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La luna in cielo e la coscienza in Senato

Me li ricordo bene quei cento parlamentari laburisti che una decina di anni fa scattarono in piedi uno ad uno a Westminster per negare il voto al loro popolarissimo giovane e veloce Mr Prime Minister che imponeva al Regno Unito di andare in guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. No, quella guerra non era stata decisa in nessun Congresso di partito. Non era stata preannunciata in nessuna campagna elettorale. Non era neppure (sic) soltanto un problema di coscienza, che, secondo la vice-segretaria del PD non si può chiamare in causa quando si riforma quel piccolo particolare che si chiama Costituzione. I parlamentari laburisti che, senza ombra di dubbio, ne sanno più di Serracchiani, Guerini e Moretti, sostenevano la loro coscienza con la scienza: non c’erano prove convincenti dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Sarebbero arrivate con gli americani di quel genio di Bush.
Non siamo inglesi. Qualcuno, però, potrebbe, studiando, cercare di diventarlo. Allora, impareremmo che la disciplina di partito può essere invocata su tutte le materie contenute nel programma elettorale con il quale quel partito (che, incidentalmente, non era ancora il “partito di Renzi”) ha chiesto e ottenuto voti, ha eletto parlamentari e ha avuto un mandato. Sì, il partito, e quindi il suo leader, ha avuto un mandato a tradurre quel programma, non le cose che si sono inventate i renziani e i loro costituzionalisti fiancheggiatori, in politiche pubbliche. Sì, chi dissente dalle politiche pubbliche che discendono dal programma del partito deve essere richiamato alla disciplina di partito, cum grano salis (espressione che non si ritrova né negli episodi di Peppa Pig, ma me ne faccio subito una ragione, né nella narrazione di Telemaco). No, la disciplina di partito non può esistere né quando si votano le persone, a maggior ragione se si tratta del Presidente della Repubblica, il quale non rappresenta un partito, nessun partito, ma l’unità nazionale (lo dice la Costituzione), o si tratta dei giudici costituzionali, nè quando si cambia la Costituzione.
Già, è durissima pensare che i parlamentari dissenzienti, tutti, come i loro colleghi sdraiatamente acconsenzienti, nominati da tre o quattro dirigenti di partito e da loro, in percentuali sicuramente diverse, rinominabili, siano in grado di farsi forti di una loro personale rappresentanza politica di elettori che condividano posizioni e preferenze che non hanno potuto esprimere nella campagna elettorale e che neppure possono andare a spiegare (e non soltanto perché sono francamente inspiegabili!) con la legge elettorale vigente e con quella prossima (s)ventura. Però, se la loro “scienza”, ovvero la conoscenza della Costituzione, è superiore a quella dei ministri di Renzi e dei suoi vice-segretari (in verità, non sembra volerci molto), allora bisognerà/ebbe tenerne conto. La scienza si accompagna, Serracchiani #stiaserena, alla coscienza poiché cambiare le regole del gioco costituzionale imponendo ai cittadini una chiara, netta e brutale riduzione di rappresentanza è effettivamente un problema, una scelta che riguarda proprio la coscienza. Soltanto parlamentari incoscienti e senza scienza, quindi preda dei costituzionalisti di Boschi e Renzi, e, loro sì, inclini a pensare in termini di indennità che solo il voto richiesto continuerà a garantire, possono votare un pasticcio che squilibrerà insieme all’Italicum (mai preso in considerazione il Tedescum? e l’ottimo Gallum di Astérix?)* tutta l’architettura costituzionale. Verranno ricompensati. Forse dovrei dire meglio: “indennizzati”, proprio perché non avranno dato buona prova di sé. No, davvero, non sono inglesi. Non corrono il rischio di diventarlo. Sono renziani.
*Peccato che quei “simulatori” del “Corriere della Sera”, 14 luglio, p. 8, non facciano riferimento a nessuno dei due sistemi elettorali che funzionano meglio in Europa.
Gianfranco Pasquino, probabilmente non è Professorone, sicuramente è Emerito di Scienza Politica, Università di Bologna. Per fortuna sua e di altri, non è mai stato preso in considerazione né per i Saggi né per i consessi dei costituzionalisti di riferimento.
Pubblicato il 16 luglio 2014 su Gazebos.it
Damocle senza spada

Il testo di riforma del Senato che pone fine al bicameralismo italiano paritario (per carità, si smetta di definirlo “perfetto”) è sicuramente perfezionabile. Appunto. Mi limito ad un paio di piccole osservazioni e ad un’osservazione più importante. I cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica (in base a quali criteri?) per sette anni (affinché, presumo, ogni Presidente goda di questo privilegio) c’entrano come i cavoli a merenda se il Senato deve diventare camera di rappresentanza delle autonomie. Seconda osservazione: anche i sindaci, in qualsiasi modo saranno selezionati, hanno pochissimo a che fare la logica delle autonomie, peraltro malintesa anche se, fortunatamente, il prossimo Senato seppellirà il discorso sul federalismo degli opportunisti (i leghisti e tutti coloro che per più di un decennio li hanno inseguiti lungo una strada che non portava da nessuna parte). L’osservazione a mio vedere più importante riguarda il potere e il prestigio di una camera di second’ordine, pardon, di elezione indiretta, alquanto pasticciata nel testo (nient’affatto modellato sul virtuoso Bundesrat) che sarà in aula lunedì.
Passata la, probabilmente non elevata, eccitazione di farne parte per la prima volta, i neo-senatori si chiederanno che senso ha il loro doppio lavoro (dopolavoro?), rivendicheranno poteri, cercheranno di farsi valere nei confronti di quanto viene fatto dalla Camera dei troppi deputati. Alcuni di loro si adopereranno con voti, azioni e omissioni per essere ri-selezionati dai capi dei partiti regionali. Dopodiché: altro che assenza di vincolo di mandato! Dalla discussione nell’aula del Senato che c’è vedremo se l’esistente assenza di vincolo di mandato informa i comportamenti dei senatori, che non sono né gufi né cinesi di qualsiasi dinastia e che non possono mai, ma proprio mai, essere richiamati ad una ferrea disciplina di partito che non può assolutamente essere imposta in materia di riforme costituzionali. Due letture delle due camere saranno lunghe e, si spera, feconde, senza ultimatum privi di senso e di prospettive. Temo che urgenze e scomuniche traggano cattivo alimento dall’inquietante partenza della riforma sia della legge elettorale sia del Senato.
A volte sembra che quello che conta, come si affannano a spiegarci troppi commentatori che non se ne intendono, è se il patto del Nazareno tiene piuttosto che se le riforme sono buone, funzioneranno, non produrranno squilibri, ma semplificazioni controllabili, verificabili, migliorabili. Ancora più inquietanti sono i messaggi non tanto subliminali che vengono dai collaboratori del principale contraente del patto con il non ancora Presidente del Consiglio Renzi. Come contropartita, non esplicitamente richiesta, del suo operare da genitore delle riforme (“padre della patria” mi sembra un tantino esagerato)per il paese che ama, Berlusconi si attende una qualche forma di salvacondotto o grazia o indulto. Sono vago come le sue non formulate richieste che qualcuno, sicuramente “demonizzatore”, ardirebbe definire impunità. Il passare del tempo e, forse, il cumularsi di sentenze a lui sfavorevoli consentono ai suoi consiglieri e al suo Giornale di ventilare il ritrarsi di Berlusconi dal patto del Nazareno se non ne scaturirà qualcosa di positivo per lui.
Quel patto non diventerà comunque, né per Renzi né per coloro che vogliono le riforme, un patto di Damocle poiché la spada berlusconiana è quasi priva della forza che soltanto gli elettori, declinanti, potrebbero conferirgli. Bruttissima, però, rimane, se non la prassi, la supposizione che il patto contempli uno scambio: accettazione delle riforme (in particolare della proposta di riforma elettorale che è la più simile alla legge da lui voluta nel 2005) in cambio di interventi incisivi, decisivi a suo favore, sulla giustizia, meglio sui giudici (i quali, dal canto loro, stanno facendo del loro meglio per buttarsi discredito l’uno contro l’altro, in qua e in là). Tutto alquanto deplorevole.
Pubblicato su l’Unità domenica 13 luglio 2014
La politica in carne e ossa
Provo regolarmente un certo fastidio quando leggo che per qualche carica pubblica, spesso politica, ci vorrebbe una donna. Come se ci fossero donne per tutte le stagioni, ovvero cariche, e come se le donne fossero fra loro intercambiabili. Quando l’augurio proviene dagli uomini penso subito che si tratti di finta generosità. Mostrarsi favorevoli alle candidature femminili non costa niente; anzi, sembra un grande segnale di apertura, di egualitarismo. Se, invece, sono le donne a candidare donne penso che sia anche un modo per acquisire consensi da parte di chi non ha il coraggio di presentare la propria autocandidatura. Da qualche tempo, da più ambienti si auspica che, addirittura (!), il prossimo Presidente della Repubblica sia una donna. Certo, al momento, la Presidenza del Consiglio sembra saldamente nelle mani di un uomo, per di più giovane. Restando in città è presumibile che, meglio prima che poi, qualcuno candiderà una donna al ruolo di sindaco, magari non dimenticando quanto avvenne disordinatamente nel 1999. Presto toccherà poi anche alla carica di Rettore. A me sembra, però, senza entrare nelle nient’affatto mediocri considerazioni sulle qualità degli aspiranti a cariche monocratiche elevate, che qualche requisito iniziale meriti di essere soddisfatto tanto dalle donne quanto dagli uomini. In primo luogo, è lecito diffidare dei novizi e delle novizie. Un minimo di esperienza, che spesso significa acquisizione di qualche competenza, appare utile anche per sgombrare i campi dall’affollamento di candidature. In secondo luogo, se vogliamo uscire dall’ipocrisia del “me l’hanno chiesto in molti”, allora è opportuno che si manifestino autocandidature di donne che affermino con grande fiducia in se stesse di avere le capacità per ricoprire la carica alla quale aspirano.
L’ambizione è, per gli uomini e le donne in politica, una qualità decisiva. Le ambiziose cercheranno di operare in maniera efficiente e responsabile poiché desiderano essere rielette. Concretamente, in Emilia-Romagna (e nel futuro prossimo a Bologna…) già si pone il problema della candidatura alla carica di Presidente della Regione. Dico subito che sarebbe un errore pensare che il segretario regionale del Partito Democratico si senta automaticamente il candidato a Presidente della Regione. Non vale a livello regionale quello che è utile a livello nazionale: il segretario del PD, ovvero del partito più grande della coalizione di governo, che diventa capo del governo. Plaudo alla autocandidatura alla presidenza della Regione di Simonetta Saliera, attuale vice-presidente. Trovo sconveniente che i renziani della seconda ora (quelli della prima ora sono numericamente quasi inesistenti) e quelli, molti, delle ultime ore, contrappongano l’argomento “vecchia contro nuova politica”. Una donna in politica che ha un curriculum e fiducia nelle sue qualità va giudicata, eventualmente contrastata, ricorrendo allo strumento di cui il Partito Democratico si è meritoriamente (nonostante il persistere di mugugni) dotato: le primarie. Saranno, dunque, gli elettori e i simpatizzanti a scegliere la donna, in carne e ossa, che desiderano candidare alla Presidenza della Regione. Non è né vecchio né nuovo. E’ democrazia.
Pubblicato sul Corriere di Bologna venerdì 20 giugno 2014
Il dissenso non cambia verso
Il passaggio, come si dice “armi e bagagli”, di alcuni parlamentari dal partito (o coalizione) nel quale sono stati eletti ad altro partito (o coalizione), spesso dall’opposizione al governo, ha in Italia una lunga e non apprezzata storia. Ha anche un termine specifico: trasformismo, praticamente intraducibile in altre lingue. Tuttavia, che i parlamentari dovessero godere di autonomia di giudizio e di voto, anche rispetto al loro partito e al loro governo, i Costituenti vollero sancirlo con grande chiarezza. “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (art. 67). In pratica e nella maggioranza dei casi, i parlamentari condividono la visione di società che ha il partito al quale appartengono e che li ha fatti eleggere e hanno l’obbligo di cercare di tradurre il programma presentato agli elettori (che li hanno votati) in leggi, in politiche pubbliche. I partiti e i loro gruppi parlamentari possono, di conseguenza, chiedere ai loro parlamentari di comportarsi e di votare in maniera disciplinata ogniqualvolta in questione sia l’approvazione di parti del programma. Dal canto suo, il parlamentare ha l’opportunità di comportarsi diversamente, richiamandosi all’assenza di vincolo di mandato, tutte le volte che le materie in discussione e in votazione esulano da quanto sottoposto all’elettorato. Sappiamo che la maggioranza dei parlamentari nella maggioranza dei casi appoggerà la linea del partito, ma l’art. 67 della Costituzione vuole garantire la libertà di voto proprio nei casi estremi.
Né sulla responsabilità civile dei giudici né sulla specifica riforma del Senato il programma del Partito Democratico contiene le misure che sono state sottoposte al voto, la prima nella Camera dei deputati (governo sconfitto), la seconda nella Commissione Affari Costituzionali (governo sull’orlo della sconfitta). In entrambi i casi, i dissenzienti del PD hanno il diritto di esprimere posizioni diverse da linee, per di più contraddittorie, di recente elaborazione e quasi sicuramente destinate a cambiare ancora. Aggiungo che nessuna disciplina di partito può essere imposta né tantomeno giustificata quando i parlamentari sono chiamati a votare su persone: dall’elezione del Presidente della Repubblica all’autorizzazione all’arresto di loro colleghi. Questi sono tipicamente voti in scienza, vale a dire sulla base delle conoscenze disponibili, e in coscienza, vale a dire con riferimento a valutazioni e sensibilità assolutamente personali. Chiamando traditori coloro che non votano i candidati e la linea del partito e giustificando la sostituzione in Commissione di senatori, come Corradino Mineo, che non appoggerebbero le scelte del partito, i dirigenti del PD si giustificano rifacendosi all’imperativo della disciplina di partito, ma, curiosamente, aggiungono un’altra motivazione da autogol.
Scelti dai dirigenti di partito ed eletti su lunghe liste bloccate e chiuse, tutti i parlamentari devono rispondere non ai loro elettori, che neppure li conoscono, ma esclusivamente a chi li ha nominati. Ovviamente, i parlamentari dissenzienti potrebbero ricordare che, costituzionalmente, rappresentano “la Nazione” e aggiungere che, non per colpa loro, sono stati scelti dai dirigenti del partito prima del febbraio 2013. Se ne potrebbe anche concludere che, se davvero si desidera un rapporto più stretto, efficace e trasparente, la proposta di riforma elettorale va subito cestinata e i collegi uninominali subito predisposti. Politicamente, piuttosto di reprimende ed eventuali espulsioni per i presunti “bambini capricciosi”, sarebbe opportuno che, da un lato, il dissenso fosse valorizzato come contributo a una democrazia vivace, dall’altro, che le politiche e le decisioni non fossero calate dall’alto, meno che mai negoziate in incontri bilaterali fra leader, ma costruite nei gruppi parlamentari acquisendo quel vasto consenso che ne consentirebbe poi un’efficace e rapida traduzione legislativa. Questo è l’unico modo per “cambiare verso” in meglio ai rapporti fra il PD e i suoi parlamentari e fra il governo e il Parlamento.
Pubblicato AGL 13 giugno 2014
La Presidente che vorrei
Si fa presto a dire che il prossimo Presidente della Repubblica dovrebbe (potrebbe) essere una donna. Per quel che mi riguarda (e che, ovviamente, non ha un’enorme influenza), l’ho detto e scritto e mi sono attivato fin dal 1999. Allora, cresciuta prepotentemente nell’opinione pubblica la candidatura di Emma Bonino, fu il segretario dei Democratici di Sinistra, Walter Veltroni a contrastarla stilando un elenco di caratteristiche, peraltro, ampiamente condivisibili, del futuro Presidente che servirono all’elezione di Carlo Azeglio Ciampi al primo turno di votazioni. Quando è Napolitano che auspica che sia giunto il momento di una donna al Quirinale, la prima tentazione è di chiedergli “fuori il nome” (o i nomi). Subito dopo, però, il segnale che si coglie nelle parole del Presidente è che, forse, ha l’impressione che l’opera delle riforme elettorali e costituzionali alle quali aveva collegato la accettazione della sua rielezione sia oramai sufficientemente avanzata da potere lasciare la carica. A me non pare che sia così, ma lo vedremo nei prossimi mesi.
Più chiaro è, invece, che il governo ha di fronte a sé, senza necessità di nessun aiutino dal Presidente, una buona fase di stabilità, vera e solida premessa della sostenibilità della sua azione riformatrice nel tempo. Addirittura, la coalizione di governo avrebbe anche i numeri per eleggere a maggioranza assoluta il prossimo, pardon, la prossima Presidente della Repubblica. Naturalmente, avendo molti dei grandi elettori (i segretari dei partiti) e dei non così piccoli elettori (i parlamentari e i rappresentanti delle regioni) acquisito la consapevolezza che non è sufficiente individuare un nome, neppure, anzi, tantomeno, se rappresenta uno schieramento politico, diventa decisivo presentare candidature precise e argomentarne le qualità. Parlare di abbassamento dell’età (riforma costituzionale non fulminea) per ampliare la platea delle donne (immagino “politiche”) che abbiano i titoli per quella carica elude i veri problemi. Mi piacerebbe rilanciare con l’elezione popolare diretta della prossima Presidente che consentirebbe a candidate coraggiose di confrontarsi fra loro e con gli elettori. Se si procedesse nella direzione del semipresidenzialismo, l’elezione diretta spalancherebbe larghe finestre di opportunità . In alternativa, ovvero rimanendo nell’ambito del parlamentarismo classico all’italiana, mi parrebbe essenziale procedere a un ampio dibattito sulle qualità presidenziali delle candidate.
Probabilmente, le dimensioni della vittoria “europea” del Partito Democratico di Renzi hanno chiuso la quasi ventennale fase in cui il Presidente della Repubblica si è spesso trovato a dovere effettivamente scegliere il Presidente del Consiglio con riferimento alla coalizione che garantisse di durare in carica almeno per un po’ di tempo. Ciò rilevato, non mancheranno alla prossima Presidente molti prevedibili problemi per la soluzione dei quali saranno indispensabili alcune qualità politiche pregresse già dimostrate. Dovrà sapere attentamente rilevare eventuali elementi di incostituzionalità nei disegni di legge governativi e in quelli approvati, magari fin troppo in fretta, dal Parlamento. Dovrà tenere in grande conto le eventuali obiezioni dell’opposizione ad azioni disinvolte di un governo e di governanti che si sentano fin troppo sicuri di un mandato popolare ampio. Dovrà procedere a molte nomine di grande rilievo: dai giudici costituzionali ai senatori nella nuova versione del Senato delineata da Renzi. Infine, perché così sta scritto nella Costituzione e così deve, ne sono convinto, continuare a essere, dovrà rappresentare davvero “l’unità nazionale” (art. 87). Non essere faziosa, parziale, “divisiva”. Soltanto se avrà queste qualità riuscirà anche ad esercitare quel modico tasso di moral suasion che serve a temperare e a conciliare conflitti e tensioni comunque inevitabili. Sono certo che, con molta calma, non soltanto, come ha fatto fino ad ora, con la sua azione, anche il Presidente Napolitano saprà arricchire con sagge parole il kit delle qualità richieste alla prossima Presidente della Repubblica. Avremo, allora, un’elezione/successione presidenziale relativamente facile e sicuramente utile per i cittadini e per il sistema politico.
Pubblicato sabato 31 maggio 2014
Grillo non vincerà le Europee e Renzi non cadrà. Parola del politologo Pasquino
l’intervista di Francesco De Palo pubblicata il 20 maggio 2014 su Formiche.net
E se Beppe Grillo vincesse le elezioni europee? E’ l’interrogativo che si sta ponendo Formiche.net in chiave ipotetica per comprendere i possibili effetti su istituzioni, governo e partiti di un’affermazione sonante del Movimento 5 Stelle il 25 maggio. Dopo l’opinione di Giuliano Cazzola (“si andrebbe al voto anticipato”), ecco l’analisi del politologo Gianfranco Pasquino che non scorge flagelli in vista per gli equilibri politici…
I Cinque Stelle non vinceranno alle elezioni Europee, Alfano non andrà male, il governo Renzi non cadrà e Berlusconi scenderà sotto il 20%.
E’ la previsione che affida a Formiche.net il politologo Gianfranco Pasquino, secondo cui non è nel novero delle possibilità una crisi di governo né tantomeno è ipotizzabile l’eventualità che il Colle immagini un cambiamento a Palazzo Chigi.
Cosa accadrebbe al governo se Beppe Grillo vincesse alle Europee?
I Cinque Stelle non vinceranno alle elezioni Europee, Alfano non andrà male, Renzi non cadrà e Berlusconi scenderà sotto il 20%, per cui dovrà leccarsi le ferite proprio per riconquistare la fiducia di Alfano e dei suoi, che saranno ringalluzziti dal 6% che potrebbero ottenere.
In caso di “pareggio” o comunque di buon risultato di Grillo, quali sarebbero i riverberi sulla maggioranza, sul Pd, sugli alfaniani e sulle larghe intese?
Grillo otterrà sicuramente un buon risultato, ma sarà irrilevante. Perché anche se dovesse prendere più del 25% non sarà in grado di far pesare quei voti. Potrà per assurdo anche andare sotto il balcone del Quirinale ma non otterrà proprio nulla. Il miglior risultato per Grillo potrebbe essere un Pd sotto il 30%, o un Ncd sotto il 4% ma la soluzione dello sconquasso non sarebbe nelle sue mani bensì in quelle del Colle. E senza dimenticare che comunque la maggioranza parlamentare resterebbe identica. Questo è un voto solo europeo. Per avere un riscontro, Grillo dovrebbe sperare che la maggioranza cambi, ciò che oggi non si verifica.
Giuliano Cazzola su Formiche.net ha osservato che se Grillo vincesse si andrebbe dritti ad elezioni anticipate. Che ne pensa?
No, è semplicemente sbagliato e sostanzialmente impraticabile. Non si potrà andare a un voto anticipato a maggior ragione se il M5S dovesse avere un exploit domenica prossima. Il quel caso il Presidente della Repubblica ricorderà loro che non sono stati capaci di votare una nuova legge elettorale, per cui come si potrebbe andare alle urne? Certamente provvederà a ricordare loro che dal primo luglio al 31 dicembre l’Italia ha il turno di presidenza europea, quindi non ci potrà essere alcuna crisi di governo.
A proposito di legge elettorale, è vero che l’Italicum è concepito proprio per fermare Grillo?
Intanto l’Italicum è concepito in maniera sbagliata, perché avvantaggerebbe Berlusconi e Renzi che potrebbero continuare a nominare i propri parlamentari. Si tratta di una legge mal fatta, che per di più rischia di favorire Grillo e spiego il perché. Se riuscisse finalmente a darsi un ordine a livello di coalizioni, magari al secondo turno passerebbe il M5S al posto di Forza Italia. Dunque la legge dovrà senza dubbio essere rivista dopo le Europee.
L’Italia è tornata a un bipolarismo muscolare con da una parte l’antisistema Grillo e tutti gli altri contro?
Abbiamo avuto in passato un bipolarismo balordo, ma per essere muscolare avrebbero dovuto avere i muscoli entrambi gli schieramenti, invece li ha avuti solo Berlusconi, che li mostrava fin troppo. Oggi abbiamo un tripolarismo di fatto ma se aumentasse il bipolarismo tra Renzi e Grillo, beh sarebbe un bipolarismo vocale più che muscolare.
twitter@FDepalo
La sostenibile lentezza delle riforme
Le riforme elettorali e costituzionali, non le fa, nonostante la sua affidabile cultura in materia, il Presidente della Repubblica. Proprio per la loro mancanza di cultura, che esibiscono quasi quotidianamente, non riusciranno a farle neppure Renzi e Berlusconi. Il loro tanto sbandierato accordo del Nazareno (absit iniuria verbis), al quale ciascuno rimprovera l’altro di non tenere fede, era fondato non sulla prospettiva complessiva di migliorare il funzionamento del sistema politico italiano e la qualità della nostra democrazia, ma sui vantaggi personali e particolaristici che i leader dei due partiti si proponevano. Adesso che i vantaggi sembrano essere di gran lunga più aleatori, anzi, quasi si sono già trasformati in svantaggi, uno dei due, ovvero Berlusconi, inevitabilmente è costretto a ripensarci. Quanto a Renzi, forse, sarà costretto a tornare, certo a tutta velocità, sui suoi passi dai senatori del Partito Democratico e, chi sa, anche dal Presidente Napolitano finora persino troppo silente su tematiche tanto delicate che attengono persino al suo ruolo e ai suoi compiti. Davvero il Presidente pensa che sia cosa buona e utile per il Senato che tocchi a lui nominare addirittura ventuno senatori e per gli ex-Presidenti, lui compreso, andare a fare il “deputato a vita”? Almeno questi elementi di folclore istituzionale dovrebbero essere subito cestinati.
Quel che non né possibile né auspicabile cestinare vuoi per la resuscitata Forza Italia (alla quale, ovviamente, Berlusconi cercherà di trovare non pochi alleati nel centro-destra) vuoi per il Partito Democratico di Renzi, è la riformetta elettorale pensata per produrre ampie maggioranze alla Camera dei Deputati. Adesso, poiché sembra più che probabile che le Cinque Stelle del Grillo riusciranno nell’evento epocale di diventare il secondo partito in occasione delle elezioni elettorali (e non è neppure il caso di sottovalutarne il potere attrattivo di altre “debolezze” politiche), logicamente Berlusconi non ci sta più e scopre l’incostituzionalità dell’Italicum tanto simile al suo affezionato Porcellum. Scopre anche, ma non era difficile farlo, che, persino a prescindere dalla sua elettività o no, la riforma del Senato è un pastrocchio che malissimo si concilia con una Camera consegnata a una maggioranza elettorale che potrebbe essere appena superiore al 37 per cento dei votanti. Dunque, nel gergo giornalistico, Berlusconi è pronto a fare saltare il banco. Ci è già riuscito nel passato.
In verità, per il momento Berlusconi vuole dimostrare che lui, anche se affidato mezza giornata alla settimana ai servizi sociali, conta su tutto il resto della settimana per i “servizi” politici e peggio per chi lo ha furbescamente recuperato quale interlocutore privilegiato. Vuole anche impedire a Renzi di vantarsi a scopi di campagna elettorale per il Parlamento europeo di avere già fatto l’importante riforma del Senato anche se sarà solo la prima lettura di quattro. Infine, dimostrata la sua perdurante influenza politica, Berlusconi vuole alzare il prezzo anche se ancora non sa che cosa gli potrebbe convenire vendere o scambiare. Se arrivasse malamente in terza posizione alle elezioni europee, allora vorrà quasi certamente dare l’addio all’Italicum e la riforma elettorale (che definirei il Sisiphum) dovrà ricominciare da capo (altro che andare ad impraticabili elezioni nel semestre italiano di Presidenza europea, come ventilano gli arrembanti renziani!) nella consapevolezza che ci sarebbe la grande opportunità di fare meglio. Insomma, in questo caso il tempo non è tiranno. Anzi, da un lato, consente di riflettere senza snobbare pareri autorevoli, fra i quali, mi auguro, ascolteremo alto e forte anche quello del Presidente Napolitano; dall’altro, incanala il dibattito e le soluzioni a tenere in grande conto che la riforma di un sistema politico non si cucina come uno spezzatino, ma richiede una visione sistemica. Non tutto il male, in questo caso rappresentato da un’ingiustificabile fretta, viene per nuocere, ma il bene, vale a dire, le buone riforme, bisogna, comunque, saperle congegnare con sostenibile lentezza.
Pubblicato AGL 27 aprile 2014
Dopo il voto, il rapporto di fiducia
Voto di fiducia, sì; rapporto di fiducia, mah?: questo è l’esito del doppio intervento del nuovo Presidente del Consiglio Renzi di fronte al Parlamento bicamerale italiano. Annunciatene la obsolescenza e la prossima estinzione, Renzi non poteva sperare di riscuotere grande successo di fronte ai Senatori. Molti non ne hanno apprezzato lo stile in parte deliberato in parte naturale, comunque poco consono a un capo di governo. Colto da pochi, il problema vero non era, però, di stile quanto di contenuti e, soprattutto, della molto carente sensibilità istituzionale da parte di Renzi. Contrariamente a troppe affermazioni errate, comprese la sua e quelle di alcuni suoi ministri, i governi parlamentari entrano in carica anche senza passaggi elettorali. Di recente, nel 2007, nella patria delle democrazie parlamentari, la Gran Bretagna, Gordon Brown succedette al (non più) potentissimo Tony Blair senza che nessuno chiedesse a gran voce elezioni anticipate. Il Cancelliere tedesco che ha il record di durata in carica fra i governanti europei del dopoguerra, Helmut Kohl (1982-1998), subentrò al socialdemocratico Helmut Schmidt grazie ad un voto di sfiducia costruttivo. Entrambi furono debitori della loro carica ai rispettivi Parlamenti. Entrambi stabilirono un rapporto di fiducia, rispettivamente, con la House of Commons e con il Bundestag poiché con il Parlamento intendevano lavorare.
I pochi applausi per Renzi al Senato sono stati cancellati dai molti applausi, come si dice con lessico parlamentare “da tutti i banchi”, ricevuti alla Camera dal rientrante Pierluigi Bersani e dal Presidente del Consiglio uscente Enrico Letta, fino a quella che è parsa quasi una prolungata ovazione quando i due dirigenti politici sconfitti da Renzi si sono abbracciati. Certamente, i voti che hanno poi confermato la fiducia al capo del governo contano, eccome, ma gli applausi per Bersani e Letta meritano di essere interpretati. Sono stati un omaggio alla serietà di due dirigenti politici, di due ex-ministri, di un Presidente del Consiglio che non hanno mai sminuito il ruolo del Parlamento, che hanno, al contrario, dimostrato di tenerlo in grande conto, che hanno costruito e mantenuto un rapporto di fiducia con i colleghi parlamentari e con l’istituzione parlamento. Fin dall’inizio, è sembrato, invece, che Renzi parlasse e, se posso permettermi, gesticolasse, non per informare e convincere i senatori e i deputati, ma per stupire con la novità, rappresentata, più che dal suo governo metà rosa, da lui stesso (il coniglio che si era tirato fuori dal cappello quasi da solo, come ha scritto spiritosamente, ma cogliendo un punto politico rilevante, il Direttore Landò, che cito senza piaggeria, ma con convinzione), i telespettatori. Volesse mandare sostanzialmente solo a loro il messaggio che proprio coloro che erano davanti alla televisione contano di più dei parlamentari. Sì, en passant, la televisione distorce i discorsi e i comportamenti parlamentari persino più dello streaming.
Invece, no: i parlamentari contano di più dei telespettatori proprio perché sono stati eletti da molti di quegli stessi telespettatori per rappresentare le loro preferenze e i loro interessi; per dare vita a governi stabili e operativi (e il lavoro comincia in Parlamento, non un noioso ostacolo cui sbarazzarsi, e lì ritorna); per controllare quello che i governi fanno, non fanno e fanno male; infine, per rendere conto di quello che loro stessi hanno fatto. Da cittadini sono stati eletti parlamentari per svolgere compiti importanti, spesso essenziali per il buongoverno (che non è mai il governo di una persona sola) e, se svolti con dedizione, gravosi. Allora, il rapporto di fiducia che deve intercorrere fra governo e parlamento non soltanto si esprime più negli applausi (calorosi) che segnalano stima, che nei voti, anche se, ovviamente, i freddi numeri debbono contare e valere, ma nel riconoscimento del ruolo delle istituzioni.
Renzi avrà più o meno successo dei suoi molti diversi predecessori. Parte del suo successo e di quello dei suoi ministri, donne e uomini, dipenderà dalla loro consapevolezza che le istituzioni sono importanti; meritano rispetto (espresso, per esempio, con almeno una citazione per il Presidente della Repubblica che ha facilitato la formazione del nuovo governo); svolgono il compito ineludibile di interlocutore per tutta l’attività del governo. Nella misura in cui ne sono capaci, e molti di loro sicuramente hanno le competenze necessarie, i parlamentari contribuiscono dalle file della maggioranza e dai banchi dell’opposizione (quella dialogante non insultante) a migliorare i provvedimenti del governo. La condizione è che si sia instaurato, nelle commissioni e in Aula, e venga preservato un rapporto di fiducia.
L’Unità 27 febbraio 2014
Dopo la ricreazione compiti europei
“La ricreazione è finita” ha dichiarato il Presidente del Consiglio Matteo Renzi dando inizio al suo Primo Consiglio dei Ministri. Mi sono subito chiesto chi negli ultimi quattro-cinque anni in Italia è riuscito a godersi il tempo della ricreazione: forse i ministri, quelli davvero nuovi, oppure, forse, soltanto lo stesso Presidente del Consiglio che pronuncia la frase con la quale De Gaulle pose fine al maggio francese nel 1968 indicendo elezioni anticipate che vinse alla grande. Dunque, tutti al lavoro a cominciare dal programma e dalle priorità che dovranno essere presentate lunedì all’esame di un Parlamento, speriamo severo e non vociante, capace di arricchirlo di contenuti e di affinarle. Quel programma, con le priorità, i costi e gli esiti previsti, perverrà subito all’attenzione della Commissione Europea e degli operatori economici internazionali. Per tutti costoro, Renzi è ancora sostanzialmente uno sconosciuto allo stesso modo della grande maggioranza dei suoi ministri, compresi quelli allo Sviluppo economico e al Lavoro e Welfare, con la sola di Pier Carlo Padoan.
Non so chi ha storto il braccio di chi nel lungo colloquio fra il Presidente della Repubblica che, secondo l’art. 92 della Costituzione, nomina il Presidente del Consiglio e “su proposta di questo, i Ministri. Vedo, però, che è sparita l’unica personalità che ha una statura e un prestigio europeo e internazionale di enorme rilievo: Emma Bonino. Naturalmente, adesso che deve mettersi a studiare al neo-Ministro Federica Mogherini, per fortuna non priva di una buona preparazione di base, non mancheranno le occasioni importanti, tra India ed Europa, per fare risaltare le sue capacità. Inevitabilmente, la ricerca di novità e il ricorso alla gioventù, entrambi elementi variamente apprezzabili, non possono accompagnarsi con l’esperienza. Purtroppo, chi legge le storie professionali e politiche dei neo-ministri, non può non trovarvi parecchie carenze sul piano europeo. Questo è tuttora un problema condiviso dalla maggioranza degli italiani i quali sono pronti a criticare sprezzantemente l’Unione Europea, conoscendo pochissimo quello che l’Unione è e fa per l’Italia. Anzi, meno la conoscono e più la criticano andando a ingrossare le fila degli euroscettici e degli euro contrari pronti a farsi ipnotizzare dai populisti.
E’ un fatto che le prime sfide economiche e politiche del governo si trovano fin da subito proprio in Europa. Certamente è possibile cominciare a mettere ordine nella casa italiana procedendo al ridimensionamento del debito pubblico, al taglio delle spese dello Stato, alla riduzione dei costi della politica, persino alla creazione di posti di lavoro e alla riqualificazione dei lavoratori (magari esplorando che cosa hanno già fatto i paesi europei “virtuosi”, ma una ripresa seria e sostenuta e una crescita effettiva del Prodotto Interno Lordo passano anche, forse in special modo, attraverso le politiche che saranno concordate a livello europeo, e grazie alla flessibilità che la Commissione (che non è soltanto la Germania) concederà a un governo e a ministri che dimostrino di essere credibili. Nel caso dei ministri italiani la loro credibilità europea non può essere misurata su quello che hanno fatto, ma esclusivamente su come presenteranno e come argomenteranno le politiche che intendono attuare. Proprio come vorrebbe Renzi, in Europa lui e i suoi ministri, donne e uomini debbono metterci la faccia.
La sfida economica è chiara, ma non ne ho sentito la piena consapevolezza. Chi sa se nel non-braccio di ferro Napolitano-Renzi, i due hanno avuto modo di parlarne. Comunque, non se ne vedono riflessi sulla composizione del governo. La sfida politica è altrettanto chiara e assolutamente inevitabile: le elezioni del 25 maggio dei parlamentari italiani al Parlamento europeo. Non sarà ovviamente un test decisivo, ma le percentuali ottenute saranno importanti non soltanto per il Partito Democratico, ma anche, complessivamente, per gli alleati di governo. A mio parere, conterà moltissimo l’impegno del governo e dei partiti che lo sostengono a fare opera di pedagogia politica, a spiegare l’importanza dell’Unione Europea, a inviare a Strasburgo-Bruxelles parlamentari non in “ricreazione” dalla politica italiana, ma impegnati a essere un costante tramite fra i cittadini italiani e le istituzioni europee. La sfida economica e la sfida politica stanno insieme. Il governo italiano avrà tanta maggiore influenza sulle politiche europee quanto più consenso avrà ottenuto nelle elezioni europee e, sconfitti i populisti nostrani, porterà a Bruxelles, persone, convinzioni, affidabilità.
Pubblicato su l’Unità 23 febbraio 2014


