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Il signor quaranta per cento

Da “Treccani. Il Libro dell’anno 2014”, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2014, pp. 342-343.

Treccani. Il libro dell'anno 2014 Ed Ist. Enciclopedia Italiana

Treccani. Il libro dell’anno 2014 Ed Ist. Enciclopedia Italiana

Il renzismo è tutto meno che una teoria o una ideologia politica. E’ una pratica, audace, ambiziosa e spesso spregiudicata, non dettata, ma ispirata dalle circostanze e in grado di sfruttarle con prontezza. Il renzismo non ha una visione di lungo periodo della politica italiana e neppure del governo del paese. Tenendo la barra sui desiderata del suo leader, il renzismo dà una linea e la persegue con tutti gli adattamenti del caso, ogni volta asserendone categoricamente la giustezza e l’opportunità. La persona del leader è quello che fa la differenza, con la sua dichiarazione di metterci la faccia per cambiare verso alle cose. Il renzismo è un prodotto, nient’affatto inevitabile, della politica italiana impregnata dal ventennio berlusconiano. E’ uno dei prodotti possibili, reso più significativo e più efficace dal suo inserimento nel mancato rinnovamento del centro-sinistra, ma anche dall’unica apprezzabile novità della politica del Partito Democratico: le primarie (e l’elezione del segretario del partito ad opera dei simpatizzanti e dei potenziali elettori). Il renzismo ha una componente di antipolitica e di anticasta curiosa poiché proviene da colui, Mattei Renzi, che è, a tutti gli effetti un politico di professione fin dalla sua giovane età. Presidente lottizzato, in quanto margheritino, della provincia di Firenze(agli ex-comunisti andava attribuita la carica di sindaco della città), poi, attraverso e grazie alle primarie, a sua volta sindaco di Firenze, Renzi ha goduto di una forte popolarità annunciando la necessità della rottamazione per il ceto politico al vertice del Partito Democratico. Facendo seguito alle sue parole, con audacia superiore all’incoscienza, ma anche avvantaggiato dai tempi che sembravano propizi, nel novembre-dicembre 2011 ( 2012 e precisamente: 1ºturno 25 novembre, 2ºturno 2 dicembre 2012) ha sfidato il segretario del PD Pierluigi Bersani per la candidatura alla Presidenza del Consiglio. La sua sconfitta con un’altissima percentuale di voti (quasi il 40) che segnalò il grande scontento dell’elettorato “democratico” nei confronti della leadership del PD. La pessima campagna elettorale di Bersani nell’inverno 2012-2013 e l’altrettanto deplorevole gestione della non-vittoria del PD aprirono nuovi spazi a Matteo Renzi che, dal canto suo, si era tenuto lontano da entrambi gli sviluppi. La nuova opportunità (la “fortuna” offertagli dalle circostanze) successiva alle inevitabili dimissioni di Bersani, hanno permesso a Renzi di conquistare la segreteria del partito con una percentuale di voti (68) inusuale nella quale si coagulava tutta l’insoddisfazione dei sostenitori del PD con la speranza di un cambiamento da tempo dovuto. Facendo leva proprio sulla necessità del cambiamento, il segretario Renzi, da un lato, proseguiva nell’esaltazione delle sue qualità personali, anatema per tutti coloro che continuavano, in parte, per convinzione politica e ideologica, in parte, probabilmente maggiore, per ragioni di carriera personale, a porre l’accento sulla “ditta”, sull’appartenenza a un progetto collettivo, per quanto obsoleto e sbiadito; dall’altro, si lanciava in un’operazione ugualmente iconoclastica: il ridisegno della Costituzione italiana a partire dalla legge elettorale e dalla trasformazione del Senato. Strada facendo, il renzismo si è definito non soltanto come innovazione, ma anche come modalità di comunicazione, secca, scarna e didascalica attraverso i tweet cari al suo adolescenziale protagonista. Inutile e fuorviante il paragone con Silvio Berlusconi, homo novus della politica italiana nel 1994, in relazione alle capacità di Renzi di sfruttare lo spazio politico spalancato dalla crisi della “ditta” e di soddisfare le attese di cambiamento a lungo represse in parte, peraltro, già confluite nell’enorme consenso elettorale ottenuto dal Movimento Cinque Stelle. All’insegna del pungolo ad un governo, quello guidato dal compagno di partito Enrico Letta, prima rassicurato #Enricostaisereno, poi disarcionato, la battaglia di Renzi per un cambio di passo trovava un’accelerazione insperata e inaspettata con le dimissioni di Letta. Pur senza avere mai nascosto le sue ambizioni di giungere a Palazzo Chigi, sebbene soltanto in seguito ad un passaggio di legittimazione elettorale, Renzi ha costruito, sfruttando le circostanze, la sua ascesa a capo del governo, succedendo a Letta il 22 febbraio 2014. La transizione dal renzismo di lotta al renzismo di governo è stata, come nelle intenzioni del leader, fulminea e diretta ad aggredire le radici dei problemi italiani. Tanto veloci quanto semplificatrici sono state le riforme elettorali e istituzionali proposte, delle quali tuttora sembra contare di più la loro approvazione a prescindere rispetto a qualsiasi valutazione della loro appropriatezza e qualità. Il renzismo non è una pratica orientata ad ascoltare e valorizzare il dissenso. Al contrario, l’esistenza di oppositori — professoroni, intellettuali, burocrati, variamente collocati in un calderone popolato da gufi e rosiconi– consente al leader di ergersi come paladino dell’ottimismo e dell’azione in confronto a coloro che si sarebbero limitati per trent’anni a parlare di riforme senza (sapere/volere) farle. Il renzismo ha nemici da sconfiggere anche nell’Unione Europea le cui regole rigorose critica con spirito garibaldino che, però, la maggioranza degli europei, passato il momento della sorpresa di fronte alla giovinezza/gioventù del Primo Ministro italiano, non ritiene adeguata allo sforzo riformatore (“i compiti a casa”) richiesto all’Italia. Se il riformismo si definisce con riferimento ad un programma relativamente organico di cambiamenti proiettati nel tempo, il renzismo non è riformismo, ma opportunismo occasionale, ovvero valutazione contingente di vantaggi da trarre da politiche che quei vantaggi (come gli 80 Euro in busta paga a partire dal maggio 2014) li producano in tempi brevi. Il tanto elevato (40,8%) quanto inaspettato successo alle elezioni europee del PD di Renzi –le ricerche indicano che il contributo personale del leader è stato pari all’incirca al 5% dei voti ottenuti– suggerisce che il renzismo pragmatico può, almeno nell’immediato, avere conseguenze positive. Costretto a correre dalle sue promesse, per reggere il renzismo ha bisogno di punteggiare e puntellare la sua corsa con riforme, una al mese, evidentemente non conseguibili. Persino troppo rapidamente conquistato il partito, anche grazie ai molti saltatori sul carro del vincitore, il renzismo è consapevole che il fattore personale non deve schiacciare il fattore organizzativo né può farne a meno. La sua attività di governo continua ad essere intessuta di riforme disorganiche alle quali è dato un orizzonte di mille giorni da raggiungere prudenzialmente “passo dopo passo”.L’istituzionalizzazione del renzismo, anche a fronte dei troppi elogiatori interessati e acritici, appare tutto meno che scontata.

Tre o quattro cose che so sul #PD dell’Emilia-Romagna

FQ
Nel marzo 1999, le primarie per la scelta del candidato sindaco di Bologna non le voleva nessuno. Quando i veti incrociati bocciarono i primi quattro potenziali candidati e il segretario regionale Mauro Zani non accettò di “correre” senza il sostegno di tutto il partito, il Pds fu costretto ad organizzare le primarie. Con il poderoso apporto cammellato del sindacato pensionati della Cgil, ottenne la candidatura Silvia Bartolini la quale, poi, riuscì nell’impresa di consegnare la città a Giorgio Guazzaloca, da lei sempre appellato “macellaio” (ma anche Presidente della Camera di Commercio). Zani battezzò anche il nuovo segretario provinciale, tal Salvatore Caronna che, nel 2004, le primarie proprio non seppe e non volle organizzarle cosicché il partito si vide calato dall’alto Sergio Cofferati (“candidatura degna, anzi”, lunga p a u s a, “degnissima” secondo Romano Prodi), quasi sicuramente il peggior sindaco della città. Nel 2008, andatosene all’ultimo minuto verso buste paga più consistenti (europarlamentare) il Cofferati, fu giocoforza organizzare le primarie.

Però, prima ancora che ci fossero candidature ufficiali, fioccarono gli endorsement (dichiarazioni solenni di sostegno) a favore di Flavio Delbono da parte del Segretario del Pd Pierluigi Bersani e del padre nobile (sic) Romano Prodi il quale avrebbe poi portato in processione e a chiesa il candidato. Vice-Presidente della Regione Emilia-Romagna, consigliere regionale e, soprattutto Assessore al Bilancio (che non controllava né le sue allegre spese né quelle, appena meno allegre, dei consiglieri), Delbono era una manna: liberava tre caselle di pregio. Eletto dopo una mediocrissima campagna elettorale, il Delbono fu indagato e costretto a dimettersi (atto che, secondo Prodi, gli restituiva onorabilità) proprio per i suoi viaggi con amanti a spese della Regione. [Personalmente candidato in quelle elezioni, ne ho scritto in Quasi sindaco. Politica e società a Bologna, 2008-2010, Diabasis Edizioni 2010].

In seguito, il sindaco breve, poco più di otto mesi, patteggiò due volte, riconoscendo quindi la sua colpevolezza, ed è in attesa del terzo processo. Con lui caddero il capo della sua campagna elettorale buttato fuori dalla politica e il segretario provinciale, De Maria che dovette dimettersi. Relativamente giovane ma già sicuro esponente della vecchia guardia, il De Maria venne mandato a Roma dalla ditta, poi ricollocato in Parlamento. Adesso ha già espresso, insieme a tutti i lavoratori in carriera nella vecchia ditta, il suo sostegno per il segretario regionale Stefano Bonaccini, diventato renziano nella seconda ora e qualche minuto, ma subito ricompensato con un incarico, quello di responsabile degli Enti locali. Non sono i rimborsi per spese fraudolenti ad avere causato la rinuncia di un renziano della primissima ora, il deputato Matteo Richetti, fino al 2012 Presidente del Consiglio Regionale.

Infatti, sostenuto dalla vecchia guardia che ha assoluto bisogno di un candidato, Bonaccini, consigliere regionale egualmente inquisito, non seguirà le orme di Richetti. Sono gli “inviti” che vengono dal centro, pardon, dal Largo (del Nazareno) che contano e che hanno spinto fuori dalle primarie il Richetti. Il conformismo dei dirigenti locali, pronti ad ogni acrobazia e a qualsiasi ingoio, farà il resto. Però, non sarà facile convincere il candidato Roberto Balzani, che le primarie contro l’apparato le ha già vinte una volta, per diventare sindaco di Forlì, a lasciare il campo. Vecchia politica? Oh, yes. Bruttissima politica? Ancor più certamente yes. È questo il Partito Democratico di Renzi? La risposta la attendiamo, non proprio spasmodicamente, da un suo tweet: il punto più elevato della sua nuova politica.

Pubblicato 11 settembre 2014

Dopo il voto, il rapporto di fiducia

Voto di fiducia, sì; rapporto di fiducia, mah?: questo è l’esito del doppio intervento del nuovo Presidente del Consiglio Renzi di fronte al Parlamento bicamerale italiano. Annunciatene la obsolescenza e la prossima estinzione, Renzi non poteva sperare di riscuotere grande successo di fronte ai Senatori. Molti non ne hanno apprezzato lo stile in parte deliberato in parte naturale, comunque poco consono a un capo di governo. Colto da pochi, il problema vero non era, però, di stile quanto di contenuti e, soprattutto, della molto carente sensibilità istituzionale da parte di Renzi. Contrariamente a troppe affermazioni errate, comprese la sua e quelle di alcuni suoi ministri, i governi parlamentari entrano in carica anche senza passaggi elettorali. Di recente, nel 2007, nella patria delle democrazie parlamentari, la Gran Bretagna, Gordon Brown succedette al (non più) potentissimo Tony Blair senza che nessuno chiedesse a gran voce elezioni anticipate. Il Cancelliere tedesco che ha il record di durata in carica fra i governanti europei del dopoguerra, Helmut Kohl (1982-1998), subentrò al socialdemocratico Helmut Schmidt grazie ad un voto di sfiducia costruttivo. Entrambi furono debitori della loro carica ai rispettivi Parlamenti. Entrambi stabilirono un rapporto di fiducia, rispettivamente, con la House of Commons e con il Bundestag poiché con il Parlamento intendevano lavorare.
I pochi applausi per Renzi al Senato sono stati cancellati dai molti applausi, come si dice con lessico parlamentare “da tutti i banchi”, ricevuti alla Camera dal rientrante Pierluigi Bersani e dal Presidente del Consiglio uscente Enrico Letta, fino a quella che è parsa quasi una prolungata ovazione quando i due dirigenti politici sconfitti da Renzi si sono abbracciati. Certamente, i voti che hanno poi confermato la fiducia al capo del governo contano, eccome, ma gli applausi per Bersani e Letta meritano di essere interpretati. Sono stati un omaggio alla serietà di due dirigenti politici, di due ex-ministri, di un Presidente del Consiglio che non hanno mai sminuito il ruolo del Parlamento, che hanno, al contrario, dimostrato di tenerlo in grande conto, che hanno costruito e mantenuto un rapporto di fiducia con i colleghi parlamentari e con l’istituzione parlamento. Fin dall’inizio, è sembrato, invece, che Renzi parlasse e, se posso permettermi, gesticolasse, non per informare e convincere i senatori e i deputati, ma per stupire con la novità, rappresentata, più che dal suo governo metà rosa, da lui stesso (il coniglio che si era tirato fuori dal cappello quasi da solo, come ha scritto spiritosamente, ma cogliendo un punto politico rilevante, il Direttore Landò, che cito senza piaggeria, ma con convinzione), i telespettatori. Volesse mandare sostanzialmente solo a loro il messaggio che proprio coloro che erano davanti alla televisione contano di più dei parlamentari. Sì, en passant, la televisione distorce i discorsi e i comportamenti parlamentari persino più dello streaming.
Invece, no: i parlamentari contano di più dei telespettatori proprio perché sono stati eletti da molti di quegli stessi telespettatori per rappresentare le loro preferenze e i loro interessi; per dare vita a governi stabili e operativi (e il lavoro comincia in Parlamento, non un noioso ostacolo cui sbarazzarsi, e lì ritorna); per controllare quello che i governi fanno, non fanno e fanno male; infine, per rendere conto di quello che loro stessi hanno fatto. Da cittadini sono stati eletti parlamentari per svolgere compiti importanti, spesso essenziali per il buongoverno (che non è mai il governo di una persona sola) e, se svolti con dedizione, gravosi. Allora, il rapporto di fiducia che deve intercorrere fra governo e parlamento non soltanto si esprime più negli applausi (calorosi) che segnalano stima, che nei voti, anche se, ovviamente, i freddi numeri debbono contare e valere, ma nel riconoscimento del ruolo delle istituzioni.
Renzi avrà più o meno successo dei suoi molti diversi predecessori. Parte del suo successo e di quello dei suoi ministri, donne e uomini, dipenderà dalla loro consapevolezza che le istituzioni sono importanti; meritano rispetto (espresso, per esempio, con almeno una citazione per il Presidente della Repubblica che ha facilitato la formazione del nuovo governo); svolgono il compito ineludibile di interlocutore per tutta l’attività del governo. Nella misura in cui ne sono capaci, e molti di loro sicuramente hanno le competenze necessarie, i parlamentari contribuiscono dalle file della maggioranza e dai banchi dell’opposizione (quella dialogante non insultante) a migliorare i provvedimenti del governo. La condizione è che si sia instaurato, nelle commissioni e in Aula, e venga preservato un rapporto di fiducia.

L’Unità 27 febbraio 2014