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Il Pd di Letta e una sinistra federazione. Ricordi e riflessioni di Pasquino @formichenews

Mentre Letta festeggia il suo Pd che diventa primo partito nei sondaggi, risulta ancora più evidente che una coalizione effettivamente inclusiva è indispensabile. Magari Conte bloccherà l’emorragia delle 5 Stelle, ma non sarà sufficiente allearsi con il Pd a superare la non-Federazione del Centro-Destra saldamente intorno al 45 per cento

Mio nonno sostiene di avere già ascoltato e letto qualche centinaia di dichiarazioni simili a quelle del Ministro Orlando: “Il Pd, sulla base di un asse chiaro, deve lavorare a un modello Unione, per mettere insieme tutte le forze possibili che si trovano nel centrosinistra, senza escludere nessuno”. La parola Unione gli evoca la più infausta delle esperienze, quello del pasticciaccio brutto del 2006. Allora, non soltanto Prodi non seppe sfruttare tutto l’abbrivio offertogli dalle primarie, ma l’Unione fu un patchwork davvero mal riuscito, raffazzonatissimo.

Senza tornare al Fronte Popolare del 1948 che mio nonno ricorda non proprio con entusiasmo, sarebbe forse preferibile guardare all’Ulivo, quello sì fu un tentativo intelligente di mettere insieme tutte le non ancora logore e logorate sparse membra della sinistra e del riformismo.

No, mio nonno non vuole proprio parlare della fondazione del Partito Democratico anche se qualcosa da imparare da quei molti permanenti errori ci sarebbe. Sostiene anche che dall’Ulivo si possono trarre due lezioni non solo importanti, ma decisive. La prima è che un buon contributo alla formazione di quello schieramento venne dalla legge elettorale Mattarella. Nei collegi uninominali consentire la presentazione di più di un candidato sarebbe stato un suicidio, lo capirono persino i democristiani memori della batosta del 1994. Però, nessuno dimentichi mai i guasti della desistenza con l’inaffidabile Bertinotti che pose le basi per la caduta del primo governo Prodi.

La seconda lezione è che, con buona pace di non poche vestali uliviste irriflessive, dopo la vittoria elettorale, il capo dello schieramento pensò di dovere soltanto governare senza mai innaffiare politicamente l’Ulivo (forse era consapevole della sua inadeguatezza, ma allora avrebbe dovuto subito cercare un suo uomo/donna di fiducia). Adesso, mentre Letta festeggia il suo PD che diventa primo partito nei sondaggi grazie alla meritata retrocessione della Lega (Fatima ha smesso tempo fa con i miracoli), risulta ancora più evidente che il “campo largo”, il “perimetro ampio”, una coalizione effettivamente inclusiva è indispensabile poiché con il 20 per cento virgola non si va da nessuna parte, meno che mai a Palazzo Chigi. Magari Conte bloccherà l’emorragia delle 5 Stelle, ma non sarà sufficiente alleato con il PD a superare la non-Federazione del Centro-Destra saldamente intorno al 45 per cento.

Mio nonno non vorrebbe sentirsi raccontare la favola dei programmi. Non ha mantenuto un buon ricordo della Fabbrica dell’Unione e del suo inutile volumone di 283 pagine. Continua a credere, sfogliando qualche libro di scienza politica, che la politica si fa organizzandosi sul territorio e che i meccanismi elettorali sono dispensatori di opportunità politiche. Sa che il territorio in seguito alla riduzione del numero dei parlamentari è diventato più complicato, ma anche più disponibile a chi riuscisse a conoscerlo meglio. Ė assolutamente convinto che qualsiasi “federazione” Cinque Stelle-Partito democratico non porterebbe nessun valore aggiunto se operasse in una situazione elettorale caratterizzata da un sistema proporzionale (proprio al contrario, come dimostrò il Fronte Popolare). Continua a guardare alla Francia dove il doppio turno, senza bisogno di nessun furfantino premio di maggioranza, diede un suo formidabile contributo alle vittorie della gauche plurielle non solo con Mitterrand, ma anche con Jospin nel 1997.

E, mi chiede, ci piaccia o no Macron, il suo En marche non è forse stato un importante movimento di aggregazione di forze del cambiamento? Annuisco, ma non elaboro. Silenziosamente, prendo atto che l’anima è impalpabile e il cacciavite bisogna volerlo e saperlo usare anche riformando per necessità e con intelligenza la legge elettorale –che nei comuni, non dovremmo dimenticarlo mai, è una variante del doppio turno. All’inclusività ci penseranno gli elettori quando vedranno l’offerta dei partiti (di centro, trattino sì e no, sinistra).

Pubblicato il 13 giugno 2021 su formiche.net

Per garantire la stabilità l’Italia dovrebbe imparare da Germania e Spagna @DomaniGiornale

Da qualche anno, il Direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana e quattro autorevoli editorialisti, Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, Angelo Panebianco e Antonio Polito combattono due indefesse battaglie. La prima è quella per una legge elettorale maggioritaria. Però, il loro “maggioritario” preferito non è né quello inglese né quello francese entrambi caratterizzati dall’elezione dei candidati in collegi uninominali, ma un’imprecisata legge elettorale che offra un più o meno cospicuo premio di maggioranza. Tale era l’Italicum, ma in quanto leggi proporzionali con premio di maggioranza, che nessuno mai definì maggioritari, si collocherebbero in questa categoria anche la Legge Acerbo, utilizzata da Mussolini nel 1924, e la legge truffa del 1953. La seconda battaglia è per un governo eletto dal popolo, uscito dalle urne e non formato in parlamento. A loro si è finalmente aggiunto anche, last but tutt’altro che least, il più recente degli editorialisti: Walter Veltroni (“Corriere della Sera” 22 maggio, p. 1 e 36).

   La sua lancinante domanda è “come garantire all’Italia di avere governi scelti dai cittadini, che durino cinque anni, siano formati da forze omogenee per valori e programmi e che combattano l’avversario in ragione di questi”? La risposta necessariamente comparata è tanto semplice quanto drastica. Da nessuna parte al mondo esistono governi “scelti dai cittadini”. Nelle repubbliche presidenziali i cittadini eleggono il capo del governo che si confronterà con un Congresso/parlamento dove esistono forze disomogenee e si sceglierà i suoi ministri. Veltroni pone l’accento sulla necessità di un governo stabile, ma, come fece più volte rilevare Giovanni Sartori, la stabilità non è affatto garanzia di efficacia dei governi. Anzi, spesso la stabilità finisce per diventare immobilismo, stagnazione, rinuncia a prendere decisioni. Aggiungo che il governo che vorrebbe Veltroni, sulla scia degli altri editorialisti del Corriere, se fosse l’esito del premio di maggioranza innestato su una legge elettorale, sarebbe anche molto poco rappresentativo delle preferenze e degli interessi dell’elettorato. Potrebbe essere conquistato da un partito del 30 per cento con la conseguenza che il 70 per cento dei votanti sarebbero/si sentirebbero poco rappresentati.

   Certo, la Corte costituzionale potrebbe anche sancire che il premio non viene assegnato se il partito più forte non conquista almeno il 40 per cento dei voti espressi, ma allora il partito grande andrebbe alla ricerca di tutti i partitini possibili necessari per superare la soglia, a prescindere da qualsiasi omogeneità programmatica e valoriale. Ė una brutta storia che possiamo già vedere nella moltiplicazione delle liste e delle listine a sostegno delle candidature a sindaco. La pur impossibile elezione popolare diretta del governo dovrebbe anche comportare, ma Veltroni non ne fa cenno, che, se quel governo perde la maggioranza in parlamento, si torna subito alle elezioni poiché qualsiasi altra coalizione, pur numericamente possibile, non sarebbe legittimata dal voto. A sostegno della sua tesi, Veltroni cita, molto impropriamente, Roberto Ruffilli e Piero Calamandrei i quali, senza dubbio alcuno, avrebbero apprezzato governi stabili, ma, altrettanto certamente, si sarebbero opposti a qualsiasi premio di maggioranza. Per Calamandrei vale la sua campagna contro la legge truffa. E il maggioritario al quale si riferiva Ruffilli non prevedeva nessun premio in seggi.

   La proposta da citare fu quella avanzata il 4 settembre 1946 in Assemblea Costituente in un ordine del giorno dal repubblicano Tomaso Perassi, docente di diritto internazionale a La Sapienza, e che fu approvata da una ampia maggioranza:

«La Seconda Sottocommissione, udite le relazioni degli onorevoli Mortati e Conti, ritenuto che né il tipo del governo presidenziale, né quello del governo direttoriale risponderebbero alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l’adozione del sistema parlamentare da disciplinarsi, tuttavia, con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo» (c.vo mio, GP).

   In Italia non se ne è fatto niente, ma un anno dopo l’entrata in vigore della Costituzione italiana, i Costituenti tedeschi trovarono proprio il meccanismo stabilizzatore: il voto di sfiducia costruttivo. Il Bundestag elegge a maggioranza assoluta il Cancelliere. Può sfiduciarlo con un voto ugualmente a maggioranza assoluta e sostituirlo con un terzo voto a maggioranza assoluta per un nuovo Cancelliere. Se non vi riesce, il Cancelliere sconfitto può rimanere in carica, con l’approvazione del Presidente della Repubblica, fino ad un anno. Nel 1977-78 gli spagnoli, imitando i tedeschi, hanno introdotto nella loro Costituzione la mozione di sfiducia (costruttiva). Il Presidente del Governo può essere sfiduciato da una maggioranza assoluta dei deputati che automaticamente lo sostituiscono con il primo firmatario della mozione di sfiducia. In questo modo il 2 giugno 2018 è entrato in carica il socialista Pedro Sanchez. Non è casuale che Germania e Spagna siano i due sistemi politici europei che nel secondo dopoguerra hanno avuto il minor numero di governi e di capi del governo, dunque la più alta stabilità governativa. Il voto o la mozione di sfiducia rispondono all’esigenza, tanto accoratamente espressa da Veltroni, di un governo stabile. Richiedono una modifica costituzionale, sicuramente fattibile, di gran lunga preferibile e più promettente dei confusi e manipolatori dibattiti sulle leggi elettorali. Riuscirebbe persino a acquietare gli altri preoccupatissimi editorialisti del “Corriere”.

Pubblicato il 25 maggio 2021 su Domani

La confusione proporzionale e il falso mito dell’alternanza @DomaniGiornale

Quanto il male informato, manipolato, complessivamente pessimo dibattito sulle regole delle democrazie parlamentari influisce sulla opinione pubblica, ma anche sulle posizioni che prendono gli uomini e le donne in cariche politiche?

Un’ondata di terrore sta colpendo i popoli (sic) scandinavi e la penisola iberica. I primi Hanno votato per più di cent’anni e i secondi per quasi cinquant’anni con leggi elettorali proporzionali ovvero con quello che nel titolo di un editoriale in prima pagina il “Corriere della Sera” (23 gennaio) definisce “Il sistema sbagliato”. Grande preoccupazione e vera e propria ansia attanagliano i capi di quei governi e, più in generale, di tutti i governi delle democrazie parlamentari. Nessuno di quei governi è “uscito dalle urne”, è stato incoronato direttamente dal voto popolare. Senza esclusione alcuna, sempre, tutti i governi delle democrazie parlamentari si formano nei rispettivi parlamenti che, quindi, potranno, all’occorrenza, cambiarne la composizione. Nessuno dei capi di governi è stato votato direttamente dagli elettori, nessuno di loro gode di una specifica personale legittimazione elettorale tranne che, non sempre, è un parlamentare. Tutti sono sostituibili in corso d’opera senza il famoso “passaggio elettorale”, persino in Gran Bretagna, dove il sistema elettorale è maggioritario in collegi uninominali. Incidentalmente, non basta un premio di maggioranza a rendere una legge elettorale maggioritaria. Anzi, definire sistema maggioritario una legge elettorale proporzionale che si accompagna con un premio in seggi è una manipolazione da denunciare tutte le volte. Sostenere che nei comuni e nelle regioni il sistema elettorale è maggioritario è tanto sbagliato quanto fuorviante. L’elezione del sindaco, che si accompagna con una legge proporzionale per l’elezione del consiglio comunale, configura un modello di governo di tipo presidenziale. Chi, a prescindere da qualsiasi considerazione di scala, sostiene la Grande Riforma per eleggere il Sindaco d’Italia vuole, più o meno consapevolmente, una forma di governo presidenziale.

Grande è la varietà delle coalizioni di governo esistite e esistenti nelle democrazie parlamentari. In estrema sintesi: coalizioni minimo vincenti (appena al disopra della maggioranza assoluta), coalizioni sovradimensionate (comprendenti più partiti del necessario ad avere la maggioranza assoluta), coalizioni di minoranza (meno voti della maggioranza assoluta). La condizione del governo Conte 2 era di una coalizione di minoranza soltanto in Senato, non alla Camera. Bollarlo come “governo di minoranza” era un modo di negarne la legittimità (anche perché né il governo né il suo capo sono stati eletti dal popolo!). L’art. 94 della Costituzione stabilisce laconicamente che “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”.  

In buona misura, i governi di minoranza, attualmente, ce n’è uno in Svezia guidato dai socialdemocratici, vivono grazie alla non convergenza delle opposizioni in un voto di sfiducia. Operano attuando parti del loro programma e negoziandone altri con i partiti disposti a sostenerle. Cambiare governi non alla loro scadenza naturale implica sempre costi economici e sociali. In questo parlamento non esiste nessuna possibilità di alternanza, ovvero di sostituzione dell’intero governo ad opera di un’altra coalizione nessuna delle cui componenti abbia fatto parte di quel governo. L’alternanza completa è fenomeno raro nelle democrazie parlamentari. In Germania, ad esempio, vi è stato un solo caso limpido di alternanza quando nel 1998 la coalizione socialdemocratici-verdi sconfisse il governo democristiani-liberali. In Italia, di tanto in tanto, i sedicenti maggioritari s’interrogano sulla necessità di un centro per fare l’alternanza. Grande è il mix di ignoranza istituzionale e incoerenza personale e politica. Preso atto dei suoi limiti operativi e dell’indisponibilità ad un allargamento della sua maggioranza, Conte si è dimesso. Ripartano i meccanismi delle democrazie parlamentari.

Pubblicato il 26 gennaio 2021 su Domani

La rappresentanza politica esiste dove gli elettori hanno potere @DomaniGiornale

Invece di ricorrere a improbabili non divertenti e assolutamente insignificanti parole latine per definire la bozza della prossima legge elettorale, sarebbe molto più utile che i commentatori ne spiegassero e valutassero le caratteristiche. Dire che in Commissione Affari Istituzionali si discute del Brescellum (perché il cognome del Presidente della Commissione è Brescia), ma si intrattiene anche l’idea del Germanicum o, peggio, del Tedeschellum poiché la legge potrebbe avere una soglia d’accesso al Parlamento del 5 per cento (attendo lo Svedesellum se la soglia sarà del 4 per cento come in Svezia), non serve a informare correttamente nessuno. Annunciare che “ritorniamo” alla proporzionale (con grande scandalo di coloro che temono che l’Italia s’incammini verso una Weimar da loro immaginata) senza ricordare che l’attuale legge Rosato è già 2/3 proporzionale e 1/3 maggioritaria, è una manipolazione. Non spiegare che il non precisato maggioritario che vorrebbe il leader di Italia Viva non ha niente a che vedere con le leggi maggioritarie inglese e francese, entrambe in collegi uninominali, la prima a turno unico, la seconda a doppio turno, è un’altra brutta manipolazione. Infatti, almeno a parole Renzi vorrebbe qualcosa di simile al suo amato Italicum: un premio di maggioranza innestato su una legge proporzionale che gli consentirebbe trattative a tutto campo.

   Fintantoché nessuno dirà con chiarezza, e sosterrà con coerenza, che le leggi elettorali si scrivono non per salvare i partiti e per garantire i seggi dei loro dirigenti, ma per dare buona rappresentanza politica agli elettori, non sarà possibile scrivere una legge elettorale decente. Quando leggo nel titolo di grande rilievo dell’intervista rilasciata da Sabino Cassese al “Domani” che : “l’attuale classe politica non è all’altezza di governare”, mi sorgono spontanee (sic) tre domande: 1. come è stata reclutata l’attuale classe politica? Che c’entri qualcosa anche la legge elettorale? 2. dove e come troverebbe l’astuto professor Cassese una classe politica migliore, all’altezza? 3. che sia necessaria una legge elettorale diversa per porre le premesse del miglioramento della classe politica? Poi mi vengono in mente tutti coloro che, saputelli e arrogantelli, dicono che non esiste una legge elettorale perfetta, magari mentre vanno in giro criticando il bicameralismo italiano proprio perché “perfetto” (non lo è).

La classe politica migliore verrà, da un lato, dalla competizione vera fra partiti e fra candidati, proprio quello che la legge Rosato non può offrire, e dalla possibilità per gli elettori scegliere davvero fra partiti, ma anche fra candidati/e non nominati non paracadutati. Se il collegio è uninominale (e la legge maggioritaria), no problem: gli elettori valuteranno anche i candidati, la loro personalità, la loro esperienza, la loro competenza. Se la legge è proporzionale, la lista delle candidature non deve essere bloccata e agli elettori bisogna assolutamente garantire la possibilità di esprimere un voto di preferenza (perché non due lo spiegherò un’altra volta). Trovo, da un lato, risibili, dall’altro, prova sicura di ignoranza profonda, dall’altro, ancora, offensiva per la grande maggioranza degli elettori italiani, sostenere, come viene spesso fatto, che il voto di preferenza apre la strada alla mafia e alla corruzione. Oggi esiste una Commissione parlamentare che serve a individuare preventivamente quali sono le candidature impresentabili e c’è una Legge Severino che punisce severamente la corruzione.    La mafia e la corruzione non si combattono, e meno che mai si vincono, sottraendo agli elettori la possibilità di scegliere il loro candidato/a e non consentendo ai candidati/e di andare a cercarsi quei voti, interloquendo con gli elettori per farsi eleggere, e di tornare da quegli elettori per ottenere la rielezione spiegando il fatto, il non fatto, il malfatto. Dunque, le leggi elettorali si valutano in base alla possibilità di stabilire e mantenere un legame di rappresentanza politica fra elettori e candidati attraverso il collegio uninominale oppure il voto di preferenza e dando per l’appunto agli elettori il potere di scegliere. Non mi pare proprio che queste esigenze siano tenute in conto in Commissione alla Camera. Credo che almeno i commentatori (e qualche professore di Scienza politica non servo del suo partito di riferimento) dovrebbero farne tesoro o, quantomeno, tenerle presenti e discuterne.

Pubblicato il 8 dicembre 2020 su Domani

Legge elettorale, Pasquino spiega perché il doppio turno è molto meglio del doppio forse @formichenews

Il criterio migliore con il quale valutare le leggi elettorali è quanto potere conferiscono all’elettorato, non il tornaconto personalistico e particolaristico immediato, che genera invece leggi mediocri se non pessime. Il commento di Gianfranco Pasquino

Da oramai troppo tempo la discussione sulle leggi elettorali è inquinata da inesattezze, più o meno volute, e manipolazioni. Purtroppo, in alcune, non proprio marginali, inesattezze è incorso anche il prof. Alfonso Celotto nel suo intervento “Carlo Magno e l’eterno dilemma della legge elettorale”. Il Mattarellum non era “un sistema per 2/3 maggioritario”, ma per 3/4 tale ed è importante aggiungere “in collegi uninominali”. Fatti salvi due difetti, le modalità dello scorporo alla Camera e la possibilità di liste civetta, facilmente rimediabili, la legge elettorale di cui fu relatore Sergio Mattarella rimane la migliore delle leggi elettorali post-1993. Non è corretto affermare che “nel 2005, sulla spinta [non fu una spinta, ma una meditata decisione] del centro-destra, si è tornati a un proporzionale semplice [C.vo mio], ma con la forte correzione di soglia di sbarramento e premio di maggioranza (oltre alle liste bloccate: cosiddetto Porcellum)”.

Infatti, ovviamente, una legge che ha una soglia di sbarramento e un premio di maggioranza, non può e non deve mai essere definita “semplice” e neppure “proporzionale puro” come leggo su troppi quotidiani e ascolto in troppi talk show.  Semmai, è proporzionale corretta, ma di “correzioni” se ne possono escogitare molte altre a partire dalla dimensione della circoscrizione. Meno parlamentari si eleggono in una circoscrizione tanto più difficile sarà per i partiti piccoli vincere un seggio.

Nella sua storia la Francia ha spesso cambiato leggi elettorali, anche, per la precisione, nel 1985 quando la maggioranza di sinistra, Mitterrand presidente, abolì la legge maggioritaria in collegi uninominali e introdusse una legge proporzionale, non “piccola rettifica”, nel tentativo di impedire la vittoria del centrodestra a guida gollista. Nelle elezioni legislative del 1986 Jacques Chirac vinse lo stesso e con la sua maggioranza assoluta subito reintrodusse il maggioritario a doppio turno in collegi uninominali. Dobbiamo chiederci il perché della lunga durata del doppio turno, ma dobbiamo subito aggiungere che quel doppio turno si accompagna alla forma di governo semipresidenziale con elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica.

Potremmo pretendere un salto di qualità dalla discussione in corso (centrata sulla “altezza” della soglia di accesso al Parlamento), ma siamo consapevoli che la nostra pretesa è una grande illusione. Fintantoché i sedicenti riformatori impronteranno le loro proposte al tornaconto personalistico e particolaristico immediato, avremo leggi elettorali mediocri, se non pessime. Il criterio migliore con il quale valutarle è quanto potere conferiscono all’elettorato. Poi, ad libitum, sarei in grado di precisare, facendo riferimento sia al sistema proporzionale personalizzato (si chiama proprio così) tedesco sia al doppio turno francese, che cosa significa “potere dell’elettorato”, come strutturarlo e come valutarlo. Ho promesso a Carlo Magno che lo dirò a lui per primo.

Pubblicato il 28 settembre 2020 su formiche.net

Legge elettorale, forma di governo e fuffa. La lezione (da leggere) del prof. Pasquino @formichenews

La sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato un referendum già in partenza inammissibile su un punto è chiarissima. Per cambiare la forma di governo bisogna avere un progetto davvero alternativo alla realtà della democrazia parlamentare di questa Repubblica. Il resto, se sarà stanca ripetizione di formule sbagliate, non servirà a un bel niente

Falsi sono i sedicenti maggioritari che hanno approvato e lodato leggi elettorali proporzionali che nessun premio di maggioranza, al partito o alla coalizione vincente, può rendere effettivamente maggioritarie. Pericolosi sono gli ancor più sedicenti maggioritari che sostengono che maggioritario è quando cittadini eleggono governo. No, nel migliore dei casi, nelle Repubbliche presidenziali e semi-presidenziali, i cittadini eleggono il capo del governo il quale avrà le mani sostanzialmente libere nello scegliersi le maggioranze in parlamento e cambiarle, se ci riesce, quando vuole, e nel nominare e dimissionare i ministri. Qui il punto è che, una volta eletto, il presidente presidenziale e semipresidenziale non può essere sostituito fino alla fine del suo mandato. Pessimo, incapace, immobilista, magari anche corrotto, lì rimarrà e la sua stabilità sarà pagata al caro prezzo di un deterioramento del sistema politico e di una riduzione della qualità della democrazia. Non troppo diversa sarà la situazione di un governo (non più) parlamentare votato direttamente dai cittadini. Incidentalmente, con la proporzionale italiana 1946-1992, che dava buona rappresentanza e non incentivava la frammentazione, abbiamo sempre saputo chi aveva vinto le elezioni e, per lo più, persino quale partito avrebbe guidato, e fatto cambiare, il governo.

Quando un governo “eletto” dai cittadini perde la maggioranza per una infinità di buone (politiche sbagliate e non condivise) e cattive (trasformismo e opportunismo) ragioni, potrà essere sostituito in Parlamento? Se sì, come minimo dovremmo gridare al tradimento del voto popolare. Se no, bisognerebbe andare subito a nuove elezioni dalle quali scaturisca un governo espressione della volontà popolare. Andrebbe in questo modo logorata, addirittura travolta la migliore delle componenti di una democrazia parlamentare: la sua flessibilità. La capacità di adattarsi a mutate situazioni, alle preferenze di una cittadinanza più inquieta, la necessità di riposizionarsi per mantenere il consenso richiedono compagini di governo che si ridefiniscono anche con mutamenti nella loro composizione che un governo eletto direttamente dal popolo non potrebbe mai avere.

I troppo sedicenti maggioritari italiani vogliono in realtà, qualcuno per ignoranza altri per furbizia, cambiare la forma di governo italiana. Stravolgerla. Non ci sono riusciti il 4 dicembre del 2016. È comprensibile che continuino a provarci con maggiore consapevolezza, senza furbate (che sono diverse dalle furbizie), in totale trasparenza di proposte e di assunzione di responsabilità. La sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato un referendum già in partenza inammissibile può e anzi deve essere criticata su più punti, ad esempio, quanto alla definizione di cosa è “manipolativo” e di cosa davvero può essere “auto-applicativo”. Su un punto, però è chiarissima. Per cambiare la forma di governo bisogna avere un progetto davvero alternativo alla realtà della democrazia parlamentare di questa Repubblica. Il resto, se sarà stanca ripetizione di formule sbagliate, non servirà a un bel niente. Fuffa.

Pubblicato il 19 gennaio 2020 su Formiche.net

Bricolage di regole e istituzioni #HuffPostItalia Sulla legge elettorale proviamo a seguire inglesi e francesi

“… forse è il caso di riflettere più a fondo sull’alternativa fra quale proporzionale e quale maggioritario senza scegliere quello che costa meno

Non so come, dopo avere per tre volte approvato la riduzione del numero dei parlamentari, voterà la Lega. Mi chiedo con quale motivazione approveranno quella riduzione i parlamentari del Partito Democratico che, per tre volte, hanno votato contro. Non potrà essere la motivazione qualunquistica addotta dalle Cinque Stelle: il risparmio di 500 milioni di Euro che, comunque, comincerà soltanto dopo la prossima elezione del Parlamento, 2023? Rimango in attesa di capire quali saranno i freni e contrappesi da introdurre nelle procedure e nelle regole del parlamento e, immagino, dei governi venturi: frenare che cosa? Fare da contrappeso a cos’altro? Si tratta di freni e contrappesi che, già attualmente, in Italia non sarebbero utili? Il contrappeso indispensabile, sostengono i riformatori riduttori di parlamentari, è la proporzionale. Bisognerà, dunque, eliminare la componente maggioritaria della comunque pessima a prescindere (candidature multiple, liste bloccate et al.) Legge Rosato.

Introdurre la proporzionale per “salvare” i partiti piccoli, quanto piccoli?, non mi pare una motivazione particolarmente convincente, meno che mai in chiave di “contrappeso”. Lo sarebbe se i contrappesisti fossero disposti a sostenere che la presenza in parlamento dei tribuni (quelli derivanti dal fantomatico “diritto di tribuna”) servisse soprattutto a rendere difficile e complicata la formazione dei governi, tutti costretti ad essere di coalizione multipartitica, quindi, esposti a frequenti e costanti conflitti interni e poi a fare i conti con un Parlamento frammentato nel quale piccoli drappelli di parlamentari contratterebbero i loro voti. Fermo restando, adesso dovrebbero già saperlo tutti, che “la” proporzionale non esiste, ma esistono numerose varianti di rappresentanza proporzionale: soglie di accesso al Parlamento, dimensioni delle circoscrizioni, premi di maggioranza, le buonanime del Porcellum e di quell’aborto dell’Italicum erano leggi proporzionali furbescamente manipolate e corrette, quale proporzionale? Forse, un giorno si riprenderà a discutere di una legge elettorale che offra davvero potere agli elettori e che migliori la rappresentanza. Questi sono i criteri con i quali valutare la qualità della legge elettorale e giungere a effettivi freni e contrappesi.

Laddove il parlamentare sa che deve rispondere certo al partito (ma ci sono ancora partiti oppure esistono solo strutture sostanzialmente personalistiche e lideristiche?) che lo ha candidato e del quale condivide la linea politica e, parola grossa, la cultura politica, ma, forse soprattutto, agli elettori che lo hanno ascoltato e poi lo hanno votato, saremo in grado di migliorare la rappresentanza politica. Anche le leggi elettorali maggioritarie, sia di tipo inglese sia di tipo francese, offrono rappresentanza politica, che non è mai soltanto questione di numeri, ma è questione di volontà e capacità dei rappresentanti di apprendere e tradurre preferenze in comportamenti, non soltanto di voto. Avete mai sentito dire dagli elettori “non mi sento governato” e “vorrei più governo”? Certamente, li avete sentiti, giustamente lamentarsi di “non essere rappresentati”: “li eleggiamo, se ne vanno a Roma, si dimenticano di noi” (per forza, sono stati/e paracadutati/e, in quel collegio non risiedono, se sono “forti” nel partito la prossima volta verranno paracadutati/e altrove).

Gli eletti nei collegi uninominali inglesi e francesi non si sforzano di dare rappresentanza a tutto il collegio, al maggiore numero di quegli elettori? Una rappresentanza di questo tipo è il prodromo della governabilità, non un suo freno. Si configura anche come contrappeso al governo. In attesa che votino, estemporaneamente chiamati in causa — saranno loro i nuovi freni e gli originali contrappesi?, i sedicenni (quelli nati nel 2013 riusciranno, se passerà il presidenzialismo alla Salvini/Meloni, a eleggere il Presidente della Repubblica nel 2029), nessuno dei quali è stato esposto a qualche forma di educazione civica, forse è il caso di riflettere più a fondo sull’alternativa fra quale proporzionale e quale maggioritario senza scegliere quello che costa meno.

Pubblicato il 3 ottobre 2019 su huffingtonpost.it

The never ending game. A proposito dell’ennesimo dibattito, o presunto tale, su una “nuova” legge elettorale

Tornare alla proporzionale? Vantare improbabili meriti maggioritari? Di che cosa si sta parlando? Facciamo il punto nella solita confusione derivata sostanzialmente dall’assenza di conoscenze minime in materia elettorale. Qualche volta mi piacerebbe sentire dalla persino troppo viva voce di molti dei protagonisti quale libro oppure anche soltanto quale articolo hanno letto sui sistemi elettorali. La vigente legge Rosato è per due terzi proporzionale e per un terzo maggioritaria. Dunque, non è che il “ritorno” alla proporzionale cambierebbe in maniera significativa la distribuzione dei seggi, se non per quei burloni di studiosi che hanno incautamente scritto di “effetti maggioritari” di quella legge. A scanso di equivoci, è utile ricordare che l’Italicum era una legge elettorale sostanzialmente proporzionale con un premio in seggi proprio, la ratio era la stessa, come la legge Calderoli (meglio nota come Porcellum), con liste bloccate, vale a dire senza possibilità di scegliere il candidato/a preferita/o. In Italia non abbiamo mai avuto una legge elettorale effettivamente maggioritaria, ma la legge Mattarella (il cd. Mattarellum) – esito, lo ricordo e lo sottolineo, di un quesito referendario voluto e votato dai cittadini – ci è andata piuttosto vicino: tre quarti dei seggi (non delle poltrone) attribuiti con sistema maggioritario in collegi uninominali, un quarto recuperati con sistema proporzionale completato da una soglia di sbarramento del 4%.

Davvero proporzionale fu la legge elettorale italiana con la quale si votò dal 1946 al 1992 compreso. Non provocò sconquassi, niente a che vedere con la, oggi temutissima, soprattutto da chi non ne conosce la storia, Repubblica di Weimar. “La” proporzionale italiana non produsse neppure la proliferazione dei partiti, il cui numero nel corso del tempo rimase abitualmente più vicino a sette che a noveAd ogni modo, “tornare alla proporzionale” è una frase praticamente senza senso poiché di varianti dei sistemi elettorali proporzionali ne esistono molte, delle quali quella caratterizzata dall’aggiunta di un premio di maggioranza è quasi sicuramente la peggiore, mentre la proporzionale migliore è e rimane quella tedesca.

La logica di una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza comunque sia attribuito è molto diversa da quelli dei sistemi maggioritari. Tuttavia, anche in questo caso, affermare, più o meno solennemente, la preferenza per un sistema maggioritario significa poco o niente poiché i due sistemi maggioritari attualmente esistenti, quello inglese e quello francese, sono molto significativamente diversi da una pluralità di prospettive. L’unico elemento, importante, meglio decisivo e dirimente, che condividono, è il collegio uninominale dove vince un solo candidato e tutti i suoi concorrenti perdono e non possono essere ripescati. Quando nei vari commenti leggo, inevitabilmente increspando le sopracciglia, che Prodi e Veltroni si dichiarano a favore del maggioritario, mi chiedo: quale maggioritario, inglese o francese? Rimango in attesa della risposta, magari argomentata con riferimento agli obiettivi che i sedicenti maggioritari desiderano perseguire, per esempio, più potere per gli elettori, migliore rappresentanza politica collegio per collegio, maggiore trasparenza nella formazione di coalizioni che si candidano a governare, persino, qualsiasi cosa voglia significare (accetto suggerimenti) governabilità. Al catalogo aggiungerei ambiziosamente: “ristrutturare partiti e sistema dei partiti”.

Però, non mi chiedo mai se le leggi elettorali maggioritarie servono ad eleggere direttamente i governi. Da nessuna parte è così, ed è meglio che sia così. Chiederei a tutti coloro che entrano nel dibattito, ma soprattutto ai parlamentari e ai dirigenti dei partiti, di essere molto precisi nell’indicazione e nelle motivazioni del sistema elettorale che vorrebbero formulare e utilizzare per eleggere i prossimi 400 deputati e 200 senatori.

Pubblicato il 13 settembre 2019 su rivistailmulino.it

Rappresentanti paracadutati: nuove acrobazie #ElezioniPolitiche2018

È doveroso riferire giorno per giorno nei dettagli tutte le giravolte e le acrobazie spericolate dei capi partito e capi corrente per ottenere la candidatura per sé e per i loro seguaci più fedeli in seggi reputati sicuri. È imperativo, però, da parte di tutti i commentatori, soprattutto quelli che si scandalizzano, premettere sempre che queste operazioni “seggi sicuri per candidati nominati” sono la conseguenza logica e fermamente voluta da coloro che hanno stilato e fatto approvare con voti di fiducia la legge elettorale Rosato. Contare su parlamentari da loro scelti era l’obiettivo predominante, perseguito da Renzi e da Berlusconi. Pertanto, quel che succede in termini di candidature era non soltanto del tutto prevedibile, ma previsto (non soltanto da me). Adesso, molto tardivamente, “diciamo”, vengono allo scoperto critici inaspettati, come Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera, 23 gennaio) che giunge faticosamente a sostenere l’introduzione dei collegi uninominali come strumento per migliorare la selezione della classe dirigente. “Troppo poco troppo tardi”. Anzitutto, se non esistesse il requisito della residenza da almeno due-tre anni in quel collegio il fenomeno dei candidati/e paracadutati/e continuerebbe alla grande. In secondo luogo, bisogna chiarire che c’è il collegio uninominale di tipo anglosassone nel quale vince il seggio chi ottiene almeno un voto in più dei concorrenti e il collegio uninominale di tipo francese che richiede la maggioranza assoluta al primo turno in assenza della quale ai candidati che sono ammessi, e passano, al secondo turno (che non è un ballottaggio) sarà sufficiente la maggioranza relativa. Il doppio turno francese offre agli elettori maggiori e migliori possibilità di informazione politica e di scelta. In terzo luogo, queste formule elettorali chiamano tutte in causa quello che è effettivamente in gioco nell’elezione di un Parlamento, di qualsiasi assemblea: la rappresentanza politica.

Fra le altre cose, l’Italicum, come il Porcellum prima di lui, non si curava della rappresentanza. Attribuendo un cospicuo premio in seggi mirava all’elezione del governo che avrebbe goduto di una maggioranza artificiale in Parlamento, costretta a sostenerlo. Coloro che deprecano quello che chiamano “il ritorno della proporzionale” sbagliano due volte. Primo, perché la legge Rosato è molto meno proporzionale del Porcellum e dell’Italicum. Secondo, perché non hanno mai voluto un sistema elettorale maggioritario, ma sono nostalgici di un premio di maggioranza che avrebbe distorto la proporzionalità proprio a scapito della rappresentanza, senza garantire nessuna, qualunque ne sia il significato, governabilità. L’equazione “meno rappresentanza più governabilità” (o viceversa) è sostanzialmente fallace.

Memorabilmente (ma anche no), l’allora Ministro delle Riforme istituzionali Maria Elena Boschi difese i capilista bloccati previsti dall’Italicum affermando che sarebbero stati i “rappresentanti di collegio”. In seguito, sostenne lei,e affermarono molti parlamentari del PD, che si era (pre-)occupata di Banca Etruria poiché così si fa se si vuole rappresentare il “proprio” territorio. Adesso sembra che l’aretina Boschi, caso emblematico, sarà candidata in Trentino. Da questo momento in poi suggerirei a chi segue il turbinio delle candidature di offrire due informazioni: prima, i collegi (uninominale e proporzionale) nei quali si presentano candidati e candidate e il comune della loro residenza. Sicuramente, invece di dilettarsi con la previsione di future maggioranze di governo, che, ovviamente, dovranno ricevere il voto di fiducia dal Parlamento, sarebbe più opportuno chiedersi come potrà un Parlamento di nominati e paracadutati “scegliere bene un governo” e offrire rappresentanza a un elettorato comprensibilmente insoddisfatto e inquieto (sono due eufemismi).

Pubblicato il 25 gennaio 2018

Riforma Boschi e Italicum, non si rassegnano

Gli sconfitti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 non si sono ancora rassegnati. Non riescono ancora a farsene una ragione poiché continuano a ripetere argomentazioni infondate e sbagliate. Grave per i politici, la ripetitività di errori è gravissima per i professori, giuristi o politologi che siano. Sul “Corriere della Sera” Sabino Cassese esprime il suo rimpianto per il non-superamento del bicameralismo (che, comunque, nella riforma Renzi-Boschi era soltanto parziale) poiché obbliga ad una “defatigante navetta”. Non cita nessun dato su quante leggi siano effettivamente sottoposte alla navetta, sembra non più del 10 per cento, e non si chiede se la fatica sia davvero un prodotto istituzionale del bicameralismo paritario italiano oppure dell’incapacità dei parlamentari e dei governi di fare leggi tecnicamente impeccabili, quindi meno faticose da approvare, oppure, ancora, se governi e parlamentari abbiano legittime differenze di opinioni su materie complicate, ma qualche volta non intendano altresì perseguire obiettivi politici contrastanti. Comunque, i dati comparati continuano a dare conforto a chi dice che, nonostante tutto, la produttività del Parlamento italiano non sfigura affatto a confronto con quella dei parlamenti dei maggiori Stati europei: Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna. Nessuno, poi, credo neanche Cassese, sarebbe in grado di sostenere con certezza che le procedure previste nella riforma avrebbero accorciato i tempi di approvazione, ridotti i conflitti fra le due Camere e, meno che mai, prodotto leggi tecnicamente migliori.

Più volte, non da solo, Mauro Calise ha sostenuto che soltanto un governo forte, identificato con quello guidato da Matteo Renzi, risolverebbe tutti questi problemi, e altri ancora. Non ci ha mai detto con quali meccanismi istituzionali creare un governo forte, ma ha sempre affidato questo compito erculeo alla legge elettorale. Lunedì ne “Il Mattino” di Napoli ha ribadito la sua fiducia nelle virtù taumaturgiche del mai “provato” Italicum. Lo cito:”avevamo miracolosamente partorito una legge maggioritaria” …. “senza la quale in Europa nessuno è in grado di formare un governo”. Come ho avuto più volte modo di segnalare, l’Italicum come il Porcellum non era una legge maggioritaria, ma una legge proporzionale con premio di maggioranza. Con il Porcellum nel 2008 più dell’80 per cento dei seggi furono attribuiti con metodo proporzionale; nel 2013 si scese a poco più di 70 per cento. L’Italicum, non “miracolosamente partorito”, ma imposto con voto di fiducia, non avrebbe cambiato queste percentuali. Quanto alla formazione dei governi, tutti i capi dei partiti europei hanno saputo formare governi nei e con i loro Parlamenti eletti con leggi proporzionali. Tutte le democrazie parlamentari europee hanno sistemi elettorali proporzionali in vigore da un centinaio d’anni (la Germania dal 1949). Nessuno di quei sistemi ha premi di maggioranza. Tutte le democrazie parlamentari hanno governi di coalizione. Elementari esercizi di fact-checking che anche un politologo alle prime armi dovrebbe sapere fare, anzi, avrebbe il dovere di fare, smentiscono le due affermazioni portanti dell’articolo di Calise. C’è di peggio, perché Calise chiama in ballo Macron sostenendo che la sua ampia maggioranza parlamentare discende dal sistema elettorale maggioritario. Però, il doppio turno francese in collegi uninominali non ha nulla in comune né con il Porcellum né con l’Italicum le cui liste bloccate portano a parlamentari nominati. Inoltre, il modello istituzionale francese da vita a una democrazia semipresidenziale che non ha nulla a che vedere con i premierati forti vagheggiati, ma non messi su carta, dai renziani né, tantomeno, con il cosiddetto “sindaco d’Italia”. Il paragone fatto da Calise è tanto sbagliato quanto manipolatorio. Non serve né a riabilitare riforme malfatte né a delineare nessuna accettabile riforma futura.

Pubblicato il 12 settembre 2017