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Stare nella casa comune europea

I co-inquilini della casa comune chiamata Unione Europea hanno il diritto di criticare i comportamenti degli italiani, compreso quello di voto, che rischiano di produrre crepe nei muri e di destabilizzare l’edificio. Gli italiani che hanno di volta in volta criticato, spesso giustamente, greci, ungheresi, austriaci e, naturalmente, i tedeschi, per le loro rigidità, e i Commissari, erroneamente definiti eurocrati e burocrati, hanno la facoltà di replicare anche con durezza, soprattutto quando le critiche si ammantano di stereotipi offensivi. Poi, gli italiani farebbero bene a domandarsi che cosa hanno combinato nel loro paese e come usciranno dai guai economici e politici nei quali si sono cacciati. Mi limito a sostenere che nessun barone di Münchausen riuscirà a estrarre l’Italia dal suo 135 per cento di debito pubblico e nessuna uscita dall’Euro migliorerà i conti pubblici e aumenterà produttività e prosperità. Aggiungo subito che i comportamenti collettivi, che fanno dei cittadini una “nazione”, debbono essere incoraggiati e guidati dalla politica. Pertanto, hanno ragione coloro che in Europa e in Italia esprimono forti preoccupazioni sullo stato attuale della politica italiana e sulle difficoltà di dare un governo al paese. Legittima è anche la preoccupazione concernente la qualità di quel governo, in particolare se formato da una coalizione fra il Movimento 5 Stelle e la Lega.
Quasi trent’anni di dibattiti sulle istituzioni, riforme (mal) fatte e non fatte, referendum manipolatori hanno prodotto uno stato di confusione molto diffusa su come funziona una democrazia parlamentare e come può essere migliorata nella sua struttura e nel suo funzionamento. Alcuni punti fermi debbono essere assolutamente messi. Nessun governo delle democrazie parlamentari è “eletto dal popolo”. Tutti i governi si formano in Parlamento con il quale è indispensabile che quei governi stabiliscano e mantengano un rapporto di fiducia. Se Cinque Stelle e Lega hanno la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, è loro diritto dare vita a un governo. Nessun capo di governo è “eletto dal popolo”. Tutti sono scelti dai partiti che hanno deciso e saputo dare vita a un governo. In Italia, il capo del governo è nominato dal Presidente della Repubblica che, ovviamente, sceglie chi gli è stato indicato dai partiti che fanno il governo. Può anche non essere un parlamentare, ma sbaglia di grosso se, come ha detto il Prof Giuseppe Conte, pensa di essere “l’avvocato degli italiani” (ruolo che spetta all’opposizione), mentre deve esserne la guida. Anche i ministri sono nominati dal Presidente della Repubblica “su proposta” del capo del governo che, quindi, può anche decidere di rifiutarli se non rispondono ad alcuni requisiti il più importante dei quali è quello di operare dentro la Costituzione, quindi non contro i Trattati firmati dall’Italia. Per tornare alla metafora di apertura violando il contratto di affitto nell’edificio europeo. [Tralascio il mio stupore nel leggere critiche di più o meno autorevoli costituzionalisti all’operato del Presidente Mattarella.]
Non è vero, come ha detto troppo spesso Luigi Di Maio, che l’Italia è entrata nella Terza Repubblica. Non siamo mai usciti dalla Prima Repubblica, dalla sua Costituzione e dalle sue istituzioni. Maldestri tentativi di riforme deformanti sono stati tentati e sconfitti, compreso il più pericoloso: quello del 4 dicembre 2016. Non è vero che quelle riforme (e la connessa legge elettorale) avrebbero migliorato in maniera taumaturgica il funzionamento del governo italiano. Non contenevano nessuna riforma del governo e la legge elettorale fu considerata parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Non è vero che la legge attualmente vigente che porta il nome del deputato Democratico Ettore Rosato non porta nessuna responsabilità dell’esito elettorale. Era stata scritta per svantaggiare le Cinque Stelle, non c’è riuscita, ma soprattutto per consentire a Renzi e Berlusconi di “nominare” i loro parlamentari, effetto conseguito tanto che Renzi ha bloccato qualsiasi capacità di manovra del PD e di ricerca di un’eventuale intesa con le Cinque Stelle, possibile soltanto dopo un vigoroso confronto e scontro su programmi e persone. Infine, preso atto che le Cinque Stelle sono il partito che ha avuto più voti e che la Lega ha quadruplicato i suoi voti dal 2013 al 2018, un governo fra di loro è pienamente legittimo. Rappresenta la maggioranza degli elettori italiani, godrebbe di una maggioranza assoluta in Parlamento. Adesso che Salvini e Di Maio, nell’ordine, sono riusciti a dare vita al governo e a proporre ministri accettabili, anche se dotati di poca o nessuna esperienza politico-governativa e con competenze tutte da mettere alla difficile prova, tocca a loro spiegare se e come intendono stare nella casa comune europea e quali ristrutturazioni vogliono proporre. Democraticamente, ma non lesinando le critiche, ogniqualvolta sarà necessario, gli europei e gli italiani vigilano sul legittimo Governo del Cambiamento.
Pubblicato il 1° giugno 2018 su ITALIANItaliani
Regole poco conosciute
Fuori i nomi o il nome? Già questa era una scelta difficile. Sottoporre al Presidente della Repubblica un solo candidato sul quale Di Maio e Salvini avessero fatto convergenza (forse anche conversione capovolgendo alcuni dei criteri sostenuti in campagna elettorale) oppure offrirgli una rosa di nomi altamente qualificati consentendogli di esercitare al meglio il potere costituzionale di nomina del Presidente del Consiglio? Non si erano vantati, Di Maio più di Salvini, di avere, conoscere, potere fare affidamento su persone di alto livello per entrare in quella che Di Maio chiama Terza Repubblica (Salvini preferisce non dare i numeri)?
Più del nome, Giuseppe Conte, naturalmente, contano la biografia personale ed eventualmente politica, le esperienze, i successi e, il Presidente della Repubblica lo aveva variamente sottolineato, la sua conoscenza dell’Europa. Dopo tutta la lunga e profondamente sbagliata polemica contro i governi non eletti dal popolo -nelle democrazie parlamentari, i popoli, vale a dire, meno pomposamente, gli elettori, eleggono un Parlamento dal quale emergerà un governo. La legittimità di quel governo si fonda nel rapporto di fiducia che riesce a stabilire e a mantenere con il suo Parlamento, qualche volta, quando necessario, espressa con un voto. Fatto un governo politico, Cinque Stelle e Lega si sono contrastati a vicenda, invece di chiedere/accettare che, con assoluto rispetto delle regole non scritte delle democrazie parlamentari, Di Maio diventasse Presidente del Consiglio e Salvini Vice-Presidente, magari con anche un incarico ministeriale. Invece, contraddicendosi anche su un punto rilevantissimo, hanno voluto che il loro governo politico sia affidato e guidato da un non-politico, un non-parlamentare, qualcuno che non ha mai, ma proprio mai, superato un qualsiasi test elettorale, un professore come nelle Università italiane ce ne sono almeno cento e più. La motivazione è che sono loro, Di Maio e Salvini, che vogliono dettare la linea al governo e ai ministri.
Non è chiaro quanta voce in capitolo avrà il Presidente del Consiglio che hanno scelto. Avremo qualche anticipazione quando quel Presidente del Consiglio godrà della prerogativa costituzionalmente sancita di “proporre” al Presidente della Repubblica i nomi dei ministri. Molte anticipazioni dicono che quei nomi non saranno farina del suo sacco. Gli verranno suggeriti per non dire, più brutalmente, imposti da Di Maio e da Salvini. Lui, Conte, sarà nel migliore dei casi il latore di quei nomi al Presidente della Repubblica al quale, se obiettasse con argomenti, sembra improbabile che il Presidente del Consiglio saprebbe replicare e contro argomentare.
Quanto alle politiche pubbliche che discenderanno dal “Contratto di Governo”, al Presidente del Consiglio è già stato fatto sapere in tutte le salse che dovrà limitarsi a esserne l’esecutore. Non sappiamo quanto è stato coinvolto nell’elaborazione di quelle politiche ed è più che lecito chiedere quanto le conosce e le condivide. In nessuna democrazia parlamentare il capo del governo è mai stato un semplice esecutore di politiche elaborate “a sua insaputa”. In maniera più o meno intensa è sempre, regolarmente stato coinvolto nella formulazione del programma del “suo” governo. Senza disconoscere il ruolo e il peso dei partiti che l’hanno prescelto e quindi la permanente necessità di collaborare con quei partiti, i loro capi e i “loro” ministri, nessun capo di governo è mai stato programmaticamente incaricato della mera esecuzione di qualcosa deciso altrove senza sua consultazione. Insomma, Di Maio e Salvini stanno certamente innovando, ma è più che lecito ritenere che lo facciano senza sufficiente conoscenza delle regole e dei meccanismi che consentono il buon funzionamento delle democrazie parlamentari. Più precisamente, se imporranno al loro prescelto per Palazzo Chigi tutto e solo il programma preconfezionato incideranno molto negativamente sull’autonomia del capo del governo e sull’esercizio flessibile dei suoi poteri, costituzionali e politici. Tempi duri si preannunciano (anche per Giuseppe Conte).
Pubblicato AGL il 22 maggio 2018
Di Maio, la Storia, la Costituzione e la Terza Repubblica che non c’è…
Sostiene Di Maio che sta scrivendo la Storia, che sta anche costruendo la Terza Repubblica. Purtroppo, per lui, ma è, ahivoi, in non buona, ma ampia compagnia, non ha finora avuto il tempo di studiarla, la storia, altrimenti saprebbe che la Seconda Repubblica non è mai arrivata in Italia e che la Prima con la sua Costituzione detta le regole e le procedure per la formazione del governo. Se Di Maio non le impara non riuscirà a costruire un bel niente.
Perchè stare a guardare è roba da irresponsabili
La Direzione del Partito Democratico aveva un sacco bello di domande politicamente rilevanti alle quali rispondere. Ha deciso, quasi all’unanimità, sette astenuti soltanto, di evaderle. Però, è riuscita, nuovamente quasi all’unanimità, a rispondere a una domanda che nessuno ha ancora fatto. In assenza del segretario Renzi che, per correttezza politica, avrebbe dovuto presentare le sue dimissioni al più importante organismo del suo partito, spiegando perché erano necessarie e doverose, la Direzione le ha accettate senza batter ciglio. L’accettazione è stata sanzionata da un inutile tweet di Gentiloni che ha lodato “lo stile e la coerenza politica” di Renzi, facendo finta di non avere letto l’intervista di Renzi al “Corriere della Sera” nella quale figuravano in maniera prominente le critiche al Presidente del Consiglio, il cui governo non avrebbe neppure dovuto nascere dopo la batosta referendaria, e al Presidente della Repubblica.
In altri tempi in altri partiti, dopo una pesante sconfitta elettorale, due milioni e mezzo di voti persi dal 2013 al 2018, più di sette milioni se Renzi continua a intestarsi il perdente bottino del “sì” al referendum costituzionale del dicembre 2016, la Direzione si sarebbe chiesta dove sono finiti quei voti, se si poteva/doveva fare una campagna elettorale meno personalizzata, se, invece, di parlare di squadra a due punte, in realtà relegando Gentiloni al ruolo di “spalla”, non fosse stato preferibile valorizzare quanto fatto dal governo. Avrebbe cercato di capire che tipo di partito è diventato il PD: forte nelle città medio-grandi debolissimo nei comuni relativamente piccoli; molto votato dalle fasce medio-alte per reddito e istruzione, abbandonato dai settori popolari; evanescente fra gli elettori al di sotto dei 40 anni, presente in maniera cospicua fra gli ultrasessantenni. Il vice-segretario Martina ha accuratamente evitato di discutere di tutto questo che implicherebbe anche una critica severa a un partito divenuto personalista e una ricerca vera di un modello di partito diverso, con qualche radicamento territoriale. Che siano state le candidature paracadutate almeno in parte responsabili dell’emorragia di voti? No, la Direzione di questo tema mondano non si è occupata anche perché avrebbe portato con sé una qualche riflessione sulle modalità di scelta delle candidature e quindi sulla responsabilità non solo del segretario dimissionario, ma anche dei suoi collaboratori, tutti rieletti, seduti nelle prime fila. Nulla dirò sulla legge Rosato per non sentire come replica un sospiro e il lamento: “ah, avessimo avuto l’Italicum…” che non discuto in quanto ad esito, quasi sicuramente non favorevole al PD, ma in quanto alla qualità: cattiva legge elettorale. La Direzione non si è neanche interrogata sui più che mediocri risultati delle piccole liste coalizzate: Civica Popolare del ministro Lorenzin, Insieme dei prodiani, +Europa di Emma Bonino.
Lasciate inevase le domande politiche che segneranno comunque i problemi che il PD in quanto partito dovrà affrontare per non scomparire, la Direzione ha dato una risposta secca e sommaria ad una domanda che non è ancora stata rivolta agli organi statutari: “staremo all’opposizione”. A prescindere momentaneamente da qualsiasi altra considerazione, il verbo è sbagliato. Poiché attualmente il PD è al governo con Gentiloni e con un pacchetto di ministri importanti, il verbo giusto è “andremo” all’opposizione. La giustificazione di questo comportamento a futura memoria è semplicemente stupida: gli elettori ci hanno mandato all’opposizione. Sicuramente, non sono stati gli elettori che hanno votato Partito Democratico a mandarlo all’opposizione. Anzi, votandolo speravano riuscisse a rimanere al governo. È tuttora probabile che gli elettori del PD desiderino che il partito protegga e promuova le loro preferenze, i loro interessi, addirittura i loro ideali con impegno, con “umiltà e coesione politica” (seconda parte del tweet di Gentiloni che, evidentemente, sta già sognando un altro partito .
In una democrazia parlamentare multipartitica chiamarsi pregiudizialmente fuori dalle procedure, consultazioni e confronti programmatici, che conducono alla formazione di un governo, rifiutare il proprio apporto, annunciare un’opposizione preconcetta è un atteggiamento che ho definito “eversivo”. Nel frattempo, già più di una volta, il Presidente Mattarella ha richiamato tutti al senso di responsabilità. Esiste una responsabilità nei confronti dei propri elettori, ma c’è anche una responsabilità superiore, quella nei confronti della democrazia parlamentare: responsabilità nazionale. Chi si rifiuta di contribuire alla soluzione del rebus prodotto dai partiti e dai loro dirigenti agevolati da una pessima legge elettorale che ha dato loro troppo potere a scapito di quello degli elettori è irresponsabile. Se rende impossibile qualsiasi soluzione il suo comportamento merita di essere definito eversivo.
Pubblicato il 14 marzo 2018
Chi fa i conti senza l’oste
“Fare i conti senza l’oste”. Dirigenti di partito, commentatori italiani e straneri, sondaggisti vari sono coloro che fanno i conti. Nel frattempo, l’oste, vale a dire l’elettorato italiano, è in tutt’altre faccende affaccendato: lavora o cerca un lavoro, studia, si occupa dei figli e, magari, dei genitori a carico. Ha poco tempo per pensare alla politica e ancora meno tempo per leggere indiscrezioni, gossip, retroscena. Si sta comunque facendo un’opinione di massima che il 4 marzo tradurrà in un voto oppure in un’astensione motivata e spesso irritata. Solo molto tangenzialmente pensa a quale maggioranza di governo uscirà dalle urne. Fra le cose che sa, qualche volta più di quelle che i politici credono, c’è che il governo dovrà avere una maggioranza e scaturirà da un accordo fra i partiti. Sa anche che ci sono partiti e dirigenti che non vorrebbe proprio vedere al governo del paese e teme che ancora una volta ci saranno parlamentari trasformisti pronti a trasferirsi in partiti e gruppi accoglienti e generosi nella consapevolezza che non ci sarà nessuna punizione elettorale né con la legge Rosato né con quella prossima ventura (che nessuno conosce, ma “l’oste” teme che non sarà congegnata per dargli potere effettivo).
I conti dovranno essere fatti in Parlamento, pensa l’oste, quindi tutti i voti conteranno per dare forza anche a raggruppamenti e partiti pur non grandi, dall’appeal attualmente non conoscibile. Non gli è facile, all’oste, immaginare come il suo voto, quello dei suoi famigliari e amici, dei suoi collaboratori e dei suoi clienti, sarà utilizzato. Vorrebbe che servisse a costruire una maggioranza governativa non troppo eterogenea, sufficientemente stabile, capace di dare rappresentanza politica effettiva agli elettori e di tradurre almeno in parte, meglio se in gran parte, le promesse elettorali in materia di lavoro, di istruzione, di governo dell’immigrazione. Gli piacerebbe ascoltare qualcosa di più sui rapporti con l’Europa e di cogliere maggiore impegno di tutti nella lotta alla corruzione. L’oste pensa anche che le persone contano in politica, con la loro carriera, il loro bilancio di cose fatte e non fatte, anche fatte male, con la loro biografia personale, forse con la loro coerenza politica. Terrà conto anche di questi fattori.
Poi, l’oste getta un’occhiata meno distratta del solito ad alcuni quotidiani e nota che è già cominciato quello che editorialisti e commentatori non particolarmente originali definiscono “totogoverno”. Con grande sussiego gli raccontano che nessuno dei tre schieramenti principali avrà, da solo, la maggioranza assoluta dei seggi né al Senato né alla Camera. Legge tanto pesanti quanto tardive critiche alla legge elettorale Rosato, anche da parte di chi in Parlamento l’ha scritta e approvata, pardon, imposta con voti di fiducia. Peraltro, lui aveva capito da subito che quella legge era stata elaborata non per migliorare le modalità di formazione del governo, ma per consentire a capipartito e capicorrente di “nominare” parlamentari i seguaci più fedeli e ossequienti ovunque candidabili, anche in più circoscrizioni. Non essendo interessato alle lacrime dei coccodrilli, che pure la loro abbuffata di collegi sicuri se la sono fatta, l’oste pensa che la settimana precedente le elezioni cercherà di saperne di più. Sente che la (grande?) coalizione adombrata fra i due protagonisti, Renzi e Berlusconi, del Patto nel Nazareno, che portò a brutte riforme costituzionali poi bocciate da un cospicuo numero di elettori, non riuscirà neanche a raggiungere la maggioranza assoluta di seggi in Parlamento. Quindi, è un’invenzione mediatica, comunque indigeribile. L’oste conclude che il conto glielo servirà lui ai partiti e che, alla fine, come sta scritto nella Costituzione, sarà il Presidente della Repubblica a decidere chi e come trarrà vantaggio da quel conto o dovrà pagarlo completamente. Tutto il resto dovrebbe essere, l’oste concorda con Amleto, silenzio e non manipolazione.
Pubblicato AGL 8 febbraio 2018
Scegliere il segretario, non destabilizzare il governo
Quello che succede nel Partito Democratico e nei suoi dintorni è oggettivamente importante per due ragioni. Prima ragione: anche se i dirigenti dem, a partire dal suo segretario, fanno di tutto per smembrarlo, il PD è ancora, non si sa per quanto tempo, l’unico partito meritevole di questo nome nel sistema politico italiano. Il suo indebolimento si rifletterebbe/rifletterà negativamente su tutto il sistema. Seconda ragione: il PD è l’asse portante del governo presieduto da un suo esponente. Se le convulsioni del PD diventano gravi la caduta del governo è quasi certa. Dunque, prima il PD in qualche modo si riassesta, anche se ridimensionato, meglio sarà un po’ per tutti. Per l’eventuale riassestamento bisognerà aspettare almeno un paio di mesi. Usando una terminologia sbagliata, che non compare nello Statuto del partito, ma che è stata adottata da tutti gli operatori dei media, le procedure con le quali sarà eletto il prossimo segretario del PD vengono chiamate “primarie”. sbagliato. Grande innovazione politica, le primarie servono a consentire agli elettori di scegliere le candidature alle cariche elettive monocratiche, di governo o di rappresentanza: negli USA il Presidente della Repubblica, i Governatori degli Stati, Senatori e Rappresentanti; in Italia, i sindaci, i Presidenti delle Regioni, il Presidente del Consiglio.
L’elezione del segretario di un partito non è affatto una primaria. È una votazione aperta anche ai non iscritti per la scelta di quella specifica carica che finisce lì, per l’appunto con la vittoria di un candidato. Per quel che riguarda il PD, l’elezione potrebbe addirittura essere decisa, non da chi è andato a votare, ma, se nessuno dei candidati ottiene la maggioranza assoluta, dall’Assemblea dei delegati, con una logica contraria al principio fondamentale delle primarie che consiste nell’attribuire il potere di scelta, senza nessuna mediazione, agli elettori. Allora, perché insistere, da parte anche degli stessi Democratici compresi, in un grave, imperdonabile errore terminologico
Seppure molto criticate dai giornalisti, le primarie, quelle vere, sono comunque uno strumento di democrazia che sposta potere dalle élite partitiche ai cittadini, che potranno compiere una delle operazioni politiche più importanti: selezionare le candidature, eventualmente anche per il Parlamento. Persino Grillo lanciò, seppur malamente, le primarie per le candidature del Movimento Cinque Stelle al parlamento, chiamandole “parlamentarie” e scimmiottando il PD che le aveva fatte in maniera non proprio limpidissima. Dal 2005 a oggi il PD ha tenuto quasi mille primarie, delle quali appena una decina contestate, in quasi tutta Italia. Contrariamente a quel che si dice, i candidati del PD hanno vinto tra il 75 e l’80 per cento dei casi e una percentuale simile ha poi vinto anche la carica in gioco.
L’idea-obiettivo di coinvolgere molte centinaia di migliaia di cittadini nella selezione delle candidature è apprezzabile in special modo in Italia dove i partiti e anche i non-partiti sono tutt’altro che associazioni democratiche, come avrebbero voluto i Costituenti che scrissero l’art. 49. Chiamare primarie l’elezione del segretario del Partito Democratico è un omaggio alle primarie “vere”, ma serve soprattutto a dare maggiore legittimità a un procedimento che, invece, è ancora fortemente controllato dai dirigenti. Aprire le votazioni a tutti coloro che dichiareranno di voler sostenere il programma del PD e verseranno due euro e consentire due mesi di campagna elettorale, indispensabili a Michele Emiliano e Andrea Orlando, gli sfidanti di Renzi, per fare circolare le loro idee, sono decisioni che garantiscono una competizione non troppo squilibrata a favore del segretario dimissionario. Adesso è auspicabile che tutti i candidati, ex-segretario compreso, spieghino come desiderano ristrutturare il Partito Democratico, non le politiche che attuerebbero come capi del governo. Lo faranno dopo lo scioglimento del Parlamento, alla conclusione naturale di questa legislatura. Sarebbe molto grave se il primo atto politico del prossimo segretario del PD fosse quello di dare una fulminea spallata contro il governo del PD per ragioni egoistiche di carriera.
Pubblicato AGL 27 febbraio 2017
Renzi, drop your guns
La popolarità del governo Gentiloni sembra leggermente in crescita, ma il suo futuro continua a essere oscuro. Tutti i retroscenisti, ma anche troppi commentatori orfani/e di Renzi sondano le intenzioni dell’ex-capo del governo, che aveva annunciato il suo ritiro dalla politica se avesse perso il referendum. Invece, adesso preannuncia il suo ritorno lasciando che in maniera quasi rassegnata i suoi collaboratori sostengano che elezioni anticipate il prima possibile sono l’unica soluzione ai mali prodotti da coloro che hanno votato NO. In un paese decente, giornalisti/e, autorità, parlamentari dovrebbero attenersi ai fatti e alle regole del gioco. Prima fondamentale regola: il governo, qualsiasi governo rimane in carica non ad libitum di qualcuno, neppure a piacimento del segretario di un partito (roba, direbbero molti, spregiativamente, “da Prima Repubblica”), ma fintantoché quel governo è operativo. Comunque, nessun segretario di partito, non nella Prima Repubblica, tantomeno nella “Seconda”, gode della prerogativa autonoma di imporre lo scioglimento anticipato al Presidente della Repubblica, il quale è l’unico ad avere il potere costituzionale di deciderlo. In caso di crisi di governo, il Presidente della Repubblica ha sempre il dovere costituzionale di “sentire” i Presidenti di entrambe le camere per sapere se esiste la possibilità di dare vita a un altro governo, purché non sia un governo qualsiasi, ma prometta di funzionare, di fare “cose”, e molte sono le cose domestiche ed europee che il governo italiano deve fare. Altrimenti, sarà il Presidente a tenere le consultazioni con i capi dei partiti. Non bisognerà mai più assistere a raccapriccianti consultazioni parallele come quelle ostentatamente fatte da Ronzi nel dicembre 2016 (e che, purtroppo, nessuno gli ha dura(tura)mente rimproverato). Un altro governo potrebbe anche diventare, alla prova dei fatti, quello che conduce il paese alle elezioni, meglio se alla scadenza naturale del Parlamento: febbraio-marzo 2018 (data più volte indicata da Renzi stesso).
L’ostacolo ora e, presumibilmente, anche dopo la attesissima sentenza della Corte Costituzionale, è l’inesistenza di una legge elettorale immediatamente utilizzabile, ma, anche se esistesse la legge per la Camera, consultellum o miniItalicum, bisognerebbe pure scrivere quella per il Senato, prematuramente e colpevolmente già dato per defunto dagli improvvidi riformatori costituzionali. Quindi, qualsiasi discussione sul ritorno alle urne appare contare su tempi che non sono né scontati né prevedibili. Allora perché se ne discute fin dal giorno stesso in cui venne creato il governo Gentiloni? L’unica interpretazione possibile, certamente quella con più solide basi, è che l’ex-Presidente del Consiglio Matteo Renzi non stia sereno. Senta che più il tempo passa meno è probabile che l’elettorato lo premi per non si sa quali meriti pregressi e che il suo partito tragga vantaggi da un qualche sussulto post-referendario. Il segretario del Partito Democratico è palesemente meno interessato alla capacità del governo, nel quale lui stesso ha imposto la re-immissione di tutti i suoi ministri e ha addirittura premiato chi aveva contribuito alle riforme bocciate (Maria Elena Boschi e Anna Finocchiaro, la Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato), di risolvere i molti problemi lasciati aperti dal suo malposto attivismo.
Il segretario del Partito Democratico non desidera nessun miglioramento nell’economia, nella società, nel sistema politico il cui merito finisca per essere attribuito al suo successore Paolo Gentiloni. Renzi guarda esclusivamente al suo interesse personale di rappresaglia/vendetta politica e di riconquista del governo. Tempo fa, Michele Salvati consigliò a Renzi di non prestare nessuna attenzione ai critici delle sue audaci attività invitandolo a insistere (in altri tempi si sarebbe detto a “tirare diritto”): “stick to your guns”. Oggi il suggerimento, che tenga anche conto della [referendaria]”responsabilità repubblicana”, tanto cara a Massimo Cacciari, dovrebbe essere, al contrario, quello di non ostacolare il governo Gentiloni, di sostenerne l’opera, di non minacciarlo con gravi conseguenze per l’Italia. Insomma, per il bene del sistema politico, della patria repubblicana: “Renzi, drop your guns”.
Pubblicato il 16 gennaio 2017 su La rivista il Mulino
Per un esito sano, non eterodiretto, ricostituente #IoVotoNO
E’ difficile dire come la vittoria del NO verrebbe considerata in sede internazionale. È molto facile, invece, mettere in rilievo come la campagna elettorale del “Sì” si stia svolgendo all’insegna dell’allarmismo e di per sé contribuisca fortemente ad alimentare le preoccupazioni internazionali, tutte, comunque, da valutare e soppesare con cura.
Gli operatori economici stranieri, i governanti europei e non, la Commissione Europea che conta, eccome, non si aspettano tanto le riforme costituzionali, ma riforme economico-sociali: fisco, lavoro, istruzione, giustizia. Tutto quello che serve a rendere efficiente, dinamico, flessibile il cosiddetto “sistema-paese”. Quasi niente di questo dipende dalla nuova disciplina del referendum, dalla reintroduzione della supremazia statale sulle regioni, dall’abolizione del già largamente defunto CNEL, dalla brutta riforma del Senato che mai fu un ostacolo alla decisionalità di governi che sapevano quel che volevano. Molto dipende da politiche inadeguate. Le tempeste finanziarie si abbattono su paesi non “costituzionalmente” deboli, ma che sono inquinati e inguaiati dalla corruzione, dalla criminalità organizzata, da un enorme debito pubblico. Cercare nella Costituzione vigente il capro espiatorio del malaffare dei politici e delle loro incapacità è semplicemente sbagliato. Assolutamente non convincente.
Per stemperare il brutto clima creato da otto mesi di deliberatamente urticante campagna elettorale condotta dal capo del governo alla ricerca di un plebiscito sulla sua persona, quel capo del governo dovrebbe chiarire che, se sconfitto, si dimetterà affidando il seguito, proprio come vuole la Costituzione italiana, alla saggezza e ai poteri del Presidente della Repubblica. Non solo Renzi non si opporrà ad una sua rapida sostituzione, senza aprire le porte a qualsivoglia crisi al buio, ma l’agevolerà e contribuirà ad una fulminea soluzione (potrei aggiungere e auspicare come hanno fatto i Conservatori a Londra, ma la distanza fra Firenze e Londra in materia di fair play costituzionale mi pare immensa).
Votare sì a brutte riforme, nessuna delle quali promette davvero maggiore partecipazione e influenza dei cittadini sulla politica, solo perché ci si sente sotto ricatto, interno, e sotto pressione esterna, mi pare il peggiore dei modi per pervenire ad un funzionamento più efficace del sistema politico italiano.
Pubblicato il 22 ottobre 2016 sul sito Welfare Network
La partita non finisce il 4 dicembre
La battaglia referendaria può renderci migliori
No, sia come Presidente del Consiglio sia come segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi esagera e sbaglia. La “partita”, qualunque sarà il risultato, non finisce domenica 4 dicembre sera. In democrazia, non esiste una sola partita. C’è un lunghissimo campionato fra idee, proposte, persone e soluzioni. C’è un pubblico, che vorremmo più attento, meglio preparato, maggiormente incline a partecipare che, di volta in volta, esprime, anche andando/non andando alle urne (spettacolo), la sua scelta, ma che spesso, legittimamente, la cambia e al quale urge ricordare che deve assumersi tutte le responsabilità dei suoi comportamenti e delle loro conseguenze.
Lunedì 5 dicembre mattina dopo avere, variamente, festeggiato e/o preso atto con dolore dell’esito referendario, dopo essersi accapigliati nei talk show, quei politici, che hanno a cuore le sorti del paese e che non intendono essere subalterni ai mercati e agli operatori finanziari, si metteranno al lavoro. Potranno sbrigare il compito anche delle modalità con cui eventualmente sostituire il Presidente del Consiglio, ma dovranno, secondo la Costituzione vigente, farlo insieme al Presidente della Repubblica. Mai come in un’occasione simile, Mattarella sarà tenuto a esercitare il suo potere di moral suasion convincendo i riluttanti ad anteporre gli interessi del paese a quelli personali, di carriera e di prestigio. Politici responsabili, se davvero volevano queste riforme oppure se davvero sono riformatori, ma si opponevano alla qualità delle riforme del governo Renzi, ritornano comunque sul discorso/percorso di adeguamento (i vincitori) e di aggiornamento (i perdenti) costituzionale.
Dopo fin troppi mesi (quasi otto) di dibattiti intensi e, spesso, personalizzati e acrimoniosi, è lecito sperare che tutti abbiano avuto e sfruttato la possibilità di imparare qualcosa. Per quanto schierato, non ho mai creduto che tutto il male si trovi/stia dalla parte del governo né che tutto il bene fosse/sia collocato nell’inevitabilmente variegato schieramento del NO. Dunque, tutti, ciascuno al suo livello, dovremmo avere imparato qualcosa non soltanto sulle preferenze altrui, ma anche sulle soluzioni proposte, sul loro grado di funzionalità e di accettabilità, sulle loro carenze. Nessun tavolo delle riforme e nessuna Assemblea costituente (che delegittimerebbe del tutto la Costituzione vigente): le riforme ripartono, senza diktat, dalle sedi deputate in Parlamento: le Commissioni e i loro componenti. Questo è anche un modo, forse il migliore, per dimostrare al Presidente Emerito Giorgio Napolitano, che il Parlamento non è umiliato, ma, in quanto luogo della rappresentanza politica degli italiani (anche se, certo, con il Porcellum non abbiamo davvero una rappresentanza apprezzabile), è perfettamente consapevole di dovere dare risposte semplici, precise, accurate a disfunzioni che esistono, sulle quali il dibattito referendario ha fatto, se non piena, abbastanza luce.
Ricordando a tutti che le revisioni costituzionali sono, forse più di qualsiasi altra materia, quelle per le quali vale nella maniera più assoluta l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato, sulle quali non è lecito imporre nessuna disciplina di partito, i parlamentari cercheranno di mettere a buon frutto il consenso, ce n’è, ce n’è, che si è espresso su alcune revisioni. Mireranno a migliorare o a cambiare del tutto altre revisioni sulla base di quello che, se hanno fatto una campagna elettorale non allarmistica, demonizzante e manipolatoria, ma informativa e sul merito, non possono non avere ascoltato dai moltissimi cittadini che hanno partecipato ai dibattiti e alle assemblee. Ho imparato dai classici della democrazia, ma anche da alcuni contemporanei, che, oltre a non tagliare le teste, la democrazia si distingue dagli altri regimi per la sua capacità di produrre apprendimento collettivo e di correggere i suoi errori. La mattina del 5 dicembre, vincitori e vinti dovranno dimostrare che questo insegnamento vale anche per ciascuno di loro e per tutti.
Pubblicato il 20 ottobre 2016 su la Terza repubblica




