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Governo giallorosso? Il prof. Pasquino lo promuove (e “candida” Padoan…) @formichenews

Intervista raccolta da Francesco De Palo twitter@FDepalo

Il politologo a Formiche.net: “Il Conte bis è l’unica soluzione. Il commissario italiano? Padoan sarebbe perfetto”

I moderati italiani che vogliono un governo decente hanno solo un interlocutore: il Pd. Ne è convinto Gianfranco Pasquino, uno dei politologi più prestigiosi del nostro Paese e professore emerito di Scienze Politiche all’Università di Bologna, che affida a Formiche.net le sue previsioni sulla crisi di governo, sul respiro dell’alleanza giallorossa e sul nuovo Commissario italiano in Ue.

Perché il Conte bis è l’unica soluzione al puzzle di Palazzo Chigi?

Qualsiasi altra soluzione produrrebbe sconquassi tra le fila del Pd. Inoltre la scelta di un premier alternativo a Conte sarebbe fonte di duri scontri interni al M5s. Per cui al momento nessuno ha titoli migliori di Giuseppe Conte.

Di Maio vicepremier è una condicio sine qua non o una velleità personale?

Non so se sia velleità personale, comunque so che sarebbe un errore: è inaccettabile. In un governo di coalizione è il secondo partito che indica il vicepremier non il primo, soprattutto quando ha già indicato il capo del governo.

Il pieno mandato della Direzione dem a Zingaretti per un governo di legislatura può essere per il Segretario un’arma a doppio taglio?

Innanzitutto anche se tutti possono parlare di governo di legislatura, esso poi deve passare alla prova dei fatti: il governo naturalmente dura finché riesce a realizzare alcuni punti programmatici, ottenendo riscontri positivi dalla società e dall’Europa. Il Pd deve volere un lungo periodo per dimostrare di credere ad un esecutivo che duri di più rispetto a quello precedente. Inoltre ha bisogno di tempo, perché se dovesse ottenere i risultati auspicati allora potrà rivendicarli nelle prossime urne. Quindi vedo due condizioni basilari tra i democratici che parimenti si possono applicare al M5S.

Ovvero?

I grillini fino ad oggi hanno fatto abbastanza male, adesso devono cercare di recuperare e si sbagliano se si illudono di poterlo fare in quattro mesi. Devono augurarsi che funzionino i loro progetti, come un reddito di cittadinanza magari modificato, e ottenere qualcos’altro che sia utile in termini di visibilità del movimento. E dico con certezza che non penso alla riduzione del numero dei parlamentari.

Poco si è parlato nella crisi di governo di politica estera, tranne per il tweet trumpiano pro Conte. Ma il ruolo italiano nell’equilibrio atlantico quanto sta influendo nelle dinamiche di queste ore?

L’Italia, nonostante tutto, in Europa è un Paese importante. A livello mondiale certamente no, ma dipenderà dalla sua capacità di appoggiarsi ad un attore primario. In questo caso un appoggio con riserve a Trump è di gran lunga preferibile di uno a Putin. Se il M5s riuscirà a motivare adeguatamente cosa ha inteso ottenere con la Via della Seta, allora matureranno i buoni rapporti con la Cina, che ci occorrono dal punto di vista economico. Però è in Europa che dobbiamo fondamentalmente tornare a contare, perché in quel caso potremmo addirittura determinare che sia l’Europa a contare di più nel mondo.

Con Gentiloni commissario Ue?

Essendo stato già a capo di un governo, senza dubbio sarebbe all’altezza di quelli che immagino saranno i commissari espressi da altri paesi. Però ci sono altri nomi sul campo: chi designerà dovrebbe avere un identikit in mente. All’inizio sembrava che la Lega avesse puntato su un portafoglio economico di peso: credo che questa casella sarebbe comunque utile all’Italia, ma in quel caso non con Gentiloni. Potrebbe essere l’ex ministro dell’economia Padoan il nome perfetto.

Crede che un portafoglio economico sia più utile all’Italia rispetto a quello dell’agricoltura?

Anche l’agricoltura ci sarebbe utile, ma il portafoglio economico ci permetterebbe di contare molto di più. Se proseguiamo nel credere che l’Europa debba avere maggiore flessibilità, allora dovremmo mandare qualcuno in grado di argomentare questa tesi. Padoan ha la statura internazionale, l’esperienza ministeriale ed è noto a Bruxelles.

Calenda che dice di voler lasciare il Pd, darà vita al centro che non è riuscito a Renzi?

Renzi ha posto rimedio a quell’errore clamoroso commesso il 5 marzo del 2018, ma deve ancora giustificare la sua incoerenza. Ma da quell’errore viene fuori un qualcosa che mi pare sia positivo. Su Calenda non avrei nulla da dire, ha acquisito una posizione mediatica che mi sorprende, però sostiene tesi che non stanno né in cielo né in terra dal punto di vista della costruzione di un centro. Il Pd lo contiene già al suo interno, proprio quando nessun altro lo controlla. Forza Italia non è centro, come non lo sono Lega e Fdi. E allora dove andranno gli elettori moderati che vogliono un governo decente? Solo nel Pd.

Come rispondere a chi accusa il M5S di mettere in pratica la politica del doppio forno?

Quando un partito può permetterselo lo deve fare. In questo caso il doppio forno non c’era: il M5S ha avuto un’esperienza non positiva con la Lega e quest’ultima era anche disposta di tornare al governo. A quel punto però era chiaro che sarebbe stato imbarazzante per tutti. Per cui non c’è nulla di scandaloso nello scegliersi gli alleati: direi che è tutto normale.

Pubblicato il 28 agosto 2019 si formiche.net

SCENARIO PD/ Zingaretti tra la tentazione Renzi e il modello Prodi #intervista #ilsussidiario.net

Intervista raccolta da Federico Ferraù

Nel Pd è cominciata l’era Zingaretti. Il neosegretario ieri ha incontrato Chiamparino e ora si prepara a sfidare i 5 Stelle

Nel Pd è cominciata l’era Zingaretti. Il governatore del Lazio, forte del 66 per cento dei consensi incassati alle primarie, sta già facendo il segretario del partito: ieri ha incontrato Chiamparino, ha detto niente giochi con M5s e, sondaggi alla mano, si prepara a sfidare i 5 Stelle. “Ma il Pd da solo fa poca strada – dice il politologo Gianfranco Pasquino -, ha bisogno di raggiungere quel tessuto sociale che Prodi riuscì a raggiungere con l’Ulivo”. Più che proporsi di far cadere il governo, secondo Pasquino il neosegretario deve lavorare in vista delle regionali e delle europee.

Con Zingaretti avremo un Pd più spostato a sinistra?

Più a sinistra delle gestione renziana, ma a sinistra-sinistra no. Lì c’è uno spazio occupato in parte da Sinistra italiana, in parte da Liberi e Uguali, in parte da Potere al popolo; sono raggruppamenti destinati a durare, a meno che il Pd non faccia una politica come la loro. Ne dubito.

Ma il dna di Zingaretti qual è?

E’ un politico di centro-sinistra che ha dimostrato capacità di governo come governatore del Lazio e una buona capacità attrattiva.

La prima mossa è stata quella di incontrare il governatore del Piemonte Chiamparino, in prima linea nel volere la Tav. Una scelta giusta?

Sì, perché Chiamparino si è molto esposto e ha bisogno del sostegno del suo partito, se vuole vincere le regionali di fine maggio. Inoltre sulla Tav i 5 Stelle stanno dimostrando profonde contraddizioni che immagino si trovino anche nel loro elettorato, un elettorato che il Pd deve darsi come obiettivo di riconquistare.

Secondo alcuni, i voti del Pd che sono andati a M5s non torneranno indietro. Secondo altri invece sono recuperabili perché espressione, alla vigilia del 4 marzo, di un voto più “utile” a fermare il centrodestra. Lei che ne pensa?

Quello che sappiamo è che l’elettorato italiano oggi è molto mobile. Un terzo degli elettori ha cambiato il proprio voto tra il 2013 il 2018 e non c’è ragione di pensare che non possa farlo di nuovo. Più che elettori Pd, li definirei elettori dell’ambiente Pd molto insoddisfatti della politica di Renzi. Il 4 marzo sono andati là dove potevano esprimere in modo più forte la loro protesta. Quindi sono riconquistabili, a patto di fare proposte che siano chiare e mobilitanti.

Tav vuol dire grandi opere, soprattutto vuol dire Nord produttivo. Un’Italia che ha detto no al Pd e confinato Renzi nella ridotta del Centro. Zingaretti ha le carte per parlare a questa parte del paese?

Piano: il Nord non è del tutto ostile al Partito democratico. A Torino fino al 2016 il sindaco era Fassino, il governatore del Piemonte è Chiamparino, il sindaco di Milano è Sala. Il Pd ha forti potenzialità, soprattutto se sceglie le persone giuste.

Ad esempio?

Non sono così addentro, però so le persone che non dovrebbero essere scelte: uomini e donne di spettacolo e tv, giornalisti, scrittori. Tutti costoro sanno poco di politica, si troverebbero malissimo nelle assemblee elettive e non darebbero nessun contributo. Ci vogliono in lista donne che facciano politica e soprattutto giovani, scelti nei luoghi di aggregazione giovanile. Un partito ha bisogno di rinnovarsi.

Ma cosa dovrebbe fare Zingaretti?

Riconquistare le periferie delle grandi città, parlando a coloro che sentono il peso delle disuguaglianze. Una parte della classe operaia, che era rappresentata dai sindacati, si è dispersa nel momento elettorale. Zingaretti deve intercettare tutti questi elettori.

Prodi lo ha sostenuto. Che parte avrà ora nel Pd?

Un uomo che va verso gli ottanta non so che tipo di ruolo possa avere. Quello del padre nobile? Bene, lo eserciti, attivamente, senza venire fuori di tanto in tanto con delle dichiarazioni sporadiche. Detto questo, Prodi ha ancora un suo seguito e quello che dice conta. Se dice le cose che dice Zingaretti, il segretario del Pd avrà molto da guadagnare.

Padre nobile cosa significa? Riproporre l’Ulivo? O cos’altro?

Il disegno originario del Pd era di diventare qualcosa come l’Ulivo, e anche più strutturato di quello. Quest’operazione non è mai stata fatta e se Prodi volesse sostenerla sarebbe una buona idea. Il Partito democratico da solo fa poca strada, ha bisogno di raggiungere quel tessuto sociale che Prodi riuscì a raggiungere con l’Ulivo e che poi andò perduto, perché l’Unione era un’altra cosa.

Il renzismo si può considerare concluso?

Sì. L’idea che ci fosse un uomo arrembante, che decideva tutto, anche il sistema istituzionale che dovevamo avere, e che aveva creato una corrente molto confusa ma tutta fatta di persone che volevano qualcosa in cambio, è finita in quella bella domenica del 4 dicembre 2016. Renzi ha però reclutato l’80 per cento dei senatori e il 60 per cento dei deputati. Ci sono molti renziani che rimarranno in posti rilevanti per i prossimi quattro anni.

Appunto. Cosa farà l’ex premier?

Dipende da lui. Può limitarsi ad essere l’uomo che ha aperto la strada al governo gialloverde, oppure potrebbe giocare un ruolo diverso, non elettorale ma politico serio, non presentando libri ma argomentando la necessità di un partito di centrosinistra.

A che cosa deve puntare Zingaretti? A far cadere il governo?

No. Se il governo ha delle contraddizioni, e le ha eccome, prima o poi scoppieranno. Zingaretti deve fare la pratica dell’obiettivo, come avrebbero detto i sessantottini, cioè dedicarsi alle prossime elezioni. Deve vincere le regionali in Piemonte e dimostrare alle europee che il Pd non ha il 18 ma il 25 per cento. E soprattutto che il Pd sa gestire l’economia.

Come?

Dando un ruolo significativo a Pier Carlo Padoan, che è uomo competente e molto apprezzato a livello internazionale.

Pubblicato i 5 marzo 2019

 

Un’entrata a gamba tesa

Il primo tempo della partita politico-elettorale è terminato il 4 marzo sera. Siamo nell’intervallo in attesa del secondo tempo che inizierà il 23 marzo. Gli spettatori si scambiano opinioni. I giocatori in parte si riposano in parte si fanno massaggiare le botte ricevute in campo in parte esultano. I capitani delle squadre preparano il secondo tempo contando anche su eventuali favori della fortuna e dell’arbitro. Forse un po’ sorpresi dall’esito del primo tempo forse non abituati a giocare ad alto livello, alcuni giocatori hanno rilasciato dichiarazioni un po’ ingenue e alcuni capitani si sono fatti prendere dal nervosismo. Fuor di metafora, a Bruxelles per una riunione dei Ministri dell’Economia e delle Finanze, l’uscente, ma tuttora in carica, Pier Carlo Padoan afferma candidamente che l’Italia rappresenta un elemento di incertezza per l’UE e che lui stesso non sa dove si andrà. Che poi il Commissario all’Economia Pierre Moscovici, dopo essersi qualche tempo fa, augurato un governo italiano stabile e operativo, allora quasi un assist a Gentiloni, adesso dica di essere “sereno” lui e sereni i mercati, fa parte del fair play oppure, per rimanere con l’inglese, del wishful thinking: un davvero pio desiderio. Non abbastanza inglese, un solo viaggio a Londra non può bastare, Di Maio si innervosisce di fronte alla stampa estera forse proprio perché stava ribadendo la sua conversione –difficile dire se condivisa da tutto il Movimento, ma finora non contraddetta e non smentita da nessuno– favorevole alla permanenza delI’Italia nell’Unione Europea con un ruolo attivo. Accusa Padoan di avvelenare i pozzi e annuncia la sua personale soluzione del rebus “formazione del prossimo governo”. Nessun governo istituzionale nessun governo di tutti, il governo dovrà essere fatto dalle Cinque Stelle. Poi, va oltre. Secondo Di Maio, gli italiani hanno votato lui Premier, il programma del Movimento e tutta la lista dei suoi Ministri (quella inviata tempo fa al Presidente Mattarella).

Scontato l’elemento fortemente propagandistico, nella metafora calcistica, l’entrata a gamba tesa, Di Maio dimostra di non conoscere o di voler trascurare i fondamenti delle democrazie parlamentari. Primo, gli elettori non votano mai nessun governo, ma soltanto i partiti. Nessun capo di governo è scelto direttamente dagli elettori. Nel migliore dei casi, il capo del partito, spesso quello più votato, diventerà capo del governo. Esclusivamente nei rarissimi casi in cui il governo è fatto da un solo partito sarà il capo del governo a stilare la lista dei Ministri. Altrimenti, i nomi dei ministri saranno indicati dai capi dei partiti che hanno raggiunto un accordo di coalizione, fatti propri dal capo del governo e, poi, nel caso della democrazia parlamentare italiana, nominati dal Presidente della Repubblica.

Probabilmente Di Maio è sull’orlo di una crisi di nervi. Continua a ripetere che gli altri capi dei partiti e delle coalizioni debbono riconoscere il suo successo, cercarlo, andare da lui, portare le loro carte e discutere. Invece, non succede niente di tutto questo. Non riesce a rendersi conto che qualsiasi azione del genere è, comunque, prematura. Non sembra capire che semmai dovrebbe essere lui a individuare i potenziali alleati e andare a confrontare le sue carte, il suo programma, le sue priorità con gli alleati che preferisce. Fa bene Di Maio a sostenere che l’elezione dei Presidenti delle due Camere non deve costituire la prefigurazione di nessuna maggioranza di governo. Farebbe ancora meglio se attendesse l’inizio della procedura consacrata dal tempo e dalla prassi. Meglio che tenga coperte le sue carte. Le faccia vedere al Presidente della Repubblica. Senza fretta, senza impuntature, senza pressioni. Il resto, che non potrà comunque mai essere il governo del solo Movimento, per il quale mancano i voti in parlamento, verrà.

Pubblicato AGL il 15 marzo 2018

Es un error clamoroso decir que ha sido una nueva victoria del populismo

el mundo

Entrevista IRENE HDEZ. VELASCO Enviada especial ROMA 06/12/2016

Habiendo sido alumno de gigantes del tamaño de Norberto Bobbio y Giovanni Sartori, no es extraño que Gianfranco Pasquino (Trana, 1942) sea uno de los más reputados politólogos italianos. Especializado en Política Comparada, ha dado clase en la Universidad de Harvard, en la de Florencia, en la de California y, sobre todo, en la Bolonia. Y como Pasquino, la célebre estatua de Roma en la que desde el siglo XVI los ciudadanos tienen por costumbre dejar mensajes escritos con sus críticas a personajes públicos, este otro Pasquino tampoco tiene problemas en meterle el dedo en el ojo al poder…

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¿Se esperaba un resultado tan clamoroso?

No. Así de clamoroso no. Obviamente, habiendo hecho una larga y fatigosa campaña a favor del No, esperaba que el rechazo a la reforma constitucional ganase con un buen resultado. Pero esto va mucho más allá de mis expectativas.
¿Los italianos han rechazado realmente la reforma constitucional o el suyo ha sido un voto de protesta?
No ha sido un voto de protesta. Ha sido un No a las terribles reformas que el Gobierno Renzi pretendía llevar a cabo en la Constitución. Ha sido un No a la horrible campaña electoral que ha acompañado el casi plebiscito personal en el que Renzi ha tratado de convertir este referéndum. Ha sido un No al Gobierno Renzi, un rechazo frontal a las reformas sociales y económicas que ha llevado a cabo, y que atañen sobre todo al mercado laboral y a la escuela. Y ha sido también un No a los pequeños regalitos que Renzi ha hecho a los jóvenes y a las mujeres. Todo eso, junto, ha provocado un No sonoro y resonante, rotundo.

¿Qué ocurrirá ahora? ¿Se formará un nuevo Gobierno y en unos meses habrá elecciones?

Espero que haya un nuevo Gobierno y que sea un Gobierno político, no técnico, al frente de cual haya un exponente del Partido Demócrata. Nuestra Constitución contempla que el presidente de la República nombre al primer ministro, que el primer ministro nombre a sus ministros y que el Gobierno pase una votación de confianza en las dos cámaras. Si Renzi, secretario general del Partido Demócrata, no se opone en esa votación de confianza, el nuevo Gobierno obtendrá luz verde tanto de la Cámara de los Diputados como del Senado. Cuando haya Gobierno, será necesario aprobar una ley electoral. Ahora tenemos una ley electoral para la Cámara de los Diputados que se debe que reformar y hay que hacer una ley nueva para el Senado. Y luego hay que aprobar los presupuestos generales. Hay cosas que hacer, cosas que llevan tiempo. Creo que es absurdo hacer un Gobierno nuevo para sólo unos meses, el nuevo Ejecutivo debe agotar la legislatura y llegar a 2018, a su conclusión natural.

Esta derrota de Renzi ha sido interpretada como una nueva victoria del populismo después del Brexit y en las elecciones presidenciales estadounidenses. ¿Comparte esa opinión?

No, me parece un error clamoroso. Hay populismo en la Liga del Norte. Y si acaso hay populismo en Renzi, en los mensajes que ha lanzado de cara a este referéndum, en su insistencia en que lo que estaba en juego en esta consulta era reducir los cargos públicos, disminuir los costes de la política y otros mensajes parecidos… Todo eso son llamamientos populistas realizados por el jefe del Gobierno y que, como se ha visto, han sido rechazados por la gran mayoría de los italianos.

Pero es evidente es que en Europa hay terror ante la posibilidad de que Cinco Estrellas, el movimiento que lidera Beppe Grillo y que muchos tachan de populista, pueda llegar al poder…

Europa hace bien en tener miedo de Cinco Estrellas, porque es un movimiento muy fuerte y que no está salpicado por ningún escándalo. Pero Europa hace mal en considerar a Cinco Estrellas un movimiento populista. Es un movimiento de crítica de la política y de los políticos, pero que no tiene características populistas como las que por ejemplo puede tener la extrema derecha en Austria, algunas formaciones en Holanda, organizaciones como los Demócratas Suecos o los así llamados “Verdaderos Finlandeses”… Cinco Estrellas representa una parte importante del electorado italiano, cuenta con el apoyo de muchísimos jóvenes que quieren cambiar la política y desde luego no es un movimiento de tipo xenófobo.

Muchos predecían una hecatombe financiera en Italia si ganaba el NO. Pero no ha sido así.

Porque los mercados son sabios, porque la victoria del NO no genera ningún apocalipsis. Provocará un cambio de Gobierno, pero los italianos estamos habituados a los cambios de Gobierno y sabemos cómo administrarlos. Los mercados financieros hacen bien en no atacar a Italia, si lo hicieran perderían. La economía italiana probablemente sea lenta y perezosa, pero en conjunto aún es bastante sólida.

¿Fue un error por parte de Renzi jugar la carta del miedo?

Renzi ha jugado a meter miedo para tratar de vencer, trataba de amedrentar a los italianos haciéndoles creer que sólo él podía resolver la situación y que todos los demás era amasijo de inútiles. Sin embargo, en ese amasijo estaban la mayoría de los italianos y muchas organizaciones que lo único que querían era evitar unas nefastas reformas constitucionales.

Si tuviera que apostar, ¿quién cree que será el próximo primer ministro?

No quiero apostar sobre nombres. Pero creo que será alguien con experiencia política, con una biografía, con presencia en el Parlamento y miembro del Partido Demócrata. Hay cuatro o cinco personas que reúnen estas características. Y creo también que debe ser alguien no muy distante a Renzi. Muchos hablan de Dario Franceschini (en la actualidad ministro de Cultura). En realidad son demasiados los que hablan de Franceschini, y tal vez por eso no será él el elegido. Podría ser también Delrio (ministro de Infraestructuras y Transportes), pero es una figura menos incisiva. Otros creen que podría ser el turno de una mujer, como Roberta Pinotti, la ministra de Justicia. Y hay quien sostiene que el nuevo primer ministro será alguien con un cargo institucional, algo que yo espero que no ocurra porque ni la presidenta de la Cámara de Diputados ni el presidente del Senado tienen experiencia política previa.

Muchos dan en cabeza al ministro de Economía, Pier Carlo Padoan…

Creo que no sería una buena elección. Si es bueno como ministro de Economía es justo que siga siendo en ese cargo, y si no es bueno no veo por qué habría que ascenderlo. Además Padoan es un técnico, y yo considero que el nuevo primer ministro debe de ser un político.

 

Dopo la ricreazione compiti europei

“La ricreazione è finita” ha dichiarato il Presidente del Consiglio Matteo Renzi dando inizio al suo Primo Consiglio dei Ministri.  Mi sono subito chiesto chi negli ultimi quattro-cinque anni in Italia è riuscito a godersi il tempo della ricreazione: forse i ministri, quelli davvero nuovi, oppure, forse, soltanto lo stesso Presidente del Consiglio che pronuncia la frase con la quale De Gaulle pose fine al maggio francese nel 1968 indicendo elezioni anticipate che vinse alla grande. Dunque, tutti al lavoro a cominciare dal programma e dalle priorità che dovranno essere presentate lunedì all’esame di un Parlamento, speriamo severo e non vociante, capace di arricchirlo di contenuti e di affinarle. Quel programma, con le priorità, i costi e gli esiti previsti, perverrà subito all’attenzione della Commissione Europea e degli operatori economici internazionali. Per tutti costoro, Renzi è ancora sostanzialmente uno sconosciuto allo stesso modo della grande maggioranza dei suoi ministri, compresi quelli allo Sviluppo economico e al Lavoro e Welfare, con la sola di Pier Carlo Padoan.

   Non so chi ha storto il braccio di chi nel lungo colloquio fra il Presidente della Repubblica che, secondo l’art. 92 della Costituzione, nomina il Presidente del Consiglio e “su proposta di questo, i Ministri. Vedo, però, che è sparita l’unica personalità che ha una statura e un prestigio europeo e internazionale di enorme rilievo: Emma Bonino. Naturalmente, adesso che deve mettersi a studiare al neo-Ministro Federica Mogherini, per fortuna non priva di una buona preparazione di base, non mancheranno le occasioni importanti, tra India ed Europa, per fare risaltare le sue capacità. Inevitabilmente, la ricerca di novità e il ricorso alla gioventù, entrambi elementi variamente apprezzabili, non possono accompagnarsi con l’esperienza. Purtroppo, chi legge le storie professionali e politiche dei neo-ministri, non può non trovarvi parecchie carenze sul piano europeo. Questo è tuttora un problema condiviso dalla maggioranza degli italiani i quali sono pronti a criticare sprezzantemente l’Unione Europea, conoscendo pochissimo quello che l’Unione è e fa per l’Italia. Anzi, meno la conoscono e più la criticano andando a ingrossare le fila degli euroscettici e degli euro contrari pronti a farsi ipnotizzare dai populisti.

   E’ un fatto che le prime sfide economiche e politiche del governo si trovano fin da subito proprio in Europa. Certamente è possibile cominciare a mettere ordine nella casa italiana procedendo al ridimensionamento del debito pubblico, al taglio delle spese dello Stato, alla riduzione dei costi della politica, persino alla creazione di posti di lavoro e alla riqualificazione dei lavoratori (magari esplorando che cosa hanno già fatto i paesi europei “virtuosi”, ma una ripresa seria e sostenuta e una crescita effettiva del Prodotto Interno Lordo passano anche, forse in special modo, attraverso le politiche che saranno concordate a livello europeo, e grazie alla flessibilità che la Commissione (che non è soltanto la Germania) concederà a un governo e a ministri che dimostrino di essere credibili. Nel caso dei ministri italiani la loro credibilità europea non può essere misurata su quello che hanno fatto, ma esclusivamente su come presenteranno e come argomenteranno le politiche che intendono attuare. Proprio come vorrebbe Renzi, in Europa lui e i suoi ministri, donne e uomini debbono metterci la faccia.

   La sfida economica è chiara, ma non ne ho sentito la piena consapevolezza. Chi sa se nel non-braccio di ferro Napolitano-Renzi, i due hanno avuto modo di parlarne. Comunque, non se ne vedono riflessi sulla composizione del governo. La sfida politica è altrettanto chiara e assolutamente inevitabile: le elezioni del 25 maggio dei parlamentari italiani al Parlamento europeo. Non sarà ovviamente un test decisivo, ma le percentuali ottenute saranno importanti non soltanto per il Partito Democratico, ma anche, complessivamente, per gli alleati di governo. A mio parere, conterà moltissimo l’impegno del governo e dei partiti che lo sostengono a fare opera di pedagogia politica, a spiegare l’importanza dell’Unione Europea, a inviare a Strasburgo-Bruxelles parlamentari non in “ricreazione” dalla politica italiana, ma impegnati a essere un costante tramite fra i cittadini italiani e le istituzioni europee. La sfida economica e la sfida politica stanno insieme. Il governo italiano avrà tanta maggiore influenza sulle politiche europee quanto più consenso avrà ottenuto nelle elezioni europee e, sconfitti i populisti nostrani, porterà a Bruxelles, persone, convinzioni, affidabilità.    

Pubblicato su l’Unità 23 febbraio 2014