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La sinistra capirà anche che accogliere tutti è un’illusione #intervista #ilGiornale

Intervista raccolta da Alberto Giannoni

«Sono sveglio e vigile molto prima dei conformisti woke». Non perde il gusto della battuta e dell’analisi

affilata Gianfranco Pasquino, già senatore di Sinistra Indipendente e Progressisti, soprattutto professore emerito di scienza politica e socio dell’Accademia dei Lincei. E nel suo più recente libro (Il bello della politica) dedica un capitolo a quella che definisce la (in)cultura woke.

Professore, come vede questo discorso sul woke per come è stato impostato da Giuseppe Conte?

«Conte è un provocatore, è il Pd è caduto nella provocazione, forse ha la coda di paglia. Quella di Conte è una furbizia,ma tutti hanno esagerato col politicamente corretto, che è peggio ancora del woke. Tutta questa roba, senza vera cultura, si riduce solo a conformismo».

Non sarà il realismo ad aver suggerito una retromarcia, non solo di Conte ma anche dei Dem americani?

«La tattica, forse il realismo. Il Pd non è riuscito, né i 5 stelle, a individuare i temi sociali importanti. L’idea di andare sui diritti civili per lasciare i temi sociali, o viceversa, non è seria. Non c’è contrapposizione. Sarebbe necessario approfondire».

Ma lei, che ha una lunga storia nella sinistra, condivide l’idea che il woke sia stato un eccesso.

«Certo. Mai stato politicamente corretto. È utile sbarazzarsi di questi eccessi. La politica dev’essere più vivace. C’è stata molta ipocrisia. Ma non solo nel Pd. Conte sbaglia se fa finta di non sapere che i 5Shanno praticato un grande conformismo. Sono stati tutti conformisti».

E il movimento pro Pal, che Conte ha cavalcato, sembra anch’esso un prodotto della cultura woke.

«Certo. La riscrittura della storia tutta basata su imperialismo e colonialismo è questo. E anche l’idea del genocidio. Tutti ne parlano, ma non sanno cosa è stato e cosa sia il genocidio. Non che non sia grave ciò che è accaduto a Gaza, ma non è tecnicamente genocidio».

Tolto il woke, si torna alla cara, vecchia socialdemocrazia?

«Ricordiamoci che il woke nasce non in politica ma nelle università. Non si dovevano più studiare autori bianchi come Shakespeare, o Churchill, o non so cos’altro. Tutto si è poi riversato in politica e ci hanno marciato. Tolta questa patina resta la democrazia, che è qualcosa di molto complesso».

La reazione della sinistra a Conte sembra incerta, o esitante.

«Incerta da un lato, e insufficiente».

E sull’immigrazione tutta la sinistra dovrà fare la stessa cosa?

«Io penso che l’immigrazione sia un tema sostanzialmente intrattabile, nel mondo in particolare in Africa e in Medio Oriente, abbiamo Paesi relativamente poveri e uomini e donne e bambini decisi a venir via, anche a costo di morire. L’argomento è intrattabile, non c’ una soluzione, ci sono solo tamponi».

L’accoglienza senza limiti dei migranti è solo un’illusione.

«Sì, e in questo prima ancora della sinistra vengono i cattolici, e la sinistra che dando ragione ai Papi – Leone ma soprattutto Bergoglio – dice, da un punto di vista morale o sentimentale: “Venite aggiungiamo un posto

a tavola”. Bene come discorso religioso, ma in politica è difficilissimo, e la sinistra non ha una soluzione. Né la destra, perché una soluzione non c’è. Solo tamponi».

Nessuna illusione?

«Nel lungo periodo si può contribuire a costruire democrazie in Africa e Medio oriente. Senza questo orizzonte, l’accoglienza è un’illusione, da archiviare».

Pubblicato il 24 agosto 2026 su il Giornale

Prima l’Europa, poi il filosofare. La lezione di Pasquino per il campo largo @formichenews

La politica estera e di difesa di un paese è il volto che tutti possono vedere sulla scena internazionale. Giorgia Meloni l’ha capito per tempo lasciando le sue alte grida al Congresso di Vox e passando a sorrisi, ammiccamenti (fin troppi), photo opportunities con i potenti e i meno potenti del mondo. Non è chiaro, invece, se i largocampisti abbiano piena consapevolezza dell’importanza delle cose che dicono, fanno, dovrebbero fare, almeno, soprattutto, in Europa. Un Partito Democratico non può non stare con una democrazia, ancorché con inevitabili problemi, come l’Ucraina. Non dovrebbe avere nessuna remora nel criticare l’aggressore e il suo bellicoso autoritarismo personalistico. Un Partito Democratico non può non cercare di coordinare la sua politica estera e di difesa con il Partito Socialista Europeo, ovvero con tutti gli altri partiti dello schieramento di cui fa parte nel Parlamento Europeo.

Un Partito Democratico che si candida a governare uno dei paesi più importanti dell’Unione Europea deve evidenziare, non soltanto come omaggio verbale ai suoi europeisti federalisti, a partire da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, senza dimenticare Alcide De Gasperi, che il suo europeismo è una scelta di campo consapevole, totale e irreversibile. Che non è una politica elastica e mutevole, non è un punto programmatico comme les autres, ma costituisce un valore sostanzialmente non negoziabile. La traduzione di quel valore in politiche europee e nazionali può essere discussa, variamente formulata, adattata ai tempi e ai luoghi, concordandola, in patria (sic) con coloro che sono disponibili ad un’alleanza di governo, e a Bruxelles con i referenti politici e parlamentari.

 Se, rumorosamente, persino, irritantemente, Giuseppe Conte e il “suo” Movimento affermano che non bisogna più dare armi all’Ucraina e non bisogna dare vita ad una difesa europea comune e se, meno palesemente, ma non meno insistentemente, discorsi simili fanno i leader dell’Alleanza Verdi e Sinistra, abbiamo un problema (che neppure tutti gli ingegneri della Nasa a Houston saprebbero risolvere).

L’europeismo vero e sincero può aprire, quantomeno lo consente e facilita, le porte del “campo” ad altri giocatori europeisti coerenti, come probabilmente già sono Matteo Renzi e Carlo Calenda. Ma toccherà a loro definire i punti programmatici istituzionali, economici e culturali sui quali fare convergenza con il programma del PD, rimodularlo, arricchirlo. Si può. Primum Europa, deinde philosophari. Fino al governo.    

Pubblicato il 11 agosto 2026 su Formiche.net

Quei ricatti inaccettabili di Conte @DomaniGiornale

“Niente armi all’Ucraina” dichiara, non per la prima volta, ma più sonoramente e brutalmente, Giuseppe Conte. La sua posizione, al di là del merito: non difendere più una democrazia aggredita da un leader autoritario, ha una molteplicità di implicazioni rilevanti e pericolose. C’è un messaggio elettoralistico mandato a tutti coloro, sembra che siano molti, nell’Alleanza Verdi Sinistra e anche nel Partito Democratico, che hanno una opinione tristemente non dissimile. C’è un messaggio mandato direttamente a Elly Schlein: bisogna contarsi davvero nelle primarie stravolgendo tutto quello di buono che quelle elezioni possono dare, cioè, non soltanto legittimazione del prescelto, ma grande mobilitazione di attivisti, simpatizzanti, potenziali elettori, comunicazione politica a tutto campo (anche più largo), lancio della campagna elettorale con abbondanti informazioni sulle personalità, sul programma, sulle priorità, sulle soluzioni proposte. C’è un messaggio, non meno importante e minaccioso, mandato ai ventisei Stati-membri dell’Unione Europea che hanno finora sostenuto l’Ucraina: non potrete più contare sull’Italia.

Su questo argomento Conte vuole le primarie, presto, convinto di vincerle. La replica di Elly Schlein, che prima si scrive il programma del campo largo, poi con le primarie si decide la leadership, mira a costringere Conte ad un confronto/scontro su tutte tematiche, vincesse le elezioni, un governo progressista dovrà e vorrà affrontare. Sono tematiche e soluzioni sulle quali la leadership vittoriosa alle primarie avrà il diritto di chiedere appoggio assoluto e disciplina ferrea e i candidati perdenti avranno il dovere di comportarsi da gentiluomini onorando l’impegno programmatico. Con enorme facilità, ho formulato quello che è un libro dei sogni, non soltanto miei, ma che richiede un enorme sforzo da parte di chi pensa che quei sogni diventerebbero realtà praticabili soltanto se Conte e, se c’è, il gruppo dirigente dei pentastellati, cambiassero posizione. Oppure, se improvvisamente, si arrivasse, altro grande sogno, alla cessazione del conflitto. Altrimenti, tutto è affidato a quella che si è già preannunciata come una bruttissima conversazione.

Impossibile e sconsigliabile da parte della maggioranza (?) del Partito Democratico e dei commentatori non bollare il comportamento di Conte come ricatto e non sottolineare la sua bruciante ambizione di tornare alla guida del governo: Conte 3. Tertium datur. Logico, però, mettere in evidenza che lo potrebbe fare soltanto in una coalizione che includa tutto il Pd. Molto improbabile. Il ricatto di Conte si morde la coda, e peggio. Infatti, senza i voti del suo Movimento, il “campo” non sarà in grado di arrivare alla fatidica soglia del 42 per cento che consentirebbe di ottenere il premio di maggioranza. Potrebbe addirittura risultare che Conte sta ai progressisti come e forse più di quanto il gen. Vannacci sta alla coalizione delle destre: uno stigma di cui vergognarsi politicamente.

Come stanno le cose, comunque, è indispensabile che la segretaria del PD metta in campo (sic) tutta la sua sacrosanta ostinazione e chieda a Conte di esplicitare il suo ricatto, oops, chiedo scusa, di chiarire le sue richieste per fare parte della coalizione, non sotto forma di stentoreo ultimatum. Sarebbe altresì opportuno che, invece di stare a guardare senza esporsi, anche i dioscuri di AVS si assumessero qualche responsabilità nella conversazione, per quel che bisogna negoziare e nell’esito. So da tempo che la partita non è finita fino a quando non è finita, ma so anche che i comportamenti scorretti vanno sanzionati, anche con richiami forti alle regole democratiche, ad esempio il principio di maggioranza. Le deroghe, rarissime e solo se giustificabili, vanno concordate. Un Conte che si faccia espellere per protervia e smania dal campo largo porterà tutta la responsabilità di una quasi sicura sconfitta e della formazione del governo Meloni 2, senza o con i Vannacci suoi. Qualunquemente. 

Pubblicato il 5 agosto 2026 su Domani

La crisi resta un miraggio. La sinistra non canti vittoria @DomaniGiornale

Freddamente. Trenta/quaranta parlamentari approfittano del voto segreto per bocciare un emendamento presentato, dopo accordo fra i partiti del centro-destra, dal capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, che è anche il primo firmatario della proposta di legge elettorale (prometto che, neppure sotto tortura, la chiamerò Bignaminum/Bignaminam). L’emendamento, tanto furbesco quanto mal congegnato, introduceva la possibilità per gli elettori di esprimere fino a tre preferenze, con il capolista, spesso l’unico eletto in molte circoscrizioni, bloccato. L’emendamento, elemento marginale, di una pessima legge elettorale, è stato bocciato 188 a 187 da parlamentari che non hanno il coraggio o semplicemente la decenza di “metterci la faccia”. Sulle regole del gioco, credo che gli elettori dovrebbero sapere come e perché ciascun parlamentare si esprime e i parlamentari dovrebbero rivendicare apertamente le loro scelte. Comunque, fatta un po’ di opportuna cosmesi, potrà essere ripresentato al Senato. Saranno molto probabilmente le opposizioni stesse, compatte comme d’habitude, a volere che agli elettori venga data l’opportunità di esprimere una preferenza, o no?

Bagarre. A quel voto contrario troppi in parlamento e fuori hanno fatto seguire dichiarazioni e richieste esagerate che, oltre alla comprensibile partigianeria, rivelano scarse conoscenze delle regole di funzionamento delle democrazie parlamentari. In primo luogo, quell’emendamento non è affatto un elemento centrale e qualificante della riforma elettorale in discussione. Lo sono, mio parere, i premi di maggioranza e l’indicazione del nome del candidato/a alla carica (non “poltrona”) di Presidente del Consiglio. Lo è l’idea che gli elettori debbano/possano eleggere il governo. Lo è la sottrazione al Parlamento, luogo centrale di rappresentanza politica, del compito/potere di dare vita al governo e, eventualmente, “rimpastarlo”, quando non, addirittura, trasformarlo e sostituirlo. Dunque, non sarebbe/non sarà affatto né hybris né violazione di regole, meno che mai costituzionali, se Meloni deciderà di andare avanti. Solo mal posta ostinazione.

Crisi. Nessuna singola sconfitta parlamentare, ad esclusione di quella sulla richiesta di fiducia (Prodi ottobre 1998 docet) implica automaticamente l’apertura di una crisi di governo. Meloni può decidere, l’ha già fatto, di andare avanti fino all’approvazione del testo, dimostrando che si è trattato soltanto di un deplorevole incidente. Potrebbe anche, ma non le corre nessun obbligo, chiedere al Parlamento un voto di rinnovata fiducia. Quello che non può avere è lo scioglimento immediato del Parlamento. Esiste una lunga e convincente sequenza di dinieghi presidenziali, a cominciare con Oscar Luigi Scalfaro: no a Berlusconi, dicembre 1994 e no a Prodi, ottobre 1998; poi Napolitano: no a Bersani, novembre 2011 e Mattarella: no scioglimento al buio, gennaio 2021 e formazione governo Draghi febbraio 2021. Regola generale: il Presidente non scioglie se in Parlamento esiste una maggioranza in grado di dare vita a un governo operativo. “Sentiti i Presidenti delle due Camere” e facendo affidamento sulle sue molteplici fonti, il Presidente è in grado di non farsi condizionare. Lo ha convincentemente dimostrato.

La festa è già finita. Terminati i festeggiamenti, qualcuno potrebbe poi fare un giro fra i capi dell’opposizione e chiedere loro se pensano di essere pronti a elezioni anticipate, come e perché. In estrema provocatoria sintesi, “avete un programma comune concordato, avete ridotto o eliminato le esiziali distanze sul sostegno all’Ucraina e sulla difesa dell’Europa, avete scelto chi guiderà la coalizione oppure saprete come farlo in tempi brevi?” Certo, solo dopo la misurazione delle rispettive hybris, qualità che non manca nel campo largo dei vari aspiranti. Non mi spingerò fino a chiedere, come ha già efficacemente argomentato su queste pagine Franco Monaco, un ampio rinnovamento dei gruppi parlamentari del Partito Democratico. Però, concordo pienamente. Concludo chiedendo(mi) quali garanzie danno le opposizioni di sapere formare un governo stabile, operativo, in grado di cambiare in meglio la politica, l’economia, la società italiana? Non vorrei lasciare ai posteri l’ardua sentenza.

Pubblicato il 16 luglio 2026 su Domani

Più riformista o radicale? il futuro del pd @DomaniGiornale

Il Partito Democratico è un partito indispensabile. Lo è all’opposizione potendo e dovendo rappresentare quella importante parte dell’elettorato che esprime critiche di molti tipi all’operato e al non-operato del governo Meloni e che desidera la prospettazione di alternative credibili e praticabili. Lo è proprio come potenziale costruttore di una coalizione che si candida a governare il paese. Ovviamente, è democraticamente criticabile in entrambi i contesti.

Le continue e pressanti richieste che il PD si dia una identità precisa, ovvero che scelga fra essere un partito radicale di massa (trovarle le masse!) e un partito “sinceramente” riformista sono, al tempo stesso, comprensibili e irricevibili. Un po’ dappertutto, nell’internazionale dei partiti progressisti convivono in misure variabili in un difficile equilibrio, componenti riformiste e radicali. Quando prevalgono le componenti radicali diventa improbabile che quel partito vada al governo. La prevalenza delle componenti riformiste apre buone opportunità di ascesa al governo a condizione che i radicali non intralcino la formazione della coalizione a guida riformista. Cosa diversa, ma non troppo, è poi governare poiché le probabili tensioni metterebbero a rischio la traduzione del programma in politiche pubbliche e la vita stessa della coalizione. Comunque, primum vincere.

Quanto più un partito progressista cresce in termini elettorali tanto più è prevedibile che accoglierà posizioni, preferenze, interessi diversificati. La sintesi, che non deve mai ridursi nel cosiddetto “taglio delle ali”, potrebbe avvenire al suo interno orientata da una duplice consapevolezza. Primo, entrambe le ali, riformista e radicale, danno un contributo a fare volare il partito, soprattutto se imparano e sanno comportarsi lealmente. Secondo, saranno necessarie rinunce e variazioni programmatiche nella stesura e nella proposta del programma di governo della coalizione.

Coloro che criticano il Partito Democratico proprio perché al suo interno convivono (con qualche disagio, spesso, a mio parere, accentuato ad arte per fini personalistici), sottovalutano, se non addirittura dimenticano, che la società italiana è molto frammentata, alquanto corporativa, modicamente anti-politica, poco ricomponibile, ergo difficile da rappresentare. All’uopo, le coalizioni multipartitiche hanno il pregio di aggregare una pluralità di interessi e di essere costrette a farlo senza cedere, pena lo sfacelo, a posizioni estreme.

Non sono sicuro che Schlein abbia conquistato la segreteria del PD in quanto considerata “movimentista”. Piuttosto, la sua vittoria è stata l’espressione di una richiesta di cambiamento, di iniezione di energia. In generale, le leadership efficaci sono in grado di dare un notevole apporto alla (ri)definizione della identità politica e del programma del partito. Lo riescono a fare con la selezione del personale da collocare nelle posizioni più importanti, e quelle parlamentari sono o dovrebbero essere tali. La lealtà, non la supina, non la interessata obbedienza, è comprensibile, ma non deve mai andare a scapito della competenza. La leadership può fare molto attraverso l’individuazione delle tematiche più rilevanti per l’elettorato da raggiungere, non una lunga lista della spesa, ma alcune essenziali e caratterizzanti priorità: sanità, salario minimo, istruzione, tutto quello che può migliorare la vita degli italiani (e non solo). Leadership non significa affatto solo e neppure primariamente mettersi all’ascolto e al servizio dell’elettorato. Significa, soprattutto interagire con quella parte di elettorato che si vuole (con)vincere, orientare, “educare”, proprio e davvero guidare. Allora, il PD deve elaborare approfonditamente la sua concezione di europeismo: cos’è, cosa deve diventare e come. Rimarranno alcune contraddizioni nella politica e nelle scelte. Sono contraddizioni che pulsano in seno al popolo. Meglio affrontarle a viso aperto con la bussola, non delle ambizioni e dei destini personali, ma dell’europeismo.

Pubblicato il 13maggio 2026 su Domani

I bizzarri aiutini dei democratici a favore del sì @DomaniGiornale

Caparbiamente, ostinatamente, tenacemente, la segretaria del Partito Democratico continua a curare il campo, tutto a dimensione variabile, ma che certo non si allarga. I potenziali frequentatori decidono di volta involta cosa conviene loro, per lo più, invece di prendere impegni preferiscono prendere le distanze, Qualcuno, forse già molti, a un anno e mezza dalle prossime elezioni politiche comincia sentire qualche ansia, sì, proprio da prestazione. Fare l’opposizione significa sapere e volere opporsi ai progetti e alle leggi del governo, criticare, controproporre, convergere e soltanto eccezionalmente accordarsi con i governi. Le convergenze, comunque, mai conversioni, vanno accettate e attuate se il governo le ha, dal canto suo, chieste, quantomeno le riconosce e le accoglie. Sono tutti atteggiamenti che, non stanno nel DNA di Giorgia e ancor meno in quello dei suoi più stretti collaboratori sempre in competizione agli occhi della leader indiscutibile. Al contrario, nell’opposizione nessun cerca l’approvazione di Elly Schlein. Anzi marcarne le differenze servirebbe, credo proprio di no, a strapparle qualche voto e poi, chi sa, a ridefinire qualche proposta, anche se, di proposte eclatanti, trascinanti, entusiasmanti dagli oppositori di Schlein, dentro e fuori del Partito Democratico non credo (understatement) di averne viste. La non prestazione accresce l’ansia non soltanto di chi vorrebbe evitare un altro big beautiful (copyright Trump) rotondo quinquennio Meloni, ma, soprattutto, di coloro che pensano con molte buone ragioni che un altro governo di centrodestra farebbe male agli italiani, soprattutto a quelli in conduzioni disagiate.

Prepararsi a vincere non è solo allargare il campo degli alleati, ma soprattutto dare agli elettori le prove provate di avere capito le loro preferenze e i loro interessi e di essere capaci di vincere le battaglie intermedie: “niente ha successo quanto il successo”. Le molte elezioni intermedie fin qua tenutesi hanno confermato che, salvo redistribuzioni interne di piccola entità, i due schieramenti non avanzano e non retrocedono. Il Movimento 5 stelle va malino e i Fratelli d’Italia crescono benino. Adesso, però, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati offre un’occasione importante. Giorgia Meloni ha messo le mani avanti. Il governo non subirà contraccolpi. L’opposizione dovrebbe alzare i toni affermando stentoreamente che la cosiddetta riforma della Giustizia fatta e rivendicato dal governo chiama, eccome, in causa il governo. Non basterà scaricare il Ministro della Giustizia che l’ha politicizzata non per errore, ma per vanità e convinzione. Peggio, non si otterrà niente tranne un clamoroso contraccolpo se gli italiani votanti diranno che sì i magistrati meritano una riforma che li irrita.

Viene da dentro il Partito Democratico una falange a favore del sì con motivazioni, bizzarre, quantomeno discutibili. Dicono che sono coerenti. Avevano appoggiato la separazione delle carriere quando Ministro della Giustizia era una personalità ammirevole (e, ubi maior minor, Nordio, non se la prenda). Dunque, quando finalmente la riforma torna loro si sentono contenti e con la coscienza rifomista a posto. Li conosco quasi tutti piuttosto bene i combattenti del sì. Con alcuni di loro ho condiviso l’esperienza parlamentare. Non ricordo le loro posizioni espresse con altrettanto vigore fino a votare in maniera difforme dalla linea del PCI. Non ricordo neppure che nella riforma Vassalli ci fosse la duplicazione dei CSM insieme ad altre gemme. E poi non si dice che cambiare idea, cambiati i tempi i modi gli obiettivi, è proprio delle persone intelligenti?

Finisca come finirà questo giro, i propugnatori del sì avranno anche fatto la prova venerale, della prossima Grande Convergenza. Fra di loro ci sono molti che appoggiarono le riforme di Renzi e si presero la batosta referendaria plebiscirizzata dal capo. Richiamando questo inglorioso passato sosterranno per coerenza che si sentono di dove assolutamente sostenere il premierato di Meloni. Però, anche per l’opposizione, se guidata con la testa, ma non soltanto testardamente, da Elly Schlein, “c’è ancora domani”.

Pubblicato il 14 gennaio 2026 su Domani

Il PD è un partito indispensabile. Chi lo sabota aiuta la destra @DomaniGiornale

Per lo spazio che occupa, per le politiche che propone, per il ruolo che può svolgere, il PD è un partito indispensabile. Questa sua indispensabilità, unita alle incertezze, alle contraddizioni e agli errori dei suoi dirigenti lo rende particolarmente e giustamente esposto alle critiche. Facendo tesoro di queste critiche, filtrandole e selezionandone il meglio, i suoi gruppi (proprio così, al plurale) dirigenti riuscirebbero fare crescere il partito oltre il 20 per cento o poco più degli attuali consensi elettorali.

  Lo spazio occupato è grosso modo equidistante fra due piccoli partiti che si contendono il centro, non propriamente affollato da elettori, e due organizzazioni che mirano ad un elettorato più orientato a sinistra. In assenza del Partito Democratico nessuno di questi raggruppamenti avrebbe qualche chance di contrastare credibilmente il governo di centro destra e di controproporre politiche rilevanti. Sulle politiche, il Partito Democratico soffre degli stessi problemi che hanno inciso e continuano ad incidere negativamente su molti partiti socialisti e progressisti. Per un insieme di ragioni, tutti hanno effettuato uno scivolamento verso politiche culturali, di genere e molto attente ai diritti, venendo percepiti come meno inclini e meno capaci di elaborare politiche economiche e sociali gradite e utili alle classi popolari. Per dirla in maniera giornalistica, insieme ad altri partiti simili, il PD è diventato il partito della ZTL dimenticando le periferie e i suoi abitanti/elettori e, naturalmente venendo fortemente penalizzato in termini di voti. Eguaglianza economica irraggiungibile, dislivello di status, di riconoscimento, di prestigio incolmabile: quasi il peggior dei mondi possibili.

  Nel contesto italiano forse un po’ di più che in altri contenti occidentali multipartitici, il ruolo che il PD può svolgere e al quale, spesso, adempie è doppiamente cruciale. Con la sua presenza attiva e convinta l’opposizione acquisisce maggior peso, visibilità, efficacia. Senza il suo contributo, le sue attività, le sue personalità non è minimamente concepibile/immaginabile che si affermi e esista una qualsiasi alternativa politico-elettorale praticabile al governo Meloni. Se, poi, è vero, come credo e sono in grado di documentare, che la qualità dei governi dipende anche dalla qualità delle opposizioni, ne consegue che il contributo complessivo del PD al funzionamento del sistema politico sarebbe elevato e ricadrebbe positivamente anche sui ceti popolari.

  Per essere all’altezza della sua indispensabilità (e del suo nome) il PD non può fare a meno del pluralismo interno, dell’incontro/scontro di posizioni diverse, di proposte, persino di prospettive in competizione. Mi pare che definire questa competizione come riguardante in maniera schematica, da un lato, i “movimentisti radicali” capeggiati dalla segretaria Schlein, dall’altro, i sobri “riformisti” che hanno abbandonato Bonaccini, sia troppo semplicistico e poco illuminante. Inoltre con riferimento alle dichiarazioni e alle non nuove prese di posizione dei riformisti vedo il duplice gravissimo rischio di indebolire il partito tanto nel ruolo di centro propulsore dell’opposizione quanto come asse portante dell’alternativa a venire. Comunque, il criterio principe con il quale valutare il tasso di riformismo dei riformisti non può essere quello di correre in soccorso delle “riforme” come quella della magistratura fatte dal governo Meloni, quasi un anticipo del soccorso da portare al più impegnativo e più dirompente premierato. Indebolendo il PD i rifomisti non stanno affatto facendo avanzare una prospettiva riformista. Al contrario, in parte danno qualcosa di più di una immeritata apertura di credito al governo (poi, si sa, i governi hanno sempre la possibilità di essere generosi), in parte maggiore ridimensionano il ruolo del loro partito, la sua indispensabilità e la sua efficacia. In definitiva, non giovano neppure al miglior funzionamento del sistema politico.

Pubblicato il 5 novembre 2025 su Domani

Un’altra sinistra è possibile, ma bisogna scompaginare @DomaniGiornale

Nelle Marche il Presidente uscente, Francesco Acquaroli, ha ottenuto 50 mila voti di più dello sfidante, Matteo Ricci, europarlamentare in carica da un anno per dieci anni visibilissimo sindaco di Pesaro. Nelle Marche ha votato il 50 per cento degli iscritti nelle liste elettorali. Più di 600 mila elettori hanno preferito astenersi. Una parte di loro sicuramente non è stata in grado di andare a votare per ragioni personali, professionali, congiunturali. Una parte ha consapevolmente              deciso di non andare a votare. Una parte non è stata né raggiunta né convinta dai candidati e dai loro partiti ad andare a votare. Eppure, la scelta sembrava importante.

   Anche se è giusto interrogarsi sul guaio giudiziario che si era aperto intorno a Ricci, altrettanto giusto chiedersi quanto mettere al collo la bandiera della Palestina possa essere stato controproducente, ancora più interessante sapere quanti elettori abbiano deciso di appoggiare il centro-destra marchigiano per evitare contraccolpi sul governo nazionale, la risposta più soddisfacente suggerita dai numeri è che la coalizione del centro-sinistra non ha saputo mobilitare abbastanza elettori.

Tenacemente e testardamente, coerentemente, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha dichiarato che, comunque, quella del campo largo è la coalizione da perseguire: TINA (There Is No Alternative). Per chi ragiona a bocce ferme è vero: i componenti possibili e necessari sono quelli e non si vedono in giro altri attori portatori di voti. Ma politica è, rimanendo nella mia metafora, sapere giocare con quelle bocce e con i giocatori cercando di creare movimento e entusiasmo. Insomma, facendo sì che una parte almeno degli spettatori decida di dare attivamente il suo contributo, di entrare in campo. Invece, gli elementi poco incoraggianti, se non addirittura scoraggianti sembrano prevalere.

   Da un lato, una parte dei Democratici fa fatica a ingoiare la necessità di un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, ma non riesce a proporre qualcosa di diverso. Dall’altro lato, il capo delle 5 Stelle cerca quasi scientificamente di sfruttare tutte le tematiche che siano controverse all’interno del PD, a cominciare da quelle che riguardano le politiche europee, non soltanto la difesa. Tutti, poi, percepiscono che fin troppo spesso Giuseppe Conte lascia trapelare la sua ambizione di tornare a Palazzo Chigi. Anche se palesemente non sostenuta dai numeri, questa ambizione sicuramente turba non pochi elettori e consente a troppi male intenzionati commentatori di usarla contro Schlein. In qualsiasi contesto democratico, la Germania è da decenni l’esempio migliore, indiscussa è la candidatura a capo del governo del/la leader del partito che ottiene più voti. Altrimenti, si ha ricatto, anche quando non esplicito, che sicuramente inquieterebbe non pochi elettori. Infine, sicuramente fanno problema anche coloro, come spesso Carlo Calenda, che si oppongono a qualsiasi alleanza con i 5 Stelle, ma mancano della capacità di supplire al venir meno di quei voti. Però, è anche vero che è probabile che almeno una parte di elettori pentastellati nel momento della verità voterebbe comunque per una coalizione contro il governo. Peraltro, nelle Marche i numeri indicano che molti elettori già pentastellati hanno scelto di non andare alle urne forse memori del non lontano passato renziano di Matteo Ricci.

È molto probabile che le coalizioni volute da Schlein vinceranno in Toscana, Puglia e Campania, ma il rischio è che di conseguenza gli interrogativi scomodi proprio sulla qualità dei campi larghi vengano fatti sparire. Certo, l’obiettivo grosso è costituito dalle elezioni politiche nazionali del 2027. Bisognerebbe sapere fare, come scrisse e più volte disse quel grande uomo di sinistra che fu Vittorio Foa, la mossa del cavallo. Scompaginare. Uscire da quella che non sempre è una confort zone per andare a battibeccare con gli astensionisti. Meglio cominciare subito.

Pubblicato il 1° ottobre 2025 su Domani

Le fatiche di Sisifo della sinistra multiforme @DomaniGiornale

Da qualche tempo, forse più che nel recente passato, per intenderci ai tempi dei governi guidati da Berlusconi, le opposizioni italiane si (rap)presentano all’elettorato e all’opinione pubblica in maniera frammentata e particolaristica, conflittuale al loro interno, improponibili come governanti. In parte consapevolmente e deliberatamente, in parte anche, va detto, con egoismo e insipienza, sembrano avere deciso che ciascuna di loro rappresenta una sua parte di elettorato, che a ciascuna di loro viene appaltata quasi in esclusiva una tematica importante.

   Coerentemente con la sigla prescelta, Alternativa Verdi e Sinistra si definisce con riferimento alle tematiche ambientali, affidate a Bonelli, e alle tematiche sociali più antagoniste (quelle sulle quali il Partito Democratico è più timido) riserva di Fratoianni, sempre televisivamente ripresi insieme (par condicio). Lasciato un po’ (troppo) sullo sfondo il reddito di cittadinanza, le 5 Stelle di Giuseppe Conte, lui più che altri, si caratterizzano come il partito più contrario alla guerra con tutte le ambiguità del caso. Dal canto loro, Renzi e Calenda sono essi stessi tutto un programma personalistico e non esitano a rimarcarlo in maniera più o meno plateale ogniqualvolta possibile, preferendo farlo con prese di distanza rispetto alle posizioni del Partito Democratico.

   In quanto vero e proprio, anche se spesso insoddisfacentemente, partito, il PD non può limitarsi a possedere una sola preminente e prominente tematica che lo caratterizzi una volta per tutte. In aggiunta alla sanità e al salario minimo garantito (che non merita di essere lasciato appassire), deve avere una pluralità di offerte e di posizioni programmatiche e deve cercare di fare sintesi con quelle dei potenziali e indispensabili alleati. Al suo interno, e non soltanto perché la segretaria Elly Schlein da quell’interno, che poco si concilia con alcune sue propensioni di movimento, non viene e poco lo conosce, stanno diverse “sensibilità” che cercano di manifestarsi, per l’appunto intorno ad una tematica. Di recente, sono stati i cattolici, sì, lo so, molto più di una semplice tematica, piuttosto un posizionamento (ideale?), a esprimere il loro disagio. La sostanza complessiva è che l’elettorato percepisce una immagine variegata delle opposizioni che, talvolta attrae e talvolta respinge, a seconda dei luoghi e della prevalenza non del tutto casuale di uno o di altro oppositore.

Marciare separati per offrire il massimo di rappresentanza ad una società frammentata e conflittuale, agitata da interessi particolaristici è comprensibile. Può servire e riuscire, ma è una fatica di Sisifo. Richiede determinazione, pazienza e raffinatezza. Si esaurisce di volta in volta. Per stare alle parole della politica, il campo deve essere definito, popolato e allargato costantemente. Per colpire uniti, che è la seconda, decisiva fase, se non ad una unità impossibile, forse neppure desiderabile, da chi crede che il pluralismo è la vera ricchezza, è essenziale non soltanto formulare un programma, non una sommatoria, coerente, ma dimostrare molto più che la semplice condivisione e intenzione di sostenerlo. Invece, nelle aule del Parlamento, nel salotti dei talk televisivi, sui social, nelle piazze, i dirigenti delle opposizioni ricercano la loro visibilità segnalando quanto gli altri siano distanti e, soprattutto, siano in errore, sbaglino. Gli elettori vedono e sentono, alcuni se ne dolgono e se ne vanno (lontano dalle urne). Pochi, non sufficienti, si lasciano attrarre da promesse contrastanti. Altri, lo sappiamo da diverse ricerche, non vogliono un governo attraversato da tensioni che potrebbero essere paralizzanti se non letali.

Sarebbe sbagliato chiedere alle opposizioni di appiattirsi abbandonando temi cari e importanti per l’lettorato, ma se non riescono ad elaborare una credibile prospettiva di governo non all’ultimo minuto, il futuro loro e quel che più conta dei loro elettori sarà triste e gramo.

Pubblicato il 3 settembre 2025 su Domani

Sarebbe un errore fatale rendere essenziale l’alleanza con i 5Stelle… #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Riccardo Tripepi

Con l’avvicinarsi delle prossime elezioni regionali, si intensifica il clima da campagna elettorale e per quel che attiene il centrosinistra, si discute sulle reali possibilità del campo largo in sperimentazione di strappare qualche regione al centrodestra e, soprattutto, sulla tenuta dell’alleanza tra PdMovimento 5 Stelle e le forze centriste. L’ennesimo scontro tra il leader di Italia Viva Matteo Renzi e l’omologo di Azione Carlo Calenda, da questo punto di vista, non fa ben sperare. Per analizzare lo scenario in continua evoluzione abbiamo discusso con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica e autore del saggio In nome del popolo sovrano – Potere e ambiguità delle riforme in democrazia.

Professore, come si presenta il centrosinistra in vista delle prossime elezioni regionali?

Il centrosinistra, per una volta, si presenta meglio del solito. Non ci sono state rotture irreparabili, e le marce di avvicinamento fra le diverse componenti sembrano più convincenti che in passato. Non tutto è risolto, ma si aprono degli spiragli per riuscire a fare qualcosa in più rispetto al recente passato. Penso che il centrosinistra possa giocarsi la vittoria in quattro o cinque regioni. Se riuscisse a conquistare anche la Calabria, sarebbe un risultato di grande rilievo. La partita in Veneto, invece, sarà molto più difficile. Nel complesso, però, arriva a questa tornata elettorale in condizioni migliori rispetto alle precedenti.

Matteo Renzi, dalla sua newsletter, ha indicato come «indispensabile» un’alleanza con i Cinque Stelle per costruire un vero campo largo. È d’accordo?

L’alleanza con i Cinque Stelle è importante, ma non dev’essere vista come una condizione imprescindibile. Il centrosinistra non può permettersi di dipendere interamente da questa intesa. La retorica che rende il Movimento Cinque Stelle “essenziale” per qualsiasi campagna o strategia elettorale è sbagliata. Sono alleati importanti ma non sono da considerare fondamentali per ogni campagna elettorale e per ogni elezione. Gli accordi vanno poi verificati caso per caso.

Il leader di Azione Carlo Calenda ha reagito con durezza alle parole di Renzi, dicendo che Azione non sosterrà mai candidati comuni con i Cinque Stelle…

Calenda reagisce male per abitudine, direi quasi per riflesso. Ma non è mai in grado di proporre un’alternativa credibile. È sbagliato porre veti perfino all’inizio della discussione. E sbaglia anche nel valutare il proprio peso politico: si illude di essere decisivo, ma finora è stato determinante solo nelle sconfitte. Un atteggiamento costruttivo sarebbe quello di contribuire alla definizione di candidature e programmi credibili, non certo quello di alzare barricate.

Lo stato di salute dei rapporti tra Pd e Movimento 5 Stelle, invece, come lo valuta?

Deve ancora migliorare. Le alleanze regionali e comunali dovrebbero essere decise in base alle dinamiche locali, non imposte dall’alto. È un errore che Conte e Schlein non devono commettere. Ogni territorio ha le sue peculiarità, e gli accordi vanno costruiti sul campo, coinvolgendo i gruppi dirigenti locali. I diktat nazionali producono solo risentimenti e fallimenti.

Per qualche interprete Pd e Movimento Cinque Stelle si stanno dividendo il Paese: il Pd punta al Centro- Nord, il Movimento al Sud, puntando anche al reddito di dignità regionale, parente stretto del reddito di cittadinanza. È così?

Può succedere che si formino queste dinamiche. Ma non bisogna esagerare con le semplificazioni. Prendiamo l’esempio di Roberto Fico in Campania: non mi pare stia interpretando una linea che punti esclusivamente verso politiche di tipo assistenzialista. È chiaro che al Sud servano anche politiche di sostegno, ma non ci si può fermare lì. Serve una strategia di sviluppo, una visione strutturata. Diversamente, si perpetua l’idea che il Sud sia solo una terra da aiutare e non da valorizzare. Ma non mi sembra strano che si offra sostegno alle aree più deboli del Paese.

E il centrodestra? Come arriva a questa tornata elettorale?

Il centrodestra parte da una posizione di forza: è al governo e ha una leader indiscussa, Giorgia Meloni, che riesce a tenere insieme la coalizione e a controllare tutto. I suoi vice Antonio Tajani e Matteo Salvini non sono in grado di insidiarle la leadership. E poi i leader del centrodestra sanno perfettamente che devono stare insieme, non uniti, per vincere. Questo garantisce stabilità all’alleanza che può anche concedere qualche sciagurato giro di valzer a qualche attore e soprattutto a Matteo Salvini che ha bisogno di visibilità. Alla fine, però, si ricompattano sempre.

Secondo lei il risultato delle elezioni regionali può influire sulla tenuta del governo Meloni?

Credo di no. Il governo deve andare avanti sia sul piano nazionale che su quello internazionale. Le elezioni regionali hanno una loro dinamica distinta e non determinano automaticamente ripercussioni sulla tenuta dell’esecutivo. Vale per qualsiasi maggioranza, di destra o di sinistra: governare significa assumersi la responsabilità di guidare il Paese, indipendentemente dall’esito delle consultazioni locali.

Pubblicato il 27 agosto 2025 su Il Dubbio