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È possibile immaginare un altro PD

Detto che Maurizio Martina è diventato il settimo segretario del Partito Democratico dal 2007 e detto che il due volte ex-segretario Renzi ha fatto un intervento rancoroso tutto rivolto al passato minacciando un futuro vendicativo, che cosa si può e si deve aggiungere a quanto avvenuto nell’Assemblea del PD? Una sola, vera decisione è stata presa: il prossimo segretario sarà eletto nel febbraio 2019. Saranno gli iscritti e i simpatizzanti a scegliere fra, sembra, almeno tre candidati: lo stesso Martina, il governatore del Lazio Zingaretti, forse un renziano a tenere alta la bandiera delle battaglie perse e di un partito che non ha funzionato. Nell’Assemblea è mancata, ma dovrà pur emergere nel corso della campagna per l’elezione del prossimo segretario, una riflessione su due punti qualificanti: che tipo di partito, che tipo di opposizione. Martina ha indicato quattro elementi indispensabili: idee, persone, strumenti, progetti. Nessuno è entrato nei dettagli, ma è stato facile riscontrare una battaglia fra persone tutta all’interno del partito, con Renzi in testa a criticare il falso nueve Gentiloni, da lui incoronato, ma al quale spesso proprio lui non ha passato il pallone; l’ex-capogruppo al Senato Luigi Zanda; l’ex-capo della minoranza interna Gianni Cuperlo. È stata, in troppo larga misura, una resa dei conti che non serve in nessun modo a ristrutturare il partito. Martina ha almeno sottolineato che un partito di sinistra -ma vogliono il PD e i suoi elettori costruire un partito effettivamente di sinistra?-deve preoccuparsi delle diseguaglianze. Nessuno ha detto, però, con quali idee, con quali persone, con quali strumenti, con quale progetto. Per dirla in politichese, sul territorio il Partito Democratico è presente a macchioline di leopardo. Qualcuno, le Cinque Stelle e la Lega, l’hanno, per richiamare un infausto detto di Bersani, ampiamente smacchiato. Sul territorio si riproducono quasi le stesse divisioni personalistiche del centro, con qualche eccezione di donne e uomini ambiziosi e manovrieri che hanno abbandonato lo schieramento renziano. Nessuno ha parlato di cultura politica che, oramai svelatasi totalmente fallita la contaminazione fra pallide e esangui culture riformiste del passato, dovrebbe scaturire, almeno in parte, dalle riflessioni di intellettuali sbeffeggiati dai renziani e certamente non ascoltati e meno che mai “corteggiati” dagli oppositori interni. Nessuno, infine, ha detto che una cultura politica può trovare modo di formarsi e di esprimersi proprio nel fuoco di una sana battaglia parlamentare di opposizione. È nel “respingimento” dei disegni di legge improntati a repressione, populismo, anti-politica, anti-parlamentarismo e, nient’affatto, per ultimo, da anti-europeismo, che un partito di sinistra deve cercare di ridefinire la sua cultura per sé, per i suoi quadri, i suoi dirigenti, i suoi parlamentari e, persino, ma qui sta la funzione nazionale di quel partito, per l’elettorato. Non sarebbe poco.

Pubblicato AGL 10 luglio 2018

Le sinistre sparpagliate non vincono

Mettere insieme le sparse membra delle sinistre, al plurale, è un po’ dappertutto (Francia e Spagna insegnano) operazione tanto ambiziosa, qualche volta velleitaria, e difficile quanto, se le sinistre vogliono vincere le elezioni (che non succede abbastanza spesso), necessaria. Negli anni settanta del secolo scorso, soprattutto i socialisti italiani furono affascinati dalla sinistra plurale che con ostinazione e furbizia François Mitterrand riuscì a costruire e che lo portò alla Presidenza della Repubblica. In Italia, oggi, si menziona talvolta, come grande riferimento positivo, l’esperienza, in verità, durata pochissimo tempo, dell’Ulivo. Non è un riferimento appropriato. Sdegnate, le vestali dell’Ulivo respingono l’idea che, neanche nel suo tentativo di diventare il Partito della Nazione, il Partito Democratico di Renzi, non disposto e incapace di aprirsi alla società, riesca a trasformarsi in un Ulivo. Invece, in un certo modo, la sinistra plurale francese fu un’anticipazione dell’Ulivo avendo saputo costruirsi, oltre che su un’aggregazione di partiti deboli, anche ascoltando e interagendo con preziosi rappresentanti della società civile, i clubs, e valorizzandone presenza e attività. Forse non guidato con polso fermo dagli inesperti prodiani e da un leader anche lui neofita, l’Ulivo, divenne rapidamente preda dei partiti e cadde per opera di un pezzo di sinistra, la Rifondazione Comunista guidata da Fausto Bertinotti.

La strada che, adesso, sembra perseguire l’ex-sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, curiosamente ex-deputato proprio di Rifondazione Comunista, dovrebbe condurre le sinistre in un “campo progressista” poi in grado di confrontarsi/trattare con il Partito Democratico. Nel migliore dei casi, quella strada è stata finora percorsa per meno della metà. Da un lato, il Partito Democratico sostiene fin troppo orgogliosamente che, comunque, a lui spetta la rappresentanza del centro-sinistra e che il tentativo di Pisapia dovrà prendere pienamente atto che senza il PD, le sinistre non vanno da nessuna parte. Dall’altro lato, Pisapia vuole dal PD discontinuità nelle politiche, in particolare quelle del lavoro e per i giovani, ma c’è chi vuole di più. Sostanzialmente, gli ex-PD di Art. 1 Movimento Democratico Progressista vogliono che la discontinuità investa anche il segretario del PD, Matteo Renzi, responsabile, come capo del governo, proprio di quelle politiche.

Inevitabilmente, la discussione, implicita ed esplicita, qualche volta fatta di troppe riserve e di improduttive impuntature, oscilla fra le politiche sulle quali trovare un accordo al fine di proporle in campagna elettorale e le personalità. Il quesito riguarda, almeno in parte, qualora Pisapia non voglia assumersi il ruolo di capo di tutto lo schieramento, la scelta del candidato alla carica di capo del governo. L’altra parte del quesito si riferisce alle candidature al Parlamento. Difficile tenere fuori dalle scelte figure come Bersani e il molto controverso D’Alema, ma se le politiche camminano sulle gambe degli uomini (e delle donne) è innegabile che le capacità dei due leader debbano essere tenute in grande conto –anche perché sicuramente superiori a quelle dei componenti del non tanto più magico giglio che avvolge Renzi. Saranno ancora settimane di alti e bassi nei rapporti sia fra Pisapia e le sinistre che lui desidera fare entrare nel Campo Progressista sia fra questo Campo in via di definizione, sperabilmente senza paletti e senza esclusioni, e il Partito Democratico. Le elezioni siciliane dell’inizio di novembre, per le quali le sinistre il PD non hanno ancora trovato nessun accordo, saranno scrutate attentamente per trarne lezioni, ma fin da subito mi pare di potere concludere che, senza una chiara e solida convergenza fra “la cosa” di Pisapia e il PD, le sinistre italiane e lo stesso PD avranno vita grama (e i loro elettori rimarranno tristemente insoddisfatti).

Pubblicato AGL il 18 settembre 2017

Andare oltre la rimpatriata

Corriere di Bologna

È risultato gradualmente (e, per loro, dolorosamente) evidente che molti esponenti della vecchia ditta citata da Bersani non potevano più restare in un partito il cui leader, sempre spalleggiato dal suo giglio magico, li emarginava e li irrideva, delle cui idee non sapeva che farsene. Solo in piccola parte, però, lo scontro Renzi/Bersani (anche se Renzi preferisce avere D’Alema come nemico massimo), è stato sulle idee. In maniera nettamente prevalente, è stato sulle persone, sulla loro più o meno lunga storia, sulle loro, più o meno legittime, ambizioni. Consiglio sempre di diffidare dei politici che non hanno ambizioni. Il potere serve per tradurre le ambizioni in scelte e decisioni con le quali i politici ambiziosi tenteranno di acquisire ancora più consenso soddisfacendo le preferenze degli elettori. Purtroppo, lo scontro in atto dentro il PD e nei suoi dintorni è difficile da definire in termini di politiche: lavoro, scuola, diseguaglianze, migranti, Europa. Non è uno scontro fra culture politiche del passato (comunisti e cattolici democratici) di cui si poteva anche dubitare che fossero il meglio che l’Italia aveva prodotto, ma che nei dieci anni trascorsi dal varo del Partito Democratico non si sono né contaminate né, meno che mai, fuse. Semmai, confuse.

Esclusa dai renziani la conferenza programmatica che poteva essere il luogo del dibattito sulle culture politiche che mancò nella primavera del 2007, l’elezione del segretario sarà solo un modo, neanche il migliore, per contare le truppe. Il reclutamento delle truppe non può andare troppo per il sottile, soprattutto per coloro che tentano la costruzione di un “campo” nel quale fare confluire tutte le sparse membra degli oppositori di Renzi (che non cessa di personalizzare la sua politica). Nelle prime riunioni degli scissionisti, come riferite dalle cronache locali, fanno capolino molti che sono stati emarginati dai renziani, ma anche che erano usciti dalla politica poiché sconfitti, ritenuti inadeguati, qualche volta, per esauriti limiti delle loro capacità. Questa specie di rimpatriata con forti componenti generazionali è in un’incerta misura inevitabile quasi quanto il conformismo che, non nuovo nella storia del PCI e dei suoi successori, tiene insieme coloro che rimangono nel PD, pur avendo grandi differenze d’opinione. Chi se ne va ha il compito oneroso di presentare con chiarezza le alternative che propone. Sarebbe molto più credibile se quelle alternative non provenissero soltanto, per limitarmi all’Emilia-Romagna, da Bersani e da Errani. Se, poi, nelle affollate assemblee s’affacciano politici e sindacalisti di persin troppo lungo corso e latitano i giovani, allora un problema c’è.

Pubblicato il 1° marzo 2017

Le parole (sbagliate) della politica

Larivistailmulino

«La» proporzionale non esiste. Da più di cento anni esistono molte leggi elettorali definibili «proporzionali» che si distinguono per tre aspetti: per la dimensione delle circoscrizioni (piccole se vi si eleggono meno di 10 parlamentari, medie e grandi a seconda del numero di parlamentari loro assegnati); per l’esistenza o meno di soglie, percentuali o di altro tipo, di accesso al Parlamento; per la formula di traduzione dei voti in seggi (D’Hondt, Hare, Saint Lagüe, che avvantaggiano/svantaggiano i partiti). Sia il Porcellum sia l’Italicum sono leggi elettorali proporzionali, corrette o, a seconda del punto di vista, distorte da un premio di maggioranza. Dunque, abbandonare l’Italicum non significa di per sé «tornare» alla proporzionale perché nella «cattiva» proporzionale con l’Italicum c’eravamo già, alla grande. Poi, dipende da quale proporzionale il Parlamento vorrà/saprà scrivere. Meglio sarebbe che gli anti-proporzionalisti, il cui punto di convergenza sembra essere, senza alcuna fantasia, il premio di maggioranza, si esprimessero in maniera coerentemente maggioritaria (first past the post inglese, voto alternativo australiano, doppio turno francese) e dicessero alto e forte che i collegi uninominali consentono una migliore selezione del ceto parlamentare.
In nessuna delle democrazie attualmente esistenti, meno che mai in quelle parlamentari, è aperto il surrealissimo dibattito su rappresentatività e governabilità. In tutte la rappresentatività è vista come la premessa essenziale della governabilità. Persino laddove i sistemi elettorali sono maggioritari, applicati in collegi uninominali, la rappresentatività è assicurata dall’imperativo per il candidato vittorioso in ciascun collegio di rappresentare non soltanto gli elettori che lo hanno votato, ma anche quelli che non l’hanno votato. Alcuni di questi elettori potrebbero votarlo la volta successiva se avrà ben rappresentato il collegio tutto.

L’elezione del segretario di un partito non è mai una primaria. L’ho già detto, ripetuto e scritto (Le parole della politica, Il Mulino, 2010). Le primarie che, secondo gli apologeti, si troverebbero nel Dna del Partito democratico, servono esclusivamente a fare scegliere a iscritti, elettori, simpatizzanti di un partito le candidature alle cariche pubbliche monocratiche: sindaco, governatore della regione, presidente del Consiglio. L’elezione del segretario del Pd che, con filtri e vagli, può giungere persino a essere decisa dall’Assemblea nazionale non è affatto una primaria. Inoltre, congresso del Partito ed elezione del nuovo segretario hanno scadenze proprie che non debbono tenere e non hanno tenuto conto delle occasioni elettorali. Per di più, sono disponibili le fattispecie di almeno due importanti elezioni del segretario del Pd: quella di Walter Veltroni nel 2007 e quella di Pierluigi Bersani nel 2009. In entrambe le occasioni nessuno dei dirigenti, militanti, iscritti, simpatizzanti, pure se era ampiamente usata la terminologia sbagliata, credeva di stare incoronando il candidato alla carica di presidente del Consiglio (anche se la cavalcata di Veltroni, inconsciamente/subconsciamente, terminò con la sua inevitabile candidatura grazie alla caduta del governo Prodi). Che «primarie» suoni pomposamente bene è un fatto (in parte positivo per le primarie correttamente intese), ma il suo uso per l’elezione del segretario del Pd rimane fuorviante e sbagliato.

Altrove – come negli Stati Uniti, dove non esiste affatto una legge federale che le regolamenti, ma ciascun partito in ciascuno Stato decide a suo piacimento requisiti e regole – attraverso le primarie si designano i candidati alla Camera dei rappresentanti e al Senato, al governo degli Stati, alla presidenza. Sono facoltative, dunque, cosicché ogniqualvolta c’è un unico candidato, rappresentante, senatore, governatore, senza sfidante non si terrà alcuna elezione primaria. Sono anche criticate perché esposte a manipolazioni di molti generi e perché, qualche volta, sono divisive. Rimangono un efficacissimo strumento di mobilitazione, partecipazione, comunicazione e influenza dei cittadini-elettori.

C’è un Paese nel quale sembra non s’insegnino più i congiuntivi e, con grande dolore dei professori, neppure se ne faccia accorto uso. Potrebbero quei professori inquietarsi anche per il cattivo ed erroneo uso di alcune parole chiave della politica e delle istituzioni? Tanto usare le parole sbagliate quanto manipolarle produce confusione che, certo, non giova né alla politica né alla cultura politica.

Pubblicato il 17 febbraio 2017 su la rivista il Mulino

Renzi, molto ambizioso ma poco responsabile

LINKIESTA

Intervista raccolta da Marco Sarti per LINKIESTA

«Renzi è rimasto in carica più di mille giorni, credo che possa ritenersi soddisfatto». Mentre il presidente del Consiglio si prepara a lasciare Palazzo Chigi, il noto politologo Gianfranco Pasquino non sembra avere grandi rimpianti. Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, già senatore della sinistra indipendente e dei progressisti, Pasquino ricorda errori e contraddizioni dell’ex rottamatore appena sconfitto al referendum costituzionale: dall’eccessivo protagonismo all’incapacità di selezionare una classe dirigente adeguata. Il giudizio di Pasquino, che in questa campagna ha sostenuto con forza le regioni del No, è a tratti impietoso: «Berlusconi aveva carisma, per Renzi parlerei piuttosto di fortuna». Sullo sfondo, resta il futuro incerto del segretario del Pd. «Ma alla fine – continua il politologo – non credo che la sua ambizione lo porterà ad abbandonare la politica».

Professor Pasquino, non siamo ancora ai titoli di coda del renzismo. Forse il presidente del Consiglio dimissionario rimarrà sulla scena e avrà il tempo di trovare la sua rivincita. Eppure la clamorosa sconfitta al referendum chiude in maniera evidente una fase politica.

Sì, credo che si possa dire così. Se Matteo Renzi pensava di cambiare la politica italiana a colpi d’accetta e con grande velocità, l’operazione non gli è riuscita. Forse gli è mancata un po’ di saggezza.

Resta un’esperienza politica significativa, destinata a lasciare il segno. Eppure velocissima. Dall’ascesa di Renzi alla sua sconfitta sono passati solo tre anni.

Sono cambiati i tempi della società, del mondo globale. E inevitabilmente sono cambiati anche quelli della politica italiana. Renzi ha bruciato i tempi. In ogni caso è rimasto in carica per poco più di mille giorni, credo che possa essere soddisfatto. Il suo è uno dei cinque governi più longevi della storia repubblicana. Una nota a piè di pagina sui libri di storia se l’è guadagnata anche lui.

Il renzismo come fenomeno politico. Tra gli aspetti caratteristici c’è l’idea di un uomo solo al comando. Anche nell’ultima campagna elettorale Renzi ha giocato la partita da unico protagonista. È d’accordo?

Questa è stata una sua scelta. Uno stile personalistico che Renzi ha sempre avuto, fin da quando era presidente della provincia di Firenze. Lui non ha mai voluto contare fino in fondo sul partito. Lo ha conquistato, ma ne è rimasto sempre fuori. Ha sempre pensato di poter fare a meno del Partito democratico. Lo teneva da parte, non ne ha mai tenuto conto. E in questo è stato confortato dal successo alle Europee del 2014, che effettivamente è stato un suo successo personale. In quell’occasione il Pd era al 30-31 per cento, ma lui è stato in grado di portarlo fino al 40 per cento.

Forse uno degli errori di Renzi è stato proprio questo? La personalizzazione e l’assenza di un gruppo dirigente all’altezza?

Il gruppo dirigente all’altezza lo avrebbe anche trovato, se solo lo avesse cercato. Invece ha preferito circondarsi di debuttanti, personalità prive di esperienza politica. Penso a Maria Elena Boschi, a Lorenzo Guerini. Anche a Luca Lotti, che dicono essere il suo potentissimo braccio destro. Si è affidato a una classe dirigente di neofiti.

C’è un tema che ritorna nella carriera politica di Renzi. Se la sua ascesa politica si è caratterizzata per gli slogan sulla rottamazione, la sua ultima campagna elettorale si è incentrata sulla lotta alla Casta.

Ed è stata un’operazione poco credibile. Se si vogliono elencare i sostenitori della riforma, al primo posto troviamo proprio Giorgio Napolitano, eletto in Parlamento nel lontano 1953. Poi c’è Luciano Violante, entrato a Montecitorio nel 1979. Seguono i due ex presidenti di Camera e Senato Pierferdinando Casini e Marcello Pera. Ci metterei dentro anche Fabrizio Cicchitto, anche lui un grande sostenitore della riforma, un altro parlamentare di lungo corso. Vede, in questa strategia della rottamazione c’è una grande contraddizione: al referendum sono stati gli elettori sopra i sessant’anni a votare con più convinzione per il Sì. Mentre i giovani sotto i trent’anni hanno votato in prevalenza per il No.

Eppure Renzi ha portato un gran cambiamento nella politica italiana, non è d’accordo? Un premier giovane, tra slide e tweet, in grado di prendere le distanze dai rituali ingessati di Palazzo.

Naturalmente la rappresentazione mediatica era un suo obiettivo. In ogni caso credo che si possa fare qualche tweet e al tempo stesso svolgere la politica con una certa dignità, offrendo un’immagine di serietà. Ma in Renzi questo si è visto poco, contava di più la spettacolarizzazione.

Il presidente del Consiglio ha sempre sofferto l’assenza di una legittimazione elettorale. E alla fine l’affannosa ricerca del voto popolare gli è costata la poltrona.

Dal punto di vista formale la legittimazione di un presidente del Consiglio passa dal voto di fiducia. E in questi anni le occasioni non sono mancate. Tutte le volte che Renzi ha chiesto un voto di fiducia in Parlamento, e sono state anche troppe, l’ha ottenuto. Se voleva così tanto una legittimazione popolare forse aveva la coda di paglia.

In questi anni Matteo Renzi ha dimostrato un’ambizione rara. In politica non è una dote importante?

L’ambizione in politica è molto importante. Prima di me lo diceva James Madison, uno dei principali autori della costituzione americana. Ma dovrebbe sempre fare i conti con la necessità di essere responsabili. Renzi, invece, ha cercato di sfuggire a questa responsabilizzazione. Pensando alla sua esperienza è interessante notare un dato: non c’è mai stata una vera riflessione, il presidente del Consiglio si è sempre occupato di rilanciare. E invece in politica, di tanto in tanto, è importante anche qualche pausa per riflettere.

Recentemente Silvio Berlusconi ha parlato di Renzi come dell’unico leader politico presente in Italia. Lei gli riconosce lo stesso carisma?

Io questo carisma non lo vedo. Non per come lo intendeva Max Weber, che ha introdotto il termine in politica. Lo vedevo in Silvio Berlusconi, semmai. Un uomo che irrompe nella scena mentre il Paese vive una fase di ansia collettiva, i partiti sono crollati e nel centrodestra c’è un enorme vuoto. Crea dal nulla una forza politica, Forza Italia, e vince le elezioni. Renzi non ha fatto nulla di simile. Lui il partito lo ha trovato, è riuscito a conquistarlo grazie alla generosità di Pierluigi Bersani. Per il resto sappiamo come è andata. Parlerei più di fortuna, meno di carisma.

Ammetterà almeno che nel primo discorso dopo il referendum Renzi ha riconosciuto la sconfitta con grande onestà. Una dote rara in politica…

E ci mancherebbe altro. Con il No in vantaggio di venti punti cos’altro avrebbe potuto dire?

Dopo questa sconfitta crede che Renzi cambierà mestiere o proverà a tornare a Palazzo Chigi?

Non credo che la sua ambizione lo porterà ad abbandonare la politica. Renzi ha ancora un certo appeal, la capacità di stare sulla scena non gli manca, ha saputo spettacolarizzare un confronto politico altrimenti noioso. Vedremo. Sarà lui a decidere se rimanere o preferirà ritirarsi e cominciare a scrivere libri di successo…

Pubblicato il 6 dicembre 2016 su LINKIESTA

Il premier nell’onda calante

Più o meno autorevoli commentatori cominciano a vedere l’onda calante della traiettoria governativa di Matteo Renzi. Quanto l’onda stia effettivamente calando dipende in larga misura dalle aspettative iniziali di quei commentatori. L’ascesa di Renzi era stata accompagnata da grandi consensi, non sulla sua persona politica, sostanzialmente poco nota, non sui suoi programmi, neppure quelli istituzionali, nel migliore o nel peggiore dei casi appena abbozzati. Quei consensi, da un lato, arrivarono a Renzi perché uomo giovane, apparentemente dinamico, audace ai limiti della presunzione, dall’altro, perché Renzi sfidava una sinistra che a molti, ovviamente, soprattutto agli oppositori di destra e ai cerchiobottisti di ogni provenienza, sembrava ingessata, priva di capacità innovative, drammaticamente, ma meritatamente, umiliata dall’incontro via streaming fra Bersani e i Cinque Stelle nel marzo 2013. Nella letizia per la sconfitta e la probabile messa in soffitta (rottamazione) della vecchia sinistra e dei suoi esponenti, a cominciare dal più importante, Massimo D’Alema, nessuno dei commentatori s’interrogò sulle effettive capacità di governante e di riformatore di Matteo Renzi. Molti si misero a lodare l’outsider che, senza nessun gravame del passato (e, ahi lui, pochissima conoscenza di quel passato), spezzando tutti i lacci e I lacciuoli, avrebbe rinnovato il modo di governare: al bando la concertazione sostituita dalla disintermediazione. Nessuno notò che, altrove, nelle democrazie parlamentari europee, gli outsider al governo sono rarissimi. La grandissima maggioranza dei ministri hanno avuto precedenti esperienze parlamentari, più o meno lunghe, e anche di governo. Che nessun capo di governo nasce “imparato”, ma passa attraverso compiti formativi in parlamento e in cariche minori. Che tutti i capi di governo cercano di non scompaginare il loro partito, ma di valorizzarne personalità e competenze, di potenziarne la struttura che, sul territorio, spiegherà le politiche del governo e cercherà di mantenere i rapporti con l’elettorato (che non “passano” soltanto dai talk shows e dai tweets).

Quel che I commentatori delusi, a mo’ di coccodrilli, lamentano oggi era largamente prevedibile. Né Renzi né i suoi ministri più improvvisati (almeno la metà) hanno imparato niente né riguardo ai rapporti con il Parlamento né sulla costruzione del consenso intorno alle riforme. Un giorno, forse, qualcuno s’interrogherà anche sulle varie donazioni in Euro elargite da Renzi ad alcuni settori sociali. Già adesso, però, è evidente che nessuna di quelle donazioni è inserita in una visione strategica di sviluppo e di riforme economico/sociali. La fretta del Capo del governo si spiega quasi soltanto con la necessità di ottenere successi che alimentino la sua corsa. Il suo non dichiarato motto è chi si ferma è perduto. Gli stop possono, però, già essere in vista: le amministrative di giugno e il referendum costituzionale di ottobre. Con il feroce grido di battaglia lanciato alla scuola di politica del PD “li spazzeremo via” (gli oppositori), Renzi dà un’ulteriore prova di non curarsi delle modalità di funzionamento di una democrazia parlamentare. Ha ascoltato soltanto gli elogi senza tenere conto che erano per lo più motivati dall’ostilità, persino dal rancore, nei confronti dei suoi oppositori interni. Sappiamo che non è nelle sue corde apprezzare le critiche, ma è anche sulla capacità di trarre il meglio dalle critiche che si misura la qualità dei politici e dei governanti.

Pubblicato AGL 8 aprile 2016

Tutti i rischi del briscolone

Corriere di Bologna

Davvero lancinante il trilemma delle modalità di scelta del candidato sindaco a Bologna nel quale si avvolge e si contorce, il centro-destra: fare delle sane, ma senza precedenti, primarie; pescare un “briscolone”; attendere la designazione di Berlusconi. Le tre opzioni, tutte discutibili, vale a dire che possono essere discusse, sono presenti anche in altre situazioni locali. Abitualmente, la maggioranza dei dirigenti, tranne, qualche volta, i leghisti, preferisce aspettare Berlusconi. E’ meno impegnativo, meno pericoloso (dell’essere prima sconfessati, poi, se sbagliano, sbeffeggiati), manda anche il messaggio di fedeltà e di ossequio al leader. Però, non da oggi, Berlusconi è un tappo. No, non fraintendetemi. Voglio dire che la sua indecisione blocca qualsiasi serio, effettivo perseguimento di una o di entrambe le alternative. Nessuna primaria si può tenere se Berlusconi non dichiara la sua disponibilità che, fino ad ora, non c’è stata soprattutto perché lui ritiene di saperne di più e comunque vuole affermare e ri-affermare la sua leadership proprio scegliendo le candidature. I vittoriosi, ma anche i perdenti, spesso ricompensati in altro modo, gli saranno grati. Dunque, le primarie del centro-destra a Bologna (ancora meno a Milano) non ci saranno. I potenziali elettori non verranno distolti dal divano dal quale guardano i programmi di Mediaset. E’, dunque, arrivata l’ora del briscolone?

Anche la sinistra, nelle ultime tre tornate amministrative trovatasi in difficoltà, aveva fatto balenare l’idea del briscolone. Lo sono stati, non a loro insaputa, ma certo non con il loro gradimento, sia Romano Prodi sia Pierluigi Bersani. Briscoloni di simile impatto e qualità il centro-destra cittadino non ne ha proprio nessuno. Potrebbe importarlo e paracadutarlo come ha fatto, per esempio, facendo eleggere senatore proprio a Bologna il milanese Franco Carraro, già anche sindaco di Roma. Non scriverò “chi l’ha visto?”, ma il suo impatto sulla politica locale non mi è finora parso significativo. Non mi interrogo sulla fantasia politica di quel che rimane di Forza Italia, ma penso che sarebbe molto più opportuno che andasse a cercare qualcuno che conosca Bologna e che abbia voglia di fare campagna elettorale e poi, qualora sconfitto/a, intenda rimanere a fare politica in città per costruire con pazienza un’alternativa potenzialmente vincente. Dovrebbe essere un candidato/a che viene dalla società civile? Non sarà facile trovare un Guazzaloca vicino alle (poche) idee di Forza Italia, ma qualche uomo e qualche donna giustamente ambiziosi, disposti a dare una parte della loro attività professionale di successo a migliorare il governo della città di Bologna, sicuramente c’è.

Pubblicato il 1°ottobre 2015