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E se fosse questo il PD che vogliono?
Sembra che sappiano tutti, in particolare, gli editorialisti dei grandi quotidiani (ahi, almeno marginalmente ci ricasco anch’io) come ricostruire il Partito Democratico. Un po’ meno (personalmente, direi “per niente”) lo sanno i dirigenti del Partito. La maggior parte di loro non ha perso le elezioni. E’ tornata in Parlamento. Non ha, essendo stata paracadutata, nessun collegio da curare. Deve soltanto capire come posizionarsi. La prossima volta le carte, pardon, i collegi, le darà ancora Renzi oppure toccherà a qualcun altro (escludo “altra”)? E’ preferibile stare coperti/e aspettando a esprimersi poiché si sarà molto meglio accolti essendo decisivi al momento delle votazioni: “gli ultimi saranno i primi”… Tutto già visto, anche già criticato, ma questo è il rituale non soltanto del Partito Democratico il quale, però, aveva promesso qualcosa di diverso, molto di più. Naturalmente, gli ispiratori, i teorici, i fondatori sostengono, in numerose dichiarazioni e interviste, che è stato tradito lo spirito originario del partito. Farebbero meglio a chiarire quale era quello spirito e chi e come l’ha tradito. Potrebbero, a coronamento di una riflessione che merita di avere i toni di una forte autocritica, anche dire se il Partito Democratico, così com’è adesso, è recuperabile oppure bisogna costruire qualcosa di assolutamente nuovo.
Nel silenzio (operoso?) dei dirigenti, le ricette degli editorialisti non sembrano particolarmente originali. Smettere con l’arroganza e la pretesa di sapere tutto, comunque e sempre di più non soltanto degli elettori, ma anche degli iscritti, che contano poco o nulla, e dei simpatizzanti, meno di niente. Il fatto è che loro, i dirigenti, politici di mestiere, sono assolutamente convinti di saperne di più. Possono anche fare finta di ascoltare, ma poi vanno dove vogliono. Attendo esempi contrari. Mettersi in contatto con, ahi, la gente? il popolo? gli elettori? L’occasione migliore è sempre quella offerta da una campagna elettorale, ma con la legge Rosato non ce n’era bisogno del contatto, spesso faticoso, qualche volta controproducente. Tweet e Facebook non sono alternative alla presenza sul territorio. Possono integrarla, mai sostituirla. Chi c’è sul territorio del PD? Alcuni inamovibili dirigenti locali in carriera che certamente lotteranno con le unghie e con i denti per continuare la carriera. Conoscono da tempo gruppi di elettori. Quelli, non altri, insieme ai “quadri intermedi” in coda per il loro turno, mobiliteranno sia per la carriera sia, se necessario, per le preferenze. No, le incursioni in territori ostici non le faranno quei politici di mestiere. Ne abbiamo viste di sconfitte eccellenti dei dirigenti del PD nelle elezioni del marzo 2018? Fuori i nomi!
Adesso, da ultima, è spuntata l’idea dei comitati che dovrebbero riannodare qualche filo di discorso politico con l’elettorato (certo non maggioritario) che vede i guasti del governo giallo-verde e teme ancora più per il futuro. Dove sono finiti i leggendari Comitati per il “sì” dai quali secondo il segretario riformatore costituzionale sarebbe scaturita la nuova classe dirigente? Tutti dissolti dopo la pesante sconfitta? Ma è questo il modo di fare politica oppure dovrebbe, piuttosto, consistere nell’imparare le ragioni della sconfitta e del perché quel 40 per cento di elettori del “sì” non costituivano il bottino di Renzi? Da capo. Il deserto non è soltanto nelle periferie, ma anche nel centro delle città. Chiaro che a Bologna non ci si può aspettare granché dal Senatore del PD Pierferdinando Casini, ma altrove, Torino, Milano, Firenze, Roma, qualcuno può vantare iniziative significative, per esempio, una discussione vera non soltanto sulle cause della sconfitta elettorale e sulle ragioni della perdurante irrilevanza politica?
Alla fine di questa riflessione, non derivante dalla calura, avendo nel passato scritto abbondantemente sulla “cazzimma” dei dirigenti della sinistra, sui loro ipocriti rapporti con gli elettori, sul loro disinteresse per l’organizzazione bypassata dalle comparsate televisive, sono giunto a una conclusione, non nuovissima (almeno per me), ma da discutere, sì, discutibile. E se fosse proprio questo, vale a dire, quel che ne è rimasto, il PD voluto da coloro che l’hanno votato?
Pubblicato il 23 agosto 2018
Il Governo e il peso di quegli applausi
Gli applausi di Genova al governo vanno contestualizzati e interpretati. Il contesto è che sia la città di Genova sia la Regione Liguria hanno maggioranze di centro-destra, ma anche una forte presenza del Movimento Cinque Stelle. Dunque, il governo giallo-verde riscuote già in partenza le simpatie politiche degli elettori liguri. Tuttavia, ciò che sicuramente è contato di più in quegli applausi è il comportamento degli esponenti del governo che ha incrociato le reazioni e le emozioni prevalenti. Con toni diversi, con qualche eccesso “giustizialista”, sia Di Maio sia Salvini, ma anche il Presidente del Consiglio Conte, hanno messo sotto accusa e, qualcuno direbbe, già condannato la società responsabile della manutenzione del ponte Morandi . Hanno altresì rimproverato i governi passati e le loro burocrazie per gli accordi con Atlantia e i mancati controlli. Infine, hanno annunciato la revoca del contratto, la richiesta di adeguati risarcimenti e l’intenzione di nazionalizzare la Società Autostrade per l’Italia. Poco importa ai fini della spiegazione degli applausi che le condanne definitive richiederanno l’intervento della magistratura, attendendo i suoi tempi, e che anche l’eventuale revoca non sarà affatto facile. Al funerale delle vittime, i “cavilli” giudiziari e burocratici sono passati in secondo piano rispetto alle buone intenzioni del governo giallo-verde. In qualche modo, gli uomini al governo hanno sottolineato due aspetti di assoluto rilievo che vanno contro vent’anni almeno di assuefazione neo-liberista. Primo: non è affatto scontato che i capitalisti siano più efficienti dello Stato né, meno che mai, che si curino degli interessi generali a scapito dei loro ingenti profitti. Secondo: esistono attività che per natura, importanza, impatto sulla collettività devono essere svolte dallo Stato e rispetto alle quali la responsabilità non può che essere assunta dai politici. Probabilmente, è proprio l’attribuzione al Partito Democratico, che ha governato negli ultimi cinque anni, della responsabilità dei mancati controlli e di arrendevolezza nei confronti di una grande impresa privata, che spiega, forse, persino giustifica, i fischi al segretario Martina, già Ministro dell’Agricoltura, e alla parlamentare genovese Roberta Pinotti, già Ministro della Difesa. Con affermazioni ancora troppo generiche, il governo giallo-verde, con la perplessità di Salvini, che conosce bene il suo elettorato lombardo-veneto di piccoli e medi imprenditori, sembra volere (ri-)costruire una situazione nella quale lo Stato sia regolatore attento e inflessibile del mercato e della concorrenza e persino torni a fare il gestore di alcune attività definite strategiche. Tanto le infrastrutture quanto la rete di comunicazioni di un paese si sono strategiche per il buon funzionamento del sistema economico e per la vita dei cittadini. Gli applausi di Genova sono interpretabili come invito al governo ad assumersi il compito di rilanciare il paese. Hic Genova hic salta.
Pubblicato AGL il 21 agosto 2018
Gli irriducibili del referendum perduto
A quasi due anni dal referendum costituzionale, gli sconfitti non riescono a farsene una ragione. Anzi, con un implausibile ricorso al post hoc ergo propter hoc attribuiscono la responsabilità di tutti gli esiti negativi, compresa la formazione del governo Cinque Stelle-Lega, a chi ha votato “no”. Non sembrano neppure sfiorati dal dubbio che quelle riforme fossero malfatte e controproducenti, che la campagna plebiscitaria dell’autore di riforme male fatte, tecnicamente, quindi, “malfattore”, abbia provocato reazioni di rigetto, che le argomentazioni a sostegno siano state mediocri e faziose.
Ho ascoltato più volte qualche professore per il “sì” affermare senza nessun ripensamento che la riforma del Senato avrebbe posto fine al bicameralismo “perfetto” (che, se fosse tale, sarebbe davvero da preservare). Il governo giallo-verde deriverebbe dall’esito referendario, anche se non facilmente spiegabile è come mai le Cinque Stelle abbiano accresciuto i loro voti fra il 2013 e il 2018 e la Lega li abbia addirittura quadruplicati. La loro campagna elettorale si è svolta principalmente su temi costituzionali, su quella vittoria, oppure, rispettivamente, su reddito di cittadinanza e blocco dell’immigrazione? Nessuno fra gli sconfitti che si chieda dove sono finiti quel 40 per cento di elettori del PD nelle europee del maggio 2014 e poi del “sì” che il segretario Renzi, mai smentito dai suoi collaboratori, al contrario, applaudito e osannato, rivendicava come suoi facendo un paragone azzardato con lo scarno 26 per cento per Macron nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi? Comunque, dimenticando le sconfitte nelle elezioni amministrative del 2015, dove sono finiti e a chi quei voti fuggiti che hanno lasciato il PD al 18 per cento circa? Non sono certamente stati conquistati da Liberi e Uguali, il cui esito percentuale (e politico) è stato assolutamente deludente. La campagna elettorale del PD nel 2018 è stata impostata e condotta in maniera brillante? L’attacco a due punte, Renzi e Gentiloni, ha valorizzato le riforme e la figura del Presidente del Consiglio, già allora più popolare del due volte segretario del partito? È mai passata (se esisteva) l’idea che il PD s preoccupasse delle diseguaglianze, fosse il partito che avrebbe operato per ridurre quelle esistenti e per creare eguaglianze di opportunità? E tutto questo c’entrava qualcosa con la sconfitta referendaria, era impedito da quella sconfitta oppure reso più impellente? Quelle cattive riforme avrebbero cambiato in meglio la Costituzione italiana, che non è necessario considerare la più bella del mondo (non esiste concorso di bellezza per le Costituzioni altrimenti assisteremmo alla paradossale vittoria della Costituzione che non c’è: quella inglese) per valutarne positivamente le qualità? Mancano al loro dovere di difesa della Costituzione gli esponenti del no che non scendono in piazza contro le elucubrazioni di Davide Casaleggio sulla futura probabile inutilità del Parlamento? Oppure il confronto fra riforme fatte e proposte futuribili è improponibile, oltre che un processo alle (non) intenzioni?
Potrei concluderne che la pochezza argomentativa degli irriducibili giapponesi del sì è rattristante. Potrei anche aggiungere che sono fatti loro, parte della spiegazione di una sconfitta sonora che non hanno mai saputo spiegarsi e che continuano a non capire. Dirò, invece, che gli sconfitti del sì, chiusi nella loro torre dalla quale vedono solo le responsabilità altrui, privano il paese e i loro elettori di un’opposizione sulle cose, in grado di contrastare un governo al quale diedero prematuramente via libera, e di controproporre. Chi non impara dalla storia è condannato a riviverla (ma alcuni fra noi non si meritano questa punizione).
Pubblicato il 18 agosto 2018
L’inesorabile cambiamento degli italiani
Inesorabili, settimana dopo settimana, tutti i sondaggi registrano che il consenso al governo Cinque Stelle-Lega e al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si situa stabilmente sopra il 60 per cento. La somma dei voti ottenuti dai due movimenti il 4 marzo fu di poco superiore al 50 per cento. Nel frattempo, le spesso controverse affermazioni di Salvini, le sue durissime politiche contro l’immigrazione, le sue critiche sovraniste all’Unione Europea gli hanno fatto guadagnare molto appoggio popolare e la Lega tallona le Cinque Stelle. Con il suo decreto dignità, Di Maio arranca e non sfonda. Si barcamena sulla TAV e va alla ricerca di qualche tema che gli procuri un’impennata nei sondaggi. Appare improbabile che ci riesca. Chi proprio non riesce a cambiare marcia e a rendersi rilevante è il Partito Democratico. Sostanzialmente ossificato, tuttora roso da contrasti interni, non è bastato il gesto simbolico di tenere una riunione della segreteria del partito a Tor Bella Monaca, luogo ignoto alla (quasi) totalità dei partecipanti che non vi torneranno più. Il Partito Democratico non è il partito delle periferie, nelle quali rarissimamente c’è un Circolo PD. È un partito periferico al dibattito e al confronto politico in Italia. Non basterà il percorso che conduce alle votazioni per il segretario a mettere nuova linfa in un corpo che si trascina stancamente. Molta rassegnazione sta emergendo nei ranghi degli oppositori. Si leva solo qualche voce di scrittore le cui capacità di aggregare consenso (mi) sono ignote. Sembra che, da un lato, gli oppositori stiano attendendo passi falsi dei governanti. Dall’altro, contano sulla comparsa di contraddizioni, ad esempio, in autunno, sulla legge di bilancio e nella prossima primavera 2019 in occasione delle elezioni europee. Pochi si sono accorti che dentro il governo esistono due, forse, tre pompieri pronti a domare scontri incendiari: il Presidente del Consiglio, il Ministro dell’Economia (Tria) e il Ministro degli Esteri (Moavero Milanesi). Privi di base politica autonoma, tutt’e tre sanno di avere l’occasione della vita e fa(ra)nno il loro meglio per la durata del governo. C’è, però, qualcosa che conta di più sia per la durata di questo governo sia per il futuro. Nessuno s’era davvero accorto quanto i nostri concittadini, fossero cambiati. L’entità del voto del febbraio 2013 alle Cinque Stelle è stato un avvertimento sottovalutato, con troppi commentatori che denunciavano l’inconsistenza e incoerenza di molti punti programmatici e attendevano l’esplosione del Movimento. Che un “nordista” potesse ottenere consenso e voti al Sud è stato considerato miracoloso, ma, nel frattempo, quel consenso si espande. Elettori penta stellati e leghisti sono attorno a noi. Non li abbiamo presi sul serio nelle loro critiche, insoddisfazioni, preoccupazioni. Non li abbiamo capiti. Questi elettori italiani non cambieranno facilmente idea. Oggi, come raramente nel passato, il governo giallo-verde rappresenta la maggioranza della società italiana.
Pubblicato AGL il 1° agosto 2018
Un Pd da ricostruire oltre le primarie @rivistailmulino @pdnetwork
di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi
La storia si ripete, per quelli che non l’hanno studiata, in peggio. No, le votazioni per eleggere il prossimo segretario del Partito democratico non sono “primarie”. Si hanno primarie quando gli elettori sono chiamati a scegliere i candidati a cariche elettive, come il sindaco e il Presidente di regione,e a designare il candidato a capo del governo. Ci fossero i collegi uninominali si potrebbero (non è obbligatorio) svolgere primarie anche per la scelta del candidato/a in quel collegio. No, le primarie delle idee e dei programmi proprio non esistono. Con le primarie si scelgono persone le quali le loro idee le hanno e le esprimono. Anzi, se hanno fatto un qualche percorso politico e professionale quelle idee le hanno già comunicate, sono note, possono essere discusse, fanno parte della conversazione che, però, si arresta con l’elezione. Chi vota un candidato/a vota anche per le sue idee e contro le idee degli altri candidati.
Quando si sceglie il segretario di un partito, la campagna per quelle votazioni deve essere improntata a un tema dominante, che in questi tempi di pseudo-primarie è sempre mancato: che tipo di partito vuole, disegna, costruirà il candidato? Nel caso del Partito democratico è chiaro che, giunto al suo punto più basso, il partito deve essere ricostruito. Ma in che modo, con quali persone, reclutando, selezionando, promuovendo con quali criteri, guardando a quali capacità per quali obiettivi? Sperabilmente, non con riferimento a cerchi e cerchietti che mai si sono rivelati magici, ma neppure con inclusioni ecumeniche – rassemblement, fronti, unioni o quant’altro – che non servono a nulla. Dicano i candidati che tipo di collaboratori desiderano per rifare il Partito democratico.
Due sono le mancanze alle quali sopperire: la prima è il sostanziale stato di abbandono di una presenza organizzata sul territorio; la seconda è la scomparsa, se mai è esistita, di una cultura politica. Dicano allora i candidati come si afferma la presenza sul territorio (ovviamente – suggeriamo – non con parlamentari paracadutati) del partito che intendono guidare. Garantiscano il loro impegno per l’elaborazione di una cultura riformista e progressista, non vagamente multiculturale, non a favore di diritti che spesso sono costose rivendicazioni, ma per doveri e eguaglianza di opportunità. Questi elementi possono diventare parte della cultura politica del partito, ma non devono essere confusi con il programma del prossimo governo.
Per giungere a una cultura politica condivisa dicano i candidati che incoraggeranno la formazione di scuole di politica, anche riconoscendo quelle già esistenti, non facendone passerelle per politici e parlamentari, ma luogo di elaborazione e confronto di idee, non allevamento di galletti e galline da combattimento televisivo, ma palestre alle quali dare il massimo di apertura e di pubblicità/zzazione. Se serve, e crediamo ce ne sia urgente bisogno, si faccia precedere la competizione per la segreteria da un dibattito ampio, interno e attorno al partito, su quattro aspetti che finora sono stati quasi completamente trascurati: 1) un esame profondo e non auto-assolutorio delle cause della peggiore sconfitta elettorale di tutti i tempi della sinistra e del Pd; 2) un’analisi della condizione reale della società italiana, che metta al centro il tema delle crescenti diseguaglianze e trascuri quello vuoto e retorico delle eccellenze; 3) una ridefinizione dei fini (valoriali e ideali) della sinistra che proceda di pari passo con l’individuazione dei mezzi più adatti a raggiungerli; 4) un discorso di verità sull’Europa che c’è, su quella che si vuole costruire, con strategie e alleanze ancora da definire, e, infine, su quella a cui si aspira per rendere il suo funzionamento più democratico e il suo rendimento più giusto ed equilibrato.
Oggi, un compito è fondamentale per il prossimo segretario del Pd: (ri)costruire una comunità funzionante, non omologata, ma capace di convergere e di cooperare sulle scelte più importanti. Se il partito deve essere un partito di iscritti, allora il voto degli iscritti deve valere di più, almeno il doppio, del voto dei simpatizzanti e di coloro che si attivano solo per scegliere saltuariamente fra candidature. L’iscritto deve sapere che il suo ruolo è valorizzato, che conta di più di coloro che entrano in scena in alcune limitate occasioni, ma non intendono spendere energie per la “macchina”. Infine, dicano i candidati alla segreteria del Partito democratico che cosa è per loro un partito davvero “democratico”, in base a quali regole decide, con quali votazioni, con quali maggioranze, con quale riconoscimento e valorizzazione del dissenso, con quali aperture a gruppi esterni. Poi verrà anche la sfida del governo che soltanto un partito aperto, ma saldamente fondato su iscritti consapevoli e attivi, e democratico, sarà nelle migliori condizioni per affrontare. Tutto quello che esula da quanto qui scritto è in parte il prodotto dell’ignoranza, in parte coazione a ripetere errori gravi già visti, in parte manipolazione e certamente non serve a fare un partito. Tanto meno serve alla democrazia.
Pubblicato il 20 luglio 2018 su larivistailMULINO
È possibile immaginare un altro PD
Detto che Maurizio Martina è diventato il settimo segretario del Partito Democratico dal 2007 e detto che il due volte ex-segretario Renzi ha fatto un intervento rancoroso tutto rivolto al passato minacciando un futuro vendicativo, che cosa si può e si deve aggiungere a quanto avvenuto nell’Assemblea del PD? Una sola, vera decisione è stata presa: il prossimo segretario sarà eletto nel febbraio 2019. Saranno gli iscritti e i simpatizzanti a scegliere fra, sembra, almeno tre candidati: lo stesso Martina, il governatore del Lazio Zingaretti, forse un renziano a tenere alta la bandiera delle battaglie perse e di un partito che non ha funzionato. Nell’Assemblea è mancata, ma dovrà pur emergere nel corso della campagna per l’elezione del prossimo segretario, una riflessione su due punti qualificanti: che tipo di partito, che tipo di opposizione. Martina ha indicato quattro elementi indispensabili: idee, persone, strumenti, progetti. Nessuno è entrato nei dettagli, ma è stato facile riscontrare una battaglia fra persone tutta all’interno del partito, con Renzi in testa a criticare il falso nueve Gentiloni, da lui incoronato, ma al quale spesso proprio lui non ha passato il pallone; l’ex-capogruppo al Senato Luigi Zanda; l’ex-capo della minoranza interna Gianni Cuperlo. È stata, in troppo larga misura, una resa dei conti che non serve in nessun modo a ristrutturare il partito. Martina ha almeno sottolineato che un partito di sinistra -ma vogliono il PD e i suoi elettori costruire un partito effettivamente di sinistra?-deve preoccuparsi delle diseguaglianze. Nessuno ha detto, però, con quali idee, con quali persone, con quali strumenti, con quale progetto. Per dirla in politichese, sul territorio il Partito Democratico è presente a macchioline di leopardo. Qualcuno, le Cinque Stelle e la Lega, l’hanno, per richiamare un infausto detto di Bersani, ampiamente smacchiato. Sul territorio si riproducono quasi le stesse divisioni personalistiche del centro, con qualche eccezione di donne e uomini ambiziosi e manovrieri che hanno abbandonato lo schieramento renziano. Nessuno ha parlato di cultura politica che, oramai svelatasi totalmente fallita la contaminazione fra pallide e esangui culture riformiste del passato, dovrebbe scaturire, almeno in parte, dalle riflessioni di intellettuali sbeffeggiati dai renziani e certamente non ascoltati e meno che mai “corteggiati” dagli oppositori interni. Nessuno, infine, ha detto che una cultura politica può trovare modo di formarsi e di esprimersi proprio nel fuoco di una sana battaglia parlamentare di opposizione. È nel “respingimento” dei disegni di legge improntati a repressione, populismo, anti-politica, anti-parlamentarismo e, nient’affatto, per ultimo, da anti-europeismo, che un partito di sinistra deve cercare di ridefinire la sua cultura per sé, per i suoi quadri, i suoi dirigenti, i suoi parlamentari e, persino, ma qui sta la funzione nazionale di quel partito, per l’elettorato. Non sarebbe poco.
Pubblicato AGL 10 luglio 2018
Caro PD, diffida dai guaritori!
Ripensare, andare oltre, superare, addirittura approfondire, prima che sprofondi del tutto: sono questi alcuni dei suggerimenti di più o meno improvvisati guaritori del PD, fino a poco tempo fa impegnati non a criticare gli errori, tanti, fatti, ma giustificarli. Nessuna di quelle strade potrà essere intrapresa se non si pensa a quale cultura politica dovrà avere il partito che verrà. Il PD non ne ha avuta nessuna.
I 5 Stelle non romperanno almeno fino alle Europee
Intervista raccolta da Elisa calessi per Libero Quotidiano
Professor Pasquino, chi sta vincendo tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio?
La risposta è semplice: Salvini decisamente. È nettamente superiore a Di Maio, perché ha una struttura politica più forte. Ha una capacità di leadership che non ha paragoni con l’altro. Di Maio ha dalla sua qualche strumento tecnologico, ma non basta.
Sul medio e lungo periodo, la situazione potrebbe cambiare? Di Maio potrebbe recuperare?
No, Salvini resterà avanti. Il divario tra i due è incolmabile. La sua forza è che può contare su due forni. Uno è quello dei Cinque Stelle. Salvini è indispensabile ai grillini, se vogliono restare al governo. E poi ha quello di Forza Italia, del centrodestra. Se non si limita a inglobare l’elettorato del centrodestra, ma recupera nel tempo anche di poco, di due o tre punti, è il leader del centrodestra.
Però c’è il precedente di Renzi: in tre anni è passato dal 40% al 18%. Non potrebbe succedere lo stesso al leader della Lega?
Renzi era privo di cultura politica e di una base solida. E quelli che erano con lui erano dei carrieristi: la loro sorte politica era legata e agevolata dal leader. Mentre con Salvini c’è gente che ha una capacità politica propria. Quindi anche se il leader dovesse commettere errori, sono in grado di suggerirgli come correggerli. Oltre a questo, Salvini non può dire a nessuno: “Se non fai così, ti caccio”. La Lega ha una cultura politica solida.
Eppure Di Maio si è preso due ministeri che riguardano quella che dovrebbe essere la priorità numero uno degli italiani, il lavoro. Come mai non è premiato dal consenso?
Perché Salvini opera su una tematica che in questo momento per gli italiani è visibilmente molto importante, l’immigrazione.
Più del lavoro, della crescita, del welfare?
Sì. Una parte degli italiani si è adattata all’idea che ci sarà sempre un po’ di disoccupazione, che il lavoro ormai è precario. E poi Salvini ha preso subito decisioni visibili. Di Maio, no. Chi sa qual è il programma di Di Maio sul lavoro? Ancora non si è capito.
Crede che alla lunga i due vicepremier finiranno per scontrarsi?
È possibile. Ma non è detto che porti alla crisi di governo, perché i Cinque Stelle hanno bisogno di Salvini per restare al governo. C’è poi un altro elemento: loro sono quelli del 32%, chi ha avuto più voti ha un dovere maggiore di responsabilità. Vedrei complicato, per loro, rompere con la Lega per andare a trattare magari con il Pd, visto come è messo ora il Pd. Ci sarebbe lo sconcerto di gran parte degli elettori grillini. Insomma, i Cinque Stelle non hanno molte alternative al governo con la Lega, se non nessuna.
Però potrebbe essere Salvini a rompere per andare a nuove elezioni e incassare il consenso guadagnato.
Non credo la farà. Finché mantiene questa visibilità e vede il suo elettorato crescere, resterà. E poi anche per lui è una straordinaria opportunità fare il vicepremier e ministro dell’Interno. Certo, l’unico rischio di rottura potrebbe coincidere con le elezioni europee. Salvini non può abbandonare la politica sovranista e Di Maio non potrà non essere europeista. Non so come faranno a conciliare queste due posizioni.
Pubblicato il 25 giugno 2018
Il Ministro straripante e l’opposizione afona
I risultati dei ballottaggi “amministrativi” del 24 giugno sono ancora più netti e più incisivi di quelli delle elezioni politiche del 4 marzo. Sull’onda del governo in carica, delle prime prove di alcuni ministri, a cominciare, ovviamente, dallo straripante Ministro degli Interni Matteo Salvini, e delle esitazioni dei neo-ministri delle Cinque Stelle nonché della pratica scomparsa del Partito Democratico dalla scena dell’azione e della comunicazione, un po’ dappertutto i candidati dei “verdi” (la Lega) e dei “gialli” (il Movimento Cinque Stelle) ottengono, rispettivamente, ottimi e buoni risultati. Lo sappiamo che quando votano per i sindaci gli elettori sono consapevoli che la posta in gioco è il governo della loro città nei prossimi cinque anni. Sanno anche, però, che quel governo e quel sindaco saranno comunque influenzati e condizionati da quello che succede a livello nazionale. Per esempio, il numero di immigrati che si troverà nei loro comuni dipende, in buona parte, dalla capacità di controllo all’ingresso fatta valere a livello nazionale. Sanno che la crescita dei posti di lavoro a livello locale è un fenomeno che un buon governo, un buon ministro e buone politiche può agevolare. Quegli elettori hanno anche visto e sentito che il Partito Democratico rivendica successi passati, che per molti di loro non sono affatto stati tali, ma non ha nessuna proposta innovativa, solo critiche, per quanto fa, peraltro finora poco, il governo debuttante. Hanno, poi, quegli elettori deciso di convalidare, anche a livello locale, la decisione presa da Renzi , collocando il PD all’opposizione.
Sono così cadute tre città toscane: Massa, Pisa, Siena, e una città della Romagna, Imola, dove nel 1882 fu eletto al Parlamento il primo socialista Andrea Costa e che è stata governata dalla sinistra ininterrottamente dal 1945 a ieri. Questi sono i casi più clamorosi delle sconfitte del PD a fronte qualche volta della Lega, qualche volta del centro-destra, qualche volta del Movimento Cinque Stelle. Mi limito a due casi emblematici (ricor)dando i numeri che spesso sono più significativi delle percentuali. A Pisa il candidato della Lega sconfigge il candidato del PD guadagnando fra il primo turno e il ballottaggio quasi sette mila voti , dei quali, con tutta probabilità, tre mila provengono da elettori delle Cinque Stelle. A fatica cresce il voto anche del candidato del PD che raccoglie le membra sparse di parte della sinistra, ma rimane sotto di duemila voti. A Imola, mentre la candidata delle Cinque Stelle, in svantaggio di più di tremila voti al primo turno rispetto alla candidata del PD, riesce a fare praticamente il pieno dei voti espressi dai leghisti passando da nove mila a quasi sedici mila voti, la candidata del PD addirittura perde quasi trecento voti non scollandosi dai dodici mila e settecento raccolti al primo turno. Qui sta la considerazione generale: il PD non trova alleati, non vuole e forse non sa fare coalizioni. Ricorrendo al titolo di un famoso romanzo di Osvaldo Soriano, il PD è triste, solitario, y final, probabilmente giunto al termine della sua travagliata traiettoria poco più che decennale.
Anche le Cinque Stelle debbono sentirsi un po’ tristi, appena rallegrate dalla conquista, oltre che di Imola, del feudo già democristianissimo di Avellino. Solitarie non possono più essere con la loro esperienza di governo con la Lega oramai iniziata, ma, certo, i primi frutti ancora non si vedono. Stanno andando quasi tutti alla Lega che, per ricorrere al politichese, può tenere aperti due forni: quello attuale con le Cinque Stelle, quello di riserva, con il resto del centro-destra, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Dal voto dei ballottaggi, in effetti, esce rafforzato il polo leghista del governo giallo-verde. Lasciando che molti analisti si affannino a cercare contraddizioni e controversie nel governo, gli elettori hanno premiato il molto loquace Salvini, dato qualche premio di incoraggiamento al Movimento Cinque Stelle e detto che l’opposizione del PD è molto, troppo afona.
Pubblicato AGL il 27 giugno 2018
Il crollo di un progetto velleitario
Nel 2007 ero da dieci anni iscritto ai DS (Democratici di Sinistra), l’unico partito di cui ho mai preso la tessera. Quando iniziò la battaglia per portare i DS all’incontro con la Margherita con l’obiettivo di dare vita ad un Partito Democratico, “scesi in campo” a sostegno della Mozione 3 che suggeriva di procedere lentamente attraverso una prima fase federativa. Andai un po’ dappertutto, accolto con molta sufficienza, a esporre le tesi della Mozione 3. Mi recai anche nel più grande, dal punto di vista degli iscritti, dei Circoli dei DS a Pesaro. Dopo i tre classici interventi: una giovane donna per la Mozione 1; un sindacalista per la Mozione 2; un Prof per la 3, i giovani DS mi offrirono da bere. Tre di loro, sugli otto componenti della segretaria, erano stati miei studenti di Scienza politica a Bologna. Vi ho convinti, chiesi, voterete per me? No, fu la risposta chiara inequivocabile immediata, “facciamo parte della segreteria del partito”.
Un po’ dappertutto facevo notare che la promessa di mettere insieme il meglio delle culture politiche riformiste del paese era molto velleitaria. Da un lato, le due maggiori culture politiche, quella comunista e quella cattolico-democratica, si erano esaurite, sconfitte dalla storia e dalla pratica; dall’altro, una vera cultura politica riformista, quella socialista, non era neppure stata invitata. Nel tripudio di discorsi e di lacrime a Campo di Marte alla fine di un tiepido aprile 2017 si consumò il congresso di chiusura dei DS con un lunghissimo appassionato appello alle emozioni di Piero Fassino. E, per quel che conta, con la mia non adesione. Poi dal Lingotto cominciò la cavalcata di Walter Veltroni, “fusosi” a freddo con Dario Franceschini, scelto come suo vicesegretario: ecco la contaminazione delle culture politiche! Narrando la nuova Italia che avrebbe costruito, invece di dire con quale partito nuovo avrebbe fatto tutte quelle belle cose, Veltroni si candidava, forse non del tutto consapevolmente, ma inevitabilmente, lo scrissi subito, alla carica di Presidente del Consiglio. Era la ricomparsa della classica sindrome democristiana: il segretario del partito sfidante naturale del capo del governo. A riprova, Prodi cadde pochi mesi dopo e Veltroni si lanciò a testa bassa nella nuova avventura: il partito a vocazione maggioritaria.
Fra vocazione maggioritaria e elezione di nuovi segretari, nessuno nel Partito Democratico ha mai neppure iniziato a riflettere sulla cultura politica di un partito di sinistra (?); riformista (?); progressista (?). Nulla dirò sulla cultura istituzionale la cui inadeguatezza si è rivelata tragicamente nelle riforme costituzionali e nella conduzione del referendum 2016. Adesso, qualcuno, Carlo Calenda, sostiene che bisogna andare oltre il PD, un partito mai consolidatosi. Qualcun’altro, Maurizio Martina, risponde che è necessario un “ripensamento complessivo” di un pensiero che non si è mai espresso, di una cultura politica che non si è mai formata, attraverso “scuole di politica” che sono per lo più state “passerelle per politici”. Non dovrebbe essere difficile andare oltre un partito che non è mai stato tale. Sarà difficilissimo farlo, forse impossibile, se il ripensamento verrà affidato a uomini e donne del cui pensiero politico è più che lecito dubitare.
Pubblicato il 26 giugno 2018 su larivistaILMULINO





