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Quel che so sul voto di preferenza #ParadoXaforum

Nelle elezioni tenutesi il 26 giugno 1983, candidato indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano nella circoscrizione Bologna-Ferrara-Ravenna -Forlì, ottenni 14.566 preferenze risultando l’ultimo degli eletti- Però, eletto anche al Senato (sì, era possibile essere candidati in entrambi i rami del Parlamento e in più circoscrizioni) nel collegio di Portomaggiore Ferrara, optai per il Senato. Grazie al PCI avevo fatto una intensa campagna elettorale sul territorio distribuendo un numero notevole di cartoncini, me li ricordo, grigi e dimessi, che portavano due nomi: Renato Zangheri (già notissimo sindaco della città di Bologna, capolista) e il mio. Per ragioni politiche, il capolista doveva fare il pieno di preferenze trascinando il “prestigioso” professore che con la sua candidatura “legittimava” il PCI e avrebbe portato in Parlamento le sue importanti (aggettivo mio, e ci credo) conoscenze politologiche. Gli analisti comunisti del voto giunsero alla ragionevole conclusione che un migliaio o poco più di quei voti di preferenza erano di elettori/elettrici attratti dalla mia presenza in una lista che altrimenti non avrebbero votato.
La legge elettorale allora vigente per la Camera dei deputati consentiva agli elettori di esprimere, a seconda della dimensione della circoscrizione, valutata con riferimento al numero dei deputati da eleggere, fino a tre o quattro preferenze scrivendo semplicemente il numero di lista del candidato oppure il suo (nome e) cognome. Per curiosità e per interesse professionale, ho più volte fatto lo scrutatore e anche il presidente del seggio di Torino dove votavo negli anni sessanta del secolo scorso. Il numero di schede contestabili e contestate era minimo. Gli elettori arrivavano preparati. E la percentuale di preferenze espresse erano regolarmente intorno al 30, quelle comuniste precise, ordinate, rispettando un pattern di quartiere. Quelle socialiste erano piuttosto variegate. Quelle democristiane riflettevano la popolarità locale del candidato già in parlamento, consigliere comunale, sindacalista. Non ci furono brogli né accordi sottobanco.
Altrove, sì. Nel 1987 nella circoscrizione Napoli-Caserta successe di tutto. Su ricorso di un candidato democristiano che denunciò lo scippo di preferenze espresse sul suo nome, la Giunta per le elezioni della Camera rilevò una pratica molto truffaldina di accordi fra gli scrutatori e i rappresentanti di lista. Nelle schede elettorali nelle quali gli elettori non avevano espresso voti di preferenza veniva consentito di farlo agli scrutatori di quel partito che chiudevano gli occhi su pratiche simili effettuate dagli scrutatori di altri partiti, apparentemente con la sola eccezione del PCI, il cui capolista era Giorgio Napolitano. I capolista di alcuni partiti del pentapartito, più precisamente il Ministro degli Interni Antonio Gava (DC), il vice segretario Giulio Di Donato (PSI), il Ministro della Sanità Francesco Di Lorenzo (PLI), avevano un fortissimo interesse e bisogno di gonfiare il loro bottino di preferenze come prova di grande sostegno popolare da tradurre in potere politico nel rispettivo partito e nel governo.
Da qualche anno era cominciato, mi permetto di aggiungere anche per merito mio, un dibattito intenso e aspro sulla eventualità di una riforma della legge elettorale. Alla (legge) proporzionale nella sua variante italiana si imputava, non senza più di un fondo di verità, di rendere molto difficile l’alternanza. La soluzione suggerita era quella di ridurne la proporzionalità, se non, addirittura sostituirla con una legge maggioritaria: l’uninominale inglese oppure, con meno sostenitori, il doppio turno francese. Nel parlamento eletto con quella proporzionale, nonostante qualche malcontento, non esisteva nessuna maggioranza riformatrice. Anche con la partecipazione di alcuni parlamentari, me compreso, si formò un Comitato per la Riforma Elettorale che intraprese la via del referendum abrogativo. Era una via perseguibile poiché la legge elettorale non sta nella Costituzione. Però, venne subito sbarrata dalla Corte Costituzionale. No all’abrogazione della legge nella sua interezza poiché nessun organismo costituzionale, in questo caso il Parlamento, può rimanere privo della legge che gli ha dato vita. I proponenti si trovarono costretti a procedere ad un delicato e raffinato ritaglio di alcune parole per sottoporre un quesito che riguardava il voto di preferenza. L’esito fu il quesito referendario che riduceva le preferenze esprimibili a una soltanto scrivendo il cognome del prescelto, quindi rendendo impossibili i troppo facili brogli con la manipolazione dei numeri.
La campagna elettorale dei proponenti fu improntata alla grande opportunità offerta ai cittadini di scegliere il loro rappresentante in Parlamento quasi come se si stesse andando verso un sistema maggioritario in collegi uninominali: una felice ambiguità. Divenuti consapevoli del significato della sfida pericolosissima alle loro rendite di posizione, i dirigenti dei partito, ad eccezione dei comunisti per lo più non desiderosi di esprimersi in materia, tentarono in ordine sparso, di fare fallire il referendum per mancanza di quorum ovvero il raggiungimento della maggioranza assoluta dei votanti. Ancora oggi le indicazioni di cosa fare invece di recarsi alle urne appaiono rivelatrici. La più nota fu quella del segretario socialista Bettino Craxi: andare al mare. A ruota arrivarono il leghista Umberto Bossi: fare una passeggiata nei boschi padani; il ministro democristiano che sovrintendeva alle elezioni Antonio Gava: stare a casa con gli amici; il leader democristiano Ciriaco De Mita: giocare a carte, tressette.
Invece, il 9 giugno 1991, sorprendendo tutti gli osservatori e gli stessi proponenti, 29.609.635 italiani, il 62,5 percento (quorum abbondantemente superato) si recarono alle urne, Il 95, 57 per cento di loro, 26.896.979 votarono “sì” (1.247.908, 4, 43 per cento “no”) aprendo la via ad una riforme elettorale in senso maggioritario. Prima, però, si tennero le ultime elezioni politiche con “la proporzionale”, le uniche con la preferenza unica, sufficienti a produrre conseguenze tanto inattese quanto di grande impatto sui partiti. Commissionate appositamente, le analisi dell’uso e delle conseguenze della preferenza unica in cinque circoscrizioni raccolte nel volume da me curato e introdotto: Votare un solo candidato. Le conseguenze politiche della preferenza unica (Bologna, il Mulino, 1993) rivelano che gli elettori non ebbero nessuna difficoltà nell’avvalersene. Più importante è che non si produssero fenomeni di scambi impropri, brogli e corruzione. In seguito, poiché su possente spinta dei referendum elettorali del 1993, il Parlamento procedette alla redazione ad opera dell’on. Sergio Mattarella di due nuove leggi che assegnavano tre quarti dei seggi in collegi uninominali, di voto di preferenza non si dovette discutere.
La legge Calderoli (2005), con la quale Berlusconi sostituì la legge Mattarella, contemplava unicamente liste bloccate. Soltanto se le liste erano bloccate, diventava possibile fare entrare in Parlamento esponenti della società civile, altrimenti surclassabili nella raccolta dei voti dai politici di mestiere e dalle loro reti di relazioni e di affari. Inoltre, i nominati o cooptati dal leader, consapevoli di dovergli il seggio e ancor più qualsiasi eventuale ambita rielezione, sentivano l’obbligo della disciplina di voto. Si spiega anche così la vergognosa votazione che riconobbe a Ruby la qualifica di nipote del dittatore egiziano Mubarak. L’ostilità alle preferenze da parte di Forza Italia continua oggi manifestata dal leader Antonio Tajani che già esercita scarso controllo sui suoi gruppi parlamentari, meno che mai ne avrebbe se fossero molti gli eletti grazie alle preferenze guadagnate sul campo.
Meglio chiarire subito che l’alternativa sulla quale i partiti della maggioranza di destra si dividono non è propriamente limpida. Vero è che, da un lato, stanno i sostenitori delle liste bloccate, ma, dall’altro, non si trovano coloro che vogliono consentire agli elettori di esprimere liberamente almeno una preferenza, Infatti, i capilista, in non pochi casi gli unici eletti per partiti medio-piccoli, sarebbero comunque bloccati. Inoltre, verrebbero predefiniti i candidati preferenziabili, fra i quali gli elettori potrebbero assegnare i loro voti, presumibilmente con alternanza di genere. Stupisce e rattrista notare che molte donne politiche si sono schierate contro il voto di preferenza che le svantaggerebbe. Al contrario, il ripescaggio della preferenza unica, argine alla formazione di pericolose “cordate”, consentirebbe alle donne di fare appello al voto di tutti coloro, oramai sperabilmente molti, che sono giunti alla convinzione che in generale e in Parlamento il punto di vista delle donne meriti di essere espresso e rappresentato, confortato e potenziato da un solido bottino di voti di preferenza. Inoltre, vale per entrambi, gli uomini e le donne, la competizione per le preferenze con la possibilità di votare la candidatura più gradita può riportare alle urne una parte di astensionisti. Ragionamento: “Sono tutti eguali, ma la mia candidata è molto preferibile, non è paracaduta, ma enfant du pays, una di noi, ci conosce e la conosciamo, potremo raggiungerla facilmente, lamentarci con lei, spronarla e decidere, a sua ‘saputa ‘, se rivotarla o bocciarla”. Insomma, un (unico) voto di preferenza può servire a cambiare non poco la brutta politica (dei capilista bloccati e dei loro sponsor).
Pubblicato il 27 luglio 2026 su PARADOXAforum
Tre cose che so sulle revisioni costituzionali
Discutere con lo stuolo di renziani della prima ora e di convertiti in corso d’opera, spesso ancora più zelanti (ovvero fanatici) sul merito delle revisioni costituzionali è praticamente impossibile. A qualsiasi obiezione di merito i renziani e i loro disinvolti fiancheggiatori, presenti anche nei mass media, contrappongono tre obiezioni. La prima è che bisognava comunque fare qualcosa dopo trent’anni di immobilismo. La seconda è che, da qualche parte, qualcosa, meglio se una tesi dell’Ulivo (ma quello di Renzi appoggiato da Alfano e Verdini è un governo del brand Ulivo?) o qualcuno, meglio se un vecchio comunista (incidentalmente, non ricordo di avere visto stagliarsi alto il profilo di Napolitano riformatore delle istituzioni e della legge elettorale), hanno proposto cambiamenti molto simili a quanto da loro fatto. Terzo, dati rapporti di forza nel Parlamento eletto nel febbraio 2013 non era possibile fare niente di più, ma soprattutto niente di diverso. Nessuna delle tre obiezioni tiene.
Alla prima obiezione ho contrapposto tempo fa (Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea/UniBocconi 2015), quello che ho definito “un’altra narrazione”. Nessun immobilismo negli ultimi trent’anni. Anzi, notevole attivismo dei cittadini e del Parlamento. Legge sulle autonomie locali 1990; referendum sulla preferenza unica 1991; abolizione di 4 ministeri e del finanziamento statale dei partiti più, cambiamento della legge elettorale del Senato nel 1993; approvazione delle legge sull’elezione diretta dei sindaci nel 1993; approvazione del Mattarellum nel 1993. Riforma del Titolo V nel 2001; revisione di 56 articoli della Costituzione nel 2005 (poi bocciata da referendum ovviamente e correttamente non chiesto dai revisionisti, ma contro di loro: referendum oppositivo); legge elettorale Porcellum 2005. Tralasciando alcune riforme minori, è evidente che il ritornello dell’immobilismo, da un lato, è pura e semplice, ma colpevole, ignoranza; dall’altro, è un deplorevole ricorso alla manipolazione dei fatti su uno almeno dei quali il Presidente Mattarella, parte in causa, ha il dovere istituzionale di farsi sentire.
Andare alla ricerca delle Tesi dell’Ulivo che l’Ulivo non tentò in nessun modo di tradurre in pratiche ha qualcosa di patetico. Senza contare l’avversione della maggioranza degli ulivisti a quanto veniva fatto nella Commissione Bicamerale presieduta da D’Alema fino a contribuire al suo fallimento, quelle tesi non sono il Vangelo istituzionale del buon riformatore. Quanto ai vecchi comunisti, almeno per quello che riguarda il Senato la loro posizione iniziale fu: nessun Senato, monocameralismo. La distanza fra il monocameralismo e il bicameralismo con il Senato trasformato in camera di regioni discreditate è qualitativa, abissale. All’obiezione che le riforme fatte non hanno nessuna visione sistemica, ma sono episodiche e occasionali, gli improvvisati riformatori non hanno risposta alcuna. Soprattutto, non spiegano che forma di governo verrà fuori da quanto hanno cambiato e dal chiaro ridimensionamento nei fatti dei poteri del Presidente della Repubblica che non dovrà più nominare il Presidente del Consiglio, che sarà automaticamente il capo del partito che avrà ottenuto il premio di maggioranza, e non potrà più opporsi allo scioglimento del Parlamento quando quel capo di maggioranza lo riterrà opportuno e benefico per i suoi interessi di partito.
Infine, l’invito dei renziani a prendere atto che in questo parlamento non era possibile fare riforme di tipo e qualità diversa è, di nuovo, il prodotto di una combinazione di ignoranza e di manipolazione. La politica consiste nella capacità di creare le condizioni per le riforme. Nel Parlamento eletto nel 2013 era possibile, da un lato, cercare, con pazienza, ma anche con durezza, altri interlocutori, magari nelle aule parlamentari senza produrre un accordo extraparlamentare, il Patto del Nazareno che, naturalmente, ha posto enormi paletti alla legge elettorale poiché, in sostanza, l’Italicum contiene tutte le componenti del Porcellum in piccolo: porcellinum. Dall’altro, persino volendo mantenere un filo del discorso con Berlusconi, altre soluzioni erano possibili, soprattutto per quanto riguarda il Senato. Semplicemente, non sono state esplorate. Qualcuno vorrebbe raccontare la favola che Berlusconi ha imposto la sopravvivenza di cinque senatori (i Senatori delle Autonomie) nominati dal Presidente della Repubblica? Oppure che Berlusconi ha fortemente voluto che al Senato delle autonomie fosse conferito il potere di nominare due giudici costituzionali?
Da ultimo, il Presidente del Consiglio ricorre al ricatto plebiscitario senza nessun precedente in Italia su referendum costituzionale: “se bocciate riforme me ne vado”. No comment? No!
Pubblicato il 25 aprile 2016
Italicum, timido passo in avanti
Intervista raccolta da Aldo Novellini per Il nostro tempo di Torino pubblicata il 17 Maggio 2015
Chiusa la stagione del Porcellum si apre quella dell’Italicum, la nuova legge elettorale approvata tra le polemiche, che hanno surriscaldato i rapporti tra la maggioranza e le opposizioni e hanno particolarmente scosso il Pd. Per mettere a fuoco le nuove regole elettorali ci siamo rivolti al costituzionalista Gianfranco Pasquino, autore di un recente libro, “Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate ” (edizioni Egea), che si occupa proprio di questi temi.
Come giudica l’Italicum?
Non mi pare una buona legge elettorale. Credo che nel complesso sia una sorta di Porcellum cui sono stati attenuati i difetti più grossolani. Il premio di maggioranza, che era slegato dall’ottenimento di una minima soglia di voti, ora è correlato al conseguimento di almeno il 40 per cento dei suffragi. Vi è poi la novità del ballottaggio tra le due liste più votate qualora nessuno raggiunga la soglia, e direi che questo secondo turno è forse il solo aspetto veramente innovativo della legge. Trovo però insensato che il premio sia concesso alle singole liste e non alle coalizioni, ponendo addirittura il divieto di qualsiasi apparentamento tra primo e secondo turno. Si può capire il timore di veder nascere alleanze troppo eterogenee, ma almeno gli apparentamenti dovevano essere permessi, anche perché le intese tra formazioni diverse per un programma condiviso sono un po’ il succo stesso della politica. Si tenga presente che quasi ovunque in Europa ci sono governi di coalizione che ben riflettono il pluralismo di idee presente nella società. Il difetto più grosso mi pare poi la pervicace insistenza sulle liste bloccate: i capilista delle cento circoscrizioni risultano eletti con questa modalità e, tenendo conto dei molteplici partiti in lizza, a giochi fatti i nominati saranno almeno il 60 per cento dei parlamentari. Sicuramente un passo avanti rispetto al Porcellum, in cui tutti erano nominati, ma pur sempre una quota insostenibile, poiché i cittadini chiedono di poter scegliere i propri rappresentanti e invece, ancora una volta, la politica si arrocca su se stessa. C’è poi una norma semplicemente assurda…
Quale?
Quella per cui un candidato, in genere il leader del partito, può presentarsi in più collegi fino ad un massimo di dieci. In pratica questi deciderà di lasciare il posto ai secondi in lista in base al semplice requisito della fedeltà alla sua persona. Sarebbe invece stato utile inserire il requisito della residenza nella circoscrizione, prevedendo la candidatura del capolista solo in quel collegio.
I rilievi della Corte costituzionale sono stati accolti?
La Corte aveva bocciato i capilista bloccati, che vengono ridotti, e il premio di maggioranza a prescindere dai voti ricevuti, che adesso viene concesso solo con il 40 per cento dei consensi. Si può dunque dire che l’Italicum viene incontro alle osservazioni dei giudici, ma resta il fatto che il Mattarellum era un sistema elettorale decisamente migliore.
Una legge elettorale approvata con la fiducia e senza le opposizioni. Cosa ne pensa?
Renzi era partito facendo un patto con Berlusconi perché voleva fare le riforme a larga maggioranza coinvolgendo l’opposizione, ma alla fine gli è mancato persino il pieno appoggio del suo partito. Un bel cammino a ritroso. In ogni caso alla fine l’ha spuntata, anche se l’obiettivo di conseguire ad ogni costo un risultato ha prevalso in maniera eccessiva sul metodo che invece nella definizione delle regole, e la legge elettorale è tra queste, resta un aspetto decisivo per dare legittimità alle scelte compiute. Approvare una legge elettorale con una maggioranza ristretta può andare bene solo se, a monte dell’intero percorso, vi è un preciso mandato degli elettori su quello specifico tema e su quel particolare modello. Una situazione ben diversa dall’iter dell’Italicum.
Non vi è rischio di incostituzionalità per i capilista bloccati dei piccoli partiti?
Ecco, questo potrebbe essere un interessante quesito di costituzionalità sulla base della disuguaglianza che si crea tra gli elettori. Infatti a chi vota per i partiti più piccoli, nei quali risultano eletti sono solo i capilista, è impedito sin dall’inizio l’elezione di deputati con il voto di preferenza. Una differenza ingiustificata rispetto ad un partito più grande che in ogni circoscrizione, oltre al capolista, elegge altri deputati e dunque la facoltà di scelta può esplicarsi compiutamente.
Una Camera con tanti nominati e un Senato non più elettivo. Che tipo di democrazia si prefigura?
Alla Camera ci sarà almeno il 60 per cento di nominati e questo comporta l’egemonia dei capipartito sui singoli deputati, i quali saranno indotti ad accondiscendere alle richieste di chi gli ha messi in lista. Un fenomeno deteriore che le preferenze avrebbero evitato alla radice. Il Senato sarà un coacervo di persone designate dai Consigli regionali e comunali. Democrazia significa potere del popolo, ed è allora più che evidente che tra i nominati della Camera e un Senato non eletto dai cittadini si restringono gli spazi di una vera partecipazione popolare.
Una certezza è che con l’Italicum non vi saranno mai più larghe intese…
Sì, il premio di maggioranza, con un vincitore che potrà governare da solo, esclude in partenza i governi di larghe intese. Non è però detto che ciò sia sempre un bene.
Perchè?
Le coalizioni allargate, tra maggioranza ed opposizione, possono rivelarsi necessarie e utili per superare particolari frangenti politici. Penso alla Germania, ove in tre occasioni cruciali vi sono stati dei governi Cdu-Spd: nel 1966-’69, per preparare l’apertura verso l’Est; nel 2005-2009 per fare le grandi riforme economiche e oggi, per meglio affrontare la grave crisi europea. Impedire in partenza queste formule di emergenza, a volte frutto della volontà degli elettori che non scelgono in modo univoco una precisa maggioranza, mi pare voler ingabbiare oltre misura il corso della vita politica.
Siamo di fronte ad un presidenzialismo strisciante?
No, perché rimane comunque intatto il rapporto di fiducia tra il governo e la maggioranza parlamentare. E’ chiaro però che il premier vede accresciuto il suo ruolo anche sullo scioglimento anticipato della Camera. Di certo diverrà impossibile sostituire il presidente del Consiglio in corso di legislatura: con l’Italicum non ci sarebbe stato il cambio Letta-Renzi Il sistema diventerà quindi più rigido perdendo quella flessibilità insita nel classico modello parlamentare.
Renzi, quando parla di riforme, afferma che dopo troppi anni di immobilismo bisognava fare comunque qualcosa…
Francamente non vedo tutto questo immobilismo. Nel 1991 vi fu il referendum sulla preferenza unica; nel 1993 i cittadini furono chiamati ad esprimersi sul sistema elettorale e prevalse il maggioritario da cui derivò poi il Mattarellum. Il centro-sinistra poi modificò il Titolo V e la destra avviò una grande riforma costituzionale bocciata nel referendum del 2006. Con Berlusconi fu infine votato il Porcellum. L’affermazione di Renzi è dunque inesatta. In ogni caso poi non basta fare le cose, bisogna anche farle bene.
In definitiva, cosa si doveva fare?
Occorreva prendere a modello i sistemi che funzionano, in particolare quello tedesco e quello francese. In Germania il premier è eletto dal Bundestag e c’è la sfiducia costruttiva che permette di cambiare in corsa ma solo se c’è un preciso sostituto. Nessuna crisi al buio. Il sistema elettorale è un misto tra proporzionale e maggioritario, non dissimile dal Mattarellum. La Francia ha un presidente eletto dal popolo e istituzioni molto stabili, mantenendo il raccordo fiduciario tra governo e Parlamento. E’ meglio imitare ciò che già funziona anziché avventurarsi in sentieri poco battuti, a rischio di realizzare un patchwork. Segnalo che l’unico sistema elettorale in Europa che prevede il premio di maggioranza è quello della Grecia. Un Paese che sarebbe meglio non imitare.


