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Con una mediocre riforma Renzi ha messo nell’angolo Berlusconi. Parla GP
Il politologo valuta gli scenari aperti dalla revisione costituzionale. Boccia la linea di Forza Italia. E auspica l’introduzione delle preferenze nell’Italicum.
Intervista raccolta da Edoardo Petti per Formiche.net il 10 marzo 2015
Un passo decisivo verso le nuove istituzioni disegnate da Matteo Renzi è stato compiuto. L’Aula di Montecitorio ha terminato la prima lettura del progetto di revisione costituzionale governativo con 357 voti favorevoli e 125 contrari. Formiche.net ha interpellato lo scienziato politico dell’Università di Bologna Gianfranco Pasquino per comprenderne i risvolti nel panorama partitico.
Come giudica il contenuto della riforma?
Il testo mi pare brutto. Perché se si crea una Camera di rappresentanza delle autonomie è necessario essere precisi su come gli enti locali vengono rappresentati. Anziché mescolare i sindaci con figure nominate dalle regioni, era meglio imitare il Bundesrat tedesco – costituito esclusivamente da esponenti dei Lander – tipico di un assetto parlamentare che funziona benissimo.
Vi sono ulteriori punti critici?
Non capisco il ruolo dei i 5 senatori nominati per 7 anni dal Presidente della Repubblica. Poi, se il problema è ridurre il numero dei parlamentari, bisognava tagliare anche quello dei deputati. E va bene fare una Camera di 100 rappresentanti delle autonomie territoriali, ma si dovrebbe trovare un diverso metodo di scelta. Resta aperto, inoltre, il tema dei compiti del prossimo Senato. Consentire a senatori non eletti il potere di contribuire alla riforma della Costituzione mi sembra eccessivo.
Il combinato disposto della revisione istituzionale e della nuova legge elettorale prefigura un modello coerente?
Parlerei di “scombinato indisposto”. Matteo Renzi voleva approvare un meccanismo di voto calibrato sulla Camera politica. Ma non si è preoccupato del nuovo Senato, che squilibra l’assetto istituzionale. Fondato su un governo che può contare su un altissimo numero di parlamentari nominati ed eletti con il premio di maggioranza. Uno sbilanciamento che incide pesantemente sulla scelta del Capo dello Stato.
La minoranza del Partito democratico ha vincolato il proprio Sì alla riforma alle modifiche del meccanismo di voto. A partire dal superamento dei capilista bloccati.
Che in effetti non dovrebbero essere previsti. Sarebbe utile che fosse adottato il voto di preferenza unico voluto dalla grande maggioranza dei cittadini italiani nel referendum del giugno 1991. Certo, le preferenze costituiscono una causa di corruzione. Ma è stata varata una legge contro il fenomeno. Il problema dei capilista bloccati in ogni caso non è l’unico.
Quali sono gli altri aspetti controversi?
Le candidature multiple, che dovrebbero essere buttate a mare subito. E l’attribuzione al singolo partito del premio di governabilità. Nelle democrazie politiche europee gli esecutivi sono tutti di coalizione ad eccezione della Spagna. Il premier preferisce invece puntare su una compagine mono-partitica, meno rappresentativa dell’elettorato.
Matteo Renzi sembra prospettare una dinamica tendenzialmente bipartitica.
Non è vero. Lungi dal favorire percorsi di aggregazione, le regole elettorali scelte frammentano e svantaggiano le forze di opposizione, relegandole in un ruolo marginale rispetto al governo. Vi è una cosa che sarebbe divertente per i politologi.
Cosa?
Visto lo stato di lacerazione del centro-destra, diviso dalle rivalità tra formazioni non molto forti secondo tutte le rilevazioni demoscopiche, nelle future elezioni politiche sarebbe probabile un ballottaggio tra Pd e Movimento Cinque Stelle. Le tornate amministrative di Parma e Livorno rivelano che a quel punto i giochi potrebbero riaprirsi.
I parlamentari penta-stellati hanno scelto la linea dell’Aventino denunciando “metodi fascisti” nello stravolgimento della Costituzione.
Si tratta di toni esagerati. Non ci troviamo di fronte a una deriva autoritaria, bensì in presenza di una scarsa cultura costituzionale e di un notevole tasso di improvvisazione nei governanti. Il rischio autoritario dovrebbe coinvolgere tutte le istituzioni repubblicane. Per fortuna vi sono una Corte Costituzionale e un Capo dello Stato con un forte senso dell’equilibrio fra poteri. E un’opinione pubblica restia ad avventure anti-democratiche.
Forza Italia invece ha votato No alla riforma, rovesciando la strategia fin qui adottata.
Silvio Berlusconi lo ha fatto per non lasciare la bandiera dell’opposizione alla Lega Nord e ad avversari interni come Raffaele Fitto. La scelta rivela che l’ex Cavaliere ha negoziato male con Renzi, e ora cerca di recuperare.
Nella partita delle riforme il premier ha messo alle corde il “partito azzurro”?
Fi sta seguendo una deriva verso posizioni minoritarie. Il suo leader, giunto al tramonto della propria parabola politica, non è in grado di tenere insieme le anime del partito. E non sa proporre un’alternativa, privo di qualunque concezione istituzionale nuova e dirompente.
Vi dico qual è il vero identikit del prossimo Presidente

Riceviamo e pubblichiamo la vera lettera di Renzi ai militanti del PD
Cari Leggendari Militanti Dem,
non so dove siate quando non lavorate nei ristoranti delle feste dell’Unità (a proposito, che fine ha fatto il vostro leggendario quotidiano “fondato da Antonio Gramsci”?). Certo, non state facendo funzionare i circoli del PD dove non viene nessuno anche perché quello che conta non succede lì. Certo, non state cercando di convincere gli ex-iscritti a rinnovare la tessera e potenziali nuovi iscritti a farla. Peccato perché se non parlate con nessuno sarà difficile spiegare la mia, pardon, “nostra” scelta del candidato al Quirinale. Smettetela di fare i furbetti politicamente corretti e di chiedere chi sono i 101. C’erano anche dei renziani? Ebbene, sì.
Prodi?
Non pensavamo allora che Prodi potesse essere un buon Presidente della Repubblica(cosa pensiamo adesso non ve lo dico). Però, ci parrebbe utile sapere perché circa 394 parlamentari credessero nella capacità di Prodi di “rappresentare l’unità nazionale”, nelle sue competenze costituzionali, nella sua gestione del paese quando non aveva saputo neppure tenere insieme le sue due maggioranze parlamentar-governative.
La ricerca di un garante super partes
Nel frattempo, ha anche detto che non è più interessato. Prendiamolo sul serio e andiamo piuttosto alla ricerca di un (o di una) garante super partes. Naturalmente, non deve essere garante dei cittadini. Ci mancherebbe altro che fosse un “pertiniano” che si metta a criticare il mio velocissimo governo in nome dei cittadini che aspettano le riforme che tardano e che spesso neanche buone sono. Sarà opportuno che il prossimo Presidente della Repubblica si metta bene in testa che la garanzia la deve dare in primis e soprattutto a me, poi anche a Berlusconi che altrimenti non lo vota e ci crea dei problemi. So che vorreste l’identikit, ma non avete fatto attenzione a quello che ho detto nella conferenza stampa di fine con la mia compiaciuta lezioncina sulla storia delle undici elezioni presidenziali? Sette volte su undici gli eletti erano stati presidenti di Camera e Senato. Ah, dite che tutti avevano anche avuto una lunga carriera parlamentare e possedevano una sana biografia politica? Dunque, volete scoraggiare Grasso e Boldrini già ringalluzziti dall’idea che, se ci sarà stallo, potrebbero farcela? Ma se sono dei neofiti che non hanno brillato per niente nella conduzione dei lavori della loro Camera di appartenenza!
L’identikit del nuovo candidato presidente
Quel che ci vuole, cari militanti sconosciuti, è una figura di basso profilo che non abbia mai polarizzato nessuno scontro, che abbia una popolarità minima e poca inclinazione a cercarsela, che in questo parlamento non abbia nessun seguito personale, che, questo conta moltissimo, mi sia debitore della fortuna inaspettata di ascendere al Quirinale e che se lo ricordi tutte le volte (e Napolitano sa quante) avrò bisogno di lui, chiedendogli di chiudere un occhio o di lodarmi a prescindere. Ah, dite che vi sembra l’identikit di un ex-democristiano intorno ai settant’anni, uomo, ovviamente, senza né lode né gloria? Fuochino fuochino, ma, come sapete, mi corre l’obbligo di dire che non intendo partecipare al totonomine poiché io non sono coubertiniano. Partecipo per vincere. Preparatevi tutti (altrimenti la Serracchiani vi bacchetta duramente) a dire alto e forte che la mia scelta è ottima, non conflittuale, per il bene del paese.
Cari Dem, auguri di Anno Buono (ho cambiato verso)
Matteo Renzi
PS Attenzione alla autocandidatura di Pasquino, politologo, con esperienza parlamentare, conoscenze costituzionali, poco o punto condizionabile. Nessuno ha ancora fatto il suo nome. Quindi, non è bruciato. Scorgo qualche pericolo. A voi trovare il modo di sventarlo.
Pubblicato il 5 gennaio 2015 su futuroquotidiano.com
L’Italicum 2 di Renzi & B. è incostituzionale
Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net
“L’Italicum è una legge ad partitum, fatta cioè per venire incontro alle esigenze del Pd di Renzi. A essere molto sospetto è però il fatto che Berlusconi si sia prestato a questo gioco”. Ad affermarlo è Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna. Nel corso dell’ottavo incontro in undici mesi, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi hanno trovato un accordo parziale sulla legge elettorale, confermando il premio di maggioranza per chi vince il ballottaggio o supera una determinata soglia, alzata dal 37 % al 40%.
Non crede che senza una soglia al di sotto della quale non scatta il premio di maggioranza, un partito possa ottenere il 55% dei seggi con, mettiamo, il 25% dei voti?
Se avvenisse così naturalmente il problema sarebbe enorme, e la Consulta interverrebbe affermando che un premio di quel genere senza una soglia minima che deve essere molto al di sopra del 25% è sicuramente incostituzionale. In pratica però sappiamo anche che il Pd conta di arrivare al 40% dei voti, e quindi il premio sarebbe più contenuto.
Quindi il premio di maggioranza va bene così?
No, perché le leggi non si fanno tenendo conto della realtà nel momento in cui si legifera, ma di qualsiasi situazione possibile. Non può quindi esserci un premio di maggioranza così elevato. Questo è un sistema che può funzionare adesso, ma che può rappresentare una gravissima distorsione se per esempio il Pd subisse una scissione di proporzioni non marginali.
L’Italicum è una legge ad personam per il Pd di Renzi?
Direi che è una legge elettorale “ad partitum”. A sorprendere però è che Berlusconi accetti una situazione di questo tipo. Ma soprattutto non va bene il fatto che un partito in un sistema multipartitico decida che deve comunque avere i seggi per governare da solo. In tutta l’Europa, con l’eccezione della sola Spagna, ci sono governi di coalizione che sono automaticamente più rappresentativi dei governi di un solo partito.
Il ballottaggio garantisce comunque una maggiore rappresentatività al secondo turno?
Il ballottaggio non garantisce tanto una rappresentatività, quanto il potere degli elettori. Al secondo turno saranno loro che decidono chi ottiene il premio di maggioranza. Sappiamo però anche che al ballottaggio la percentuale degli elettori, abitualmente, è di molto inferiore rispetto alla percentuale di elettori al primo turno.
Come si possono coniugare rappresentatività e governabilità?
Il primo passo è eliminare il Porcellum come ha fatto la Corte costituzionale e il secondo è buttare via la legge elettorale scritta da Renzi. Una volta che ci saremo liberati di quelle due leggi si potranno ottenere rappresentatività e governabilità. Purché per governabilità si intenda un governo sufficientemente stabile, in qualche modo legittimato dagli elettori, ma capace di prendere decisioni. Se ci guardiamo intorno, sicuramente la Germania ha una legge elettorale che garantisce rappresentatività e governabilità.
Le preferenze danno davvero agli elettori la possibilità di scegliere?
E’ chiaro che gli elettori di Forza Italia non potrebbero scegliere nulla, perché nel migliore dei casi Berlusconi avrebbe 100 seggi (al momento ne conta 90) e quindi tutti i parlamentari di Forza Italia sarebbero nominati dal Cavaliere. Nel caso del Pd invece ci sarebbe uno spazio per il gioco delle preferenze. Supponendo che il Pd avesse il 55% dei seggi, cioè circa 340 deputati, 100 sarebbero nominati da Renzi e gli altri 240 uscirebbero dal gioco delle preferenze.
Che cosa si aspetta Berlusconi in cambio del suo sì alla legge elettorale dettata da Renzi?
Nessuno di noi può pensare che Berlusconi abbia smesso di volere una riforma della giustizia punitiva nei confronti della magistratura, nonché una qualche riduzione di pena. A maggior ragione dopo che ieri sono stati condannati Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora, e che ci ricorda che esiste un problema relativo anche al processo Ruby.
Pubblicata il 14 novembre 2014
Il Partito della Regione
“Non ci sono più posti dove è impossibile perdere” è il lapidario annuncio di Stefano Bonaccini nella sua campagna elettorale finora solitaria. Meglio sarebbe dire che ci sono posti dove è difficile perdere per il PD, ma c’è spesso qualcuno che ci prova e ci riesce purché, ovviamente, gli altri dalle Cinque Stelle a Forza Italia sappiano scegliere i candidati e votare, all’occorrenza, in maniera strategica. Non sembra proprio essere il caso dell’Emilia Romagna dove le espulsioni delle Stelle Dissenzienti e il disinteresse di Berlusconi alla conquista della Regione (sarà mica uno dei codicilli al Patto del Nazareno?) non possono creare nessun problema. Purtroppo, incapaci anche di creare una sfida decente, le latitanze degli oppositori non spingono Bonaccini e i candidati in lista a elaborare quell’innovazione politica e amministrativa che imprenditori, operatori economici e sociali, associazioni e cittadini aspettano da tempo. Eppure da quello che, per fortuna, Bonaccini non ha (ancora?) chiamato Partito della Regione, è da tempo, almeno da quando fu sommessamente criticata la decisione di fare ottenere a Errani un terzo mandato, ci si aspetta un salto di qualità. Galleggiare appena al di sopra della crisi, con quasi tutti gli indici di poco migliori delle altre regioni italiane, non basta più. Soprattutto, non serve a mobilitare le energie che in regione esistono, ma che spesso decidono di andarsene a cercare altrove, non fortuna, ma occasioni e condizioni di lavoro migliori. E’ brutto, a fronte dello stallo di innovazione e dell’assenza di sfide politiche, rispondere alle critiche come Bonaccini fa replicando a Guccini: “basta che voti PD” e rincarare la dose dicendo di non amare “chi critica dai salotti” e di non sopportare (cito dal titolo all’intervista pubblicata dal Corriere di Bologna), “la sinistra radical”: dove sono finiti i chic? La sinistra radical, fra un salotto e un concerto, fra un vernissage e la presentazione di una collezione invernale, se ne farà una ragione. Per esperienza personale so che quella sinistra non ha poi mai il coraggio di non votare PD (e prima DS e PCI) e soprattutto di dire perché no, magari argomentando le sue critiche. Il punto, però, è che questi dirigenti renziani del PD non sembrano molto inclini a dialogare con chi dissente nella loro area, ampia e vaga. Dei tecnocrati si può parlare male anche se, in fondo, quasi tutti loro posseggono competenze che potrebbero essere utili (e alcuni le hanno già fatte fruttare in ruoli di governo nella Regione). I gufi sono animali graziosi e miti. Fino ad ora non hanno neanche portato sfortuna. Peggio sono, naturalmente, i professoroni, ma anche loro si sono rivelati inadeguati a contrastare confuse e tutt’altro che concluse riforme. Adesso tocca ai professionisti che, immagino, sono i frequentatori abituali dei salotti (ahimé, ho scarsissime conoscenze di prima mano), essere colpiti dalla critica. Se il futuro Partito della Regione dovrà essere nazional-popolare come quello abbozzato da Renzi, allora tutto si spiega. Ma non tutto si apprezza.
Pubblicato il 23 ottobre 2014
Cosa insegna il caso Richetti. La versione di Pasquino
Nel giorno in cui Matteo Richetti, indagato per peculato, si ritira dalle primarie in Emilia-Romagna e si apprende che anche l’altro candidato Stefano Bonaccini è indagato, il politologo Gianfranco Pasquino ricava una lezione utile sul nuovo Senato riformato da Renzi e ai rottamatori vecchi e nuovi dice che…
Intervista raccolta da Fabrizia Argano per Formiche.it
9 settembre 2014
Cosa c’entrano il ritiro dalle primarie in Emilia-Romagna di Matteo Richetti, indagato per peculato, e la notizia arrivata in serata dell’iscrizione nel registro degli indagati anche dell’altro candidato, Stefano Bonaccini, con il nuovo Senato? Lo spiega a Formiche.net il politologo Gianfranco Pasquino: “Questo caso dimostra semplicemente come purtroppo la maggior parte dei consiglieri regionali ha fatto cose che non doveva fare. Non si capisce quindi perché debbano essere proprio i consiglieri regionali a far parte del nuovo Senato ipotizzato nella riforma Renzi-Boschi, vista la loro onestà tutt’altro che impeccabile”.
Richetti è in qualche modo vittima del giustizialismo rottamatorio praticato da se stesso e dalla cerchia dei renziani duri e puri?
In questi casi, vale una frase che i politici utilizzano spesso: bisogna lasciare che la Giustizia faccia il suo corso. Certo, Renzi dovrebbe imparare a filtrare chi riesce a salire sull’affollato carro del vincitore. Fino ad ora si è limitato a incamerare tutti, ora dovrebbe fare maggiore selezione altrimenti questo aspetto rischia di diventare un problema innanzitutto suo e poi di tutto il Pd.
C’è chi dice che l’iscrizione nel registro degli indagati di un renziano della prima ora come Richetti sia un primo avvertimento delle toghe a Renzi. Cosa ne pensa?
Certo, il timing dell’iscrizione fa pensare ma i magistrati hanno sempre una spiegazione per questo. Non credo comunque in un possibile futuro accanimento delle toghe verso Renzi né in passato verso Berlusconi. Esistono solo dei reati che giustamente vengono perseguiti dai magistrati.
Richetti ha fatto bene a ritirarsi?
Credo di sì, comunque sia è un gesto importante. Da indagato, penso sia opportuno uscire temporaneamente di scena.
Ora che succede in Emilia?
La notizia del passo indietro di Richetti è interessante per le conseguenze. I renziani staranno con il segretario regionale Stefano Bonaccini o con l’ex sindaco di Forlì Roberto Balzani? Il primo non è un renziano né della prima né della seconda ora ma un rappresentante della vecchia guardia, appoggiato da tutto l’establishment. Il secondo è l’outsider che a livello di idee potrebbe essere renziano ma non si è mai posto in atteggiamento servile verso il leader del Pd. La sua eventuale vittoria rappresenterebbe davvero la fine della vecchia guardia.
Non basta andare di corsa
Il “passo dopo passo” dichiarato da Renzi a conclusione di quello che doveva essere un importante Consiglio dei Ministri rappresenta un significativo arretramento rispetto alla avventata promessa iniziale di “una riforma al mese” oppure è il segno di un ritrovato pragmatismo? Il Presidente del Consiglio sembra essersi accorto che per governare un paese complesso come l’Italia, popolato da quelli che lui chiama gufi e rosiconi, infestato da professoroni, bloccato da burocrati e banchieri, non basta correre. Non basta inviare molti tweet (facendo affidamento sui giornalisti amichevoli). Bisogna riflettere, selezionare, investire tempo ed energie, convincere. Soprattutto, è venuta l’ora di indicare un progetto di lungo periodo (Renzi si è dato un orizzonte di mille giorni a partire dal primo settembre) e di formulare una strategia. Infatti, l’Italia è stata bloccata da governi come, in particolare, ma non esclusivamente, quelli guidati da Berlusconi, che di strategie di lungo periodo, tranne quella della propria sopravvivenza, non ne avevano proprio. Correre e fare in fretta sono due modalità d’azione, qualche volta apprezzabili anche in politica, ma non si trasformano automaticamente in nessuna strategia in grado di mobilitare le forze vitali di coloro, che quasi sicuramente non sono la maggioranza in Italia, vale a dire, i riformisti, che vogliono davvero cambiare, lavorando.
Alla necessità di dare contenuti chiari e precisi ai suoi provvedimenti, a non affastellare, ma a tenere distinti i diversi ambiti delle riforme e a stabilire una sequenza di priorità, Renzi è stato richiamato dal Presidente Napolitano il quale, oramai da vero e severo governante ombra, ha poi anche discusso di cifre, conti, coperture con il Ministro dell’Economia. In Europa, non basterà replicare al settimanale “‘Economist” gustando ostentatamente gelati (italiani, of course) e neppure dicendo che stiamo già facendo i compiti a casa, che non è del tutto vero. Bisognerà, invece, conquistare la flessibilità possibile sulla base di riforme italiane che sveltiscano il funzionamento della giustizia civile, la quale, oltre ad essere un costo sistemico per l’Italia, scoraggia gli investimenti stranieri, e che rendano più efficiente la burocrazia e migliore la scuola. Di sicuro, la burocrazia, che per natura è inevitabilmente una struttura popolata da conservatori, si opporrà a qualsiasi riforma, in modo speciale a quelle che colleghino carriera e stipendi alla produttività e all’efficienza. Tuttavia, un attacco frontale ai burocrati senza distinguere fra loro gli efficienti e gli indispensabili dai troppi altri provoca soltanto rigetto ed è destinata, se non a fallire, a dare scarsi e sterili frutti. Un discorso molto simile vale per la scuola sulla alquanto abborracciata riforma della quale lo stesso Napolitano, che non è un esperto, ha chiesto a Renzi chiarimenti e approfondimenti.
L’entusiasmo seguito al tanto inaspettato quanto straordinariamente positivo risultato per il PD e, indirettamente, per il suo segretario-capo del governo, delle elezioni europee del maggio sembra sostanzialmente svanito. Il Presidente del Consiglio rincorre qualche successo di prestigio, come, ad esempio, la nomina di Federica Mogherini a responsabile della politica estera dell’Unione Europea: un riconoscimento, ma anche una difficile sfida. Gli operatori economici, italiani e soprattutto europei, attendono, invece, di vedere una strategia di fondo che si proponga di portare l’Italia fuori dalla recessione. Efficace è lo slogan del decreto “Sblocca-Italia”, ma per andare in quale direzione, perseguendo quali obiettivi prioritari e con quali modalità? Oltre al tempo per correre, c’è anche un tempo per riflettere, magari, in questo caso, concentrandosi, studiando (in fretta) e andando al di là del troppo ristretto e non abbastanza attrezzato cerchio dei consiglieri del Presidente del Consiglio.
Pubblicato AGL domenica 31 agosto 2014
Vi spiego perché il Pd di Renzi non può essere il Partito della nazione. Parla Gianfranco Pasquino
Intervista raccolta da Edoardo Petto per Formiche.net 30 luglio 2014
Spiazzante e dirompente. Matteo Renzi non conosce ostacoli nell’attingere per le proprie iniziative dal patrimonio culturale progressista o liberal-conservatore. Grazie al suo modo di agire spregiudicato e post-ideologico, il premier è riuscito a neutralizzare la propaganda e le argomentazioni degli avversari di destra e di sinistra.
La centralità di un “Renzi pigliatutto” potrebbe trasformare il PD in un “partito della nazione” capace di prosciugare il bacino di consensi di un centro-destra lacerato? E quali sono i rischi di tale scenario? Formiche.net lo ha chiesto al politologo Gianfranco Pasquino.
Matteo Renzi vuole creare un grande “partito della nazione” perno dell’assetto politico-istituzionale?
Faccio fatica a utilizzare il termine “partito della nazione”, un’invenzione giornalistica italiana. Altrove o in altri contesti temporali si parla di “partito del popolo” per indicare grandi forze politiche interclassiste come la Democrazia cristiana in Italia e la CDU in Germania.
Il premier vuole ricostituire una DC in forme rinnovate?
Se la sua aspirazione è questa, ritengo sia fuori tempo massimo di oltre vent’anni. Altro ragionamento vale se per “partito della nazione” si intende una formazione vasta capace di conquistare spazio in buona parte nella sinistra e in una parte del centro. La sua prospettiva originaria forse era differente. Ma all’indomani del voto europeo lo scenario politico è mutato. E il leader del PD si è adeguato. Vi è tuttavia una divergenza rispetto all’epoca della Democrazia cristiana.
Quale?
La DC utilizzava con saggezza ed elasticità il consenso e l’appoggio dei piccoli partiti laici. Allo stesso modo Renzi dovrebbe capire che forse in Sinistra e Libertà vi sono buone idee, che il Movimento Cinque Stelle è anche portatore di proposte significative, e che Scelta Civica può offrire più di quanto ha dato finora.
Con il PD di Renzi l’Italia rischia di riprodurre la “democrazia bloccata” della prima Repubblica?
Non posso dirlo ora. Lo scenario è legato a una lunga stagione di vittorie elettorali e di governo da parte dello stesso partito. Ma il premier finora ha prevalso soltanto in un voto europeo. Vedremo se e con quale percentuale – peraltro falsata dal premio di maggioranza – riuscirà a farlo nelle prossime tornate politiche.
Giocando di sponda tra destra e sinistra, Renzi potrebbe annacquare le riforme strutturali come sta accadendo nel terreno istituzionale?
Per il percorso di revisione costituzionale e della legge elettorale suggerisco di attendere il termine della “ballata estiva”. Rilevo come il nuovo Senato e il meccanismo di voto giunto all’esame di Palazzo Madama rappresentino una soluzione pasticciata, lontana dalla versione originaria concordata nel Patto del Nazareno. Accordo che sembra essere stato siglato su un pezzo di carta neanche firmato.
E per gli interventi di tipo economico-sociale?
Sinceramente non li ho visti. E faccio fatica a pensare a iniziative in tempi brevi, visto che il Presidente del Consiglio dedica il suo tempo ad altri temi. Vi è un problema di tempo e di intelligenza politica. Tengo a precisare però che la riforma del lavoro dovrebbe essere realizzata tenendo a mente le indicazioni argomentate e persuasive di Pietro Ichino. Una miscela sapiente di proposte liberali e di visione di sinistra orientata alla ricerca del lavoro dignitoso nell’equità.
Cosa devono fare le forze di centro-destra per rilanciare il loro protagonismo e rendere aperta la competizione politico-elettorale?
Nelle democrazie occidentali il governo è tanto migliore quanto più credibilmente viene sfidato da un’opposizione ricca di proposte. Nel nostro paese l’opposizione di centro-destra è profondamente divisa. Una parte sta al governo, mentre la componente maggioritaria è “posseduta” da un imprenditore vecchio nell’età e nelle idee. L’unico marchingegno per risorgere è che Silvio Berlusconi dica “Basta, adesso arrangiatevi voi”.
Elezioni primarie di coalizione potrebbero essere il punto di partenza?
Forse. La legittimazione popolare del capo del centro-destra tramite una competizione aperta rappresenterebbe lo strumento migliore per ricomporre le sue “sparse membra”
Ho una visione: il referendum sul Senato non farà bene al governo Renzi

Sostiene Napolitano, rivolto alle opposizioni allarmate (allarmiste?), che non bisogna agitare “spettri autoritari” contro la riforma del Senato e altre riforme renziane. Sosterrà Napolitano, rivolto al Ministro Boschi, al Presidente del Consiglio Renzi, ai loro solerti costituzionalisti di corte e agli ossequienti giornalisti di regime, che non bisogna agitare “spettri plebiscitari” come stanno facendo molti affannati renziani? Sostenere che, una volta approvata la riforma del Senato, il governo chiederà un referendum costituzionale non è una generosa concessione alle opposizioni. Piuttosto, è una sfida a quelle opposizioni: “si cercassero i voti popolari”. E’ anche una minaccia: il governo butterà sul piatto referendario tutto il suo peso per dimostrare quanto popolare è e quanto rappresentativo dell’elettorato italiano. L’opposizione, contatasi, pagherà il fio.
Però, la Costituzione, che gli improvvisati neo-riformatori stanno cambiando a colpi di maggioranza e tagliando con la ghigliottina, non consente a nessun governo di chiedere un referendum costituzionale. Il precedente del centro-sinistra che, approvata nel marzo 2001 una brutta riforma del Titolo V (tanto brutta che il governo Renzi vuole cambiarla), poi chiese un referendum confermativo e lo vinse nell’ottobre con il 34 per cento dei partecipanti, non è il miglior biglietto da visita. Nell’intermezzo, il centro-sinistra perse alla grande le elezioni politiche del maggio 2001.
Sostiene l’art. 138 che il referendum sulle modifiche costituzionali può (non deve) essere chiesto da un quinto dei parlamentari di una Camera oppure da cinquecentomila elettori oppure da cinque Consigli regionali. Non c’è menzione del governo. Nei modi e con i toni usati da Boschi, Renzi e i loro zelantissimi parlamentari e giornalisti, un referendum costituzionale chiesto dal governo – fuori dalla finzione che sarà il PD a imporre ai suoi parlamentari la disciplina di partito (Serracchiani la vorrebbe imporre anche al Presidente del Senato), che sarà il PD a raccogliere le firme dei cittadini, che saranno i Consigli regionali dove il PD ha la maggioranza a esprimersi a favore del referendum – , si configura come una domanda semplice “siete a favore o contro il governo?” Sostiene chi conosce la storia e la dinamica delle consultazioni popolari di questo tipo sa che la campagna elettorale e l’evento non configurerebbero un referendum, ma un plebiscito. Chi non può “agitare” riforme fatte bene, agita qualche spettro plebiscitario.
Pubblicato su Futuroquotidiano.com 26 luglio 2014
A Manciano (GR) domenica 15 giugno
Dalle elezioni europee alle amministrative, dal semestre italiano alle riforme nazionali.
Domenica 15 giugno 2014 ore 18
Piazza della Rampa – Manciano (GR)
Incontro promosso dall’unione comunale del Partito Democratico di Manciano
Manciano: “Un paese che esce dalle ultime elezioni con un’indicazione omogenea su tutto il territorio, un partito che con il 40,8 per cento dei voti riceve il mandato per una vocazione nazionale. Come cambierà il paese, e come cambierà il Pd? E come riusciranno, insieme, a cambiare l’Europa”?
L’unione comunale del Pd di Manciano invita tutti i cittadini a discuterne insieme a tre osservatori eccellenti:
– Sergio Rizzo, giornalista del “Corriere della Sera”
– Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica
– Paolo Freguglia, docente al Disim, Università dell’Aquila



