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La Costituzione più bella?
Non aderisco mai ad appelli allarmisti e meno che mai a quelli che dicono che qualsiasi riforma della Costituzione si trova nel Piano di Rinascita della P2 oppure nei progetti della Cia. Più preoccupato sono dall’improvvisazione, dalla carenza di cultura politica e giuridica, dall’insostenibile tendenza al pasticcio pseudo-riformatore e alla incomprensione di che cosa sia davvero in una Costituzione democratica. Non soltanto norme giuridiche, ma un sistema architettonico fatto di diritti e di doveri, di freni e di contrappesi, di una visione di sistema politico e di società: nulla di tutto questo sanno né Renzi né Boschi né, apparentemente, i loro sdraiati costituzionalisti di riferimento(e qui colloco tutta la mia invidia di Gp, Gufo Professore). La riforma del Senato, brutta e senza senso plausibile, squilibra il sistema. La proposta di legge elettorale è soltanto un porcellinum che la Corte Costituzionale boccerà(ovvero dovrebbe). I rapporti fra Parlamento e Governo non miglioreranno. Al cittadino sovrano non viene restituito neanche un pezzetto di scettro. Ad un presidente della Repubblica, che si comporta di fatto, spesso per necessità, come Presidente semi-presidenziale, non si pone nessun argine giuridico, nel retropensiero che il prossimo Presidente, anzi, la prossima Presidente, sarà scelta, eletta e controllata dalla maggioranza di governo artificialmente prodotta dal cervellotico premio di maggioranza. Ah, les Italiens! Per fortuna che, mentre i sedicenti liberali italiani tuonano contro lobby, lacci e lacciuoli, c’è l’Unione Europea (e, qualche volta, anche se con eccesso di estremismo poco costituzionale – i Costituenti avrebbero da tempo proceduto a cambiare parecchio, anche nella prima parte: art. 7, art. 21, art. 39-40 – c’è anche il Fatto Quotidiano).
Pubblicato il 6 settembre 2014
Non basta andare di corsa
Il “passo dopo passo” dichiarato da Renzi a conclusione di quello che doveva essere un importante Consiglio dei Ministri rappresenta un significativo arretramento rispetto alla avventata promessa iniziale di “una riforma al mese” oppure è il segno di un ritrovato pragmatismo? Il Presidente del Consiglio sembra essersi accorto che per governare un paese complesso come l’Italia, popolato da quelli che lui chiama gufi e rosiconi, infestato da professoroni, bloccato da burocrati e banchieri, non basta correre. Non basta inviare molti tweet (facendo affidamento sui giornalisti amichevoli). Bisogna riflettere, selezionare, investire tempo ed energie, convincere. Soprattutto, è venuta l’ora di indicare un progetto di lungo periodo (Renzi si è dato un orizzonte di mille giorni a partire dal primo settembre) e di formulare una strategia. Infatti, l’Italia è stata bloccata da governi come, in particolare, ma non esclusivamente, quelli guidati da Berlusconi, che di strategie di lungo periodo, tranne quella della propria sopravvivenza, non ne avevano proprio. Correre e fare in fretta sono due modalità d’azione, qualche volta apprezzabili anche in politica, ma non si trasformano automaticamente in nessuna strategia in grado di mobilitare le forze vitali di coloro, che quasi sicuramente non sono la maggioranza in Italia, vale a dire, i riformisti, che vogliono davvero cambiare, lavorando.
Alla necessità di dare contenuti chiari e precisi ai suoi provvedimenti, a non affastellare, ma a tenere distinti i diversi ambiti delle riforme e a stabilire una sequenza di priorità, Renzi è stato richiamato dal Presidente Napolitano il quale, oramai da vero e severo governante ombra, ha poi anche discusso di cifre, conti, coperture con il Ministro dell’Economia. In Europa, non basterà replicare al settimanale “‘Economist” gustando ostentatamente gelati (italiani, of course) e neppure dicendo che stiamo già facendo i compiti a casa, che non è del tutto vero. Bisognerà, invece, conquistare la flessibilità possibile sulla base di riforme italiane che sveltiscano il funzionamento della giustizia civile, la quale, oltre ad essere un costo sistemico per l’Italia, scoraggia gli investimenti stranieri, e che rendano più efficiente la burocrazia e migliore la scuola. Di sicuro, la burocrazia, che per natura è inevitabilmente una struttura popolata da conservatori, si opporrà a qualsiasi riforma, in modo speciale a quelle che colleghino carriera e stipendi alla produttività e all’efficienza. Tuttavia, un attacco frontale ai burocrati senza distinguere fra loro gli efficienti e gli indispensabili dai troppi altri provoca soltanto rigetto ed è destinata, se non a fallire, a dare scarsi e sterili frutti. Un discorso molto simile vale per la scuola sulla alquanto abborracciata riforma della quale lo stesso Napolitano, che non è un esperto, ha chiesto a Renzi chiarimenti e approfondimenti.
L’entusiasmo seguito al tanto inaspettato quanto straordinariamente positivo risultato per il PD e, indirettamente, per il suo segretario-capo del governo, delle elezioni europee del maggio sembra sostanzialmente svanito. Il Presidente del Consiglio rincorre qualche successo di prestigio, come, ad esempio, la nomina di Federica Mogherini a responsabile della politica estera dell’Unione Europea: un riconoscimento, ma anche una difficile sfida. Gli operatori economici, italiani e soprattutto europei, attendono, invece, di vedere una strategia di fondo che si proponga di portare l’Italia fuori dalla recessione. Efficace è lo slogan del decreto “Sblocca-Italia”, ma per andare in quale direzione, perseguendo quali obiettivi prioritari e con quali modalità? Oltre al tempo per correre, c’è anche un tempo per riflettere, magari, in questo caso, concentrandosi, studiando (in fretta) e andando al di là del troppo ristretto e non abbastanza attrezzato cerchio dei consiglieri del Presidente del Consiglio.
Pubblicato AGL domenica 31 agosto 2014
Il partito dell’investitura
Primarie o manfrine? Meglio, quanto dovranno aspettare gli elettori attuali e potenziali del Partito Democratico per essere sicuri che, finite le manfrine, stucchevoli e in probabile violazione dello Statuto del PD, si passerà alla presentazione ufficiale delle candidature e al confronto fra persone e programmi per governare l’Emilia-Romagna? Pare a molti che la logica delle primarie, che, conoscendole un po’, è quella della competizione fra più persone per ottenere la candidatura ad una carica democratica, implica che nessuno, proprio nessuno debba ottenere una qualsiasi, tantomeno previa, investitura romana. Purtroppo per tutti, è una pratica che abbiamo già visto (per esempio, a favore di Delbono). Che poi l’investitura debba venire da colui che proprio grazie alla sua ambizione e alla sua audacia ha costruito la sua, finora brillante, carriera politica su primarie senza rete, appare preoccupante, sia per Renzi, se davvero investirà qualcuno, sia, ancora più per l’investito che pare debba essere il tentennante Bonaccini. Quanto agli altri, certo, sarà interessante sapere se i “prodiani” vorranno sostenere Patrizio Bianchi, ma prima l’ex rettore e attuale assessore regionale si decida lui. Faccia come giustamente e severamente ha sostenuto Arturo Parisi sulle pagine del Corriere di Bologna. Alzi la mano, dica, in verità qualcosa ha già accennato, che si sente pronto anche perché sa fare qualcosa di importante, e si candidi limpidamente. Poi vedremo se altrettanto limpidamente, non è sempre stato così, i prodiani vorranno sostenerlo, a loro volta spiegando perché lo ritengono il migliore.
Mentre qualcuno aspetta eventuali imbeccate e fortunate desistenze, l’unico che ha dimostrato di credere fino in fondo nella procedura democratica delle primarie (ne vinse di combattutissime per diventare sindaco di Forlì) e di volerle interpretare correttamente, è Roberto Balzani. Si è candidato senza chiedere permesso a nessuno. Se si presenterà un altro candidato, la potente logica delle primarie e lo Statuto del PD impongono che le primarie vengano fatte sul serio. Ci mancherebbe altro che a fronte della presenza di una candidatura “unta” dall’alto, tutti si ritirassero oppure, peggio, venissero costretti a rinunciare per qualche inconfessabile “ragion di partito”. Per mantenere l’unità del partito ma, al tempo stesso, violando uno dei principi fondativi del Partito Democratico? Con il lessico rituale e un po’ ipocrita del passato si sarebbe detto che la pluralità di candidature riflette un partito dalle molte sensibilità. E, allora, che le “sensibilità” si misurino in campo apertamente, in maniera trasparente e persino dura attraverso le loro proposte per dare alla Regione Emilia-Romagna una guida innovativa che la rilanci al di là dei successi un po’ appannati dei tempi recenti.
Le primarie sono fatte apposta per invitare un elettorato il più ampio possibile a scegliere il candidato, al tempo stesso, preferito e in grado di vincere e governare. Le divisioni inevitabili, che non debbono preoccupare la discesa in campo di Daniele Manca, nella scelta si ricomporranno per sostenere il candidato vittorioso. Tutto il resto non è soltanto stucchevole manfrina, ma è la cattiva politica di chi, certamente, non potrà poi introdurre innovazioni alla guida della Regione.
Pubblicato il 22 agosto 2014
#Checkpoint Renzi, le riforme e la situazione economica europea
Intervista rilasciata il 14 Agosto 2014 a Checkpoint, rubrica di TgCom24.
Esiste un caso Italia?
Renzi ha incontrato Draghi e Napolitano: c’è un Renzi sotto tutela?
Renzi senza Berlusconi può fare le riforme che servono al Paese?
Art.18, totem e tabù: bisogna metterci mano?
Tagli: perchè non si riesce ad incidere, sono così forti le corporazioni?
Senato delle Regioni: è una buona riforma?
C’è autoritarismo in queste riforme?
E’ vero che se Renzi fallisce non ci sono alternative?
L’Italia è sotto attacco dei poteri forti?
Ha un futuro il Movimento cinque stelle?
Un patto contro gli elettori
Sembra che il vero punto unificante del patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, stilato a gennaio e confermato ieri, consista nel ridimensionamento del potere degli elettori italiani. Il Senato non sarà più elettivo. La sua composizione sarà determinata dai consigli regionali, vale a dire, dai partiti colà rappresentati, certamente, come rivelano i troppi scandali degli ultimi anni, non la migliore delle classi politiche. I nuovi senatori faranno riferimento a chi li ha nominati, non ai cittadini delle rispettive regioni. Aumenteranno le firme per chiedere i referendum abrogativi, da 500 mila a 800 mila, ma anche per esercitare l’iniziativa legislativa popolare, moltiplicate per cinque: da 50 mila a 250 mila firme. Quanto alla legge elettorale, il vero snodo nei rapporti fra gli elettori, i deputati e il governo, sembra che nel migliore dei casi, Renzi e Berlusconi siano disposti ad ammorbidire le soglie per l’accesso al Parlamento, consentendo anche a partiti relativamente piccoli di ottenere seggi, in special modo se si alleano con il Partito Democratico oppure con Forza Italia, ma finora netto è il loro “no” alle preferenze. La motivazione non è detta, ma chiara: perché, da un lato, raccogliendo preferenze, i candidati riuscirebbero a dimostrare di avere un consenso politico personale; dall’altro, una volta eletti grazie alle proprie forze, non sarebbero malleabili dai loro capi partito e pretenderebbero di decidere come votare, magari, addirittura, facendosi portatori delle esigenze, delle preferenze dei loro elettori.
Ecco, il punto: “no”, quindi, alle preferenze che, con il soccorso di alcuni professoroni non soltanto costituzionalisti, costituirebbero “un’anomalia tutta italiana”, espressione di voto di scambio, tramite dei voleri delle lobby, portatrici di corruzione. Non importa che siano tutti fenomeni raramente provati e, in alcune aree del paese, inesistenti. Importa che, in assenza del voto di preferenza, il potere di nominare i parlamentari rimarrà solidamente nelle mani del declinante Berlusconi e dell’ascendente Renzi. Naturalmente, per riportare agli elettori il potere di scegliere i parlamentari sarebbe sufficiente e molto “democratico” introdurre i collegi uninominali nei quali chi vince cercherà poi di rappresentare tutti gli elettori con l’obiettivo di essere rieletto. In tre quarti delle democrazie europee, variamente congegnata, è garantita agli elettori la possibilità di esprimere una o più preferenze nell’ambito della lista di candidature presentata dal partito prescelto. L’elenco è molto lungo. Riguarda, con poche differenze pratiche, tutti i paesi scandinavi: Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia (incidentalmente, sono i sistemi politici nei quali c’è meno corruzione in assoluto). L’elenco contiene anche le nuove democrazie dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania e della Polonia e vecchie democrazie come Belgio Lussemburgo, Olanda.
Fra le ventotto democrazie occidentali prese in considerazione (nell’analisi del mio allievo Marco Valbruzzi), ventitré concedono ai loro elettorati la possibilità di intervenire in maniera incisiva, in collegi uninominali oppure esprimendo un voto o più di preferenza, sulla scelta del o dei candidati che andranno a rappresentarli in Parlamento. Dunque, il voto di preferenza, sul quale in Italia si tenne anche un referendum popolare nel giugno del 1991, non costituisce affatto “un’anomalia tutta italiana”. Al contrario, l’Italia si trova adesso nella compagnia di una minoranza di Stati che hanno liste bloccate: Bulgaria, Croazia, Portogallo, Romania, Spagna. Non è il caso di andare a valutare il grado di soddisfazione dei cittadini di quei sistemi politici sul funzionamento delle loro democrazie. Sappiamo che gli italiani sono fra i più insoddisfatti ed è davvero azzardato pensare che la nomina dei parlamentari ad opera dei capi dei partiti non sia una delle motivazioni dell’elevata insoddisfazione. Non sarà il voto di preferenza a salvarci, ma avendolo e utilizzandolo gli elettori sarebbero almeno consapevoli che il miglioramento della politica dipende anche da chi votano.
Pubblicato AGL 7 agosto 2014
Liste bloccate? ma mi faccia il piacere!
Il voto di preferenza è, come sostengono alcuni professoroni non soltanto costituzionalisti, “un’anomalia tutta italiana”?
Sbagliato!
Come dimostra chiaramente la tabella preparata dal mio allievo Marco Valbruzzi, soltanto quattro paesi su ventuno condividono quella che non è “un’anomalia”, ma una scelta politicamente e elettoralmente rilevante.
Per non consegnare i prossimi parlamentari nelle mani di Renzi e di Berlusconi, la battaglia per almeno una preferenza è cosa buona e giusta.
clicca sulla tabella per espanderla
Se escludiamo i casi in cui la “rappresentanza personale” deriva dal collegio uninominale (Francia, Regno Unito, in parte Germania e Ungheria) o dal ricorso al Voto Singolo Trasferibile (Irlanda e Malta), i paesi che restano fuori, a far compagnia all’Italia, sono: Spagna, Portogallo, Romania, Bulgaria e Croazia.
Scontento a cinque stelle

dal mensile mondoperaio n 7/8 luglio/agosto 2014
Nelle elezioni europee del 25 maggio 2014 il Movimento Cinque Stelle ha perso circa due milioni e mezzo di voti rispetto a quelli ottenuti nelle elezioni politiche del febbraio 2013. Tirare in ballo la diminuita percentuale di votanti non cambia la sostanza. Infatti, nel migliore dei casi significa che una parte rilevante degli elettori del 2013 del Movimento hanno deciso di astenersi, vale a dire di non ripetere il loro voto di poco più di un anno prima. I voti contano e si debbono contare. Peraltro, sappiamo che, se il Movimento non fosse stato presente sulla scheda nel febbraio di un anno fa, una percentuale non marginale di elettori non sarebbe andata alle urne. Quindi, il loro “non ritorno”, nonostante l’esistenza di un’offerta politica a Cinque Stelle abbondantemente pubblicizzata, ha un chiaro significato politico. Per quanto fin troppo facili esistono due spiegazioni essenziali per la perdita di voti da parte del Movimento. La prima è che, dagli ex-elettori delle Cinque Stelle come da molti altri italiani, le elezioni europee sono considerate molto meno importanti delle elezioni politiche. Tuttavia, nel caso del Movimento, la violenta campagna di Grillo contro l’Unione Europea e la sua sfida agli altri partiti, in particolare, il PD, superato il quale di un solo voto, il Movimento avrebbe chiesto elezioni anticipate per mandare tutti (il Presidente Napolitano compreso) a casa, avrebbe dovuto mobilitare gli elettori “contro”. La seconda spiegazione è che nel Parlamento italiano e nella società, addirittura nei mass media che, pure, hanno dato enorme e abnorme spazio a qualsiasi elucubrazione, meglio se contorta e assurda, dei grillini, si è diffusa la sensazione che finora i deputati e i senatori delle Cinque Stelle abbiano offerto poca e mala rappresentanza degli interessi e delle preferenze dei loro elettori. Inevitabilmente, questa delusione si è tradotta in astensione. In altri tempi si sarebbe parlato di “voti in libera uscita”. A giudicare dalla percentuale di volatilità (volubilità) elettorale -quasi il 40 per cento degli elettori del febbraio 2013 aveva votato un partito differente rispetto alle elezioni precedenti-, siamo di fronte a una grande quantità di voti che sono in “libera circolazione”. Vanno, non dove li porta il cuore, ma dove li porta l’ira (e qualche volta l’ignoranza) nei confronti dei politici e della politica spoliticata. Quei voti, quegli elettori continueranno, ancora per qualche tempo, fintantoché il sistema dei partiti non si consoliderà in maniera decente, ad andare in giro fra le varie liste. Approderanno temporaneamente un po’ dappertutto, disposti a sperimentare qualsiasi “nuovo che avanza” (anche Matteo Renzi rientra in questa categoria), pronti a cambiare alle prime dolorose fitte provocate dall’ inadeguatezza degli eletti e dallo sconforto personale. Non mancherà nulla di tutto questo nei prossimi mille giorni, l’arco di tempo che, non più tarantolato dalla velocità giovanil-futurista, si è dato il Primo Ministro Renzi.
Naturalmente, i grillini, fra i quali metto un po’ di tutto: Grillo e Casaleggio, i parlamentari, gli attivisti e gli elettori, molti redattori e lettori del “Fatto Quotidiano”, qualche giornalista de “la Repubblica” e del “Corriere della Sera”, esultano per la conquista di Livorno, e ne hanno buone ragioni. Il doppio turno, ballottaggio oppure aperto, consegna agli elettori notevole potere. Prima a Parma poi a Livorno ne hanno fatto ottimo uso. Però, insieme a grandi opportunità, il doppio turno comporta altrettanta incertezza. Eh, no, l’incertezza non è quello che desiderano i grillini (ma non la vogliono neppure Berlusconi e neppure Renzi) che hanno prodotto, non sappiamo su quale base, con quali riferimenti, utilizzando quali testi e quali esperienze (però, non dovrei fare queste domande, imbarazzanti anche per la Ministra Boschi e per i suoi referenti), una proposta di legge elettorale sostanzialmente proporzionale con qualche ammennicolo per dare e per togliere preferenze ai candidati. Non importa entrare nei particolari salvo rilevare che tutte le leggi elettorali proporzionali contengono tre elementi. Primo, sono, per così dire, difensive. Impediscono a qualsiasi partito di vincere molto (e, comunque, attutiscono l’avanzata anche di chi cresce); consentono a chi perde di perdere poco; facilitano ad entrambi la scelta di non rischiare. Insomma, sono del tutto estranee alla logica dei sistemi elettorali maggioritari: winner takes all (che significa tutto il potere politico-decisionale, fatta salva l’autonomia delle istituzioni non governative, non tutta la roba, tutte le cariche, tutta la comunicazione politica). Con i sistemi proporzionali chi vince prende abbastanza (enough) potere, il resto se lo deve conquistare con proposte e accordi. Dunque, dalla loro preferenza per una legge elettorale proporzionale dobbiamo desumere che Grillo e gli attivisti del Movimento hanno silenziosamente messo da parte la loro smodata (sproporzionata!) ambizione, anche soltanto propagandistica, di diventare il partito di maggioranza assoluta. Vogliono tutelarsi per il futuro cosicché la loro proposta di proporzionale serve soprattutto, forse esclusivamente, a questo obiettivo. Il secondo elemento che tutte le leggi elettorali proporzionali contengono è una netta, forte, sostanzialmente irresistibile, spinta alla formazione di governi di coalizione. Anche con questo riferimento potremmo, dunque, interrogarci se Grillo e Casaleggio non abbiano finalmente deciso di fare politica, ovvero di passare dal “rumore e dal furore che non significano nulla ” (di politicamente rilevante) a esibire un po’ di “metodo nella follia” (tutta farina di Shakespeare).
La richiesta di incontro con il Partito Democratico, tardiva, ma non fuori tempo massimo deve, però, essere eletta anche come un segnale di debolezza. Qualcuno fra i parlamentari e gli attivisti ha capito, quindici mesi di irrilevanza hanno portato qualche consiglio, che con il Partito Democratico, se non lo si sorpassa e distrugge, bisognerà negoziare. Quanto abbiano ottenuto o otterranno non è possibile stabilire al momento. Al massimo è possibile dire che hanno creato un precedente e che i passi successivi potranno essere più facili, magari anche più produttivi.
Il problema dei grillini, i quali, finora, non hanno, fatta salva qualche distorsione del dibattito politico, contato quasi niente, è soltanto come uscire dal non splendido isolamento? Poco meno di una ventina di deputati e senatori hanno già votato con i piedi. Se ne sono andati dai loro gruppi parlamentari, inutilmente inseguiti dagli insulti di alcuni colleghi e dei sempre connessi sul web (ma totalmente sconnessi dalla politica). In verità, si direbbe che Grillo e Casaleggio non abbiano la minima idea di come entrare in gioco. Galleggiano a tentoni, adesso con la legge elettorale, prossimamente con qualsiasi incidente di percorso che la politica italiana offrirà e che il governo, in particolare, alcuni ministri/e incompetenti, riusciranno a provocare. Non tutti quegli incidenti e non sempre potranno essere risolti dal Presidente della Repubblica. Qui entrano in gioco alcuni fattori strutturali che l’effervescenza della politica italiana fa troppo spesso dimenticare ai commentatori e agli stessi politici. Il primo fattore strutturale è rappresentato dal declino di Berlusconi e dalla frammentazione del centro-destra.
Incapace di affrontare il problema fisiologico della sua successione, ma tuttora capace, grazie anche ai suoi pretoriani (il cerchio magico del risotto di Arcore), di impedire il ricorso a qualsiasi procedura anche vagamente democratica, Berlusconi sta trascinando a fondo Forza Italia e l’intero centro-destra. Parte consistente degli elettori cosiddetti moderati semplicemente non gli crede più, ma non pochi di quegli elettori, per il momento a livello locale, fanno qualche convergenza strategica sui candidati delle Cinque Stelle (da Parma alla citata Livorno). Lo sfaldamento del centro-destra spalanca praterie nelle quali anche le Cinque Stelle potranno fare incursioni. Il secondo fattore strutturale lo esprimo facendo ricorso a un detto inglese e capovolgendolo. Poiché nulla ha successo come il successo (nothing succeeds like success), allora la mancanza di successo produce altri insuccessi. Per di più, essendo il Movimento Cinque Stelle assolutamente personalistico, se il suo leader non s’inventa qualcosa di nuovo e di efficace, il declino, lento, oppure drastico, a seconda delle circostanze, è assicurato. Anche i migliori dei giullari perdono la verve, diventano ripetitivi e vedono le loro energie fisiche (e mentali) deperire. Il Movimento da loro creato, alimentato, ma mai consolidato, rischia lo sfaldamento oppure, non so se dire nel migliore o nel peggiore dei casi, finisce per diventare un partitino panda eventualmente protetto dalla proporzionale. Nessun giullare ha eredi designati/bili alla sua altezza. Non basteranno né i meet-up né le consultazioni on-line a risolvere il problema della leadership del Movimento Cinque Stelle.
Il terzo fattore davvero strutturale è rappresentato dalle eventuali, ma probabili perché promesse, dimissioni di Napolitano. La clausola che attiverà le dimissioni del Presidente è quella delle riforme fatte, in special modo la riforma elettorale. Paradossalmente, Grillo dovrebbe contribuire all’approvazione della riforma elettorale sperando di inserirsi nell’elezione presidenziale prossima ventura, magari con esito migliore di quella dell’aprile 2013. Naturalmente, imparata la lezione, potrebbe farlo andando a una discussione preventiva delle candidature presidenziali, non soltanto con gli attivisti, ma, soprattutto, con quello che è il gruppo parlamentare più grande, ovvero il Partito Democratico.
Senza esagerare nell’attribuire raffinata consapevolezza politica ai grillini e ai loro capi, ma neppure al circolo giovanilistico giunto alla guida, pardon, al comando del Partito Democratico, entrambe dovrebbero sapere che si stanno giocando due partite. La prima è quella, classica in Italia e molto nota, dell’esercizio dei poteri di ricatto, di condizionamento, di intimidazione. Grillo sente che questa partita la sta perdendo, ma non sa quali sono i costi del giocare fino in fondo la partita della coalizione che comincia con la dimostrazione di disponibilità. La seconda partita molto più importante e molto più difficile per tutti (meno che, al momento, per Renzi), è quella della ristrutturazione del sistema partitico e della competizione politica. Il termine che gli italiani utilizzano per la seconda partita è bipolarismo. Se Grillo si chiama fuori, e chiama fuori i suoi cacciando fuori i dissenzienti, il rischio è che le grandi intese continuino stancamente riproducendosi a scapito di scelte politiche limpide, responsabilizzate, valutabili dagli elettori. Se Grillo mette i piedi nel recinto della politica competitiva, il suo movimento rischia, proprio così, un ruolo, più incisivo dell’attuale, ma inevitabilmente subordinato al 40,8 per cento del Renzi vittorioso. Aspettare tutta la legislatura per scegliere e agire di conseguenza non si può. Scelta e non scelta annunciano l’ arrivo dell’inverno dello scontento di molti grillini.
La luna in cielo e la coscienza in Senato

Me li ricordo bene quei cento parlamentari laburisti che una decina di anni fa scattarono in piedi uno ad uno a Westminster per negare il voto al loro popolarissimo giovane e veloce Mr Prime Minister che imponeva al Regno Unito di andare in guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. No, quella guerra non era stata decisa in nessun Congresso di partito. Non era stata preannunciata in nessuna campagna elettorale. Non era neppure (sic) soltanto un problema di coscienza, che, secondo la vice-segretaria del PD non si può chiamare in causa quando si riforma quel piccolo particolare che si chiama Costituzione. I parlamentari laburisti che, senza ombra di dubbio, ne sanno più di Serracchiani, Guerini e Moretti, sostenevano la loro coscienza con la scienza: non c’erano prove convincenti dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Sarebbero arrivate con gli americani di quel genio di Bush.
Non siamo inglesi. Qualcuno, però, potrebbe, studiando, cercare di diventarlo. Allora, impareremmo che la disciplina di partito può essere invocata su tutte le materie contenute nel programma elettorale con il quale quel partito (che, incidentalmente, non era ancora il “partito di Renzi”) ha chiesto e ottenuto voti, ha eletto parlamentari e ha avuto un mandato. Sì, il partito, e quindi il suo leader, ha avuto un mandato a tradurre quel programma, non le cose che si sono inventate i renziani e i loro costituzionalisti fiancheggiatori, in politiche pubbliche. Sì, chi dissente dalle politiche pubbliche che discendono dal programma del partito deve essere richiamato alla disciplina di partito, cum grano salis (espressione che non si ritrova né negli episodi di Peppa Pig, ma me ne faccio subito una ragione, né nella narrazione di Telemaco). No, la disciplina di partito non può esistere né quando si votano le persone, a maggior ragione se si tratta del Presidente della Repubblica, il quale non rappresenta un partito, nessun partito, ma l’unità nazionale (lo dice la Costituzione), o si tratta dei giudici costituzionali, nè quando si cambia la Costituzione.
Già, è durissima pensare che i parlamentari dissenzienti, tutti, come i loro colleghi sdraiatamente acconsenzienti, nominati da tre o quattro dirigenti di partito e da loro, in percentuali sicuramente diverse, rinominabili, siano in grado di farsi forti di una loro personale rappresentanza politica di elettori che condividano posizioni e preferenze che non hanno potuto esprimere nella campagna elettorale e che neppure possono andare a spiegare (e non soltanto perché sono francamente inspiegabili!) con la legge elettorale vigente e con quella prossima (s)ventura. Però, se la loro “scienza”, ovvero la conoscenza della Costituzione, è superiore a quella dei ministri di Renzi e dei suoi vice-segretari (in verità, non sembra volerci molto), allora bisognerà/ebbe tenerne conto. La scienza si accompagna, Serracchiani #stiaserena, alla coscienza poiché cambiare le regole del gioco costituzionale imponendo ai cittadini una chiara, netta e brutale riduzione di rappresentanza è effettivamente un problema, una scelta che riguarda proprio la coscienza. Soltanto parlamentari incoscienti e senza scienza, quindi preda dei costituzionalisti di Boschi e Renzi, e, loro sì, inclini a pensare in termini di indennità che solo il voto richiesto continuerà a garantire, possono votare un pasticcio che squilibrerà insieme all’Italicum (mai preso in considerazione il Tedescum? e l’ottimo Gallum di Astérix?)* tutta l’architettura costituzionale. Verranno ricompensati. Forse dovrei dire meglio: “indennizzati”, proprio perché non avranno dato buona prova di sé. No, davvero, non sono inglesi. Non corrono il rischio di diventarlo. Sono renziani.
*Peccato che quei “simulatori” del “Corriere della Sera”, 14 luglio, p. 8, non facciano riferimento a nessuno dei due sistemi elettorali che funzionano meglio in Europa.
Gianfranco Pasquino, probabilmente non è Professorone, sicuramente è Emerito di Scienza Politica, Università di Bologna. Per fortuna sua e di altri, non è mai stato preso in considerazione né per i Saggi né per i consessi dei costituzionalisti di riferimento.
Pubblicato il 16 luglio 2014 su Gazebos.it
Damocle senza spada

Il testo di riforma del Senato che pone fine al bicameralismo italiano paritario (per carità, si smetta di definirlo “perfetto”) è sicuramente perfezionabile. Appunto. Mi limito ad un paio di piccole osservazioni e ad un’osservazione più importante. I cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica (in base a quali criteri?) per sette anni (affinché, presumo, ogni Presidente goda di questo privilegio) c’entrano come i cavoli a merenda se il Senato deve diventare camera di rappresentanza delle autonomie. Seconda osservazione: anche i sindaci, in qualsiasi modo saranno selezionati, hanno pochissimo a che fare la logica delle autonomie, peraltro malintesa anche se, fortunatamente, il prossimo Senato seppellirà il discorso sul federalismo degli opportunisti (i leghisti e tutti coloro che per più di un decennio li hanno inseguiti lungo una strada che non portava da nessuna parte). L’osservazione a mio vedere più importante riguarda il potere e il prestigio di una camera di second’ordine, pardon, di elezione indiretta, alquanto pasticciata nel testo (nient’affatto modellato sul virtuoso Bundesrat) che sarà in aula lunedì.
Passata la, probabilmente non elevata, eccitazione di farne parte per la prima volta, i neo-senatori si chiederanno che senso ha il loro doppio lavoro (dopolavoro?), rivendicheranno poteri, cercheranno di farsi valere nei confronti di quanto viene fatto dalla Camera dei troppi deputati. Alcuni di loro si adopereranno con voti, azioni e omissioni per essere ri-selezionati dai capi dei partiti regionali. Dopodiché: altro che assenza di vincolo di mandato! Dalla discussione nell’aula del Senato che c’è vedremo se l’esistente assenza di vincolo di mandato informa i comportamenti dei senatori, che non sono né gufi né cinesi di qualsiasi dinastia e che non possono mai, ma proprio mai, essere richiamati ad una ferrea disciplina di partito che non può assolutamente essere imposta in materia di riforme costituzionali. Due letture delle due camere saranno lunghe e, si spera, feconde, senza ultimatum privi di senso e di prospettive. Temo che urgenze e scomuniche traggano cattivo alimento dall’inquietante partenza della riforma sia della legge elettorale sia del Senato.
A volte sembra che quello che conta, come si affannano a spiegarci troppi commentatori che non se ne intendono, è se il patto del Nazareno tiene piuttosto che se le riforme sono buone, funzioneranno, non produrranno squilibri, ma semplificazioni controllabili, verificabili, migliorabili. Ancora più inquietanti sono i messaggi non tanto subliminali che vengono dai collaboratori del principale contraente del patto con il non ancora Presidente del Consiglio Renzi. Come contropartita, non esplicitamente richiesta, del suo operare da genitore delle riforme (“padre della patria” mi sembra un tantino esagerato)per il paese che ama, Berlusconi si attende una qualche forma di salvacondotto o grazia o indulto. Sono vago come le sue non formulate richieste che qualcuno, sicuramente “demonizzatore”, ardirebbe definire impunità. Il passare del tempo e, forse, il cumularsi di sentenze a lui sfavorevoli consentono ai suoi consiglieri e al suo Giornale di ventilare il ritrarsi di Berlusconi dal patto del Nazareno se non ne scaturirà qualcosa di positivo per lui.
Quel patto non diventerà comunque, né per Renzi né per coloro che vogliono le riforme, un patto di Damocle poiché la spada berlusconiana è quasi priva della forza che soltanto gli elettori, declinanti, potrebbero conferirgli. Bruttissima, però, rimane, se non la prassi, la supposizione che il patto contempli uno scambio: accettazione delle riforme (in particolare della proposta di riforma elettorale che è la più simile alla legge da lui voluta nel 2005) in cambio di interventi incisivi, decisivi a suo favore, sulla giustizia, meglio sui giudici (i quali, dal canto loro, stanno facendo del loro meglio per buttarsi discredito l’uno contro l’altro, in qua e in là). Tutto alquanto deplorevole.
Pubblicato su l’Unità domenica 13 luglio 2014




