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Le primarie restano uno strumento utile solo se organizzate bene #intervista @ildubbionews

«Letta dovrebbe volere una competizione aperta, inclusiva e vivace, senza scegliere lui il candidato ideale, come nel caso di Bologna. Così si umiliano gli iscritti e si allontanano le persone»

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Secondo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università Bologna, il sostegno di Giuseppe Conte a Matteo Lepore nelle primarie di Bologna è «una chiara interferenza» e sull’appoggio di Letta allo stesso Lepore «il segretario dovrebbe volere una competizione aperta, inclusiva e vivace, senza scegliere lui il candidato ideale».

Professor Pasquino, considerando il post Covid, che giudizio dà del flop alle primarie di Torino?

Il Pd ha le primarie nel suo statuto sia per la scelta dei candidati sia per le cariche monocratiche, e quindi le deve fare. Ma a livello locale troppo spesso molti dirigenti vogliono manipolarne l’esito o puntano addirittura a non farle, mettendo in difficoltà l’intera macchina organizzativa e perfino i militanti. È quello che è accaduto a Torino e che probabilmente accadrà a Bologna, forse anche a Roma.

Crede siano uno strumento ormai passato di moda, o magari non più adatto a scegliere i candidati?

Le primarie restano un buono strumento non solo per scegliere i candidati da un ventaglio più ampio di iscritti, ma anche perché servono per diffondere idee e mettere in contatto i candidati con una parte di società civile, quella più attenta alla politica. Sono utili anche per mobilitare le persone, perché ci sono dei candidati attraenti che portano alle urne cittadini che altrimenti non ci andrebbero. Insomma sono uno strumento utile, ma bisogna crederci e organizzarle bene.

Nel Pd c’è un problema logistico di organizzazione o non c’è la volontà politica di organizzare delle primarie come quelle da lei descritte fin qui?

Qualche volta c’è un’evidente incapacità organizzativa che è preoccupante, perché il Pd è un partito che ha una grande storia di presenza sul territorio e di mobilitazione di energie. Caratteristiche che evidentemente ha perso e questo spiega perché galleggia sulla soglia del venti per cento, che a Letta va bene ma che non è entusiasmante. D’altra parte spesso c’è la volontà di imporre un proprio candidato, come dicevo, e non appena c’è uno sfidante agguerrito o agguerrita, come nel caso di Bologna, gli stessi dirigenti ne combinano di tutti colori per non farlo vincere, rovinando le primarie con le loro stesse mani.

Da dove nascono le problematiche del Pd su questo tema?

Letta non ha la colpa della situazione, anche se potrebbe fare a meno di appoggiare i singoli candidati. Il segretario dovrebbe volere una competizione aperta, inclusiva e vivace senza scegliere lui il candidato ideale. Ma la situazione è molto peggiorata da una decina d’anni perché è peggiorato il partito in generale nella sua organizzazione e nel correntismo più o meno aggressivo che c’è al suo interno. Tutto questo non mobilita gli iscritti, che sono diminuiti e che non sono d’accordo con il fatto che pur iscrivendosi e pagando la quota poi siano altri a decidere il candidato. C’è una certa umiliazione negli iscritti e questo problema dovrebbe essere risolto dai dirigenti.

Giuseppe Conte ha dato il proprio sostegno a Lepore nella corsa contro Conti. Come giudica la mossa del leader in pectore del M5S?

È un fatto nuovo ed è una chiara interferenza, non giustificabile. Lo sarebbe stata se le primarie avessero compreso anche esponenti del Movimento 5 Stelle, ma almeno a Bologna non mi risulta che sia così. Conte ha fatto un endorsement per dire ai suoi che possono andare a votare ma solo se votano per quel candidato. È un’operazione non brillante.

Perché negli Stati Uniti le primarie continuano a essere usate come sempre mentre in Italia vanno a periodi alterni?

Perché il fatto che le faccia solo un partito le rende meno diffuse, meno appetibili e meno entusiasmanti. In più c’è un elemento importante, cioè che negli Stati Uniti non ci sarà mai un unico candidato ma ci sarà sempre competizione e i collegi sono tutti uninominali. Le cariche importanti vengono scelte solo attraverso le primarie. Attualmente è in corso la campagna delle primarie per il sindaco di New York e ci sono sette candidati che pescano in ambienti diversi. Il modo per rivitalizzare le primarie è consentire la massima partecipazione possibile. Se sono aperte i cittadini sentono che il loro voto conta, se capiscono che il voto è manipolato rimangono delusi e non vanno a votare. Questo è qualcosa che Letta deve tenere in considerazione perché ha bisogno di un elettorato utile e mobilitato. Solo se allarga i confini del Pd ha chance di tornare al governo la prossima volta.

Cosa penserebbe il Pd del 2007, quello che ha dato vita alle primarie, di questo Pd?

Le primarie erano un elemento importante di quel partito che si stava costruendo. E potevano essere utilizzate al meglio. Non lo furono, ma furono comunque uno strumento importante. Letta partecipò alle primarie proprio con Veltroni e la Bindi e dovrebbe ricordarsi che è bene farle perché ottenne visibilità sfruttando ad esempio Facebook e il web. Ora vuole fare le Agorà di idee, ma è bene che faccia una vera e propria officina, perché servono persone convinte che il partito possa andare oltre questo 20 per cento trovando elettori che finora non l’hanno votato. A livello locale i dirigenti sanno che con una certa percentuale di voti vinceranno e non vanno a cercarne altri, ma questo è un errore gravissimo.

Come si sta preparando Bologna alle primarie di domenica?

A Bologna il Pd sa benissimo che chi vince le primarie diventa sindaco, perché il centrodestra è molto debole e non ha ancora trovato un candidato che abbia qualche spinta mobilitante. Su questa sua convinzione il Pd fa andare avanti le cose convinto che Lepore vincerà. È brutto tutto questo ma se uno guarda alla storia del centrosinistra bolognese, da quando si scelse Bartolini che poi perse con Guazzaloca, si vede che le scelte sono sempre state discutibili. È la storia di una città che non è malgovernata, ma è governata nettamente al di sotto delle sue possibilità. Si può anche fare il sindaco da mediano, come ha detto il sindaco uscente, ma non da mediocre. Dal punto di vista della cultura, del turismo, della cintura industriale si può fare molto di più. Ma ci vuole qualcuno, o qualcuna, che voglia fare davvero il sindaco di Bologna.

Pubblicato su IL DUBBIO 16 giugno 2021

“Ne resterà soltanto uno!” Le primarie e il caso Bologna #webinar #26maggio @liberigiustiBo @liberiegiusti

Mercoledì 26 maggio 2021 ore 18


Zoom:
https://zoom.us/j/97828160801?pwd=U1dXRHBZNmdsSWc2K0pyaE1wRzVEdz09
ID riunione: 978 2816 0801 Passcode: 916603

“Ne resterà soltanto uno!”
Le primarie e il caso Bologna

Uno scambio di idee online con:
Gianfranco Pasquino, Mattia Santori, Nadia Urbinati, Piero Ignazi

info: m.bruni3@gmail.com

Il caso Bologna: solo Renzi costringe il Pd a fare vere primarie per il sindaco @DomaniGiornale

La notizia è che, dopo circa sei mesi di acrimoniose discussioni, l’audacissimo Partito Democratico di Bologna organizzerà le primarie per la scelta della candidatura a sindaco di Bologna. L’altra importante notizia è che saranno primarie competitive con un esito non predeterminato. Le precedenti primarie bolognesi, 1999, 2009 e 2011, erano state ampiamente controllate (la tentazione di scrivere “manipolate” mi rimane) dal gruppo dirigente. Anche questa volta, ha cominciato il sindaco Merola, non rieleggibile dopo due mandati senza troppa gloria, a battezzare come successore il suo assessore alla Cultura Matteo Lepore. Poi, candidatosi anche l’assessore alla Sicurezza, Alberto Aitini, invece di prenderne atto e prepararsi alle primarie, il gruppo dirigente del PD ha traccheggiato all’insegna della ricerca di una candidatura unitaria, un modo per fare sapere a Aitini che doveva ritirarsi. La situazione si è sbloccata rumorosamente quando, incoraggiata da Matteo Renzi, ha fatto irruzione la candidatura di Isabella Conti, esponente di Italia Viva (ma, prima, PD), rieletta sindaco di San Lazzaro con quella che chi non conosce la Bulgaria post-1989, continua a chiamare “maggioranza bulgara”: 80 per cento dei voti. Inevitabilmente, molto contrariati, gli esponenti del vertice (mi veniva la parola “cupola”) del PD hanno preso atto e annunciato che si terranno primarie di coalizione il 13 oppure il 20 giugno.

Fin dall’inizio lo svolgimento di elezioni primarie doveva essere considerato l’esito naturale, previsto nello Statuto del partito (art. 24 Elezioni primarie per la cariche monocratiche istituzionali). Con buona pace di Beppe Provenzano, vicesegretario del PD nazionale, non sbaglia affatto “chi dice che le primarie sono l’identità del Pd”. Al contrario sono un elemento costitutivo della, pur pallida, identità del partito. Bologna ci dice, però, che questa pratica, a determinate condizioni, sicuramente democratica, cozza frontalmente con le preferenze di chi continua a preferire le cooptazioni e altre oscure attività.

Ovviamente, le primarie, tutte le primarie in tutti i luoghi nei quali si svolgono (il PD ne ha fatte più di mille) sono anche un confronto/scontro fra persone le quali, nel caso di Bologna e in quasi tutti gli altri, hanno una biografia politica e professionale che le rende più o meno qualificate per aspirare ad una carica importante. I due assessori vantano per l’appunto la loro esperienza di governo della città, ma Isabella Conti può molto facilmente replicare con il buongoverno che ha garantito come sindaca di San Lazzaro, comune con più di 30 mila abitanti. L’ostacolo che le hanno subito frapposto è quello di essere “una renziana”, ma se le primarie di Bologna hanno da essere primarie di coalizione quest’ostacolo non ha da essere. Anzi, il PD dovrebbe rallegrarsi che fondamentalmente Italia Viva abbia deciso di fare parte della coalizione di centro-sinistra. Nel regolamento, il più garantista possibile per tutt’e tre i concorrenti, dovrà essere limpidamente statuito che i perdenti si impegnano a sostenere la vincente.    Proprio il regolamento potrebbe essere il prossimo punctum dolens: quante iniziative, quanti confronti, in quali spazio, con quali impegni di risorse sono tutti elementi che debbono essere sanciti per non dare vantaggi e non procurare svantaggi a nessuno. Le esperienze passate non sono del tutto rassicuranti con pezzi di partito che non solo si adoperarono palesemente a favore di uno specifico candidato, ma premettero sulla CGIL, sulle cooperative, su altre associazioni vicine per conseguire l’esito voluto. Divenuta famosa anche per avere resistito con successo alle mire poco ecologiche (sic) delle cooperative costruzioni, Isabella Conti sa di partire in salita nel mondo (che qualche commentatore bolognese ha infelicemente definito “di mezzo”) del PD. Proprio per questo la campagna elettorale bolognese si annuncia molto interessante. Le primarie servono anche a mobilitare gli elettori e i simpatizzanti, a comunicare politica e politiche, ad allargare la sfera del consenso. A Bologna, forse, potranno fare circolare un po’ d’aria nuova in un partito che troppo spesso risulta essere una struttura cementata e appesantita dal troppo potere che ha (talvolta neppure sapendolo esercitare).

Pubblicato il 23 aprile 2021 su Domani

Bologna è il primo test per Letta: perché il Pd non vuole fare le primarie per il sindaco? @DomaniGiornale

Conseguita molto più che la semplice parità di genere con l’elezione di Debora Serracchiani alla Camera, nettamente preferibile all’imposizione ad opera del capogruppo uscente al Senato Andrea Marcucci di Simona Malpezzi, sua compagna, pardon, amica di corrente, il Partito Democratico di Letta ha iniziato il suo cambio di pelle. O, forse, no. Da Bologna, ma anche da un pezzo non indifferente del PD nazionale vengono segnali alquanto diversi, anche contraddittori. Caso esemplare, non solo perché lo conosco molto bene avendolo ampiamente frequentato, è quello del partito di Bologna. Bisogna scegliere la candidatura per il prossimo sindaco della città. Virginio Merola ha completato due mandati, evento che non si verificava dalla metà degli anni novanta dello scorso secolo. Ha anche indicato, in maniera del tutto irrituale, forse piuttosto scorretta, il suo successore preferito, l’assessore Matteo Lepore. In campo c’è un altro candidato, anche lui assessore, Alberto Aitini, apparentemente preferito dai Circoli cittadini nei quali si sono espressi gli iscritti in qualche modo consultati. Non ho letto dati certi. Il potente parlamentare della città, Andrea De Maria, fino a qualche tempo fa fra i papabili, sembra si sia orientato a favore di Lepore. Non si sono espressi il segretario regionale e il segretario cittadino del PD e neppure l’abitualmente molto loquace presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini. Tutti uomini.

   Non ho udito nessuna voce proveniente dalle donne del PD, mentre ha fatto capolino Mattia Santori a nome delle guizzanti Sardine le cui procedure decisionali, in materie delicate come quella della indicazione di preferenza per una candidatura importante, mi sono ignote. Trapela la ricerca spasmodica di una candidatura unitaria che, però, è resa impossibile dalla tenace resistenza di Aitini. In un partito democratico la parola definitiva spetta (spetterebbe) allo Statuto nel quale sta scritto in maniera limpida che “il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori [quindi, non dei soli iscritti, nota mia]…. la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali” (art. 1, comma 5); che “gli incarichi sono “contendibili” (comma 9) e che “i candidati [uh, dizione quanto politicamente scorretta! Nessuna obiezione dalle donne?] alla carica di Sindaco e Presidente di Regione vengono scelti attraverso il ricorso alle primarie di coalizione” (art. 24, sottotitolato Elezioni primarie per le cariche monocratiche istituzionali).

   Alcuni almeno dei meno distratti fondatori del PD ricorderanno che i due principi posti alla base non soltanto del suo operato, ma della sua stessa esistenza, e considerati assolutamente qualificanti erano la vocazione maggioritaria e le primarie. La prima, davvero velleitaria, è già stata sostanzialmente archiviata dal neo-segretario che ha indicato come compito importante la ricerca di alleati per formare coalizioni competitive. Seppure sempre contrastate e talvolta manipolate, le primarie si sono svolte in moltissime occasioni e località, ad oggi, in ben più di mille casi. Secondo colui, Arturo Parisi, oggi silente, che viene spesso menzionato nei resoconti giornalistici come “il teorico delle primarie”, la procedura delle primarie per la selezione delle candidature si deve assolutamente aprire ogniqualvolta c’è chi, alzando spontaneamente la mano, dichiara la sua disponibilità/volontà a candidarsi. Il regolamento stabilirà tempi e modi per la raccolta di firme a sostegno e per i dibattiti.    Da Bologna giungono, invece, segnali assolutamente inquietanti di resistenza. Il primo è fin troppo facile e prevedibile: la pandemia è un ostacolo a qualsiasi inevitabile “assembramento” primario. Poi, naturalmente, qualcuno sosterrà che non c’è più tempo per farle. Non manca mai la proposta, assolutamente risibile, che si facciano le primarie, non “personalizzanti”, per le candidature, ma “su progetti”. Infine, in apparenza potentissima, si staglia l’obiezione che le primarie dividono il partito, dimenticando bellamente che il partito è già chiaramente diviso in correnti, anche a Bologna. La storia non finisce qui, ma deve tristemente registrare che dal vertice romano del PD il responsabile dell’organizzazione, Stefano Vaccari, manda agli uomini del PD bolognese un ultimatum: si diano da fare per trovare una candidatura unitaria. Ci sarà pure un caminetto all’ombra delle due Torri. Altrimenti, “primarie ultima spiaggia” (Corriere di Bologna, 31 marzo, p. 1).

Pubblicato il 31 marzo 2021 su Domani

Sul cambio della guardia alla segreteria del Partito Democratico #intervista @RaiGRparlamento @pdnetwork

Intervista raccolta da Stefano Anderson il 17 marzo 2021

Ecco cosa Enrico Letta dovrebbe dire al Partito Democratico @pdnetwork @formichenews

l politologo Gianfranco Pasquino si “sostituisce” a Enrico Letta e immagina su Formiche.net ciò che dirà in occasione dell’assemblea del PD in programma domani

Donne e uomini del Partito Democratico,

mettiamo subito chiaro che la carica di segretario che mi avete offerto su un piatto forse d’argento non è un risarcimento per i vostri deplorevoli e indimenticabili comportamenti del passato che portarono alla mia sostituzione da Presidente del Consiglio. Non cerco né risarcimenti impossibili né vendette. Non sono nel mio stile. Quello che mi offrite non può neppure essere un riconoscimento delle mie qualità. Lo hanno già fatto i francesi e me ne onoro. La Presidenza della Scuola di Affari Internazionali a Sciences Po non ha confronti con nessuna attività di consulenza, neanche con quelle per portare il neo-rinascimento in Arabia Saudita. Lascio quella prestigiosa Presidenza con qualche rammarico e soltanto perché voglio contribuire a migliorare la politica di questo paese. Però, non sono qui per consentirvi di conservare le vostre cariche e di continuare nei vostri intollerabili giochi correntizi. Fin d’ora annuncio che sfrutterò tutte le opportunità di nomine politiche premiando i meriti, come sarò in grado di valutarli, e mai cedendo ai gentili suggerimenti dei capi corrente. Questa mia propensione vale anche per le donne, quelle che si fanno sponsorizzare dai capicorrente che già le hanno portate alla Camera e al Senato.

   Care donne del PD non chiedetevi più che cosa i vostri capicorrente possono fare per voi oggi e domani. Chiedetevi che cosa voi siete in grado di fare per il partito. Vi sentirete più libere; sarete più utili; otterrete i successi che meritate. Ai partiti democratici delle diverse zone dell’Italia annuncio che loro è tutta la possibilità e tutta la responsabilità di fare politica sul territorio. Avendo come bussola lo Statuto ritagliatevi tutti gli spazi di autonomia e sfruttateli con coraggio. Non fate come il PD di Bologna da mesi in un vergognoso stallo per la individuazione del candidato sindaco. Quando c’è più di un pretendente si fanno le primarie seconde regole chiare, esplicite, non manipolate. Ça suffit come diciamo noi che abbiamo visto Parigi.  

    Ritengo mio compito prioritario ristrutturare quello che avete quasi (non voglio attribuirvi eccessive capacità) sistematicamente destrutturato. Smettiamo di raccontarci la rassicurante favola, in parte vera, che tutte le inadeguatezze discendono dalla fusione a freddo. La verità è che in 14 anni da quel fatidico 2007, c’eravate già tutti, non avete mai provato a porre rimedio agli errori gravi dei padri (già, dov’erano le madri?) fondatori. Non avete studiato niente. Avete snobbato facendo spallucce tutte le critiche. Fare politica vuole anche dire rischiare, sbagliare, pagare gli errori, ricominciare dopo le sconfitte. Sì, questa è una lezione che viene, non da una serie televisiva, ma da Max Weber. Dalla teoria della democrazia e dalle riflessioni di due grandi professori ho imparato che l’unanimità non è una prassi democratica. Nasconde unanimismo peloso e dà grande potere di ricatto. Quella che Bobbio mirabilmente definì “democrazia dell’applauso” è servilismo. Ecco perché vi chiedo di votare, e lo chiederò su tutte le decisioni importanti, nonché di dissentire apertamente argomentando il vostro dissenso.

   Non voglio “pieni poteri”, ma tutti i poteri che dallo Statuto sono attribuiti al segretario. La democrazia nei partiti è sempre stata un oscuro oggetto del desiderio, in particolare delle minoranze (fintantoché restavano minoranze, poi per loro era tutta un’altra storia). Ma, donne e uomini del Partito Democratico, se non operiamo noi sempre comunque e ovunque in maniera democratica, come possiamo sperare di rendere la politica italiana effettivamente democratica? Adesso si voti.

Pubblicato il 13 marzo 2021 su formiche.net

Le Dimissioni improvvise e laceranti di Zingaretti ci dicono molto su quanto partito e quanto democratico sia il PD @nzingaretti @pdnetwork

Le dimissioni di Zingaretti fanno seguito ad uno stillicidio di critiche, anche pesantissime e alla persona, soltanto in parte comprensibili, ma poco giustificabili, espresse in sedi improprie. In qualsiasi (sic) partito le critiche politiche vanno espresse nelle sedi apposite. A maggior ragione in un Partito che ha voluto definirsi Democratico e dove quelle sedi sono chiaramente stabilite: Direzione e Assemblea. È augurabile che il chiarimento avvenga nella Direzione del 13/14 marzo e che gli sfidanti parlino forte e chiaro. Il resto è soltanto polverone.

Che fine hanno fatto le primarie nel Pd? Domande sul caso Bologna @DomaniGiornale

Il Partito di Bologna ha una lunga, interessante, ingloriosa storia di primarie fatte (e non fatte) per la scelta della candidatura a sindaco della città. L’inizio della saga riguardò i Democratici di Sinistra che, a fronte di profonde divisioni interne con il (quasi)prescelto che rifiutò di “sottoporsi” alle “primarie”, furono costretti a farle in fretta e furia in una piovosissima giornata del marzo 1999. Poi le elezioni furono vinte da Giorgio Guazzaloca, molto più che un candidato civico, un bolognese con una apprezzabile storia personale di lavoro e di impegno. Cinque anni di (mancate) riflessioni non bastarono ai DS per trovare una candidatura indigena cosicché nel 2004 dirigenti, iscritti e i simpatizzanti della borghesia rossa furono entusiasti di accogliere il superparacadutato Sergio Cofferati reduce dalla grande manifestazione contro Berlusconi. Niente primarie per il segretario della CGIL, ma una bella processione nei quartieri di Bologna, città che non conosceva minimamente, ad accogliere suggerimenti, incoraggiamenti, applausi (molti) e critiche (quasi nessuna). Tutt’altro che favorevole, arrivai nel mio quartiere alle 21,10, presi la scheda per iscrivermi a parlare. Alle 22.45 non avendo ancora avuto la parola, mi informai. Avevano “perso” la mia scheda. “Gentilmente”, mi diedero subito la parola, la riunione chiudeva alle 23. Peccato che il tempo di accettazione delle schede con l’approvazione (o no) fosse stato fissato alle 22 e che moltissimi dei presenti avessero già votato.

Nel 2008, all’ultimo momento. Cofferati annunciò che non intendeva fare il secondo mandato. A quel punto il Partito Democratico decise che si potevano/dovevano fare le primarie. Naturalmente, il gruppo dirigente aveva il suo candidato. Provai a candidarmi, ma mi si impedì di avere accesso al registro degli iscritti un certo numero di loro firme essendo necessarie per accreditarsi come candidato. Appoggiato da Bersani e da Prodi e da gran parte del PD (in seguito anche dal cardinale di Bologna), la candidatura di Flavio Delbono non fu mai a rischio. Andò a vincere risicatamente al ballottaggio contro l’imprenditore Alfredo Cazzola. Poco più di sei mesi dopo fu costretto a dimettersi per uso troppo disinvolto, truffaldino (due patteggiamenti) del denaro pubblico (era stato Assessore al Bilancio della Regione Emilia-Romagna). Si dimise anche il segretario della Federazione, Andrea De Maria, debitamente parcheggiato a Roma.

   Per la prima volta nella sua storia, quella che era stata la vetrina del comunismo italiano fu commissariata (2010-2011). Ancora in difficoltà il PD intrattenne persino l’idea di candidare la Commissaria Annamaria Cancellieri (poi ministro degli Interni nel governo Monti e della Giustizia nel governo Letta). Messo da parte colui, Maurizio Cevenini, che era il più popolare degli esponenti del Partito, le primarie del 2011 consegnarono la vittoria a Virginio Merola che ha portato a compimento senza biasimo né gloria il suo secondo mandato. Non si è lasciato scappare l’occasione di influenzare la scelta del suo successore candidando alcuni suoi assessori, ma anche manifestando la sua preferenza per uno di loro. Dunque, logicamente: primarie fra i candidabili. Invece, per il momento, proprio no. Il segretario locale annuncia che bisogna cercare e soprattutto trovare un candidato “unitario”. Insieme agli assessori, la neo-eletta europarlamentare Gualmini si dichiara “disponibile”, deludendo, immagini, i 78 mila elettori che le diedero la preferenza. Sullo sfondo si staglia la figura del più potente parlamentare bolognese Andrea De Maria che nega asserendo, però, a ragione, che non vuole nessuna discriminazione nei suoi confronti, come quella comminatagli delle Sardine. Qualcuno ricorda che bisognerebbe allargare il “campo”, nessuno si tira indietro. Il sindaco bolla tutto questo, al quale lui ha dato il suo contributo e altri ne preannuncia, come “un dibattito inconcludente”.

   Le primarie per le cariche elettive stanno nello Statuto del PD. Se ne sono fatte in tutta Italia ben più di mille. Spesso cito Arturo Parisi, secondo i giornalisti il “teorico delle primarie”. Chi vuole candidarsi, sostenne Parisi, alzi la mano. Poi, naturalmente, raccolga un certo numero di firme a suo sostegno, quante e come sono richieste dal regolamento dei partiti locali. Naturalmente, se il PD allarga effettivamente il campo, a Bologna ci sono almeno due potenziali candidati centristi di valore. Allora, però, nelle primarie non dovrà esserci il candidato ufficiale “del partito”, ma tutti coloro che, PD o no, senza ostacoli, avranno raccolto le firme. Gli assessori disponibili a candidarsi non dovranno essere dissuasi, come il segretario locale ha già lasciato trapelare, poiché di loro si terrà conto “nella formazione della prossima giunta”. La saga non è finita. Neanche la commiserazione, qualche volta irritazione, per un partito che cerca costantemente di svicolare dalle regole che pure si è dato può cessare. Ė possibile che, alla fine, l’esito sia positivo in termini di selezione della candidatura, ma neanche in questo caso dovremmo accettare la massima che “il fine giustifica i mezzi”. Non è così che si migliora la politica né a Bologna né altrove.

Pubblicato il 20 novembre 2020 su Domani

Con sviluppi lenti e contorti continua la “Saga di #Bologna” per la scelta del candidato del Partito Democratico #Comunali2021

A Bologna si è riacceso lo scontro. Un partito che si chiama “democratico” deve regolarmente costantemente ripetutamente utilizzare procedure democratiche. Le primarie stanno nello Statuto del PD e valgono anche per il PDB(olognese). Se c’è più di una candidatura a sindaco di Bologna, allora: primarie. Se sono primarie di coalizione debbono potersi presentare tutti i candidati del PD che lo desiderano, cioè, non un solo candidato “ufficiale”. Prima le primarie, non divisive, ma competitive, poi l’unità a sostegno del/la vincente.

Un déjà vu la piccola storia infinita della scelta del candidata/o PD a sindaco a Bologna

Non la chiamerò telenovela. Dovrei definirla “la già vista”, questo piccola, non edificante e non finita storia della scelta del candidata/o PD a sindaco a Bologna. Non si faranno le primarie del partito/nel partito, ma, si fa dire alla mitica asfittica base che vuole “il candidato unico”. Poi, eventuali “primarie di coalizione” che, se ci fosse il “candidato unico” del PD, sarebbero un trucco ai danni dei potenziali alleati.