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Nessun allarmismo per l’esito del referendum italiano
Dissento fortemente dall’analisi di Gianni Bonvicini ” II rischi per l’Italia se vince il NO” (22 settembre 2016) e ancor più dalla sua conclusione: “Dire no alla riforma significherebbe negare il nostro interesse europeo e internazionale a giocare un ruolo da grande nazione”. L’accusa di disfattismo e di antipatriottismo mi pare davvero fuori luogo.
Riforme inutili e inefficaci
Credo che sia praticamente impossibile dimostrare che uno qualsiasi dei capi di governo che contano nell’Unione Europea conosca le riforme costituzionali imposte da Matteo Renzi e sia in grado di valutarne, compito difficile anche per gli italiani, l’utilità e l’efficacia. Tanto per cominciare la riforma del bicameralismo italiano, che non è affatto “perfetto” come scrive Bonvicini, produrrà un Senato di consiglieri regionali e sindaci che si occuperanno, con quale preparazione e con quali conoscenze?, certo non ne faranno sfoggio durante le loro campagne elettorali regionali,della politica europea. E’ una scelta assolutamente fuori luogo. Secondo, nel momento in cui sarebbe opportuno valorizzare le regioni e le autonomie locali, anche per attuare compiutamente il principio di sussidiarietà, le riforme approvate reintroducono la “supremazia statale” in molte materie. Avrebbero, invece, se miriamo congiuntamente a rappresentanza ed efficienza, dovuto mirare ad un accorpamento delle regioni e a un’incentivazione della loro efficienza anche in tutti gli ambiti nei quali, a cominciare dall’utilizzo dei fondi europei, debbono operare.
Un bicameralismo non “perfetto”, ma produttivo
Nulla di tutto questo. Bonvicini sembra credere alla non-produttività del Parlamento italiano e alla sua presunta lentezza e farraginosità. Invece i dati, che ho riportato nel mio volumetto NO positivo. Per la Costituzione. Per buone riforme. Per migliorare la politica e la vita (Edizioni Epoké 2016) indicano tutt’altro. Il bicameralismo italiano ha regolarmente “fatto”, ovvero approvato, più leggi e in tempi comparativamente più brevi dei bicameralismi tedesco, francese e inglese. Inoltre, il governo, anche quello di Renzi, ha regolarmente ottenuto le leggi che voleva, spesso nei tempi da lui desiderati, magari ricorrendo alla decretazione d’urgenza e imponendo il voto di fiducia. Semmai, il problema italiano è che le leggi sono quantitativamente troppe e qualitativamente malfatte. Per colpa dei governi, dei ministri, dei direttori generali dei ministeri.
Governi deboli o inaffidabili?
Governo “debole”, Presidente del Consiglio ingabbiato? Supponendo che qualcuno possa credere, senza dati, a queste fattispecie, dovrebbe allora interrogarsi sul perché nelle riforme costituzionali che saranno sottoposte a referendum non si trovi nulla che riguardi direttamente e specificamente né il governo né il suo capo. Rimanendo in Europa sarebbe stato semplicissimo e auspicabilissimo introdurre il voto di sfiducia costruttivo la cui esistenza tantissimo ha giovato alla stabilità dei Cancellieri tedeschi e delle loro compagini governative. Allo stesso modo, una forte Camera delle regioni avrebbe dovuto essere impostata come il Bundesrat tedesco. Naturalmente, punto che, ne sono certo, Bonvicini condivide con me, la “forza” di un capo di governo nell’Unione Europea non dipende tanto e neppure essenzialmente dalla struttura del suo Parlamento, dall’organizzazione del potere locale, da una legge elettorale che contempli un cospicuo premio di maggioranza (che i greci avevano, to no avail, e che hanno recentemente abolito).
Quasi tutte le democrazie europee meglio funzionanti hanno sistemi elettorali proporzionali e governi di coalizione, più rappresentativi delle preferenze dei loro elettorati e con programmi in grado di accogliere in maniera più soddisfacente interessi e preferenze diversificate. La forza di quel capo di governo dipende dalla sua credibilità politica e personale che implica non fare promesse che non può mantenere e non farsi paladino di riforme costituzionali controverse le quali, creando conflitti interistituzionali e confusione di competenze, renderanno le sue promesse ancora più difficili da mantenere.
Unità d’intenti
Infine, un “sistema-paese” diventa e rimane un interlocutore affidabile, non soltanto per e nell’Unione Europea, anche quando non solo, ma in primis, i suoi politici e poi gli intellettuali e gli istituti di ricerca non fanno allarmismo, quando dichiarano convintamente (e cooperano a fare sì che…) che l’esito di consultazioni democratiche sarà comunque governabile. Che i nostri partner europei non hanno nulla di cui preoccuparsi. Che l’allarmismo interno ed esterno non è affatto giustificato. Che i sostenitori del NO non sono nemici del loro paese, ma pensano semplicemente che altre riforme siano possibili e migliori e sanno anche quali riforme introdurre. Questo, soltanto, questo è il messaggio da inviare ai quotidiani economici straneri, alle grandi banche d’affari, all’Ambasciatore USA, che avrebbe fatto meglio a parlare dopo avere ascoltato i rappresentanti dei due fronti, ai partners europei.
Pubblicato il 3 ottobre 2016 su AffarInternazionali
La svolta autoritaria e i conflitti
I professori bravi debbono essere originali e innovativi, spingendo la loro analisi un passo oltre quella dei colleghi e dei commentatori. I politici debbono, invece, essere ripetitivi e martellanti, spesso forzando la realtà. I moderatori, quando sono bravi, obbligano i professori a spiegare meglio la loro (eventuale) originalità e i politici a non eccedere in slogan e ripetizioni. Il confronto Renzi-Zagrebelski, “moderato”, ma non guidato, da Mentana, non ha prodotto nulla di particolarmente interessante e originale.
Ha dimostrato che il professore non ha saputo liberarsi di una narrazione, quella sulla svolta autoritaria, che troppi esponenti del NO utilizzano per criticare le revisioni costituzionali e la riforma elettorale del governo. Zagrebelski ha, talvolta, indicato perché la legge elettorale Italicum dovrebbe essere cambiata tornando alla proporzionale, ma di leggi elettorali proporzionali ne esistono numerose varianti. L’Italicum è, infatti, una legge proporzionale distorta da un abnorme premio di maggioranza. Forse fin troppo pacatamente, ha anche criticato l’enorme contraddizione di Renzi che, insieme al Ministro Boschi, ha sempre sostenuto trattarsi di una legge ottima che tutta l’Europa avrebbe invidiato all’Italia e metà Europa avrebbe imitato, e oggi si dice disposto a cambiarla.
Sul bicameralismo, sulla quantità e sulla qualità delle leggi prodotte dalle due Camere, nonostante l’inevitabile navetta (ping pong nel lessico renziano) nessuno dei due ha offerto i numeri delle leggi approvate, che sono mediamente superiori a quelle degli altri parlamenti bicamerali europei, l’80 per cento di origine governativa, con una percentuale molto elevata trasformata in decreti leggi sulle quali il governo, compreso quello di Renzi, ha spessissimo posto la fiducia. Il moderatore non ha mai chiesto numeri e approfondimenti pure utilissimi ai telespettatori-elettori e certo anche in grado di fare “spettacolo”. La sottolineatura della (eventuale, ma per lui probabile) svolta autoritaria ha impedito a Zagrebelski di entrare davvero e compiutamente nel merito delle quattro revisioni costituzionali fatte approvare dal governo. Funzioneranno oppure creeranno confusione e conflitti? Si poteva fare meglio anche con “strane” maggioranze.
Al proposito, da un lato, per giustificare la trasformazione, che non è abolizione, del Senato, Renzi ha messo insieme due seconde camere molto diverse fra loro: il Senato francese e il Bundesrat tedesco, e non è stato richiesta dal moderatore di spiegarne le differenze e di valutarne la funzionalità, nettamente superiore quella della seconda camera tedesca, numericamente contenutissima: 69 rappresentanti, e quindi meno costosa, e anche istituzionalmente molto efficace. Sul governo, la cui instabilità Renzi e i suoi sostenitori del “sì” stanno ripetutamente battendo, sarebbe appropriato mettere con forza in rilievo che i Presidenti del Consiglio italiani sono stati un terzo, all’incirca ventidue, dei 63 governi italiani ad oggi, ma che sia molti ministri sia le coalizioni di partiti al governo hanno mostrato una straordinaria stabilità e continuità nell’elaborazione delle politiche pubbliche.
Zagrebelski non è riuscito a delineare un’alternativa riformatrice alle revisioni del governo ed è, in sostanza, apparso come un conservatore costituzionale. Dal canto suo, Renzi è apparso, proprio come vuole essere considerato, come uno che, dopo anni di presunto (perché riforme sono state fatte nel 1993, nel 2001, nel 2005) immobilismo, è riuscito a dare una scossa alla Costituzione che si trasmetterà positivamente al sistema politico italiano. Questa affermazione, molto discutibile, non è stata adeguatamente contrastata da Zagrebelski che ha preferito insistere sui rischi, secondo lui molto forti, di riduzione della democraticità della politica italiana piuttosto di evidenziare i rischi, ancora più forti e certamente più probabili, se le revisioni saranno confermate dal referendum, di conflitti permanenti, anche fra le due camere, e di carente funzionalità. Gli argomenti del “sì” sono stati tutti o quasi presentati e ripetuti senza nessuna novità dal Presidente del Consiglio. Quanto al Professor Zagrebelski ha presentato soltanto una parte degli argomenti del “no”, quelli concernenti una, eccessivamente temuta, deriva autoritaria, piuttosto degli argomenti di coloro che sono d’accordo per riformare, ma che credono che quanto fatto dal governo sia sbagliato e, in definitiva, controproducente.
Pubblicato AGL 2 ottobre 2016
NO positivo Per la Costituzione Per buone riforme Per migliorare la politica e la vita

NO positivo Per la Costituzione Per buone riforme Per migliorare la politica e la vita (edizioni epoké)
edizioni epoké 2016
INTRODUZIONE
Storia, memoria, Scienza Politica, CostituzioneDa più parti mi hanno detto che, finito il persino troppo lungo intervallo nel quale molti si vantavano delle riforme del governo o le deprecavano soltanto in base alla loro posizione/preferenza politica, è diventato possibile cominciare una vigorosa discussione sul merito delle riforme. D’altronde, è da sempre che noi italiani siamo famosi per discutere pragmaticamente su fatti e cifre, non fumosamente su cosiddetti pii desideri e complotti immaginari. Ha cominciato Matteo Renzi a dire che queste non sono le sue riforme. Ha chiarito che le riforme sono sue e di Giorgio Napolitano. Il messaggio non è ancora giunto al Ministro Boschi che sostiene che queste sono le riforme del governo approvate dopo faticose discussioni dal Parlamento, ma criticate da coloro, oscurantisti che vengono dal Medioevo, che non rispettano il lavoro del Parlamento e che vorrebbero addirittura farle cadere con il referendum, lo strumento opportunamente previsto dai Costituenti affinché i cittadini valutino l’operato del Parlamento. Neanche questa, però, sembra essere lontanamente una critica sul merito. Inoltre, al Ministro sfugge la differenza, non proprio marginale, che non è stato il Parlamento in quanto tale a fare le riforme, ma una maggioranza neanche troppo convinta di sé.
Sempre fuori merito e anche fuori misura sono arrivati tre diversamente noti sostenitori del “sì”. È arrivata la bordata, assolutamente sul merito, dell’economista Salvati, «chi vota contro le riforme vota contro il paese». Questa meritoria posizione era stata anticipata dal filosofo Massimo Cacciari che voterà sì anche se le riforme non gli piacciono, motivato da «sensibilità repubblicana». Almeno temporaneamente al coro possente di questi sì derivanti da pensose riflessioni sul merito si è accodato il sociologo Arturo Parisi. Voterà sì perché quelle del Renzi e della Boschi sono le riforme dell’Ulivo, meglio le riforme che l’Ulivo non ha fatto e, per quel che si ricorda, che nessuno degli ulivisti ha effettivamente provato a fare. Anzi, gli ultimi rimasti fra i dalemiani potrebbero persino sostenere che Prodi e i suoi collaboratori non furono certo i più agguerriti sostenitori della Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali (1997-1998).
La memoria degli italiani non è mai lunga tranne quando si tratta di regolare dei conti. La conoscenza della storia, neppure di quella recente, non è mai approfondita. In questo piccolo libro ho raccolto articoli scritti nell’arco di sei mesi, pubblicati in sedi diverse, che ringrazio, che mirano a sollecitare la memoria anche rammentando, in maniera non pedante, un po’ di storia. Non intendo certo scrivere la mia storia di “riformatore istituzionale”, ma neanche cancellarla e fare finta che sono un parvenu. Al contrario, sono orgoglioso di ricordare una traiettoria coerente che va da Restituire lo scettro al principe. Proposte di riforma istituzionale (Laterza 1985), passa attraverso Le istituzioni di Arlecchino (Napoli, ScriptaWeb, 2008, 5° ed.) e approda temporaneamente a Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi 2015). Molto, come si conviene ad un dibattito sul merito, che personalmente ho preso molto sul serio, si trova lì.
Qui, invece, gli articoli raccolti si situano sul piano della critica, anche della polemica, politica, augurabilmente utile, talvolta più che doverosa, mai dimentica di quello che ho imparato e che, come studioso di scienza politica, posso orgogliosamente affermare di sapere. Aggiungo e chiudo che il sapere della scienza politica, come ha ripetutamente scritto Giovanni Sartori, è un sapere applicabile. Facendo tesoro di questo insegnamento che, purtroppo nella scienza politica italiana è stato recepito poco e molto male, non ho rinunciato, tutte le volte che mi pareva potesse servire, a introdurre e spiegare le alternative praticabili alle riforme del governo e del Partito Democratico. Con l’immobilismo istituzionale il mio “no” non ha proprio nulla a che vedere. È un “no” a riforme da cancellare per fare riforme buone che migliorano il funzionamento del sistema politico italiano e, con un po’ di sana retorica, anche la vita, non dei governanti e rappresentanti, non della classe politica, ma dei miei concittadini.
Bologna, un giorno del tranquillo agosto 2016
Questione istituzionale e legge elettorale #Firenze 3 ottobre
Spazio QCR via Alfani 101 rosso
Lunedì 3 ottobre 2016, ore 17
QUESTIONE ISTITUZIONALE E LEGGE ELETTORALE
Partecipano
Sen. Federico Fornaro, Partito Democratico
On. Prof. Carlo Galli, Università di Bologna
Prof. Gianfranco Pasquino, Johns Hopkins University Bologna
Presiede
Valdo Spini, Presidente Fondazione Circolo Rosselli
INVITO – Cittadini senza scettro: Conferenza sulla Riforma Costituzionale – 3 ottobre – Calci #Pisa
Lunedì 3 ottobre 2016 – ore 21
Teatro Valgraziosa – P.zza Propositura – Calci (Pisa)
CITTADINI SENZA SCETTRO:
CONFERENZA SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE
Incontro con Gianfranco Pasquino
Intervistato dal Direttore de’ “Il Tirreno” Roberto Bernabò
Ma non ha più i consensi della sinistra
Intervista raccolta da Annalisa Cuzzocrea per la Repubblica
Roma. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, crede – al contrario di Matteo Renzi – che su questo referendum “la linea più forte di divisione passi dentro la sinistra“.
Non si vince a destra, quindi?
No, perché molta parte della sinistra è contraria a questa riforma, a una legge elettorale che l’ha privata della possibilità di scegliere il suo parlamentare. E non apprezza lo stile del presidente del Consiglio.
È il fronte del No a personalizzare come dice il premier? Eterogeneo ma unito dalla voglia di buttarlo giù?
Fermo restando che anche il fronte del Sì è parecchio eterogeneo, è stato Renzi ad assumere un atteggiamento anche ricattatorio dopo l’approvazione della riforma. Poi è intervenuto il presidente emerito Giorgio Napolitano che ha detto “forse c’è stato un eccesso di personalizzazione politica”. A quel punto il premier si è fatto indietro, ma ora sta rilanciando.
Siete un “fortino” di conservatori?
Tra chi dice no ce ne sono senz’altro, ed essere conservatori costituzionali non è proprio il peggiore dei peccati. Ciascuna riforma però va valutata per quello che: io sono favorevole al superamento del bicameralismo paritario, fatto così però crea solo confusione e conflitti. E sulle regioni, la soluzione è ristrutturarle in maniera efficace e magari eliminare l’assurdità dello statuto speciale, non riaccentrare tutto. Poi si sa, la partita non finisce il 4 dicembre come vuole far credere Renzi. Ci sarà una rivincita, il Parlamento potrà prendere atto del risultato. In democrazia, nessuno perde mai tutto e nessuno vince mai tutto.
Pubblicato il 30 settembre 2016
Non dei populisti, ma del popolo (referendario) bisogna avere paura
Una replica alla Nota di Michele Salvati
Referendum cinico e baro. Fabbrini sostiene, e Salvati concorda convintamente, che i «no» ai referendum partono sempre avvantaggiati, addirittura, molto spesso, vincono. Entrambi non menzionano, però, che, fuori d’Italia, questo non è accaduto in due casi-contesti chiave. In Francia, quando nel 1958 l’incauto e avventuroso de Gaulle fece votare il popolo sulla Costituzione della Quinta Repubblica, vinse proprio lo oui. Poi, quando nel 1962, a completamento e perfezionamento della Repubblica semipresidenziale, il generale-presidente sottopose a referendum l’elezione diretta del presidente della Repubblica ne conseguì un altro chiaro e forte oui. La Gran Bretagna rincara la dose della confutazione: Brexit. Infatti, contro la «teoria» di un’inadeguata politologia hanno vinto i sostenitori del yes, we leave. Quanto all’Italia potrebbe essere sufficiente ricordare che nel 1993 gli elettori votarono «sì» addirittura a otto referendum, cinque dei quali su materie elettorali-istituzionali. Insomma, le prove empiriche di quello che sostiene Fabbrini e che supporta Salvati sembrano, «diciamo», debolucce. Per di più, il governo Renzi, che entrambi appoggiano pancia a terra – ma non possono dirlo – li ha anche parecchio delusi. Infatti, il referendum costituzionale, inconsapevole dei loro (allora inespressi) pareri, lo ha fermamente voluto il capo (del governo), spingendolo ai limiti non della personalizzazione, ma del plebiscitarismo.
Se Renzi e Boschi non avessero insistito, probabilmente non avremmo nessun generosissimo – poiché le riforme sono state approvate da una maggioranza parlamentare – referendum altrimenti impossibile poiché il variegato, articolato e disorganizzato fronte del «no» le 500 mila firme proprio non è riuscito a raccoglierle. Tuttavia, il governo che afferma di volere la partecipazione dei cittadini, ha anche invitato gli elettori all’astensione sul referendum relativo alle trivellazioni, facendolo fallire per mancanza di quorum. Avesse collocato la data insieme alle amministrative di giugno, questo governo così impegnato nel ridurre i costi della politica sarebbe riuscito a risparmiare un centinaio di milioni di euro. Purtroppo, persino l’opportunismo istituzionale bisogna prima o poi pagarlo.
Il peggio, però, è che, Renzi e Boschi hanno esagerato nel loro entusiasmo partecipazionista referendario. Infatti, i due giovani riformatori, non contenti del referendum abrogativo così com’è, ne formulano una disciplina aggiuntiva, rendendolo più difficile da chiedere (800 mila firme), ma più facile per il conseguimento del quorum commisurato alla percentuale di votanti alle precedenti elezioni politiche, quindi più esposto al fatidico «no».
Poi, però, esagerano e introducono altre fattispecie referendarie (non meglio precisati referendum «propositivi e d’indirizzo»), ovvero moltiplicano le possibilità attraverso le quali le élite oscurantiste mobiliteranno il popolo (scelgano i lettori a quale animale assimilarlo) contro le élite buone che vogliono soltanto portare in questo malandato Paese (attualmente ottava potenza industriale al mondo) «magnifiche sorti e progressive». A sventare il pericolo letale, ringraziando fin d’ora la prudenza (sic?) della Corte costituzionale che ha rinviato la decisione, sarà poi indispensabile togliere il ballottaggio dall’Italicum.
Hai visto mai che il popolo faccia vedere le stelle alle élite degli algoritmi confindustriali, dei banchieri internazionali, dei governanti ex rottamatori? E dei politologi e dei loro amici.
Pubblicato il 20 settembre 2016
Dialoghi sulla Costituzione: Gianni Molinari intervista Gianfranco Pasquino
Registrazione audio a cura di Radio Radicale del dibattito al Teatro Stabile di Potenza mercoledì 14 settembre 2016.
Nell’ambito di una due giorni organizzata dalla Fondazione Basilicata Futuro intitolata “Dialoghi sulla Costituzione”, il giornalista de “Il Mattino” Gianni Molinari ha intervistato Gianfranco Pasquino, politologo e docente universitario.
Nel corso dell’incontro, introdotto da Giovanni Casaletto(Presidente di Basilicata Futuro), hanno preso la parola per porre domande anche alcuni esponenti delle istituzioni lucane presenti in sala e tra questi il Presidente della Provincia di Potenza Nicola Valluzzi.
La registrazione audio di questo dibatto ha una durata di 1 ora e 45 minuti
ASCOLTA QUI ► //www.radioradicale.it/scheda/486358/iframe
Riforme confuse dalle conseguenze imprevedibili INTERVISTA RadioRadicale
Riforma costituzionale e referendum. Intervista realizzata da Maurizio Bolognetti mercoledì 14 settembre 2016 a margine della conferenza “Dialogo sulla Costituzione” di Gianfranco Pasquino al Teatro Stabile di Potenza organizzata da Fondazione Basilicata Futura
ASCOLTA QUI ► //www.radioradicale.it/scheda/486320/iframe
“Riforme brutte, fatte, male, da persone che non conoscono la Costituzione, che non conoscono il funzionamento del sistema politico italiano, e non conoscono il funzionamento dei sistemi politici comparati. Sono anche riforme confuse che avranno conseguenze imprevedibili ma certamente non miglioreranno il sistema politico italiano…”
La registrazione audio ha una durata di 4 minuti













