certo, spesso i cambiamenti di voto avvengono non da un’area all’altra, ma all’interno di ciascuna area, come potrebbe essere fra Lega e Fratelli d’Italia. Rimane, però, un 10-15 per cento di elettorato che è, userò una parola evocata dai Democratici, contendibile. Per raggiungerlo, però, sarebbe necessaria una coalizione che, partendo da PD più Cinque Stelle, vada alla ricerca dei “contendibili” con l’offerta di qualcosa di più mobilitante che l’esclusione di Salvini dal governo. Ripiegati sui loro più o meno gravi problemi, pentastellati e democratici sembrano affidare il loro destino al successo di Draghi. Non basterà.

Pubblicato il 18 maggio 2021 su il Fatto Quotidiano

L’impasse di Letta @formichenews

Non è con il contrasto a Salvini che gli si strappano voti, comunque pochi. Piuttosto è con la proposta di soluzioni formulata da dirigenti e candidati credibili. Il commento di Gianfranco Pasquino

Pubblicato il 16/05/2021 con il titolo Letta non è una cicala. La versione di Pasquino su formiche.net

Il segretario del Partito Democratico Enrico Letta ha scelto di lottare su due fronti. Il primo è quello, quasi, ma non del tutto inevitabile, sul quale combatte Salvini. Il secondo è quello, meno visibile, ma, di gran lunga più importante, della costruzione di un partito attivo. Sì, uso proprio quest’aggettivo poiché la grande maggioranza del ceto dirigente democratico, donne largamente comprese, quietate con la “conquista” delle cariche di capogruppo alla Camera e al Senato, mi pare appagata e attende passivamente il dipanarsi degli eventi. I ministri se ne stanno tranquilli al governo. Forse, è il loro modo di cooperare alla sospensione della politica per non fare barcollare il governo Draghi. Di iniziative, non dico dirompenti, ma significative, ad opera dei parlamentari non se ne vedono, tranne, forse, la creazione di una associazione ad opera di Paola De Micheli, ex-ministro.

   A livello locale, esistono, come dovrebbe essere noto anche a Letta, diversi partiti con dirigenti abilissimi nel (ri)posizionamento, meno nel fare crescere il consenso attraverso qualche iniziativa originale. Di queste iniziative, almeno nelle città: Milano, Torino, Bologna, Napoli e, nient’affatto ultima, Roma, il partito avrebbe proprio bisogno. Invece, per lo più, ma sono probabilmente influenzato dal caso di Bologna, il partito è in stallo, come anche a Roma e a Napoli, oppure scalcia, come a Bologna. I sondaggi dicono che lo scalciare non paga e il Partito Democratico rimane tristemente intorno al 20 per cento delle intenzioni di voto che nessun mago delle coalizioni riuscirà a fare diventare maggioranza di seggi nel prossimo Parlamento neppure con la più solida e stretta alleanza con le Cinque Stelle calanti.

   Per suggerire la necessità di andare oltre il duetto PD/5 Stelle non c’è bisogno di un grande stratega — quello che tale viene definito non mi sembra avere delineato percorsi altrimenti inesplorati. Comunque, Letta ambisce ad essere stratega di se stesso,. No, non mi permetterei mai di fare riferimento all’Ulivo con tutte le vestali pronte ad attaccarmi poiché nel passato fui molto critico delle modalità con le quali si ridusse ad operare, ma Letta deve perseguire fermamente e fortemente un allargamento della coalizione. Con un italiano su tre che ha cambiato voto in tutt’e tre le elezioni più recenti, con enormi sacche di insoddisfazione un po’ dappertutto nel paese, è imperativo correre sul territorio sollecitando, interloquendo, invitando tutto quello che si muove. Non è con il contrasto a Salvini che gli si strappano voti, comunque pochi. Piuttosto è con la proposta di soluzioni formulata da dirigenti e candidati credibili.

   Il modo con il quali i dirigenti del PD bolognese si contrappongono a Isabella Conti che farà le primarie per diventare sindaco di Bologna non segnala nulla di buono. Da un lato, sta la preferenza per il candidato del partito, non l’interpretazione corretta del valore aggiunto che può essere apportato dalle primarie. Dall’altro, il quasi respingimento della Conti in quanto ex-renziana che porterebbe alle urne anche settori di elettorato di centro-destra, come se la conquista dei renziani e di quegli elettori di centro-destra non debba essere un compito da svolgere con successo. Sì, a Bologna, non da oggi e neppure da ieri, ma almeno dal 1999, ne hanno fatte di tutti i colori, ma, proprio per questo, il segretario Letta non dovrebbe schierarsi né a favore dell’enfant du parti né contro colei che viene “da fuori”, ma per le primarie fatte secondo le regole e le procedure. Non sarebbe solo una lezione di metodo e di stile, ma di una politica aperta e inclusiva, proprio quella da lanciare anche a livello nazionale. Per chi suona la campana?

Il caso Bologna: solo Renzi costringe il Pd a fare vere primarie per il sindaco @DomaniGiornale

La notizia è che, dopo circa sei mesi di acrimoniose discussioni, l’audacissimo Partito Democratico di Bologna organizzerà le primarie per la scelta della candidatura a sindaco di Bologna. L’altra importante notizia è che saranno primarie competitive con un esito non predeterminato. Le precedenti primarie bolognesi, 1999, 2009 e 2011, erano state ampiamente controllate (la tentazione di scrivere “manipolate” mi rimane) dal gruppo dirigente. Anche questa volta, ha cominciato il sindaco Merola, non rieleggibile dopo due mandati senza troppa gloria, a battezzare come successore il suo assessore alla Cultura Matteo Lepore. Poi, candidatosi anche l’assessore alla Sicurezza, Alberto Aitini, invece di prenderne atto e prepararsi alle primarie, il gruppo dirigente del PD ha traccheggiato all’insegna della ricerca di una candidatura unitaria, un modo per fare sapere a Aitini che doveva ritirarsi. La situazione si è sbloccata rumorosamente quando, incoraggiata da Matteo Renzi, ha fatto irruzione la candidatura di Isabella Conti, esponente di Italia Viva (ma, prima, PD), rieletta sindaco di San Lazzaro con quella che chi non conosce la Bulgaria post-1989, continua a chiamare “maggioranza bulgara”: 80 per cento dei voti. Inevitabilmente, molto contrariati, gli esponenti del vertice (mi veniva la parola “cupola”) del PD hanno preso atto e annunciato che si terranno primarie di coalizione il 13 oppure il 20 giugno.

Fin dall’inizio lo svolgimento di elezioni primarie doveva essere considerato l’esito naturale, previsto nello Statuto del partito (art. 24 Elezioni primarie per la cariche monocratiche istituzionali). Con buona pace di Beppe Provenzano, vicesegretario del PD nazionale, non sbaglia affatto “chi dice che le primarie sono l’identità del Pd”. Al contrario sono un elemento costitutivo della, pur pallida, identità del partito. Bologna ci dice, però, che questa pratica, a determinate condizioni, sicuramente democratica, cozza frontalmente con le preferenze di chi continua a preferire le cooptazioni e altre oscure attività.

Ovviamente, le primarie, tutte le primarie in tutti i luoghi nei quali si svolgono (il PD ne ha fatte più di mille) sono anche un confronto/scontro fra persone le quali, nel caso di Bologna e in quasi tutti gli altri, hanno una biografia politica e professionale che le rende più o meno qualificate per aspirare ad una carica importante. I due assessori vantano per l’appunto la loro esperienza di governo della città, ma Isabella Conti può molto facilmente replicare con il buongoverno che ha garantito come sindaca di San Lazzaro, comune con più di 30 mila abitanti. L’ostacolo che le hanno subito frapposto è quello di essere “una renziana”, ma se le primarie di Bologna hanno da essere primarie di coalizione quest’ostacolo non ha da essere. Anzi, il PD dovrebbe rallegrarsi che fondamentalmente Italia Viva abbia deciso di fare parte della coalizione di centro-sinistra. Nel regolamento, il più garantista possibile per tutt’e tre i concorrenti, dovrà essere limpidamente statuito che i perdenti si impegnano a sostenere la vincente.    Proprio il regolamento potrebbe essere il prossimo punctum dolens: quante iniziative, quanti confronti, in quali spazio, con quali impegni di risorse sono tutti elementi che debbono essere sanciti per non dare vantaggi e non procurare svantaggi a nessuno. Le esperienze passate non sono del tutto rassicuranti con pezzi di partito che non solo si adoperarono palesemente a favore di uno specifico candidato, ma premettero sulla CGIL, sulle cooperative, su altre associazioni vicine per conseguire l’esito voluto. Divenuta famosa anche per avere resistito con successo alle mire poco ecologiche (sic) delle cooperative costruzioni, Isabella Conti sa di partire in salita nel mondo (che qualche commentatore bolognese ha infelicemente definito “di mezzo”) del PD. Proprio per questo la campagna elettorale bolognese si annuncia molto interessante. Le primarie servono anche a mobilitare gli elettori e i simpatizzanti, a comunicare politica e politiche, ad allargare la sfera del consenso. A Bologna, forse, potranno fare circolare un po’ d’aria nuova in un partito che troppo spesso risulta essere una struttura cementata e appesantita dal troppo potere che ha (talvolta neppure sapendolo esercitare).

Pubblicato il 23 aprile 2021 su Domani

Bologna è il primo test per Letta: perché il Pd non vuole fare le primarie per il sindaco? @DomaniGiornale

Conseguita molto più che la semplice parità di genere con l’elezione di Debora Serracchiani alla Camera, nettamente preferibile all’imposizione ad opera del capogruppo uscente al Senato Andrea Marcucci di Simona Malpezzi, sua compagna, pardon, amica di corrente, il Partito Democratico di Letta ha iniziato il suo cambio di pelle. O, forse, no. Da Bologna, ma anche da un pezzo non indifferente del PD nazionale vengono segnali alquanto diversi, anche contraddittori. Caso esemplare, non solo perché lo conosco molto bene avendolo ampiamente frequentato, è quello del partito di Bologna. Bisogna scegliere la candidatura per il prossimo sindaco della città. Virginio Merola ha completato due mandati, evento che non si verificava dalla metà degli anni novanta dello scorso secolo. Ha anche indicato, in maniera del tutto irrituale, forse piuttosto scorretta, il suo successore preferito, l’assessore Matteo Lepore. In campo c’è un altro candidato, anche lui assessore, Alberto Aitini, apparentemente preferito dai Circoli cittadini nei quali si sono espressi gli iscritti in qualche modo consultati. Non ho letto dati certi. Il potente parlamentare della città, Andrea De Maria, fino a qualche tempo fa fra i papabili, sembra si sia orientato a favore di Lepore. Non si sono espressi il segretario regionale e il segretario cittadino del PD e neppure l’abitualmente molto loquace presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini. Tutti uomini.

   Non ho udito nessuna voce proveniente dalle donne del PD, mentre ha fatto capolino Mattia Santori a nome delle guizzanti Sardine le cui procedure decisionali, in materie delicate come quella della indicazione di preferenza per una candidatura importante, mi sono ignote. Trapela la ricerca spasmodica di una candidatura unitaria che, però, è resa impossibile dalla tenace resistenza di Aitini. In un partito democratico la parola definitiva spetta (spetterebbe) allo Statuto nel quale sta scritto in maniera limpida che “il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori [quindi, non dei soli iscritti, nota mia]…. la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali” (art. 1, comma 5); che “gli incarichi sono “contendibili” (comma 9) e che “i candidati [uh, dizione quanto politicamente scorretta! Nessuna obiezione dalle donne?] alla carica di Sindaco e Presidente di Regione vengono scelti attraverso il ricorso alle primarie di coalizione” (art. 24, sottotitolato Elezioni primarie per le cariche monocratiche istituzionali).

   Alcuni almeno dei meno distratti fondatori del PD ricorderanno che i due principi posti alla base non soltanto del suo operato, ma della sua stessa esistenza, e considerati assolutamente qualificanti erano la vocazione maggioritaria e le primarie. La prima, davvero velleitaria, è già stata sostanzialmente archiviata dal neo-segretario che ha indicato come compito importante la ricerca di alleati per formare coalizioni competitive. Seppure sempre contrastate e talvolta manipolate, le primarie si sono svolte in moltissime occasioni e località, ad oggi, in ben più di mille casi. Secondo colui, Arturo Parisi, oggi silente, che viene spesso menzionato nei resoconti giornalistici come “il teorico delle primarie”, la procedura delle primarie per la selezione delle candidature si deve assolutamente aprire ogniqualvolta c’è chi, alzando spontaneamente la mano, dichiara la sua disponibilità/volontà a candidarsi. Il regolamento stabilirà tempi e modi per la raccolta di firme a sostegno e per i dibattiti.    Da Bologna giungono, invece, segnali assolutamente inquietanti di resistenza. Il primo è fin troppo facile e prevedibile: la pandemia è un ostacolo a qualsiasi inevitabile “assembramento” primario. Poi, naturalmente, qualcuno sosterrà che non c’è più tempo per farle. Non manca mai la proposta, assolutamente risibile, che si facciano le primarie, non “personalizzanti”, per le candidature, ma “su progetti”. Infine, in apparenza potentissima, si staglia l’obiezione che le primarie dividono il partito, dimenticando bellamente che il partito è già chiaramente diviso in correnti, anche a Bologna. La storia non finisce qui, ma deve tristemente registrare che dal vertice romano del PD il responsabile dell’organizzazione, Stefano Vaccari, manda agli uomini del PD bolognese un ultimatum: si diano da fare per trovare una candidatura unitaria. Ci sarà pure un caminetto all’ombra delle due Torri. Altrimenti, “primarie ultima spiaggia” (Corriere di Bologna, 31 marzo, p. 1).

Pubblicato il 31 marzo 2021 su Domani

Non basta che sia una donna

“Basta che sia una donna” è la frase che, pure scherzosamente, riflette in pieno il desiderio del neo-segretario del Partito Democratico Enrico Letta che due donne occupino il ruolo di capo gruppo al Senato e alla Camera. L’obiettivo è stato rapidamente conseguito al Senato, ma in maniera effettivamente non proprio brillante. Il Sen. Andrea Marcucci della corrente di Base Riformista, fatta di ex-renziani e maggioritaria, ha posto come condizioni per la sua sostituzione quella di essere lui a designare la nuova capogruppo. La da lui prescelta, collega di corrente Simona Malpezzi è stata poi votata addirittura all’unanimità. Alla Camera, invece, essendosi manifestate due candidature, la situazione è molto più complicata. L’on., già ministro, Marianna Madia, entrata in Parlamento sulle code di Walter Veltroni nel lontano 2008, ha accusato con parole di fuoco l’altra candidata, Debora Serracchiani, già Presidente della Regione Friuli e europarlamentare, di essere stata cooptata dall’attuale capogruppo Graziano Delrio, anche lui a suo tempo renziano. Accuse, ovviamente, respinte, con sdegno.

Naturalmente, nessuno può negare la facoltà all’on. Delrio di indicare pubblicamente la sua preferenza. Difficile dire se abbia il potere, di imporre ai suoi colleghi e colleghe la candidata Serracchiani, ma non voglio sottovalutare il tasso di conformismo. Comunque, sarà il voto a decidere. Molto meglio sarebbe stato, anche al Senato, se tutte queste donne e, aggiungerei lo stesso segretario, avessero detto per quali ragioni ritengono di avere le capacità per svolgere il compito spesso delicato e importante di capo di un gruppo parlamentare. Infatti, anche quelle donne dovrebbero rifiutare l’espressione “basta che sia una donna”. Dovrebbero, al contrario, affermare che “no, non basta una donna qualsiasi”. Ė indispensabile, è da preferire una donna che abbia determinate qualità, alcune delle quali, ovviamente, debbono essere richieste anche agli uomini.

   Letta ha ottenuto un successo, per ora soltanto di facciata. Sicuramente ne è consapevole, ma da questo momento è lecito chiedergli se le imposizioni e le cooptazioni sono le due modalità che servono per andare nella direzione della parità di genere e se una parità numerica conseguita in questo modo sia la premessa di una distribuzione migliore del potere e di una migliore rappresentanza politica delle donne. Per trasformare la società italiana, e la sua politica, in modo che, da un lato, garantisca eguali opportunità a donne e uomini, dall’altro, faccia ottimo uso delle risorse personali e professionali di uomini e donne quindi facendo crescere tutta la società, è improbabile che la strategia più efficace sia all’insegna dello slogan, pure scontando il tasso di scherzosità, formulato da Letta. Il segretario e il suo partito sono attesi a una elaborazione politica, sociale, economica e culturale di ben più elevato livello per la quale le cooptazioni rischiano di essere non elementi facilitatori, ma ostacoli.

Pubblicato AGL il 30 marzo 2021

I dem? Non più rossi, non abbastanza verdi. Scrive Pasquino @formichenews @pdnetwork

Da tempo “verde” in Germania significa molto di più che “semplice” difesa dell’ambiente. Significa europeismo consapevole, convinto e coerente. Significa protezione e promozione dei diritti delle persone, anche nella sfera sessuale, e dei migranti in Germania e ovunque siano messi a rischio. Quanto tutto questo, che ammonterebbe ad una ridefinizione e riformulazione della esile cultura politica del Partito democratico, sia attualmente condiviso nel corpo del partito, è difficile dire. Il commento di Gianfranco Pasquino

Archiviata la mai soddisfatta e del tutto velleitaria “vocazione maggioritaria”, il PD ha e avrà bisogno di alleati. Fermo restando che il Movimento 5 Stelle è il candidato naturale e, dal punto di vista dei numeri, essenziale a qualsiasi coalizione il PD voglia creare, sembra che nell’aria possa esservi una svolta verde. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, l’ha anticipata, iscrivendosi, se ho capito bene, ai Verdi Europei. Il neo-segretario Enrico Letta ha fissato un appuntamento con i Verdi per questa settimana. In Italia, i vari Verdi come partito non hanno dato buona prova di sé. Non sono neanche riusciti a trovare accordi elettorali con il loro consenso che non supererebbe nessuna soglia decente di accesso al Parlamento. Non hanno grandi personalità e le, talvolta meritevoli, associazioni di difesa e protezione del territorio e dell’ambiente sono sparse, talvolta conflittuali, poco coordinabili forse anche perché i non molto preparati coordinatori hanno spesso voluto soprattutto manipolarle.

 Complessivamente, anche se la cultura ambientalista è probabilmente penetrata in quasi tutte le generazioni, il panorama (sic) non è affatto incoraggiante. Nessuno può illudersi sulle possibilità che in Italia nasca in tempi brevi un interlocutore delle capacità e delle dimensioni dei Verdi tedeschi. Proprio per questo la spazio politico e elettorale ecologista è, per usare un termine caro ai fondamentalisti (ce ne sono ancora?) del PD, contendibile. Da un lato, le nuove generazioni di elettori sembrano manifestare grande propensione, sulla scia di Greta Thunberg, per la cura dell’ambiente e per tutte le molte tematiche che vi afferiscono. Certamente, però, non hanno finora trovato, ma forse neppure cercato, una sponda politica adeguata e mantengono molta comprensibile distanza dai politici.

   Grandissima è la diffidenza nei confronti del PD che si è giocato la credibilità su molte tematiche, ad esempio, flagrantemente sull’acqua pubblica. Dall’altro, i fondi NextGenerationEU assegnati all’Italia per la transizione ecologica sono ingenti. La loro utilizzazione efficace potrebbe anche tradursi in un afflusso di voti per chi avesse fatto i programmi migliori e fosse positivamente responsabile del successo della loro attuazione. Va enfatizzato che, da tempo “verde” in Germania significa molto di più che “semplice” difesa dell’ambiente. Significa europeismo consapevole, convinto e coerente. Significa protezione e promozione dei diritti delle persone, anche nella sfera sessuale, e dei migranti in Germania e ovunque siano messi a rischio. Significa una politica post-ideologica, ma con principi saldi, come quelli in Italia formulati e espressi soprattutto da Possibile. Quanto tutto questo, che ammonterebbe ad una ridefinizione e riformulazione della esile cultura politica del Partito Democratico, sia attualmente condiviso nel corpo del partito, è difficile dire. Azzarderei poco, comunque non abbastanza e spesso in maniera opportunistica. Quanto di questa cultura che circola fuori del PD e possa orientarsi verso il PD è il quesito al quale, forse, potranno dare una risposta gli incontri di Letta.

Pubblicato il 28 marzo 2021 si formiche.net

Joe Biden ha preso le redini degli Stati Uniti e sa cosa fare @POTUS

Un uomo di età certa e avanzata, il Presidente Biden, ha già cambiato alcune delle pessime politiche del suo predecessore Trump. Il senatore di lungo corso, otto anni vicepresidente di Obama, sa dove andare e come. Ha subito ri-conosciuto l’Unione Europea come interlocutore importante da favorire anche come partner commerciale, ma soprattutto come entità che condivide i valori democratici. L’ingente pacchetto di stimoli economici rilancerà gli USA, ma avrà effetti positivi per l’Unione Europe. La replica dei repubblicani, a partire dalla Georgia, consiste nel rendere più difficile l’esercizio del voto. Bruttissima storia che finirà alla Corte Suprema dove i giudici nominati dai repubblicani sono 6 contro 3. Tempi ancora bui e duri.

Sul cambio della guardia alla segreteria del Partito Democratico #intervista @RaiGRparlamento @pdnetwork

Intervista raccolta da Stefano Anderson il 17 marzo 2021

Questione femminile o scusa per calare i capigruppo dall’alto? Scrive Pasquino @formichenews

È legittimo che Letta voglia sostituire Delrio e Marcucci, ma più in generale calare dall’alto due nomi non mi pare il modo migliore per andare verso la parità di genere. Che non dovrebbe comunque mai prescindere da valutazioni di capacità e prestazioni. La versione di Gianfranco Pasquino

Qualche volta, in politica, bisogna anche dare giudizi politici. Per esempio, è possibile dire forte e chiaro che i gruppi parlamentari del Partito Democratico alla Camera e al Senato sono stati costruiti da un segretario con qualche (è un eufemismo) pulsione solipsistica che ha voluto premiare i suoi fedelissimi e fedelissime. Di conseguenza, i due capigruppo, loro stessi (già) fedelissimi, sono stati eletti da maggioranze che porta(va)no un imprinting molto preciso. Da allora, se ne sono distanziati a sufficienza? Hanno, comunque, operato attuando una linea politica e parlamentare soddisfacente? Condividono la direzione che il nuovo segretario sta elaborando per il Partito? Per sostituirli, operazione che, a mio modo di vedere, non può e non deve essere imposta dall’alto, bisognerà comunque democraticamente votare in entrambi i gruppi.

   Ė assolutamente legittimo che il neo-segretario Letta voglia sostituire Del Rio e Marcucci. Potrebbe chiedere a loro di fare il classico passo, non “indietro”, ma almeno di lato, a favore, però, non di “una, qualsiasi, “donna”, quanto di una rosa di tre quattro deputate e senatrici che desiderino esse stesse candidarsi con motivazioni esplicitamente politiche: “la propria biografia; cariche già avute e svolte con successo; capacità di guidare un gruppo parlamentare”. Altrimenti, limitarsi a dire che ci vogliono due donne è soltanto un cedimento al politically correct che Letta dovrebbe, invece, sfidare su tutti i piani. Poi, naturalmente, tutte le candidate chiederanno di essere sottoposte alla votazione dei loro colleghi alla Camera e al Senato. Mi aspetto che, prima del voto, i bravissimi giornalisti investigativi (pardon, le bravissime giornaliste investigative) che hanno i numeri di telefono giusti, raccolgano informazioni sulle appartenenze correntizie delle prescelte, in sintesi: in quota di chi? qualcuna è entrata in parlamento addirittura sulle code di Veltroni, un’altra è di un qualche “rito” correntizio, tutti sanno che c’è chi è molto vicina a (a voi che leggete lascio inserire il nome) e così via.

Più in generale calare dall’alto due nomi non mi pare il modo migliore per andare verso la parità di genere che non dovrebbe comunque mai prescindere da valutazioni di capacità e prestazioni. Per fortuna che una ex-parlamentare, tuttora molto vicina ad un padre/nonno nobile, vicinanza che ha denunciato come ragione della sua esclusione dalla carica di sottosegretaria, afferma che al prossimo congresso dovrà esserci una candidata donna alla segreteria. Non sarebbe affatto una novità come la partecipazione alle primarie di Rosy Bindi (2007) e di Laura Puppato (2012) attesta. Sappiamo anche che molte donne non votano le donne. Non entro in questa complessissima tematica perché sono sicuro (sic) che le donne del PD stanno affaticandosi sul perché. Insomma, c’è anche molto spazio di elaborazione autonoma, non di gregge. Lo si sfrutti.

P.S. Il Segretario regionale dell’Emilia-Romagna e il Presidente della Regione, il segretario provinciale di Bologna e il sindaco della città e i due attualmente candidati a succedergli sono uomini. Non ho sentito critiche e autocandidature dalle donne di questi luoghi progressisti.

Pubblicato il 22 marzo 2021 su formiche.net

Il vuoto di idee dei partiti non sarà riempito da Draghi @DomaniGiornale

Coinvolti in un esperimento di nome “governo Draghi” che hanno largamente subito, ma che ha, comunque, lasciato/concesso loro cariche ministeriali importanti, i partiti italiani, con l’eccezione ai suoi inizi del PD, non sembrano sapere andare alle radici dei loro problemi. Se questa era una crisi di sistema nessuno sta cercandone una soluzione. Se, invece, è una crisi della politica i partiti non hanno neppure cominciato ad affrontarla. Qualcuno, più fuori che dentro i partiti, sembra attendersi il rinnovamento della politica da quello che farà il governo Draghi. Come il capo del governo ha dimostrato nella sua finora unica conferenza stampa, esistono modalità di comunicazione efficace che, propongo questa chiave di lettura, prescindono totalmente dalle pratiche partitiche e che segnalano la necessità e possibilità di un loro superamento. In questo modo, però, il rischio è che la politica italiana non sarà trasformata e migliorata, ma verrà, anche molto al di là delle intenzioni del Presidente Draghi, sostanzialmente accantonata. Si entrerebbe in un ambito di esperienze inusitate dovendo peraltro costruire canali di comunicazione, di partecipazione e di influenza per i cittadini. Non è in nessun modo quello che gli attori partitici italiani stanno facendo al momento.

    Il Movimento 5 Stelle non è finora riuscito a darsi nuove modalità di leadership e non potrà risolvere i suoi problemi allontanandosi dai teleschermi. Giocare su due tavoli, quello di Salvini della “piazza” euroscettica e quello di Giorgetti, delle categorie produttive che dell’Unione Europea riconoscono necessità e utilità, non toglie la Lega dalla sua condizione di ambiguità. Giorgia Meloni può abilmente criticare queste ambiguità dall’alto della sua coerenza, ma la sua opposizione non si staglia in maniera speciale e si scontra con l’obiettivo di ricompattare il centro-destra. Il leader di Italia Viva vanta il suo ruolo di costruttore del governo Draghi, ma tutti ricordano come davvero incisivo quello di distruttore del governo Conte. Ad ogni modo per quanto ripetuto e ripetitivo quel vanto non contiene nessuna elaborazione strategica.

    “Tornare a vincere” è l’ambizioso proposito del neo-segretario del Partito Democratico Enrico Letta che, però, non ha ancora effettivamente ridimensionato il peso delle correnti delle quali è possibile dare un giudizio positivo soltanto di fronte alla comprovata capacità di elaborare idee. Invece, ad esempio, nelle città che andranno ad elezioni autunnali, come Roma, Bologna e persino Milano, non sembra esserci nessuna elaborazione di idee, ma esclusivamente scontri fra persone, con il sindaco di Milano che ha addirittura deciso di fare riferimento primario non al PD, ma ai Verdi Europei. Certo, con Letta ci si potrebbe limitare ad affermare “ce n’est qu’un début”, ma forse è più opportuno criticare la mancanza di visione strategica un po’ in tutti i partiti. La crisi della politica partitica continua. Il suo superamento non è dietro l’angolo.

Pubblicato il 21 marzo 2021 su Domani