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NO positivo Per la Costituzione Per buone riforme Per migliorare la politica e la vita

NO positivo Per la Costituzione Per buone riforme Per migliorare la politica e la vita (edizioni epoké)

NO positivo Per la Costituzione Per buone riforme Per migliorare la politica e la vita (edizioni epoké)

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edizioni epoké 2016

INTRODUZIONE
Storia, memoria, Scienza Politica, Costituzione

Da più parti mi hanno detto che, finito il persino troppo lungo intervallo nel quale molti si vantavano delle riforme del governo o le deprecavano soltanto in base alla loro posizione/preferenza politica, è diventato possibile cominciare una vigorosa discussione sul merito delle riforme. D’altronde, è da sempre che noi italiani siamo famosi per discutere pragmaticamente su fatti e cifre, non fumosamente su cosiddetti pii desideri e complotti immaginari. Ha cominciato Matteo Renzi a dire che queste non sono le sue riforme. Ha chiarito che le riforme sono sue e di Giorgio Napolitano. Il messaggio non è ancora giunto al Ministro Boschi che sostiene che queste sono le riforme del governo approvate dopo faticose discussioni dal Parlamento, ma criticate da coloro, oscurantisti che vengono dal Medioevo, che non rispettano il lavoro del Parlamento e che vorrebbero addirittura farle cadere con il referendum, lo strumento opportunamente previsto dai Costituenti affinché i cittadini valutino l’operato del Parlamento. Neanche questa, però, sembra essere lontanamente una critica sul merito. Inoltre, al Ministro sfugge la differenza, non proprio marginale, che non è stato il Parlamento in quanto tale a fare le riforme, ma una maggioranza neanche troppo convinta di sé.

Sempre fuori merito e anche fuori misura sono arrivati tre diversamente noti sostenitori del “sì”. È arrivata la bordata, assolutamente sul merito, dell’economista Salvati, «chi vota contro le riforme vota contro il paese». Questa meritoria posizione era stata anticipata dal filosofo Massimo Cacciari che voterà sì anche se le riforme non gli piacciono, motivato da «sensibilità repubblicana». Almeno temporaneamente al coro possente di questi sì derivanti da pensose riflessioni sul merito si è accodato il sociologo Arturo Parisi. Voterà sì perché quelle del Renzi e della Boschi sono le riforme dell’Ulivo, meglio le riforme che l’Ulivo non ha fatto e, per quel che si ricorda, che nessuno degli ulivisti ha effettivamente provato a fare. Anzi, gli ultimi rimasti fra i dalemiani potrebbero persino sostenere che Prodi e i suoi collaboratori non furono certo i più agguerriti sostenitori della Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali (1997-1998).

La memoria degli italiani non è mai lunga tranne quando si tratta di regolare dei conti. La conoscenza della storia, neppure di quella recente, non è mai approfondita. In questo piccolo libro ho raccolto articoli scritti nell’arco di sei mesi, pubblicati in sedi diverse, che ringrazio, che mirano a sollecitare la memoria anche rammentando, in maniera non pedante, un po’ di storia. Non intendo certo scrivere la mia storia di “riformatore istituzionale”, ma neanche cancellarla e fare finta che sono un parvenu. Al contrario, sono orgoglioso di ricordare una traiettoria coerente che va da Restituire lo scettro al principe. Proposte di riforma istituzionale (Laterza 1985), passa attraverso Le istituzioni di Arlecchino (Napoli, ScriptaWeb, 2008, 5° ed.) e approda temporaneamente a Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi 2015). Molto, come si conviene ad un dibattito sul merito, che personalmente ho preso molto sul serio, si trova lì.

Qui, invece, gli articoli raccolti si situano sul piano della critica, anche della polemica, politica, augurabilmente utile, talvolta più che doverosa, mai dimentica di quello che ho imparato e che, come studioso di scienza politica, posso orgogliosamente affermare di sapere. Aggiungo e chiudo che il sapere della scienza politica, come ha ripetutamente scritto Giovanni Sartori, è un sapere applicabile. Facendo tesoro di questo insegnamento che, purtroppo nella scienza politica italiana è stato recepito poco e molto male, non ho rinunciato, tutte le volte che mi pareva potesse servire, a introdurre e spiegare le alternative praticabili alle riforme del governo e del Partito Democratico. Con l’immobilismo istituzionale il mio “no” non ha proprio nulla a che vedere. È un “no” a riforme da cancellare per fare riforme buone che migliorano il funzionamento del sistema politico italiano e, con un po’ di sana retorica, anche la vita, non dei governanti e rappresentanti, non della classe politica, ma dei miei concittadini.

Bologna, un giorno del tranquillo agosto 2016

Questione istituzionale e legge elettorale #Firenze 3 ottobre

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Spazio QCR via Alfani 101 rosso
Lunedì 3 ottobre 2016, ore 17

QUESTIONE ISTITUZIONALE E LEGGE ELETTORALE

Partecipano
Sen. Federico Fornaro, Partito Democratico
On. Prof. Carlo Galli, Università di Bologna
Prof. Gianfranco Pasquino, Johns Hopkins University Bologna

Presiede
Valdo Spini, Presidente Fondazione Circolo Rosselli

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INVITO – Cittadini senza scettro: Conferenza sulla Riforma Costituzionale – 3 ottobre – Calci #Pisa

Lunedì 3 ottobre 2016 – ore 21
Teatro Valgraziosa – P.zza Propositura – Calci  (Pisa)

CITTADINI SENZA SCETTRO:
CONFERENZA SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE

Incontro con Gianfranco Pasquino
Intervistato dal Direttore de’ “Il Tirreno” Roberto Bernabò

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Ma non ha più i consensi della sinistra

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Intervista raccolta da Annalisa Cuzzocrea per la Repubblica

Pro No: il politologo Gianfranco Pasquino

Pro No: il politologo Gianfranco Pasquino

Roma. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, crede – al contrario di Matteo Renzi – che su questo referendum “la linea più forte di divisione passi dentro la sinistra“.

Non si vince a destra, quindi?
No, perché molta parte della sinistra è contraria a questa riforma, a una legge elettorale che l’ha privata della possibilità di scegliere il suo parlamentare. E non apprezza lo stile del presidente del Consiglio.

È il fronte del No a personalizzare come dice il premier? Eterogeneo ma unito dalla voglia di buttarlo giù?
Fermo restando che anche il fronte del Sì è parecchio eterogeneo, è stato Renzi ad assumere un atteggiamento anche ricattatorio dopo l’approvazione della riforma. Poi è intervenuto il presidente emerito Giorgio Napolitano che ha detto “forse c’è stato un eccesso di personalizzazione politica”. A quel punto il premier si è fatto indietro, ma ora sta rilanciando.

Siete un “fortino” di conservatori?
Tra chi dice no ce ne sono senz’altro, ed essere conservatori costituzionali non è proprio il peggiore dei peccati. Ciascuna riforma però va valutata per quello che: io sono favorevole al superamento del bicameralismo paritario, fatto così però crea solo confusione e conflitti. E sulle regioni, la soluzione è ristrutturarle in maniera efficace e magari eliminare l’assurdità dello statuto speciale, non riaccentrare tutto. Poi si sa, la partita non finisce il 4 dicembre come vuole far credere Renzi. Ci sarà una rivincita, il Parlamento potrà prendere atto del risultato. In democrazia, nessuno perde mai tutto e nessuno vince mai tutto.

Pubblicato il 30 settembre 2016

Non dei populisti, ma del popolo (referendario) bisogna avere paura

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Una replica alla Nota di Michele Salvati

Referendum cinico e baro. Fabbrini sostiene, e Salvati concorda convintamente, che i «no» ai referendum partono sempre avvantaggiati, addirittura, molto spesso, vincono. Entrambi non menzionano, però, che, fuori d’Italia, questo non è accaduto in due casi-contesti chiave. In Francia, quando nel 1958 l’incauto e avventuroso de Gaulle fece votare il popolo sulla Costituzione della Quinta Repubblica, vinse proprio lo oui. Poi, quando nel 1962, a completamento e perfezionamento della Repubblica semipresidenziale, il generale-presidente sottopose a referendum l’elezione diretta del presidente della Repubblica ne conseguì un altro chiaro e forte oui. La Gran Bretagna rincara la dose della confutazione: Brexit. Infatti, contro la «teoria» di un’inadeguata politologia hanno vinto i sostenitori del yes, we leave. Quanto all’Italia potrebbe essere sufficiente ricordare che nel 1993 gli elettori votarono «sì» addirittura a otto referendum, cinque dei quali su materie elettorali-istituzionali. Insomma, le prove empiriche di quello che sostiene Fabbrini e che supporta Salvati sembrano, «diciamo», debolucce. Per di più, il governo Renzi, che entrambi appoggiano pancia a terra – ma non possono dirlo – li ha anche parecchio delusi. Infatti, il referendum costituzionale, inconsapevole dei loro (allora inespressi) pareri, lo ha fermamente voluto il capo (del governo), spingendolo ai limiti non della personalizzazione, ma del plebiscitarismo.

Se Renzi e Boschi non avessero insistito, probabilmente non avremmo nessun generosissimo – poiché le riforme sono state approvate da una maggioranza parlamentare – referendum altrimenti impossibile poiché il variegato, articolato e disorganizzato fronte del «no» le 500 mila firme proprio non è riuscito a raccoglierle. Tuttavia, il governo che afferma di volere la partecipazione dei cittadini, ha anche invitato gli elettori all’astensione sul referendum relativo alle trivellazioni, facendolo fallire per mancanza di quorum. Avesse collocato la data insieme alle amministrative di giugno, questo governo così impegnato nel ridurre i costi della politica sarebbe riuscito a risparmiare un centinaio di milioni di euro. Purtroppo, persino l’opportunismo istituzionale bisogna prima o poi pagarlo.

Il peggio, però, è che, Renzi e Boschi hanno esagerato nel loro entusiasmo partecipazionista referendario. Infatti, i due giovani riformatori, non contenti del referendum abrogativo così com’è, ne formulano una disciplina aggiuntiva, rendendolo più difficile da chiedere (800 mila firme), ma più facile per il conseguimento del quorum commisurato alla percentuale di votanti alle precedenti elezioni politiche, quindi più esposto al fatidico «no».
Poi, però, esagerano e introducono altre fattispecie referendarie (non meglio precisati referendum «propositivi e d’indirizzo»), ovvero moltiplicano le possibilità attraverso le quali le élite oscurantiste mobiliteranno il popolo (scelgano i lettori a quale animale assimilarlo) contro le élite buone che vogliono soltanto portare in questo malandato Paese (attualmente ottava potenza industriale al mondo) «magnifiche sorti e progressive». A sventare il pericolo letale, ringraziando fin d’ora la prudenza (sic?) della Corte costituzionale che ha rinviato la decisione, sarà poi indispensabile togliere il ballottaggio dall’Italicum.
Hai visto mai che il popolo faccia vedere le stelle alle élite degli algoritmi confindustriali, dei banchieri internazionali, dei governanti ex rottamatori? E dei politologi e dei loro amici.

Pubblicato il 20 settembre 2016

Dialoghi sulla Costituzione: Gianni Molinari intervista Gianfranco Pasquino

Registrazione audio a cura di Radio Radicale del dibattito al Teatro Stabile di Potenza mercoledì 14 settembre 2016.

Nell’ambito di una due giorni organizzata dalla Fondazione Basilicata Futuro intitolata “Dialoghi sulla Costituzione”, il giornalista de “Il Mattino” Gianni Molinari ha intervistato Gianfranco Pasquino, politologo e docente universitario.

Nel corso dell’incontro, introdotto da Giovanni Casaletto(Presidente di Basilicata Futuro), hanno preso la parola per porre domande anche alcuni esponenti delle istituzioni lucane presenti in sala e tra questi il Presidente della Provincia di Potenza Nicola Valluzzi.

La registrazione audio di questo dibatto ha una durata di 1 ora e 45 minuti

ASCOLTA QUI ► //www.radioradicale.it/scheda/486358/iframe

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Riforme confuse dalle conseguenze imprevedibili INTERVISTA RadioRadicale

Riforma costituzionale e referendum. Intervista realizzata da Maurizio Bolognetti mercoledì 14 settembre 2016 a margine della conferenza “Dialogo sulla Costituzione” di Gianfranco Pasquino al Teatro Stabile di Potenza organizzata da Fondazione Basilicata Futura

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ASCOLTA QUI ►  //www.radioradicale.it/scheda/486320/iframe

 

“Riforme brutte, fatte, male, da persone che non conoscono la Costituzione, che non conoscono il funzionamento del sistema politico italiano, e non conoscono il funzionamento dei sistemi politici comparati. Sono anche riforme confuse che avranno conseguenze imprevedibili ma certamente non miglioreranno il sistema politico italiano…”

La registrazione audio ha una durata di 4 minuti

Una legge elettorale, non un trucco

Per mesi, prima e dopo la sua approvazione, i renziani, in Parlamento, nell’accademia, fra i giornalisti, hanno detto, ripetuto, assicurato che l’Italicum è una buona legge elettorale, la migliore possibile “nelle condizioni date”. Poi, le condizioni, vale a dire, qualche sondaggio favorevole alle Cinque Stelle e molte loro vittorie ai ballottaggi nelle amministrative, sono cambiate. Renzi ha dichiarato che, se il Parlamento ne era in grado, lo cambiasse pure l’Italicum. Rimproverato da Napolitano, che vorrebbe soprattutto eliminare il ballottaggio, Renzi ha poi affermato che in tre mesi si può fare un’altra legge elettorale (ma l’Italicum non era la migliore possibile?) cosicché hanno ricominciato a proliferare ipotesi più o meno sensate di nuove leggi elettorali. Tutti sanno, però, che non se ne farà niente prima della sentenza della Corte Costituzionale attesa per il 4 ottobre che potrebbe fissare dei paletti e quindi orientare una legge decente.

L’Italicum era e rimane una legge elettorale pessima per tre motivi. Primo, perché tra candidature multiple e capilista bloccati dà pochissimo potere agli elettori di eleggere i loro rappresentanti in Parlamento. Secondo, perché vietando coalizioni e apparentamenti finisce per attribuire un cospicuo premio in seggi a un partito (allo stato degli atti o il Partito Democratico o il Movimento Cinque Stelle) che al primo turno avrà ottenuto al massimo il 30 per cento dei voti. Terzo, e fondamentale, perché le leggi elettorali non si tagliano e non si cuciono con riferimento alle contingenze, alle situazioni, alle convenienze di uno o più partiti. L’Italicum era cucito sul PD di maggio (2014, quando, alle elezioni per il Parlamento europeo, ottenne sorprendentemente più del 40 dei voti) che durò poco. Nelle nuove contingenze, cambiano le convenienze e per lo stesso PD diventa necessario ritoccare la legge.

Se qualcuno pensa, in realtà, quasi tutti, in maniera più, ma spesso meno competente, ci provano, di rifare una legge per avvantaggiare qualcuno, non sarà facile trovare accordi in Parlamento. Sarebbe, comunque, politicamente (gli accordi possono cambiare) e democraticamente (le buone leggi elettorali danno potere agli elettori non ai dirigenti di partito) sbagliato ritagliare la nuova legge per favorire oppure per svantaggiare qualcuno. Non seguirò nessuno dei sedicenti riformatori molti dei quali hanno già sbagliato nel passato e danno la garanzia di continuare a sbagliare nel futuro. Non prenderò neppure in considerazione la proposta delle minoranze del Pd che vorrebbero scambiare la revisione dell’Italicum con il voto alle riforme costituzionali (che sono brutte e andrebbero bocciate comunque). Sosterrò, invece, una tesi semplice nella speranza che, da qualche parte, in Parlamento, alla Corte Costituzionale, ma anche alla Presidenza della Repubblica, ci siano uomini e donne disposti ad ascoltare e ad agire di conseguenza.

Il principio fondamentale per scrivere una buona legge elettorale è quello empirico/pragmatico. In Europa esistono da tempo due sistemi elettorali che funzionano molto soddisfacentemente: quello tedesco (dal 1949), proporzionale personalizzata con la clausola del 5 per cento per accedere al Bundestag, e quello francese (dal 1958), maggioritario o doppio turno in collegi uninominali. Sono due ottimi sistemi, facilmente “trasportabili” nel contesto italiano, che hanno assicurato rappresentanza, potere degli elettori, governabilità e che, aggiungo e sottolineo, non danno un esito in partenza (s)favorevole a nessuno dei partiti italiani.

Vogliamo, invece, guardare alla storia elettorale italiana? Utilizzato tre volte, 1994, 1996 e 2001, il Mattarellum, maggioritario in collegi uninominali che eleggevano tre quarti dei parlamentari più un quarto di eletti secondo una ripartizione proporzionale, ha consentito agli elettori di esercitare vero potere politico, non ha svantaggiato nessuno (due vittorie di Berlusconi, una del centro-sinistra), ha dato vita all’alternanza al governo. Non precostituisce la vittoria di nessuno. Con pochi ritocchi, fra i quali l’eliminazione delle liste civetta, il Mattarellum, mi auguro, difeso e sostenuto anche dal Presidente della Repubblica, che ne fu il relatore, potrebbe essere facilmente resuscitato. Tutto il resto non è soltanto un chiacchiericcio ozioso e fastidioso. E’ un ennesimo deplorevole tentativo di truccare le carte del gioco elettorale.

Pubblicato AGL il 14 settembre 2016 con il titolo E’ urgente riformare l’Italicum

Guerra? No, i toni li alzano quelli del Sì

Il fatto

Intervista raccolta da Silvia Truzzi per il Fatto Quotidiano

“Serie incognite” se vince il No? Renzi dovrebbe chiedere a Mattarella di fare un nuovo governo: non vedo drammi

“Guerra”, c’informa il direttore di Repubblica, è la parola che più spesso è stata evocata durante il suo colloquio apparso sul giornale di ieri con Giorgio Napolitano.

Abbiamo chiesto al professor Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Alma Mater schierato per il No, cosa pensa delle dichiarazioni “pacifiste” del presidente emerito.

“Ci sono errori di partenza. È stato l’esecutivo, dall’inizio, a chiedere il referendum che invece secondo l’articolo 138 è uno strumento agibile da 5 consigli regionali, un quinto dei parlamentari e 5OOmila elettori. Il governo doveva dire: noi facciamo la riforma, il Parlamento la approva e gli oppositori facciano il loro mestiere”.

Napolitano ha detto: “Forse bisogna riflettere se fu giusto prevedere nell’apposita mozione parlamentare, la facoltà di sottoporre comunque a referendum il testo di riforma”.

Il referendum è una possibilità accordata alle minoranze dalla Costituzione, non è una concessione. E uno strumento, tecnicamente, oppositivo.

Secondo il Presidente, Renzi ha sbagliato a personalizzare, ma è ingiustificabile anche la personalizzazione alla rovescia operata dalle opposizioni “facendo del referendum il terreno di un attacco radicale a chi guida il Pd e il governo del Paese”

È sbagliata la sequenza. Renzi ha rivendicato le riforme e ha ripetutamente affermato che in caso di sconfitta si sarebbe dimesso. Da subito, nei miei interventi, ho usato la parola plebiscito. Tanto è vero che Napolitano mi ha chiesto, a voce, ragione di questo termine. E poi lui, in un’intervista alla Stampa, ha parlato di “eccesso di personalizzazione”. Tutto parte dal premier.

“La riforma non è né di Renzi né di Napolitano”.

Il ministro Boschi e lo stesso Renzi hanno detto che è stato il Capo dello Stato, nel conferire il mandato al governo, a chiedere le riforme. Dopo di che io gli chiedo: sono queste le tue riforme? Avresti fatto esattamente queste riforme? Ne dico una: ti riconosci nel fatto che il Presidente della Repubblica nomina 5 senatori in una Camera che dovrebbe essere delle Regioni e rappresenta gli enti territoriali e non la Nazione? Dovrebbe rispondere punto per punto. E non lo fa.

Secondo Napolitano, “mettere a rischio la continuità del governo oggi espone il Paese a serie incognite”. La cosa è diventata più grave dopo il referendum britannico.

Il governo inglese ha risolto il problema in due settimane! E se vincesse il No, Renzi non dovrebbe far altro che andare da Matterella e dirgli di formare un nuovo governo, con la stessa maggioranza, ma con un presidente del Consiglio diverso. Non vedo drammi.

Insomma, c’è questa guerra o no?

No, guerra no. Sento toni sopra le righe, e più dalla parte del Sì. Non capisco l’esasperazione: dopo dovremo comunque convivere. Ricordo un deplorevole articolo firmato da Salvatore Vassallo ed Elisabetta Gualmini, in cui si diceva che tra i firmatari del manifesto per il No 14 erano stati giudici costituzionali e dieci avevano goduto delle vorticose rotazioni alla presidenza della Consulta basate sull’anzianità e sono “emeriti”, con annessi privilegi. E facevano notare che, tra questi supersaggi, l’età media supera gli 81 anni. Cioè vecchi illustri, carichi di onori e forse anche di denaro: uno dei punti più bassi toccati dalla propaganda del Sì.

Pubblicata l’11 settembre 2016

 

Mater semper certa est. Manca il pater

La terza Repubblica

Renzi ha appena finito di urlare alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia che un voto NO nel referendum non sarebbe contro di lui, ma contro Napolitano, il vero fautore e autore delle riforme. Caduta, almeno temporaneamente la richiesta di plebiscito su se stesso, Renzi la sposta su Napolitano. Il Presidente Emerito si affretta a chiedere un’amplissima intervista a “la Repubblica” e, naturalmente, l’ottiene. Senza sconfessare Renzi e richiamarlo al rispetto istituzionale, solennemente dichiara che le riforme costituzionali non sono né di Renzi né di Napolitano. Poi insiste che bisogna votarle altrimenti, ma questo lo scrivo io assumendomene le responsabilità, arriveranno Unni e Visigoti accompagnati da altre maledizioni. Peccato che, nel frattempo, un po’ lento a reagire il composito schieramento dei parlamentari del Partito Democratico, degli opinionisti, ricchi di opinioni e poveri di documentazione, e dei professorini fiancheggiatori pronti a entrare o tornare in Parlamento, continuino a ripetere che, sì, quelle riforme furono volute, anzi, imposte da Napolitano al Parlamento sostanzialmente come condizione per accettare la rielezione.

Quante altre grida renziane e quante altre interviste napolitane dovremo attendere per conoscere la verità? Però, almeno una verità già la conosciamo e abbiamo il dovere di diffonderla. Del merito delle riforme e delle loro conseguenze operative praticamente non si discute. Si sostiene che il Parlamento le ha esaminate in tot (ci sono divergenze su quante sono effettivamente state) letture. Si sottolineano i voti favorevoli delle sciagurate, magari un po’ coartate (già il coraggio che non ce l’ha non se lo può dare) minoranze del PD. Si esalta la magnifica spinta e progressista dei riformatori Renzi-Boschi dopo trent’anni e più di immobilismo come se, fatti provati e noti, nel 2001 il centro-sinistra non avesse approvato una profonda riforma del Titolo V (autonomie) e nel 2005 il centro-destra non avesse riformato addirittura 56 articoli di una Costituzione che ne ha 139. Entrambe furono riforme malfatte, la seconda facilmente bocciata dal referendum.

Naturalmente, neppure la presunta novità di riforme non proprio originali e propulsive può essere considerata una discussione sul merito né potrebbe giustificare riforme malfatte. Bontà sua, Napolitano concede, alquanto tardivamente, che bisogna riformare l’Italicum. I renziani buttano la palla in un Parlamento nel quale hanno la maggioranza, mentre in articoli e dibattiti i loro professorini di riferimento si affannano a dichiarare che l’Italicum, da loro apprezzato e giustificato in tutte le salse, non c’entra nulla con le riforme costituzionali. Ma come? conoscere le modalità con le quali sarà eletta l’onnipotente Camera dei deputati sarebbe ininfluente tanto rispetto alla valutazione delle specifiche riforme quanto sul funzionamento complessivo del sistema politico? Dal voto degli elettori, male tradotto dall’Italicum, non dipende il potere dei rappresentanti e dei governanti?

In corso d’opera e in attesa della fissazione della data del referendum, il non compianto Ministro Antonio Gava, suggerirebbe di fissarla prima dell’inizio della stagione sciistica, si fa balenare, anche dal Presidente Napolitano, che la bocciatura delle riforme, del cui “merito” quasi nulla si dice, sarebbe grave per la credibilità e l’affidabilità del paese aprendo una fase d’instabilità. Dismessi i panni dell’agitatore plebiscitario, il Presidente del Consiglio potrebbe dichiarare solennemente ad una prossima Festa dell’Unità che, immediatamente dopo la vittoria del No, si recherà da Mattarella a dare le dimissioni e che, da statista interessato alle sorti del suo paese, rassicurerà i mercati, e collaborerà fattivamente alla formazione di un nuovo governo. Il resto sta nelle mani e nella mente di Mattarella. Ci sarà modo di parlarne.

Pubblicato il 10 settembre 2016