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Non è il nuovo che avanza

Ansia di irrefrenabile protagonismo, desiderio di vendetta (contro chi?), incapacità di autocritica, ricerca di un futuro nel quale scatenare tutte le sue potenzialità: sono queste chiavi di lettura plausibili della scissione proclamata ieri da Renzi, ma a lungo progettata? Probabilmente tutte insieme. Ma, è utile soffermarci sulla psicologia del due volte ex-segretario di un partito da lui conquistato e dominato, poi portato alla grande sconfitta referendaria del 2016 e ai minimi termini elettorali nel 2018? Credo di no. Lascerò il passato ad altri interpreti e guarderò al futuro, non come un astrologo, ma come un analista della complicata scena politica italiana. Lasciare il PD, ma non il seggio parlamentare non può che significare il non avere fiducia nel partito per portare avanti la linea politica preferita. Eppure, il PD di Zingaretti ha appena fatto proprio quello che Renzi, ad un anno dalla sua dichiarazione contraria qualsiasi dialogo con le Cinque Stelle ha imposto, ovvero un governo con Di Maio e i suoi collaboratori. Sarebbe certamente disastroso se Renzi e i suoi parlamentari scissionisti facessero cadere il governo appena nato nel quale si trovano almeno cinque di loro. Infatti, Renzi si è affrettato ad escludere questa eventualità. Intende sostenere il governo Conte 2, ma, aggiungo io, come la corda sostiene l’impiccato. È probabile che ogni provvedimento legislativo del governo dovrà essere contrattato e approvato dai renziani. Se, però, il distacco dal PD è motivato dalla non condivisione della linea del partito, come potranno i renziani accettare quanto il governo Conte farà traducendo in leggi e in politiche pubbliche anche molte delle preferenze del PD di Zingaretti? In effetti, anche se in maniera poco limpida, Renzi sostiene che questo PD, peraltro, non molto diverso da quello da lui variamente guidato, ha una collocazione che non gli garba, che c’è una parte, presumibilmente ampia, di elettorato, del paese, che il PD non riesce a raggiungere e non può rappresentare. Sulla rappresentanza politica e sociale bisognerebbe chiedere conto a Renzi della pessima legge che porta il nome di Ettore Rosato, suo fedelissimo, e di quei suoi parlamentari, come la Boschi, paracadutati molto lontano dai loro territori. Sulla collocazione dell’elettorato alla ricerca di politiche diverse da quelle del PD e del governo al quale partecipa, è lecito discutere. Sarebbe questo elettorato collocato al centro dello schieramento politico? centristi e moderati, quindi, contendibili anche da Berlusconi e Forza Italia? Oppure, se non esistono più destra e sinistra, non sono sopravvissuti neppure i centristi, ma esistono soltanto cittadini-elettori italiani (e di altri paesi) che guardano alla qualità delle proposte politiche e alle priorità programmatiche? Rimane il quesito se il nuovo piccolo veicolo renziano, valutabile 4, forse 5 per cento, farà avanzare una politica nuova o proteggerà i ruoli e le cariche di cui già godono.

Pubblicato AGL il 18 settembre 2019

L’addio al Pd di Matteo Renzi #intervista al professor Gianfranco Pasquino @RadioRadicale

L’intervista realizzata da Roberta Jannuzzi è stata registrata martedì 17 settembre 2019

Con un’intervista al quotidiano La Repubblica, questa mattina Matteo Renzi ha annunciato il suo addio al Partito Democratico.
Abbiamo chiesto un commento a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna.

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L’addio al Pd di Matteo Renzi

 

Il disegno politico del Pd è fallito @HuffPostItalia

La fuoriuscita di Renzi dice molto sul suo modo di intendere la politica e di farla. Soprattutto dice una cosa grande sul Pd. Non basterà ricominciare da capo. Bisognerà ripensare tutto.

Dal 2007 ad oggi il Pd è stato davvero il partito più aperto e più permeabile a cominciare dal vertice: 7-8 segretari. Alcuni dei fondatori-dirigenti-ex segretari fanno i cosiddetti “padri nobili”, ma, mi pare, inascoltati, forse meglio così, e inefficaci.

Dopo l’esperienza da ministro in un governo a guida Pd, Carlo Calenda è entrato nel Pd, ha criticato, ammonito, minacciato, si è fatto eleggere europarlamentare e ha lasciato, il Pd, non l’euroseggio (tutto senza pagare la corsa). A Matteo Renzi, tempo fa, esulando dallo Statuto del partito, Bersani concesse, troppo generosamente, di concorrere per decidere chi doveva essere il candidato del partito alla Presidenza del Consiglio, accettando persino il ballottaggio, tutto fuori Statuto (non-Statuto?).

Due volte ex-segretario, dopo avere portato il Partito Democratico al suo minimo storico, ma nominato decine di senatori e deputati, Renzi ha a lungo preparato la fuoriuscita e sta organizzando un suo nuovo veicolo partendo da Montecitorio e Palazzo Madama.

Nel frattempo, si dice che a Gianni Cuperlo sia stata affidata l’organizzazione di una Costituente delle Idee. Alla luce dei fatti (sì, lo so, è una frase fatta), non sarà facile trarre delle idee da un passato nel quale il Pd si è preoccupato di cose spicce, a cominciare dalle cariche e a proseguire con primarie ed elezioni dirette del segretario, ma non di confronto fra idee. Di cultura politica, fin dall’inizio, neanche l’ombra. Se la cultura costituzionale si è espressa nelle riforme Boschi-Renzi sonoramente bocciate e nell’Italicum, prima, nella Legge Rosato, poi, allora Cuperlo avrà molto da cercare, magari senza seguire i vaghi maggioritari Prodi e Veltroni e neppure Parisi che si inalbera se alla Festa dell’Unità di Ravenna viene intonata Bandiera Rossa.

Sbaglia alla grande Renzi quando sostiene che nel Pd lui era un intruso. No, lui è stato il vero prodotto del Partito Democratico come lo hanno voluto i fondatori: un partito contendibile. Aperte a tutti, senza nessun impegno e senza nessun controllo, tanto le sregolate primarie (anche quelle fiorentine per il sindaco) quanto le cinque elezioni “popolari” del segretario del Partito (Veltroni, Bersani, Renzi, Renzi, Zingaretti) hanno offerto e continueranno a offrire una enorme finestra di opportunità a chiunque abbia qualche risorsa per tentare la sorte: nessun controllo, nessuna responsabilizzazione, massimo impatto, nessuna fidelizzazione.

La rottamazione non è lo strumento con il quale nei partiti che hanno una qualche organizzazione si produce la circolazione del personale politico. L’elezione di un leader con percentuali che è meglio non chiamare bulgare (da più di un decennio ci sono competizioni multipartitiche sostanzialmente bipolari), ma putiniane, non dimostra affatto che un partito ha funzionamento democratico. Un segretario di partito che spinge fuori i dissidenti non è legittimato a sostenere che le sue attività erano impedite dal fuoco amico.

Certo, in assenza di una qualsiasi cultura politica, alla quale nessuno dei segretari ha dato un qualsivoglia apporto, anything goes , vale a dire che si può fare di tutto, ma non si può credere di riuscire a creare un elettorato relativamente fedele e di fare leva su attivisti in grado di portare la linea e, non di imporla, ma discuterla con gli iscritti e gli elettori potenziali. Questa non è una visione “novecentesca”, ma è quello che fanno molti partiti europei e i loro candidati e parlamentari, in modo speciale, quando esistono collegi elettorali uninominali che nulla hanno a che vedere con quanto sta nella Legge elettorale Rosato.

Adesso, certamente, i renziani avranno bisogno di una legge molto proporzionale e opereranno come spada di Damocle sul governo. Riusciranno a garantire, come ha motivato Renzi, maggiore e migliore rappresentanza politica ad un elettorato centrista che non ha votato il Pd? Ma quell’elettorato avrebbe già dovuto essere raggiunto, convinto e votante per il Pd (altrimenti a cosa è servito mettere insieme Ds e Margherita?). Sarà un partitino personalizzato del 4-5 per cento a “rappresentare” i centristi – della cui esistenza, peraltro, si può fortemente dubitare?

La fuoriuscita di Renzi dal Pd dice molte cose, nient’affatto nuove, sul suo modo di intendere la politica e di farla. Soprattutto dice una cosa grande sul Pd. Il disegno politico, quello organizzativo è stato del tutto velleitario, è fallito. Il Pd è, come ha argomentato lucidamente e vigorosamente Antonio Floridia, un partito sbagliato (Castelvecchio 2019). Non basterà ricominciare da capo. Bisognerà, lo scrivo anche per Cuperlo, come ammonizione e augurio,ripensare tutto.

Pubblicato il 17 settembre 2019 su huffingtonpost.it

 

Conte ha vinto, il suo governo 2 non ancora. Parla Pasquino #Intervista @formichenews

 

Il prof. Gianfranco Pasquino a Formiche.net: non sarà una stagione riformista, ma si potrebbe aprire una fase di confronto-scontro che arricchisce il Paese. La prima prova del governo? La legge di bilancio

Intervista raccolta da Simona Sotgiu

 

Una stagione riformatrice? Non proprio, ma ci sono buone premesse perché si apra un dialogo su come far crescere il Paese e su come redistribuire la ricchezza prodotta. A patto che sia Pd che M5S si interroghino non solo sugli obiettivi, come il salario minimo o il cuneo fiscale, ma anche su quali mezzi scegliere per raggiungerli. Conte? Da avvocato del popolo è diventato guida politica di un esecutivo, “è un professore che ha fatto una carriera strepitosa, non si può negare che sia già entrato nella storia”. A poche ore dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica analizza con Formiche.net i punti di forza e le debolezze del nuovo esecutivo giallorosso, sottolineando le sfide che lo aspettano, come la legge di bilancio e le riforme strutturali, dal taglio dei parlamentari all’autonomia differenziata.

Professore, cosa l’ha colpita di più del discorso del presidente Conte?

Conte ha fatto nel complesso un compito più che sufficiente, diciamo il compito che gli spettava, con una punta di interesse nella presentazione, cioè la richiesta di un linguaggio della politica tra persone, tra i parlamentari e il Paese reale, che sia un po’ più rispettoso delle varie anime del Paese. Ridare un po’ di dignità alla politica anche attraverso le parole, questo l’ho apprezzato ed è stata una buona introduzione.

E il resto?

Per il resto, ci ha chiesto di essere più buoni, di pagare le tasse, di essere accoglienti, di ricordarci che bisogna osservare le leggi, che bisogna garantire la parità di genere, magari anche negli stipendi (il che non mi pare una brutta idea), aiutare i disabili, cercare di migliorare la formazione attraverso la scuola e infine cercare di essere europeisti, perché se non lo siamo rimaniamo isolati. Tutto questo va benissimo, ma purtroppo sull’immigrazione è stato leggermente più incerto.

Cosa intende?

Ha detto, in fin dei conti, che dovrà essere l’Europa a risolvere questo problema. Mi sarebbe piaciuto sentire, invece, la parola “ius soli”, che avrebbe potuto incontrare il favore del Pd, che dovrebbe ricordare di aver proposto un disegno di legge in materia, e sarebbe stato un atto di accettazione consapevole di una società che sta cambiando e che ha al suo interno persone che fanno gli italiani senza purtroppo poterlo essere dal punto di vista della cittadinanza.

Il presidente Conte ha parlato di un “progetto politico che segna l’inizio di una nuova stagione riformatrice”. Pensa che sia possibile?

Il presidente del Consiglio le può anche dire queste cose, poi noi osservatori esterni disincantati che ne abbiamo viste tante, avanziamo i nostri dubbi. Alcuni di una certa età ricordano una stagione riformatrice, si chiamava “centrosinistra”, il primo centrosinistra del ’62-’65, ed era accompagnato da entusiasmo, da una classe dirigente socialista molto solida e molto inventiva, e una classe dirigente democristiana che si era resa conto che il modo per mantenere il suo potere politico era per l’appunto di guardare avanti, fare riforme. Oggi tutto questo non lo vedo.

Perché?

Perché tra i 5 Stelle non conosco chi siano i riformisti. Apprezzo tre o quattro persone, come Roberto Fico che mi pare un uomo all’altezza della situazione; ho ascoltato con piacere Nicola Morra, perché è un uomo colto, però i veri riformisti non li ho visti. Non conoscono, a mio parere, la storia del Paese, né la storia dei riformismi occidentali. Nel Pd ci sono delle persone che sanno fare politica, senza dubbio, però non ho visto l’entusiasmo che deve accompagnare una stagione riformista. Alla fine la parola che ha usato Zingaretti è stata “lealtà”, e va bene ma non è abbastanza. Si richiede innovazione, impegno profondo, una visione e nel discorso del presidente del Consiglio questa visione non c’è. Ci sono una serie di indicazioni, certamente apprezzabili, ma il disegno complessivo non lo vedo. È una lista di cose da fare. Però, come diceva il mio maestro, se gli obiettivi spesso li condividiamo, sono i mezzi che dobbiamo definire con chiarezza, e i mezzi non li ho visti.

Quindi non vede spazio per le riforme istituzionali?

Ci credo poco. Forse voteranno il taglio del numero dei parlamentari all’interno di un contesto in cui giustamente Conte ha detto che bisogna predisporre nuovi freni e nuovi contrappesi. Ma anche in questo caso, queste misure non si devono predisporre dopo, bisogna prima avere un’idea di dove si va a parare riducendo il numero dei parlamentari. Se bisogna fare una legge elettorale, anche in questo caso bisogna avere delle idee.

Si parla di una legge elettorale proporzionale…

Una riforma proporzionale non esiste. Esistono 5, 6, 7 varianti di un sistema elettorale proporzionale e anche questa sarà un’operazione non facile. L’autonomia differenziata, la vedo una cosa complicatissima, mi chiedo come le regioni a statuto speciali si rapporteranno a questo dibattito. Deve essere chiaro che non è più tempo di giocare con le istituzioni, non si gioca più con la legge elettorale, che deve essere sì cambiata ma senza giochi e dimostrando di aver imparato qualcosa dagli ultimi 25 anni di riforme elettorali.

Quali saranno le maggiori sfide e i maggiori rischi per i neo alleati di governo?

Io credo che non ci siano dei punti di scontro inevitabili, forse se il Pd insiste troppo nel rivedere il passato ci saranno degli inconvenienti, perché M5S ha votato dei provvedimenti e non può semplicemente buttarli a mare. Però Conte è stato bravo, ha detto “recepiamo le indicazioni del Presidente della Repubblica sul decreto sicurezza” e questo è positivo. Mi aspetto però che ci siano delle differenze di opinione, in particolare su tutto ciò che riguarda l’economia e lo vedremo subito con la legge di bilancio.

Su cosa dovrebbero concentrarsi?

Il Partito democratico dovrebbe porsi il problema della crescita, mentre il Movimento 5 Stelle storicamente si è posto il problema della redistribuzione, e per redistribuire bisogna produrre, quindi forse prima bisogna stabilire se e come si cresce e poi che cosa si può redistribuire. Ho sentito gli applausi sulla riduzione del cuneo fiscale e sull’introduzione del salario minimo e ci sono margini di confronto e anche di scontro. Ma perché ciò avvenga bisogna avere idee forti, altrimenti resta tutto in superficie. Uno scontro, anche duro, frontale, su principi molto significativi sarebbe forse più utile, perché insegnerebbe al Paese qualcosa sulle grandi differenze che passano tra una politica davvero riformatrice e una politica che si limita solo alla redistribuzione.

Come cambierà, se cambierà, la dialettica politica ora che si è passati dall’esecutivo gialloverde a quello giallorosso? Il premier Conte ha chiesto toni più sobri, ma dalle opposizioni l’accusa di un governo “nato dentro i palazzi” è già cavallo di battaglia. 

Innanzitutto bisogna chiarire che i governi nascono sempre nel palazzo, dentro il Parlamento. Anche il governo M5S-Lega è nato in Parlamento, preso atto dei numeri. L’unico passaggio vero dal governo precedente a quello attuale è che il presidente del Consiglio, che in precedenza si era definito l’avvocato del popolo, adesso ha capito che deve davvero guidare un governo. E secondo me ha anche manifestato le capacità per farlo ed è certamente un elemento positivo. Se poi evita alcuni accenni di leggera arroganza e superiorità è meglio per tutti, però glieli concedo.

Da professore a professore, lo promuove, quindi?

Diciamo che è giusto che faccia sapere a tutti che è stato bravo, soprattutto nella seconda fase della crisi, e che sarà bravo, essendo più che un semplice punto di equilibrio ma l’elemento che è in grado di spostarlo sempre un po’ più avanti, anche grazie ai suoi rapporti internazionali. È un professore che ha fatto una carriera strepitosa, non si può negare che sia già entrato nella storia.

Ma torniamo alla comunicazione, pensa ci siano margini per passare dalle dichiarazioni gridate a toni più sobri?

Ahimè, io non vedo quasi nessuno capace di comunicare all’altezza della situazione attuale, quindi inevitabilmente alcuni di loro faranno campagna elettorale permanente. Sentono che devono rafforzare le basi di questo governo nella società, però non so se ne sono capaci. Il punto di forza di Salvini è che era capace di farlo, aveva il fisico del ruolo, un incedere imponente e inoltre gli piaceva. Purtroppo spesso i politici capaci dal punto di vista delle competenze e conoscenze non sono così interessati a mostrarsi in pubblico, perché hanno altre specialità. E questo sarà certamente un vantaggio per Conte perché sarà lui a comunicare con i cittadini.

Nella rosa di ministri, chi vede più propenso in questo senso?

Conte ha chiesto ai ministri di tenere basso il livello della loro presenza sulla scena, ma c’è qualcuno a cui piace essere presente, come Paola De Micheli. A lei è sempre piaciuto e ha anche un ministero abbastanza importante che forse le permetterà di essere più visibile. Anche Di Maio, dato il suo dicastero, avrà tante “photo opportunities” e le userà tutte, però il grande comunicatore in questo governo non c’è, se non il presidente del Consiglio.

Cosa pensa di Di Maio alla Farnesina? Ci sono state molte critiche…

Io sono un professore, il che mi fa dire che in un ministero importante come la Farnesina forse dovrebbe esserci uno sbarramento all’ingresso, ossia la conoscenza di almeno una lingua straniera. Poi subentra il politologo, però, che dice che nei governi di coalizione a due – democristiani e socialdemocratici tedeschi o socialdemocratici e verdi – la seconda carica del governo era sempre il ministero degli Esteri ed era sempre affidato al capo del secondo partito, quindi nella logica della distribuzione delle cariche quella poteva giustamente essere rivendicata da Di Maio. E penso anche un’altra cosa.

Prego.

Conte ha delineato una politica estera nella parte finale del suo discorso, per quanto alcuni passaggi sarebbero difficili per chiunque, come il caso della Libia, mettere fine al conflitto interno sarà un’operazione epocale. Però in generale Conte ha detto cosa bisogna fare e se Di Maio ha ascoltato, e immagino di sì, e se si fiderà dei funzionari e degli ambasciatori estremamente preparati della Farnesina senza portare troppi consulenti esterni, potrebbe fare un buon lavoro.

Pubblicato il 10 settembre 2019 su formiche.net

Il Premier supervisore e i fragili equilibri

In circa tre settimane la crisi del governo giallo-verde guidato dal Professor Giuseppe Conte si è dipanata ed è giunta a compimento senza troppe complicazioni. Eppure, il passaggio dal governo Cinque Stelle più Lega al Governo Cinque Stelle più Partito Democratico appariva tutt’altro che facile e scontato. Le tensioni e le accuse reciproche nel passato sono state intelligentemente superate non soltanto per la brama di “poltrone” (alle quali, indennità aggiuntive comprese, Salvini con gli altri ministri e sottosegretari della Lega è rimasto attaccato fino all’ultimo momento), ma per l’intento di cambiare linea su molte materie importanti. Credo che, nel male e nel bene, l’Europa sia stata la discriminante. Ringalluzzito dalla sua copiosa messe di voti sovranisti, Salvini ha tirato la corda del governo e l’ha rotta. Dopo avere votato Ursula von der Leyen alla Presidenza della Commissione, il gruppo dirigente delle Cinque Stelle e il loro garante Beppe Grillo hanno tirato le somme: l’Italia ha bisogno di un rapporto serio e collaborativo con l’Unione Europea che nessuna alleanza con la Lega potrebbe mai garantire. Al tempo stesso, sia chiaro, all’Unione Europea è utile che l’Italia abbia un governo europeista fatto da persone competenti e credibili, in grado anche di dire dei no, ma soprattutto capaci di assumere impegni e di rispettarli in cambio ovviamente di sostegno alle politiche, economiche e migratorie. Nel nuovo governo, che, giustamente, il Presidente del Consiglio desidera sia definito Conte 2 per marcare la discontinuità effettiva, sono cambiati sia il Ministro degli Esteri, oggi il ridimensionato capo politico delle Cinque Stelle, Luigi Di Maio, sia il Ministro dell’Economia, oggi l’autorevole europarlamentare del Partito Democratico Roberto Gualtieri, molto stimato a Bruxelles. Ad entrambi, unitamente al Commissario che l’Italia designerà, probabilmente l’ex-capo del governo Paolo Gentiloni, è affidato il compito di ristabilire una collaborazione operosa.

Nel suo insieme la compagine ministeriale presenta alcuni elementi degni di nota. Insieme alla discontinuità, ovviamente prodotta dall’ingresso dei Ministri espressione del Partito Democratico, tutti debuttanti tranne Dario Franceschini che torna ai Beni Culturali dove aveva lasciato un’impronta molto positiva, si trova la continuità in settori che ne hanno grande bisogno con la permanenza dei pentastellati Alfonso Bonafede alla Giustizia e Sergio Costa all’Ambiente. È cresciuta la presenza delle donne, ora sette, con il compito più delicato al Ministero delle Infrastrutture attribuito alla vicesegretaria del Partito Democratico Paola De Micheli. Infine, notazione non marginale, entrano al governo anche due “renziani”, Teresa Bellanova e Lorenzo Guerini, segno promettente che l’ex-segretario del PD non farà il guastatore. Il Conte 2 ha tutte le caratteristiche di un governo che mira a durare fino al termine della legislatura, il lontano marzo 2023. Ne ha certamente le potenzialità.

Pubblicato AGL il 5 settembre 2019

La nuova alleanza di governo @RadioRadicale Intervista a Gianfranco Pasquino

Intervista realizzata da Roberta Jannuzzi, registrata mercoledì 4 settembre 2019 alle ore 11:21.

Con Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica, parliamo dell’alleanza tra M5S, Pd e Leu che potrebbe portare, nelle prossime ore, a un nuovo governo.

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La nuova alleanza di governo

 

Quanto malposto rumore su #Rousseau Conversazione democratica senza insulti sui meccanismi interni ai partiti

Riconosco ai partiti e ai non-partiti con il loro non-statuto, ai movimenti più o meno personali e personalizzati, a tutte le associazioni politiche il diritto a scegliere come regolamentare la loro vita interna in qualsiasi forma e modalità preferiscano. Riconosco a me stesso e a tutti commentatori che si informano il diritto a criticare quelle forme e quelle modalità purché lo facciano in maniera seria e argomentata, non, per esempio, in maniera pretestuosa. Sto ancora cercando materiale sulle riunioni degli organismi dirigenti di Forza Italia – eppure dal 1994 ad oggi ce ne dovrebbe essere di abbondantissimo – e della Lega. Vorrei sapere come hanno deciso la loro linea politica e le loro alleanze, come scelgono le candidature, come promuovono e perché rimuovono i dirigenti. So che, in maniera un po’ raffazzonata, il Partito democratico ha tenuto più di mille primarie, che non sono “consultazioni”, come ho sentito da alcuni giornalisti televisivi, ma modalità di selezione delle candidature per cariche monocratiche, non per l’elezione del segretario del partito, che hanno rivelato più di un problema “democratico”. So anche che la democrazia non si esaurisce in queste scelte né da mai “pieni poteri” agli eletti in questo modo. Ho personalmente di persona partecipato a più riunioni della Direzione di un partito nelle quali le decisioni erano preconfezionate. In una di quelle riunioni, il documento conclusivo da sottoporre all’approvazione, che debitamente fu espressa con larghissima maggioranza, era stato scritto prima della discussione e non ritoccato in nulla.

Dunque, quando il Movimento 5 Stelle fa ricorso alla piattaforma Rousseau non mi esibisco in male informate critiche preliminari in sbeffeggi in insulti in affermazioni indignate poiché ne deriverebbero chi sa quali violazioni della Costituzione e, nel caso dell’approvazione o no dell’accordo con il Partito democratico, addirittura in un non meglio motivato sgarbo alla presidenza della Repubblica. Quando 75 mila attivisti, vale a dire quasi il 70% degli aventi diritto, decidono di esprimere la loro valutazione mi rallegro. Probabilmente, si sono informati, ne hanno parlato con altri, hanno deciso che la loro opinione conta, hanno partecipato ad una scelta significativa. Avevano addirittura, udite udite, ricevuto input dei più vari tipi e toni, dai dirigenti e dai parlamentari del Movimento. Si chiama “conversazione” democratica. Sostanzialmente, abbiamo assistito a un inusitato e perfettibile procedimento politico di notevole rilievo culminato in un voto la cui rilevanza non può affatto essere sminuita definendolo tanto spregiativamente quanto erroneamente  “plebiscitario” dal momento che quasi il 20% ha votato no. Tutto questo non significa in nessun modo che non ritenga di esprimere tutta una serie di critiche.

La piattaforma Rousseau è di proprietà di un privato che la “gestisce” anche a scopi di lucro? Se non c’è un reato, non vedo il problema a meno che una parte degli attivisti ritenga che quel privato e i suoi collaboratori falsino deliberatamente i risultati. Allora siano loro a fare ricorso. Non abbiamo modo di assicurarci che abbiano votato esclusivamente coloro che ne avevano diritto e non disponiamo di strumenti per accertare la validità dei risultati? Le procedure opache non mi piacciono. La mancanza di trasparenza mi preoccupa. L’impossibilità di controllare se vi siano state o no violazioni e/o interferenze è una ferita inferta al gracile corpo della democrazia diretta. Stanno le 5 Stelle praticando una democrazia diretta che non conoscono in attesa di scoprire le modalità migliori per suscitare partecipazione politica e premiarla? Temo proprio di sì. Sono affari loro e dovrei soltanto farmi gli affari miei? Nient’affatto. Quando un attore politico rilevante fa ricorso a procedure decisionali che incidono sulla rappresentanza politica e addirittura sulla nascita (e poi anche sulla possibile morte) del governo, diventano affari di tutti i cittadini democratici e le critiche sono assolutamente doverose. Per essere anche credibili quelle critiche dovrebbero però provenire da chi fa congressi di partito, tiene riunioni degli organismi dirigenti, spiega e giustifica le scelte delle candidature e dei leader, formula analisi – lo scrivo per i commentatori politici – fondate su conoscenze comparate. Naturalmente, sono del tutto fiducioso che, preso atto dell’esito della consultazione online svolta dalle 5 Stelle una folta e mista delegazione di parlamentari democratico-partecipativi s’impegnerà – naturalmente “pancia a terra” – per tradurre in norme di legge quel piccolo e prezioso inciso dell’articolo 49 “con metodo democratico”. Mi stupisco che la proposta non si trovi già nei ventisei punti programmatici del governo Conte bis.

Pubblicato il 4 settembre 2019 su rivistailmulino.it