Home » Posts tagged 'reddito di cittadinanza'

Tag Archives: reddito di cittadinanza

Litigano su tutto, e allora? A chi (non) convengono le elezioni anticipate

La Lega è forte di un grande sostegno dai cittadini, M5S non ha alternative a questo esecutivo. Cosa si nasconde dietro i “litigi” di governo? Il commento di Gianfranco Pasquino

La congiuntura espressa senza una briciola di originalità e ripetuta fino alla noia è come segue. “Litigano su tutto. Non sono d’accordo su niente. Bisogna preparare l’alternativa. Elezioni anticipate: si chiudono le finestre”. Incidentalmente, chi le aveva (mai lasciate) aperte? Sono davvero stucchevoli le dichiarazioni degli oppositori e i resoconti dei retroscenisti. È sicuro che nel governo M5S e Lega hanno forti differenze di opinione e le manifestano anche ad uso dei loro sostenitori. Molto coesa, invece, è Forza Italia nella quale Berlusconi e Toti si abbracciano tutti i giorni, Carfagna e Taiani stanno organizzando le primarie, ma anche no, e a livello locale il deflusso degli amministratori è lento, ma costante. Chi davvero vuole litigare nel Partito Democratico, pacificato e propositivo? I Dem vanno d’amore e d’accordo su tutto. Anche sul fatto che il neo-eletto segretario non ha finora avuto neanche un’idea originale? Comunque, tutti vogliono un partito che si estenda da Calenda a chi? (quesito non proprio lacerante). Grande è l’accordo sulla necessità assoluta e positiva che il due volte ex-segretario Renzi si faccia il suo partitino post-leopoldino. Unanimità sulla costruzione di un’alternativa all’attuale governo, meno promettenti i numeri, ma bisogna gettare il cuore e i sondaggi oltre l’ostacolo. Meno chiari i contenuti, non pervenuti i partecipanti. Remember la sinistra plurale, aperta, inclusiva? Faccenda del secolo scorso. Questo è il secolo della rottamazione, della disintermediazione, della sparizione.

Chi andando a elezioni anticipate potrebbe vantare di avere introdotto il reddito di cittadinanza e conseguito quota cento? Chi potrebbe utilizzare come temi propagandistici il salario minimo e la tassa piatta? Chi potrà chiedere five more years per procedere a tagliare le poltrone garantendo ai cittadini il referendum propositivo e il perseguimento di una effettiva devolution differenziata di potere alle regioni? Quanto deve essere preoccupata la Lega arrembante e crescente se Fratelli d’Italia è pronta tutti giorni a buttarsi nelle sue braccia e se le critiche dell’affievolito Berlusconi (ricordiamolo: “grande amico di Putin”) non sono praticamente mai sulle politiche, ma solo sull’alleanza con il Movimento Cinque Stelle?

Nel contrattare con la Lega, inevitabilmente, come in tutti i governi di coalizione, Di Maio è in parte indebolito dalle tensioni all’interno del Movimento, ma l’inconveniente più grande è che non ha nessuna posizione di ricaduta. Deve, comunque, tirare a campare comprando tempo in maniera resiliente (copyright Luigi Di Maio) per completare un paio di punti programmatici, anche in, attesa delle conseguenze positive del reddito di cittadinanza. Fortissimo è il desiderio del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di durare, ovviamente per fare. Chi più di lui, avvocato del popolo e mediatore fra i due contraenti del Contratto di Governo, può ambire a diventare Presidente della Repubblica nel gennaio 2022? E il Partito Democratico, non importa se quello di Zingaretti, quello di Calenda, quello, beaucoup déjà vu, di Renzi, non sta neppure a guardare le stelle. Chi guarda dal basso è la crescita economica. Chi guarda tutti dall’alto è il debito pubblico. Né l’una né l’altro rilasciano dichiarazioni, neanche off the record.

Pubblicato il 13 luglio 2019 su formiche.net    

Questo governo durerà, al resto ci pensa Mattarella. Parola di Pasquino

Insieme Lega e M5S continuano a ricevere l’appoggio di quasi il 60 per cento degli italiani. Meraviglia che Zingaretti (Pd) chieda, un giorno sì e l’altro pure, elezioni anticipate che perderebbe alla grande

 

Questo governo di riconciliazione nazionale “Nord (territorio privilegiato della Lega)-Sud (granaio dei consensi alle Cinque Stelle)” mette insieme gli italiani veri e veraci: coloro che hanno lavorato tanto e vanno in pensione a Quota cento e coloro che tanto vorrebbero un lavoro, ma nel frattempo avranno il reddito di cittadinanza, coloro che desiderano una tassa piatta e coloro che vorrebbero un salario minimo, coloro che sventolano la bandiera del garantismo e coloro la cui bandiera è il giustizialismo (p.s.: tertium datur). Nessuna meraviglia che, insieme, Lega e Cinque Stelle continuino a ricevere l’appoggio di quasi il 60 per cento degli italiani.

Meraviglia, invece, che Zingaretti (Pd) chieda, un giorno sì e l’altro pure, elezioni anticipate che perderebbe alla grande e, comunque, dopo le quali dovrebbe faticosamente cercarsi alleati. Che poi dentro il governo e all’interno di ciascuno dei due contraenti ci siano e si manifestino posizioni differenti su molte tematiche può meravigliare soltanto coloro che conoscono esclusivamente la politica italiana degli ultimi pochi anni.

LE TENSIONI ALL’INTERNO DEI PARTITI AL GOVERNO

In tutti i governi di coalizione delle democrazie parlamentari esistono e coesistono differenze di opinione. Debbono anche essere accentuate a favore dei rispettivi elettori estremi, più intensi, quelli che hanno creduto nel programma, tutto e, se non subito, presto. Costoro, però, se sono davvero estremi, non hanno luogo più accogliente del “loro” partito tranne l’astensione che, giustamente, colpisce e preoccupa le Cinque Stelle sovrastate dal Capitano onnipresente e onnifacente. Quanto alle tensioni interne a ciascuno dei contraenti, da un lato, sono un classico gioco delle parti, dall’altro, servono a mantenere i contatti, per l’appunto, con un elettorato fazioso e persino troppo ideologico. Questo dell’attribuzione di un’ideologia sia ai leghisti sia ai pentastellati è un complimento di cui mi pento subito. Faziosità dovrei scrivere, ecco.

Allora, lasciamo il movimentismo a Dibba, Alessandro Di Battista, giustificandolo, “lui è fatto così”. Anzi, lontano dal potere che gli sarebbe stato dato, diventa persino più di “così”, ma che gli riesca di essere destabilizzante proprio no. Sull’altro versante, che il Claudio Borghi, diventato presidente della Commissione Bilancio della Camera, si esibisca nella proposta di dare vita ai mini-Bot è segno di incomprimibile creatività, magari imbarazzante. Allora, arriva il pacato sottosegretario Giancarlo Giorgetti a rimbrottarlo, non proprio subito, magari dopo avere ascoltato qualche imprenditore di riferimento, che quella roba lì è illegale e pericolosa. D’altronde, potrebbe anche essere che il Giorgetti diventerà il candidato di peso ad un portafoglio economico di peso nella Commissione Europea. Deve avere pensato che, forse, il futuro presidente della Commissione potrebbe non gradirlo, ma, peggio, gli europarlamentari, dopo avergli chiesto di giustificare i mini-Bot, potrebbero anche votargli contro. Tutti i Commissari, almeno nell’Unione Europea che conosciamo e che non saranno certamente né il governo italiano né i sovranisti a cambiare, prendono l’impegno ad agire rispettando e applicando i trattati. Il resto, lo sappiamo (tongue in cheek), lo farà il Conte equilibrista poiché se il governo cade può anche essere che Lega e Cinque Stelle ridefiniscano un accordo, pardon, un contratto, ma fosse mai che si cerchino un altro avvocato del popolo.

IL RUOLO DEL QUIRINALE

Non mi esibisco nella recitazione del rosario degli ostacoli che rendono praticamente impossibile andare alle urne in tempi brevi, poi neppure in autunno quando si dovrà stilare la nuova legge di Bilancio, ma neanche in inverno poiché come disse sagacemente il ministro degli Interni Antonio Gava“finché si scia a Cortina, non si vota” (e infatti le elezioni di febbraio e di marzo non hanno dato risultati confortanti). Mi limiterò a ribadire che le distanze fra i due contraenti sono componibili con qualche astuto scambio – tutta roba all’ordine del giorno della Prima Repubblica che, infatti, è durata almeno 46 anni – e al resto ci pensa, certo con qualche irritazione, il Presidente Mattarella, ieri gongolante perché Ilvo Diamanti (la Repubblica, 24 giugno) gli attribuisce l’onore di avere dato vita ad un non meglio precisato “presidenzialismo prudenziale”. Sobrio tripudio al Quirinale.

Pubblicato il 25 giugno 2019 su formiche.net

Stallo totale per governo e opposizione

Difficile sapere se l’intervista del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il filosofo novantenne Emanuele Severino avrà qualche effetto sull’azione di governo. A suo tempo, Karl Marx criticò i filosofi, non solo quelli del suo tempo, per essersi limitati a studiare il mondo invece di provare a cambiarlo. Dal Documento Economico Finanziario presentato il 10 aprile è evidente che il governo giallo-verde e i suoi ministri non hanno la visione di un mondo nuovo, ma neppure di un’Italia e un’Europa nuove. Sembra, piuttosto che non sappiano che pesci prendere. Rispetto alle dichiarazioni espresse già a ottobre-novembre 2018, quando fu elaborata la legge di bilancio, nel DEF emerge una sostanziale presa d’atto che nel 2019 la crescita economica non ci sarà, ma cresceranno sia il deficit del 2,4% sia il debito pubblico al 137%, che non è possibile attuare integralmente la flat tax, che se fosse davvero piatta, sarebbe incostituzionale, se fosse, contraddittoriamente, “progressiva” a più scaglioni, comporterebbe il probabile rischio di un aumento significativo dell’IVA.

Per un po’ di tempo, il Presidente del Consiglio ha stancamente ripetuto che i fondamentali dell’economia italiana sono solidi, ma senza precisare quali siano questi fondamentali. Nel frattempo, nuovi dati fanno supporre che la Francia sia avviata a superare l’Italia come seconda potenza manufatturiera in Europa. Il fatto è che se fra i “fondamentali” si includono anche il debito pubblico e il tasso di crescita, l’economia italiana non è affatto su basi solide. È inevitabile che ciascun governo addebiti ai suoi predecessori la brutta eredità del cattivo andamento dell’economia. In effetti, le radici e le cause del debito pubblico affondano negli ultimi vent’anni. Il tasso di crescita italiano è regolarmente risultato basso, spesso, con l’eccezione della Grecia, il più basso dei paesi dell’Unione Europea.

Forse consapevoli che non sarà il cosiddetto “decreto crescita” a produrre un’impennata dell’economia italiana, i governanti hanno cercato un altro capro espiatorio: la sfavorevole congiuntura internazionale. Ovviamente, c’è qualcosa di vero poiché l’economia italiana, largamente fondata sull’esportazione di prodotti spesso di alta qualità, è molto sensibile al calo della domanda internazionale. Non basta, però, farsi scudo di un capro espiatorio e annunciare come salvifiche le due “riforme” bandiera dei gialli (reddito di cittadinanza) e dei verdi (tassa piatta). Essendo entrambe politiche redistributive, alla luce dei dati disponibili, risultano piuttosto rischiosissime scommesse per il rilancio dell’economia italiana. Nel frattempo, le opposizioni ripetono, facendo pochissima breccia nell’elettorato, che Di Maio e Salvini sono in campagna elettorale permanente, si dividono su tutto, non possono durare. Quel che resta del centro-destra sostiene che quelle politiche Salvini le farebbe meglio con loro, mentre il PD difende fiocamente le sue passate riforme, ma dov’è la contromanovra?

Pubblicato AGL il 15 aprile 2019

I nodi del Governo. Distrazione di massa: luci spente sul default

Questa effervescente società italiana! Altro che stare sdraiata sul divano a divorare popcorn e aspettare il reddito di cittadinanza: si organizza, scende in campo, manifesta. Forse, però, non per colpa sua, ma un po’ degli eventi un po’ per inadeguata informazione, manifestanti e contromanifestanti non colgono il bersaglio grosso. È lecito organizzare un congresso sulla famiglia tradizionale, meglio se usando toni e modi non oltranzisti che dileggiano le nuove forme di convivenza e aggrediscono leggi esistenti come la 194 sull’interruzione della gravidanza. È opportuno sostenere le conquiste di civiltà in tutte le materie relative alle unioni. È giusto sostenere la legittima difesa, non necessariamente armata e privatizzata, talvolta prevedendo pene, in una fattispecie allargata, per l’uso di filmini intimi che mettono alla berlina l’ex-compagna (revenge porn; vendetta porno). Persino encomiabile è concedere, sarebbe preferibile dire “riconoscere”, a determinate condizioni, la cittadinanza agli adolescenti i quali, con grave rischio personale hanno salvato le vite dei loro giovanissimi compagni. Che poi anche prendendo le mosse da questo avvenimento il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte senta, “benvenuto!”, il bisogno di “riflettere” sullo ius soli, ovvero sulla cittadinanza a chi è nato in Italia, ancorché da genitori non italiani, è una buona notizia. Però, i capi di governo non si limitano a riflettere. Hanno il dovere di proporre e il compito di decidere. Tutte queste, alla rinfusa, sono tematiche importanti, ma non determinanti, in una società che desideri diventare e rimanere civile, e non sarà neppure la Commissione Banche, ultima trovata del Movimento Cinque Stelle per darsi un po’ di visibilità, a risolvere il problema dei problemi italiani: come rilanciare la crescita economica.

La buona notizia per i governanti pentastellati è che le domande per il reddito di cittadinanza sono alquanto inferiori alle previsioni e quindi, almeno quest’anno, saranno necessari meno fondi di quelli previsti e stanziati. Tuttavia, quei fondi non potranno essere subito destinati a investimenti pubblici e all’ammodernamento delle infrastrutture che soli potrebbero iniziare il rilancio delle attività economiche e la produzione di posti di lavoro. L’effervescenza della società sui diritti da mantenere e, eventualmente, da ampliare (cittadinanza) rischia di essere sfruttata come arma di distrazione di massa fino alle elezioni del Parlamento europeo, 26 maggio, dopodiché sono tutti oramai convinti che vi sarà una resa dei conti con numeri veri fra Lega e Cinque Stelle. No, neppure quelle elezioni spasmodicamente attese risolveranno la tensione fra, da un lato, le politiche redistributive perseguite da Di Maio e securitarie imposte da Salvini e, dall’altro, la necessità assoluta per l’Italia di rovesciare la tendenza e incominciare a crescere. Questo è davvero il bersaglio grosso (di qualsiasi governo) che gli italiani non dovrebbero perdere di vista.

Pubblicato AGL il 1°aprile 2019

Centrosinistra, un segnale da Cagliari

Avere un seggio in meno alla Camera dei deputati non fa una differenza significativa per l’ampia maggioranza parlamentare del governo giallo-verde. Tuttavia, l’elezione suppletiva tenutasi a Cagliare per sostituire un parlamentare delle 5 Stelle, espulso dal Movimento e dimissionario, ha un significato politico che va oltre il piccolo dato numerico. A fare campagna elettorale per il candidato unitario del centro-destra era sceso in campo persino Silvio Berlusconi. In applauditissimi incontri pre-elettorali, Berlusconi ha utilizzato l’occasione per annunciare la sua candidatura alle prossime elezioni del Parlamento europeo poiché lui è l’unico capace di portare idee liberali in Europa. Immagino la curiosità e la preoccupazione dei liberali nel Parlamento europeo che sanno benissimo che Forza Italia si trova nello schieramento dei Popolari Europei che comprende anche il partito Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán, sovranista amico di Salvini e nient’affatto “liberale”. Anzi, Orbán ha orgogliosamente dichiarato di avere fatto dell’Ungheria una democrazia illiberale.No, il leader carismatico Berlusconi non ha prodotto nessun miracolo a Cagliare. La candidata di Forza Italia è arrivata terza. Dunque, Forza Italia non è affatto in ripresa.

Clamoroso il crollo delle 5 Stelle che precipitano da più del 42 per cento di voti ottenuti neppure un anno fa al 29 per cento: un vero tonfo a evitare il quale non sono state sufficienti né l’”abolizione della povertà” annunciata da Di Maio né l’approvazione del reddito di cittadinanza. Tutti i sondaggi nazionali danno il Movimento in “decrescita”, non so quanto felice, mentre la Lega svetta. Però, nelle elezioni locali Salvini non ha nessuna intenzione di intaccare la sua coalizione con Forza Italia e con Fratelli d’Italia, che gli consente di governare in molte zone e costituisce un’ottima posizione di ricaduta se i contrasti con Di Maio dovessero mai portare a una crisi di governo. La sorpresa è venuta dalla vittoria del candidato comune del centro-sinistra che rappresentava uno schieramento definito “Progressisti di Sardegna. Ha ottenuto più del 40 % dei voti e ha annunciato che s’iscriverà al Gruppo dei deputati del PD.

Sarebbe eccessivo trarre insegnamenti definitivi o, comunque, a largo e lungo raggio da questa elezione soprattutto per un’importante ragione: ha votato poco più del 15 per cento dei cagliaritani aventi diritto. Due elementi meritano di essere sottolineati. Primo, il Movimento 5 Stelle appare effettivamente in una situazione di grande difficoltà. Non riesce più a presentarsi come il ricettore dell’insoddisfazione dei cittadini, ma neanche come il partner di governo che produce risposte efficaci. Il secondo elemento è che, tuttora in stallo a livello nazionale, non brillante e incisivo come opposizione, con il PD incapace di dare smalto al processo con il quale approderà all’elezione del segretario, il centro-sinistra è ancora vivo. Quando l’elezione si svolge in un collegio uninominale, può vincere.

Pubblicato AGL il

Due scommesse di puro azzardo

Si rallegrino gli elettori e le elettrici del Movimento Cinque Stelle e della Lega. I due movimenti hanno finalmente dato corpo alle più importanti promesse programmatiche fatte in campagna elettorale e inserite nel Contratto del Governo per il cambiamento: reddito di cittadinanza e quota 100. È stata un’operazione complessa tradotta in un decreto di 24 pagine che contiene 26 articoli, paritariamente distribuiti: 13 per il reddito di cittadinanza (che, incidentalmente, contiene anche le “pensioni di cittadinanza”) e 13 per i criteri, 62 anni di età e 38 anni di contributi, per andare in pensione. Sul merito si possono fare molte osservazioni cominciando dal fatto che, da un lato, il reddito di cittadinanza ha un predecessore, il Reddito di Inclusione, elaborato da un governo a guida PD; dall’altro, che “quota 100” vuole smontare la riforma Fornero (ministra nel governo Monti). Ci riuscirà, con esiti, però, che molti esperti ritengono discutibili e rischiosi in un paese nel quale è cresciuta l’aspettativa di vita, ma stanno diminuendo in modo preoccupante le nascite. La seconda osservazione è che, come specificate nel decreto, le modalità di accesso al reddito di cittadinanza e la sua concessione appaiono molto complesse e richiederanno un’efficienza degli organismi burocratici inusuale in Italia, anche per sventare le temute infiltrazioni dei “furbetti” alla cui punizione sono, infatti, dedicati alcuni appositi articoli. La terza osservazione attiene al procedimento legislativo prescelto dai governanti. Il Parlamento italiano non si è ancora rimesso dall’umiliazione subita neppure tre settimane fa in occasione dell’approvazione della Legge di Bilancio, la famigerata manovra, tradotto in un maxiemendamento per la lettura (sic) del quale il Senato ebbe a disposizione quattro ore, e sul quale il governo pose la fiducia. È davvero riprovevole che su due tematiche qualificanti dell’azione di governo, forse, addirittura dell’intera legislatura, Cinque Stelle e Lega abbiano deciso di procedere con un decreto che, lo ricordo, deve essere approvato da entrambe le Camere entro sessanta giorni, sul quale, dunque, è assolutamente probabile che sarà posta la fiducia. Infine, è la stessa filosofia economica sulla quale si fondano reddito di cittadinanza e quota 100 a meritare una riflessione finora appena accennata. Fondamentalmente, il decreto ha caratteristiche redistributive. Per di più, cade in una fase nella quale l’economia europea sta probabilmente entrando in stagnazione, dimostrando quanto dipende davvero dalla locomotiva tedesca che, purtroppo per tutti, ha rallentato fino quasi a fermarsi, e l’economia italiana è in bilico tra stagnazione e recessione. Grillo non parla più di “decrescita felice”, ma recessione significa proprio decrescita che, però, non è affatto felice. Purtroppo, Di Maio e Salvini, troppo flebilmente smentiti da Tria, latitante Conte, si comportano da giocatori d’azzardo puntando su una crescita praticamente irrealizzabile.

Pubblicato AGL il 18 gennaio 2019

Lega pimpante. In affanno il Movimento

Il Movimento 5 Stelle è da qualche settimana entrato in affanno. Il passaggio da ampio contenitore della insoddisfazione e della protesta, entrambe spesso giustificabili, degli italiani a componente di una coalizione di governo che deve tradurre il programma in decisioni politiche si è rivelato molto complicato. Gradualmente, ma inesorabilmente, il Movimento ha perso consensi, mentre, altrettanto inesorabilmente e continuamente, la Lega è cresciuta nei favori dell’elettorato. In parte responsabile della crescita della Lega è stato il fenomeno/problema dell’immigrazione, ritenuto il più importante da una quota molto elevata di elettori. In parte è stata la figura fisica di Salvini presente con le sue ruspe e le sue felpe un po’ dappertutto sul territorio nazionale e, quel che più conta, con una base solida e diffusa capace di amplificarne il messaggio. Il Movimento non sembra essersi reso conto che la piattaforma Rousseau può servire al massimo al suo funzionamento interno e ai suoi processi di comunicazione. Non serve, invece, in nessun modo a entrare in contatto con gli elettori, a rassicurare, spiegare, ampliare il consenso per quanto è stato fatto dal governo, a cominciare dal decreto “dignità”. In un certo senso, la politica tradizionale, quella che, tutto sommato, pratica la Lega, facendo affidamento anche su una fitta rete di amministratori locali che il Movimento ha solo in parte e che sono meno preparati, perché neofiti, dei leghisti, ha dimostrato la sua superiorità sulla nuova politica che vorrebbero i pentastellati.

Nella lunga trattativa con la Commissione Europea per la riscrittura della Legge di Bilancio, mentre Salvini ha insistito imperterrito sulla sua volontà di tenere conto anzitutto degli interessi di sessanta milioni di italiani, Di Maio si è limitato a porre l’accento sul reddito di cittadinanza che riguarderà pochi milioni di italiani. Inoltre, chi ha il compito di mediare fra la Commissione e le preferenze dei due contraenti del patto di governo, il Presidente del Consiglio Conte, vicino ai pentastellati, non ha sicuramente la presenza fisica e l’energia di Salvini e ne viene spesso offuscato. Tutti questi elementi, dalla perdita di consenso alla diminuzione della visibilità politica hanno fatto emergere le prime critiche alla leadership di Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento. Pur lasciando da parte le disavventure della ditta di famiglia e del padre, è apparso evidente che Di Maio non ha la statura del governante come Salvini. Qualche cenno di Beppe Grillo e qualche dichiarazione sparsa di aderenti al Movimento segnalano preoccupazioni. Come già accaduto nel recente passato, la figura di Alessandro di Battista ha fatto la ricomparsa dai luoghi del suo anno sabbatico di astensione dalle cariche politiche. Le esternazioni di Di Battista, che scavalcano le posizioni più moderate di Di Maio che deve tenere conto del suo ruolo di governo, indicano che un’alternativa è possibile, ma la sua stessa esistenza rischia di indebolire il Movimento.

Pubblicato AGL il 18 dicembre 2018

Cavalli di battaglia senza fiato #manovra

“Uno per cento, tre per cento, due percento. Non importa basta che la manovra sia approvata così com’è” (Luigi Di Maio, Vice-Presidente del Consiglio e Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico). Non mi occupo di numerini”, di “decimali“ (Matteo Salvini, Vice-Premier e Ministro degli Interni). “Il dialogo con la Commissione Europea continua intenso” (Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio). Nessuna dichiarazione degna di nota da Giovanni Tria, Ministro dell’Economia che molti danno già sulla via della fuoruscita in un eventuale rimpasto, deprecabile rito della Prima Repubblica, secondo il M5S che evidentemente nulla sa dei “rimpasti” di altri governi parlamentari a cominciare da quello britannico. Nel frattempo, la manovra economica sarà votata alla Camera dei deputati con la fiducia su un maxiemendamento del governo. Poi, passerà al Senato dove sono già stati preannunciati, ma non precisati, alcuni cambiamenti significativi, anche, forse, tenendo conto delle obiezioni fatte, comunicate, ripetute, non cambiate di una virgola dalla Commissione europea.

Se non cambiano i numerini italiani e quei decimali, circa 8, che misurano la distanza fra quel che Di Maio e Salvini vogliono fare, ma Tria non riesce a fare (e Conte non riesce a negoziare, probabilmente anche poiché i Commissari europei pensano, ma non si permetterebbero mai dire, che sia un due di picche), la Commissione inizierà la procedura d’infrazione. Mentre gli imprenditori protestano poiché il paese è fermo in termini di investimenti e attendono di sapere che cosa sbucherà fuori dalla manovra, Di Maio e Salvini insistono sui rispettivi cavalli di battaglia: reddito di cittadinanza e quota cento per cambiare la riforma delle pensioni che porta il nome di Elsa Fornero. Il reddito di cittadinanza non lo si attuerà da subito poiché mancano i dati relativi ai possibili percettori e gli strumenti, a cominciare dalla famosa card che dovrebbe rendere impossibili alcune spese voluttuarie. Neppure la legge Fornero può essere cambiata subito, poiché, anche se non si è candidato alle elezioni (la credenziale populista che Salvini vorrebbe imporre a chiunque in ruoli d’autorità critica il governo), il Presidente dell’INPS Tito Boeri ha messo in guardia dalle conseguenze amministrative, i conti su anzianità e anni di lavoro, e economiche destinate a durare nel tempo appesantendo il bilancio dell’INPS.

La tranquillità apparente con la quale Conte rassicura gli italiani di cui lui sarebbe l’avvocato, sua memorabile interpretazione del compito di capo del governo, cozza contro la durissima lezione dei numeri. Che lo spread sia stabile non toglie che rimane notevole nei confronti del rendimento dei Titoli di Stato tedeschi. La stabilità deriva dalla perplessità degli operatori economici, investitori e speculatori, che si riservano di vedere che cosa succederà. Insomma, per dirla con Dante, che se ne intendeva, siamo un po’ tutti come “color che son sospesi”. Sotto c’è il baratro, l’inferno.

Pubblicato AGL il 7 dicembre 2018

Il no a Bruxelles un grave errore

La procedura d’infrazione aperta dalla Commissione Europea contro il governo italiano riguarda, nelle parole del Commissario all’Economia Pierre Moscovici, una “violazione” definita “particolarmente grave”. L’Italia si era impegnata a tenere il suo deficit all’1,6 per cento, mentre la manovra approvata dal governo Salvini, Di Maio, Tria, Conte lo porta al 2,4 per cento. Non è affatto, come sostengono i governanti italiani un affare di decimali poiché quei decimali faranno ulteriormente crescere il già ingente debito pubblico (attualmente al 131 per cento del PIL). Né l’Italia può chiedere flessibilità ricordando i casi di Germania e Francia poiché entrambi i paesi avevano un debito pubblico al di sotto del 100 per cento del loro PIL. Il debito pubblico deve essere periodicamente rifinanziato con miliardi di Euro che, evidentemente, sono sottratti ad eventuali investimenti produttivi i soli che aumenterebbero la crescita del paese. Senza crescita non c’è riassorbimento della disoccupazione, meno che mai di quella giovanile. Al contrario potrebbero crescere coloro in grado di vantare diritto al reddito di cittadinanza da finanziare con risorse che fanno crescere il debito e che vengono tolte alla crescita. A tutto questo, che non è affatto complicato da capire, i governanti italiani replicano con parole e con speranze non con i numeri come vorrebbe la Commissione Europea. Chiedono un dialogo per spiegare, asserendo implicitamente che i Commissari non hanno capito e che non sanno fare di conto. Sostengono che la crescita italiana sarà superiore a tutte le stime che circolano: del Fondo Monetario Internazionale, della stessa Commissione, dell’Organizzazione e Cooperazione per lo Sviluppo, degli Uffici tecnici di Camera e Senato. Pretendono di saperne di più e annunciano di volere andare avanti. Gli europei, compresi i Ministri dell’Economia di paesi come l’Austria e l’Ungheria, la cui “filosofia politica” non è distante da quella di Salvini, si irritano per un’offerta di dialogo che, comunque, secondo gli italiani, non potrà cambiare nulla e temono, invece, che, se l’Italia non cambia parti importanti della sua manovra economica, finirà per creare grossi problemi a tutta l’Unione. Di più: ascoltando Salvini, quando non è impegnato a leggere la letterina che nessun Babbo Natale gli manderà mai, e Di Maio, quando non si scapicolla a espellere i dissenzienti, nessuno degli operatori economici riesce a pensare che il governo-giallo verde si renda conto che non sono le critiche della Commissione a fare “male” agli italiani, al popolo italiano, ma sono i comportamenti testardi dei due capi partito e i comportamenti ignavi di Conte e di Tria. Forse i non proprio “magnifici quattro” italiani pensano di guadagnare tempo e, persino, di logorare la Commissione. Sbagliano. La procedura è iniziata e continuerà fino al suo esito inevitabile, costosissimo per l’Italia a meno che la manovra di bilancio venga cambiata in alcuni punti molto sostanziosi.

Pubblicato AGL il 23 novembre 2018

Nonostante i litigi il governo giallo-verde va avanti

Intervista raccolta da Tatiana Santi per Sputnik Italia

L’amore non è bello se non è litigarello. Il famoso detto si addice alla perfezione al rapporto fra Movimento 5 stelle e Lega: due partiti in partenza diversi, ma uniti da un contratto di matrimonio, che regge nonostante tutte le divergenze. Nonostante i litigi il governo giallo-verde va avanti.

Dalle grandi opere ai rifiuti, passando per il decreto sicurezza, la Lega e il Movimento 5 stelle litigano un po’su tutti i temi. Nelle dichiarazioni ufficiali i vice premier Salvini e Di Maio dicono di andare “d’amore e d’accordo”, ma quasi ad ogni problema le visioni dei due partiti divergono. I due partiti continuano a lavorare a braccetto, scendendo di volta in volta a compromessi per rassicurare i propri elettorati, così diversi e vicini allo stesso tempo.

Si aprono grandi sfide all’orizzonte per l’Italia: la bocciatura alla legge di Bilancio italiano da parte dell’Unione Europea e le prossime elezioni europee di maggio. Il governo giallo-verde reggerà? Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna.

— Ogni giorno sembra che la rottura fra Lega e 5 stelle sia vicina, però il governo regge. Professore Pasquino, che cosa sta accadendo?

— Si tratta di due partiti in partenza molto diversi fra di loro, hanno dovuto procedere stilando un contratto di governo mettendo nero su bianco i vari punti per evitare troppi inconvenienti. I due partiti mantengono delle differenze di vedute, ritengo che però questo sia fisiologico in un governo di coalizione. Litigano perfino i partiti unitari, litigano i conservatori inglesi che sono un solo partito. È frequente che litighino nei governi di coalizione. Vedo le differenze, ma le accetto come un fatto sufficientemente frequente, quindi credo sia sbagliato analiticamente accentuare queste differenze. Secondo me il governo va avanti.

— Qual è la strategia dei due partiti: andare avanti con il governo, ma guadagnando punti anche dal proprio elettorato? Sono dovuti a questo i “litigi”?

— Certo, l’elettorato del Sud, che in prevalenza ha votato 5 Stelle, vuole il reddito di cittadinanza. L’elettorato del Nord non gradisce il reddito di cittadinanza, però se vengono ridotte le tasse alle aziende è disposto ad accettare le politiche volute dai 5 stelle. Si tratta di uno scambio, che a mio avviso produce conseguenze negative per il bilancio dello Stato, ma ciò serve per mantenere grosso modo fermi i due elettorati. Una parte degli elettori crede che Salvini abbia delle capacità di leadership superiori a quelle di Di Maio, secondo questi elettori l’immigrazione e la sicurezza sono le due tematiche più importanti, forse anche più delle finanze. I due leader cercano di rassicurare le loro parti di elettorato.

— Oggi esiste un’opposizione?

— Lei mi da un cannocchiale, un binocolo? Io non la vedo… Vediamo un paradosso: esiste una piccola opposizione che però non può permettersi di farlo troppo sapere, mi riferisco a Forza Italia. Il partito sa che se vuole tornare al governo ci tornerà soltanto con Salvini e quindi non lo può criticare più di tanto, vengono presentati degli emendamenti, nulla di più. Quest’opposizione a Salvini fa molto comodo.

D’altra parte c’è un partito che dovrebbe essere all’opposizione, perché il suo Segretario aveva annunciato che sarebbero andati all’opposizione. È un partito che probabilmente non sa fare opposizione, quindi è politicamente irrilevante.

— Secondo lei perché il Partito Democratico non riesce a fare opposizione?

— Hanno sbagliato la campagna elettorale e poi il Segretario Renzi ha sbagliato a dire la sera stessa che il partito sarebbe andato all’opposizione. È un partito che ha il 18% dei parlamentari e può giocare un ruolo quando si forma un governo. Non hanno voluto andare a vedere le carte del Movimento 5 stelle e in un certo senso hanno sottovalutato le proprie capacità. I parlamentari del PD sicuramente conoscono meglio la politica e l’economia del Movimento 5 stelle. Potevano quindi procedere ad un accordo, invece Renzi ha parlato subito di opposizione.

Va detto inoltre che il partito è diviso al suo interno, non fra personalità straordinarie, bensì fra piccoli gruppi che fanno piccole correnti di amici, poi vi sono i “miracolati”, i parlamentari paracadutati. Direi che si tratta di un partito quasi allo sbando. Lo vediamo: ci sono 7 candidati per la carica di Segretario del Partito e ciascuno di loro ha accentuato determinati temi, non vi è una visione complessiva di quale partito costruire.

Non soltanto il Partito Democratico non va bene, non funziona nemmeno Liberi e Uguali. Bisogna dire le cose guardando in faccia la realtà: arrivare a poco più del 2% è stato un fallimento. Anche lì hanno dimostrato di non avere capacità di leadership.

— In altre parole la sinistra non esiste più oggi?

— La sinistra politica e partitica sostanzialmente è in una situazione di gravissima debolezza. Può essere che il Partito Democratico recuperi qualcosa alle elezioni europee, perché si tratta di un partito europeista e quindi gli europeisti non avranno altra scelta che votare per il PD.

In questo momento in Italia il Partito Democratico è irrilevante salvo in alcuni comuni e regioni, dove ha un controllo molto debole ed evanescente. Ci sono pezzi di sinistra, ovvero sia alcuni intellettuali e alcune voci come Roberto Saviano. C’è qualche scrittore, ma la sinistra politica è debolissima, più debole che in un qualsiasi altro sistema politico europeo.

— Secondo lei il governo giallo-verde durerà?

— Certamente possono esserci dei momenti di grande difficoltà, uno è l’imminente procedura di infrazione della Commissione Europea. Forse sarà Salvini fra i due leader a dire che alcuni punti possono essere cambiati. Il secondo momento difficile saranno le elezioni europee, perché Di Maio non può permettersi una campagna elettorale populista e sovranista, mentre Salvini la farà fino in fondo. Vedremo differenze notevoli nel corso della campagna per le elezioni europee.

Per i 5 stelle è la prima esperienza di governo, se dovessero andare male sarebbe gravissimo. La Lega invece sa di avere una posizione di ricaduta, può fare probabilmente un altro governo con il centro destra, non subito. Salvini è molto più disincantato, anche lui comunque, secondo me, vuole arrivare alla fine della legislatura. Salvo qualcosa di imprevedibile, questo governo dura 5 anni.

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Pubblicato il 21 novembre 2018