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Mattarella, un cattolico sgradito all’ex Cav
Dalla sua tradizione politica e personale, quella della Democrazia Cristiana, dei Popolari, forse anche dell’Ulivo e poi della Margherita, Matteo Renzi ha estratto una buona candidatura per il Quirinale. L’attuale giudice costituzionale Sergio Mattarella, più volte ministro, autore, ironia della sorte, di una buona legge elettorale che Renzi seppellisce definitivamente con il suo meno buono Italicum, è in effetti, un ex-democristiano, che non ha nessun motivo di pentirsi, di basso profilo. Non è, però, un ex-democristiano di bassa qualità.
Anzi, nell’ambito dei molti nomi di dc di vario genere che Renzi e il suo entourage hanno fatto circolare, per lo più strumentalmente, nei gossip pre-presidenziali, è sicuramente il migliore. Sobrio, riservato, sempre equilibrato nelle sue, rarissime, dichiarazioni, la carriera politico-parlamentare di Mattarella evidenzia anche la sua capacità di non rinunziare alle proprie convinzioni. Nel 1990 le sue dimissioni da ministro, unitamente ad altri quattro ministri della sinistra democristiana, furono motivate dal dissenso profondo sulla legge del repubblicano Mammì che aprì una prateria alle scorribande delle televisioni di Silvio Berlusconi. Probabilmente, sono proprio quelle dimissioni a renderlo non votabile da Berlusconi, che ha la memoria lunga, ma che deve anche avere capito che Mattarella non sarà un Presidente della Repubblica malleabile.
Se, dunque, Berlusconi voleva qualcosa in cambio dei suoi voti, si è reso immediatamente conto che quel qualcosa Mattarella non glielo avrebbe dato. Non glielo darà. Naturalmente, neppure Renzi avrà un trattamento di favore poiché la cultura costituzionale di Mattarella a nessun favore si piega. Semmai, in quanto Presidente della Repubblica, Mattarella cercherà nei limiti del possibile di ricostruire quell’equilibrio fra le istituzioni che il fortissimo ridimensionamento del Senato e il grande potere conferito dal premio elettorale alla lista vittoriosa e al suo capo mettono in seria discussione.
Dalla difficile prova dell’elezione presidenziale Renzi esce finora giustamente soddisfatto. Ha evitato che il Pd andasse in ordine sparso perseguendo candidature che, in generale, erano in parte divisive in parte inadeguate, a lui, comunque, non pienamente gradite. Ha dimostrato che il Patto del Nazareno non implicava nessun accordo segreto e inconfessabile riguardo all’inquilino da collocare al Colle per i prossimi sette anni. Ha messo in serie difficoltà l’area Nuovo Centro Destra e Udc, molti dei quali ex-democristiani dovranno dare delle spiegazioni a se stessi e alla loro coscienza se finiranno per non votare uno dei migliori di loro. Alfano non potrà cavarsela portando l’Ncd, come ha dichiarato, su posizioni più critiche dell’azione del governo di cui lui fa parte e dal quale non può staccarsi se non a rischio, quasi letale, di provocare nuove difficoltosissime elezioni. Dal canto suo, Berlusconi non può abbandonare gli accordi sulle riforme elettorali e costituzionali da concludere. Forse riuscirà a capire in tempo che votare Mattarella spiazzerebbe l’Ncd e lo rimetterebbe in sintonia con Renzi, una sintonia di cui Forza Italia al 16 per cento ha molto più bisogno che non il segretario del Partito Democratico.
I falchi di Forza Italia volano incattiviti, ma non sanno dove andare a posarsi. Infine, la mossa di Renzi ha reso visibilissime l’incapacità e l’irrilevanza dei grillini che sono in imbarazzo, anche perché poco sanno della storia della Repubblica, a giustificare il non–voto per Mattarella.
Una vittoria presidenziale è molto importante. Cancellerà per qualche tempo le molte preoccupazioni che il capo del governo deve avere soprattutto in termini di rilancio dell’economia. Sopirà anche le tensioni fra i renziani e le maltrattate minoranze interne, meno quella di Civati che s’inventerà qualcosa per rilasciare interviste. Metterà anche in soffitta la prospettiva, del tutto illusoria, di un progetto Tsipras Italian-style. Renzi si troverà al tempo stesso più libero nelle scelte, ma privo del sostegno che Napolitano gli ha garantito.
Pubblicato AGL 30 gennaio 2015
Quell’idea di nazione e di Europa
Il Presidente che se ne va ha fatto tutto il possibile per “tenere insieme” un sistema politico che stava disgregandosi. Ha fatto moltissimo, secondo alcuni anche troppo. Probabilmente se ne va con un po’ di amarezza e di preoccupazione, consapevole che il sistema non è ancora messo in sicurezza e che proprio la scelta del suo successore potrebbe produrre forti tensioni. Due stelle polari hanno guidato l’azione di Napolitano per quasi nove lunghissimi anni: un’idea di nazione, una visione dell’Europa. Come quasi nessun altro prima di lui, il Presidente Napolitano ha inteso rappresentare “l’unità nazionale” come il suo fondamentale compito a norma di Costituzione. L’ha fatto spingendo i partiti politici e i loro dirigenti a trovare accordi e a prendere decisioni condivise. Le “larghe intese” sono state una delle modalità di rappresentare l’unità nazionale e di procedere a riforme, socio-economiche e istituzionali, tuttora, però, incompiute. L’ha fatto opponendosi a scioglimenti anticipati del Parlamento, richiesti da una classe politica composta da ignavi e da presuntuosi, che avrebbero logorato le istituzioni e gli stessi cittadini elettori senza risolvere nessun problema. L’ha fatto nominando tre capi del governo e sostenendoli fin dove poteva con il suo prestigio, le sue indicazioni, i suoi consigli, preziosissimi perché derivanti da cinquant’anni di onorata esperienza politico-parlamentare. L’ha fatto, infine, “predicando” i valori della libertà, della partecipazione, dell’appartenenza a una stessa comunità, del senso civico, dell’impegno politico. Sono valori tanto più credibili poiché da lui non soltanto annunciati, ma coerentemente praticati.
Quella visione d’Europa, di un continente che si unifica politicamente anche perché condivide una storia, tragica, ma superata, che è fondato su valori occidentali diventati universali, che si oppone alla violenza e al fondamentalismo di tutti i tipi, ha fatto la sua (ri)comparsa nella grande marcia di Parigi. Il Presidente Napolitano, sulla scia del grande combattente federalista Altiero Spinelli, l’aveva fatta sua, interpretata e manifestata da almeno quarant’anni. L’ha ripetutamente richiamata nell’assoluta consapevolezza che unicamente in Europa, grazie all’Unione Europea, agendo credibilmente e responsabilmente, l’Italia e gli italiani (ri)troveranno la strada della crescita, non soltanto economica, ma politica e culturale. I capi di governo e di Stato europei e molte università in Italia e nel continente hanno dato ampio riconoscimento all’europeismo di Napolitano che, purtroppo, continua a non essere pienamente, in maniera convinta e operosa, tradotto in comportamenti proprio in Italia.
Chiarissimo, ampio e positivo il lascito di Napolitano potrà durare esclusivamente se chi gli succederà, uomo o donna, avrà, se non le sue stesse, probabilmente inimitabili, qualità, almeno la volontà e le capacità per svolgere i difficilissimi compiti che l’Italia ha di fronte. Napolitano è stato molto più di un arbitro, ancorché severo, e di un garante autorevole. Ha voluto e saputo essere il garante dei cittadini, non dei dirigenti di partito, il garante del buon funzionamento delle istituzioni, non dei detentori delle cariche. Il Presidente Napolitano è anche stato, nei limiti della Costituzione ma, talvolta, anche proiettandosi per necessità oltre, senza mai violarla, un protagonista. Questo suo innegabile protagonismo ha anche significato l’ineludibile presa d’atto che la Costituzione, da lui celebrata nel 2008 come una splendida sessantenne con poche rughe, è esigente con tutti, dai cittadini al Presidente della Repubblica, ai quali impone doveri democratici. Indiscrezioni suggeriscono che Napolitano, tornato, in veste diversa, Senatore a vita, si appresta a votare il suo successore. Auguriamo a lui e a noi tutti che il successore sia più che degno, quindi non una persona di basso profilo e di limitata autonomia politica, altrimenti turbolentissimi saranno i tempi della Repubblica.
Pubblicato Agl 14 gennaio 2015
Vi dico qual è il vero identikit del prossimo Presidente

Riceviamo e pubblichiamo la vera lettera di Renzi ai militanti del PD
Cari Leggendari Militanti Dem,
non so dove siate quando non lavorate nei ristoranti delle feste dell’Unità (a proposito, che fine ha fatto il vostro leggendario quotidiano “fondato da Antonio Gramsci”?). Certo, non state facendo funzionare i circoli del PD dove non viene nessuno anche perché quello che conta non succede lì. Certo, non state cercando di convincere gli ex-iscritti a rinnovare la tessera e potenziali nuovi iscritti a farla. Peccato perché se non parlate con nessuno sarà difficile spiegare la mia, pardon, “nostra” scelta del candidato al Quirinale. Smettetela di fare i furbetti politicamente corretti e di chiedere chi sono i 101. C’erano anche dei renziani? Ebbene, sì.
Prodi?
Non pensavamo allora che Prodi potesse essere un buon Presidente della Repubblica(cosa pensiamo adesso non ve lo dico). Però, ci parrebbe utile sapere perché circa 394 parlamentari credessero nella capacità di Prodi di “rappresentare l’unità nazionale”, nelle sue competenze costituzionali, nella sua gestione del paese quando non aveva saputo neppure tenere insieme le sue due maggioranze parlamentar-governative.
La ricerca di un garante super partes
Nel frattempo, ha anche detto che non è più interessato. Prendiamolo sul serio e andiamo piuttosto alla ricerca di un (o di una) garante super partes. Naturalmente, non deve essere garante dei cittadini. Ci mancherebbe altro che fosse un “pertiniano” che si metta a criticare il mio velocissimo governo in nome dei cittadini che aspettano le riforme che tardano e che spesso neanche buone sono. Sarà opportuno che il prossimo Presidente della Repubblica si metta bene in testa che la garanzia la deve dare in primis e soprattutto a me, poi anche a Berlusconi che altrimenti non lo vota e ci crea dei problemi. So che vorreste l’identikit, ma non avete fatto attenzione a quello che ho detto nella conferenza stampa di fine con la mia compiaciuta lezioncina sulla storia delle undici elezioni presidenziali? Sette volte su undici gli eletti erano stati presidenti di Camera e Senato. Ah, dite che tutti avevano anche avuto una lunga carriera parlamentare e possedevano una sana biografia politica? Dunque, volete scoraggiare Grasso e Boldrini già ringalluzziti dall’idea che, se ci sarà stallo, potrebbero farcela? Ma se sono dei neofiti che non hanno brillato per niente nella conduzione dei lavori della loro Camera di appartenenza!
L’identikit del nuovo candidato presidente
Quel che ci vuole, cari militanti sconosciuti, è una figura di basso profilo che non abbia mai polarizzato nessuno scontro, che abbia una popolarità minima e poca inclinazione a cercarsela, che in questo parlamento non abbia nessun seguito personale, che, questo conta moltissimo, mi sia debitore della fortuna inaspettata di ascendere al Quirinale e che se lo ricordi tutte le volte (e Napolitano sa quante) avrò bisogno di lui, chiedendogli di chiudere un occhio o di lodarmi a prescindere. Ah, dite che vi sembra l’identikit di un ex-democristiano intorno ai settant’anni, uomo, ovviamente, senza né lode né gloria? Fuochino fuochino, ma, come sapete, mi corre l’obbligo di dire che non intendo partecipare al totonomine poiché io non sono coubertiniano. Partecipo per vincere. Preparatevi tutti (altrimenti la Serracchiani vi bacchetta duramente) a dire alto e forte che la mia scelta è ottima, non conflittuale, per il bene del paese.
Cari Dem, auguri di Anno Buono (ho cambiato verso)
Matteo Renzi
PS Attenzione alla autocandidatura di Pasquino, politologo, con esperienza parlamentare, conoscenze costituzionali, poco o punto condizionabile. Nessuno ha ancora fatto il suo nome. Quindi, non è bruciato. Scorgo qualche pericolo. A voi trovare il modo di sventarlo.
Pubblicato il 5 gennaio 2015 su futuroquotidiano.com
L’anno di Matteo Renzi
Sdoganati i gufi. Questo è uno dei messaggi che il Presidente del Consiglio ha voluto mandare nel suo ampio, puntiglioso, compiaciuto resoconto dell’anno ovvero dei primi dieci mesi del suo governo. Di gufi ne esistono due grandi tipi. Primo, quelli che criticano il governo e il suo capo. Per la prima volta, Renzi riconosce che sono gufi, se non buoni, almeno utili. Possono continuare a svolgere il loro lavoro anche perché, seconda importante concessione post-natalizia del Presidente del Consiglio, leadership è circondarsi di persone di valore che non necessariamente condividono le idee del leader (che, però, poi, fa come vuole lui!). Ben vengano, dunque, i gufi di valore. Invece, proprio non sono accettabili, i gufi che dicono che l’Italia non ce la farà, quelli che non hanno nessuna fiducia nel paese, che esprimono preoccupazione e rassegnazione. Dal canto suo, con parecchi eccessi, inevitabili, a causa del suo temperamento, ma anche consapevoli e voluti, il Presidente del Consiglio afferma che non soltanto l’Italia ce la farà, ma aggiunge che l’Europa e il mondo hanno bisogno dell’Italia molto più di quanto l’Italia abbia bisogno di loro (se questa non è un’esagerazione…). Chi può permettersi di fare a meno di un paese il cui governo in dieci mesi ha fatto (o iniziato) più cambiamenti positivi di tutti i settant’anni della Repubblica (forse un’altra esagerazione…)?
Non sufficientemente incalzato dai giornalisti, Renzi non ha mai dovuto spiegare la differenza fra riforme iniziate e riforme concluse, portate a casa direbbe il Presidente del Consiglio, nel lessico che cerca di tenere lontanissimo dal politichese. Per la legge elettorale, la prova provata della sua quasi approvazione è che addirittura già Renzi ha potuto sbandierare un facsimile di scheda elettorale dell’Italicum che contiene, qui è la notizia, anche lo spazio per due preferenze, ma la cui “logica”, contrariamente a quanto ha affermato, non ha proprio niente a che vedere con il Mattarellum. Sul Jobs Act Renzi non ha voluto precisare se la “libertà di licenziamento” si applicherà anche ai lavoratori del pubblico impiego. Non soltanto per chiarire questo delicatissimo punto, ha ripetutamente rimandato “alla Madia”, ovvero al disegno di legge di riforma della burocrazia, il cui percorso parlamentare appare, però, ancora molto lungo. Renzi si è vantato del fatto che il suo governo ha fatto poche leggi (senza dire quanti voti di fiducia ha richiesto) perché ha saputo sfruttare al meglio il ricorso ai regolamenti. Il Presidente del Consiglio ha inquadrato i famosi 80 euro in busta paga (già prorogati) non come misura per fare crescere i consumi (che, infatti, non sono cresciuti), ma come strumento, da valutare insieme al tetto posto alle retribuzioni dei manager pubblici, per ridurre le diseguaglianze sociali.
Scoraggiando le domande sulla successione al Quirinale e impartendo una lezioncina sulle modalità con le quali sono stati eletti i Presidenti, Renzi non ha mostrato alcuna preoccupazione per la scelta del prossimo Presidente, ma ha colto l’occasione per abbondare in lodi e in riconoscimenti a Napolitano, al quale, certamente, deve moltissimo. Infine, Renzi ha voluto battezzare una volta per tutte le sue modalità d’azione e di comunicazione: “meglio arroganti che disertori”. L’arroganza la si è vista tutta nella sua conferenza stampa accompagnata da una cospicua dose di autostima. Dei disertori non sappiamo i nomi. Difficile che qualcuno della vecchia ditta intenda autodenunciarsi. Saranno le prossime scadenze legislative e parlamentari nonché le votazioni sul Presidente della Repubblica a fare apparire almeno quanti sono. Tuttavia, ed è questo il messaggio definitivo che vale un po’ per tutti, il governo Renzi intende arrivare operando con alto ritmo fino al febbraio 2018 completando la legislatura. [Auguri a tutti di un Anno migliore da un gufo, spero di buona qualità, che non smetterà di criticare, le molte volte in cui lo crederà opportuno, né il governo né il suo capo.]
Pubblicato AGL 30 dicembre 2014
Il Partitone mangia la democrazia
In assenza di un pensiero articolato su come (ri)dare effettivamente rappresentanza politica ai cittadini italiani che non ne possono più delle ammuine e degli inchini dei politici, Renzi lancia il Partito della Nazione. Dall’alto del 40,8 per cento dei voti ottenuti alle elezioni europee, all’incirca quanti ne ottenne Veltroni alle elezioni politiche nazionali del 2008, un successo la cui ripetizione in elezioni nazionali è tutt’altro che scontata, il segretario del Partito Democratico pensa di potere pescare un po’ dappertutto fino a diventare, una volta si sarebbe detto, sulla scia del professorone Antonio Gramsci, “egemone”. Attrae gli scontenti di Sinistra Ecologia e Libertà. Offre rifugio alla diaspora dei morituri di Scelta Civica. Attende che gli espulsi dal Movimento 5 Stelle approdino nei gruppi parlamentari del PD (nel frattempo qualcuno di loro lo ha salvato nel recente voto di fiducia al Senato). Non deve neppure curarsi del Nuovo Centro Destra, costretto a stare abbarbicato al governo il più a lungo possibile nella speranza, finora fievole, di radicarsi sul territorio prima della prossima tornata elettorale. Il Patto del Nazareno continua a essere la scialuppa di salvataggio offerta a Forza Italia che affonda nei sondaggi anche perché il suo leader blocca qualsiasi tentativo e sussulto di cambiamento e i fedelissimi non hanno il coraggio di elaborare alternative.
Se nel devastato panorama partitico italiano resterà soltanto il PD, pure in perdita costante di iscritti, allora, debbono avere pensato i renziani, proviamo a rafforzarci, da un lato, cominciando a fare circolare l’idea che siamo il Partito (unico) della Nazione e che gli sbandati competitors sono fazioni e cespugli; dall’altro, diamoci anche una spinta chiamata premio di maggioranza. Dovrà essere attribuito, non più alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di voti, ma al partito più votato. Due sono le conseguenze positive della eventuale revisione del testo di riformetta elettorale approvato alla Camera. La prima è che il PD non avrà bisogno di alleati; dunque, non dovrà annacquare le sue proposte e le sue politiche, entrambe tutte da conoscere, ma Renzi le annuncerà con qualche tweet e qualche presenza televisiva nazional-popolare. La seconda è che, se vorranno arrivare all’eventuale ballottaggio, sia Alfano sia gli altri cespugli del centro-destra dovranno annegare la loro identità partitica, in cambio di seggi, dentro Forza Italia.
Sullo sfondo, alcuni commentatori vedono la prospettiva di elezioni anticipate se Renzi pensasse che la frammentazione degli oppositori li relegherebbe comunque a un ruolo marginale. Però, è tuttora improbabile che il Presidente della Repubblica, finché gli rimane abbastanza energia, sia disposto a sciogliere il Parlamento (bicamerale non ancora riformato) in assenza di una legge elettorale decente. L’utilizzo immediato di una legge elettorale proporzionale, che discende dalle precise indicazioni della Corte Costituzionale quando ha smantellato il Porcellum, non è possibile poiché, comunque, il Parlamento dovrebbe recepire quelle indicazioni in un testo legislativo coerente. Proprio per questa impossibilità di tornare alle urne, che i sostenitori di Renzi, dentro e fuori il Parlamento, anche nell’universo dei mass media, colpevolmente trascurano, il segretario del Partito Democratico cerca di caratterizzare il suo partito come Partito della Nazione. Insomma, corre il ragionamento, “italiani, questo partito avete e soltanto da questo partito potete aspettarvi le riforme. Coloro che dissentono in Parlamento e in piazza (come la CGIL) sono contro le riforme”. Diffidate di loro, aggiungono Renzi e il suo ristretto circolo. Se si mettono contro il Partito della Nazione operano contro la Nazione e la indeboliscono in Italia e all’estero. Non si sa quanto convincente questo ragionamento riesca a essere né quanto produttivo di voti (qualcosa in più si saprà da alcune elezioni regionali e locali di fine novembre). Certamente, non va nella direzione di consentire e valorizzare critiche anche costruttive a quello che il governo fa (fa male o non fa).
Pubblicato AGL 24 ottobre 2014
Uomo solo al comando
La linea del segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, sulla riforma dell’art. 18, è stata, non sorprendentemente, approvata a larghissima maggioranza dalla Direzione del partito. Ancora una volta la minoranza ha perso in maniera piuttosto netta, per di più vedendo alcuni suoi esponenti rifugiarsi nell’astensione o, addirittura, convergere sulla relazione del segretario. Non è ancora detto che quanto deciso in Direzione passerà rapidamente in entrambi i rami dal Parlamento, ma nel suo sintetico intervento la vice-segretaria Serracchiani ha detto chiaro e tondo che quanto approvato impegna tutti i dirigenti del partito e i parlamentari, che è anche la posizione, un po’ discutibile, di Renzi. Vero che un partito non è una bocciofila, forse non l’associazione più adatta a essere presa come termine di paragone, ma un partito non dovrebbe neppure essere una caserma, con la Corte marziale (ovvero la non-ricandidatura minacciata nel caso dei parlamentari reclutati da Bersani) evocata per ottenere disciplina assoluta.
La Direzione di lunedì è servita a Renzi sia per definire con maggiore precisione e con piccole inattese modifiche la riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali sia, soprattutto, per mostrare a tutti, ma proprio tutti, che il suo controllo sul partito è fortissimo. Sottoposto a critiche dal Direttore del “Corriere della Sera”, che certamente non scrive mai soltanto a titolo personale, dalla Conferenza Episcopale italiana, da alcuni industriali, oltre che, naturalmente, dai sindacati, nient’affatto riverito a livello europeo dove aspettano che il suo programma, garbatamente definito “ambizioso”, si traduca in riforme visibili, Renzi ha fatto un puntiglioso elenco di riforme iniziate, due solo concluse, ma soprattutto ha voluto schiacciare la minoranza. Il metodo suo e dei suoi più stretti collaboratori non è quello definito da Bersani come Boffo, ovvero fatto di attacchi di delegittimazione personale. Sicuramente, non è neanche “buffo”, come lo ha etichettato Renzi nella sua replica. Infatti, c’è molto poco da ridere quando l’opposizione viene confinata in un angolo, schiacciata e accusata di vivere di “memoria senza speranza” che è solo “nostalgia, polvere e cenere”. Valorizzare le idee, gli apporti, i contributi, le critiche dell’opposizione è, da sempre, la qualità migliore dei leader democratici.
Emarginare l’opposizione, in qualsiasi bocciofila e, a maggior ragione, in un partito è un’operazione nient’affatto democratica e ancor meno positiva per il partito e per le sue riforme. Questo è, dunque, il punto forse dolente, sicuramente delicato. Le riforme, l’art. 18 è soltanto il più recente esempio, ma nessuno può avere dimenticato quello che è successo in occasione della trasformazione (non “abolizione”) in prima lettura del Senato, e può sottovalutare quello che avverrà quando la legge elettorale arriverà per l’appunto in Senato (con le molte prevedibili variazioni da introdurvi), si fanno più incisivamente, più rapidamente, più efficacemente dimostrando l’irrilevanza del 25 per cento circa dei componenti del partito e di molti parlamentari democratici? Sembra che il messaggio che Renzi intende mandare non soltanto ai suoi oppositori nel PD, ma ai non meglio identificati poteri forti sia soprattutto che lui comanda al partito e decide le riforme che imporrà poi ai suoi parlamentari. Anche senza entrare nella critica puntuale all’adeguatezza e alla qualità delle riforme, è giusto chiedersi se la strategia dell’imposizione giovi non soltanto alla possibilità di approvazione parlamentare di quelle riforme, ma anche alla loro traduzione sociale ed economica. Con il sostegno, oramai davvero esplicito, del Presidente della Repubblica, come certificato da alcuni giornalisti che ottengono notizie direttamente dal Quirinale, Renzi va avanti. Resta da vedere se le riforme lo seguono davvero e producono gli effetti sperati, non sempre chiaramente delineati. Se quegli effetti non seguono, la colpa non sarà dei tecnocrati, disprezzati dal Presidente del Consiglio, ma della sua politica e dei politici al governo.
Pubblicato AGL 1°ottobre 2014
Consulta e CSM ora un passo indietro
Sia la Corte Costituzionale sia il Consiglio Superiore della Magistratura sono organismi importanti nell’architettura del sistema politico italiano. Entrambi hanno compiti di rilievo già in tempi normali. Quando poi il governo intende, da un lato, riformare in più punti la Costituzione, dall’altro, attuare una ristrutturazione del sistema giudiziario, tanto la composizione della Corte quanto quella del CSM sono destinate a contare moltissimo sulla qualità e sui tempi delle riforme. In particolare, la Corte potrebbe essere nuovamente chiamata a valutare se la riforma elettorale proposta da Renzi risponde a tutte le pesantissime obiezioni con le quali i giudici costituzionali hanno sostanzialmente distrutto la legge vigente, detta Porcellum, a suo tempo formulata dall’allora Ministro delle Riforme Istituzionali Sen. Calderoli che incomprensibilmente riappare oggi fra i riformatori della sua riforma. In qualche modo, faticosamente e lentamente, il Parlamento sta arrivando al traguardo con l’elezione dei componenti non togati, ma forse non abbastanza “laici”, visto che alcuni sono parlamentari in carica, del prossimo Consiglio Superiore della Magistratura. Lo stallo per l’elezione dei due giudici costituzionali appare, dopo otto votazioni, piuttosto grave.
Preso atto dell’opposizione all’interno del partito stesso, Forza Italia, che lo aveva designato, uno dei candidati si è, molto a malincuore, dovuto ritirare. E’ stato rimpiazzato da un parlamentare potente, Donato Bruno, mentre il candidato del Partito Democratico, a sua volta parlamentare di lunghissimo corso (dal 1979 al 2008) e Presidente della Camera dal 1996 al 2001, Luciano Violante resiste. Adesso, in maniera del tutto irrituale, è sceso in campo anche il Presidente della Repubblica. Le parole di Giorgio Napolitano: “no a immotivate preclusioni” suonano come un sostegno neppure tanto implicito ai due candidati attualmente in lizza. Meritano, pertanto, attenzione e, credo, anche qualche osservazione critica. Non è possibile dire se la mancanza di due giudici in una Corte composta da quindici giudici ne pregiudichi il funzionamento. Nel passato, alcuni giudici hanno fatto sapere che, salvo in rari momenti di urgenza, la Corte può svolgere il lavoro di routine anche senza plenum. Legittimamente, il Presidente Napolitano desidera che tutti gli organismi costituzionali siano costituiti come si deve. Il suo intervento, però, suona sostanzialmente come una critica ai parlamentari, più di un centinaio, i quali, da una parte e dall’altra, si rifiutano di votare candidati “loro” o dell’altro partito. Napolitano sostiene che quelle preclusioni sono “immotivate”. Lui stesso apre con questo aggettivo un discorso complesso e importante.
E’ molto probabile che coloro fra i parlamentari che non votano Violante e non votano Bruno manifestino preclusioni, ma è altrettanto probabile che saprebbero motivarle. Oltre ai profili esageratamente partitici dei due candidati, che la stampa ha ripetutamente documentato, molti parlamentari potrebbero farsi forti di due argomentazioni. La prima è che i due candidati sono stati loro imposti e che il metodo di selezione, utilizzato a Largo del Nazareno e ad Arcore, non è risultato chiaro a nessuno. Insomma, per cariche tanto importanti sarebbe opportuno fare ricorso alla seppur fragile democrazia che dovrebbe esistere nei partiti. La seconda argomentazione è che parecchi di loro sarebbero perfettamente in grado di motivare la loro opposizione che, spesso, non è affatto “preclusione”, ma che, purtroppo, in questi casi (ma anche in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica), il Parlamento diventa un grande seggio elettorale e non un luogo di dibattito aperto e trasparente sulle qualità richieste ai candidati per ottenere quelle carche.
Insomma, il Presidente Napolitano sembra chiedere ai parlamentari di obbedire ai dirigenti dei loro partiti applicando gli accordi raggiunti in alto loco. I parlamentari dicono, con l’unico strumento che hanno a disposizione: il voto/non voto, che qualcosa non va e che quegli accordi non hanno prodotto il meglio. Forse toccherebbe ai candidati rinunciare a una estenuante elezione, che sarà comunque risicatissima, e a risolvere l’impasse con una nobile dichiarazione di ritiro, s’intende, ben motivato.
Pubblicato AGL(Agenzia giornali locali, Gruppo editoriale l’Espresso) 18 settembre 2014
La Costituzione più bella?
Non aderisco mai ad appelli allarmisti e meno che mai a quelli che dicono che qualsiasi riforma della Costituzione si trova nel Piano di Rinascita della P2 oppure nei progetti della Cia. Più preoccupato sono dall’improvvisazione, dalla carenza di cultura politica e giuridica, dall’insostenibile tendenza al pasticcio pseudo-riformatore e alla incomprensione di che cosa sia davvero in una Costituzione democratica. Non soltanto norme giuridiche, ma un sistema architettonico fatto di diritti e di doveri, di freni e di contrappesi, di una visione di sistema politico e di società: nulla di tutto questo sanno né Renzi né Boschi né, apparentemente, i loro sdraiati costituzionalisti di riferimento(e qui colloco tutta la mia invidia di Gp, Gufo Professore). La riforma del Senato, brutta e senza senso plausibile, squilibra il sistema. La proposta di legge elettorale è soltanto un porcellinum che la Corte Costituzionale boccerà(ovvero dovrebbe). I rapporti fra Parlamento e Governo non miglioreranno. Al cittadino sovrano non viene restituito neanche un pezzetto di scettro. Ad un presidente della Repubblica, che si comporta di fatto, spesso per necessità, come Presidente semi-presidenziale, non si pone nessun argine giuridico, nel retropensiero che il prossimo Presidente, anzi, la prossima Presidente, sarà scelta, eletta e controllata dalla maggioranza di governo artificialmente prodotta dal cervellotico premio di maggioranza. Ah, les Italiens! Per fortuna che, mentre i sedicenti liberali italiani tuonano contro lobby, lacci e lacciuoli, c’è l’Unione Europea (e, qualche volta, anche se con eccesso di estremismo poco costituzionale – i Costituenti avrebbero da tempo proceduto a cambiare parecchio, anche nella prima parte: art. 7, art. 21, art. 39-40 – c’è anche il Fatto Quotidiano).
Pubblicato il 6 settembre 2014
Nuovo Senato: rumore e sostanza
Sarebbe sbagliato liquidare la riforma del Senato affermando con William Shakespeare “molto rumor per nulla”. Il rumore c’è stato, forte, non soltanto per colpa dell’ostruzionismo degli oppositori, ma anche della cattiva conduzione del Presidente del Senato fin troppo pressato dal governo e dal Partito Democratico. Senza essere epocale, la riforma del Senato ha sostanza. Evitando un lessico sbagliato – il bicameralismo italiano non è affatto perfetto, ma paritario-, il Ministro Boschi ha ottenuto la necessaria differenziazione fra le due Camere. Lo ha fatto in maniera farraginosa con un esito in parte criticabile, ma migliorabile nelle prossime letture, andando nella direzione di una Camera che rappresenti le autonomie territoriali. Nessuna seconda Camera nelle democrazie parlamentari europee dà (né toglie) la fiducia al governo. Nessuna seconda Camera è elettiva. La più forte e meglio funzionante delle seconde camere è certamente il Bundesrat che meritava di essere imitato: 69 rappresentanti nominati tutti dalle maggioranze che hanno vinto in ciascun Land. La composizione del Senato italiano delle autonomie sarà, invece, alquanto eterogenea e confusa: 74 rappresentanti dei Consigli regionali, alquanto squalificati dai troppi scandali, 21 sindaci, scelti da quegli stessi consigli, 5 senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica, più, almeno transitoriamente (auguri di lunga vita), gli attuali senatori a vita e gli ex-Presidenti della Repubblica.
Persa la fiducia, il Senato delle autonomie avrà competenze nelle materie regionali (da definirsi con più precisione una volta riformato il Titolo V della Costituzione), sui diritti, sulle modifiche costituzionali, sulla legge di bilancio che potrà rinviare alla Camera dei deputati per il voto definitivo. I nuovi Senatori parteciperanno all’elezione del Presidente della Repubblica. Tuttavia, non è ancora stato stabilito da chi sarà composta l’assemblea di quegli elettori. Il grande rischio è che, fra i nominati dai Consigli regionali e, se l’Italicum non introdurrà il voto di preferenza, i deputati nominati dai partiti, per di più con il partito o la coalizione vittoriosa, “premiata” con un centinaio di seggi aggiuntivi, emerga una maggioranza pigliatutto. La proposta di includere anche gli Europarlamentari nell’assemblea che eleggerà il Presidente della Repubblica non è stata accettata, ma sarà riconsiderata alla Camera. A mio parere, cambierebbe poco. Meglio sarebbe stato accettare la proposta di elezione popolare diretta del Presidente (un modo per dare potere a un elettorato al quale se ne sta togliendo parecchio) sia come norma sia dopo tre votazioni parlamentari inconcludenti consentendo il ballottaggio di fronte all’elettorato fra i due candidati più votati. La riforma approvata sancisce finalmente l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, da anni ente tanto inutile quanto costoso, e delle provincie.
Approvata da 183 Senatori sui 321 che hanno diritto di voto (315 più 5 senatori a vita più un ex-Presidente della Repubblica), a questo stadio la riforma, non avendo ottenuto i due terzi dei voti favorevoli, potrebbe essere sottoposta ad un referendum costituzionale facoltativo. Male fanno sia il Ministro Boschi sia il Presidente del Consiglio Renzi ad affermare che, comunque, il governo chiederà (sicuro di vincerlo) il referendum. Chiesti dal governo, i referendum diventano sgradevoli plebisciti. Dovranno, se lo desiderano, chiederlo un quinto dei parlamentari di una Camera (quindi anche gli attuali Senatori) oppure 5 Consigli regionali oppure 500 mila elettori. Il governo ha rinunciato, almeno temporaneamente, ad aumentare il numero di firme per chiedere i referendum e ha consentito l’introduzione del referendum propositivo con il quale i cittadini “scrivono” una legge da sottoporre a tutti gli elettori. Seppur parecchio pasticciata, la modifica della composizione e dei compiti del Senato è una riforma accettabile. Tuttavia, la sua combinazione con una legge elettorale alquanto brutta dovrà essere effettuata tenendo in grande considerazione i freni e i contrappesi da porre a chi vince e aumentando il potere degli elettori.
Pubblicato AGL 9 agosto 2014
Scontento a cinque stelle

dal mensile mondoperaio n 7/8 luglio/agosto 2014
Nelle elezioni europee del 25 maggio 2014 il Movimento Cinque Stelle ha perso circa due milioni e mezzo di voti rispetto a quelli ottenuti nelle elezioni politiche del febbraio 2013. Tirare in ballo la diminuita percentuale di votanti non cambia la sostanza. Infatti, nel migliore dei casi significa che una parte rilevante degli elettori del 2013 del Movimento hanno deciso di astenersi, vale a dire di non ripetere il loro voto di poco più di un anno prima. I voti contano e si debbono contare. Peraltro, sappiamo che, se il Movimento non fosse stato presente sulla scheda nel febbraio di un anno fa, una percentuale non marginale di elettori non sarebbe andata alle urne. Quindi, il loro “non ritorno”, nonostante l’esistenza di un’offerta politica a Cinque Stelle abbondantemente pubblicizzata, ha un chiaro significato politico. Per quanto fin troppo facili esistono due spiegazioni essenziali per la perdita di voti da parte del Movimento. La prima è che, dagli ex-elettori delle Cinque Stelle come da molti altri italiani, le elezioni europee sono considerate molto meno importanti delle elezioni politiche. Tuttavia, nel caso del Movimento, la violenta campagna di Grillo contro l’Unione Europea e la sua sfida agli altri partiti, in particolare, il PD, superato il quale di un solo voto, il Movimento avrebbe chiesto elezioni anticipate per mandare tutti (il Presidente Napolitano compreso) a casa, avrebbe dovuto mobilitare gli elettori “contro”. La seconda spiegazione è che nel Parlamento italiano e nella società, addirittura nei mass media che, pure, hanno dato enorme e abnorme spazio a qualsiasi elucubrazione, meglio se contorta e assurda, dei grillini, si è diffusa la sensazione che finora i deputati e i senatori delle Cinque Stelle abbiano offerto poca e mala rappresentanza degli interessi e delle preferenze dei loro elettori. Inevitabilmente, questa delusione si è tradotta in astensione. In altri tempi si sarebbe parlato di “voti in libera uscita”. A giudicare dalla percentuale di volatilità (volubilità) elettorale -quasi il 40 per cento degli elettori del febbraio 2013 aveva votato un partito differente rispetto alle elezioni precedenti-, siamo di fronte a una grande quantità di voti che sono in “libera circolazione”. Vanno, non dove li porta il cuore, ma dove li porta l’ira (e qualche volta l’ignoranza) nei confronti dei politici e della politica spoliticata. Quei voti, quegli elettori continueranno, ancora per qualche tempo, fintantoché il sistema dei partiti non si consoliderà in maniera decente, ad andare in giro fra le varie liste. Approderanno temporaneamente un po’ dappertutto, disposti a sperimentare qualsiasi “nuovo che avanza” (anche Matteo Renzi rientra in questa categoria), pronti a cambiare alle prime dolorose fitte provocate dall’ inadeguatezza degli eletti e dallo sconforto personale. Non mancherà nulla di tutto questo nei prossimi mille giorni, l’arco di tempo che, non più tarantolato dalla velocità giovanil-futurista, si è dato il Primo Ministro Renzi.
Naturalmente, i grillini, fra i quali metto un po’ di tutto: Grillo e Casaleggio, i parlamentari, gli attivisti e gli elettori, molti redattori e lettori del “Fatto Quotidiano”, qualche giornalista de “la Repubblica” e del “Corriere della Sera”, esultano per la conquista di Livorno, e ne hanno buone ragioni. Il doppio turno, ballottaggio oppure aperto, consegna agli elettori notevole potere. Prima a Parma poi a Livorno ne hanno fatto ottimo uso. Però, insieme a grandi opportunità, il doppio turno comporta altrettanta incertezza. Eh, no, l’incertezza non è quello che desiderano i grillini (ma non la vogliono neppure Berlusconi e neppure Renzi) che hanno prodotto, non sappiamo su quale base, con quali riferimenti, utilizzando quali testi e quali esperienze (però, non dovrei fare queste domande, imbarazzanti anche per la Ministra Boschi e per i suoi referenti), una proposta di legge elettorale sostanzialmente proporzionale con qualche ammennicolo per dare e per togliere preferenze ai candidati. Non importa entrare nei particolari salvo rilevare che tutte le leggi elettorali proporzionali contengono tre elementi. Primo, sono, per così dire, difensive. Impediscono a qualsiasi partito di vincere molto (e, comunque, attutiscono l’avanzata anche di chi cresce); consentono a chi perde di perdere poco; facilitano ad entrambi la scelta di non rischiare. Insomma, sono del tutto estranee alla logica dei sistemi elettorali maggioritari: winner takes all (che significa tutto il potere politico-decisionale, fatta salva l’autonomia delle istituzioni non governative, non tutta la roba, tutte le cariche, tutta la comunicazione politica). Con i sistemi proporzionali chi vince prende abbastanza (enough) potere, il resto se lo deve conquistare con proposte e accordi. Dunque, dalla loro preferenza per una legge elettorale proporzionale dobbiamo desumere che Grillo e gli attivisti del Movimento hanno silenziosamente messo da parte la loro smodata (sproporzionata!) ambizione, anche soltanto propagandistica, di diventare il partito di maggioranza assoluta. Vogliono tutelarsi per il futuro cosicché la loro proposta di proporzionale serve soprattutto, forse esclusivamente, a questo obiettivo. Il secondo elemento che tutte le leggi elettorali proporzionali contengono è una netta, forte, sostanzialmente irresistibile, spinta alla formazione di governi di coalizione. Anche con questo riferimento potremmo, dunque, interrogarci se Grillo e Casaleggio non abbiano finalmente deciso di fare politica, ovvero di passare dal “rumore e dal furore che non significano nulla ” (di politicamente rilevante) a esibire un po’ di “metodo nella follia” (tutta farina di Shakespeare).
La richiesta di incontro con il Partito Democratico, tardiva, ma non fuori tempo massimo deve, però, essere eletta anche come un segnale di debolezza. Qualcuno fra i parlamentari e gli attivisti ha capito, quindici mesi di irrilevanza hanno portato qualche consiglio, che con il Partito Democratico, se non lo si sorpassa e distrugge, bisognerà negoziare. Quanto abbiano ottenuto o otterranno non è possibile stabilire al momento. Al massimo è possibile dire che hanno creato un precedente e che i passi successivi potranno essere più facili, magari anche più produttivi.
Il problema dei grillini, i quali, finora, non hanno, fatta salva qualche distorsione del dibattito politico, contato quasi niente, è soltanto come uscire dal non splendido isolamento? Poco meno di una ventina di deputati e senatori hanno già votato con i piedi. Se ne sono andati dai loro gruppi parlamentari, inutilmente inseguiti dagli insulti di alcuni colleghi e dei sempre connessi sul web (ma totalmente sconnessi dalla politica). In verità, si direbbe che Grillo e Casaleggio non abbiano la minima idea di come entrare in gioco. Galleggiano a tentoni, adesso con la legge elettorale, prossimamente con qualsiasi incidente di percorso che la politica italiana offrirà e che il governo, in particolare, alcuni ministri/e incompetenti, riusciranno a provocare. Non tutti quegli incidenti e non sempre potranno essere risolti dal Presidente della Repubblica. Qui entrano in gioco alcuni fattori strutturali che l’effervescenza della politica italiana fa troppo spesso dimenticare ai commentatori e agli stessi politici. Il primo fattore strutturale è rappresentato dal declino di Berlusconi e dalla frammentazione del centro-destra.
Incapace di affrontare il problema fisiologico della sua successione, ma tuttora capace, grazie anche ai suoi pretoriani (il cerchio magico del risotto di Arcore), di impedire il ricorso a qualsiasi procedura anche vagamente democratica, Berlusconi sta trascinando a fondo Forza Italia e l’intero centro-destra. Parte consistente degli elettori cosiddetti moderati semplicemente non gli crede più, ma non pochi di quegli elettori, per il momento a livello locale, fanno qualche convergenza strategica sui candidati delle Cinque Stelle (da Parma alla citata Livorno). Lo sfaldamento del centro-destra spalanca praterie nelle quali anche le Cinque Stelle potranno fare incursioni. Il secondo fattore strutturale lo esprimo facendo ricorso a un detto inglese e capovolgendolo. Poiché nulla ha successo come il successo (nothing succeeds like success), allora la mancanza di successo produce altri insuccessi. Per di più, essendo il Movimento Cinque Stelle assolutamente personalistico, se il suo leader non s’inventa qualcosa di nuovo e di efficace, il declino, lento, oppure drastico, a seconda delle circostanze, è assicurato. Anche i migliori dei giullari perdono la verve, diventano ripetitivi e vedono le loro energie fisiche (e mentali) deperire. Il Movimento da loro creato, alimentato, ma mai consolidato, rischia lo sfaldamento oppure, non so se dire nel migliore o nel peggiore dei casi, finisce per diventare un partitino panda eventualmente protetto dalla proporzionale. Nessun giullare ha eredi designati/bili alla sua altezza. Non basteranno né i meet-up né le consultazioni on-line a risolvere il problema della leadership del Movimento Cinque Stelle.
Il terzo fattore davvero strutturale è rappresentato dalle eventuali, ma probabili perché promesse, dimissioni di Napolitano. La clausola che attiverà le dimissioni del Presidente è quella delle riforme fatte, in special modo la riforma elettorale. Paradossalmente, Grillo dovrebbe contribuire all’approvazione della riforma elettorale sperando di inserirsi nell’elezione presidenziale prossima ventura, magari con esito migliore di quella dell’aprile 2013. Naturalmente, imparata la lezione, potrebbe farlo andando a una discussione preventiva delle candidature presidenziali, non soltanto con gli attivisti, ma, soprattutto, con quello che è il gruppo parlamentare più grande, ovvero il Partito Democratico.
Senza esagerare nell’attribuire raffinata consapevolezza politica ai grillini e ai loro capi, ma neppure al circolo giovanilistico giunto alla guida, pardon, al comando del Partito Democratico, entrambe dovrebbero sapere che si stanno giocando due partite. La prima è quella, classica in Italia e molto nota, dell’esercizio dei poteri di ricatto, di condizionamento, di intimidazione. Grillo sente che questa partita la sta perdendo, ma non sa quali sono i costi del giocare fino in fondo la partita della coalizione che comincia con la dimostrazione di disponibilità. La seconda partita molto più importante e molto più difficile per tutti (meno che, al momento, per Renzi), è quella della ristrutturazione del sistema partitico e della competizione politica. Il termine che gli italiani utilizzano per la seconda partita è bipolarismo. Se Grillo si chiama fuori, e chiama fuori i suoi cacciando fuori i dissenzienti, il rischio è che le grandi intese continuino stancamente riproducendosi a scapito di scelte politiche limpide, responsabilizzate, valutabili dagli elettori. Se Grillo mette i piedi nel recinto della politica competitiva, il suo movimento rischia, proprio così, un ruolo, più incisivo dell’attuale, ma inevitabilmente subordinato al 40,8 per cento del Renzi vittorioso. Aspettare tutta la legislatura per scegliere e agire di conseguenza non si può. Scelta e non scelta annunciano l’ arrivo dell’inverno dello scontento di molti grillini.


