Professor Gianfranco Pasquino, insigne politologo, professore emerito di Scienza della politica (in libreria il suo più recente “Il bello della politica”, editore Il Mulino), dall’alto della sua sapienza ci aiuti a valutare lo stato di salute dell’alleanza di centrosinistra.
«Direi febbricitante, proprio nel proprio senso della parola. Un po’ perché non stanno bene, un po’ perché pensano di poter vincere, però non è affatto sicuro».
Perché lei crede che possano non vincere?
«Non hanno un programma condiviso, almeno finora, e la lotta per la leadership tra Conte e Schlein non promette niente di buono».
Come giudica la prospettiva primarie?
«Le primarie fatte bene sono un grande strumento politico perché attirano l’attenzione sui partiti, ne segnalazione sui partiti, ne segnalano la democraticità, consentono ai leader di presentare la loro persona. Se fatte bene».
Chi vede favorito?
«Conte tra i due non mi non mi pare quello che è meglio piazzato, ma se alla fine vincesse non vedo tutti questi problemi».
Se la segretaria Pd dovesse perdere le primarie sarebbe di fatto obbligata a lasciare la guida del partito?
«Ovviamente dovrebbe dimettersi subito. Significherebbe che non ha la fiducia del suo elettorato».
Lei vede un Pd così compatto sulla segretaria?
«Chi nel Pd non sta con Schlein lo deve dire a voce alta, con chiarezza».
È possibile l’arrivo di un terzo o quarto incomodo?
«Certamente. Chi vuole guidare la coalizione deve semplicemente candidarsi alle primarie. Sento circolare di nomi, e la mia risposta è “ci provino”».
I possibili terzi o quarti incomodi di area Pd non rischiano di avvantaggiare Conte, che invece può contare su un partito tetragono?
«Penso di sì, e anzi, credo che entrino in campo esattamente per quello».
Parliamo un po’ delle regole con le quali potrebbero svolgersi le primarie. Le vede a turno unico o due turni?
«La prima cosa da prevedere è una bella raccolta di firme. Non è che uno si alza e dice “voglio partecipare”. L’ipotetico terzo candidato deve dimostrare che ha un minimo di seguiti iniziali».
Prima regola. Poi?
«Bisogna stabilire chi vota. Votano solo gli iscritti ai Cinque Stelle, al PD e a eventuali altri partiti? Oppure sono primarie aperte a chiunque si reca a votare? Si deve conferire un obolo e dire che si appoggia il programma complessivo del partito?».
Questo comporta che il programma a quel punto sia già stilato.
«Esatto, e qui c’è un lavoro comune da fare. Non banale».
Poi è da capire come determinare il vincitore.
«Sono convinto che bisogna ottenere almeno la maggioranza assoluta, altrimenti si va a ballottaggio. Quindi in due turni».
Lei vede di buon occhio la votazione allargata all’online?
«Sono molto favorevole all’online, certamente».
Anche se molti dicono potrebbe avvantaggiare Conte.
«Non condivido per niente questa idea. L’online avvantaggia l’elettore, il quale può votare da casa e quindi la partecipazione ne gioverebbe».
Si discute molto nel centrosinistra se viene prima il programma o il leader. Lei da che parte si schiera?
«Il recinto con il perimetro programmatico deve esserci, naturalmente. Non è che entrano in campo le persone dicendo io sono più bello, io sono più bravo, io sono più alto. Quindi prima il programma. Poi è chiaro che il programma viene interpretato dalle valorialità segnalate dai singoli candidati. Il leader non è indifferente che sia l’uno sia l’altro».
Che giudizio ha della nuova legge elettorale?
«Mi pare pessima, in generale. Le leggi elettorali sono fatte per eleggere i parlamenti, questi invece vogliono eleggere il governo, che non si vede da nessuna parte al mondo».
Alle condizioni di oggi è possibile che nessuno arrivi al 42 per cento.
«E si torna al proporzionale, cercando in Parlamento il governo migliore».
Come una volta.
«Esattamente così. Alla vecchia maniera, che mi pare non fosse così malvagia la vecchia maniera».
Ma da quel tipo di governi siamo scappati a gambe levate, a furor di popolo, dicendo che i governi non duravano, gli elettori non avevano potere di scelte …
«Tutte le obiezioni corrette, naturalmente. Dopodiché abbiamo fatto peggio e quindi forse torniamo indietro, avendo imparato la lezione, faremo meglio».
“Niente armi all’Ucraina” dichiara, non per la prima volta, ma più sonoramente e brutalmente, Giuseppe Conte. La sua posizione, al di là del merito: non difendere più una democrazia aggredita da un leader autoritario, ha una molteplicità di implicazioni rilevanti e pericolose. C’è un messaggio elettoralistico mandato a tutti coloro, sembra che siano molti, nell’Alleanza Verdi Sinistra e anche nel Partito Democratico, che hanno una opinione tristemente non dissimile. C’è un messaggio mandato direttamente a Elly Schlein: bisogna contarsi davvero nelle primarie stravolgendo tutto quello di buono che quelle elezioni possono dare, cioè, non soltanto legittimazione del prescelto, ma grande mobilitazione di attivisti, simpatizzanti, potenziali elettori, comunicazione politica a tutto campo (anche più largo), lancio della campagna elettorale con abbondanti informazioni sulle personalità, sul programma, sulle priorità, sulle soluzioni proposte. C’è un messaggio, non meno importante e minaccioso, mandato ai ventisei Stati-membri dell’Unione Europea che hanno finora sostenuto l’Ucraina: non potrete più contare sull’Italia.
Su questo argomento Conte vuole le primarie, presto, convinto di vincerle. La replica di Elly Schlein, che prima si scrive il programma del campo largo, poi con le primarie si decide la leadership, mira a costringere Conte ad un confronto/scontro su tutte tematiche, vincesse le elezioni, un governo progressista dovrà e vorrà affrontare. Sono tematiche e soluzioni sulle quali la leadership vittoriosa alle primarie avrà il diritto di chiedere appoggio assoluto e disciplina ferrea e i candidati perdenti avranno il dovere di comportarsi da gentiluomini onorando l’impegno programmatico. Con enorme facilità, ho formulato quello che è un libro dei sogni, non soltanto miei, ma che richiede un enorme sforzo da parte di chi pensa che quei sogni diventerebbero realtà praticabili soltanto se Conte e, se c’è, il gruppo dirigente dei pentastellati, cambiassero posizione. Oppure, se improvvisamente, si arrivasse, altro grande sogno, alla cessazione del conflitto. Altrimenti, tutto è affidato a quella che si è già preannunciata come una bruttissima conversazione.
Impossibile e sconsigliabile da parte della maggioranza (?) del Partito Democratico e dei commentatori non bollare il comportamento di Conte come ricatto e non sottolineare la sua bruciante ambizione di tornare alla guida del governo: Conte 3. Tertium datur. Logico, però, mettere in evidenza che lo potrebbe fare soltanto in una coalizione che includa tutto il Pd. Molto improbabile. Il ricatto di Conte si morde la coda, e peggio. Infatti, senza i voti del suo Movimento, il “campo” non sarà in grado di arrivare alla fatidica soglia del 42 per cento che consentirebbe di ottenere il premio di maggioranza. Potrebbe addirittura risultare che Conte sta ai progressisti come e forse più di quanto il gen. Vannacci sta alla coalizione delle destre: uno stigma di cui vergognarsi politicamente.
Come stanno le cose, comunque, è indispensabile che la segretaria del PD metta in campo (sic) tutta la sua sacrosanta ostinazione e chieda a Conte di esplicitare il suo ricatto, oops, chiedo scusa, di chiarire le sue richieste per fare parte della coalizione, non sotto forma di stentoreo ultimatum. Sarebbe altresì opportuno che, invece di stare a guardare senza esporsi, anche i dioscuri di AVS si assumessero qualche responsabilità nella conversazione, per quel che bisogna negoziare e nell’esito. So da tempo che la partita non è finita fino a quando non è finita, ma so anche che i comportamenti scorretti vanno sanzionati, anche con richiami forti alle regole democratiche, ad esempio il principio di maggioranza. Le deroghe, rarissime e solo se giustificabili, vanno concordate. Un Conte che si faccia espellere per protervia e smania dal campo largo porterà tutta la responsabilità di una quasi sicura sconfitta e della formazione del governo Meloni 2, senza o con i Vannacci suoi. Qualunquemente.
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, spiega che la segretaria del Pd Elly Schlein non dovrebbe temere le primarie ma «devono essere aperte, non si deve sapere in anticipo chi vince».
Professore Pasquino, come è uscito il governo dalla sconfitta referendaria?
Il governo doveva secondo me bocciare ed estromettere subito il ministro della Giustizia, colpevole di vari errori. Hanno mandato via la capo di gabinetto ma il ministro doveva assumersi tutte le responsabilità e dare le dimissioni. Il governo vaga perché non sa come reagire alla sconfitta. Il referendum è perso, ora deve darsi da fare e prendere le distanze da Trump che continua ad affondare l’Europa e l’Italia.
E le opposizioni?
L’opposizione crede di aver vinto alla grande e invece no. È un risultato sul quale bisogna costruire, ma che non si trasferisce immediatamente sul risultato delle elezioni 2027. Deve trovare tematiche mobilitanti come lo è stato il No al referendum. Basteranno primarie o reddito di cittadinanza?
A proposito di primarie, di cui si fa un gran parlare: che ne pensa?
Io sono notoriamente uno che crede che le primarie siano non soltanto la scelta di un candidato ma un modo per informare gli elettori sulle tematiche sulle quali ci sono differenze di opinione e indicare possibili soluzioni. Le primarie possono svolgere diversi compiti. Penso tuttavia che i partecipanti dovrebbero leggersi qualche libro e ripensare alle primarie del passato, anche se questo da solo non basterà. Bisogna trovare tematiche nuove da tradurre in soluzioni.
Il Pd non sembra troppo convinto però …
Il Pd è molto vacillante e sarebbe ora di ricordare che le primarie sono nel suo statuto e quando qualcuno le chiede il Pd dovrebbe farsene promotore. Se le chiede Conte dovrebbe accettarle perché è uno che potrebbe sottrarre voti al Pd quindi serve un accordo leale in cui chi vince ottiene il favore di tutti quelli che hanno perso. I tempi dipendono dalla data delle elezioni. Le primarie non devono essere né troppo distanti ma neanche troppo vicine, quindi dovrebbero tenersi in autunno. Anche online, perché no.
Sarebbero preferibile primarie a due tra i leader o aperte a più candidati?
Innanzitutto il Pd deve raggiungere quell’elettorato che non è Pd e che preferisce guardare a Conte. Le primarie devono essere aperte, non dobbiamo sapere in partenza chi vince. E non credo che Conte abbia troppe capacità di mobilitazione. Io mi affido all’intelligen za della segretaria. Se pensa che non è in grado di vincere deve individuare un altro candidato tenendo conto che poi quel candidato dovrà sfidare Giorgia Meloni.
C’è anche chi, nel Pd, preferirebbe un candidato diverso da Schlein, per favorire Conte: è possibile?
Può essere benissimo. Bersani, ad esempio, sarebbe un buon candidato ma deve in primo luogo accettare lui, se la segretaria a sua volta accetta la sua candidatura e ritira la propria. In secondo luogo è importante che ci sia un modo per scegliere, deve essere Schlein a farsi da parte. Sarebbe anche possibile organizzare una primaria online tra Schlein e Bersani all’interno degli iscritti del Pd, per capire chi sfiderà Conte.
In generale pensa che il campo largo sia pronto a sfidare il centrodestra alle Politiche?
Se riesce a definire bene il suo perimetro il campo largo è sicuramente competitivo, non c’è alcun dubbio. Ma non deve fare errori come scindersi su tematiche importanti, ad esempio l’Europa o il sostegno all’Ucraina. Non può esserci un candidato non europeista. Su questi temi c’è conflitto ma il conflitto deve venire fuori in maniera chiara ed essere sconfitto nelle primarie. Se uno dei candidati appoggia la Russia deve essere chiaro e gli elettori dovranno decidere anche su questo.
È giusto allargare l’alleanza anche ai partiti centristi?
È giusto e necessario che tutti siano coinvolti, se poi qualcuno non ci sta se ne prende atto. Ma il campo largo deve coinvolgerli attivamente. Con tutte le mie riserve su Renzi, ad esempio, penso che lui sia molto disponibile perché è uno di quelli che capisce che è meglio vincere che perdere.
Ci sono però temi sui qual l’alleanza è unita: occorre puntare su quelli? Certamente l’alleanza deve trovare dei temi che tocchino gli italiani e quindi non c’è dubbio che, ad esempio, il salario minimo e una sanità migliore siano tra questi. Bisogna trovare la bacchetta magica che serve a rilanciare l’economia perché sappiamo che sono tempi molto duri. E bisogna che Schlein abbia un rapporto più stretto con gli industriali e Confindustria.
Il referendum l’hanno perso la maggioranza parlamentare che aveva approvato la revisione costituzionale e ha avuto la sicumera un tantino plebiscitaria di chiedere il referendum, il ministro della Giustizia Carlo Nordio che porta la responsabilità del testo, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a sua volta responsabile del contesto interno e delle sue vantate (e imbarazzanti) amicizie internazionali. Nessuno ha l’obbligo costituzionale di dimettersi, ma almeno il Ministro Nordio dovrebbe cambiare carriera e la Presidente del consiglio cambiare parte del personale di governo e alcune politiche. Il referendum l’hanno vinto circa 15 milioni di elettori con una del tutto lecita “accozzaglia” di motivazioni: revisione brutta, inutile, pericolosa; governo inadeguato; Meloni arrogante e sfuggente dalle sue responsabilità. Fra le motivazioni c’è certamente anche la richiesta di cestinare subito la pessima proposta di riforma elettorale, di lasciar perdere il premierato e, non da ultimo, preparare un governo diverso costruito su e da coloro che si sono opposti con successo alla revisione costituzionale.
Sappiamo che quei davvero molti milioni di voti non sono automaticamente traducibili in altrettanti e, magari, più voti per il “campo largo” senza defezioni probabili e senza aggiunte auspicabili. Sapevamo già da prima del voto che uno degli elementi che rendevano difficile la costruzione di una coalizione alternativa e coesa riguarda l’attribuzione della leadership della coalizione con Giuseppe Conte da sempre posizionato per contenderla a Elly Schlein.
Sarebbe possibile affidarsi al criterio più classico: il/la leader del partito che ottiene più voti diventa automaticamente la candidata alla Presidenza del Consiglio. Naturalmente, esiste il grande rischio che ciascuno dei leader dei partiti esalti, per ragioni, più o meno buone, le sue differenze dando all’elettorato l’immagine complessiva di una coalizione Arlecchino poi difficilmente in grado di governare senza frequenti tensioni. L’alternativa vera sono le primarie che, sarà bene ricordarlo, stanno nello Statuto del Partito Democratico. Organizzate con saggezza e effettuate con lealtà, le primarie hanno il grande pregio di potere conseguire una pluralità di obiettivi. Anzitutto, consentono di presentare a milioni di elettori la personalità delle diverse candidature, del loro stile, delle loro competenze, conoscenze, esperienze.
Non sono un concorso di bellezza, ma di simpatia/empatia che, non solo in politica, conta. In secondo luogo, ciascuno/a dei candidati potrà presentare e illustrare i punti principali e le priorità del programma del suo partito e della coalizione. In terzo luogo, le primarie consentono anche di ascoltare davvero le preferenze degli elettori, di imparare qualcosa sulle loro condizioni di vita e su quello che vorrebbero per migliorare. Chi lamenta la distanza che separa i “politici “dai cittadini “comuni” dovrebbe molto apprezzare l’esistenza di questa opportunità d’interazione. Da ultimo le primarie sono risolutive. I numeri sono inconfutabili; designano con chiarezza chi ha vinto e ottenuto la canditura. Il/la vincente avrà poi tutto l’interesse a formulare un programma della coalizione che tenga conto di quanto espresso anche dagli altri candidati. Le primarie non sono un toccasana e non garantiscono la vittoria elettorale, ma offrono due grandi opportunità: ai leader di spiegare ai loro elettori perché bisogna accettare di stare in quella coalizione guidata da quella personalità. Agli elettori di partecipare davvero intensamente quanto desiderano ad una scelta importante, forse la più importante: designare chi potrà governare il paese.
Se i dirigenti delle forze di opposizione concordano sul ricorso alle primarie è auspicabile che le organizzino per tempo: non troppo vicino e non troppo lontano dalle prossime elezioni politiche previste per la primavera dal 2027. Allora, le primarie dovranno tenersi nell’autunno affinché non si disperdano i loro effetti positivi e chi sarà designato/a possa sfruttare al massimo e al meglio la visibilità conquistata e esibire le sue competenze e potenzialità.
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, spiega di votare Elly Schlein domenica perché «ha più grinta di Bonaccini» e dice che il Pd deve ragionare «su che tipo di struttura si vuole dare a un partito riformista e di sinistra in Europa negli anni 30 del 2000».
Professor Pasquino, cosa si aspetta dalle primarie del Pd di domenica dopo i 150mila voti tra gli iscritti al partito?
Innanzitutto una premessa a cui tengo molto: queste non devono essere chiamate primarie, ma è l’elezione del segretario del Pd a opera non dei soli iscritti, come secondo me dovrebbe essere, ma di simpatizzanti e potenziali elettori. I 150mila elettori tra gli iscritti non sono né pochi né tanti, ma parliamo comunque di una cifra di gran lunga superiore a qualsiasi capacità di mobilitazione di qualsiasi altro partito nel paese. Quindi è un buon segno. Sarebbe il caso che domenica almeno un milione di persone andassero a votare, poi vedremo. Ma a fronte di un’astensione generalizzato temo che questo possa incidere anche sull’elezione del segretario del Pd.
Lei andrà a votare?
Andrò a votare e voterò per Elly Schlein.
Perché?
Perché per guidare il Pd serve quella grinta che, con tutto il rispetto e la stima che nutro personalmente per lui, Enrico Letta non aveva. E penso che Schlein ne abbia più di Bonaccini, che per me rappresenta la continuità. Schlein invece garantirebbe una qualche possibilità di cambiamento.
Bonaccini però è andato molto bene tra gli iscritti, anche se è stato battuto da Schlein a Roma e Milano. Se lo aspettava?
Che Bonaccini fosse forte fra gli iscritti me lo aspettavo. C’è stato anche un effetto di popolarità, ha un ruolo visibile e continua a dire che lui ha sconfitto la Lega ma se questo è certo dal punto di vista numerico credo che la Lega non avrebbe comunque mai vinto in Emilia – Romagna. Il risultato di Schlein invece mi ha sorpreso, poi ai gazebo vedremo quanto conteranno le grandi città.
Su quali punti crede che i due candidati si differenzino maggiormente?
Questo è un punto delicato. Si sta eleggendo il segretario di un partito, non il capo di un governo. Quindi mi interessa relativamente cosa pensano i candidati ad esempio sul reddito di cittadinanza o cose del genere. Non è questa la tematica in gioco. Si vota su che tipo di partito vogliono, su quali gruppi conteranno, a chi si rivolgeranno. Le alleanze si fanno dopo l’elezione del segretario, non prima. Poi che Schlein sia più vicina al M5S rispetto a Bonaccini è ovvio, ma se Bonaccini pensa di andare da qualche parte senza rapportarsi con i Cinque Stelle si sbaglia. E chiaramente vale anche per Conte nei confronti del Pd. Ma occorre ragionare su che tipo di struttura si vuole dare a un partito riformista e di sinistra in Europa negli anni 30 del 2000.
Chiunque vincerà dovrebbe prendere spunto dai socialisti spagnoli o dai socialdemocratici tedeschi, che sono al governo, per impostare l’opposizione e tornare a vincere?
Fare opposizione significa fare politica e quindi il Pd non deve avere paura di fare un’opposizione anche dura, di offrire proposte alternative o un minimo di convergenza al governo. Ma queste sono tutte operazioni politiche. Io penso invece a operazioni organizzative di alto profilo. Penso ci sia qualcosa da imparare dappertutto ma in Germania la socialdemocrazia è al 25 per cento, non di più. In Spagna i socialisti avevano il 40 per cento ora hanno si e no il 30. C’è da imparare da tutti, ma credo che il Pd debba imparare soprattutto dalla sua storia.
In che modo?
Innanzitutto chiedendosi perché dal 30 e oltre di Veltroni è arrivato sotto al 20 per cento dei voti. Bisogna riflettere su cosa non è andato nei territori, tra i militanti, nel gioco delle correnti. Spero che chi vinca si dedichi a questo e non a fare passeggiate istrioniche che non servono a nulla. La mia proposta è che il Pd “ricominci da tre”. Ricominciando prima di tutto a dire che è un partito europeista e credo che in questo Schlein, con la sua esperienza da parlamentare europea, parta avvantaggiata.
Bonaccini ha detto che uno dei suoi primi pensieri è neutralizzare le correnti che animano il partito e che spesso lo hanno fossilizzato. Ci riuscirà?
Le dichiarazioni lasciano il tempo che trovano. Bonaccini deve dire in che modo neutralizzerà le correnti senza neutralizzare le energie positive che talvolta derivano da esse.
Come finirà questa partita?
Non ho elementi per fare pronostici. Posso solo dire che preferirei vincesse Elly Schlein perché garantirebbe un cambiamento rispetto alla continuità di Bonaccini.
Chiunque vincerà, sarà in grado di rivitalizzare il Pd?
Il Pd non è in declino ma è un partito stagnante in termini di capacità propulsiva. È andato al di sotto del 20 per cento perché Calenda e Renzi hanno compiuto un’operazione di sciacallaggio ma alle Regionali è tornato sopra quella cifra. È un partito indispensabile nello schieramento politico sia come partito di opposizione in sé sia come elemento di aggregazione contro il governo di centrodestra.
A proposito di questo, il Pd ha parlato di un’Italia isolata in Europa a causa del governo Meloni. È d’accordo?
Il prestigio e l’influenza di un paese in Europa dipendono dalle persone che lo rappresentano. Meloni, essendo sovranista, ha dei problemi perché l’unico vero alleato è la Polonia. Ma in Europa c’è anche Gentiloni, che sta svolgendo il suo ruolo di commissario in maniera apprezzabile, e c’era Sassoli, capace di ottenere un affetto bipartisan non marginale. Lo scopo di Meloni è trascinare i popolari in un’alleanza meno europeista spaccando l’attuale coalizione di governo ma se compie questa operazione l’Italia non sarà più forte e non sarà più forte neanche l’Europa.
Professor Pasquino, come lo vede il Pd in questo momento, verso il congresso?
«È un partito che si è accomodato al 20%, poi di tanto in tanto si tortura, dicendo di aver sbagliato per aver perso la rappresentanza di questi o di non riuscire più a parlare con quelli. Ma sono lacrime di coccodrillo; non fanno nulla per rimediare a una situazione che per me è insoddisfacente».
Che fare allora?
«Il partito è stato costruito male. Noi (Mauro Zani ed io), nel 2007, dicemmo che non bisognava farlo così, che si poteva giungere a un accordo tra ex-democristiani, ex-comunisti e altri. Ma che andava fatto lentamente, collaborando nelle zone locali, creando soprattutto un pensiero nuovo. Mancò la cultura politica. Possiamo raccontarci tutto quello che vogliamo sui leader, ma nessuno sarà mai adeguato se non è in grado di produrre e diffondere una nuova cultura politica».
Cosa significa?
«Che del Movimento 5 Stelle non ci interessa nulla, di Calenda e di Renzi non ci interessa nulla, che bisogna guardare a come si costruisce un partito progressista, socialdemocratico. C’è spazio in Europa per un partito socialdemocratico e laburista, bisogna pensare a come costruirlo in Italia. Questa operazione, invece, non è nemmeno ancora cominciata».
Dalle sue parole emerge un certo pessimismo.
«Sì. Vedo persone che si candidano, però io voglio sapere cosa vorrebbero fare, che cosa pensano di un partito socialdemocratico, socialista, progressista, laburista. E che idea abbiano della giustizia sociale, il rapporto tra merito ed eguaglianza, cosa debba essere la democrazia nei prossimi 10 anni in Italia, se toccare o meno la Costituzione».
Che risposte dovrebbero arrivare?
«Siamo un partito che è fermamente democratico, ma che sa che la democrazia di tanto in tanto deve essere riformata. Pensiamo che una società giusta sia quella in cui tutti i cittadini hanno opportunità e quindi vogliamo intervenire a ogni livello della vita: dai bambini, con scuole efficienti, consentendo a chi è bravo di andare avanti, evitare che i cervelli se ne vadano all’estero. Il Pd del prossimo futuro è un partito di opportunità, che si possono sfruttare al meglio attraverso lo Stato, con l’utilizzo di una burocrazia efficiente. Ci sono situazioni che richiedono interventi di riduzione delle disuguaglianze, ma non vogliamo una società di eguali, bensì di persone che vengano valutate anche sulla base del loro merito, che deve essere ricompensato. Quindi bisogna chiamare in causa i sindacati».
Perché?
«Un partito di questo genere deve sfidare i sindacati, che fra l’altro non si prendono nemmeno la responsabilità del fatto che un sacco di loro iscritti votino per la Lega e probabilmente per Fratelli d’Italia. Vorrei sentire parole di autocritica, perché sono loro che hanno perso i voti, non tanto il partito, ma loro».
Alcuni sostengono che il partito debba tornare a sinistra… lei?
«Non c’è mai stato. Non vuole dire niente tornare a sinistra. Ci si valuta sulle politiche che si fanno, non sulla collocazione geografica».
E sul tema dell’unità?
«Il partito non deve essere di correnti. Deve essere plurale, può accogliere tante posizioni, purché si sappia che una volta presa una decisione a quella si collabora o quanto meno non la si ostacola».
Un lavoro difficile.
«Certamente. Dopo di che rimarrà al 20%, inchiodato lì. E alcuni saranno anche soddisfatti; entrano in Parlamento, ci stanno una o due legislature, magari tornano sul territorio e si fanno un’attività di consulenza. Il Pd, soprattutto quello di Bologna e quello dell’Emilia-Romagna, è un datore di lavoro straordinariamente generoso».
Le primarie per il segretario? Sì o no?
«Intanto, l’elezione del segretario di un partito non è una primaria. Quando Letta dice: “solo 2 candidati” sbaglia, debbono essercene molti di più. Alcuni di noi pensano che il segretario di un partito debba essere eletto solo dagli iscritti».
Chi vedrebbe alla leadership? Bonaccini?
«Ripeto. Nessuno mi ha detto che partito vuole costruire, magari guardando come sono costruiti i partiti di sinistra in Europa. Non so che idea abbia, ma se è l’idea di partito che aveva Renzi credo che sia inadeguata».
Nostalgia del partito che fu?
«Certo, perché nel Pci, a cui io non fui mai iscritto ma i cui elettori mi votarono in Parlamento, c’era un dibattito serio, argomentato; c’era gente che leggeva libri e articoli, si faceva una sua opinione. Qua al massimo leggono qualche tweet e si presentano in qualche talk show televisivo».
Pubblicato il 7 ottobre 2022 su Il Corriere di Bologna
«Letta dovrebbe volere una competizione aperta, inclusiva e vivace, senza scegliere lui il candidato ideale, come nel caso di Bologna. Così si umiliano gli iscritti e si allontanano le persone»
Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Secondo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università Bologna, il sostegno di Giuseppe Conte a Matteo Lepore nelle primarie di Bologna è «una chiara interferenza» e sull’appoggio di Letta allo stesso Lepore «il segretario dovrebbe volere una competizione aperta, inclusiva e vivace, senza scegliere lui il candidato ideale».
Professor Pasquino, considerando il post Covid, che giudizio dà del flop alle primarie di Torino?
Il Pd ha le primarie nel suo statuto sia per la scelta dei candidati sia per le cariche monocratiche, e quindi le deve fare. Ma a livello locale troppo spesso molti dirigenti vogliono manipolarne l’esito o puntano addirittura a non farle, mettendo in difficoltà l’intera macchina organizzativa e perfino i militanti. È quello che è accaduto a Torino e che probabilmente accadrà a Bologna, forse anche a Roma.
Crede siano uno strumento ormai passato di moda, o magari non più adatto a scegliere i candidati?
Le primarie restano un buono strumento non solo per scegliere i candidati da un ventaglio più ampio di iscritti, ma anche perché servono per diffondere idee e mettere in contatto i candidati con una parte di società civile, quella più attenta alla politica. Sono utili anche per mobilitare le persone, perché ci sono dei candidati attraenti che portano alle urne cittadini che altrimenti non ci andrebbero. Insomma sono uno strumento utile, ma bisogna crederci e organizzarle bene.
Nel Pd c’è un problema logistico di organizzazione o non c’è la volontà politica di organizzare delle primarie come quelle da lei descritte fin qui?
Qualche volta c’è un’evidente incapacità organizzativa che è preoccupante, perché il Pd è un partito che ha una grande storia di presenza sul territorio e di mobilitazione di energie. Caratteristiche che evidentemente ha perso e questo spiega perché galleggia sulla soglia del venti per cento, che a Letta va bene ma che non è entusiasmante. D’altra parte spesso c’è la volontà di imporre un proprio candidato, come dicevo, e non appena c’è uno sfidante agguerrito o agguerrita, come nel caso di Bologna, gli stessi dirigenti ne combinano di tutti colori per non farlo vincere, rovinando le primarie con le loro stesse mani.
Da dove nascono le problematiche del Pd su questo tema?
Letta non ha la colpa della situazione, anche se potrebbe fare a meno di appoggiare i singoli candidati. Il segretario dovrebbe volere una competizione aperta, inclusiva e vivace senza scegliere lui il candidato ideale. Ma la situazione è molto peggiorata da una decina d’anni perché è peggiorato il partito in generale nella sua organizzazione e nel correntismo più o meno aggressivo che c’è al suo interno. Tutto questo non mobilita gli iscritti, che sono diminuiti e che non sono d’accordo con il fatto che pur iscrivendosi e pagando la quota poi siano altri a decidere il candidato. C’è una certa umiliazione negli iscritti e questo problema dovrebbe essere risolto dai dirigenti.
Giuseppe Conte ha dato il proprio sostegno a Lepore nella corsa contro Conti. Come giudica la mossa del leader in pectore del M5S?
È un fatto nuovo ed è una chiara interferenza, non giustificabile. Lo sarebbe stata se le primarie avessero compreso anche esponenti del Movimento 5 Stelle, ma almeno a Bologna non mi risulta che sia così. Conte ha fatto un endorsement per dire ai suoi che possono andare a votare ma solo se votano per quel candidato. È un’operazione non brillante.
Perché negli Stati Uniti le primarie continuano a essere usate come sempre mentre in Italia vanno a periodi alterni?
Perché il fatto che le faccia solo un partito le rende meno diffuse, meno appetibili e meno entusiasmanti. In più c’è un elemento importante, cioè che negli Stati Uniti non ci sarà mai un unico candidato ma ci sarà sempre competizione e i collegi sono tutti uninominali. Le cariche importanti vengono scelte solo attraverso le primarie. Attualmente è in corso la campagna delle primarie per il sindaco di New York e ci sono sette candidati che pescano in ambienti diversi. Il modo per rivitalizzare le primarie è consentire la massima partecipazione possibile. Se sono aperte i cittadini sentono che il loro voto conta, se capiscono che il voto è manipolato rimangono delusi e non vanno a votare. Questo è qualcosa che Letta deve tenere in considerazione perché ha bisogno di un elettorato utile e mobilitato. Solo se allarga i confini del Pd ha chance di tornare al governo la prossima volta.
Cosa penserebbe il Pd del 2007, quello che ha dato vita alle primarie, di questo Pd?
Le primarie erano un elemento importante di quel partito che si stava costruendo. E potevano essere utilizzate al meglio. Non lo furono, ma furono comunque uno strumento importante. Letta partecipò alle primarie proprio con Veltroni e la Bindi e dovrebbe ricordarsi che è bene farle perché ottenne visibilità sfruttando ad esempio Facebook e il web. Ora vuole fare le Agorà di idee, ma è bene che faccia una vera e propria officina, perché servono persone convinte che il partito possa andare oltre questo 20 per cento trovando elettori che finora non l’hanno votato. A livello locale i dirigenti sanno che con una certa percentuale di voti vinceranno e non vanno a cercarne altri, ma questo è un errore gravissimo.
Come si sta preparando Bologna alle primarie di domenica?
A Bologna il Pd sa benissimo che chi vince le primarie diventa sindaco, perché il centrodestra è molto debole e non ha ancora trovato un candidato che abbia qualche spinta mobilitante. Su questa sua convinzione il Pd fa andare avanti le cose convinto che Lepore vincerà. È brutto tutto questo ma se uno guarda alla storia del centrosinistra bolognese, da quando si scelse Bartolini che poi perse con Guazzaloca, si vede che le scelte sono sempre state discutibili. È la storia di una città che non è malgovernata, ma è governata nettamente al di sotto delle sue possibilità. Si può anche fare il sindaco da mediano, come ha detto il sindaco uscente, ma non da mediocre. Dal punto di vista della cultura, del turismo, della cintura industriale si può fare molto di più. Ma ci vuole qualcuno, o qualcuna, che voglia fare davvero il sindaco di Bologna.
La notizia è che, dopo circa sei mesi di acrimoniose discussioni, l’audacissimo Partito Democratico di Bologna organizzerà le primarie per la scelta della candidatura a sindaco di Bologna. L’altra importante notizia è che saranno primarie competitive con un esito non predeterminato. Le precedenti primarie bolognesi, 1999, 2009 e 2011, erano state ampiamente controllate (la tentazione di scrivere “manipolate” mi rimane) dal gruppo dirigente. Anche questa volta, ha cominciato il sindaco Merola, non rieleggibile dopo due mandati senza troppa gloria, a battezzare come successore il suo assessore alla Cultura Matteo Lepore. Poi, candidatosi anche l’assessore alla Sicurezza, Alberto Aitini, invece di prenderne atto e prepararsi alle primarie, il gruppo dirigente del PD ha traccheggiato all’insegna della ricerca di una candidatura unitaria, un modo per fare sapere a Aitini che doveva ritirarsi. La situazione si è sbloccata rumorosamente quando, incoraggiata da Matteo Renzi, ha fatto irruzione la candidatura di Isabella Conti, esponente di Italia Viva (ma, prima, PD), rieletta sindaco di San Lazzaro con quella che chi non conosce la Bulgaria post-1989, continua a chiamare “maggioranza bulgara”: 80 per cento dei voti. Inevitabilmente, molto contrariati, gli esponenti del vertice (mi veniva la parola “cupola”) del PD hanno preso atto e annunciato che si terranno primarie di coalizione il 13 oppure il 20 giugno.
Fin dall’inizio lo svolgimento di elezioni primarie doveva essere considerato l’esito naturale, previsto nello Statuto del partito (art. 24 Elezioni primarie per la cariche monocratiche istituzionali). Con buona pace di Beppe Provenzano, vicesegretario del PD nazionale, non sbaglia affatto “chi dice che le primarie sono l’identità del Pd”. Al contrario sono un elemento costitutivo della, pur pallida, identità del partito. Bologna ci dice, però, che questa pratica, a determinate condizioni, sicuramente democratica, cozza frontalmente con le preferenze di chi continua a preferire le cooptazioni e altre oscure attività.
Ovviamente, le primarie, tutte le primarie in tutti i luoghi nei quali si svolgono (il PD ne ha fatte più di mille) sono anche un confronto/scontro fra persone le quali, nel caso di Bologna e in quasi tutti gli altri, hanno una biografia politica e professionale che le rende più o meno qualificate per aspirare ad una carica importante. I due assessori vantano per l’appunto la loro esperienza di governo della città, ma Isabella Conti può molto facilmente replicare con il buongoverno che ha garantito come sindaca di San Lazzaro, comune con più di 30 mila abitanti. L’ostacolo che le hanno subito frapposto è quello di essere “una renziana”, ma se le primarie di Bologna hanno da essere primarie di coalizione quest’ostacolo non ha da essere. Anzi, il PD dovrebbe rallegrarsi che fondamentalmente Italia Viva abbia deciso di fare parte della coalizione di centro-sinistra. Nel regolamento, il più garantista possibile per tutt’e tre i concorrenti, dovrà essere limpidamente statuito che i perdenti si impegnano a sostenere la vincente. Proprio il regolamento potrebbe essere il prossimo punctum dolens: quante iniziative, quanti confronti, in quali spazio, con quali impegni di risorse sono tutti elementi che debbono essere sanciti per non dare vantaggi e non procurare svantaggi a nessuno. Le esperienze passate non sono del tutto rassicuranti con pezzi di partito che non solo si adoperarono palesemente a favore di uno specifico candidato, ma premettero sulla CGIL, sulle cooperative, su altre associazioni vicine per conseguire l’esito voluto. Divenuta famosa anche per avere resistito con successo alle mire poco ecologiche (sic) delle cooperative costruzioni, Isabella Conti sa di partire in salita nel mondo (che qualche commentatore bolognese ha infelicemente definito “di mezzo”) del PD. Proprio per questo la campagna elettorale bolognese si annuncia molto interessante. Le primarie servono anche a mobilitare gli elettori e i simpatizzanti, a comunicare politica e politiche, ad allargare la sfera del consenso. A Bologna, forse, potranno fare circolare un po’ d’aria nuova in un partito che troppo spesso risulta essere una struttura cementata e appesantita dal troppo potere che ha (talvolta neppure sapendolo esercitare).
Conseguita molto più che la semplice parità di genere con l’elezione di Debora Serracchiani alla Camera, nettamente preferibile all’imposizione ad opera del capogruppo uscente al Senato Andrea Marcucci di Simona Malpezzi, sua compagna, pardon, amica di corrente, il Partito Democratico di Letta ha iniziato il suo cambio di pelle. O, forse, no. Da Bologna, ma anche da un pezzo non indifferente del PD nazionale vengono segnali alquanto diversi, anche contraddittori. Caso esemplare, non solo perché lo conosco molto bene avendolo ampiamente frequentato, è quello del partito di Bologna. Bisogna scegliere la candidatura per il prossimo sindaco della città. Virginio Merola ha completato due mandati, evento che non si verificava dalla metà degli anni novanta dello scorso secolo. Ha anche indicato, in maniera del tutto irrituale, forse piuttosto scorretta, il suo successore preferito, l’assessore Matteo Lepore. In campo c’è un altro candidato, anche lui assessore, Alberto Aitini, apparentemente preferito dai Circoli cittadini nei quali si sono espressi gli iscritti in qualche modo consultati. Non ho letto dati certi. Il potente parlamentare della città, Andrea De Maria, fino a qualche tempo fa fra i papabili, sembra si sia orientato a favore di Lepore. Non si sono espressi il segretario regionale e il segretario cittadino del PD e neppure l’abitualmente molto loquace presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini. Tutti uomini.
Non ho udito nessuna voce proveniente dalle donne del PD, mentre ha fatto capolino Mattia Santori a nome delle guizzanti Sardine le cui procedure decisionali, in materie delicate come quella della indicazione di preferenza per una candidatura importante, mi sono ignote. Trapela la ricerca spasmodica di una candidatura unitaria che, però, è resa impossibile dalla tenace resistenza di Aitini. In un partito democratico la parola definitiva spetta (spetterebbe) allo Statuto nel quale sta scritto in maniera limpida che “il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori [quindi, non dei soli iscritti, nota mia]…. la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali” (art. 1, comma 5); che “gli incarichi sono “contendibili” (comma 9) e che “i candidati [uh, dizione quanto politicamente scorretta! Nessuna obiezione dalle donne?] alla carica di Sindaco e Presidente di Regione vengono scelti attraverso il ricorso alle primarie di coalizione” (art. 24, sottotitolato Elezioni primarie per le cariche monocratiche istituzionali).
Alcuni almeno dei meno distratti fondatori del PD ricorderanno che i due principi posti alla base non soltanto del suo operato, ma della sua stessa esistenza, e considerati assolutamente qualificanti erano la vocazione maggioritaria e le primarie. La prima, davvero velleitaria, è già stata sostanzialmente archiviata dal neo-segretario che ha indicato come compito importante la ricerca di alleati per formare coalizioni competitive. Seppure sempre contrastate e talvolta manipolate, le primarie si sono svolte in moltissime occasioni e località, ad oggi, in ben più di mille casi. Secondo colui, Arturo Parisi, oggi silente, che viene spesso menzionato nei resoconti giornalistici come “il teorico delle primarie”, la procedura delle primarie per la selezione delle candidature si deve assolutamente aprire ogniqualvolta c’è chi, alzando spontaneamente la mano, dichiara la sua disponibilità/volontà a candidarsi. Il regolamento stabilirà tempi e modi per la raccolta di firme a sostegno e per i dibattiti. Da Bologna giungono, invece, segnali assolutamente inquietanti di resistenza. Il primo è fin troppo facile e prevedibile: la pandemia è un ostacolo a qualsiasi inevitabile “assembramento” primario. Poi, naturalmente, qualcuno sosterrà che non c’è più tempo per farle. Non manca mai la proposta, assolutamente risibile, che si facciano le primarie, non “personalizzanti”, per le candidature, ma “su progetti”. Infine, in apparenza potentissima, si staglia l’obiezione che le primarie dividono il partito, dimenticando bellamente che il partito è già chiaramente diviso in correnti, anche a Bologna. La storia non finisce qui, ma deve tristemente registrare che dal vertice romano del PD il responsabile dell’organizzazione, Stefano Vaccari, manda agli uomini del PD bolognese un ultimatum: si diano da fare per trovare una candidatura unitaria. Ci sarà pure un caminetto all’ombra delle due Torri. Altrimenti, “primarie ultima spiaggia” (Corriere di Bologna, 31 marzo, p. 1).