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La mano di Pertini #2agosto #Bologna @formichenews Le quattro risposte alla strage di Bologna che parlano ancora all’Italia. Il commento di Pasquino

A 46 anni dalla strage fascista del 2 agosto 1980, il lascito più importante resta la qualità della risposta del Paese: solidarietà, unità, giustizia e memoria. Solo celebrando il 2 agosto è possibile andare oltre tutto quello che è stato il 2 agosto. Il commento di Gianfranco Pasquino, socio dell’Accademia dei Lincei, professore emerito di Scienza politica, UniBo. In libreria con “Il bello della politica” (il Mulino 2026)
Voglio ricordare, e vorrei che chi legge condividesse, la strage fascista alla stazione di Bologna per le riposte che vennero da uomini e donne della società civile e delle istituzioni. La prima risposta è quella dello straordinario impegno dei soccorritori che scavarono nelle macerie, che aiutarono i molti feriti, che diedero prova di una solidarietà senza pari. Filmati e foto la preservano per sempre. E per sempre quei cittadini, non solo bolognesi, si sono meritatamente guadagnati riconoscenza e affetto.
La seconda risposta è la mano di Sandro Pertini che si appoggia sul braccio di Renato Zangheri in Piazza Maggiore, sul palco con alle spalle la basilica di San Petronio, il patrono della città, che sta pronunciando un solenne discorso, essenziale, senza cedimenti retorici, di commemorazione delle vittime, di richiesta di verità e giustizia, di piena disponibilità alla collaborazione fra istituzioni, politica e persone. Quella mano del socialista Presidente della Repubblica Italiana sul braccio del sindaco comunista della città, non solo simbolo, ma esempio del buongoverno delle sinistre, esprimeva certo i sentimenti profondi di Pertini, ma conteneva un messaggio politico-istituzionale di altissimo rilievo. In quel momento, in quel luogo, il Presidente fortemente dava corpo all’art 87 della Costituzione che gli attribuisce il compito di rappresentare “l’unità nazionale”. Quelle bombe volevano lacerare quell’unità che il Presidente, già esponente di vertice dell’antifascismo militante, era totalmente consapevole di dovere difendere in maniera ostentata.
La terza risposta venne dai magistrati, da almeno tre generazioni di magistrati, al lavoro per individuare esecutori e mandanti della strage. Intralciati, depistati, denigrati, alcune decine di magistrati hanno svolto il compito difficilissimo di raccogliere le prove, di ricostruire il contesto, di identificare i responsabili, di processarli consentendo loro il massimo delle possibilità di difesa, di scrivere sentenze che hanno anche un valore storico. Comunque, quelle sentenze hanno prodotto una verità giudiziaria da molte prospettive inoppugnabile. Non abbiamo i nomi dei mandanti, ma i molti elementi raccolti e analizzati dai magistrati consentono di formulare molto di più che ragionevoli ipotesi e congetture. Non fu una strage di Stato, ma troppi funzionari e dirigenti statali, nei servizi segreti “deviati”, nella Forze Armate, nell’apparato burocratico, ebbero cognizioni e responsabilità. Furono più che “semplici”, ma volonterosi, felloni, traditori dello Stato democratico.
Da ultimo, ma davvero non minimo, credo che sia opportuno e giusto ricordare, apprezzare, elogiare l’attività indefessa dell’Associazione Parenti delle Vittime. Voglio farlo a cominciare dal suo primo presidente Torquato Secci, che nella strage perse un figlio. Tenere alta anno dopo anno, nel 2026 significa per 46 anni, la memoria, premere sulle autorità, organizzare un corteo sempre molto partecipato (chi scrive vi si è recato almeno 35 volte) significa svolgere un importantissimo compito civile. Senza memoria un popolo sarebbe una massa indistinta di individui. La memoria consente di costruire una storia, identità collettive anche conflittuali, un futuro. Solo celebrando il 2 agosto è possibile andare oltre tutto quello che è stato il 2 agosto.
Pubblicato il 1° agosto 20 26 su Frormiche.net
Quel che so sul voto di preferenza #ParadoXaforum

Nelle elezioni tenutesi il 26 giugno 1983, candidato indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano nella circoscrizione Bologna-Ferrara-Ravenna -Forlì, ottenni 14.566 preferenze risultando l’ultimo degli eletti- Però, eletto anche al Senato (sì, era possibile essere candidati in entrambi i rami del Parlamento e in più circoscrizioni) nel collegio di Portomaggiore Ferrara, optai per il Senato. Grazie al PCI avevo fatto una intensa campagna elettorale sul territorio distribuendo un numero notevole di cartoncini, me li ricordo, grigi e dimessi, che portavano due nomi: Renato Zangheri (già notissimo sindaco della città di Bologna, capolista) e il mio. Per ragioni politiche, il capolista doveva fare il pieno di preferenze trascinando il “prestigioso” professore che con la sua candidatura “legittimava” il PCI e avrebbe portato in Parlamento le sue importanti (aggettivo mio, e ci credo) conoscenze politologiche. Gli analisti comunisti del voto giunsero alla ragionevole conclusione che un migliaio o poco più di quei voti di preferenza erano di elettori/elettrici attratti dalla mia presenza in una lista che altrimenti non avrebbero votato.
La legge elettorale allora vigente per la Camera dei deputati consentiva agli elettori di esprimere, a seconda della dimensione della circoscrizione, valutata con riferimento al numero dei deputati da eleggere, fino a tre o quattro preferenze scrivendo semplicemente il numero di lista del candidato oppure il suo (nome e) cognome. Per curiosità e per interesse professionale, ho più volte fatto lo scrutatore e anche il presidente del seggio di Torino dove votavo negli anni sessanta del secolo scorso. Il numero di schede contestabili e contestate era minimo. Gli elettori arrivavano preparati. E la percentuale di preferenze espresse erano regolarmente intorno al 30, quelle comuniste precise, ordinate, rispettando un pattern di quartiere. Quelle socialiste erano piuttosto variegate. Quelle democristiane riflettevano la popolarità locale del candidato già in parlamento, consigliere comunale, sindacalista. Non ci furono brogli né accordi sottobanco.
Altrove, sì. Nel 1987 nella circoscrizione Napoli-Caserta successe di tutto. Su ricorso di un candidato democristiano che denunciò lo scippo di preferenze espresse sul suo nome, la Giunta per le elezioni della Camera rilevò una pratica molto truffaldina di accordi fra gli scrutatori e i rappresentanti di lista. Nelle schede elettorali nelle quali gli elettori non avevano espresso voti di preferenza veniva consentito di farlo agli scrutatori di quel partito che chiudevano gli occhi su pratiche simili effettuate dagli scrutatori di altri partiti, apparentemente con la sola eccezione del PCI, il cui capolista era Giorgio Napolitano. I capolista di alcuni partiti del pentapartito, più precisamente il Ministro degli Interni Antonio Gava (DC), il vice segretario Giulio Di Donato (PSI), il Ministro della Sanità Francesco Di Lorenzo (PLI), avevano un fortissimo interesse e bisogno di gonfiare il loro bottino di preferenze come prova di grande sostegno popolare da tradurre in potere politico nel rispettivo partito e nel governo.
Da qualche anno era cominciato, mi permetto di aggiungere anche per merito mio, un dibattito intenso e aspro sulla eventualità di una riforma della legge elettorale. Alla (legge) proporzionale nella sua variante italiana si imputava, non senza più di un fondo di verità, di rendere molto difficile l’alternanza. La soluzione suggerita era quella di ridurne la proporzionalità, se non, addirittura sostituirla con una legge maggioritaria: l’uninominale inglese oppure, con meno sostenitori, il doppio turno francese. Nel parlamento eletto con quella proporzionale, nonostante qualche malcontento, non esisteva nessuna maggioranza riformatrice. Anche con la partecipazione di alcuni parlamentari, me compreso, si formò un Comitato per la Riforma Elettorale che intraprese la via del referendum abrogativo. Era una via perseguibile poiché la legge elettorale non sta nella Costituzione. Però, venne subito sbarrata dalla Corte Costituzionale. No all’abrogazione della legge nella sua interezza poiché nessun organismo costituzionale, in questo caso il Parlamento, può rimanere privo della legge che gli ha dato vita. I proponenti si trovarono costretti a procedere ad un delicato e raffinato ritaglio di alcune parole per sottoporre un quesito che riguardava il voto di preferenza. L’esito fu il quesito referendario che riduceva le preferenze esprimibili a una soltanto scrivendo il cognome del prescelto, quindi rendendo impossibili i troppo facili brogli con la manipolazione dei numeri.
La campagna elettorale dei proponenti fu improntata alla grande opportunità offerta ai cittadini di scegliere il loro rappresentante in Parlamento quasi come se si stesse andando verso un sistema maggioritario in collegi uninominali: una felice ambiguità. Divenuti consapevoli del significato della sfida pericolosissima alle loro rendite di posizione, i dirigenti dei partito, ad eccezione dei comunisti per lo più non desiderosi di esprimersi in materia, tentarono in ordine sparso, di fare fallire il referendum per mancanza di quorum ovvero il raggiungimento della maggioranza assoluta dei votanti. Ancora oggi le indicazioni di cosa fare invece di recarsi alle urne appaiono rivelatrici. La più nota fu quella del segretario socialista Bettino Craxi: andare al mare. A ruota arrivarono il leghista Umberto Bossi: fare una passeggiata nei boschi padani; il ministro democristiano che sovrintendeva alle elezioni Antonio Gava: stare a casa con gli amici; il leader democristiano Ciriaco De Mita: giocare a carte, tressette.
Invece, il 9 giugno 1991, sorprendendo tutti gli osservatori e gli stessi proponenti, 29.609.635 italiani, il 62,5 percento (quorum abbondantemente superato) si recarono alle urne, Il 95, 57 per cento di loro, 26.896.979 votarono “sì” (1.247.908, 4, 43 per cento “no”) aprendo la via ad una riforme elettorale in senso maggioritario. Prima, però, si tennero le ultime elezioni politiche con “la proporzionale”, le uniche con la preferenza unica, sufficienti a produrre conseguenze tanto inattese quanto di grande impatto sui partiti. Commissionate appositamente, le analisi dell’uso e delle conseguenze della preferenza unica in cinque circoscrizioni raccolte nel volume da me curato e introdotto: Votare un solo candidato. Le conseguenze politiche della preferenza unica (Bologna, il Mulino, 1993) rivelano che gli elettori non ebbero nessuna difficoltà nell’avvalersene. Più importante è che non si produssero fenomeni di scambi impropri, brogli e corruzione. In seguito, poiché su possente spinta dei referendum elettorali del 1993, il Parlamento procedette alla redazione ad opera dell’on. Sergio Mattarella di due nuove leggi che assegnavano tre quarti dei seggi in collegi uninominali, di voto di preferenza non si dovette discutere.
La legge Calderoli (2005), con la quale Berlusconi sostituì la legge Mattarella, contemplava unicamente liste bloccate. Soltanto se le liste erano bloccate, diventava possibile fare entrare in Parlamento esponenti della società civile, altrimenti surclassabili nella raccolta dei voti dai politici di mestiere e dalle loro reti di relazioni e di affari. Inoltre, i nominati o cooptati dal leader, consapevoli di dovergli il seggio e ancor più qualsiasi eventuale ambita rielezione, sentivano l’obbligo della disciplina di voto. Si spiega anche così la vergognosa votazione che riconobbe a Ruby la qualifica di nipote del dittatore egiziano Mubarak. L’ostilità alle preferenze da parte di Forza Italia continua oggi manifestata dal leader Antonio Tajani che già esercita scarso controllo sui suoi gruppi parlamentari, meno che mai ne avrebbe se fossero molti gli eletti grazie alle preferenze guadagnate sul campo.
Meglio chiarire subito che l’alternativa sulla quale i partiti della maggioranza di destra si dividono non è propriamente limpida. Vero è che, da un lato, stanno i sostenitori delle liste bloccate, ma, dall’altro, non si trovano coloro che vogliono consentire agli elettori di esprimere liberamente almeno una preferenza, Infatti, i capilista, in non pochi casi gli unici eletti per partiti medio-piccoli, sarebbero comunque bloccati. Inoltre, verrebbero predefiniti i candidati preferenziabili, fra i quali gli elettori potrebbero assegnare i loro voti, presumibilmente con alternanza di genere. Stupisce e rattrista notare che molte donne politiche si sono schierate contro il voto di preferenza che le svantaggerebbe. Al contrario, il ripescaggio della preferenza unica, argine alla formazione di pericolose “cordate”, consentirebbe alle donne di fare appello al voto di tutti coloro, oramai sperabilmente molti, che sono giunti alla convinzione che in generale e in Parlamento il punto di vista delle donne meriti di essere espresso e rappresentato, confortato e potenziato da un solido bottino di voti di preferenza. Inoltre, vale per entrambi, gli uomini e le donne, la competizione per le preferenze con la possibilità di votare la candidatura più gradita può riportare alle urne una parte di astensionisti. Ragionamento: “Sono tutti eguali, ma la mia candidata è molto preferibile, non è paracaduta, ma enfant du pays, una di noi, ci conosce e la conosciamo, potremo raggiungerla facilmente, lamentarci con lei, spronarla e decidere, a sua ‘saputa ‘, se rivotarla o bocciarla”. Insomma, un (unico) voto di preferenza può servire a cambiare non poco la brutta politica (dei capilista bloccati e dei loro sponsor).
Pubblicato il 27 luglio 2026 su PARADOXAforum
La libertà di scrivere senza censure

Avevo appena pubblicato, fine luglio 1977, il mio primo articolo su un quotidiano (“Il Giorno” diretto da Afeltra), con qualche critica al ruolo del PCI nel governo di solidarietà nazionale guidato da Andreotti che mi arrivò, durissima, la reprimenda dell’allora direttore de “l’Unità”, Emanuele Macaluso. Fu in un certo senso il mio incontro con il quotidiano “fondato da Antonio Gramsci”. Ovvio che lo leggevo già, non tutti i giorni, ma da allora la mia/nostra interazione divenne più frequente: qualche critica in più fino all’invito a collaborare nelle pagine della cultura. Ricordo, su commissione di Ferdinando Adornato, il responsabile di quelle pagine, un necrologio di Raymond Aron nell’ottobre 1983, una recensione al libro, Io, l’infame, del brigatista Patrizio Peci e una riflessione comparata sul fattore K, la tesi di Alberto Ronchey sul perché i comunisti occidentali non sarebbero mai andati al governo in quanto tali.
Non ricordo esattamente quando venni invitato anche a scrivere editoriali, con mia grande soddisfazione e con qualche eco nel corpo dei dirigenti di partito (che leggevano “l’Unità”). Infatti, fui spesso chiamato dal 1985 in poi nelle federazioni a discutere del tema allora dominante (sic): le riforme elettorali e istituzionali. Poiché avevo in sede di Commissione Bozzi suggerito, non il superamento della proporzionale, ma un sistema che arrivasse alla competizione fra due coalizioni con il ballottaggio per ottenere un premio di maggioranza, fui invitato a spiegarlo e a difenderlo in tutte le salse sulle pagine del giornale. Il dibattito era apertissimo anche se la linea ufficiale fu data da due editoriali, a distanza di un anno o poco più, con lo stesso titolo “La proporzionale è irrinunciabile”, firmati da Renato Zangheri e da Nilde Jotti. Qualche anno più tardi dal Presidente della Camera Giorgio Napolitano mi giunse un bigliettino autografo a chiedermi di “rettificare” le critiche che dalle pagine de “l’Unità” avevo indirizzato alla elaborazione del Mattarellum.
Cambiavano i direttori, D’Alema, Renzo Foa, Veltroni, Caldarola, ma, per mia fortuna, tutti continuavano a chiedermi commenti di prima pagina e interventi politici, compresa una recensione non proprio elogiativa ad un libro di Bruno Vespa sollecitatami da Veltroni. Scrivevo frequentemente e liberamente. Non mi fu mai chiesto di cambiare neppure una virgola. Quei direttori tanto diversi fra loro si limitavano a darmi il titolo dell’argomento: svolgimento libero. Nessun mio articolo fu mai cestinato e neppure messo in sala d’attesa per giorni e giorni. Come si capisce, non potrei dire altrettanto di alcune esperienze con altri quotidiani nazionali. Negli anni Duemila non tutti i Direttori che si susseguirono furono interessati alla mia collaborazione. Fui “ripescato” prima da Antonio Padellaro, con il quale intavolammo un dialogo fitto su alcuni miei editoriali, e da ultimo da Luca Landò.
Credo di avere scritto più di cento articoli per “l’Unità” e ne sono lietissimo. E’ stata un’esperienza gratificante di “battaglia” politica a viso aperto, di scambi e scontri di opinione, di diffusione di idee e proposte e di formulazioni, come si conviene al migliore dei giornali “politici”, di soluzioni. So che, non soltanto è troppo facile, ma è persino banale affermare che la cessazione della pubblicazione de “l’Unità” impoverisce in maniera significativa il già non proprio brillantissimo panorama dei quotidiani italiani, ma è decisamente così. In non pochi di questi quotidiani, la politica la fanno i resoconti dei giornalisti intrisi di preferenze politiche e apprezzamenti di leader. Forse, una sinistra che oscilla fra faziosità e tifo e che non dimostra nessun interesse per il confronto cultural-politico si merita di restare senza “l’Unità”, almeno per un po’. Personalmente, ma sicuramente non da solo, ne sentirò la mancanza.
Pubblicato su l’Unità del 31 luglio 2014