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Giovani in dialogo sui contenuti della Costituzione italiana a settanta anni dalla sua promulgazione #7maggio #Bologna #conCittadini

Sala XX Maggio
Regione Emilia-Romagna
Viale della Fiera, 8 – Bologna

Lunedì 7 maggio 2018
Giornata conclusiva conCittadini

Giovani in dialogo sui contenuti della Costituzione italiana
a settanta anni dalla sua promulgazione

 

Il peso del passato

Corriere di Bologna

Le primarie sono andate. I problemi non solo sono rimasti, ma risultano accresciuti proprio dall’andamento delle primarie emiliano-romagnole. L’outsider Roberto Balzani potrà anche interrogarsi, come molti, non troppo simpaticamente gli chiedono di fare, sulla sua incapacità di mobilitare la società civile ad andare a votarlo, ma il problema principale non è suo. Incidentalmente, la soluzione proposta da Balzani a non troppo futura memoria, consistente in largo spazio da dare alla società civile nella nomina degli assessori, appare praticabile con qualche difficoltà. Da un lato, gli assessori civici porteranno competenze, ma governare la regione Emilia-Romagna in questa fase richiede autorevolezza (ed esperienza) politica. Dall’altro, al Bonaccini vittorioso tutta la vecchia guardia, che l’ha appoggiato quasi senza esitazioni, ma poi neanche con significativo impegno, ricorderà che deve pagare pegno, pardon, che deve ricordarsi di loro che, fra l’altro, hanno in mano quasi tutto il potere locale, comprese le curiose cariche a elezione indiretta in quel che resta delle province e in quel che “avanza” nella città metropolitana di Bologna.

Il Bonaccini segretario regionale uscente dovrebbe chiedersi che cosa è successo al Partito Democratico, ai suoi iscritti, alla sua volontà e capacità di mobilitazione. L’omologazione ad altre regioni, operazione comunque difficile da valutare con dati, non è una risposta poiché bisognerebbe spiegare quali sono i fattori che hanno condotto all’omologazione: una conversione renziana tanto rapida quanto superficiale? Al convertito Bonaccini l’ardua risposta tanto più utile se vuole fare sì che il suo successore sappia rianimare il partito di cui il Bonaccini probabilissimo Presidente della Regione Emilia-Romagna avrà sicuramente bisogno per meglio governare la Regione. Non attrezzato da precedenti impegnative esperienze di governo, Bonaccini è condannato a imparare scontrandosi con quanto fatto finora e andando oltre. In una certa misura, a mio parere piuttosto grande, Bonaccini è, nonostante il suo recente renzismo, espressione della continuità di un’area politica, inizialmente comunista, poi evoluta attraverso tutti i passaggi effettuati senza nessuna rottura. Gli tocca dimostrare che ha le capacità per andare molto più in là scrollandosi di dosso il peso del passato e l’eredità della vecchia guardia dalla quale proviene.

La sfida più grossa alla quale i cittadini emiliano-romagnoli, se li interpreto correttamente, attribuiscono comprensibilmente maggiore importanza, è quella della formulazione di un progetto di governo non in continuità con quanto fatto da Errani, meno che mai negli ultimi faticosi anni di una fase fin troppo lunga. Da un lato, Bonaccini non può rinnegare il sostegno che ha dato, personalmente e come segretario regionale, alla giunta di Errani e alle sue scelte, Dall’altro, deve dimenticare e far dimenticare molto di quel recente passato e spingersi in un terreno inesplorato. Ha quasi due mesi di tempo per esplorare quel terreno. La sua campagna elettorale, che, purtroppo, si svolgerà quasi senza sfidanti, data la pochezza del centro-destra e le convulsioni delle Cinque Stelle, ha il compito politico, che potrebbe anche essere/diventare esaltante, di trovare le ricette dell’innovazione necessaria a rilanciare la Regione Emilia-Romagna. Niente di meno.

Pubblicato il 1° ottobre 2014

Il Pd in Emilia va azzerato, il vertice ignora gli iscritti

Il fatto quotidiano
Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi per Il Fatto Quotidiano 12 settembre 2014

Più che i capelli bianchi, ha un passato di insegnante ad Harvard e alla School of Advanced International Studies di Washington. Se non bastasse ha diretto anche il Mulino, la voce critica di una sinistra d’altri tempi, ed è stato senatore indipendente. Oltre a qualcosa come un centinaio di pubblicazioni. Uno degli ultimi politologi che hanno attraversato almeno tre Repubbliche, sempre che tante siano state. L’intervista con Gianfranco Pasquino, inizia con lui che fa una domanda: “Si è ritirato dalla corsa alle primarie Stefano Bonaccini?

No, professore. Al momento non lo ha fatto. Lei se lo aspetta?

Sarebbe un dovere, in questo momento. Non è possibile assistere a tale deriva. Non importa se siano briciole o meno, non importa se Bonaccini avrà modo di difendersi. Sono solo espedienti per sfuggire al problema.

Cioè?

Bonaccini faceva parte di un consiglio regionale dove la metà dei consiglieri sono indagati e lui, oltre a essere in quel consiglio, era anche segretario del partito. Se questi non sono motivi per lasciare, non saprei cos’altro debba accadere. Ma poi c’è una cosa che tutti fanno finta di dimenticare.

Quale professore?

Nessuno ha ricordato l’affare Flavio Delbono. Era assessore alle Finanze della giunta regionale precedente (sempre presieduta da Vasco Errani) e del partito del quale Bonaccini era dirigente, se non sbaglio. Con i soldi della Regione, Delbono andava in vacanza con la sua fidanzata, o presunta tale. Vicenda per la quale è stato condannato e costretto a dimettersi da sindaco di Bologna Dovrebbe bastare. Altrimenti ne possiamo anche aggiungere.

Ce ne sono ancora?

Il presidente di quella giunta, Vasco Errani, è stato condannato e si è dimesso. Conosco l’uomo, l’ultimo con il quale vorrei prendermela in questo momento, ma è accaduto. Chiamiamola leggerezza, ma in maniera responsabile si è dimesso. Credo che con la stessa responsabilità Bonaccini, se ne ha, dovrebbe a questo punto fare un passo indietro. Non è più accettabile.

A beneficio di chi? Non ci sono candidati.

Non è vero. C’è un signore che si chiama Roberto Balzani e che ha fatto il sindaco di Forlì che con la storia di questi non ha niente a che vedere. Non ha scheletri nell’armadio, è una persona retta ed è l’unico in questo momento che può affrontare una candidatura. Capisco che sarebbe la rottura con questa classe dirigente, ma c’è un momento in cui bisogna mettere da parte l’ambizione personale e privilegiare quella politica.

Secondo lei Bonaccini non è più credibile?

No, non lo è. E non lo è più neppure l’altro, Matteo Richetti. Ripeto, non è un problema di quanto, è il problema di una stagione intera che non è stata promossa.

Ma com’è che l’Emilia Romagna, terra di grandi virtù per il Partito comunista e dopo, almeno in parte, anche per il Pds, è finita in questa melma? C’è un momento in cui qualcosa si è inceppato?

È stato un processo molto lento, ma quando gli iscritti hanno perso il controllo della classe dirigente questo è accaduto. In altre epoche o stagioni non sarebbe stato così, ma perché c’era una base alla quale dar conto del proprio lavoro. Quando questi meccanismi si sono persi, si è perso per strada anche ogni pudore. Quello che è accaduto a Bologna e dintorni, lo ripeto, è inaccettabile.

Propone un azzeramento di questa classe dirigente?

Non è possibile, ma sarebbe una strada. Ormai sono all’interno dei meccanismi di potere che in Emilia Romagna non sono solo il partito, ma anche quello sociale e produttivo. Non ci sarà nessun azzeramento. Ma Balzani sarebbe un buon punto di partenza.

Diciamoci la verità: il Pd in Emilia Romagna vincerebbe anche con un Bonaccini qualsiasi.

Certo. Anche perché non esistono alternative. Il centrodestra si è completamente disfatto, il Movimento 5 Stelle non ha più la carica iniziale, il rischio di perdere la Regione non si profila. Ma sarebbe il culmine di una fase che prima o poi il centrosinistra si troverà a scontare.

L’ipotesi che circola è che Bonaccini resti. Si presenterebbe con un programma più simile a un’arringa difensiva che non una strategia politica, e chi si è visto si è visto.

Mi auguro che non accada.

Si appella alla responsabilità dei singoli?

Non mi pare che abbiano dimostrato grandi doti sotto questo profilo. Spero che la base riprenda il suo vecchio ruolo.

Emiliano Liuzzi

Il partito dell’investitura

Corriere di Bologna

Primarie o manfrine? Meglio, quanto dovranno aspettare gli elettori attuali e potenziali del Partito Democratico per essere sicuri che, finite le manfrine, stucchevoli e in probabile violazione dello Statuto del PD, si passerà alla presentazione ufficiale delle candidature e al confronto fra persone e programmi per governare l’Emilia-Romagna? Pare a molti che la logica delle primarie, che, conoscendole un po’, è quella della competizione fra più persone per ottenere la candidatura ad una carica democratica, implica che nessuno, proprio nessuno debba ottenere una qualsiasi, tantomeno previa, investitura romana. Purtroppo per tutti, è una pratica che abbiamo già visto (per esempio, a favore di Delbono). Che poi l’investitura debba venire da colui che proprio grazie alla sua ambizione e alla sua audacia ha costruito la sua, finora brillante, carriera politica su primarie senza rete, appare preoccupante, sia per Renzi, se davvero investirà qualcuno, sia, ancora più per l’investito che pare debba essere il tentennante Bonaccini. Quanto agli altri, certo, sarà interessante sapere se i “prodiani” vorranno sostenere Patrizio Bianchi, ma prima l’ex rettore e attuale assessore regionale si decida lui. Faccia come giustamente e severamente ha sostenuto Arturo Parisi sulle pagine del Corriere di Bologna. Alzi la mano, dica, in verità qualcosa ha già accennato, che si sente pronto anche perché sa fare qualcosa di importante, e si candidi limpidamente. Poi vedremo se altrettanto limpidamente, non è sempre stato così, i prodiani vorranno sostenerlo, a loro volta spiegando perché lo ritengono il migliore.

Mentre qualcuno aspetta eventuali imbeccate e fortunate desistenze, l’unico che ha dimostrato di credere fino in fondo nella procedura democratica delle primarie (ne vinse di combattutissime per diventare sindaco di Forlì) e di volerle interpretare correttamente, è Roberto Balzani. Si è candidato senza chiedere permesso a nessuno. Se si presenterà un altro candidato, la potente logica delle primarie e lo Statuto del PD impongono che le primarie vengano fatte sul serio. Ci mancherebbe altro che a fronte della presenza di una candidatura “unta” dall’alto, tutti si ritirassero oppure, peggio, venissero costretti a rinunciare per qualche inconfessabile “ragion di partito”. Per mantenere l’unità del partito ma, al tempo stesso, violando uno dei principi fondativi del Partito Democratico? Con il lessico rituale e un po’ ipocrita del passato si sarebbe detto che la pluralità di candidature riflette un partito dalle molte sensibilità. E, allora, che le “sensibilità” si misurino in campo apertamente, in maniera trasparente e persino dura attraverso le loro proposte per dare alla Regione Emilia-Romagna una guida innovativa che la rilanci al di là dei successi un po’ appannati dei tempi recenti.

Le primarie sono fatte apposta per invitare un elettorato il più ampio possibile a scegliere il candidato, al tempo stesso, preferito e in grado di vincere e governare. Le divisioni inevitabili, che non debbono preoccupare la discesa in campo di Daniele Manca, nella scelta si ricomporranno per sostenere il candidato vittorioso. Tutto il resto non è soltanto stucchevole manfrina, ma è la cattiva politica di chi, certamente, non potrà poi introdurre innovazioni alla guida della Regione.

Pubblicato il 22 agosto 2014

Così si dimette un buon “vecchio” Presidente

Con le improvvise e amareggiate dimissioni di Vasco Errani dalla Presidenza della Regione Emilia-Romagna esce di scena l’ultimo importante esponente dei bersaniani. Nella rete di rapporti definita “tortello magico” che ha appoggiato Bersani, la figura di Errani, per esperienza, solidità, sobria autorevolezza, potere istituzionale, costituiva un elemento centrale. Condannato in appello per un finanziamento regionale forse deliberato in maniera impropria ad una cooperativa fino a poco tempo prima presieduta da suo fratello, Errani ha preferito non attendere l’esito del ricorso in Cassazione. Se n’è andato prima dell’eventuale condanna definitiva, oppure assoluzione liberatoria, per non creare nessun problema all’istituzione, la Regione Emilia-Romagna, al governo della quale non avrebbe potuto operare con pienezza di poteri.
La sensibilità istituzionale e l’etica politica di Errani contrastano con la quasi totalità dei comportanti degli uomini politici italiani, compresi altri Presidenti di regione, ma anche con quelli di alcuni consiglieri regionali della stessa Emilia-Romagna inquisiti per il classico “inconveniente” di un non limpido (è un eufemismo) percorso di rimborsi alle loro molto poco giustificabili spese. Di più: Errani ha anche respinto gli inviti, sembra pressanti, certamente inquietanti e deplorevoli, a rimanere in carica in questo delicato periodo, che gli sono venuti dalla leadership nazionale del Partito Democratico, in questo caso, tutt’altro che veloce nel richiedere l’applicazione del codice etico. Poiché Errani ricopre anche la carica di Presidente della Conferenza Stato-Regioni, il suo ruolo, la sua competenza, le sue doti di equilibrio rischiano di venire meno proprio quando più servirebbero per giungere ad una riforma decente del Senato nel quale i Consiglieri regionali prossimi venturi dovrebbero ottenere compiti tutt’altro che irrilevanti.
Le conseguenze istituzionali e politiche delle dimissioni di Errani sono molte e tutte significative. Eletto dai cittadini, nessun Presidente di regione può essere sostituito senza una nuova consultazione elettorale. E’ teoricamente possibile per l’Emilia- Romagna essere ricompresa nella tornata elettorale prossima che riguarderà molte regioni a statuto ordinario che, contrariamente a Lazio e Lombardia, travolte da scandali, e dal Piemonte, rovesciata da brogli elettorali, andranno alle urne nella primavera del 2015. Altrimenti quella che è stata la più stabile e solida regione italiana, governata da Errani per quasi quindici anni, potrebbe subire l’onta del Commissariamento sulla brutta scia del comune di Bologna, commissariato dal febbraio 2010 per più di un anno. La cronica e deplorevole debolezza del centro-destra emiliano-romagnolo non è in grado di presentare nessuno sfidante politico decente, ma, proprio per questo, la corsa alla successione di Errani sembra già cominciata non proprio ottimamente.
La vecchia, ma sostanzialmente efficace e capace di buongoverno, nomenklatura emiliano-romagnola è già da qualche tempo saltata sul carro di Renzi e vi ha trovato comodo posto. Si stava posizionando per l’elezione del nuovo segretario regionale e adesso ha a disposizione anche la Presidenza della Regione. L’affollamento delle candidature è notevole. Qualcuno attende nomine e benedizioni, magari velocissime, dall’alto. Altri si posizionano senza troppo curarsi di formulare qualche proposta programmatica non soltanto nuova, ma migliore di quanto la “vecchia” politica ha fin qui fatto in una regione che rimane all’avanguardia. Non restano che le primarie, preferibilmente senza predesignati fra i renziani della seconda, della terza e… della penultima ora (della prima ora non ce ne sono proprio: nessuno volle rischiare nel 2012), aperte, trasparenti, competitive, per uscire dal pesante neo-conformismo renziano e inaugurare una fase davvero riformista. Sarebbe il modo migliore per riconoscere e valorizzare l’autonomia regionale e per dare impulso alla politica post-nomenklatura e post-rottamazione.

 

Pubblicato Agl 10 luglio 2014