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Non si fida dei dilettanti, non lascerà a breve
“Napolitano non mollerà il Paese nelle mani di incompetenti. Ma deve chiarire cosa farà in futuro”
Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi
Un passo avanti il Quirinale lo ha fatto: una nota, dove non si smentisce né si conferma, ma preferirei la chiarezza. Per ora siamo al campo delle ipotesi e io ho troppo rispetto per le istituzioni, non posso prendere per buono un retroscena”. Il professor Gianfranco Pasquino, politologo, in passato eletto come senatore nel centrosinistra, non crede alle dimissioni del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, entro fine anno, e comunque quello che non gli garba affatto è il metodo con il quale la notizia è arrivata.
Scusi professore, ma tutto sembra andare nella direzione che vuole il presidente dimissionario a fine anno.
Non direi. Fino a oggi devo basarmi sul retroscena di qualche quirinalista. Non sono abituato così. La presidenza della Repubblica è un passaggio troppo serio per essere affidato alle ipotesi o alle supposizioni. Questa è la mia prima esternazione.
Si getti anche lei nel campo delle ipotesi, per una volta: crede che Napolitano lascerà?
Se proprio devo azzardare dico di no, non si dimetterà entro breve. Il motivo è che non si fida di lasciare il Paese in mano a dilettanti sciagurati e preferisce rimanere. Questo ho sempre capito dalle sue parole. Ha sempre detto di avere a cuore la stabilità politica del Paese, dunque non gli resta che andare avanti. Poi se sono sopraggiunti altri motivi non lo so. Per questo dico che preferirei una nota ufficiale.
Mettiamo che lasci. Siamo ancora nel campo delle ipotesi.
La riflessione sarebbe più complessa. L’eredità che lascia Napolitano è ingombrante, probabile che vada ripensato anche il metodo di elezione del presidente della Repubblica.
Lei dice che è possibile pensare a un’elezione diretta del Capo dello Stato?
Napolitano, forse anche inconsapevolmente, o forse no, ha dimostrato che il presidente della Repubblica ha in mano un potere enorme. Questa è stata la missione del suo mandato. D’altronde, anche i più autorevoli costituzionalisti hanno sempre sostenuto che in caso di vuoto politico il Quirinale assumesse più poteri. E questo credo che sia accaduto. Ritengo possibile l’elezione popolare del Capo dello Stato. Sarebbe in linea con quello che abbiamo visto.
Ma il parlamento non perderebbe la sua più grande prerogativa? Quasi l’unica, visto che le leggi le fa il governo per decreto.
Intanto parliamo di un parlamento dimezzato, se dovessero andare avanti le riforme costituzionali. Per l’altra metà che prerogative dovrebbero avere? Sono una schiera di nominati, non sono stati eletti, sono stati scelti dai partiti.
Ma tecnicamente sarebbe possibile un passaggio del genere?
Basta aggiungere un articolo alla Costituzione senza toccarne altri, mi pare che le premesse ci siano.
Se dovesse fare una previsione sul nome?
L’età ce l’ho, conosco le istituzioni, una certa esperienza l’ho maturata. Ci sono però alcuni problemi sul mio nome.
Quali?
Non sono renziano, sono fuori dal patto del Nazareno e non sono donna.
E allora chi candidiamo?
Mi piacerebbe non parlare di nomi, ma di metodo. Walter Veltroni, quando candidò Carlo Azeglio Ciampi, fece il suo nome ed elencò dieci motivi per cui era doveroso appoggiare il suo nome. E Ciampi arrivò al Quirinale. Mi piacerebbe che oggi qualcuno dicesse: ok Veltroni per questa lunga serie di motivi.
E se dovesse scegliere lei?
Probabilmente fari i nomi di Giuliano Amato ed Emma Bonino. Hanno senso del dovere, conoscenza delle istituzioni e della politica. Ma per fortuna non scelgo io.
Pubblicata il 10 novembre 2014
Caro Presidente, ti scrivo
Caro Presidente,
ti scrivo e, poiché sembri lontano e distratto, ancor più forte ti scriverò. Capisco il tuo riserbo in materia di proposte di riforme istituzionali. In verità, è un riserbo che non hai sempre mantenuto. Per esempio, anche dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che ha fatto a pezzettini il Porcellum, hai subito richiesto una riforma elettorale. Molti, invece, non a torto, pensano che l’esito di quella sentenza sia una legge elettorale proporzionale, il consultellum, quasi immediatamente praticabile. Sembra che tu desideri altro, ma, ecco una parte del tuo riserbo, non l’hai fatto trapelare. Vuol dire, dunque, che condividi le liste ancora bloccate, il bislacco premio di maggioranza e tutte le cervellotiche soglie di accesso al Parlamento? Per quel che concerne la riforma del Senato, hai dichiarato il tuo sostegno alla fine del bicameralismo paritario, ma, si sa, meglio, si dovrebbe sapere, che di bicameralismi differenziati ne esistono molte varianti. Possibile che quella prospettata da Renzi e Boschi sia la migliore? Qui stanno molti punti dolenti che, in parte, ti riguardano direttamente, in parte, riguardano l’istituzione Presidenza della Repubblica, il suo ruolo, i suoi compiti.
Davvero pensi, una volta terminato il tuo secondo mandato, quando lo vorrai, ma, preferibilmente per me, il più tardi possibile, sia opportuno e istituzionalmente utile per te (e per i futuri presidenti della Repubblica) diventare deputato a vita? Che senso ha? Davvero ritieni una buona soluzione che tu e i futuri Presidenti siate dotati del potere di nominare ventuno senatori per sette anni? Che senso ha? Facendo un passo indietro, certamente sei consapevole che, una volta privato il Senato del potere di eleggere il Presidente, toccherà alla sola Camera dei deputati procedere a questa importantissima elezione. Se il cosiddetto/maldetto Italicum sarà approvato nella sua versione attuale, nella prossima Camera dei deputati ci sarà una maggioranza assoluta creata dal premio di maggioranza che potrà fare il bello e il cattivo tempo, pardon, che potrà da sola eleggere un Presidente il quale molto difficilmente apparirà Presidente di garanzia, in grado di rappresentare, come vuole la Costituzione, l'”unità nazionale”.
Per di più, quel Presidente di parte avrà molti poteri di nomina che, è fortemente presumibile, eserciterà non contro la maggioranza che lo ha eletto e neppure a prescindere da quella maggioranza (sono sicuro che hai apprezzato il mio understatement). Quindi, non soltanto quei ventuno senatori avranno un colore molto preciso, ma anche, punto molto dolente, i cinque giudici costituzionali di spettanza del Presidente non arriveranno al Palazzo della Consulta con tutti i crismi della loro autonomia di pensiero e di giudizio. Insomma, fra deputati nominati dai dirigenti del loro partito e delle loro correnti, quindi, ubbidientissimi, senatori nominati da te, forse in carriera, di sicuro tecnicamente irresponsabili (non dovranno rispondere a nessuno né politicamente né elettoralmente tranne alla loro personale ambizione), con giudici costituzionali probabilmente espressione di una parte politica, dove vanno a finire i pesi e i contrappesi che, tu ci insegni, sono il pregio delle democrazie, non soltanto di quelle parlamentari?
Con riferimento alla tua storia istituzionale e ai tuoi comportamenti politici, parlamentari e presidenziali sono fiducioso che tu condivida le mie preoccupazioni. Non sono un “professorone” (copyright ministro Boschi), anche se continuo day by day a impegnarmi per diventarlo. Non sono neppure un “solone del diritto” (copyright Dario Nardella, candidato sindaco di Firenze). Quindi, ho pochissime chance di essere ascoltato e preso in seria considerazione. Tu, caro Presidente, hai molte lauree ad honorem (professorone anche tu?), ma è la tua autorevolezza personale che va anche oltre la carica istituzionale che ti consentirà, se ritieni degne di interesse almeno parte delle mie riflessioni, di essere ascoltato e, quel che più conta, di sovrintendere a riforme che non siano uno spezzatino e che siano suscettibili, non di stravolgere i pesi e i contrappesi, togliendo potere agli elettori, ma di fare funzionare meglio (più velocemente…) la democrazia italiana.
In fretta e male
La sostanza delle due riforme istituzionali di Renzi: abolizione delle province e trasformazione del Senato, è ampiamente condivisibile. I toni e i modi usati da lui e dal Ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, sono deplorevoli e tali appaiono a molti senatori del Partito Democratico. Sarebbe sbagliato pensare che si tratti soltanto di tacchini invecchiati che proprio non desiderano partecipare al pranzo di Natale imbandito dal giovane Presidente del Consiglio. Si tratta, invece, di parlamentari di più o meno lungo corso e di non disprezzabile esperienza. Alcuni riusciranno comunque a farsi eleggere, pardon, grazie alla prossima legge elettorale, quella contrattata da Renzi con Berlusconi, riusciranno a farsi “nominare”, alla Camera dei deputati. Altri andranno in pensione oppure torneranno alla loro professione che molti effettivamente hanno. Però, è probabile che nessuno di loro vorrà poi essere accusato di avere digerito una riforma malfatta.
Il Senato può sicuramente perdere il potere di dare e di togliere la fiducia al governo e anche quello di approvare la legge di bilancio. Però, un Senato composto da sindaci e da presidenti di regione che non sanno quali saranno esattamente i loro compiti non ha senso. Non basterà la permanenza dei già tanto contestati Senatori a vita a fare salti di qualità. Se non si fa del Senato una Camera alta, ristretta di numero, ma prestigiosa, allora, sarebbe meglio abolirlo limpidamente. Il prestigio e la legittimità derivano dalle procedure elettorali non dalle nomine di second’ordine. Il monocameralismo non deve fare paura a nessuno, non è prodromo di nessun autoritarismo, se reggono i contrappesi alla Camera dei deputati (meglio se non nominati, per questa ragione urge cambiare la brutta legge elettorale approvata dalla Camera e toccherà al Senato, a questo Senato procedere a profonde modifiche), vale a dire, la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale. Soltanto un Senato composto da rappresentanti eletti prestigiosi e competenti potrà svolgere i compiti che la riforma Renzi-Boschi sembra volergli attribuire. Infatti, non dovranno proprio essere i sindaci a decidere sulle norme costituzionali e sui diritti dei cittadini, materie troppo importanti e, per lo più, totalmente al di fuori delle loro esperienze e competenze.
Non meraviglia, dunque, che il Presidente Grasso, che ha istituzionalmente il compito di rappresentare il Senato, abbia espresso forti critiche, convogliando posizioni e preferenze condivise da senatori di molti gruppi. Rattrista, invece, ascoltare da Renzi e da Boschi non risposte nel merito delle critiche, ma attacchi a Grasso in quanto “nominato” (proprio come è stata la Boschi) e addirittura richiami da parte di Deborah Serracchiani ad una disciplina di partito che non può mai in nessun modo valere quando i parlamentari sono chiamati a votare, “senza vincolo di mandato”, in special modo sulle riforme costituzionali. Invece di minacciare i parlamentari del PD e la sua maggioranza con improbabili dimissioni, sarebbe meglio che Renzi entrasse in un dialogo riformatore con il Parlamento e con la maggioranza tutta (prima che con Berlusconi).
Alla fine, può darsi che, grazie a quello che si configura praticamente come un ricatto, il Presidente del Consiglio ottenga quello che vuole e nei tempi desiderati, almeno una approvazione di massima: un trofeo da esibire prima delle elezioni europee del 24 maggio. Tuttavia, il grosso rischio è che, anche per la fretta, sempre cattiva consigliera, finiscano per essere due brutte riforme e quel che è peggio due riforme che non migliorerebbero affatto il funzionamento del sistema politico italiano e non lo velocizzerebbero, ammesso, ma non concesso, che la velocità sia il criterio più importante per valutare la qualità di una democrazia.
AGL 1 aprile 2014
