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E dopo il trasloco? @pdnetwork

Un milione e mezzo circa di simpatizzanti ha partecipato all’elezione del segretario del PD. Nicola Zingaretti. Delle sue idee di quale PD vorrebbe (ri)costruire poco si sa. In campagna elettorale non ne ha parlato. Adesso sappiamo che vuole “sbaraccare”. Il suo primo atto sarà un trasloco. Il quarto in una decina d’anni. Dal centro alla periferia. Lasciando soli gli elettori piddini che in centro abitano. Alla ricerca degli elettori perduti o mai pervenuti. Nelle periferie. Giusto. Da partito che fu centrale negli allineamenti politici a partito diventato periferico. Per “ribaraccare” lo spazio al pianterreno sarà affidato ai giovani. Reclutati come? Selezionati come? Formati con quale cultura politica? Certo, un partito è un’associazione di uomini e di donne. Anche giovani (ma non “meglio se giovani”). Per presentare candidature. Scelte con le primarie. Anche per le cariche di parlamentari nazionali, e europei. Che cercano di ottenere voti. Con quale programma e sotto quale etichetta se le elezioni sono quelle del Parlamento Europeo? Al nuovo segretario spetta di rivitalizzare l’organizzazione. Pensa di farlo chiedendo nuove elezioni. Subito? Su quale base e con quali prevedibili conseguenze? Con la legge elettorale Rosato? Che esista nel Partito Democratico anche un problema di regole, procedure, compiti, “democratici”? Zingaretti non vi ha fatto cenno alcuno. Per fortuna potrebbe impararlo, non facilmente, ma applicandosi. La lettura del libro di Floridia, Un partito sbagliato, gli sarebbe sicuramente utile. Potrebbe anche servire a distinguere meglio ruoli e potere. A cosa servono gli iscritti? O se ne può fare a meno? Anche rendendoli irrilevanti. Nessun tentativo di trasformare in iscritti coloro che lo hanno eletto segretario? Partito di massa no more vuole dire che conteranno solo i notabili? Pardon, i dirigenti. Regressione a un tempo che fu. Che sappiamo migliore dell’attuale. Conteranno solo gli eletti alle varie cariche? Dove si esprimeranno? Nei gruppi parlamentari? Verranno convocati gli spesso nominati e mai radunati Stati generali? Qualcuno si ricorda più della Conferenza programmatica? PD non più partito personale. Personalistico. Personalizzato. Se non partito fatto di persone, gli iscritti, allora partito degli elettori “primari”? Quali canali avranno questi elettori per esprimersi? Per esercitare influenza. Per valutare le scelte. Fatte, non fatte, malfatte. Come faranno valere la virtù democratica della responsabilizzazione dei decisori, dei detentori delle cariche? A partire dal segretario? Fatte le domande, chi risponderà? E come, e quando? Attendo la narrazione.

Pubblicato il 12 marzo 2019 su larivistailMULINO

Che tipo di partito vogliono costruire? #primariePD

Non sono solo l’entusiasmo e la passione che mancano per una buona elezione del segretario del PD. Manca soprattutto l’idea di quale partito (ri)costruire. Non bastano né un pranzo con Prodi (che del partito non s’è mai occupato) né le confuse esternazioni di Calenda meno che mai le trame dei renziani che il PD lo hanno distrutto, e non è finita.

Come sbagliare le primarie

Quando un partito, i suoi dirigenti, i commentatori politici, persino gli studiosi continuano a definire “primarie” quelle che sono votazioni per eleggere il segretario di quel partito, c’è un problema. Anzi, ce ne sono due. Primo, qualcuno non sa che cosa fa. Secondo, qualcuno ha manipolato senza ritorno il significato di un procedimento di coinvolgimento e di partecipazione di iscritti e elettori ad un avvenimento molto importante nella vita di qualsiasi partito che intenda essere democratico. Secondo, che, in un paese dalla diffusa ignoranza sul funzionamento delle istituzioni, delle procedure, dei partiti, è altamente probabile trovare chi non sa. C’era una volta, però, quando i partiti non solo avevano al loro interno “intellettuali organici”, ma sapevano, anzi, spesso erano lieti di ricorrere al parere degli intellettuali.

Quanto alla manipolazione essa può essere più o meno consapevole. Certo è che nelle votazioni per il segretario del Partito Democratico, essa si manifesta fin dall’inizio. La lunga cavalcata estiva di Veltroni nel 2007 dal Lingotto alle votazioni che lo consacrarono primo segretario del PD con una maggioranza che può essere definita bulgara solo da chi non sa che il sistema partitico bulgaro ha da tempo una dinamica bipolare, delineò il programma di governo che Veltroni desiderava attuare. Non tanto incidentalmente quella “delineazione” costituì una ferita mortale al già malaticcio governo Prodi il cui programma era oggetto di rivendicazioni e di ricatti. Certo, quale partito dovesse sovrintendere al programma di governo Veltroni non lo precisò mai. D’altronde, era in ampia, nient’affatto buona, compagnia.

I fondatori del PD avevano preferito affabularsi sulla contaminazione delle (peraltro, già pallide e esauste) culture politiche riformiste dalle quali nasceva il PD piuttosto che discutere più laicamente della strutturazione del partito che, naturalmente, richiedeva sporcarsi le mani per radicarlo sul territorio. Che quel partito, fatto ad immagine e somiglianza di Veltroni (quando leggo di “partito del leader” mi interrogo su quanto grande è stata la responsabilità del “partito di Veltroni”, a vocazione maggioritaria, nella democrazia bipolare dell’alternanza) non sapesse poi difendere Veltroni dai suoi errori è la logica conseguenza di seguaci che non osano contraddire il leader e del leader che non presta ascolto a parole e interpretazioni difformi dalle sue.

A fronte di capi di partito che controllavano saldamente persone e funzionamenti (Berlusconi e Bossi), il balletto del PD e dei suoi segretari è stato tanto intenso e frequente quanto inadeguato a strutturare un partito che non riusciva a trovare, ma in verità neppure cercava, una via di mezzo fra sezioni (“circoli”) e gazebo. La sequenza è impressionante: dopo Veltroni, Franceschini, poi votazioni dalle quali emerge Bersani a “dare un senso a questa storia” (ma il senso non lo si trovò neanche nella narrazione esplicitata in campagna elettorale), a rappresentare una “ditta” che produceva poco e male e perdeva i suoi “venditori”, e che il suo concorrente voleva addirittura “rottamare” (fenomeno del tutto sconosciuto persino nei partiti di sinistra che più si erano rinnovati: il Parti Socialiste di Mitterrand nel 1971 e il New Labour di Tony Blair nel 1995), poi Epifani a supplire per poco tempo prima della vittoria di Renzi, seguita da dimissioni e immediata rielezione e, per fare le cose in grande, da nuove dimissioni date, sospese, mantenute. In tutte queste fasi è legittimo chiedersi dov’era, se c’era, il partito oppure se quel che esisteva erano soltanto aggregazioni personalistiche, a cominciare dal partito di Renzi.

La situazione non è affatto migliorata nella fase depressiva e deprimente seguita alle seconde dimissioni di Renzi e al congelamento di un PD del tutto imbambolato dopo la pesante sconfitta elettorale del 4 marzo 2018. Stancamente rilanciato senza nessuna riflessione sulla sua inadeguatezza, il rito delle votazioni fra gli iscritti prima di giungere ai gazebo di marzo ai quali affluirà il più basso numero di sempre di elettori (eccezion fatta, azzardo la previsione, per la Campania del molto Democratico governatore De Luca) non è stato accompagnato da nessuna proposta su come (ri)costruire il/un partito degno del suo nome, cioè, anche democratico. La proposta più dirompente e perfettamente inutile è quella di fare a meno del simbolo tanto per cominciare alle elezioni europee. Peso degli iscritti e loro potere, albo degli elettori per cercare di trasformarli in attivisti non occasionali e poi in iscritti partecipanti, nuovi strumenti di formazione e di influenza politica? No, grazie. Il partito sbagliato (titolo di un eccellente pungente libro di Antonio Floridia, Castelvecchi editore) neanche si pone il problema di correggere i suoi errori. Si accontenta, ma oramai non ha più neppure la faccia tosta di vantarsene, di fare eleggere il suo segretario da platee disordinate e faziose (oh, pardon, divise in fazioni). Sic transeunt (quod non fuerunt) primariae

 

[“Questioni Primarie” è un progetto di Candidate & Leader Selection e dell’Osservatorio sulla Comunicazione Politica dell’Università di Torino, realizzato in collaborazione con rivistailmulino.it. In vista delle primarie del Pd, ogni settimana riprendiamo contributi pubblicati nell’ambito dell’iniziativa tutti disponibili anche in pdf sul sito di Candidate & Leader Selection.]

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Quale partito per il prossimo segretario del PD?

Dalla rumorosa cavalcata di Veltroni nell’estate-autunno 2007 fino all’inusuale ri-elezione nel 2017 di un ex-segretario sconfitto al referendum costituzionale, le battaglie (impropriamente definite “primarie) per la conquista della segreteria del Partito Democratico hanno regolarmente eluso il tema di “quale partito” debba essere il PD. Tutti i potenziali segretari hanno raccontato qualche storia più o meno credibile, più o molto meno nuova, più o meno infiorettata, sulle “magnifiche sorti e progressive” che avrebbero introdotto nel governo del paese. Con quale partito non si è saputo mai. Con quale successo lo si è visto poi. Nelle democrazie contemporanee, alla faccia di tutte le estemporanee analisi che accentuano la personalizzazione della politica (in Svezia? Norvegia? Danimarca? Finlandia? Germania? Gran Bretagna? tutte democrazie davvero pochissimo “personalizzate”, e altre se ne potrebbero aggiungere), che sostengono che i partiti sono spariti, che trovano, per assolvere gli italiani, inconvenienti simili alla sgangherata politica italiana un po’ dappertutto, i partiti continuano a esserci, in uno stato di salute accettabile, e quelle che chiamiamo crisi della democrazia sono problemi di funzionamento nelle democrazie. Quei problemi sono più evidenti e più gravi proprio laddove i partiti sono più deboli. Incidentalmente, le alternanze al governo non sono mai la causa dei problemi, ma neppure la loro magica soluzione. Marco Valbruzzi mi ha insegnato che quelle alternanze frequenti sono semplicemente il prodotto della competizione fra partiti indeboliti che non riescono a mantenere “fermo” il consenso ottenuto da una elezione alla successiva. La volatilità elettorale è inevitabilmente più alta dove i partiti sono “qual piume al vento” e non dove sono radicati. Sulla volatilità del consenso del PD, se i dirigenti del partito smettessero di raccontarci i loro sogni e studiassero un po’ di analisi elettorali, qualcosa potrebbero imparare. La prima lezione è, come si conviene, tanto elementare quanto fondamentale. Laddove l’organizzazione del partito tiene il consenso elettorale fluttua poco. La seconda lezione è quella operativa. Se i dirigenti del partito si occupano di cariche e di carriere e non della presenza organizzata sul territorio, anche le cariche e le carriere diventano a rischio. Allora, bisogna proteggerle con le candidature multiple e le nomine dall’alto. La legge Rosato ha avuto questo unico esito protettivo che, naturalmente, prescindeva dallo stato del partito ed è andato a scapito della rappresentanza politica.

La campagna per l’elezione del prossimo segretario è sostanzialmente già partita, “sottotraccia” dicono i retroscenisti, ma già narrata in maniera più o meno fake da giornaliste e giornalisti che hanno fonti amiche. Sappiamo di contrapposizioni fra persone, con l’obiettivo prevalente del due volte ex-segretario (e lo scrivo due volte apposta) di bloccare chi è a lui ostile, per un insieme di ragioni che nulla hanno a che vedere con le modalità con le quali sarà ricostruito il Partito Democratico oppure si porranno le premesse per un altro partito. Che Renzi e i renziani siano totalmente disinteressati al PD è lampante. Con grande loro compiacimento personale, hanno nel tempo consentito a Ilvo Diamanti di scrivere tre o quattro articoli su “Repubblica” centrati, pardon, sbilanciati proprio a favore del Partito di Renzi (PdR). Tuttavia, un partito è più di una fazione di carrieristi e, quando i carrieristi perdono, il deflusso di parte di loro, spesso senza un ancoraggio sul territorio (anche perché paracadutati), è fisiologico, alla ricerca di chi offrirà altre opportunità di carriera. Qui sta, naturalmente, il problema di come (ri)costruire il partito sostituendo parte grande di quella classe dirigente. Dal mio allievo Angelo Panebianco ho imparato molto tempo fa che i partiti non possono mai cambiare completamente. Cambiano attraverso spostamenti interni che producono nuove coalizioni dominanti. In questo modo, è nato, frettolosamente e balordamente, nonostante le critiche apertamente rivoltegli, il PD.

Probabilmente, gli spostamenti cominceranno a fare la loro comparsa al momento delle candidature alla segreteria. In particolare, non tanto curiosamente, conteranno le “desistenze” a favore di chi. L’ultimo ex-segretario vorrà certamente continuare, scrivono le giornaliste, a dare le carte, ma quante carte gli saranno restate? Il punto, che dovrebbe preoccupare di più chi pensa che senza partiti e senza un’opposizione strutturata sul territorio nessun sistema politico può funzionare in maniera decente e nessuna democrazia può avere una qualità accettabile, è che i candidati dovrebbero formulare prioritariamente con il massimo di chiarezza possibile la loro idea di partito e non annunciare un programma di governo, per un governo che senza un partito decente non formeranno mai. Schematicamente (estesamente, riflessioni e proposte di notevole qualità si trovano nel volume di Antonio Floridia, Un partito sbagliato. Regole e democrazia interna del PD, di prossima pubblicazione), ecco i temi da trattare: iscritti, sedi, attività, modalità di consultazione e decisione, procedure per la scelta dei dirigenti e dei candidati, e, oso al massimo, “cultura politica” (quindi, anche strumenti per la formazione). Nulla di tutto questo è particolaristico e specialistico. Questa è politica: come rapportarsi alle persone, come rappresentarne idee, preferenze, emozioni, come contribuire alla loro capacità di comprendere e di fare politica. Per rendere meno sgradevole l’inverno del nostro scontento.

Pubblicato il 7 settembre 2018 su PARADOXAforum

Un Pd da ricostruire oltre le primarie @rivistailmulino @pdnetwork

di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi

La storia si ripete, per quelli che non l’hanno studiata, in peggio. No, le votazioni per eleggere il prossimo segretario del Partito democratico non sono “primarie”. Si hanno primarie quando gli elettori sono chiamati a scegliere i candidati a cariche elettive, come il sindaco e il Presidente di regione,e a designare il candidato a capo del governo. Ci fossero i collegi uninominali si potrebbero (non è obbligatorio) svolgere primarie anche per la scelta del candidato/a in quel collegio. No, le primarie delle idee e dei programmi proprio non esistono. Con le primarie si scelgono persone le quali le loro idee le hanno e le esprimono. Anzi, se hanno fatto un qualche percorso politico e professionale quelle idee le hanno già comunicate, sono note, possono essere discusse, fanno parte della conversazione che, però, si arresta con l’elezione. Chi vota un candidato/a vota anche per le sue idee e contro le idee degli altri candidati.

Quando si sceglie il segretario di un partito, la campagna per quelle votazioni deve essere improntata a un tema dominante, che in questi tempi di pseudo-primarie è sempre mancato: che tipo di partito vuole, disegna, costruirà il candidato? Nel caso del Partito democratico è chiaro che, giunto al suo punto più basso, il partito deve essere ricostruito. Ma in che modo, con quali persone, reclutando, selezionando, promuovendo con quali criteri, guardando a quali capacità per quali obiettivi? Sperabilmente, non con riferimento a cerchi e cerchietti che mai si sono rivelati magici, ma neppure con inclusioni ecumeniche – rassemblement, fronti, unioni o quant’altro – che non servono a nulla. Dicano i candidati che tipo di collaboratori desiderano per rifare il Partito democratico.

Due sono le mancanze alle quali sopperire: la prima è il sostanziale stato di abbandono di una presenza organizzata sul territorio; la seconda è la scomparsa, se mai è esistita, di una cultura politica. Dicano allora i candidati come si afferma la presenza sul territorio (ovviamente – suggeriamo – non con parlamentari paracadutati) del partito che intendono guidare. Garantiscano il loro impegno per l’elaborazione di una cultura riformista e progressista, non vagamente multiculturale, non a favore di diritti che spesso sono costose rivendicazioni, ma per doveri e eguaglianza di opportunità. Questi elementi possono diventare parte della cultura politica del partito, ma non devono essere confusi con il programma del prossimo governo.

Per giungere a una cultura politica condivisa dicano i candidati che incoraggeranno la formazione di scuole di politica, anche riconoscendo quelle già esistenti, non facendone passerelle per politici e parlamentari, ma luogo di elaborazione e confronto di idee, non allevamento di galletti e galline da combattimento televisivo, ma palestre alle quali dare il massimo di apertura e di pubblicità/zzazione. Se serve, e crediamo ce ne sia urgente bisogno, si faccia precedere la competizione per la segreteria da un dibattito ampio, interno e attorno al partito, su quattro aspetti che finora sono stati quasi completamente trascurati: 1) un esame profondo e non auto-assolutorio delle cause della peggiore sconfitta elettorale di tutti i tempi della sinistra e del Pd; 2) un’analisi della condizione reale della società italiana, che metta al centro il tema delle crescenti diseguaglianze e trascuri quello vuoto e retorico delle eccellenze; 3) una ridefinizione dei fini (valoriali e ideali) della sinistra che proceda di pari passo con l’individuazione dei mezzi più adatti a raggiungerli; 4) un discorso di verità sull’Europa che c’è, su quella che si vuole costruire, con strategie e alleanze ancora da definire, e, infine, su quella a cui si aspira per rendere il suo funzionamento più democratico e il suo rendimento più giusto ed equilibrato.

Oggi, un compito è fondamentale per il prossimo segretario del Pd: (ri)costruire una comunità funzionante, non omologata, ma capace di convergere e di cooperare sulle scelte più importanti. Se il partito deve essere un partito di iscritti, allora il voto degli iscritti deve valere di più, almeno il doppio, del voto dei simpatizzanti e di coloro che si attivano solo per scegliere saltuariamente fra candidature. L’iscritto deve sapere che il suo ruolo è valorizzato, che conta di più di coloro che entrano in scena in alcune limitate occasioni, ma non intendono spendere energie per la “macchina”. Infine, dicano i candidati alla segreteria del Partito democratico che cosa è per loro un partito davvero “democratico”, in base a quali regole decide, con quali votazioni, con quali maggioranze, con quale riconoscimento e valorizzazione del dissenso, con quali aperture a gruppi esterni. Poi verrà anche la sfida del governo che soltanto un partito aperto, ma saldamente fondato su iscritti consapevoli e attivi, e democratico, sarà nelle migliori condizioni per affrontare. Tutto quello che esula da quanto qui scritto è in parte il prodotto dell’ignoranza, in parte coazione a ripetere errori gravi già visti, in parte manipolazione e certamente non serve a fare un partito. Tanto meno serve alla democrazia.

Pubblicato il 20 luglio 2018 su larivistailMULINO

Bugie, maledette bugie e statistiche

di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi

Prigionieri della retorica renziana troppi commentatori (nonché, naturalmente, i pappagalleschi collaboratori del segretario) insistono sui due milioni di voti conquistati da Renzi in quelle che loro chiamano “primarie”, ma che sono semplicemente state le votazioni per il segretario. Da ultimo, ma non mancheranno i “ripetitori”, senza nessuna remora, Francesco Verderami scrive, attribuendo le parole a Franceschini, che le regole (della necessaria politica delle coalizioni) non sono mutate “[ne]anche per chi ha ottenuto due milioni di voti alle primarie” (Franceschini e il duello sulle alleanze, Corriere della sera”, 8 luglio 2017, p. 9). Ecco, l’ultimo ad avere ottenuto più di due milioni di voti nella sua elezione a segretario, è stato Walter Veltroni, dieci anni fa. Poi, come mostra il grafico, con partecipazione chiaramente declinante, né Bersani né i “due” Renzi sono arrivati a quella cifra.

Figura 1. Voti ai vincitori dell’elezione diretta del segretario PD e votanti complessivi (valori assoluti) 

Per la precisione, che dovrebbe interessare sia i protagonisti della politica sia i commentatori che, magari, volessero esibirsi nella nobile attività di controllo dei fatti (fact-checking), il più recente Renzi è arrivato a 1.257 mila voti che non è neppure il 15 per cento dei voti ottenuti dal PD nelle elezioni del febbraio 2013 ed è appena al di sopra del 10 per cento dei voti ottenuti dal PD già guidato da Renzi nelle elezioni europee del maggio 2014. Insomma, non sembrano davvero risultati strabilianti di cui essere fieri né in termini assoluti né con riferimento alla partecipazione del “popolo del PD”. Certamente, se quei voti vengono paragonati al numero dei partecipanti ai caminetti sono molti, molti di più. Ma, qual è il senso della comparazione che, “diciamo”, sembra avere un’impronta populista? Matteo Renzi dimentica bellamente che i votanti lo hanno rieletto alla segreteria del partito dopo un percorso di “rito”, come dichiarò subito Michele Emiliano, “abbreviato”, non potevano dare nessuna indicazione di quale governo e con chi. Molto poco si parlò del partito e il tema delle coalizioni – loro necessità, utilità, composizione – non fu praticamente neppure sfiorato.

Tabella 1. Segretari e candidati alla segreteria del PD, 2007-2017 

A prescindere da quello di cui si discetta nei caminetti, che retroscenisti alla Verderami ci racconterebbero per esteso, tutti coloro che si occupano, anche solo saltuariamente, di politica, sanno che dare vita a coalizioni è, direbbero gli anglosassoni (sì, proprio quelli che sono sostanzialmente “bipolaristi” e maggioritari), the name of the game, vale a dire il “gioco” al quale partecipare. Le coalizioni offrono all’elettorato la prefigurazione di un futuro possibile. Quando arrivano al governo (tutti i governi delle democrazie parlamentari, anche quello italiano attuale, sono governi di coalizione) rappresentano un elettorato più ampio di quello di un solo partito. Il loro programma, inevitabilmente negoziato, smussa le punte estreme e diventa più accettabile per una larga parte della cittadinanza. Brandire un milione e duecentosettantacinquemila voti contro una parte del proprio partito in nome di una inspiegabile “vocazione maggioritaria” non fa avanzare di un millimetro le politiche di quel partito e non migliora le cognizioni e la qualità della politica italiana.

Pubblicato su LaTerzaRepubblica 8 luglio 2017

La ricetta di Pasquino “Il partito ora coinvolga chi ha fatto la fila ai gazebo”

Intervista raccolta da Dario Del Porto per La Repubblica Napoli

«Se fossi un dirigente del Pd napoletano cercherei in tutti I modi di raggiungere quelli che hanno votato alle primarie. Sarebbe il modo migliore per tradurre la partecipazione in energia positiva. Ma so che i dirigenti del Pd non vorrebbero mai farsi dare consigli da me», scherza il politologo Gianfranco Pasquino, che analizza i dati delle elezioni che hanno confermato Matteo Renzi nella carica di segretario.

Perché secondo lei i vertici democrat dovrebbero rivolgersi agli elettori di domenica 30 aprile, professor Pasquino?
«Se dipendesse da me, mi impegnerei per trasformare queste persone in potenziali iscritti al partito. Inizierei da quelli che hanno più tempo a disposizione, dunque i giovani e i pensionati».

E come farebbe?
«Molto semplicemente, chiederei loro cosa pensano che possa essere utile per la città e per il Paese, o semplicemente cosa li diverte o li interessa. Parliamo di persone che hanno scelto di fare una fila e versare due euro per scegliere un segretario. Mi sembra un buon punto di partenza».

I numeri però dicono che a Napoli il dato dell’affluenza ha fatto registrare un crollo.
«Sui dati del capoluogo bisogna vedere come ha influito la presenza di un sindaco come Luigi de Magistris. Escludo che abbia dato indicazione di votare per Renzi, naturalmente. Ma è significativo che Michele Emiliano abbia ottenuto un buon risultato a Napoli».

Renzi invece ha fatto il pieno a Salerno.
«Certamente il governatore Vincenzo De Luca ha svolto un ruolo significativo. Questa volta è riuscito a convincere molti di quello che lo seguono ad andare a votare per le primarie. Credo che per le primarie sia sempre importante capire come si muovono quelli che, pudicamente, chiamo i “notabili” del territorio. Ad esempio, sarebbe interessante capire quali siano state le scelte del sindaco di Benevento, Clemente Mastella».

E con il rischio di un voto clientelare, come la mettiamo?
«Ma è normale che nelle primarie ci sia un voto di clientela. Se mi lascia passare una battuta, bisognerebbe controllare di quanto è aumentata la vendita di fritture di pesce, soprattutto nelle città di mare, nella giornata di domenica scorsa».

Si riferisce al caso dell’audio di De Luca registrato alla vigilia del referendum?
«Era una battuta, ripeto. Ma il discorso è semplice: quando si vota sulle persone è inevitabile che i rapporti personali influiscano. Poi, evidentemente, le cose cambiano se si verificano scambi di soldi, di fritture o di qualsiasi altra utilità».

Visti i numeri, lo strumento delle primarie funziona ancora?
«È sicuramente un esercizio di democrazia partecipativa. Ci sono persone che si mettono in coda e, prima di fare una scelta, si sono certamente informate, magari leggendo. Ma la democrazia non si esaurisce nel voto per il segretario del partito. Poi bisogna praticarla».

A Napoli il Pd attraversa un momento difficile, non è riuscito a portare il suo candidato al ballottaggio.
«Per come la vedo io, spetta ai dirigenti di partito mantenere vivo il rapporto con i cittadini, organizzando iniziative e tenendo vive le idee, e ai consiglieri comunali. La pratica quotidiana non implica l’obbligo di vedersi ogni giorno, ma che ci si possa incontrare perché c’è un referente con il quale parlare e confrontarsi. Prima quel referente era il parlamentare del territorio, ora con le liste bloccate è diverso».

Forse anche per questo il M5S ha scelto il web, al posto dei gazebo.
«Quello di Beppe Grillo è un non-partito. Ma non si fa politica solo schiacciando un pulsante o muovendo il mouse. Non si può pensare che quella sia davvero democrazia diretta».

Pubblicato il 3 maggio 2017

Qui la scissione ha pesato. E il Pd non può stare da solo

Intervista raccolta da Mauro Bonciani per Il Corriere Fiorentino

Gianfranco Pasquino, politologo e accademico italiano, autore di numerosi libri, è tra i massimi esperti di scienza politica.

Professor Pasquino, le primarie del Pd 2017 sono state un successo o no?
«Premesso che non le chiamerei primarie, perché questo termine si attaglia alla scelta per cariche monocratiche come i sindaci i presidenti di Regione e magari i parlamentari e non per un segretario di partito, sono state positive, importanti. Per tre motivi: sono un passaggio di partecipazione, mobilitano idee, attraggono l’attenzione anche di chi non vota e mostrano che un partito può dire cose interessanti. Si possono migliorare, ma non buttiamole a mare».

Migliorarle come?
«Per la scelta del segretario di un partito farei votare solo gli iscritti al partito, e il voto dei 16enni, che poi non sono elettori, è solo una mossa populista. Lo stesso vale per il voto degli immigrati: se sono cittadini italiani partecipano alle elezioni come tutti i cittadini italiani, altrimenti no».

Gli avversari di Renzi, anche nel Pd, hanno sottolineato che il segretario è più forte in un partito più debole. Che in Toscana, ad esempio, sono andati al voto in 209.000 contro i 395.000 del 2013.
«Ho sentito anche io questa accusa, ma la verità è che Renzi ha vinto nettamente e che il Pd era più piccolo anche prima del 30 aprile… Il calo in Toscana ed in Emilia non sorprende: qui è andata forte la “ditta” per usare il termine bersaniano, in Toscana ed in Emilia gli scissionisti sono molti e non solo la vecchia guardia ma anche trentenni e quarantenni ed il declino numerico per Renzi si spiega anche così. Il nuovo segretario però deve considerare questi dati, porsi il problema di come allargare il partito».

Il vicesegretario dem toscano, Antonio Mazzeo, ha spiegato che le primarie qui sono andate bene, sottolineato che «per Renzi abbiamo raggiunto il 12% in più rispetto al risultato ottenuto fra gli iscritti»: è un fatto positivo?
«Il vicesegretario avrebbe dovuto però aggiungere che adesso contatterà ognuno di quegli elettori delle primarie per farli iscrivere al partito, che farà di tutto per questo obiettivo. E così avrà appunto un Pd più forte».

Il Pd toscano e nazionale deve fare alleanze?
«Se non lo fa non solo compie un errore teorico, perché la politica è fare alleanze, ma anche un errore pratico. Senza alleanze si fa una cosa diversa dalla politica, si rischiano estremismi».

Tra poco ci sono le elezioni amministrative: in Toscana ci sono partite delicate per il Pd a Lucca, Pistoia, Carrara. Le primarie daranno una spinta ai Democratici?
«Il quadro per le amministrative è indecifrabile e non sarà facile capire se il Pd è andato bene. Ci sono le liste civiche, spesso con esponenti del Pd, le liste del candidato sindaco, le liste miste partito-società civile, conta la personalità del sindaco, magari un bersaniano o un orlandiano».

Esiste il rischio di una maggiore conflittualità tra Pd e Mdp, scissionisti, dopo il voto che ha riconfermato Renzi e la sua leadership?
«Non ne vedo il perché. Sarebbe una cosa da Prima Repubblica, vecchissima, tanto che per evitare richieste di “adeguamenti automatici” a nuove condizioni politiche abbiamo modificato la legge per l’elezione dei sindaci, ora scelti dai cittadini, e non più dai partiti, con trattative che duravano settimane se non mesi e i primi cittadini che a volte andavano ai piccoli partiti per i veti incrociati di Dc e Pci».

Enrico Rossi deve restare alla guida della Regione e non seguire sirene romane?
«Infatti. Rossi deve completare il suo mandato ed il Pd non destabilizzare la sua giunta né altre in cui governa. E Rossi ed Mdp non devono fare l’errore di ascriversi tutti coloro che non sono andati a votare alle primarie rispetto al 2013».

Cosa farà Renzi adesso, quale sarà il suo nuovo inizio?
«Conoscendolo so che è impaziente, che vorrebbe votare prima possibile, ma ci sono le amministrative a giugno, poi serve una legge elettorale, poi il Dpef. E il presidente Mattarella ha detto chiaramente che occorrono due leggi elettorali coerenti per Camera e Senato e che è lui che scioglie il Parlamento… Dovrà attendere il 2018, insomma. Nel frattempo può occuparsi del partito e potrebbe fare il ministro degli Esteri del governo Gentiloni, trattando così con l’Europa forte del suo nuovo mandato anche come segretario»

Alle Primarie è mancata la politica

L’esito percentuale e numerico delle votazioni per l’elezione del segretario del Partito Democratico per i prossimi quattro anni è sufficientemente chiaro. Per capirne di più, anche contro i toni trionfalistici dei sostenitori di Renzi, è opportuno sottolineare che la partecipazione è diminuita di un terzo e i voti del Renzi vincente sono passati da 1 milione e 700 mila del 2013 a circa 1 milione e 300 mila. Non è una buona idea quella dei renziani di sottolineare che la domenica del voto si situava in mezzo a un ponte poiché la data, “rito abbreviato” ha più volte ripetuto il concorrente Michele Emiliano, l’hanno scelta loro. Semmai, si dovrebbero evidenziare due elementi: la vittoria troppo presto parsa praticamente certa di Renzi e, va subito aggiunto, la non eccelsa qualità degli sfidanti e della loro campagna elettorale. In verità, neppure la campagna elettorale di Renzi è stata brillante. Non si sono avute idee nuove da parte di nessuno. Proposte efficaci, intuizioni spettacolari non hanno fatto la loro comparsa: una campagna facilmente dimenticabile.

È giusto recriminare sulle modalità complessive con le quali si è arrivati alle votazioni poiché molti, compresi quasi tutti coloro che se ne sono andati dal PD per dare vita a Articolo 1 Movimento Democratico e Progressista, avrebbero voluto che una Conferenza Programmatica precedesse le votazioni per il segretario. La Conferenza avrebbe potuto essere il luogo della elaborazione sia programmatica sia, soprattutto, culturale del Partito Democratico. Nessuno dei due compiti è stato svolto. Al Partito Democratico che si vantava di avere messo insieme le migliori culture riformiste del paese (ma, in verità, quella socialista non fu mai invitata), manca a tutt’oggi una reale e convincente cultura politica. Questa mancanza si rispecchia sull’assenza di un documento programmatico che indichi problemi e soluzioni, segnalando costi e vantaggi per approdare a una società più giusta con meno diseguaglianze e più opportunità per tutti, ma, ovviamente, soprattutto per gli svantaggiati.

Il paragone del Partito Democratico di Renzi con l’Ulivo di Prodi, per altro mai compiutamente realizzato, è semplicemente improponibile. Nella sua azione di governo, Renzi non ha mai mostrato nessun interesse a sollecitare e coinvolgere la società, nelle sue diverse articolazioni. Al contrario, ha prodotto uno scontro frontale con i sindacati annunciando l’utilità della disintermediazione, ovvero non tenerne più conto, ha criticato i “professoroni”, ha bacchettato i partigiani “cattivi”, ha soffocato la già non proprio vibrante autonomia della Radiotelevisione pubblica. Nel suo discorso della vittoria al Nazareno ha annunciato che farà una Grande Coalizione, non con i partiti(ni) esistenti, peraltro, ad eccezione del Movimento 5 Stelle, piccola cosa e precaria, non con le associazioni, ma con quei cittadini sciolti che sarebbero il popolo vera “alternativa al populismo”. Insomma, anche se ha cercato di passare al “noi” per evitare la critica di stare ricostruendo il Partito di Renzi, ha posto le premesse proprio di quel partito. È l’unico partito che conosce anche se lo frequenta poco e che i suoi sostenitori vorrebbero “normalizzare” sostituendo i segretari non allineati in tutte le aree dove hanno avuto la maggioranza. È un brutto modo di segnalare la disponibilità a praticare la democrazia dentro il partito, vale a dire lasciare spazi alle minoranze e interloquire con loro senza schiacciarle con i numeri.

Adesso, tutti s’interrogano sulle mosse future del leader. Quanto presto desideri (tentare di) tornare a Palazzo Chigi. Proprio perché preoccupato dalla probabile fretta di Renzi, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha, saggiamente, posto un paio di condizioni dirimenti. La prima riguarda la necessità di elaborare due leggi elettorali tali da non condurre a maggioranze prevedibilmente diverse fra Camera e Senato. Sul punto, avendo già prodotto un pessimo Italicum, ed essendosi troppo vantato di una legge in più punti bocciata per incostituzionalità dalla Corte, Renzi è, più che cauto, vago dando spesso l’impressione di non sapere che cosa vuole (tranne vincere). La seconda condizione è quella di fare funzionare il governo fino alla scadenza naturale della legislatura: fine febbraio 2018 con possibilità di svolgere elezioni entro la prima settimana di maggio. Il segretario di un partito dovrebbe appoggiare “senza se e senza ma” il governo guidato da un dirigente del suo partito e con una composizione fotocopia del governo da lui presieduto fino al fatidico 5 dicembre. Invece, perdendo di vista quella che dovrebbe essere la funzione nazionale di un grande partito, vale a dire la governabilità nell’interesse del sistema politico, sembra che la tentazione della spallata sia variamente intrattenuta da Renzi e incoraggiata da molti stretti collaboratori. Insomma, Gentiloni non può proprio stare “sereno”.

Pubblicato il 3 maggio 2017 su La Nuova Sardegna

 

Scegliere il segretario, non destabilizzare il governo

Quello che succede nel Partito Democratico e nei suoi dintorni è oggettivamente importante per due ragioni. Prima ragione: anche se i dirigenti dem, a partire dal suo segretario, fanno di tutto per smembrarlo, il PD è ancora, non si sa per quanto tempo, l’unico partito meritevole di questo nome nel sistema politico italiano. Il suo indebolimento si rifletterebbe/rifletterà negativamente su tutto il sistema. Seconda ragione: il PD è l’asse portante del governo presieduto da un suo esponente. Se le convulsioni del PD diventano gravi la caduta del governo è quasi certa. Dunque, prima il PD in qualche modo si riassesta, anche se ridimensionato, meglio sarà un po’ per tutti. Per l’eventuale riassestamento bisognerà aspettare almeno un paio di mesi. Usando una terminologia sbagliata, che non compare nello Statuto del partito, ma che è stata adottata da tutti gli operatori dei media, le procedure con le quali sarà eletto il prossimo segretario del PD vengono chiamate “primarie”. sbagliato. Grande innovazione politica, le primarie servono a consentire agli elettori di scegliere le candidature alle cariche elettive monocratiche, di governo o di rappresentanza: negli USA il Presidente della Repubblica, i Governatori degli Stati, Senatori e Rappresentanti; in Italia, i sindaci, i Presidenti delle Regioni, il Presidente del Consiglio.

L’elezione del segretario di un partito non è affatto una primaria. È una votazione aperta anche ai non iscritti per la scelta di quella specifica carica che finisce lì, per l’appunto con la vittoria di un candidato. Per quel che riguarda il PD, l’elezione potrebbe addirittura essere decisa, non da chi è andato a votare, ma, se nessuno dei candidati ottiene la maggioranza assoluta, dall’Assemblea dei delegati, con una logica contraria al principio fondamentale delle primarie che consiste nell’attribuire il potere di scelta, senza nessuna mediazione, agli elettori. Allora, perché insistere, da parte anche degli stessi Democratici compresi, in un grave, imperdonabile errore terminologico

Seppure molto criticate dai giornalisti, le primarie, quelle vere, sono comunque uno strumento di democrazia che sposta potere dalle élite partitiche ai cittadini, che potranno compiere una delle operazioni politiche più importanti: selezionare le candidature, eventualmente anche per il Parlamento. Persino Grillo lanciò, seppur malamente, le primarie per le candidature del Movimento Cinque Stelle al parlamento, chiamandole “parlamentarie” e scimmiottando il PD che le aveva fatte in maniera non proprio limpidissima. Dal 2005 a oggi il PD ha tenuto quasi mille primarie, delle quali appena una decina contestate, in quasi tutta Italia. Contrariamente a quel che si dice, i candidati del PD hanno vinto tra il 75 e l’80 per cento dei casi e una percentuale simile ha poi vinto anche la carica in gioco.

L’idea-obiettivo di coinvolgere molte centinaia di migliaia di cittadini nella selezione delle candidature è apprezzabile in special modo in Italia dove i partiti e anche i non-partiti sono tutt’altro che associazioni democratiche, come avrebbero voluto i Costituenti che scrissero l’art. 49. Chiamare primarie l’elezione del segretario del Partito Democratico è un omaggio alle primarie “vere”, ma serve soprattutto a dare maggiore legittimità a un procedimento che, invece, è ancora fortemente controllato dai dirigenti. Aprire le votazioni a tutti coloro che dichiareranno di voler sostenere il programma del PD e verseranno due euro e consentire due mesi di campagna elettorale, indispensabili a Michele Emiliano e Andrea Orlando, gli sfidanti di Renzi, per fare circolare le loro idee, sono decisioni che garantiscono una competizione non troppo squilibrata a favore del segretario dimissionario. Adesso è auspicabile che tutti i candidati, ex-segretario compreso, spieghino come desiderano ristrutturare il Partito Democratico, non le politiche che attuerebbero come capi del governo. Lo faranno dopo lo scioglimento del Parlamento, alla conclusione naturale di questa legislatura. Sarebbe molto grave se il primo atto politico del prossimo segretario del PD fosse quello di dare una fulminea spallata contro il governo del PD per ragioni egoistiche di carriera.

Pubblicato AGL 27 febbraio 2017