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Riforma da bocciare #4dicembre
Intervista raccolta da Mattia Vallieri
Le carte fondamentali delle democrazie servono a controllare i potenti, non ad aumentarne le prerogative
“Questa riforma merita un 4 in pagella”. Una bocciatura netta della riforma costituzionale (“che peggiora l’esistente”) arriva da Gianfranco Pasquino, intervenuto all’iniziativa ‘Per un no sano e consapevole’ organizzato dall’Anpi e intervistato dal direttore di Estense.com Marco Zavagli.
Una stroncatura su più fronti quella presentata dal professore di scienza politica: “in questa riforma non c’è niente di buono. Anche l’abolizione del Cnel, una delle poche cose ragionevoli, può essere fatta il 6 dicembre da una maggioranza qualificata dei parlamentari modificando un solo articolo della Costituzione”. Bordate anche su nuovo Senato e rapporto Stato-Regioni: “io rimango alla riforma come è stata scritta e lì i nuovi senatori vengono scelti dai consigli regionali e questo fa capire che rappresenteranno i partiti e non i territori, qualcuno parlerebbe di lottizzazione – attacca Pasquino -; ricordiamoci poi che servirà una ulteriore legge per decidere come verranno eletti, scelti, nominati. Una parte di centralizzazione dei poteri ci sta ma in questa riforma è troppa”.
Tutte ragioni per cui “non temo una deriva autoritaria, ma una deriva confusionaria, perché anche se alcuni obiettivi sono buoni, il modo di realizzarli è davvero sconclusionato”. Eppure “alcune riforme sono necessarie”. Ma con cautela: “pensiamo al tanto l’articolo 70. Ai costituenti bastarono nove parole (“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”). A chi ha scritto questa riforma 438. Spero davvero che chi l’ha redatta non siano né parlamentari né funzionari”.
Anche perché “viviamo in un paese in cui si cambia la Costituzione che tanti cittadini non conoscono e alla faccia della coerenza professionale si modifica il titolo V dopo averlo voluto fortemente per seguire l’idea federalista della Lega” accusa l’ex senatore, dichiarando la sua approvazione ad una modifica della Costituzione diversa da quella proposta dal governo Renzi.
“Non si possono cambiare i principi fondamentali della Costituzione ma io sarei favorevole a toccare anche la prima parte – afferma il professore sfidando gli sguardi degli esponenti Anpi -. L’articolo 21 (libertà di pensiero e parola ndr) andava benissimo per un paese rurale degli anni ’20 oggi con TV e social non va bene, i Patti Lateranensi non hanno senso di fronte all’articolo 8 per il quale tutte le religioni hanno pari dignità; va affrontata poi la questione del conflitto d’interessi e la situazione dei partiti necessita di una disciplina”.
Ce n’è anche per Benigni, un comico che prima diceva che avevamo la “Costituzione più bella del mondo e che ora dice, da comico, che abbiamo la riforma costituzionale più bella del mondo”.
Qual è allora la Costituzione più bella del mondo? “E’ quella non scritta. Penso alla Magna Charta Libertatum dell’Inghilterra, voluta dai lord inglesi per limitare e non per accrescere il potere del re. Ricordiamoci che le carte fondamentali delle democrazie servono proprio a questo: a controllare i potenti, non ad aumentarne le prerogative”.
Va poi ricordato che “i padri costituenti non avevano molti esempi con cui confrontarsi. Nel Nord Europa c’erano, e ci sono, delle monarchie e noi avevamo appena votato contro i Savoia; nell’Europa meridionale erano insediate delle dittature. L’unica a disposizione era quella francese, che non è proprio un modello di perfezione”.
Venendo ora al punto cruciale della riforma (il superamento del bicameralismo perfetto) arriva l’ennesima critica di Pasquino: “Il sistema parlamentare voluto dai costituenti serviva per migliorare la qualità delle leggi, con questa riforma si passa oltre senza però avere possibilità di valutare se le cose miglioreranno o meno”.
Secondo il politologo “c’erano anche meccanismi per rafforzare il potere del capo del governo senza ridurre il ruolo del Parlamento. Per dare stabilità bastava inserire il voto di sfiducia costruttivo. Ma Renzi ha detto che non gli è stata data possibilità di inserirlo. Bugia, non si è mai dibattuto sul tema in parlamento”.
Ecco perché alla fine la “pagella” del professore è impietosa: “4 alla riforma, 5 – ai contenuti, 4 a chi l’ha scritta”. ‘Così tanto?’ si domanda dal pubblico. “Eh, ormai gli zero non si danno più”.
Intanto tra una settimana sono attesi alla resa dei conti due schieramenti contrapposti, anche se “più che una battaglia è una partita. Una partita che non finirà il 4 dicembre. In democrazia le partite non finiscono mai”. E questo sia che vinca il sì, “con il conseguente tempo necessario per l’adeguamento normativo”, sia che vinca il no, in conseguenza del quale “parlare di elezioni anticipate è fantapolitica, non è proprio fattibile”. Secondo l’esperto, in caso di sconfitta, “Renzi presenterà le dimissioni e Mattarella avvierà le consultazioni sul nuovo premier. Per terminare la legislatura e tornare alle urne nel 2018”.
Pubblicato il 26 novembre su Estense.com
Gli astensionisti sono un partito?
Due incognite pesano sulla sfida referendaria che deciderà il futuro volto politico ed istituzionale del Paese. “Sette milioni di italiani sono ancora incerti sulla scelta di voto; oltre 5 milioni affermano di non aver ancora deciso se votare o astenersi. Se il ruolo degli indecisi resta fondamentale, a risultare determinante – spiega ancora Vento – sarà soprattutto la motivazione dei cittadini a recarsi alle urne: una variabile in grado di modificare di diversi punti percentuali, a favore dell’uno o dell’altro fronte, il risultato elettorale del 4 dicembre”.
«Referendum, ultimi sondaggi: No ancora avanti. Ma è record di indecisi: 12 milioni», L’Espresso, 17 novembre 2016
La risposta in un Pixel
«[…] è sbagliato mettere tutti coloro che si astengono nello stesso sacco e parlare di «partito degli astenuti», che non sarebbero soltanto, come sostiene la pubblicistica, «senza volto», ma, più correttamente, anche senza programma comune e senza motivazioni condivise. No, gli astenuti non sono mai un partito. Numerose ricerche segnalano, infatti, che le motivazioni degli astenuti sono le più diverse, in un certo senso classificabili in tre categorie:
· coloro che non possono votare o non riescono a farlo;
· coloro che non vogliono votare;
· coloro che non vengono raggiunti e motivati ad andare a votare.
Fra i primi si collocano tutti quelli che per impedimenti di lavoro, impegni di studio, problemi di salute non sono riusciti a recarsi alle urne, ma anche coloro che, a causa dell’accresciuta diseguaglianza socio-economica, si sentono emarginati. Fra i secondi troviamo gli astenuti di «opinione», quelli che desiderano manifestare il loro disinteresse per la politica, la loro indifferenza rispetto alla posta in gioco, la loro protesta contro i partiti e i candidati. Agiscono consapevolmente, ma sicuramente sopravvalutando l’impatto del loro non-voto. Chi non vota non conta, mai. Di recente, gli studiosi hanno scoperto che fra questi astensionisti si situano quei cittadini che ritengono inutile votare perché qualunque governo avrà pochissima discrezionalità operativa. La terza categoria, in probabile crescita, è composta da coloro che non hanno (più) relazioni sociali, vivono soli e isolati, non vengono raggiunti (il femminile sarebbe più appropriato poiché le donne, anziane, vedove, abbandonate, sono in nettissima maggioranza in questa categoria) dalla campagna elettorale e dai messaggi di partiti e candidati, non hanno né modo né possibilità di discutere di politica. Sono (diventati) forse alienati, sicuramente apatici. Nelle società moderne l’isolamento sociale è gradualmente diventato più frequente e più diffuso; sta dando un apporto non marginale all’aumento complessivo dell’astensionismo. Chi va a giocare a bowling da solo (faccio riferimento all’intrigante titolo di un’ottima ricerca di Robert Putnam sul declino del «capitale sociale» negli USA, della propensione e disponibilità a «fare le cose insieme», in squadra) sa che troverà comunque dei compagni. Da solo, però, raramente riceverà incentivi per andare a votare.»
Per saperne di più: Pixel Politica e istituzioni
Pubblicato il 23 novembre 2016 su PIXEL EGEA ONLINE
ASPETTANDO IL #REFERENDUM 24novembre al Teatro F.Parenti #Milano
Un incontro dedicato al referendum costituzionale a partire dal
numero 4/2016 della rivista il Mulino.
«sì»/«no»: un voto decisivo
Intervengono
Michele Salvati e Gianfranco Pasquino
modera Danilo De BiasioGiovedì 24 novembre h 18
Teatro Franco Parenti
Via Pier Lombardo, 14
Sala AcomeA
In vista di un appuntamento cruciale come il referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo, la rivista «il Mulino» organizza un dibattito pubblico per approfondire le ragioni dei due schieramenti, grazie agli interventi di Michele Salvati e di Gianfranco Pasquino, entrambi soci del Mulino.
L’incontro, moderato da Danilo De Biasio, prenderà spunto dal numero 4/2016 della rivista, la cui sezione monografica riporta opinioni a favore tanto del «sì» quanto del «no». Questa è la modalità di intervento politico cui la rivista si attiene su questioni importanti e controverse, quando – nell’ambito di un consenso raziocinante e orientato a valori di riformismo liberale e solidaristico comuni a tutto il gruppo del Mulino – si manifestano significative differenze di opinione.
Michele Salvati è professore emerito di Economia politica all’Università Statale di Milano. Accademico dei Lincei, socio dell’Associazione «il Mulino», è direttore della rivista «il Mulino» dal 2012 ed editorialista del «Corriere della Sera».
Gianfranco Pasquino è professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e insegna al Bologna Center della Johns Hopkins University. Accademico dei Lincei, socio dell’Associazione «il Mulino», ha diretto la rivista «il Mulino» dal 1980 al 1983.
Italia, el referéndum y los temblores #Clarín
El 4 de diciembre los italianos votarán “sí” o “no” en un referéndum sobre las reformas constitucionales deseadas por el gobierno de Matteo Renzi y hechas aprobar en su mayor parte con alguna ayudita de parlamentarios transformistas. Hay quien sostiene que, a la luz de las así llamadas “rebeliones de los electorados” contra las élites (como, en particular, el caso del Brexit), también este referéndum institucional terminará por dimensionar el complejo estado de desacuerdo de los italianos en la actual situación política y sobre todo económica. Es posible que este factor influya en el resultado, castigando al gobierno, pero los italianos saben muy bien cuál es la cuestión en juego. Ningún italiano, la mayoría de los cuales habría preferido a Hillary Clinton, se dejará influenciar, ni por el “sí” ni por el “no”, por la sorprendente victoria de Trump.
Las reformas no son muy importantes por cuanto no afectan realmente el modelo de gobierno parlamentario a la italiana. Se relacionan con el Senado, que no tendrá más el poder de otorgar o sustituir su confianza en el gobierno y no será más elegido por los ciudadanos sino nominado por los consejeros regionales. Eliminan el Consejo Nacional de Economía y del Trabajo, devenido sustancialmente inútil. Modifican en favor del Estado las relaciones entre el Estado y las regiones. Redefinen las modalidades en las cuales pueden solicitarse los referéndums y aprobarse sus resultados.
La campaña electoral comenzó nada menos que en abril y por lo tanto se ha hecho larguísima, áspera, rica en tensiones y conflictos que no cesarán siquiera después de la votación, costosa. El Presidente del Consejo ha personalizado al máximo el referéndum llegando prácticamente a plantear un plebiscito no sólo sobre “sus” reformas sino también sobre su persona. Incluso el ex presidente de la República Giorgio Napolitano, nunca antes conocido como reformador constitucional, y alineado de manera exagerada como defensor de las reformas, se vio obligado a declarar que el jefe del gobierno ha incurrido en un “exceso de personalización política”. La prensa extranjera, el JP Morgan y la agencia de calificaciones Fitch, la Confederación General de la Industria Italiana y el manager de Fiat Marchionne, el Corriere della Sera y la revista Civiltà Cattolica hasta llegar así al embajador estadounidense en Roma y al presidente Obama se han manifestado a favor de la aprobación de las reformas de Renzi.
¿Por qué? La motivación más probable es que en una fase política muy delicada de Europa una eventual inestabilidad italiana, derivada de la dimisión con que ha amenazado Renzi, provocaría problemas y perjuicios para otros países y para la misma Unión Europea. Técnicamente, sin embargo, ante la dimisión de Renzi, el Presidente de la República Mattarella estaría en condiciones de poner remedio muy rápidamente nombrando otro jefe del gobierno. Nadie puede creer que Renzi sea el único político italiano en condiciones de conducir el gobierno. Si así fuera la situación de Italia sería verdaderamente mala. Pero no lo es. De hecho ya circulan subterráneamente cuatro o cinco nombres de posibles sucesores. Es justo pensar en un futuro sin Renzi porque todos los sondeos ponen a la cabeza a los defensores del NO.
Rechazadas las reformas constitucionales, ¿el sistema político italiano se encontraría en grandes dificultades? La respuesta es negativa por muchas razones. La primera es que ninguna de las reformas de Renzi promete mejorar de manera significativa el funcionamiento del sistema político italiano. Así, es muy probable que el nuevo Senado -cuyas modalidades de formación no se conocen y cuyos deberes son delicados y difíciles: las relaciones con la Unión Europea y la validación de las políticas públicas (vale decir de los costos y de los efectos de las leyes)- no logre funcionar de manera adecuada.
Las relaciones entre el Estado y las autonomías locales serán seguramente conflictivos y demasiado a menudo deberán decidirse, aunque no sean resueltas, a través del recurso de la cláusula de supremacía estatal. A decir verdad, Renzi y su círculo mágico piensan, si bien no pueden decirlo claramente, que los problemas se podrán encarar todos gracias a la ley electoral, que no es objeto del referéndum y que atribuye a quien vence en el balotaje 340 escaños en la Cámara de Diputados, vale decir una mayoría segura de los 630 diputados.
Precisamente sobre los puntos que Renzi subraya como decisivos en su intensísima y personalísima campaña electoral es posible tener juicios diferentes. La reforma no simplifica el proceso de formación de las leyes cuyo número, en el mejor de los casos, habría de disminuir mucho. Reduce poquísimo los costos de la política, pero aumenta la posibilidad de conflictos entre las instituciones: Senado y Cámara, consejos regionales y senado, autonomías locales y Estado.
En suma, la victoria del “sí” no mejorará de hecho el funcionamiento del sistema político italiano, sino que lo empeorará. Los partidarios de Renzi replican que la victoria del “no” hará imposible cualquier reforma por al menos otros diez años. Es una afirmación exagerada, quizás errónea. Si después de ocho meses de debate los protagonistas políticos han aprendido algo, como deberían, podrán relanzar un proceso reformador partiendo de posiciones compartidas más avanzadas. Casi seguramente, la victoria del “sí” estará seguida de conflictos y confusión. Solo la victoria del “no” garantiza que, por causa de reformas mal hechas, la situación no se revelará peor que la actual y que será posible hacer mejor las cosas con acuerdos de alto nivel. En ambos casos, los italianos sabrán cómo superar el difícil momento. Han sabido hacerlo ya más veces en el pasado.
17/11/2016 Publicado en Clarin.com
La spirale del Partito di Renzi
Dopo l’esito, qualunque sarà, del referendum, il compito principale degli schieramenti avversi consisterà nel riunificare il paese. Dovrà farlo soprattutto chi ha più potere politico. Non si dovrà, politicamente, per il bene dell’Italia, e neppure si potrà, tecnicamente, andare a elezioni subito poiché non c’è ancora la legge elettorale. L’accordo sulla revisione dell’Italicum (fino a poche settimane fa, “legge che”, secondo Renzi, “tutta l’Europa ci invidia”) solo “tatticamente” raggiunto nella Commissione apposita del PD, al quale Cuperlo, esponente della minoranza, ha dato un suo, non del tutto spiegabile, consenso, è noto esclusivamente nelle sue linee generali. Non è accertabile nei dettagli dove, di solito, sta il diavolo, ma si trovano anche oscurità, inconvenienti, pasticci dei più vari generi. Forse gli esponenti renziani in quella Commissione miravano a spaccare le minoranze del PD. Probabilmente, non ci sono riusciti poiché, in sostanza, la defezione di Cuperlo sembra del tutto personale.
Quello che è certo è che, alla Leopolda, incitati dai toni guerreschi di Matteo Renzi, una maggioranza dei presenti ha espresso la sua vociante preferenza: “Fuori, fuori”, e non è stata silenziata da Renzi. E’ un segnale bruttissimo del clima di intolleranza che si sta diffondendo nel PD nei confronti di coloro che non condividono la sostanza delle riforme costituzionali e neppure le modalità della campagna referendaria di tipo plebiscitario condotta da Renzi. Certamente, alle minoranze è giusto ricordare che quelle riforme costituzionali loro le hanno approvate. E’ ancora più giusto sottolineare la loro incoerenza e, persino, la dichiarata esplicita propensione a scambiare la riforma elettorale, una legge ordinaria, con il Si a riforme costituzionali, “leggi sopra le leggi”. Tuttavia, la disciplina di partito non dovrebbe mai essere invocata su nessuna legge di revisione costituzionale, da valutare nel merito, in scienza, ovvero sulla base delle conoscenze e conseguenze, e in coscienza. Tutto questo è stato travolto dalla brutta esibizione di iscritti al PD che esprimono la loro volontà di risolvere i conflitti e i dissensi interni, non con la discussione e con il compromesso, ma con l’espulsione dei dissenzienti.
Con parecchio ritardo, solo alcuni fra i commentatori, nient’affatto unanimemente, hanno affermato che il compito preminente di un leader di partito consiste soprattutto nel tenere unito il suo partito e, solo una volta conseguito questo obiettivo, nel cercare di ampliarlo. Renzi ha più volte detto che va alla ricerca dei voti di destra per vincere il referendum. Nel frattempo, in parlamento, non pochi parlamentari del centro-destra gli hanno già, ripetutamente, dato una mano, vale a dire, voti risultati decisivi. Logicamente, attendono di essere ricompensati. Questo slittamento parlamentare del PD configura e prefigura la nascita del Partito della Nazione, stabilmente collocato al centro, gonfiato dai seggi del premio di maggioranza, in grado di governare da solo? Quella che è l’aspirazione di non pochi renziani, ma è anche la preoccupazione di molti oppositori, interni e esterni, dipende non soltanto da un’eventuale, al momento improbabile, vittoria del sì al referendum, ma anche da come l’Italicum verrà riformato.
Alla fine della ballata referendaria, rimarrà aperto, forse addirittura esacerbato, il problema della gestione del Partito Democratico. Troppo spesso si ha la sensazione che il segretario del PD, più degli altri, non abbia consapevolezza delle conseguenze negative se il suo Partito, praticamente l’unico che può ancora definirsi tale, entrerà nella devastante spirale della scissione/espulsione.
Pubblicato AGL 9 novembre 2016
Eccome se esiste un NO positivo
Nello schieramento del NO non si trova, come, fra gli altri, ha sostenuto Ernesto Galli della Loggia (Referendum, la doppia battaglia, “Corriere della Sera”, 5 novembre) , tutto il male, passato e futuro, del paese. Non si trovano tutti quelli che non hanno mai fatto niente (che cedimento alla propaganda renzian-boschiana!), tutti quelli che hanno approfittato di chi sa quali privilegi dati loro dalla Costituzione vigente. Rileggere la storia di questo paese permetterebbe di giungere a una valutazione molto più equilibrata. Guardare alle modalità simil-plebiscitarie con le quali il capo del governo ha impostato la sua lunghissima e conseguentemente costosissima campagna referendaria dovrebbe quantomeno portare a qualche critica. Infine, esplorare in maniera selettiva il background degli oppositori delle riforme e di una legge elettorale talmente discutibile che persino i loro facitori si mostrano oggi disponibili a cambiarla dovrebbe imporre una discussione sul merito.
Purtroppo, Galli della Loggia ha seguito un’altra già spesso battuta strada, sulla quale, però, personalmente, non sono affatto disposto a seguirlo. Dunque, non chiederò a nessuno dei sostenitori del sì, neppure ai riformatori parlamentari e al Presidente Emerito Giorgio Napolitano, quali sono state le loro precedenti prese di posizione sulla necessità di ritoccare la Costituzione. Non chiederò con quali conoscenze, magari comparate, sono giunti all’elaborazione di quanto, in maniera del tutto irrituale, hanno fin dall’inizio affermato che avrebbero sottoposto al non richiesto vaglio referendario. Non andrò neppure a sottolineare strane convergenze fra quotidiani, come il Corriere e il Foglio e fra la Civiltà Cattolica, alcune banche, agenzie di rating e la Confindustria, meno che mai a chiederò loro quali riforme ritengono effettivamente non soltanto azzeccate, ma indispensabili.
Almeno a grandi linee, tuttavia, qualche quesito meriterebbe meditate risposte, sul contenuto. Il bicameralismo italiano, che ha regolarmente prodotto più leggi di quello francese, inglese, tedesco, deve essere riformato perché è meno efficiente di quei bicameralismi? Oppure, forse, bisognava andare verso una sana delegificazione di cui non v’è traccia alcuna nelle riforme? La governabilità, fenomeno che i riformatori sostanzialmente declinano come stabilità del governo, creato e potenziato da un cospicuo premio in seggi, non dovrebbe quanto meno contenere qualche riferimento a meccanismi più trasparenti e anche più incisivi, ad esempio, il voto di sfiducia costruttivo, alle origini della grande stabilità dei Cancellieri e dei governi tedeschi? Ma davvero il problema delle democrazie contemporanee è la loro ingovernabilità piuttosto che la loro capacità di offrire e garantire rappresentanza politica ai loro elettorati? Sapere rappresentare quegli elettori e consultarli, non offrendo disintermediazione, ma con forme di intermediazione, che sono la peculiarità positiva delle democrazie? Se si cambiano gli equilibri tra parlamento e governo non bisognerebbe cercare e innestare altri effettivi contrappesi poiché fra i compiti del parlamento sta anche quello di monitorare e controllare l’attività del governo, di quello che fa, non fa, fa male piuttosto di chinare la testa e votare la fiducia su decreti omnibus oppure correre su corsie preferenziali per incocciare votazioni a data certa?
Se, come ha scritto, nient’affatto autorevolmente, la banca d’affari JP Morgan, le costituzioni dell’Europa meridionali sono “socialiste”, qualcuno dei facitori e dei sostenitori delle riforme costituzionali è davvero disposto a sostenere che queste riforme conducono nella direzione di una costituzione liberale? Il marchio, l’imprinting di una costituzione liberale consiste nel dare più forza al governo o nel provvedere freni e contrappesi? nel consentire il massimo di autogoverno ai poteri locali o nel fare ricorso alla clausola della supremazia statale? Nel sostenere, con grande sprezzo della storia del costituzionalismo liberale, che bisogna dare vita ad una, altrove inesistente, democrazia “decidente”, aggettivo che non compare mai negli indici dei nomi dei più importanti testi sulla democrazia a cominciare dall’indimenticabile classico di Giovanni Sartori, Democrazia e definizioni? Mettere in evidenza tutti questi aspetti, proprio di merito, fa di coloro che argomentano il no dei retrogradi che bloccano lo sviluppo del paese e trasforma i riformatori negli avanguardisti delle “magnifiche sorti e progressive”? Credo proprio di no.
Come cominciare a vincere il post-referendum #sdemonizzare
E’ legittimo che gli operatori economici internazionali, fra i quali includo sia le banche sia le agenzie di rating sia i due grandi quotidiani economici anglosassoni: “Financial Times” e “Wall Street Journal”, mostrino grande interesse per l’esito del referendum costituzionale italiano. E’ anche comprensibile che siano preoccupati da eventuali conseguenze destabilizzanti derivanti da quell’esito. Persino accettabile è la loro convinzione, pur non sempre sostenuta da argomenti forti e conoscenze approfondite, che il voto favorevole alle riforme costituzionali costituisca un passo avanti importante per la stabilizzazione del governo in carica e per un miglior funzionamento del sistema politico.
Gli operatori economici internazionali sono, non necessariamente perché lo vogliono essere, parte del problema. Infatti, le loro valutazioni, influenzate anche dalle prese di posizione dei detentori di alcune cariche importanti come, ad esempio, l’Ambasciatore USA e, direi, di conseguenza, il Presidente Obama, contribuiscono sia ad accrescere le tensioni fra il sì e il no sia a fare salire la posta. In gioco non sono più soltanto quelle specifiche riforme e la loro eventuale modernizzazione della Costituzione, ma la credibilità dell’Italia e l’efficacia anche del suo sistema economico. Com’è facile notare dalle riserve che la Commissione europea ha manifestato relativamente alla Legge di Stabilità italiana, la credibilità del governo si misura anche, al di là di qualsiasi altra considerazione, sulla sua capacità di mantenere gli impegni presi (anche quelli dello zero virgola). Molti dei numeri di quella Legge di Stabilità riflettono anche le prestazioni di un sistema economico la cui produttività non può essere accertata e dimostrata ricorrendo semplicisticamente a qualche algoritmo. Nel frattempo, il dibattito italiano e i sondaggi sembrano avere già prodotto qualche effetto sugli atteggiamenti e sulle aspettative degli operatori economici internazionali.
La maggior parte di loro sembra avere superato la fase iniziale di grande allarmismo. Il testa a testa fra i due schieramenti, con una leggera prevalenza del no, ha già suggerito a molti di ridefinire le loro previsioni e di iniziare a pensare il corso d’azioni necessarie se effettivamente prevalesse il no. Dall’allarmismo a una strategia di limitazione dei danni il passo non è facile, ma può essere necessitato ed è meglio che sia preparato in anticipo. Se questa è la nuova condizione degli operatori economici internazionali, allora i sostenitori del sì, a cominciare dal governo, si trovano con un’arma relativamente spuntata. Non possono più, esagerando, chiedere agli italiani un voto che serva al tempo stesso a riformare le istituzioni e a dissipare la sfiducia di quegli operatori. Anzi, per mantenere quella fiducia, che va a vantaggio dell’intero paese, dovrebbero abbassare i toni e smettere di ipotizzare scenari catastrofici in caso di sconfitta.
Un discorso non molto dissimile vale per i sostenitori del no. Una volta preso opportunamente atto che l’Italia si trova in un mondo globalizzato e in una Unione Europea che la vorrebbe stabile e performante, i sostenitori del no dovrebbero cessare subito di demonizzare le banche d’affari, le agenzie di rating, gli americani e tutti coloro che, per una ragione o per un’altra, esprimono preoccupazioni. Dovrebbero, al contrario, dichiarare che, anche nel caso di una vittoria del no, non ci saranno rese dei conti politici né stravolgimenti economici, che la posta in gioco è data, in effetti, dalle modifiche costituzionali e non necessariamente dalla vita del governo e che il post-referendum si svolgerà all’insegna delle norme costituzionali vigenti nell’interpretazione che ne darà il Presidente della Repubblica. Insomma, il sì e il no hanno la concreta possibilità di ridurre congiuntamente qualsiasi impatto negativo, sulla politica e sulla economia della vittoria del no, poiché questo è l’esito finora più temuto dagli operatori economici internazionali. Che almeno tutti ne siano pienamente consapevoli.
Pubblicato il 5 novembre 2016
“Non è come dice qualcuno meglio di niente, ma peggiore dell’esistente”
Pasquino demolisce la riforma costituzionale
Il politologo: “Non è come dice qualcuno meglio di niente, ma peggiore dell’esistente”
di Mattia Vallieri per estense.com
Arriva nei giorni più infuocati del dibattito politico sul referendum costituzionale e parte da lontano Gianfranco Pasquino. Il famoso politologo, professore emerito di Scienza della Politica ed ex senatore della Repubblica, ha parlato in Biblioteca Ariostea di Ferrara, in un incontro organizzato dall’Istituto Gramsci.
Parte con un excursus storico, ricordando come la parola politica derivi dagli antichi greci (“significava interessarsi di ciò che succedeva nella Polis, stare insieme e migliorare la situazione ”), sia passata per i romani (“il Senato – non un organo politico a caso, ndr – operava in comune con il popolo, importante era la rappresentanza”), abbia avuto un “declino durante l’editto di Costantino”, per poi riemergere con Machiavelli e gli Illuministi che “hanno avuto il merito di staccarla dalla religione e dall’intromissione dell’economia”.
“Dopo la seconda guerra mondiale la politica viene percepita come modalità per ricostruire regole comuni e gli stati nazionali sono visti come ostinati e obsoleti” spiega il professore, ricordando che il focus “passò sulle politiche comunitarie che divennero i luoghi in cui risolvere i grandi problemi”.
Sul tema dell’anti-politica si concentra parte del ragionamento di Pasquino: “È un fenomeno sempre esistito, è soprattutto anti-parlamentarismo e apre la strada ai populismi che non vogliono nessuno tra sé e i cittadini – dichiara l’ex senatore -. È legittimo criticare la politica, anche se si dovrebbero trovare soluzioni, ma è molto pericoloso chi sostiene che i cittadini starebbero meglio se non ci fosse”.
“La politica oggi è diventata più complicata e ci vorrebbero cittadini più interessati, informati e partecipanti” chiosa Pasquino, affermando che “la ricostruzione della politica passa soprattutto dalla cultura. Il processo sarà lungo ma può essere affrontato”.
Passando alla situazione italiana il politologo ricorda Tina Anselmi (“sapeva fare politica in modo sobrio e non sopra le righe, merce rara oggi”) e ribadisce – dopo l’appello pubblico già firmato da diversi giuristi e costituzionalisti – il suo no al prossimo referendum: “La Costituzione italiana non è la colpa della cattiva politica. La riforma proposta non è come dice qualcuno meglio di niente ma peggiore dell’esistente”.
Questione europea. “Spero che la Ue regga anche se ci sono problemi che meritano di essere analizzati – sostiene Pasquino-. Allargamento a Stati che non conoscevano ancora la democrazia è stato troppo rapido e ha comportato tensioni”. Secondo il professore “ci vorrebbe un grande predicatore europeo che oggi non c’è”.
Non è mancata una bordata dell’ex senatore ai fatti oltre Oceano e a Donald Trump (più volte citato durante il passaggio sui rischi del populismo): “Con questo candidato misuriamo il netto peggioramento della politica americana e del Partito Repubblicano che si sta spostando pericolosamente a destra”.
“Dappertutto si registra un indebolimento dei corpi intermedi, partiti e sindacati ad esempio che perdono iscritti, questo comporta una difficoltà per la politica” conclude Pasquino.






