Home » Posts tagged 'premio di maggioranza' (Pagina 5)

Tag Archives: premio di maggioranza

Il fantasma che scuote l’Italicum

Le riforme elettorali non debbono mai essere tagliate su misura del sistema partitico esistente, meno che mai per avvantaggiare uno o più partiti in campo. E’ una lezione che, dalla legge truffa del 1953 al Porcellum del 2005, avrebbero dovuto imparare tutti, compresi i non troppo autorevoli consiglieri di Renzi. Invece, no: i renziani e i berlusconiani si misero d’accordo su un testo che sembrava offrire ricchi doni e cotillons (liste bloccate, candidature multiple, premio di maggioranza alla lista) sia al Partito Democratico sia a Forza Italia. Poi, come spesso capita, ci si sono messi di mezzo gli elettori. Adesso sulla testa dell’Italicum e dei suoi fautori si aggira un fantasma: la possibilità che all’eventuale (solo se uno dei partiti, da solo, non raggiunge il 40 per cento dei voti) ballottaggio ci arrivi il Movimento Cinque Stelle. Inesorabili i sondaggi segnalano che, sì, il Movimento Cinque Stelle sopravanza, inesorabilmente, sia la tuttora declinante Forza Italia sia la ancora arrembante Lega  (Nord?). Nessuna delle due, da sola, riuscirebbe a superare in voti le Cinque Stelle. Al ballottaggio fra PD e il Movimento di Grillo che sarà, presumibilmente, capitanato da un ottimo candidato a Palazzo Chigi, se ne vedrebbero, e altrove, da Parma a Livorno, se ne sono già viste, delle belle. Di qui un sotterraneo affannarsi a trovare la riforma della riforma.

Scartata l’idea, alquanto truffaldina, di stabilire che una lista venga considerata unica anche se nel suo simbolo ci staranno tre-quattro logo di partiti differenziati, l’ipotesi è consentire la presentazione di coalizioni. Sarebbe opportuno distinguere fra coalizioni pre-elettorali, che gli elettori possono già valutare al momento del primo voto, e apparentamenti fra il primo voto e il voto di ballottaggio. Brutta è la motivazione di questa modifica in base ad uno stato di necessità. Meglio sarebbe ricordare a tutti che i governi, nelle democrazie parlamentari, sono, nella quasi totalità dei casi, fatti da coalizioni. Che le coalizioni sono sempre più rappresentative di singoli partiti, anche quando questi siano molto grandi (ma il 30 per cento non è mai da considerare molto grande) e sono anche costrette a scrivere un programma che escluda gli elementi estremisti e propagandisti. Che siano state, nella tradizione italiana, coalizioni litigiose è un fatto, ma la litigiosità sarà sicuramente rottamata da leadership autorevoli.

Quello che non bisogna assolutamente rottamare è il ballottaggio. Anzi, bisognerebbe prevederlo sempre e comunque stabilendo, però, una soglia percentuale minima per accedervi, almeno, il 20 per cento dei voti. Il ballottaggio dà più potere agli elettori  che potranno anche cambiare il loro orientamento di voto dal primo turno al ballottaggio (in Francia sono costantemente molti gli elettori mobili, e decisivi) . Inoltre, se saranno consentiti gli apparentamenti, il ballottaggio obbliga alla costruzione di coalizioni ampie e, come detto, più rappresentative, coalizioni che, dopo il voto vittorioso, risulteranno più legittimate a governare. Certo, accettare queste due modifiche, magari anche eliminando quell’obbrobrio che si chiama candidature multiple, costituirebbe per i riformatori l’ammissione che la loro non era velocità né, tantomeno, competenza, quanto ingiustificabile frettolosità, e che i critici erano, a seconda delle loro controproposte, gufi saggi. Quei gufi non chiedono dolorose ammissioni di errori madornali. Si accontenterebbero di modifiche migliorative ad una legge che, purtroppo, rimarrà bruttina.

Pubblicato AGL il 26 giugno 2015

Italicum, timido passo in avanti

Il nostro tempo

Intervista raccolta da Aldo Novellini per Il nostro tempo di Torino pubblicata il 17 Maggio 2015

Chiusa la stagione del Porcellum si apre quella dell’Italicum, la nuova legge elettorale approvata tra le polemiche, che hanno surriscaldato i rapporti tra la maggioranza e le opposizioni e hanno particolarmente scosso il Pd. Per mettere a fuoco le nuove regole elettorali ci siamo rivolti al costituzionalista Gianfranco Pasquino, autore di un recente libro, “Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate ” (edizioni Egea), che si occupa proprio di questi temi.

Come giudica l’Italicum?

Non mi pare una buona legge elettorale. Credo che nel complesso sia una sorta di Porcellum cui sono stati attenuati i difetti più grossolani. Il premio di maggioranza, che era slegato dall’ottenimento di una minima soglia di voti, ora è correlato al conseguimento di almeno il 40 per cento dei suffragi. Vi è poi la novità del ballottaggio tra le due liste più votate qualora nessuno raggiunga la soglia, e direi che questo secondo turno è forse il solo aspetto veramente innovativo della legge. Trovo però insensato che il premio sia concesso alle singole liste e non alle coalizioni, ponendo addirittura il divieto di qualsiasi apparentamento tra primo e secondo turno. Si può capire il timore di veder nascere alleanze troppo eterogenee, ma almeno gli apparentamenti dovevano essere permessi, anche perché le intese tra formazioni diverse per un programma condiviso sono un po’ il succo stesso della politica. Si tenga presente che quasi ovunque in Europa ci sono governi di coalizione che ben riflettono il pluralismo di idee presente nella società. Il difetto più grosso mi pare poi la pervicace insistenza sulle liste bloccate: i capilista delle cento circoscrizioni risultano eletti con questa modalità e, tenendo conto dei molteplici partiti in lizza, a giochi fatti i nominati saranno almeno il 60 per cento dei parlamentari. Sicuramente un passo avanti rispetto al Porcellum, in cui tutti erano nominati, ma pur sempre una quota insostenibile, poiché i cittadini chiedono di poter scegliere i propri rappresentanti e invece, ancora una volta, la politica si arrocca su se stessa. C’è poi una norma semplicemente assurda…

Quale?
Quella per cui un candidato, in genere il leader del partito, può presentarsi in più collegi fino ad un massimo di dieci. In pratica questi deciderà di lasciare il posto ai secondi in lista in base al semplice requisito della fedeltà alla sua persona. Sarebbe invece stato utile inserire il requisito della residenza nella circoscrizione, prevedendo la candidatura del capolista solo in quel collegio.

I rilievi della Corte costituzionale sono stati accolti?

La Corte aveva bocciato i capilista bloccati, che vengono ridotti, e il premio di maggioranza a prescindere dai voti ricevuti, che adesso viene concesso solo con il 40 per cento dei consensi. Si può dunque dire che l’Italicum viene incontro alle osservazioni dei giudici, ma resta il fatto che il Mattarellum era un sistema elettorale decisamente migliore.

Una legge elettorale approvata con la fiducia e senza le opposizioni. Cosa ne pensa?

Renzi era partito facendo un patto con Berlusconi perché voleva fare le riforme a larga maggioranza coinvolgendo l’opposizione, ma alla fine gli è mancato persino il pieno appoggio del suo partito. Un bel cammino a ritroso. In ogni caso alla fine l’ha spuntata, anche se l’obiettivo di conseguire ad ogni costo un risultato ha prevalso in maniera eccessiva sul metodo che invece nella definizione delle regole, e la legge elettorale è tra queste, resta un aspetto decisivo per dare legittimità alle scelte compiute. Approvare una legge elettorale con una maggioranza ristretta può andare bene solo se, a monte dell’intero percorso, vi è un preciso mandato degli elettori su quello specifico tema e su quel particolare modello. Una situazione ben diversa dall’iter dell’Italicum.

Non vi è rischio di incostituzionalità per i capilista bloccati dei piccoli partiti?

Ecco, questo potrebbe essere un interessante quesito di costituzionalità sulla base della disuguaglianza che si crea tra gli elettori. Infatti a chi vota per i partiti più piccoli, nei quali risultano eletti sono solo i capilista, è impedito sin dall’inizio l’elezione di deputati con il voto di preferenza. Una differenza ingiustificata rispetto ad un partito più grande che in ogni circoscrizione, oltre al capolista, elegge altri deputati e dunque la facoltà di scelta può esplicarsi compiutamente.

Una Camera con tanti nominati e un Senato non più elettivo. Che tipo di democrazia si prefigura?

Alla Camera ci sarà almeno il 60 per cento di nominati e questo comporta l’egemonia dei capipartito sui singoli deputati, i quali saranno indotti ad accondiscendere alle richieste di chi gli ha messi in lista. Un fenomeno deteriore che le preferenze avrebbero evitato alla radice. Il Senato sarà un coacervo di persone designate dai Consigli regionali e comunali. Democrazia significa potere del popolo, ed è allora più che evidente che tra i nominati della Camera e un Senato non eletto dai cittadini si restringono gli spazi di una vera partecipazione popolare.

Una certezza è che con l’Italicum non vi saranno mai più larghe intese…

Sì, il premio di maggioranza, con un vincitore che potrà governare da solo, esclude in partenza i governi di larghe intese. Non è però detto che ciò sia sempre un bene.

Perchè?

Le coalizioni allargate, tra maggioranza ed opposizione, possono rivelarsi necessarie e utili per superare particolari frangenti politici. Penso alla Germania, ove in tre occasioni cruciali vi sono stati dei governi Cdu-Spd: nel 1966-’69, per preparare l’apertura verso l’Est; nel 2005-2009 per fare le grandi riforme economiche e oggi, per meglio affrontare la grave crisi europea. Impedire in partenza queste formule di emergenza, a volte frutto della volontà degli elettori che non scelgono in modo univoco una precisa maggioranza, mi pare voler ingabbiare oltre misura il corso della vita politica.

Siamo di fronte ad un presidenzialismo strisciante?

No, perché rimane comunque intatto il rapporto di fiducia tra il governo e la maggioranza parlamentare. E’ chiaro però che il premier vede accresciuto il suo ruolo anche sullo scioglimento anticipato della Camera. Di certo diverrà impossibile sostituire il presidente del Consiglio in corso di legislatura: con l’Italicum non ci sarebbe stato il cambio Letta-Renzi Il sistema diventerà quindi più rigido perdendo quella flessibilità insita nel classico modello parlamentare.

Renzi, quando parla di riforme, afferma che dopo troppi anni di immobilismo bisognava fare comunque qualcosa…

Francamente non vedo tutto questo immobilismo. Nel 1991 vi fu il referendum sulla preferenza unica; nel 1993 i cittadini furono chiamati ad esprimersi sul sistema elettorale e prevalse il maggioritario da cui derivò poi il Mattarellum. Il centro-sinistra poi modificò il Titolo V e la destra avviò una grande riforma costituzionale bocciata nel referendum del 2006. Con Berlusconi fu infine votato il Porcellum. L’affermazione di Renzi è dunque inesatta. In ogni caso poi non basta fare le cose, bisogna anche farle bene.

In definitiva, cosa si doveva fare?

Occorreva prendere a modello i sistemi che funzionano, in particolare quello tedesco e quello francese. In Germania il premier è eletto dal Bundestag e c’è la sfiducia costruttiva che permette di cambiare in corsa ma solo se c’è un preciso sostituto. Nessuna crisi al buio. Il sistema elettorale è un misto tra proporzionale e maggioritario, non dissimile dal Mattarellum. La Francia ha un presidente eletto dal popolo e istituzioni molto stabili, mantenendo il raccordo fiduciario tra governo e Parlamento. E’ meglio imitare ciò che già funziona anziché avventurarsi in sentieri poco battuti, a rischio di realizzare un patchwork. Segnalo che l’unico sistema elettorale in Europa che prevede il premio di maggioranza è quello della Grecia. Un Paese che sarebbe meglio non imitare.

Ancora sull’Italicum

Larivistailmulino

L’Italicum è un mostriciattolo, ma sicuramente appartiene alla categoria dei sistemi proporzionali con una correzione maggioritaria. La correzione può essere molto sostanziosa, ma, a meno di una drammatica perdita di consensi del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle, non riuscirà mai a sovvertire la proporzionalità complessiva dell’esito. Anche qualora il premio di maggioranza fosse attribuito ad un partito che ha ottenuto il 25 per cento dei voti, l’esito rimarrebbe largamente proporzionale. Infatti, dal 25 per cento del voto sincero al primo turno, il partito vittorioso passerebbe al 54 per cento di seggi con un guadagno del 29 per cento. Tutti gli altri seggi, vale a dire, precisamente il 71 per cento, sarebbero assegnati in maniera proporzionale. Per di più, la bassa soglia di accesso al Parlamento consente e addirittura incoraggia la frammentazione dei partiti e più partitini in Parlamento non equivale a più rappresentatività né a migliore rappresentanza politica. Soprattutto, l’Italicum è un unicum. Non ha nulla in comune con i sistemi elettorali maggioritari in collegi uninominali né con quelli di tipo inglese neppure nella variante, detta majority, australiana, né con il doppio turno francese con clausola di accesso al secondo turno. Andare alla ricerca della disproporzionalità degli esiti fra sistemi proporzionali e sistemi maggioritari è un’operazione che non ha alcun senso scientifico. Per di più, come l’ha effettuata D’Alimonte, utilizzando in maniera inaspettatamente “creativa” i risultati delle elezioni inglesi (nelle quali, incidentalmente, c’è stato un vincitore chiaro e immediatamente individuato al termine dello spoglio), è semplicemente un’operazione sbagliata. Di più: è una vera e propria manipolazione. Infatti, queste operazioni non possono essere contrabbandate come “comparazioni”. Debbono essere condotte come simulazioni, vale a dire vanno costruite intorno a una pluralità di ipotesi in competizione. Se cambiano alcune regole del gioco elettorali allora in che modo e quanto gli elettori ne terranno conto? Per qualsiasi ballottaggio bisogna, ad esempio, tenere conto di chi presumibilmente andrà a votare e delle probabilità degli elettori di votare in maniera strategica.

Nulla di tutto questo si riscontra nelle semplicistiche analisi prodotte non con obiettivi conoscitivi, ma a sostegno pregiudiziale dell’Italicum. Si aggiunga che nei collegi uninominali contano anche le personalità dei candidati, il loro radicamento, la loro campagna elettorale. Quanto ai sistemi proporzionali, tutti i partiti cercano di adattarsi a ciascuno di loro tenendo conto sia dell’eventuale esistenza di una clausola di accesso al Parlamento, che può influenzare più o meno negativamente molti elettori non disposti a votare per partiti che potrebbero non ottenere rappresentanza parlamentare, sia dell’esistenza o meno del voto di preferenza che, sarà opportuno ricordarlo a coloro che vorrebbero eliminarlo come anomalia italiana (ma, l’Italicum non è un’anomalia italianissima?) esiste con diversificate modalità in sedici dei ventotto stati membri dell’Unione Europea.

Al momento, sarebbe preferibile che, soprattutto i non propriamente attrezzatissimi sostenitori dell’Italicum, dei quali, francamente, non conosco le credenziali in materia di studi e di pubblicazioni sui sistemi elettorali, non aggiungessero altre discutibilissime motivazioni. Resta soltanto da vedere se, come, su che cosa potrà farsi ricorso a sacrosanti referendum elettorali (dai quali, in un passato non esattamente remoto, nacquero buone leggi elettorali): abrogazione totale o abrogazioni parziali? La prima strada sembrerebbe possibile se, come molti dicono, il testo rimanente dopo la sentenza della Corte, ovvero il consultellum, è immediatamente applicabile. La seconda dovrebbe essere in grado di ritagliare facilmente i capilista bloccati e le candidature multiple. Potrebbe anche giungere fino a rendere il ballottaggio sempre e comunque obbligatorio. Meno Italicum rimarrà meglio sarà.

Pubblicato il 19 maggio 2015

La generosità dell’Italicum

FQ

L’Italicum è una buona legge. Anzi, ottima davvero e generosa. Fuoriuscendo dai sofisticati ragionamenti dei professoroni e dai preziosismi dei cattivi maestri e dei pessimi allievi (che giungono fino al character assassination degli oppositori: “ma tu nel 1989 avevi detto che…”), motiverò la mia valutazione positiva e rotonda in sette punti.

Primi beneficiari: i renziani. La legge è ottima per loro che, grazie al cospicuo (sì, ammonterà all’incirca al 20 per cento dei seggi) premio di maggioranza, potranno governare nell’allegra brigata dei leopoldini, dei renziani delle varie ore, degli opportunisti e dei trasformisti.

Secondo beneficiario: il Movimento Cinque Stelle. Saranno loro ad arrivare al ballottaggio come secondo partito. Faranno una campagna divertentissima, anzi, felice. Dimostreranno al resto dell’Europa che, sì, l’Italia è il paese, non dei balocchi, ma della competizione politica e programmatica.

Terzi beneficiari, al plurale, saranno i molti piccoli partiti capaci di superare la soglia del 3 per cento. Benvenuti, dunque, al Nuovo Centro-Destra, a Fratelli d’Italia (generosi con sorellina Giorgia Meloni, donna che sa fare politica), alla Lista Passera e, magari, al ritorno di Oscar Giannino per fare un po’ di futuro.

Quarti beneficiari: Fitto finalmente a capo di una sua lista senza timori di rimanere fuori del Parlamento, pardon, della Camera , e Berlusconi. Anche lui, con il suo nuovo partito, Berlusconi Due, riuscirà a salvarsi superando la soglia del 3 per cento che alla rapidamente declinante Forza Italia appariva in salita.

Quinti beneficiari: tutti i candidati nella posizione di capilista bloccati, i molti che approfitteranno delle pluricandidature (in dieci circoscrizioni), i prescelti da Renzi per i suoi premiati. Faranno campagne elettorali di tutto riposo. Cene con amici e clienti, comparsate televisive, senza essere disturbati da faticose e fastidiose iniziative che contemplino incontri con associazioni (tutte da “disintermediare”), con giornalisti alla ricerca dello scoop, con elettori informati, incazzati, temibili. No, meglio essere nominati. Qualunquemente.

Sesti beneficiari: i politologi e i giuristi che si sono, peraltro, in numero sorprendentemente contenuto, accapigliati, insieme, addirittura a qualche storico e filosofo, sui contenuti della legge, magari senza saperne abbastanza sui sistemi elettorali. Continueranno a farlo, magari studiando qualcosa in materia.

Infine, settimo, i più beneficiati di tutti: gli elettori. Da un lato, non dovranno impegnare troppo del loro tempo e delle loro energie. Una crocetta sul simbolo del partito basterà proprio come con il beneamato Porcellum (di cui l’Italicum non ha buttato via proprio niente). Dall’altro, per i più esigenti di loro, ci sarà il ballottaggio. Non previsto nella prima variante di Italicum, il ballottaggio darà ai meglio informati, ai più impegnati, a coloro che proprio non riescono a dimenticare che, art. 48, il voto “è un dovere civico”, molta soddisfazione e il senso del dovere compiuto. Avranno con la loro crocetta scelto chi li governerà, salvo inconvenienti, per cinque anni.

In attesa della benedizione del Presidente Mattarella (al quale è lecito ricordare quanto migliore, seppur con imperfezioni, fosse la legge che porta il suo nome) e nella speranza che i giudici della Corte Costituzionale non si intrufolino nelle pieghe e nelle magagne dell’Italicum, le giornaliste di regime intonano il peana al Grande Riformatore e alla Tosta Riformatrice. All’Expo è stato prontamente addobbato un padiglione speciale. Thank you all.

Pubblicato il 4 maggio 2015

Le mie risposte alle domande* de “Il Sole 24 ORE” su pregi e difetti dell’ #Italicum

1) La riforma che la Camera si avvia ad approvare è buona o cattiva?

– Piuttosto cattiva

2) Se dovesse elencarne i meriti in tre punti, quali citerebbe?

– Un solo merito: il ballottaggio che dà potere reale agli elettori

3) In cosa invece la ritiene sbagliata o migliorabile?

– Sbagliato il premio alla lista; sbagliate le candidature multiple; sbagliata la bassa soglia (3%) per l’accesso al Parlamento

4) I sostenitori della legge ne sottolineano la spinta a favore della governabilità. Lei è d’accordo? E in che modo ciò avverrà?

– Non sanno di che cosa parlano. In nessuna democrazia europea la governabilità dipende dal premio di maggioranza

5) Al contrario i detrattori ne sottolineano i limiti in termini di rappresentatività. Vede anche lei un rischio in questo senso?

– La rappresentatività dipende solo parzialmente dal numero dei partiti “rappresentati” in Parlamento. Dipende dalla competizione fra i partiti costretti ad essere rappresentativi per vincere. Il rischio è troppo potere ad un partito che si convinca di essere il rappresentante della Nazione

6) Una delle obiezioni della Consulta al Porcellum è l’eccessiva disproporzionalità del premio di maggioranza attribuito senza stabilire una soglia minima. L’Italicum prevede una soglia del 40 per cento per ottenere il premio del 15 per cento. Si risponde così alle osservazioni della corte?

– Il premio va al partito che vince al ballottaggio, dunque, ottenendo anche solo un voto in più del 50 per cento dei voti espressi. Di volta in volta si saprà quale percentuale degli aventi diritto sarà rappresentata dai votanti al ballottaggio. Rimane che al primo turno quel partito potrebbe avere ottenuto anche solo il 26 per cento dei voti. Poiché gli verranno assegnati il 54 per cento dei seggi parlamentari, il premio ammonterà ad un sonante  28 per cento. La Corte dovrebbe essere fortemente insoddisfatta

7) Non è un’anomalia in sé applicare un premio di maggioranza sulla base di un sistema proporzionale?

 – Il premio di maggioranza su un sistema proporzionale non è un’anomalia italiana. Già lo abbiamo, con buoni esiti, per l’elezione dei Consigli comunali e dei sindaci

8) La soglia di sbarramento è stata portata al 3 per cento per tutti i partiti. Se si voleva davvero fronteggiare la frammentazione non era meglio una soglia più alta, magari del 5 come in Germania?

– Ovviamente, sì: 5 per cento. Fare come in Germania è molto spesso una cosa buona e giusta

9) Non si rischia in questo modo la “balcanizzazione” delle opposizioni in presenza di un primo partito rafforzato dal premio?

– Fare come nei Balcani è per lo più la cosa cattiva e sbagliata, ma sia Renzi sia Berlusconi erano, e probabilmente continuano ad essere, con motivazioni diverse, d’accordo sulla balcanizzazione delle opposizioni

10) L’altra importante obiezione della Consulta al Porcellum riguarda le lunghe liste bloccate, che non permettevano all’elettore di riconoscere il futuro eletto. La soluzione del capolista bloccato e delle preferenze per tutti gli altri non è un ibrido al ribasso? Soddisfa le indicazioni della Consulta?

– Ibrido pessimo, riprovevole. Lascio il giudizio all’incerta giurisprudenza della Corte. La mia soluzione sarebbe, in linea con il referendum del 1991, una sola preferenza

11) L’Italicum prevede la possibilità di candidature plurime per il posto di capolista. Con il rischio che un elettore scelga un partito in virtù dell’appeal di un capolista ritrovandosi poi ad eleggere un altro candidato. Questo non va contro l’indicazione della Consulta sulla riconoscibilita?

– Ovviamente sì. Cancellare con un tratto di pennarello le candidature multiple (10) sarebbe un atto di semplice decenza

12) Il premio di maggioranza, sia in caso di vittoria al primo turno sia in caso di vittoria al ballottaggio, attribuisce alla prima lista un vantaggio alla Camera di circa 25 deputati. Dal momento che la legge è stata pensata soprattutto in chiave di governabilità, non è un margine troppo esiguo?

– E’ un margine sufficiente per un partito che abbia una vita interna vivace e democratica

13) L’Italicum vieta espressamente gli apparentamenti tra partiti tra il primo e l’eventuale secondo turno di ballottaggio, apparentamenti consentiti in altri sistemi con ballottagio. Non si rischia in questo modo di comprimere troppo il confronto democratico dando tutto il potere ai partiti maggiori?

– La domanda contiene parte della risposta. La parte più importante è che in tutta Europa, tranne in Spagna, almeno finora, i governi sono di coalizione. Sarebbe opportuno consentire le coalizioni al primo turno oppure, almeno, come per i sindaci (la buona legge fatta nel 1993 dal Parlamento su impulso dei referendari, gli apparentamenti per il ballottaggio

14) Non è anomalo posticipare l’entrata in vigore dell’Italicum al luglio 2016 privando il Paese di un efficiente sistema elettorale in caso di necessità?

-Piuttosto che di anomalia parlerei di scommessa o di spadina di Damocle sulla testa dei parlamentari. Comunque, molti dicono, ma non è questa la mia opinione, che, in caso di necessità, evidentemente procurata, ci sarebbe il sistema proporzionale delineato dalla Corte. Pasticcio più pasticcio meno: rassegnatevi

15) L’Italicum vale solo per l’elezione della Camera dei deputati dal momento che c’è un legame politico con la riforma costituzionale ora all’esame del Senato per la terza lettura che abolisce il Senato elettivo trasformandolo in Camera delle Autonomie. Non è irrazionale, nel caso in cui la riforma costituzionale non andasse in porto, andare a votare con due sistemi diversi (l’Italicum per la Camera e il proporzionale Consultellum per il Senato)?

–  A questa domanda passo. Che cosa si può suggerire a sedicenti riformatori pasticcioni? Ricordare loro che un sistema politico è per l’appunto un sistema, non un supermercato, nel quale ciascuna delle componenti è in relazione con le altre e che, di conseguenza, cambiarne una significa dovere tenere conto dell’impatto sulle altre

16) C’è il rischio di introdurre un presidenzialismo di fatto con il maggioritario Italicum e una sola Camera elettiva, come sostengono gli oppositori di questa riforma elettorale?

– Sì, c’è soprattutto il rischio di eccessiva concentrazione di poteri nelle mani del Primo ministro. Non è presidenzialismo. E’ piuttosto il “premierato forte”, che nonostante alcuni cattivi maestri provinciali (che non sanno neanche cosa sia l’analisi comparata dei sistemi politici) e i loro ossequiosi allievi, non esiste da nessuna parte e che toglierà non pochi poteri al Presidente della Repubblica rendendogli impossibile svolgere il ruolo di arbitro, di garante, di contrappeso, persino di rappresentante dell’unità nazionale

*Italicum, 16 domande per capire la riforma – Il Sole 24 ORE 01 maggio 2015 (pagg 11/14)

La terza Repubblica

Pubblicato su terzarepubblica.it il 3 maggio 2015

Italicum: Renzi gioca d’azzardo ma (stavolta) rischia di perdere

Il sussidiario

Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net

Ora tutto dipenderà da come l’Italicum sarà votato: con o senza fiducia e con o senza scrutinio segreto. Renzi sta facendo il giocatore d’azzardo, e in questi casi a volte si vince, ma in altre si perde“. E’ il commento di Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna. Ieri la commissione Affari costituzionali della Camera ha approvato la legge elettorale che da lunedì sarà discussa dall’aula di Montecitorio. Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme istituzionali, ha lanciato un appello subito dopo il voto: “I gruppi parlamentari rinuncino a chiedere il voto segreto in aula sulla riforma elettorale”. A stretto giro la risposta di Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia: “Sulla riforma della legge elettorale lo strappo lo ha fatto Renzi, deportando dieci suoi parlamentari in Commissione Affari costituzionali“.

Come valuta il testo finale dell’Italicum votato in commissione?

L’Italicum nel corso del tempo è stato migliorato ma ci sono tre punti che potrebbero essere modificati facilmente. Il primo aspetto che andrebbe cambiato riguarda le candidature multiple, che andrebbero subito abolite. I capilista bloccati inoltre fanno sì che due terzi dei parlamentari saranno nominati, e che ciò varrà per il 1 00% dei parlamentari di tutti i partiti esclusi quelli di Pd e forse M5S. La stessa minoranza Pd così può scordarsi di essere nominata o di riuscire a entrare nuovamente in Parlamento. La terza questione riguarda il premio di maggioranza.

Che cosa va cambiato?

Il premio di maggioranza non deve essere attribuito a una lista. I sostenitori dell’attuale formulazione sostengono che la lista è più compatta e quindi garantisce maggiore governabilità. Io al contrario sono convinto che bisogna incentivare la formazione di coalizioni. Altrimenti ci sarà una lista che ha il premio di maggioranza e quattro o cinque “listine” incapaci di fare opposizione. La verità è che, se non cambierà nulla, l’unica opposizione vera che ci sarà nel prossimo Parlamento sarà quella dell’M5S.

Renzi ha mai affrontato prima una prova di forza come quella sull’Italicum?

Renzi affronta soltanto prove di forza. Ha affrontato la prova di forza contro Bersani e quindi quella contro Letta. Se quest’ultimo avesse chiesto a Napolitano di mandarlo alle Camere per fargli votare la sfiducia, le cose sarebbero andate in modo diverso. Il metodo del premier è quello di andare allo sbaraglio, finora è stato fortunato ma sicuramente non continuerà così anche in futuro. Tanto è vero che quando ha tentato la prova di forza con l’Ue non ha ottenuto granché.

Il premier esce indebolito o rafforzato dalla vicenda dell’Italicum?

Da un lato esce leggermente ammaccato perché schiacciare le minoranze implica anche il fatto di subire un calo di popolarità. A qualcuno che pure fa parte della maggioranza del Pd non è piaciuto il modo in cui Renzi ha trattato le minoranze. La sostituzione dei dissidenti in commissione era tecnicamente possibile, ma da un punto di vista politico è stata molto sgradevole. Ora tutto dipenderà da come l’Italicum sarà votato: con o senza fiducia e con o senza scrutinio segreto. Renzi sta facendo il giocatore d’azzardo.

Che cosa accadrebbe se Renzi cedesse e accettasse le modifiche?

Se Renzi cedesse sulle candidature multiple e sui capilista bloccati non succederebbe nulla. La minoranza sarebbe contenta, perché potrebbe finalmente organizzarsi sul territorio e candidare i suoi esponenti. Lo stesso vale se rinunciasse al premio di lista anziché di coalizione, perché se lo volesse, il Pd potrebbe comunque andare al ballottaggio da solo. Quindi siamo di fronte a un incaponimento stupido. Il ministro Boschi ha rimarcato che sono nove anni che aspettiamo la legge elettorale: benissimo, quindi nulla impedisce di aspettare altri due mesi.

Perché Renzi comunque non vuole accettare delle modifiche ragionevoli?

Renzi vuole dimostrare di essere lui a decidere tutto e di essere in totale controllo del partito e dello stesso gruppo parlamentare. Al punto da schiacciare i deputati del Pd e in particolare a obbligare alle dimissioni il capogruppo Roberto Speranza. In questo modo vuole mandare alla gente il messaggio che lui è molto più forte, innovativo e deciso di tutti i suoi predecessori.

Lei prima ha parlato del gioco d’azzardo di Renzi. Che cosa rischia in questo caso?

Se chiede il voto di fiducia e perde, deve dare le dimissioni. Se perde ma senza la fiducia, può ricominciare prendendo atto del fatto che ci sono degli emendamenti che non ha lasciato che fossero discussi in commissione. Se queste integrazioni fossero accettate potrebbero migliorare la legge e consentirne l’approvazione in tempi brevi. Con gli emendamenti che ha presentato, la minoranza sarebbe disposta a votare la legge.

Per Berlusconi, l’Italicum è una legge autoritaria e Renzi è malato di bulimia di potere. Come si spiega questo voltafaccia?

Berlusconi è un opportunista, perché quella legge contiene molte delle cose che lui vuole a cominciare dai capilista bloccati e dalle candidature multiple. Alcuni esponenti legati al Cavaliere non hanno la certezza di essere eletti, e quindi le candidature multiple offrono loro maggiori chance. Lo stesso premio di maggioranza è stato inventato con il Porcellum di Berlusconi e Calderoli. L’Italicum contiene molto del Porcellum, al punto che secondo me è un Porcellinum.

Pubblicata il giovedì 23 aprile 2015

Il libro dei sogni di Renzi &Co

La terza Repubblica

Stiamo fin troppo ascoltando il Presidente del Consiglio e i suoi collaboratori-corifei che ci promettono un paese dei balocchi e delle meraviglie. Sapremo chi ha vinto le elezioni la sera stessa, persino un po’ prima. Come nessun altro al mondo? Il vincitore si troverà in condizione di garantire la governabilità per cinque, lunghi, anni e farà una riforma al mese, fino ad esaurimento. L’Italicum che, pazzescamente il professor D’Alimonte definisce un sistema elettorale maggioritario (al contrario, è una variante di un sistema che assegna i seggi in proporzione ai voti e attribuisce un brutto premio di maggioranza) , ripristinerà il bipolarismo dei nostri (non di tutti) sogni. E’ a questo punto che ci siamo accorti che stavamo, per l’appunto, sognando. Per Craxi, il bipolarismo “DC-PCI” bisognava spezzarlo. Per Andreotti, il bipolarismo significava avere due forni dai quali approvvigionarsi di pane, pardon, di voti, per i suoi governi proiettati nell’impossibile eternità. Per Renzi, Boschi, Serracchiani e Guerini (ma altri si aggiungerebbero volentieri, e lo faranno), il bipolarismo è: il Partito Democratico incamera il premio di maggioranza, mentre le opposizioni, al plurale, si spartiscono in maniera assolutamente proporzionale, le briciole della frammentazione, e l’alternativa, in parlamento e nel paese viene rimandata alle calende minacciosamente greche.

In verità, a noi di quelle opposizioni non potrebbe importarcene di meno. Stanno facendo di tutto per meritarselo il loro destino di frammentazione e di irrilevanza. Berlusconi non ha ancora capito e nessuno, tranne, qualche volta, Fitto, ha finora avuto il coraggio di dirglielo, che se, fra il 2008 e il 2013 Forza Italia ha perso circa sei milioni e mezzo di voti, dal 2013 a oggi ne ha persi altri 3 milioni. Che se Lui non si fa da parte, prendendo atto che “l’autunno del patriarca” è cominciato da qualche tempo, e se non consente una seria e dura battaglia per la successione, il suo lascito politico consisterà in una nota di due righe e mezza a fondo pagina nei libri di storia (quei pochi non scritti dai “comunisti”). Noi per le note su Berlusconi non nutriamo un interesse spasmodico, ma quando pensiamo al sistema politico italiano, ci viene il dubbio euristico che, forse, la rappresentanza tanto politica (e saremmo persino disposti a scrivere “ideale”) quanto di interessi sarebbe opportuno garantirla in maniera un po’ più equilibrata.

Non siamo mai riusciti a sapere né quanto moderati né quanto liberali fossero i liberali e i moderati ai quali Berlusconi mandava promesse e dai quali traeva un’abbondante messe di voti. Più che liberali e moderati ci sono sembrati creduloni. Sappiamo, però, che nessun sistema politico può funzionare in maniera decente -“normale” non abbiamo mai capito che cosa significhi esattamente: come in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Spagna, nella dimenticata Svezia?-, se una parte del paese, una parte dell’elettorato non si sente rappresentata e, forse, anche quando si sente sottorappresentata ad arte, schiacciata da massicci e artificiali premi. Ci hanno persino raccontato che i governi funzionano meglio quando l’opposizione, non frammentata, è in grado di criticare, (contro)proporre, presentare alternative. Non sembra che questa sia l’opinione prevalente fra i renziani e i loro trafelati fiancheggiatori.

Nelle notti di inverno, ma i più bravi anche nelle lunghe notti d’estate, sono soliti raccontare che i democristiani si felicitassero dell’esistenza di una opposizione comunista. Avevano ragione. Tre anni dopo la scomparsa di quei comunisti che ritenevano il partito una ditta, ma anche una scuola, persino i democristiani scivolarono silenziosamente in un cono d’ombra. Non ci fu neppure bisogno di quella rottamazione che l’ex-Cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi dovrebbe conoscere e praticare, anche su di sé. Sarebbe un contributo utile alla sopravvivenza di Forza Italia e, a determinate condizioni, quasi tutte da (ri)creare, al suo rilancio. Non sappiamo se gli elettori moderati e liberali se lo meritino, un qualsiasi rilancio. D’altronde, molti italiani neanche si “meritano” Renzi, la sua velocità, la sua (raccapricciante) conoscenza dell’inglese, il suo libro dei sogni, i giornalisti che, persino sdraiati/e, ne raccontano le gesta eroiche. Finirà che usciremo a guardare le stelle, nient’affatto cadenti, che già adesso continuano a essere molte più di cinque.

Pubblicato il 20 aprile 2015

Con questo articolo inizia la collaborazione del prof. Gianfranco Pasquino con TerzaRepubblica.it

Rebus elettorali (Dove eravamo, come siamo finiti)

Un articolo pubblicato il 21 gennaio 2014, dedicato a tutti coloro che dicono che l’Italicum non può/non deve essere modificato
Confronti costituzionali

REBUS ELETTORALI

In maniera spiazzante, il segretario del Partito Democratico ha presentato addirittura tre proposte elettorali. Hanno due elementi unificanti: primo, non si applicano al Senato; secondo, prevedono tutte un consistente premio di maggioranza alla lista o coalizione che risulterà vittoriosa. Evidentemente, Renzi dà per scontato che il Senato non sarà più elettivo, dopo una riforma costituzionale che richiederà parecchio tempo. Anche l’entità del premio in seggi si presenta come piuttosto problematica. Infatti, le motivazioni della sentenza con la quale la Corte Costituzionale ha bocciato il premio contenuto nella legge vigente (il Porcellum) potrebbero anche rendere impossibile la sua riproposizione. La proposta che Renzi fa derivare dal sistema spagnolo che, è opportuno ricordarlo, colà serve ad eleggere 350 deputati, contraddice la sua critica di qualche tempo a coloro che manifestavano “voglia di proporzionale”. Anche se le molte circoscrizioni previste (118 che, dunque, richiederanno tempo per essere disegnate) eleggerebbero ciascuna quattro-cinque deputati, la ripartizione fra le liste sarà proporzionale. Non è poi detto che il premio in seggi garantirà la maggioranza assoluta in parlamento al partito o alla coalizione premiata.

La seconda proposta implica il ritorno al Mattarellum con una variazione importante. Il recupero proporzionale sarebbe utilizzato in parte per dare un premio al partito o alla coalizione vincente in parte (“diritto di tribuna”) per consentire l’ingresso in Parlamento ai partiti piccoli che non avessero superato la soglia di sbarramento. All’incirca una novantina di seggi a chi ha vinto e una sessantina da distribuire proporzionalmente ai piccoli. Rimane curioso che a un sistema maggioritario, come è il Mattarellum, si sovrapponga anche un premio di maggioranza.

La terza proposta è ancora più problematica e, in un certo senso, dirompente. E’ stata definita “sindaco d’Italia” poiché deriva dalla legge utilizzata per l’elezione dei sindaci nei comuni al di sopra dei quindicimila abitanti. Non riguarda soltanto l’elezione del Parlamento. Prevede che, il candidato alla carica di Sindaco d’Italia ottenga, al primo turno, nel caso davvero improbabile che la coalizione a suo sostegno abbia conquistato il 50 per cento dei voti, il 60 per cento dei seggi. Altrimenti, il candidato vittorioso al ballottaggio otterrà il 60 per cento dei seggi e gli altri partiti si divideranno il rimanente 40 per cento proporzionalmente ai voti ottenuti. Il Sindaco d’Italia implica non soltanto una riforma elettorale, ma una vera e propria riforma costituzionale. Ne risulta cambiata la forma di governo nel senso di un presidenzialismo non dichiarato. I cittadini eleggono il “sindaco”-capo del governo cosicché il Presidente della Repubblica perderà il potere di nominare il Presidente del Consiglio dei Ministri (art. 92). Poiché le dimissioni del sindaco, per qualsiasi ragione, comportano lo scioglimento automatico del consiglio comunale, il Presidente della Repubblica perderà anche il potere di scioglimento del Parlamento (art. 88).

Insomma, a prescindere da qualsiasi altra considerazione. tranne che, effettuata tre volte in Israele, l’elezione popolare diretta del Primo ministro non ha funzionato ed è stata abbandonata, il Sindaco d’Italia cambia la forma di governo e, poiché è una riforma costituzionale, abbisognerà di tempi lunghi. Esistono due alternative praticabili per uscire dalla problematicità e per entrare in un rapido percorso riformatore che non potrà comunque accontentare chi sogna elezioni a maggio. Primo, fare rivivere con pochissimi ritocchi il Mattarellum che, utilizzato nel 1994, 1996 e 2001, diede esiti soddisfacenti e i cui collegi uninominali sono praticamente già disegnati. Secondo, scegliere fra il sistema tedesco di proporzionale personalizzata che elegge circa 600 deputati e il sistema francese maggioritario a doppio turno in collegi uninominali che elegge 577 deputati e che dal 1958 a oggi in Francia ha regolarmente garantito la formazione di maggioranze parlamentari stabili. Tertium non datur. Dopo il Mattarellum e soprattutto il Porcellum, nessuno può illudersi che i riformatori italiani siano capaci di fare meglio dei tedeschi e dei francesi.

Pubblicato 21 gennaio 2014 sul blog dell’Associazione “Confronti costituzionali

Le pentole e i coperchi dell’Italicum

La secca dichiarazione del Ministro Boschi: “il testo dell’Italicum è corretto e funziona, non c’è la necessità di modifiche” chiude, forse, la parta in faccia anche alle minoranze dialoganti del PD. Non è dato sapere su quali elementi il Ministro basi le sue certezze di “correttezza” e di funzionalità dell’Italicum. Sappiamo, invece, che altri esponenti, altrettanto renziani della Boschi, sostengono una tesi meno perentoria: “nelle condizioni date, l’Italicum è la migliore legge possibile”.

Non è chiaro in base a quali criteri, l’Italicum sia considerato migliore di altre leggi elettorali che le democrazie parlamentari europee hanno da tempo e che si tengono senza nessuna nervosa preoccupazione. Inoltre, è lecito osservare che i riformatori veri sono coloro che non accettano le condizioni date, di qualsiasi tipo siano, ma cercano proprio di creare condizioni migliori. Incidentalmente, le condizioni per una buona riforma sono cresciute nel corso del tempo da quando l’altro contraente del patto del Nazareno, ovvero Silvio Berlusconi, ha perso qualsiasi capacità di condizionamento delle riforme. Tuttavia, nell’Italicum è rimasto un elemento per lui di grandissimo interesse: la possibilità di nominare i suoi prossimi parlamentari poiché Forza Italia non riuscirà a eleggere nessuno in aggiunta ai capilista “bloccati”.

La minoranza del PD ha fatto due conti, o forse qualcuno in più, e si è resa tristemente “conto” che: 1) Renzi nominerà tutti i capilista bloccati, che saranno una falange di 100 (tante sono le circoscrizioni) combattenti per lui e con lui; 2) se non saranno concesse le preferenze, e la Ministra Boschi ha espresso il suo parere negativo, Renzi deciderà anche la graduatoria dei candidati in ciascuna circoscrizione. Potrà, di conseguenza, procedere ad una sorta di paventatissima “pulizia etnica”. Naturalmente, Renzi sarà in grado di mostrare un po’ di generosità non rottamando qualche leader particolarmente visibile, ma l’esito dell’Italicum nella sua struttura attuale è che il PD diventerà davvero e del tutto il Partito Di Renzi. Un’eventuale scissione indebolirà solo marginalmente il PD. Non gli impedirà sicuramente di rimanere il partito più grande dello schieramento attuale. Non lo priverà della vittoria al ballottaggio contro, se i numeri dei sondaggi non sono (e non lo sono) un’opinione, il Movimento Cinque Stelle.

Come tutti i casi precedenti di scissioni nella sinistra italiana, dal PSDI nel 1947 allo PSIUP nel 1964 a Rifondazione Comunista nel 1991, potrà forse fare la sua comparsa un partitino delle minoranze, in una deriva che lo porterà nei pressi della Coalizione sociale di Landini, ma non avrà nessuna influenza sul governo guidato Renzi, sulle sue politiche, sulla sua capacità operativa. Infatti, il premio di maggioranza darà a Renzi tutto il potere che vuole e, fatto non marginale, indebolirà tutti i partiti di opposizione nel centro-destra consegnando il ruolo di alfiere di un’altra politica alle Cinque, incattivite, Stelle.

I riformatori renziani sembrano anche un po’ troppo sicuri che la riforma del Senato giungerà in porto nonostante i dissensi nel PD che dall’Italicum finiranno per trasferirsi anche sulla struttura, sui poteri e soprattutto sulle modalità di selezione dei prossimi Senatori. Forse peccano di presunzione; forse pensano che le minoranze del PD non saranno abbastanza coordinate e coese, come ha suggerito loro, finora inascoltato, D’Alema. Forse, hanno un piano per accontentarne alcune con promesse a futura memoria dei molti seggi che il premio di maggioranza renderà disponibili. Sì, la politica, senza farne troppo scandalo, è anche questo. Non è neppure uno scandalo formulare e difendere una legge elettorale brutta, sicuramente la peggiore nel panorama delle democrazie europee. Però, con buona pace dei renziani e di quelli che si sono fatti abbindolare dalla narrazione del Presidente del Consiglio, le riforme brutte, tagliate su misura di due contraenti, Renzi e Berlusconi, senza tenere conto del loro impatto sistemico, sono un errore. Rischiano di durare poco, come il Porcellum, predecessore dell’Italicum. Qualcuno potrebbe anche concluderne con un proverbio azzeccato: “il diavolo fa le pentole, non i coperchi”.

Pubblicato AGL 14 aprile 2015

“Pasticci di Democrazia”: Pasquino, Carlassare e le riforme targate Renzi #BDEM15 @BIENNALEDEMOCR

Passaggi-di-repubblica-passaggi-di-democrazia

“Pasticci di Democrazia”: Pasquino, Carlassare e le riforme targate Renzi
di Gianluca Palma (Master in giornalismo “Giorgio Bocca” Torino) pubblicato sul sito biennaledemocrazia.it

“Un Paese è governabile non solo grazie a una buona legge elettorale, ma se c’è il consenso sociale dei cittadini. Per questo oggi sono qui a parlare con voi, ma con il cuore a Roma alla manifestazione di Maurizio Landini”. Lapidario il commento della costituzionalista Lorenza Carlassare, intervenuta questa mattina al seminario “Passaggi di Repubblica e Passaggi di Democrazia”, al cui tavolo dei relatori erano presenti anche il politologo Gianfranco Pasquino e Marco Castelnuovo, giornalista de La Stampa, che moderava il dibattito. “Il governo dovrebbe ricordarsi di applicare l’articolo 3 della Costituzione, che promuove l’uguaglianza sostanziale dei cittadini, dando allo Stato il compito di rimuovere ogni ostacolo alla partecipazione di tutti i lavoratori alla vita politica, sociale ed economica del Paese”. Ciò che spaventa di più sia Pasquino che Carlassare sono le riforme in atto: da una parte quella della Costituzione che, sostengono, mira a stravolgere l’intero assetto istituzionale, e, dall’altra l’Italicum, la legge elettorale con la quale ritengono che si punti a creare un bipolarismo poco democratico, con premi di maggioranza ai partiti che non rappresentano, però, la maggioranza della popolazione. L’Italicum prevede “un meccanismo assurdo – ha aggiunto Pasquino – perchè il premio si dà a qualsiasi partito che prenda la maggioranza dei voti, anche se ha ottenuto il 20-25%. Ciò è fatto apposta per regalare al Partito Democratico, che ora chiamano Partito della Nazione, la maggioranza in Parlamento”. “Allora bisogna chiedersi, i premi di maggioranza servono a inventarla quando quest’ultima nei fatti non c’è o a rinforzare quella esistente?”. Altro problema sono i capilista bloccati. “Un meccanismo – ha spiegato Carlassare – con cui si vuole assicurare il ‘posto’ in Parlamento a dei candidati che non verrebbero mai eletti in alcuni territori”. “Più che di Passaggi di Democrazia –hanno ribadito i relatori– nel caso di questo governo si tratta di Pasticci di Democrazia”. “E ci vuole una forte opposizione sociale – ha concluso la costituzionalista – per questo esprimo massima solidarietà alla manifestazione dei lavoratori