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Buongoverno la lezione del voto

In Emilia-Romagna ha avuto ragione il Presidente uscente Stefano Bonaccini a impostare la campagna elettorale su tematiche specificamente regionali. Invece, ha sbagliato e ha perso nettamente Matteo Salvini cercando di utilizzare il voto degli emiliani-romagnoli come un’arma contro il governo nazionale. Non soltanto tutti i dati disponibili dicono che da tempo la Regione Emilia-Romagna è in testa a quasi tutte le graduatorie nazionali, ma la candidata della Lega appariva inadeguata tanto che stava sempre, non solo figurativamente, almeno due passi dietro Salvini. La seria battuta d’arresto di Salvini nella sua apparentemente irresistibile avanzata si accompagna anche al sorpasso in termini di voti del Partito Democratico sulla Lega che era diventato il primo partito nelle elezioni europee del non lontano maggio 2019. La crescita elettorale del PD, comunque, l’argine effettivo nei confronti della Lega, è quasi sicuramente dovuta anche alla intensa mobilitazione delle “sardine” contro Salvini stesso e la sua propaganda sempre ai limiti delle offese e dell’odio.

Proprio nei luoghi, da Bologna a Parma, dove era nato a suon di “vaffa” indirizzati per lo più contro il Partito Democratico e i suoi dirigenti, il Movimento 5 Stelle registra la sua caduta ai livelli più bassi del consenso elettorale. Paga il prezzo di una leadership nazionale inadeguata e in via di trasformazione, delle sue incertezze se presentarsi o no e se rivendicare o no la (bontà della) sua coalizione di governo con il PD. L’insoddisfazione politica e il desiderio di profondo cambiamento che il Movimento aveva intercettato e interpretato si sono oggi diretti, almeno in Emilia-Romagna, altrove. In buona misura è possibile e corretto sostenere che le sardine hanno saputo cogliere una parte di quella insoddisfazione soprattutto fra molti di coloro che, nell’ampio ambito della sinistra, erano preoccupati, scettici, sconfortati. Le sardine hanno ottenuto un buon successo di mobilitazione, ma adesso il compito diventa più difficile: come organizzare e mantenere la mobilitazione, quale struttura leggera, ma efficiente, costruire?

La mancata “spallata” salviniana e, più in generale, della destra, al governo è una buona notizia per il Presidente del Consiglio e per gli italiani che pensano che la stabilità politica è indispensabile per rimettere in moto l’economia e fare alcune importanti riforme. Con moderazione, il Partito Democratico e il suo segretario possono rallegrarsi senza, però, abbandonare l’arduo compito di costruire una struttura politica più aperta e più capace di includere le diversità della sinistra. Triste sembra, invece, il destino dei Cinque Stelle incapaci di bloccare le ingenti perdite verificatesi anche nel voto in Calabria. Ragionando, dovrebbero cercare di guadagnare tempo restando al governo, rivendicando le loro riforme nella speranza che l’elettorato torni da loro. L’Emilia-Romagna dice che il buongoverno può essere premiato.

Pubblicato AGL il 28 gennaio 2020

Dopo il voto regionale chi ha vinto e chi ha perso? L’analisi e le conseguenze #intervista @LumsaNews

Lumsanews ha intervistato il politologo Gianfranco Pasquino sugli esiti del voto
Intervista raccolta da Diana Sarti

All’indomani dei risultati elettorali ottenuti dai partiti nelle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria, Lumsanews ha intervistato il politologo Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna, per analizzare gli esiti del voto e i risvolti che questo avrà.

Quale partito esce rafforzato da questa tornata elettorale?

“Sicuramente il Partito democratico che in Emilia Romagna riesce a effettuare il controsorpasso sulla Lega. La Lega lo aveva sorpassato alle elezioni europee del maggio 2019 e in queste elezioni invece c’è stato il controsorpasso del Pd. Chi ne esce malissimo è invece il Movimento 5 Stelle in entrambe le regioni. La Lega non ne esce benissimo perché aveva investito molto sulle elezioni in Emilia Romagna e invece ha perso nonostante tutto quello che Matteo Salvini potrà dire.”

Le elezioni regionali hanno evidenziato tutte le difficoltà del M5S. È corretto parlare di ritorno al bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra?

“Penso di no. I partiti devono essere contati quando contano, questa è la lezione di Giovanni Sartori. Vale a dire quando sono in grado di dare vita a coalizioni di governo o quando dall’opposizione sono in grado di influenzare l’azione di governo. Il sistema partitico italiano è multipartitico. Non siamo nel bipolarismo anche se qualche volta può esserci una competizione bipolare come nel caso delle elezioni regionali.”

L’alta affluenza che si è registrata alle urne in Emilia Romagna (67,7%) come la interpreta? Quanto hanno pesato le Sardine?

“Il paragone andrebbe fatto tra le elezioni amministrative di ieri e le elezioni europee del 2019 perché le elezioni regionali del 2014 videro il livello più basso di affluenza, una parte di dissenzienti di sinistra non andò a votare. Credo comunque che una leggera crescita di affluenza ci sia stata. Gli elettori sapevano che la posta in gioco era molto alta. La scelta era tra mantenere la situazione attuale che ha dato grandi vantaggi alla regione oppure provare con una candidata inesperta per avere qualche cosa di diverso.
Le Sardine poi hanno contribuito a svegliare una parte di elettorato di sinistra. Probabilmente hanno anche convinto i giovani che bisogna andare a votare anche quando è la prima volta. Il loro voto ha avuto effetti positivi per la Sinistra nel suo insieme.”

Quali riflessi ci saranno sul governo? Il Pd potrebbe rivendicare più potere all’interno della maggioranza.

“Il Pd sbaglierebbe a rivendicare più poteri. Quello che conta sono i numeri in Parlamento e il M5S continua a essere più grande del Pd in Parlamento. È nell’interesse del Pd e dei 5S continuare in questa esperienza. Il Pd semmai deve ricordare ai 5s che le cose devono essere fatte. Le riforme concordate devono essere fatte o riformate a loro volta. Le due scadenze chiave sono la fine della legislatura nel marzo 2023 e poi l’elezione del Presidente della Repubblica nel gennaio del 2022.”

Pubblicato il 27 Gennaio 2020

 

Esageruma nen. Richiamo alla moderazione nella lettura del voto @HuffPostItalia

Tre ragioni (non facilmente riproducibili) della vittoria del centrosinistra e tre della sconfitta del centrodestra in Emilia Romagna

 

“Esageruma nen”. Comincio con una espressione del mio maestro Norberto Bobbio, vale a dire un opportuno richiamo alla moderazione e alla sobrietà. Nella madre di tutte le elezioni regionali, il centro-sinistra vince e Salvini subisce una seria battuta d’arresto.

La vittoria del centro-sinistra è dovuta ad almeno tre fattori significativi, non facilmente riproducibili. In primo luogo, la saggia e opportuna decisione del presidente uscente di mettere l’accento sulla sua opera di governo e sui dati strutturali dell’Emilia-Romagna, da settant’anni positivi, che ne fanno una delle tre regioni meglio governate d’Italia. In secondo luogo, dalla ripresa del Partito Democratico finalmente tornato con meno arroganza sul territorio, a contatto con le persone. In terzo luogo, alla mobilitazione dei dormienti, degli scettici, dei rassegnati elettori di sinistra che avevano disertato le urne nel 2014 (che, incidentalmente, non sono il termine di paragone migliore per valutare la affluenza del 2020, suggerisco di guardare alle elezioni europee del maggio 2019).

A sua volta, la sconfitta di Salvini deriva da tre elementi. Primo, avere voluto fare dell’Emilia-Romagna una sorta di ariete per travolgere il governo nazionale. Chiaro che una parte degli elettori emiliano-romagnoli ha voluto anche difendere l’esistenza di quel governo. Secondo, avere fatto una campagna elettorale sporca e cattiva, senza scrupoli, con esagerazioni di offese e insulti. Terzo, avere scelto una candidata inadeguata priva di qualità e di esperienza amministrativa, che Salvini stesso ha messo ai margini in praticamente tutte le sue numerosissime iniziative. Persino la concessione della dura sconfitta è stata orgogliosamente rivendicata da Salvini in assenza della Borgonzoni.

Naturalmente, nulla finisce qui, a Bologna e in Emilia-Romagna.

Le pur declinanti Cinque Stelle dovrebbero rendersi conto che continuare a sostenere il governo e cercare di attuare altre riforme è l’unica strada per sopravvivere nella speranza che, ristrutturando la loro organizzazione, ritorni almeno parte del molto consenso malamente perduto. Il Partito Democratico non deve gioire troppo poiché l’Emilia-Romagna, non da oggi, non è “generalizzabile”.

Non è affatto un “laboratorio”, ma un’esperienza storica da valorizzare e dalla quale trarre almeno un insegnamento: la politica va davvero fatta sul territorio, tornando a interloquire con i cittadini, proprio come ha faticosamente, ma con successo, provato Bonaccini.

Infine, con insistenza, ma con la consapevolezza che è difficilissimo, incidere sul dibattito pubblico male orientato da un paio di decenni, aggiungo alcune riflessioni. Primo, nessuna elezione regionale può essere utilizzata pro o contro il governo che, nelle democrazie parlamentari, nasce, vive, cambia in base alla fiducia del Parlamento. Secondo, che gli elettori, non solo quelli italiani, sanno distinguere fra i tipi di elezioni: amministrative, regionali, politiche, europee e sanno cambiare il loro voto a seconda dell’offerta politica che viene fatta. Terzo, non dare nulla per scontato in un sistema partitico destrutturato.

C’è chi nasce, chi declina (anche Forza Italia), chi si trasforma. L’Emilia-Romagna dice alto e forte che molti esiti sono possibili, persino quelli favorevoli al centro-sinistra (sic).

Pubblicato il 27 gennaio 2020 su huffingtonpost.it

Il voto in Emilia Romagna, Zingaretti e le Sardine. Intervista al professor Gianfranco Pasquino @RadioRadicale

Intervista di Roberta Jannuzzi
27 gennaio 2020 – Durata: 10′ 49″

Ascolta

 

L’Emilia Romagna al centrosinistra, la Calabria al centrodestra.
Questi i risultati delle Regionali, che vedono il dem Bonaccini superare la leghista Borgonzoni e la forzista Santelli trionfare sull’imprenditore Callipo.
Crollo M5s in entrambe le regioni.
Il Pd è di nuovo il primo partito in Emilia-Romagna e il suo segretario, Nicola Zingaretti, parla di un ritorno a un sistema bipolare.
Il leader della Lega Matteo Salvini ricorda che si è fatto tutto quello che si poteva e promette che il cambiamento è solo rimandato.
Sconfitta per il M5s: capo reggente, Vito Crimi, invita a non arrendersi e a
 stare uniti.
Trionfo silenzioso per le Sardine che hanno contribuito a mobilitare l’elettorato

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LA DEMOCRAZIA NEI PARTITI (DEGLI ALTRI)

da La democrazia nei partiti (degli altri), in “il Mulino”, vol. LXVIII, Novembre/Dicembre 2019, pp. 908-915)

Se non c’è democrazia nel Partito Socialdemocratico tedesco, che cerca di introdurre la democrazia nel sistema politico della Germania imperiale e lotta per ottenerla, la democrazia non potrà mai affermarsi. Al contrario, si imporrà, scrisse memorabilmente Robert Michels, “la legge ferrea dell’oligarchia” (La sociologia del partito politico, ed. originale 1911, trad. it. Il Mulino, 1966. Questa edizione contiene una splendida, illuminante e insuperata introduzione di Juan Linz, Michels e il suo contributo alla sociologia politica, pp.VII-CXIX). L’apparentemente inevitabile concentrazione di potere nelle mani di coloro che controllano le informazioni, le comunicazioni, la distribuzione delle cariche e le fonti di finanziamento delle associazioni impedisce la comparsa della democrazia nel sistema politico a tutto vantaggio delle oligarchie, anche di partito, nei partiti. In sostanza si presenta il dilemma se sia meglio costruire un’arma organizzativa (copyright Philip Selznick 1960) per vincere le elezioni in modo da avere l’opportunità di tradurre i programmi del partito in politiche pubbliche che soddisfino le preferenze e le necessità degli elettori oppure dare voce agli iscritti, agli attivisti, spesso carrieristi, talvolta ideologicamente irrigiditi e lasciarsi guidare dalle loro maggioranze spesso mutevoli qual piume al vento che potrebbero essere poco rappresentative degli elettori e incapaci di conseguire vittorie elettorali. Un po’ dovunque questo dilemma, spesso non così limpidamente visibile, si presenta ai dirigenti dei partiti pressati dal desiderio di vincere le elezioni, ma obbligati a tenere conto delle preferenze e delle opinioni, se non degli iscritti, quantomeno dei militanti ai quali debbono le loro cariche e senza i quali l’organizzazione partitica non potrebbe funzionare.

Che cosa vuole comunicare agli italiani l’inciso “con metodo democratico” dell’art. 49 della Costituzione riferito alla concorrenza fra partiti per “determinare la politica nazionale”? Michels si preoccupava giustamente dell’emergere di una oligarchia di/nel partito che si sarebbe dedicata prevalentemente al perseguimento degli obiettivi di avanzamento personale e di carriera dei dirigenti a scapito delle preferenze degli iscritti. Però, se (anche) così facendo, quell’oligarchia di funzionari avesse condotto il partito a vittoria elettorale dopo vittoria elettorale e conquistato il potere di governare, avrebbe/avremmo comunque dovuto lamentare la mancanza o le limitazioni di democrazia all’interno del partito? Giunto al governo quel partito ha la grande opportunità di produrre politiche pubbliche che migliorano la vita del suo elettorato, forse di tutti gli elettori e, di conseguenza, anche dei suoi iscritti. È accettabile sacrificare un po’/molta/quanta democrazia interna all’efficienza politica? Oppure dovrebbero tutti i partiti considerare la democrazia al loro interno non soltanto un mezzo, ma, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, un fine in se stesso?

Leggendo criticamente Michels e andando al cuore della sua tesi, Giovanni Sartori (Democrazia, burocrazia e oligarchia nei partiti, in “Rassegna Italiana di Sociologia”, n. 3, 1960, pp. 119-136) ha sostenuto che i partiti hanno la facoltà di darsi qualsiasi modalità organizzativa preferiscano. È presumibile e auspicabile che coloro che si iscrivono ad un partito ne conoscano almeno in una certa misura le modalità di funzionamento e, con la loro iscrizione, le accettino. Potranno, poi, nel corso del tempo anche cambiare idea passando, come ha acutissimamente messo in rilievo Albert O. Hirschman (Lealtà defezione protesta, Bompiani 1982, ed. originale 1970), dalla lealtà, il sostegno ai dirigenti e alle loro attività, alla protesta (voice), vale a dire la critica dei comportamenti, fino alla defezione (exit), all’abbandono del partito. Protesta e defezione sono i comportamenti più probabili quando il partito perde voti e di conseguenza subisce sconfitte elettorali a presumibile causa della linea politica applicata dai dirigenti e della candidature da loro prescelte. Allora, forse soltanto allora, gli iscritti accuseranno i dirigenti di scarsa democrazia interna, per l’appunto, avendo formulato un brutto programma, selezionato malamente le candidature, avendo condotto una inadeguata campagna elettorale.

Il detonatore di tutte queste accuse e critiche è la sconfitta elettorale nella libera competizione per ottenere voti e seggi cosicché, ha affermato Sartori, quel che conta di più non è la democrazia nei partiti, in quello specifico partito, ma la democrazia fra i partiti, che si esplica nella, per usare la parola che deriva dalla Costituzione italiana, concorrenza fra i partiti. Infatti, gli esiti negativi della concorrenza politica e elettorale per alcuni partiti possono condurre a pratiche da considerarsi democratiche: sostituzione totale o parziale dei gruppi dirigenti (scrisse Michels che la circolazione delle élites “non avviene come un ricambio vero e proprio, quanto piuttosto sotto la forma di un amalgamarsi dei nuovi elementi con i vecchi”, p. 502), più ampio coinvolgimento degli iscritti nella selezione delle candidature e nella formulazione del programma, estensione della partecipazione degli iscritti alle decisioni che riguardano tematiche giorno per giorno, ma anche di lungo periodo. Esiste la possibilità che la concorrenza “con metodo democratico” fra i partiti, comunque elemento imprescindibile della democrazia nel sistema politico, stimoli e produca pratiche democratiche anche all’interno dei singoli partiti. Tuttavia, questo punto è molto importante, ciascuna e tutte queste pratiche non sono imposte per legge, ma dipendono essenzialmente dalla valutazione e dalla volontà dei dirigenti e degli iscritti, delle loro interazioni. Saranno loro a scegliere quali pratiche utilizzare, come e quando. Sottolineo questo punto poiché sento pericolosamente serpeggiare la tentazione di imporre dall’alto ai partiti una regolamentazione che finirebbe per essere omologante e persino oppressiva. Rimango dell’idea che per tutte le associazioni dei più vari generi, ma soprattutto per quelle che esplicano attività politiche in senso lato, allo stesso modo che per i partiti deve valere l’invito-auspicio pronunciato nella sua fase liberaleggiante dal compagno Presidente Mao zedong: “che cento fiori fioriscano, che cento scuole di pensiero gareggino”. A scanso di equivoci, temo di dovere precisare che so che non esisteva ieri e non c’è oggi un elevatissimo tasso di democrazia nel Partito Comunista Cinese.

Nella misura in cui viene posto l’accento sulla concorrenza/competizione fra partiti da effettuarsi con “metodo democratico” per procedere alla determinazione della politica nazionale diventa inevitabile prendere in considerazione le leggi elettorali. Rassicuro subito i lettori. Non intendo riesumare l’infinito, never ending e pessimo dibattito italiano in materia né avventurarmi in qualsiasi nuova e sorprendente proposta. Già da tempo, dovremmo avere acquisito le conoscenze necessarie e avere imparato che i dirigenti di partito intendono quasi esclusivamente manipolare: non una buona legge per il paese, ma una legge che li ponga in condizione di vantaggio, comunque svantaggiando i concorrenti. Mi limito, invece, a sottolineare due punti. Se pensiamo con Sartori che la democrazia fra i partiti sia essenziale per offrire agli iscritti opportunità di partecipazione incisiva, allora abbiamo l’obbligo scientifico e “civico” di segnalare quali sono i criteri più appropriati per valutare i sistemi elettorali che consentano una migliore, più limpida, più trasparente concorrenza, quei sistemi che conferiscono maggiore potere agli elettori. Andiamo per esclusione. A determinate, non facili da attuare, condizioni, i sistemi elettorali proporzionali sono in grado di garantire una rappresentanza fair, equa all’elettorato, ma,se hanno liste chiuse, da un lato, limitano fortemente il potere di scelta degli elettori, dall’altro, la loro formula di traduzione di voti in seggi, soprattutto quando gli spostamenti da un partito all’altro sono contenuti, raramente consente di dire chi fra i (dirigenti dei) partiti ha davvero perso e chi ha davvero vinto. A fronte di variazioni del consenso misurabili in pochi punti percentuali, che è spesso la norma quando si usano leggi proporzionali, tutti o quasi i dirigenti dei partiti riusciranno facilmente a trovare giustificazioni plausibili e accettabili. Invece, nei sistemi maggioritari uninominali sia a turno unico sia a doppio turno, è sempre chiaro chi ha vinto e chi ha perso. Quindi, la responsabilità dei dirigenti di partito è molto più facilmente individuabile, attribuibile, valutabile. Non è certamente casuale che i dirigenti dei partiti in sistemi multipartitici che votano con leggi di rappresentanza proporzionale siano sostituiti con molta minore frequenza di quelli dei partiti laddove si vota con sistemi maggioritari. È un bell’argomento per ricerche comparate.

Riprendiamo il discorso da una semplice, ma cruciale affermazione: democrazia nei partiti non è solo possibilità e effettività di sostituzione dei gruppi dirigenti. Possiamo estendere il raggio d’azione dell’inciso “con metodo democratico” dalle attività e competizioni elettorali, che debbono essere combattute senza ricorso a forme che implichino violenza, manipolazioni, ricatti e altre modalità improprie, che oggi comprenderebbero anche la diffusione delle fake news e le interferenze elettroniche, l’hackeraggio, a quanto succede dentro le organizzazioni di partito. Infatti, sappiamo, che nella discussione sulla stesura di quell’articolo, una parte dei Costituenti, in particolare, liberali, moderati e democristiani, avevano di mira proprio le modalità di organizzazione interna dei partiti, il loro statuto, il loro funzionamento, e che socialisti (in particolare, Lelio Basso, il segretario del partito) e comunisti proprio non ne volevano sapere temendo, aggiungerei giustamente, intromissioni di ogni tipo, anche poliziesche, nella vita interna dei loro partiti, da parte di chi avrebbe ottenuto il potere di governare. Poi, ciascuno di quei partiti si diede il proprio statuto e l’organizzazione che riteneva più funzionale ai suoi obiettivi e forse anche per raggiungere quelle parti di elettorato che intendeva rappresentare. Nel bene e nel male, questo punto è da fermare.

In estrema sintesi, i democristiani diventarono un partito di oligarchie competitive nel quale le correnti rappresentavano effettivamente pezzi di società e si aggregavano variamente all’interno del partito. La corrente che occupava il centro poteva praticare la politica di più forni, e lo faceva. In un certo senso, le modalità di competizione e aggregazione della DC furono sempre relativamente democratiche, ma “gestite” da un ristretto gruppo di dirigenti. Ugualmente partito di correnti, il PSI ebbe un funzionamento che più si avvicinava alla democrazia intesa come competizione fra le correnti, ma certamente questa qualità non fu affatto di giovamento per il suo consenso elettorale. Quelle correnti socialiste ad alto tasso di ideologia non pescavano a sufficienza nella società e talvolta, invece, di battersi per attrarre elettori entravano in conflitto interno per conquistare le cariche dirigenziali –nessuna delle quali veniva definita “poltrona”. Quando nel 1968 telefonai alla Federazione del PSI di Torino chiedendo quali fossero i candidati giolittiani e lombardiani, poiché intendevo dare loro le mie quattro preferenze,mi risposero negando l’esistenza di simili appartenenze.

Molto è stato scritto sul centralismo democratico, il principio organizzativo interno del Partito comunista italiano, ma anche di tutti i partiti comunisti, occidentali e no. Sappiamo che nella grande maggioranza dei casi le decisioni erano prese dal gruppo dirigente al vertice, che, certo, aveva previamente raccolto e conosceva gli umori della base, e venivano poi trasmesse agli iscritti che le ratificavano per convinzione e per conformismo (sarebbe bello potere misurare la quantità di entrambi). Le candidature alle cariche elettive erano talvolta espresse dalla base, talvolta paracadutate dal vertice, talvolta emerse da processi sociali che avevano individuato leadership “naturali”, vale a dire, dotate delle qualità desiderate. A lungo e prevalentemente, i due principi del modello organizzativo: centralismo e democrazia interagirono in maniera virtuosa, ma in quello che avrebbe potuto essere un momento di straordinaria svolta: “i fatti di Ungheria”, il centralismo, consapevole delle preferenze di quella che chiamerò la Piattaforma Stalin, prevalse e i dissenzienti, soprattutto del mondo intellettuale, dopo avere espresso la loro protesta (voice), si sentirono obbligati ad andarsene (exit). Mi sono spesso chiesto quanto la impossibile alternanza abbia contribuito al mantenimento del centralismo democratico che consentiva al vertice di evitare qualsiasi “punizione” per le sconfitte elettorali, ad esempio, nel 1948 e nel 1979 e poi 1983. Eppure, a lungo il centralismo democratico servì anche alla politica comunista della rappresentanza: reclutare e candidare persone che avessero radicamento in taluni ambienti e fossero portatrici di istanze di alcune associazioni, già fiancheggiatrici oppure da raggiungere.

Nulla di tutto questo esiste più oggi. Chi si preoccupa, più o meno ipocritamente, della mancanza di democrazia all’interno dei partiti italiani, sa che dovrebbe cominciare da Forza Italia, sempre dominata et pour cause da Silvio Berlusconi. Quanto alle procedure decisionali su qualsiasi argomento, possiamo soltanto dire che portano a esiti che riflettono le preferenze di volta in volta espresse da Silvio Berlusconi. Sappiamo che non esiste nessun luogo dove si procede alla scelta delle candidature alle cariche elettive tranne Arcore e la modalità è appropriatamente definita casting, quello che fanno i registi teatrali e cinematografici. Non conosciamo, considero questo il test decisivo, nessuna situazione nella quale le preferenze di Berlusconi siano state sconfitte in una qualsivoglia votazione. Ricordo che nel corso del tempo, Forza Italia e Berlusconi sono stati solo saltuariamente raramente criticati per la mancanza di democrazia interna all’organizzazione, e mai dagli aderenti, dai dirigenti, dai parlamentari, dagli eletti nelle varie assemblee. Al polo, per così dire, opposto stanno LiberieUguali per i quali la scelta delle candidature è stata l’esito di una complessa negoziazione fra piccoli oligarchi, che non ha nulla a che vedere con qualsivoglia modalità democratica.

Nel Partito Democratico, quelle che sono pudicamente definite le varie sensibilità (o anime) del partito sono, fuori dai denti, vere e proprie correnti con gli affiliati che votano secondo le indicazioni sostanzialmente vincolanti del capo corrente e, da quel che sappiamo, con le candidature imposte dal segretario del partito a prescindere da qualsiasi considerazione che esuli dalla fedeltà delle prescelte/i. La novità del PD è che le candidature alle cariche elettive monocratiche, ad esempio, sindaco e presidente della regione, e l’elezione del segretario del partito sono affidate ad un “selettorato” che non è fatto dagli iscritti al partito, ma, senza nessuna garanzia, da tutti coloro che si autocertifichino come simpatizzanti del partito, passati, e probabilmente futuri, elettori del partito. Possiamo attribuire una valutazione positiva alla pratica delle primarie e all’elezione popolare del segretario, ma certo hanno poco o nulla a che vedere con la democrazia all’interno del partito. Anzi, com’è noto, non sono pochi gli iscritti al Partito Democratico che lamentano la perdita di potere a favore dei partecipanti alle primarie e all’elezione del segretario.

Diverso è il discorso che deve essere fatto per le procedure affidate alla Piattaforma Rousseau dal Movimento Cinque Stelle, utilizzate per la scelta delle candidature a varie cariche, nel 2018 quelle parlamentari, e di recente messe in atto per decidere come i parlamentari dovessero comportarsi/votare se consentire oppure no ai magistrati di porre sotto processo l’allora Ministro Matteo Salvini e, infine, se dare vita o no ad una coalizione di govern o con il Partito Democratico. Tralascio qualsiasi considerazione, peraltro, del tutto legittima, sulla opacità della piattaforma, quella meno legittima sulla tempistica della consultazione e quella, a mio parere sbagliata, sull’esito che avrebbe vincolato i parlamentari. Credo che il quesito di fondo riguardi, piuttosto, se queste consultazioni degli iscritti alla Piattaforma si configurino oppure no come una modalità di esercizio del metodo democratico. Per rispondere correttamente e convincentemente al quesito, è tanto opportuno quanto indispensabile tentare di definire il metodo democratico e stabilire come concretamente dovrebbe estrinsecarsi, vale a dire quali sono le sue componenti minime e imprescindibili.

Ipotizzo e argomento che, da un lato, debbano essere gli iscritti stessi a formulare e approvare le regole riguardanti i loro diritti, i loro doveri e i loro poteri fino a scrivere un vero e proprio Statuto (e non mi importa se verrà definito non-Statuto o con qualsiasi altra denominazione); dall’altro, pur con qualche perplessità, credo che fra i poteri degli iscritti sia indispensabile collocare in bella evidenza quello di fare ricorso ai tribunali della Repubblica per dirimere i conflitti interni riguardanti le eventuali violazioni degli Statuti. Rimango, però, fermo nella mia convinzione che non è affatto auspicabile ricorrere alla stesura e all’imposizione di uno Statuto tipo a tutte le organizzazioni, politiche e no, che, qui sta il discrimine, intendano presentare candidature alle elezioni. Questo non significa affatto che le procedure prescelte dalle varie organizzazioni. Movimento 5 Stelle compreso, non possano essere criticate una volta che siano chiaramente esplicitati i criteri in base ai quali sono formulate le critiche.

Non è questo il luogo nel quale formulare proposte dettagliate relativamente al se e al come incardinare il “metodo democratico”nel funzionamento dei partiti italiani. Preferisco suggerire di guardare, poiché lo ritengo di gran lunga più importante, alle condizioni nelle quali si trova la società italiana nei suoi rapporti complessivi con la politica. Ci sarà anche stata un’esplosione di interesse per i talk show dell’agosto 2019 subito dopo e durante la crisi di governo. A proposito, attraverso quali procedure decisionali Matteo Salvini giunse alla stesura della mozione di sfiducia del governo di cui faceva parte come Ministro degli Interni? Chi ratificò e come, con una votazione fra gli iscritti?, quanto da lui deciso? La transizione degli italiani da spettatori a attori rimane tutta da valutare. Quello che sappiamo, però, è che è tuttora molto elevata la percentuale di coloro che dichiarano di non interessarsi alla politica, che rivelano di avere conoscenze molto limitate sulla politica, che partecipano poco ad attività politiche diverse dal voto, ad esempio, iscrivendosi ai partiti e contribuendo personalmente alla loro vita(lità), al loro funzionamento. Sappiamo anche che la qualità della conversazione politica e democratica è notevolmente peggiorata a cominciare dal lessico: inciucio, poltrone, casta, accordicchi, ribaltoni etc. Che di questo peggioramento portano grandi responsabilità non soltanto gli uomini (e le donne) in politica, ma i comunicatori stessi a cominciare dai giornalisti che commentano gli avvenimenti politici e molti di coloro che usano i social network. In queste condizioni generali, andare alla ricerca di modalità che consentano di applicare il metodo democratico alla vita dei partiti è un obiettivo forse nobile, ma che ha pochissime chance di essere conseguito.

Sono giunto alla conclusione, che esprimo come congettura, che il meglio che è possibile ottenere in Italia oggi e domani è la creazione di condizioni che consentano alla competizione fra i partiti di essere massima, senza rete, nella speranza che le conseguenze sui partiti consistano nell’accrescimento del potere degli iscritti sia nella valutazione dei dirigenti e degli eletti sia nel comminare sanzioni. Alla fine, la circolazione delle elite e la trasparenza delle procedure decisionali, sono quasi certo che Michels concorderebbe, è un risultato tutt’altro che disprezzabile.

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Dal 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei.

Né martire né furfante, per ora #gregoretti

Con il voto dei suoi cinque senatori leghisti, Matteo Salvini ha ottenuto quel che, dopo qualche giravolta, voleva. La Giunta delle autorizzazioni a procedere ha deciso di inviare all’aula del Senato la raccomandazione di consentire l’apertura del processo nei suoi confronti per sequestro di persona. Il 17 febbraio saranno, dunque, i senatori a stabilire, non la colpevolezza oppure no del loro autorevole collega, ma l’esistenza di materiale sufficiente a che quel processo si tenga. Finora, l’intera vicenda non è stata edificante. Si è svolta, non all’insegna dell’analisi dei fatti e dei documenti, ma dell’uso più o meno favorevole di quell’evento. Da un lato, Salvini si è fatto guidare dalla sua convinzione di poterne trarre comunque un qualche tornaconto elettorale. Dall’altro, la maggioranza che sostiene il governo ha mirato, disertando la riunione, a evitare che si giungesse alla decisione. In estrema sintesi, il Movimento 5 Stelle e, soprattutto, il Partito Democratico hanno pensato che fosse preferibile procrastinare qualsiasi decisione affinché non “interferisse” con le cruciali elezioni in Emilia-Romagna.

L’ex-Ministro degli Interni, impegnato pancia a terra in queste elezioni, ha prima proclamato di avere difeso gli interessi degli italiani e che, quindi, un eventuale processo avrebbe coinvolto tutti gli italiani. Poi, ha scelto, sempre con lo sguardo rivolto alle elezioni, di presentarsi come vittima di quei “giustizialisti” dei Cinque Stelle e del PD, quasi un martire. In qualche misura, mi pare, ma il mio giudizio non può che essere soggettivo, che Salvini abbia ecceduto –comportamento che gli è alquanto congeniale. Ha addirittura annunciato, in maniera del tutto prematura, che nelle carceri italiane, a lui ex-Ministro degli Interni ben note, si dedicherà a un libro, Le mie prigioni, proprio come quello scritto dal patriota Silvio Pellico, gettato in inospitali carceri austriache. Il lato più sgradevole della “difesa” di Salvini è l’appello al popolo, quasi una chiamata di correo a coloro che lo hanno votato e lo sostengono, contro la magistratura, contro le esistenti norme e regole dei procedimenti giudiziari. Questo elemento non deve essere perso di vista, ma fortemente criticato.

Criticabile, però, in una certa misura, è anche la strategia di entrambi i partiti di maggioranza. Le date erano note perché fissate da parecchio tempo e le intenzioni dell’opposizione e del Presidente della Giunta, Gasparri, chiarissime fin dall’inizio. Votare motivatamente a favore dell’autorizzazione a procedere, ovvero a consentire che prima il Senato poi il Tribunale dei ministri si esprimessero, era procedura più lineare, inoppugnabile. Adesso la parola passa agli elettori emiliano-romagnoli che sanno che l’oggetto della sfida di domenica 26 gennaio non è stabilire se Salvini è un martire o un furfante, ma decidere chi governerà la regione: il presidente in carica Bonaccini o la candidata leghista Borgonzoni (non Salvini)? Il resto a suo tempo.

Pubblicato AGL il 21 gennaio 2020

Perché l’Emilia, non il Mattarellum, dovrebbe preoccupare il governo. Parla Pasquino #Intervista @formichenews

Il politologo a Formiche.net: nessun contraccolpo sul governo dalla decisione della Consulta, le leggi elettorali riguardano il Parlamento e non l’esecutivo. Se in Emilia vincerà Bonaccini il governo dovrà stappare un prosecco. E non chiamatelo Germanellum

Intervista raccolta da Maria Scopece

Le discussioni sulla nuova legge elettorale proporzionale, cosiddetta “germanellum”, e le decisioni della Consulta su due quesiti referendari, la proposta Calderoli e il taglio dei parlamentari, agitano le acque della politica italiana. Allo stesso tempo il voto regionale in Emilia Romagna e in Calabria mettono alla prova la tenuta della coalizione governativa giallorossa. Di queste nuove sfide per l’esecutivo ne abbiamo parlato con il prof. Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.

Il germanellum può essere una buona legge per la cultura politica italiana?

Prima di tutto io sconsiglio in maniera più assoluta di ricorrere al latino per definire le leggi elettorali italiane. Queste espressioni sono tutte fondamentalmente sbagliate e quando va bene sono fuorvianti, quindi da buttare. Questa elegge elettorale non la chiamiamo germanellum e nemmeno germanicum perché in comune con il sistema elettorale tedesco questa legge ha solo la clausola di esclusione, il 5%, tutto il resto sono prerogative italiane e fatte abbastanza male. Per esempio il diritto di tribuna con il sistema elettorale tedesco non c’entra nulla, inoltre il sistema tedesco ha metà dei parlamentari eletti in collegi uninominali mentre nella legge proposta in Italia non c’è nulla di tutto questo. Funziona? Non lo so. C’è il voto di preferenza? Non lo so ma se non c’è quello che so è che una brutta legge proporzionale.

Quali sono i partiti che ne potrebbero trarre giovamento?

Non so chi può avere interesse e spesso chi ha interesse sbaglia perché non sa come perseguire l’obiettivo che vuole. Certo una legge proporzionale consente a molti partiti di tornare in Parlamento, se qualcuno vuole di più deve proporre un maggioritario fatto bene.

Come potrebbe cambiare il sistema partitico italiano nel caso in cui entrasse in vigore una legge di tipo proporzionale?

Nel caso in cui entri in vigore una legge proporzionale non cambia nulla. I partiti che ci sono tornano tutti in Parlamento a esclusione di Leu per via della clausola di esclusione del 5% e forse a esclusione di Italia Viva perché non ha ancora raggiunto la soglia del 5%.

E secondo lei non ha possibilità di raggiungerla nel tempo che ci separa dalle prossime elezioni?

Potrebbe raggiungerla ma la legge elettorale non va costruita né per fare entrare in Parlamento Italia Viva né per tenerla fuori. La clausola del 5% sta bene in un sistema proporzionale perché cerca di limitare la frammentazione del sistema partitico. Se però a questa legge si aggiunge il diritto di tribuna allora viene incentivata la frammentazione perché alcuni partiti cercheranno di entrare in Parlamento anche con quelle clausole che, tra l’altro, sono cervellotiche. Quindi ci si troverà con sette, otto, dieci parlamentari che appartengono a qualche schieramento piccolissimo.

Quindi il cavillo che favorisce la frammentazione è nel diritto di tribuna.

Sì, il diritto di tribuna favorisce la frammentazione, ma una legge elettorale proporzionale fotografa l’eventuale frammentazione non spinge all’aggregazione. Questo è sicuro.

Una legge proporzionale di solito prevede che le alleanze si facciano una volta acquisito il risultato delle urne mentre il Pd ha posto il tema di un’alleanza pre-elettorale con il M5S. Come si risolve questo rebus? Come possono comportarsi il M5S e il Pd in relazione alle alleanze nel caso in cui dovesse essere varata una norma proporzionale?

Tutte le leggi proporzionali nelle democrazie parlamentari che conosciamo dell’Europa occidentale hanno delle coalizioni di governo che si formano in Parlamento. È stato così anche in Italia tra il 1946 e il 1994, non c’è nulla di cui stupirsi. Se noi vogliamo che vinca un partito solo è necessario varare un sistema elettorale maggioritario che, probabilmente, è quello inglese ma sbaglieremmo a pensare a una traduzione automatica del sistema inglese in Italia perché nel sistema inglese funziona così perché ci sono solo due grandi partiti che possono raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Altrove non succederebbe così e la mia previsione è che il sistema inglese in Italia troverebbe un sistema con tre-quattro partiti in Parlamento ancora costretti a fare una coalizione. Intendiamoci non c’è nulla di male a fare le coalizioni in Parlamento.

Perché fare coalizioni preventive, come dice il Pd con il M5S, se si ha un sistema elettorale proporzionale?

Secondo me è un errore perché bisognerebbe riuscire a ottenere il massimo dei voti e quindi è meglio che il M5S corra da solo senza dire con chi si alleerà ed è meglio che il Pd corra da solo per dire “votate noi perché siamo la garanzia che faremo un governo decente”. Fare un’alleanza precedente alle elezioni rischia di far perdere voti a un versante, tutti gli elettori M5S che non vorrebbero mai un governo con il Pd, e all’altro, gli elettori del Pd che voterebbero Pd ma non per farli andare al governo con il M5S. È semplicemente sbagliato.

La Consulta è chiamata a prendere due decisioni importanti, da una parte c’è il referendum sull’eliminazione della quota proporzionale dalla legge elettorale e dall’altra il referendum contro il taglio dei parlamentari. Secondo lei le decisioni della Consulta possono avere effetto sulla durata del Governo o, in vista delle politiche, in termini di alleanze?

Nella mia infinita ingenuità mi auguro sempre che la Consulta decida sulla base del quesito che le è stato presentato, se il quesito è accettabile o meno, e non si chieda se accettando il referendum la vita del governo viene allungata o accorciata. Io credo che il referendum contro la riduzione del numero dei parlamentari sia accettabile, coglie dei punti che sono rilevanti. Se i cittadini votano contro la riduzione del numero dei parlamentari la situazione resta immutata e non c’è alcun problema giuridico.

Più problematico potrebbe essere il quesito posto dal senatore Calderoli.

Qui la situazione è più delicata. La legge Rosato è una legge proporzionale per due terzi e maggioritaria per un terzo, l’eventuale riforma punta a rendere il sistema ancora più proporzionale. Di solito la Consulta risponde, anche se non sempre in maniera troppo convinta e convincente, che bisogna che la legge che rimane sia immediatamente applicabile. La legge che rimane dal quesito di Calderoli è quasi immediatamente applicabile ma poiché richiede collegi uninominali richiede una stesura, una riflessione, un ritaglio dei collegi quindi la Consulta potrebbe rilevare che legge non sia direttamente applicabile. Al che, se fossi un sostenitore di Calderoli, penserei che dovrebbe essere il Parlamento, in caso di esito positivo del referendum, a disegnare i collegi e nel mentre varrà la legge elettorale vigente.

Il governo subirà contraccolpi dalle decisioni della Consulta?

Il governo dovrebbe essere totalmente disinteressato, succeda quel che succeda, le leggi elettorali guardano al Parlamento e non al governo.

Invece le prossime elezioni in Emilia Romagna che effetto possono avere sul governo?

Se vince Bonaccini il governo dovrà necessariamente brindare, trovare prosecco buono ed essere contento. Se vince Salvini invece dovrà preoccuparsi. Però dal punto di vista sostanziale l’esecutivo non ha nulla da temere perché quelle sono le elezioni per eleggere il presidente dell’Emilia Romagna per i prossimi cinque anni. Il Governo si fonda sulla maggioranza parlamentare che ha attualmente, quei numeri non vengono intaccati. Certo è un brutto segno se in Emilia Romagna passa il centro destra ma i numeri in Parlamento ci sono. Potrei aggiungere che, in caso di vittoria del centro destra, il governo potrebbe pensare che è necessario rinsaldare l’alleanza governativa e andare avanti con le riforme proprio per convincere gli italiani a riconfermarli e per far scoppiare la bolla del consenso elettorale di Salvini.

Pubblicato il 14 gennaio 2020 su Formiche.net

La partita elettorale in Emilia Romagna #Intervista @RadioRadicale

Intervista raccolta da Roberta Jannuzzi il 2 gennaio 2020
Durata: 7 min 41 sec

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26 gennaio è la data del primo appuntamento elettorale del 2020.
In Calabria come in Emilia Romagna.
Ma è in quest’ultima regione che si gioca la partita più attesa.
Qui Matteo Salvini porta avanti la sua battaglia di carattere nazionale, la sinistra cerca di evitare una sconfitta storica, il movimento delle Sardine è comparso per la prima volta dando prova dell’esistenza di quell’Italia silenziosa alla quale, forse, si riferiva nel discorso di fine anno del presidente Mattarella.
Sette i candidati alla presidenza della regione Emilia-Romagna e 17 liste.
Contro il Governatore del Pd Stefano
 Bonaccini, Lucia Borgonzoni per il centrodestra, ma anche il candidato del M5S, Simone Benini, più quattro candidati di liste civiche, di sinistra o no-vax.
Ne parliamo con il professor Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università degli Studi di Bologna.

Parlamentari: meno non è meglio #referendum #taglio #parlamentari

Il raggiungimento della fatidica soglia, stabilita in Costituzione, di un quinto dei parlamentari, in questo caso, dei senatori per chiedere il referendum sul taglio del numero dei parlamentari, è una buona notizia. Prodotta da un accordo fra i Cinque Stelle e Salvini, con tutti crismi del populismo di bassa lega e di quell’antiparlamentarismo viscerale che ha radici profonde nel sistema politico italiano, malauguratamente confermata anche dai parlamentari del Partito Democratico, la riduzione drastica del numero dei parlamentari è stata giustificata con riferimento al risparmio di denaro del contribuente e, in parte minima, come modalità per sveltire i processi decisionali. Per quanto probabilmente reale, il risparmio risulterebbe piuttosto contenuto. Lo sveltimento dei processi decisionali sarebbe tutto da provare anche perché la loro lentezza non dipende dal numero dei parlamentari, ma dall’incapacità dei governanti e dai dissidi, dai conflitti, dagli scontri fra i partiti delle coalizioni di governo e all’interno degli stessi partiti.

Riduzione del numero dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200 non significa affatto riduzione di quei conflitti. Quanto al miglioramento della qualità delle leggi, un minor numero di parlamentari non implica in nessun modo che si avranno parlamentari più preparati e più competenti. Anzi, è probabile che se ne troveranno meno poiché i partiti non reclutano e non candidano sulla base di competenze, ma con riferimento a appartenenze di corrente, disciplina, ossequio ai dirigenti e soprattutto al leader del partito e dei suoi collaboratori potenti. Gli effetti dell’irruzione della possibilità di un referendum che ripristini il numero dei parlamentari si faranno, comunque, sentire immediatamente. Dovrà arrestarsi la discussione, che già non promette niente di buono, sull’ennesima riformettina elettorale.

È facile capire che, in linea di massima, un ridotto numero di parlamentari rende più difficile ai partiti piccoli ottenere seggi. Renderebbe anche, se qualcuno lo proponesse seriamente, molto più improbabile la formulazione di un sistema elettorale impostato su collegi uninominali che dovrebbero essere molto grandi e nei quali, quindi, un rapporto più stretto dei candidati e degli eletti con gli elettori diventerebbe molto complicato da conseguire. Senza entrare nei dettagli, un conto è per un candidato cercarsi voti in un collegio uninominale di circa 100 mila elettori, un conto molto diverso è quando il collegio ha più di 200 mila elettori, che sarebbe la dimensione minima dei collegi senatoriali con l’attuale riduzione. Non è il caso di avventurarsi nella previsione dell’esito del referendum, ma è sperabile che i partiti e i loro dirigenti, i comunicatori e gli elettori colgano l’opportunità referendaria, persa quando Renzi personalizzò la sua riforma costituzionale, per chiarirsi le idee su che tipo di rappresentanza desiderano nella democrazia parlamentare italiana. Questo è il mio auspico.

Pubblicato AGL il 19 dicembre 2019

Governo Conte oltre il panettone

Rincorrendo le quotidiane differenze di opinione fra gli esponenti del Movimento Cinque Stelle e i dirigenti del Partito Democratico e le loro numerose esternazioni, si ha l’impressione che il governo Conte 2 stia continuamente scricchiolando. Tuttavia, sembra oramai quasi certo che Conte e i suoi ministri saranno ancora in carica quando arriverà il momento di mangiare il panettone natalizio. Guardando ai due problemi attuali di maggiore portata, il destino dello stabilimento Ilva di Taranto e il futuro oscuro di Alitalia, si capisce che, da un lato, il governo non ha saputo trovare soluzioni tempestive e adeguate, dall’altro, che né per l’Ilva né per Alitalia e neppure per la Banca Popolare di Bari, le responsabilità sono di questo governo, ma affondano in scelte e non-scelte dei governi precedenti. L’opposizione di centro-destra alza la voce, spesso con toni molto sgradevoli, ma, come nel caso del Meccanismo Europeo di Stabilità, non ha nessuna proposta alternativa. Anzi, forse il salire dei toni, di cui di recente è stata maestra Giorgia Meloni (e l’impennata di consensi nei sondaggi a suo favore sembra premiarla), dipende proprio dalla sostanziale impotenza propositiva del centro-destra. Non è soltanto questione di inefficacia del sovranismo, ovvero del proposito di riconquistare, non si sa come, poteri ceduti all’Unione Europea oppure, meglio, con l’UE condivisi, con Berlusconi molto tentennante sul punto, ma, eventualmente, di come usarli nelle politiche economiche e sociali italiane. La vittoria di Boris Johnson in Gran Bretagna ha messo in imbarazzo i sovranisti italiani che si sono affrettati a dire che, no, non pensano affatto di uscire né dall’Unione né dall’Euro.

Giorno dopo giorno appare che le maggiori, ma nient’affatto letali, insidie per il governo Conte vengono dal suo interno. Nascono, da un lato, dalla necessità per i Cinque Stelle di prendere dolorosamente atto che molte parti del loro programma alla prova dei fatti risultano inattuabili, se non addirittura controproducenti e, dall’altro, che la leadership di Di Maio si è certamente dimostrata inadeguata, portando al dimezzamento dei voti, ma al momento rimane insostituibile poiché la sua fuoruscita porterebbe a deflagrazioni. L’insidia più grande per il governo viene, deliberatamente e costantemente, dallo scissionista Matteo Renzi. L’ex-segretario del PD ha la necessità di conquistare spazi cosicché prende rumorosamente le distanze dalle politiche del governo in cui pure stanno esponenti da lui designati, e per dimostrare la sua rilevanza si sta dedicando al piccolo sabotaggio. Un mediocre di talento, il Presidente del Consiglio Conte si riposiziona frequentemente, procede a mediazioni, offre un volto rassicurante e produce dichiarazioni rassicuranti venendo premiato dai sondaggi come il leader nel quale gli italiani hanno più fiducia. Che, in attesa del D-Day rappresentato dalle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna, sia lui “l’uomo solo al comando” desiderato dagli italiani?

Pubblicato AGL il 16 dicembre 2019