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Insicurezza e tracotanza del premier

La decisione di Renzi di porre la questione di fiducia sugli articoli della legge elettorale è, al tempo stesso, un segno di insicurezza e un messaggio di tracotanza. E’ lecito porre la fiducia sulle leggi ordinarie che un capo del governo consideri essenziale per la sua attività e per gli impegni presi con gli elettori, anche se l’Italicum non è mai stato presentato agli elettori. E’ sbagliato vedervi aspetti di incostituzionalità e prodromi di derive autoritarie. Tuttavia, di fronte ad un dissenso sia delle minoranze interne al PD sia del contraente dell’oramai dissolto Patto del Nazareno, Renzi avrebbe potuto ascoltare e forse cambiare alcuni meccanismi discutibilissimi e tutt’altro che “europei”. Non c’era, non c’è nessuna fretta poiché, comunque, la legge stessa contiene una cosiddetta clausola di salvaguardia. Entrerà in vigore il 1 luglio 2016 quando anche la riforma costituzionale del Senato sarà definitivamente approvata.

Evidentemente insicuri delle loro scelte e delle loro argomentazioni, Renzi e Boschi hanno preferito tappare la bocca ai dissenzienti, facendo, grazie alla richiesta di fiducia, cadere gli emendamenti e rinunciando a migliorare una legge alquanto imperfetta che dà la garanzia di consegnare una maggioranza parlamentare ampia al partito vittorioso, ma non di produrre effettiva governabilità. Renzi ha usato del voto di fiducia anche per dimostrare, per l’appunto, con tracotanza, di essere in controllo non soltanto della Camera dei deputati, ma soprattutto del suo gruppo parlamentare e del suo cosiddetto Partito della Nazione. Nei confronti delle minoranze, il segretario del Partito Democratico/Capo del governo ha applicato un metodo che chiamerò della tenaglia. Da un lato, con una lettera assolutamente inusitata ai segretari dei circoli del PD ha richiesto sostegno e disciplina in nome della “dignità” del partito (meglio tutelabili escludendo subito tutti, ma proprio tutti gli inquisiti). Forse voleva dire della “responsabilità” del partito di governo nei confronti, presumo, dei suoi declinanti e mutevoli iscritti e dei votanti alle primarie che lo incoronarono. Dall’altro, ha fatto balenare chiaramente la possibilità di non ricandidare i dissenzienti, cosa che potrà fare data l’ampia maggioranza di cui gode nell’Assemblea nazionale del PD, ponendo termine a carriere politiche di lungo, ma anche di breve corso.

Dal canto loro, le minoranze non hanno saputo costruire una visione condivisa delle riforme necessarie. Inoltre, non sono riuscite a sconfiggere quello che è attualmente il senso comune: è ora di fare le riforme. Chi non le fa oppure le impedisce non giova agli interessi del paese. Anche se i sondaggi indicano, inesorabili, che gli italiani si dividono quasi a metà fra i favorevoli e i contrari all’Italicum, Renzi sa che la convinzione che una nuova legge elettorale è indispensabile è molto più diffusa. Non gli è stato difficile spingere gli oppositori nell’angolo dei conservatori fannulloni istituzionali che portano la responsabilità di anni di riforme non fatte. Ha anche potuto criticare con successo Forza Italia per la sua incoerenza: favorevole al Senato, contraria al testo nella stessa stesura adesso in votazione alla Camera. Insomma, Renzi ha dimostrato grande astuzia e enorme capacità di manovra. Certamente, continuerà con le stesse tattiche e con simili rivendicazioni di riformatore anche nei due prossimi voti di fiducia. I numeri della prima fiducia sono appena inferiori a quelli sperati. Il rischio si paleserà nel voto segreto sul testo complessivo della legge sul quale il governo non può porre il voto di fiducia.

Qualcuno pensa di continuare la battaglia chiamando in causa il Presidente della Repubblica, ma probabilmente all’orizzonte l’unico ostacolo vero che si intravede è la valutazione che potrebbe venire dalla Corte Costituzionale. L’Italicum è una brutta legge, ma non è né la prima né l’ultima brutta legge approvata dal Parlamento italiano. Per adesso, quello che conta è vedere quanto grande sarà lo sconquasso interno al Partito Democratico e quanto e come influenzerà le prossime scelte/riforme del Presidente del Consiglio.

Pubblicato AGL 30 aprile 2015

Il libro dei sogni di Renzi &Co

La terza Repubblica

Stiamo fin troppo ascoltando il Presidente del Consiglio e i suoi collaboratori-corifei che ci promettono un paese dei balocchi e delle meraviglie. Sapremo chi ha vinto le elezioni la sera stessa, persino un po’ prima. Come nessun altro al mondo? Il vincitore si troverà in condizione di garantire la governabilità per cinque, lunghi, anni e farà una riforma al mese, fino ad esaurimento. L’Italicum che, pazzescamente il professor D’Alimonte definisce un sistema elettorale maggioritario (al contrario, è una variante di un sistema che assegna i seggi in proporzione ai voti e attribuisce un brutto premio di maggioranza) , ripristinerà il bipolarismo dei nostri (non di tutti) sogni. E’ a questo punto che ci siamo accorti che stavamo, per l’appunto, sognando. Per Craxi, il bipolarismo “DC-PCI” bisognava spezzarlo. Per Andreotti, il bipolarismo significava avere due forni dai quali approvvigionarsi di pane, pardon, di voti, per i suoi governi proiettati nell’impossibile eternità. Per Renzi, Boschi, Serracchiani e Guerini (ma altri si aggiungerebbero volentieri, e lo faranno), il bipolarismo è: il Partito Democratico incamera il premio di maggioranza, mentre le opposizioni, al plurale, si spartiscono in maniera assolutamente proporzionale, le briciole della frammentazione, e l’alternativa, in parlamento e nel paese viene rimandata alle calende minacciosamente greche.

In verità, a noi di quelle opposizioni non potrebbe importarcene di meno. Stanno facendo di tutto per meritarselo il loro destino di frammentazione e di irrilevanza. Berlusconi non ha ancora capito e nessuno, tranne, qualche volta, Fitto, ha finora avuto il coraggio di dirglielo, che se, fra il 2008 e il 2013 Forza Italia ha perso circa sei milioni e mezzo di voti, dal 2013 a oggi ne ha persi altri 3 milioni. Che se Lui non si fa da parte, prendendo atto che “l’autunno del patriarca” è cominciato da qualche tempo, e se non consente una seria e dura battaglia per la successione, il suo lascito politico consisterà in una nota di due righe e mezza a fondo pagina nei libri di storia (quei pochi non scritti dai “comunisti”). Noi per le note su Berlusconi non nutriamo un interesse spasmodico, ma quando pensiamo al sistema politico italiano, ci viene il dubbio euristico che, forse, la rappresentanza tanto politica (e saremmo persino disposti a scrivere “ideale”) quanto di interessi sarebbe opportuno garantirla in maniera un po’ più equilibrata.

Non siamo mai riusciti a sapere né quanto moderati né quanto liberali fossero i liberali e i moderati ai quali Berlusconi mandava promesse e dai quali traeva un’abbondante messe di voti. Più che liberali e moderati ci sono sembrati creduloni. Sappiamo, però, che nessun sistema politico può funzionare in maniera decente -“normale” non abbiamo mai capito che cosa significhi esattamente: come in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Spagna, nella dimenticata Svezia?-, se una parte del paese, una parte dell’elettorato non si sente rappresentata e, forse, anche quando si sente sottorappresentata ad arte, schiacciata da massicci e artificiali premi. Ci hanno persino raccontato che i governi funzionano meglio quando l’opposizione, non frammentata, è in grado di criticare, (contro)proporre, presentare alternative. Non sembra che questa sia l’opinione prevalente fra i renziani e i loro trafelati fiancheggiatori.

Nelle notti di inverno, ma i più bravi anche nelle lunghe notti d’estate, sono soliti raccontare che i democristiani si felicitassero dell’esistenza di una opposizione comunista. Avevano ragione. Tre anni dopo la scomparsa di quei comunisti che ritenevano il partito una ditta, ma anche una scuola, persino i democristiani scivolarono silenziosamente in un cono d’ombra. Non ci fu neppure bisogno di quella rottamazione che l’ex-Cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi dovrebbe conoscere e praticare, anche su di sé. Sarebbe un contributo utile alla sopravvivenza di Forza Italia e, a determinate condizioni, quasi tutte da (ri)creare, al suo rilancio. Non sappiamo se gli elettori moderati e liberali se lo meritino, un qualsiasi rilancio. D’altronde, molti italiani neanche si “meritano” Renzi, la sua velocità, la sua (raccapricciante) conoscenza dell’inglese, il suo libro dei sogni, i giornalisti che, persino sdraiati/e, ne raccontano le gesta eroiche. Finirà che usciremo a guardare le stelle, nient’affatto cadenti, che già adesso continuano a essere molte più di cinque.

Pubblicato il 20 aprile 2015

Con questo articolo inizia la collaborazione del prof. Gianfranco Pasquino con TerzaRepubblica.it

Le pentole e i coperchi dell’Italicum

La secca dichiarazione del Ministro Boschi: “il testo dell’Italicum è corretto e funziona, non c’è la necessità di modifiche” chiude, forse, la parta in faccia anche alle minoranze dialoganti del PD. Non è dato sapere su quali elementi il Ministro basi le sue certezze di “correttezza” e di funzionalità dell’Italicum. Sappiamo, invece, che altri esponenti, altrettanto renziani della Boschi, sostengono una tesi meno perentoria: “nelle condizioni date, l’Italicum è la migliore legge possibile”.

Non è chiaro in base a quali criteri, l’Italicum sia considerato migliore di altre leggi elettorali che le democrazie parlamentari europee hanno da tempo e che si tengono senza nessuna nervosa preoccupazione. Inoltre, è lecito osservare che i riformatori veri sono coloro che non accettano le condizioni date, di qualsiasi tipo siano, ma cercano proprio di creare condizioni migliori. Incidentalmente, le condizioni per una buona riforma sono cresciute nel corso del tempo da quando l’altro contraente del patto del Nazareno, ovvero Silvio Berlusconi, ha perso qualsiasi capacità di condizionamento delle riforme. Tuttavia, nell’Italicum è rimasto un elemento per lui di grandissimo interesse: la possibilità di nominare i suoi prossimi parlamentari poiché Forza Italia non riuscirà a eleggere nessuno in aggiunta ai capilista “bloccati”.

La minoranza del PD ha fatto due conti, o forse qualcuno in più, e si è resa tristemente “conto” che: 1) Renzi nominerà tutti i capilista bloccati, che saranno una falange di 100 (tante sono le circoscrizioni) combattenti per lui e con lui; 2) se non saranno concesse le preferenze, e la Ministra Boschi ha espresso il suo parere negativo, Renzi deciderà anche la graduatoria dei candidati in ciascuna circoscrizione. Potrà, di conseguenza, procedere ad una sorta di paventatissima “pulizia etnica”. Naturalmente, Renzi sarà in grado di mostrare un po’ di generosità non rottamando qualche leader particolarmente visibile, ma l’esito dell’Italicum nella sua struttura attuale è che il PD diventerà davvero e del tutto il Partito Di Renzi. Un’eventuale scissione indebolirà solo marginalmente il PD. Non gli impedirà sicuramente di rimanere il partito più grande dello schieramento attuale. Non lo priverà della vittoria al ballottaggio contro, se i numeri dei sondaggi non sono (e non lo sono) un’opinione, il Movimento Cinque Stelle.

Come tutti i casi precedenti di scissioni nella sinistra italiana, dal PSDI nel 1947 allo PSIUP nel 1964 a Rifondazione Comunista nel 1991, potrà forse fare la sua comparsa un partitino delle minoranze, in una deriva che lo porterà nei pressi della Coalizione sociale di Landini, ma non avrà nessuna influenza sul governo guidato Renzi, sulle sue politiche, sulla sua capacità operativa. Infatti, il premio di maggioranza darà a Renzi tutto il potere che vuole e, fatto non marginale, indebolirà tutti i partiti di opposizione nel centro-destra consegnando il ruolo di alfiere di un’altra politica alle Cinque, incattivite, Stelle.

I riformatori renziani sembrano anche un po’ troppo sicuri che la riforma del Senato giungerà in porto nonostante i dissensi nel PD che dall’Italicum finiranno per trasferirsi anche sulla struttura, sui poteri e soprattutto sulle modalità di selezione dei prossimi Senatori. Forse peccano di presunzione; forse pensano che le minoranze del PD non saranno abbastanza coordinate e coese, come ha suggerito loro, finora inascoltato, D’Alema. Forse, hanno un piano per accontentarne alcune con promesse a futura memoria dei molti seggi che il premio di maggioranza renderà disponibili. Sì, la politica, senza farne troppo scandalo, è anche questo. Non è neppure uno scandalo formulare e difendere una legge elettorale brutta, sicuramente la peggiore nel panorama delle democrazie europee. Però, con buona pace dei renziani e di quelli che si sono fatti abbindolare dalla narrazione del Presidente del Consiglio, le riforme brutte, tagliate su misura di due contraenti, Renzi e Berlusconi, senza tenere conto del loro impatto sistemico, sono un errore. Rischiano di durare poco, come il Porcellum, predecessore dell’Italicum. Qualcuno potrebbe anche concluderne con un proverbio azzeccato: “il diavolo fa le pentole, non i coperchi”.

Pubblicato AGL 14 aprile 2015

“Si rischia una deriva confusionaria”; Pasquino boccia le riforme del Governo

alessandrianews

di Alessandro Francini per alessandrianews.it

ALESSANDRIA – Il professor Gianfranco Pasquino è un vero e proprio fiume in piena. La sua critica alle contraddizioni legate alle (poche) riforme già attuate dal Governo Renzi e a quelle in programma è appassionata e viscerale.

Pasquino, professore Emerito di Scienza Politica e politologo di fama internazionale, è stato ospite ieri sera, giovedì 26 marzo, dell’associazione Cultura e Sviluppo in qualità di relatore del convegno organizzato per il ciclo dei “Giovedì Culturali”. Obiettivo dell’incontro un’analisi approfondita sull’effettiva utilità delle nuove riforme istituzionali e costituzionali stabilite e discusse negli ultimi mesi di governo, argomento trattato da Pasquino nel suo ultimo libro Cittadini senza scettro Le riforme sbagliate” (UBE 2015).

Una delle frasi spesso ripetute dal Presidente del Consiglio durante le prime settimane del suo insediamento è stata “questo sarà il Governo del fare”; non sempre però “fare” è sinonimo di “costruire”, perlomeno costruire qualcosa di realmente valido. Pasquino esprime chiaramente il suo giudizio sull’attuale azione di governo; “il Presidente del Consiglio e il Ministro per le Riforme Costituzionali e per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi non hanno alcuna visione complessiva; hanno semplicemente deciso che le riforme devono essere fatte in fretta e che le loro sono le uniche riforme possibili” dichiara il politologo. Un atteggiamento che per buona parte delle opposizioni sta assumento contorni antidemocratici; il professore in questo caso getta acqua sul fuoco affermando che non pensa sussista il pericolo “di derive autoritarie. Penso però che agli elettori vengano dette molte stupidaggini. Il Paese è in balìa di una gran confusione e una grande incompetenza”.
Sul fronte riforme, a detta dei renziani, prima di Renzi il nulla. Su questo argomento il professor Pasquino ha molto da obiettare. “Non è vero che il trent’anni non è stata fatta alcuna riforma. Per esempio nel ’93 abbiamo avuto il Mattarellum, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e di quattro ministeri; è stata inoltre fatta una buona legge sull’elezione diretta del sindaco, dei presidenti delle province e dei consigli comunali e provinciali. Nel 2001 sono state attuate importanti riforme del Titolo V sul rapporto tra Stato e Regioni; nel ’95 il Porcellum. Renzi – continua Pasquino – in più di un anno non ha ancora fatto la nuova riforma elettorale”. Le riforme, quindi, negli ultimi venti anni non sono certo mancate, il problema è che erano quasi tutte sbagliate.

Tra le riforme annunciate dal Governo spicca quella del bicameralismo. Certamente 945 parlamentari sono troppi, ma il nuovo Senato disegnato da Matteo Renzi al professor Pasquino non piace per niente; “se il Senato dovrà rappresentare le autonomie locali mantenere in carica i cinque senatori a vita non servirà a nulla. Perché, inoltre, sono previsti solo 21 rappresentanti dei sindaci? Con quali criteri verranno scelti?”. Anche per ciò che riguarda i rappresentanti delle Regioni scelti dai vari Consigli Regionali il giudizio di Gianfranco Pasquino è assai critico; “non è forse vero che la classe politica regionale è da almeno dieci anni la più screditata del Paese? E dovremmo consentirle di nominare 74 senatori? Questa è sicuramente una riforma che non andava presa in considerazione, almeno non in questo modo” spiega il professore.

Mattarellum, Porcellume e ora, o meglio, prossimamente, Italicum. La nuova legge elettorale, che secondo quanto dichiarato da Renzi verrà presentata a brevissimo, manterrà i capilista bloccati e ciò potrebbe portare ad un Parlamento composto per più di un terzo da deputati selezionati dalle segreterie di partito. “L’Italicum varia di pochissimo rispetto al Porcellum. Inoltre i capilista non rappresenteranno il collegio – sostiene Pasquino – dovrebbe quindi essere introdotto il requisito di residenza nel collegio in cui si è candidati. I capilista bloccati non garantiscono affatto la rappresentanza del collegio”. Una legge elettorale che in sostanza porterebbe all’abolizione delle coalizioni per premiare liste e partiti; peccato che in quasi tutta Europa siano presenti governi di coalizione; “non è un caso – spiega il professore – ma è una scelta. In primo luogo perché una coalizione interpreta meglio l’elettorato di un Paese e poi perché rappresentanza e moderazione sono le caratteristiche fondanti dei governi di coalizione”. Con questo sistema il partito che vince le elezioni può andare alla Camera beneficiando della maggioranza assoluta, potendo fare il bello e il cattivo tempo nella sostanza indisturbato.

In conclusione il professor Pasquino dipinge un quadro a tinte fosche, affermando che “per governare serve esperienza maturata sul campo, non basta darla ad un neofita, che tra l’altro commette tanti errori. Non serve a nulla usare il criterio delle velocità, il solo criterio di cui l’Italia ha bisogno è quello dell’efficacia. Sono davvero preoccupato, perché riforme malfatte in un sistema già malfunzionante producono conseguenze potenzialmente disastrose”. Verrebbe da dire, e il professore chiude effettivamente così il suo intervento prima del dibattito con il pubblico in sala, che in Italia “più che di una deriva autoritaria si dovrebbe temere una deriva confusionaria”.

Pubblicata il 27 marzo 2015

Lezioni per il governo Renzi

Non è indispensabile che un Presidente del Consiglio sia un’autorità in materia di sistemi elettorali né un noto studioso di regimi democratici. Però, in un paese nel quale la società che ama definirsi civile continua a conoscere molto poco di politica e di costituzione, quel Presidente del Consiglio dovrebbe predicare bene (e, se mai ci riuscisse, a razzolare meglio) proprio come ha tentato di fare l’ex-Presidente Napolitano. Invece, forse trascinato dal luogo, la School of Government (ma Renzi, tranquillizzatevi, non ha parlato in inglese) della Luiss, il capo del governo italiano si è fatto, inconsapevolmente e azzardatamente, politologo e giurista, un misto fra Montesquieu e Kelsen. Prima ha affermato con sicurezza (sicumera?) che “fra cinque anni mezza Europa si doterà dell’Italicum”, legge elettorale che, incidentalmente, non è neppure ancora stata approvata in Italia, alla faccia della “velocità” a più di undici mesi dal suo ingresso nelle aule parlamentari. Poi, ha argomentato quello che qualcuno, i professori non pigri (i pigri gli rimproverano una “deriva autoritaria”, mentre è soltanto una deriva confusionaria), definirebbe decisionismo. Le affermazioni di Renzi meritano di essere citate: “Il sistema in cui non decide nessuno si chiama anarchia, quello in cui uno può decidere si chiama democrazia. Il diritto/dovere di rispettare l’esito del voto e consentire al partito che ha vinto le elezioni di realizzare il programma, è la banalità, l’abc di un sistema di governance: senza non c’è possibilità per l’Italia di essere credibile”.

Per valutare la correttezza della previsione che le altre democrazie europee cambieranno i loro sistemi elettorali in vigore da decine d’anni per sceglierne uno mai collaudato, è sufficiente lasciare passare il tempo. Sulla teorizzazione del decisionismo che, affidato ad una sola persona, si chiamerebbe “democrazia”, si possono, invece, fare molte osservazioni accompagnate dal dovuto rimprovero ai politologi della Luiss di non avere rispettosamente, ma fermamente, corretto il Presidente del Consiglio. Primo, il sistema nel quale decide uno solo non si chiama democrazia, ma potrebbe essere autoritarismo (qualora alcune poche associazioni mantengano un po’ di potere, di veto e non di decisione politica) oppure totalitarismo, quando esiste un leader massimo. Anche quando quel presunto decisore singolo è stato eletto direttamente dal popolo — che non è il caso di Renzi–, per esempio, nelle democrazie presidenziali o semi-presidenziali, gli tocca decidere insieme con altri, come Obama (non come Putin) che deve tenere conto dei potenti Senatori e Rappresentanti ciascuno eletto in collegi uninominali. Democrazia è quando decidono le maggioranze che hanno avuto un mandato elettorale e lo fanno sempre rispettando i diritti delle minoranze, mai schiacciandole né cercando di spezzettarle. Semmai, l’abc della governance democratica è che chi decide, oltre a rispettare gli spazi di autonomia delle altre istituzioni, Parlamento, Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, si assume la responsabilità (parola che non appare nel discorso politologico di Renzi) delle decisioni.

Quanto alla credibilità dell’Italia, nessuno in Europa l’ha mai valutata sulla base della velocità di decisioni prese da una sola persona, chiunque egli/ella fosse, tutti essendo consapevoli della irriducibile complessità della politica e della vita democratica. Il criterio fondamentale che tuttora applicano gli altri capi europei di governo, nessuno dei quali è preoccupato dal non avere l’Italicum né impegnato a formularne uno a suo uso e consumo, è che le decisioni promesse e prese siano davvero applicate. Con pazienza, con precisione, con l’impegno a riformare le politiche che non funzioneranno. Questo, non soltanto in Europa, si chiama democrazia più riformismo. Questa una buona Scuola di Governo e un bravo (e informato) Presidente del Consiglio dovrebbero volere e sapere insegnare agli italiani, studenti, docenti, cittadini.

Pubblicato AGL 27 marzo 2015

L’anno di Matteo Renzi

Sdoganati i gufi. Questo è uno dei messaggi che il Presidente del Consiglio ha voluto mandare nel suo ampio, puntiglioso, compiaciuto resoconto dell’anno ovvero dei primi dieci mesi del suo governo. Di gufi ne esistono due grandi tipi. Primo, quelli che criticano il governo e il suo capo. Per la prima volta, Renzi riconosce che sono gufi, se non buoni, almeno utili. Possono continuare a svolgere il loro lavoro anche perché, seconda importante concessione post-natalizia del Presidente del Consiglio, leadership è circondarsi di persone di valore che non necessariamente condividono le idee del leader (che, però, poi, fa come vuole lui!). Ben vengano, dunque, i gufi di valore. Invece, proprio non sono accettabili, i gufi che dicono che l’Italia non ce la farà, quelli che non hanno nessuna fiducia nel paese, che esprimono preoccupazione e rassegnazione. Dal canto suo, con parecchi eccessi, inevitabili, a causa del suo temperamento, ma anche consapevoli e voluti, il Presidente del Consiglio afferma che non soltanto l’Italia ce la farà, ma aggiunge che l’Europa e il mondo hanno bisogno dell’Italia molto più di quanto l’Italia abbia bisogno di loro (se questa non è un’esagerazione…). Chi può permettersi di fare a meno di un paese il cui governo in dieci mesi ha fatto (o iniziato) più cambiamenti positivi di tutti i settant’anni della Repubblica (forse un’altra esagerazione…)?

Non sufficientemente incalzato dai giornalisti, Renzi non ha mai dovuto spiegare la differenza fra riforme iniziate e riforme concluse, portate a casa direbbe il Presidente del Consiglio, nel lessico che cerca di tenere lontanissimo dal politichese. Per la legge elettorale, la prova provata della sua quasi approvazione è che addirittura già Renzi ha potuto sbandierare un facsimile di scheda elettorale dell’Italicum che contiene, qui è la notizia, anche lo spazio per due preferenze, ma la cui “logica”, contrariamente a quanto ha affermato, non ha proprio niente a che vedere con il Mattarellum. Sul Jobs Act Renzi non ha voluto precisare se la “libertà di licenziamento” si applicherà anche ai lavoratori del pubblico impiego. Non soltanto per chiarire questo delicatissimo punto, ha ripetutamente rimandato “alla Madia”, ovvero al disegno di legge di riforma della burocrazia, il cui percorso parlamentare appare, però, ancora molto lungo. Renzi si è vantato del fatto che il suo governo ha fatto poche leggi (senza dire quanti voti di fiducia ha richiesto) perché ha saputo sfruttare al meglio il ricorso ai regolamenti. Il Presidente del Consiglio ha inquadrato i famosi 80 euro in busta paga (già prorogati) non come misura per fare crescere i consumi (che, infatti, non sono cresciuti), ma come strumento, da valutare insieme al tetto posto alle retribuzioni dei manager pubblici, per ridurre le diseguaglianze sociali.

Scoraggiando le domande sulla successione al Quirinale e impartendo una lezioncina sulle modalità con le quali sono stati eletti i Presidenti, Renzi non ha mostrato alcuna preoccupazione per la scelta del prossimo Presidente, ma ha colto l’occasione per abbondare in lodi e in riconoscimenti a Napolitano, al quale, certamente, deve moltissimo. Infine, Renzi ha voluto battezzare una volta per tutte le sue modalità d’azione e di comunicazione: “meglio arroganti che disertori”. L’arroganza la si è vista tutta nella sua conferenza stampa accompagnata da una cospicua dose di autostima. Dei disertori non sappiamo i nomi. Difficile che qualcuno della vecchia ditta intenda autodenunciarsi. Saranno le prossime scadenze legislative e parlamentari nonché le votazioni sul Presidente della Repubblica a fare apparire almeno quanti sono. Tuttavia, ed è questo il messaggio definitivo che vale un po’ per tutti, il governo Renzi intende arrivare operando con alto ritmo fino al febbraio 2018 completando la legislatura. [Auguri a tutti di un Anno migliore da un gufo, spero di buona qualità, che non smetterà di criticare, le molte volte in cui lo crederà opportuno, né il governo né il suo capo.]

Pubblicato AGL 30 dicembre 2014

Non basta andare di corsa

Il “passo dopo passo” dichiarato da Renzi a conclusione di quello che doveva essere un importante Consiglio dei Ministri rappresenta un significativo arretramento rispetto alla avventata promessa iniziale di “una riforma al mese” oppure è il segno di un ritrovato pragmatismo? Il Presidente del Consiglio sembra essersi accorto che per governare un paese complesso come l’Italia, popolato da quelli che lui chiama gufi e rosiconi, infestato da professoroni, bloccato da burocrati e banchieri, non basta correre. Non basta inviare molti tweet (facendo affidamento sui giornalisti amichevoli). Bisogna riflettere, selezionare, investire tempo ed energie, convincere. Soprattutto, è venuta l’ora di indicare un progetto di lungo periodo (Renzi si è dato un orizzonte di mille giorni a partire dal primo settembre) e di formulare una strategia. Infatti, l’Italia è stata bloccata da governi come, in particolare, ma non esclusivamente, quelli guidati da Berlusconi, che di strategie di lungo periodo, tranne quella della propria sopravvivenza, non ne avevano proprio. Correre e fare in fretta sono due modalità d’azione, qualche volta apprezzabili anche in politica, ma non si trasformano automaticamente in nessuna strategia in grado di mobilitare le forze vitali di coloro, che quasi sicuramente non sono la maggioranza in Italia, vale a dire, i riformisti, che vogliono davvero cambiare, lavorando.

Alla necessità di dare contenuti chiari e precisi ai suoi provvedimenti, a non affastellare, ma a tenere distinti i diversi ambiti delle riforme e a stabilire una sequenza di priorità, Renzi è stato richiamato dal Presidente Napolitano il quale, oramai da vero e severo governante ombra, ha poi anche discusso di cifre, conti, coperture con il Ministro dell’Economia. In Europa, non basterà replicare al settimanale “‘Economist” gustando ostentatamente gelati (italiani, of course) e neppure dicendo che stiamo già facendo i compiti a casa, che non è del tutto vero. Bisognerà, invece, conquistare la flessibilità possibile sulla base di riforme italiane che sveltiscano il funzionamento della giustizia civile, la quale, oltre ad essere un costo sistemico per l’Italia, scoraggia gli investimenti stranieri, e che rendano più efficiente la burocrazia e migliore la scuola. Di sicuro, la burocrazia, che per natura è inevitabilmente una struttura popolata da conservatori, si opporrà a qualsiasi riforma, in modo speciale a quelle che colleghino carriera e stipendi alla produttività e all’efficienza. Tuttavia, un attacco frontale ai burocrati senza distinguere fra loro gli efficienti e gli indispensabili dai troppi altri provoca soltanto rigetto ed è destinata, se non a fallire, a dare scarsi e sterili frutti. Un discorso molto simile vale per la scuola sulla alquanto abborracciata riforma della quale lo stesso Napolitano, che non è un esperto, ha chiesto a Renzi chiarimenti e approfondimenti.

L’entusiasmo seguito al tanto inaspettato quanto straordinariamente positivo risultato per il PD e, indirettamente, per il suo segretario-capo del governo, delle elezioni europee del maggio sembra sostanzialmente svanito. Il Presidente del Consiglio rincorre qualche successo di prestigio, come, ad esempio, la nomina di Federica Mogherini a responsabile della politica estera dell’Unione Europea: un riconoscimento, ma anche una difficile sfida. Gli operatori economici, italiani e soprattutto europei, attendono, invece, di vedere una strategia di fondo che si proponga di portare l’Italia fuori dalla recessione. Efficace è lo slogan del decreto “Sblocca-Italia”, ma per andare in quale direzione, perseguendo quali obiettivi prioritari e con quali modalità? Oltre al tempo per correre, c’è anche un tempo per riflettere, magari, in questo caso, concentrandosi, studiando (in fretta) e andando al di là del troppo ristretto e non abbastanza attrezzato cerchio dei consiglieri del Presidente del Consiglio.

Pubblicato AGL domenica 31 agosto 2014

La Presidente che vorrei

l'Unità

Si fa presto a dire che il prossimo Presidente della Repubblica dovrebbe (potrebbe) essere una donna. Per quel che mi riguarda (e che, ovviamente, non ha un’enorme influenza), l’ho detto e scritto e mi sono attivato fin dal 1999. Allora, cresciuta prepotentemente nell’opinione pubblica la candidatura di Emma Bonino, fu il segretario dei Democratici di Sinistra, Walter Veltroni a contrastarla stilando un elenco di caratteristiche, peraltro, ampiamente condivisibili, del futuro Presidente che servirono all’elezione di Carlo Azeglio Ciampi al primo turno di votazioni. Quando è Napolitano che auspica che sia giunto il momento di una donna al Quirinale, la prima tentazione è di chiedergli “fuori il nome” (o i nomi). Subito dopo, però, il segnale che si coglie nelle parole del Presidente è che, forse, ha l’impressione che l’opera delle riforme elettorali e costituzionali alle quali aveva collegato la accettazione della sua rielezione sia oramai sufficientemente avanzata da potere lasciare la carica. A me non pare che sia così, ma lo vedremo nei prossimi mesi.
Più chiaro è, invece, che il governo ha di fronte a sé, senza necessità di nessun aiutino dal Presidente, una buona fase di stabilità, vera e solida premessa della sostenibilità della sua azione riformatrice nel tempo. Addirittura, la coalizione di governo avrebbe anche i numeri per eleggere a maggioranza assoluta il prossimo, pardon, la prossima Presidente della Repubblica. Naturalmente, avendo molti dei grandi elettori (i segretari dei partiti) e dei non così piccoli elettori (i parlamentari e i rappresentanti delle regioni) acquisito la consapevolezza che non è sufficiente individuare un nome, neppure, anzi, tantomeno, se rappresenta uno schieramento politico, diventa decisivo presentare candidature precise e argomentarne le qualità. Parlare di abbassamento dell’età (riforma costituzionale non fulminea) per ampliare la platea delle donne (immagino “politiche”) che abbiano i titoli per quella carica elude i veri problemi. Mi piacerebbe rilanciare con l’elezione popolare diretta della prossima Presidente che consentirebbe a candidate coraggiose di confrontarsi fra loro e con gli elettori. Se si procedesse nella direzione del semipresidenzialismo, l’elezione diretta spalancherebbe larghe finestre di opportunità . In alternativa, ovvero rimanendo nell’ambito del parlamentarismo classico all’italiana, mi parrebbe essenziale procedere a un ampio dibattito sulle qualità presidenziali delle candidate.
Probabilmente, le dimensioni della vittoria “europea” del Partito Democratico di Renzi hanno chiuso la quasi ventennale fase in cui il Presidente della Repubblica si è spesso trovato a dovere effettivamente scegliere il Presidente del Consiglio con riferimento alla coalizione che garantisse di durare in carica almeno per un po’ di tempo. Ciò rilevato, non mancheranno alla prossima Presidente molti prevedibili problemi per la soluzione dei quali saranno indispensabili alcune qualità politiche pregresse già dimostrate. Dovrà sapere attentamente rilevare eventuali elementi di incostituzionalità nei disegni di legge governativi e in quelli approvati, magari fin troppo in fretta, dal Parlamento. Dovrà tenere in grande conto le eventuali obiezioni dell’opposizione ad azioni disinvolte di un governo e di governanti che si sentano fin troppo sicuri di un mandato popolare ampio. Dovrà procedere a molte nomine di grande rilievo: dai giudici costituzionali ai senatori nella nuova versione del Senato delineata da Renzi. Infine, perché così sta scritto nella Costituzione e così deve, ne sono convinto, continuare a essere, dovrà rappresentare davvero “l’unità nazionale” (art. 87). Non essere faziosa, parziale, “divisiva”. Soltanto se avrà queste qualità riuscirà anche ad esercitare quel modico tasso di moral suasion che serve a temperare e a conciliare conflitti e tensioni comunque inevitabili. Sono certo che, con molta calma, non soltanto, come ha fatto fino ad ora, con la sua azione, anche il Presidente Napolitano saprà arricchire con sagge parole il kit delle qualità richieste alla prossima Presidente della Repubblica. Avremo, allora, un’elezione/successione presidenziale relativamente facile e sicuramente utile per i cittadini e per il sistema politico.

Pubblicato sabato 31 maggio 2014

Europa, dove sei?

Al marziano inopinatamente capitato in Italia non è chiaro che tipo di campagna elettorale sia in corso. Da un lato, in questo abbastanza vicini, perché entrambi piuttosto irritati e con preoccupazioni differenti, Renzi e Berlusconi stigmatizzano il buffone-pagliaccio Grillo. La “marcia su Roma” (ma non sarebbe preferibile marciare su Bruxelles?) l’ha già fatta lui, con successo, sostiene il Berlusconi, adesso solo temporaneamente confinato ai servizi sociali a Cesano Boscone. Dall’altro lato, sta Grillo che con linguaggio scurrile deride un po’ tutti, ma soprattutto Renzi e proclama che lui, Grillo, è già “oltre Hitler”, ma non precisa dove è effettivamente arrivato. Quei non molti elettori italiani che stanno cercando di informarsi su quale sia la posta in gioco nell’elezione del Parlamento europeo, ricevono informazioni non positive riguardo alla non superata depressione dell’economia italiana che, certamente, non è responsabilità dell’Unione Europea o dell’Euro, e neanche dei migranti, come vorrebbe fare credere il neo-segretario leghista, l’ipersemplificatore Matteo Salvini.

La maggioranza degli elettori italiani prestano, come è oramai loro abitudine da parecchie elezioni a questa parte, pochissima attenzione. Si sintonizzeranno con la campagna elettorale soltanto due o tre giorni prima del voto. Alla fine, in buona sostanza, sceglieranno non con riferimento a tematiche europee che rarissimi candidati hanno trattato, illustrato, spiegato, ma in base alle loro preferenze partitiche espresse poco più di un anno fa. Dimenticheranno gli insulti reciproci fra dirigenti con poche idee che hanno sentito con fastidio. Guarderanno allo stato dell’economia, forse con minore preoccupazione di un anno fa e molti saranno lieti di constatare che la loro busta paga e quella dei loro parenti e amici è stata rimpinguata con 80 utili Euro. Altri, forse si chiederanno che cosa hanno fatto degno di nota i parlamentari nazionali delle Cinque Stelle, ma non è detto che la sostanziale irrilevanza politica dei pentastellati cancelli le ragioni della protesta e dell’irritazione nei confronti della classe politica nel suo esempio.

A contrastare tutto questo sembra, però, che il Presidente del Consiglio, attivissimo sul territorio e loquacissimo, sia riuscito a convincere alcuni elettori insoddisfatti, ma attenti, che lui è davvero l’unico nuovo che avanza, per di più veloce. Magari non ha le soluzioni per tutto, ma, sembra pensare una fascia di elettori, merita un’apertura di credito. Se non lui, chi? In effetti, Renzi è alla ricerca di un successo personale che legittimi il suo ingresso a palazzo Chigi da extraparlamentare che non ha superato nessun passaggio elettorale. Proprio perché Berlusconi continuerebbe ad essergli utile come interlocutore per le difficili riforme istituzionali, Renzi non lo sceglie come principale avversario. La competizione elettorale è diventata quasi un duello, verbale, fra Renzi e Grillo. Entrambi sanno dove cercare i voti aggiuntivi. Grillo li vuole strappare agli insoddisfatti del PD. Renzi vuole raggiungere soprattutto i giovani che sono il grande serbatoio dell’insoddisfazione che guarda alla protesta (di Grillo) piuttosto che alla sua proposta di riforme annunciate. Al momento, le asticelle, come si dice nel lessico politico-giornalistico, sono quattro: Alfano e il suo Nuovo Centro destra mirano ad andare alquanto al di sopra del 4 per cento, almeno fino al 6. Berlusconi si augura di giungere nei pressi del 20 per cento. Grillo è convinto che replicherà il suo 25 per cento del 2013, e più. Renzi ha assoluto bisogno di portare il Partito Democratico al di sopra del 30 cento. Tutti si lamentano che si parla poco dell’Europa e che l’Italia finirà per contare ancora meno a Bruxelles, ma, finora, nessuno ha saputo cambiare decisamente rotta (dovrei scrivere “verso”?). Peccato perché il destino dell’Italia starà anche nelle mani del prossimo Parlamento europeo e della Commissione europea, entrambi decisivamente plasmati dall’esito del voto del 25 maggio.

Pubblicato AGL 19 maggio 2014

In fretta e male

La sostanza delle due riforme istituzionali di Renzi: abolizione delle province e trasformazione del Senato, è ampiamente condivisibile. I toni e i modi usati da lui e dal Ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, sono deplorevoli e tali appaiono a molti senatori del Partito Democratico. Sarebbe sbagliato pensare che si tratti soltanto di tacchini invecchiati che proprio non desiderano partecipare al pranzo di Natale imbandito dal giovane Presidente del Consiglio. Si tratta, invece, di parlamentari di più o meno lungo corso e di non disprezzabile esperienza. Alcuni riusciranno comunque a farsi eleggere, pardon, grazie alla prossima legge elettorale, quella contrattata da Renzi con Berlusconi, riusciranno a farsi “nominare”, alla Camera dei deputati. Altri andranno in pensione oppure torneranno alla loro professione che molti effettivamente hanno. Però, è probabile che nessuno di loro vorrà poi essere accusato di avere digerito una riforma malfatta.

Il Senato può sicuramente perdere il potere di dare e di togliere la fiducia al governo e anche quello di approvare la legge di bilancio. Però, un Senato composto da sindaci e da presidenti di regione che non sanno quali saranno esattamente i loro compiti non ha senso. Non basterà la permanenza dei già tanto contestati Senatori a vita a fare salti di qualità. Se non si fa del Senato una Camera alta, ristretta di numero, ma prestigiosa, allora, sarebbe meglio abolirlo limpidamente. Il prestigio e la legittimità derivano dalle procedure elettorali non dalle nomine di second’ordine. Il monocameralismo non deve fare paura a nessuno, non è prodromo di nessun autoritarismo, se reggono i contrappesi alla Camera dei deputati (meglio se non nominati, per questa ragione urge cambiare la brutta legge elettorale approvata dalla Camera e toccherà al Senato, a questo Senato procedere a profonde modifiche), vale a dire, la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale. Soltanto un Senato composto da  rappresentanti eletti prestigiosi e competenti potrà svolgere i compiti che la riforma Renzi-Boschi sembra volergli attribuire. Infatti, non dovranno proprio essere i sindaci a decidere sulle norme costituzionali e sui diritti dei cittadini, materie troppo importanti e, per lo più, totalmente al di fuori delle loro esperienze e competenze.

Non meraviglia, dunque, che il Presidente Grasso, che ha istituzionalmente il compito di rappresentare il Senato, abbia espresso forti critiche, convogliando posizioni e preferenze condivise da senatori di molti gruppi. Rattrista, invece, ascoltare da Renzi e da Boschi non risposte nel merito delle critiche, ma attacchi a Grasso in quanto “nominato” (proprio come è stata la Boschi) e addirittura richiami da parte di Deborah Serracchiani ad una disciplina di partito che non può mai in nessun modo valere quando i parlamentari sono chiamati a votare, “senza vincolo di mandato”, in special modo sulle riforme costituzionali. Invece di minacciare i parlamentari del PD e la sua maggioranza con improbabili dimissioni, sarebbe meglio che Renzi entrasse in un dialogo riformatore con il Parlamento e con la maggioranza tutta (prima che con Berlusconi).

Alla fine, può darsi che, grazie a quello che si configura praticamente come un ricatto, il Presidente del Consiglio ottenga quello che vuole e nei tempi desiderati, almeno una approvazione di massima: un trofeo da esibire prima delle elezioni europee del 24 maggio. Tuttavia, il grosso rischio è che, anche per la fretta, sempre cattiva consigliera, finiscano per essere due brutte riforme e quel che è peggio due riforme che non migliorerebbero affatto il funzionamento del sistema politico italiano e non lo velocizzerebbero, ammesso, ma non concesso, che la velocità sia il criterio più importante per valutare la qualità di una democrazia.

AGL 1 aprile 2014