Home » Posts tagged 'Renzi' (Pagina 9)
Tag Archives: Renzi
Sopruso politico dei renziani
Sostituire i componenti di una Commissione non viola né il regolamento della Camera né, tantomeno, la Costituzione. Il titolare è malato oppure, come avviene abbastanza spesso, è impegnato in un’altra Commissione -quelle non permanenti prosperano. Oppure è bloccato da inconvenienti logistici, trasporti difficili e in ritardo, oppure è in missione ufficiale in Italia/all’estero. La sostituzione, riguardante uno al massimo due componenti di un gruppo, non soltanto è praticabile, abitualmente decisa dal capogruppo (che, lo dico subito, nel Partito Democratico al momento non esiste), è anche indispensabile per garantire il numero legale e la funzionalità della Commissione. Il caso estremo, ma molto importante, è dato dalla sostituzione temporanea, ad rem, vale a dire per un provvedimento specifico, affinché subentri un parlamentare particolarmente esperto della materia in discussione. Nulla di tutto questo si applica alla sostituzione di massa, addirittura dieci, degli esponenti della minoranza del Partito Democratico in Commissione Affari Costituzionali. Non risulta che i subentranti, il cui unico titolo è quello di essere renziani “spinti”, siano più competenti in materia elettorale di coloro che hanno sostituito né che posseggano expertise non altrimenti acquisibile né, quel che conta molto, abbiano seguito il dibattito, lungo, aspro, serrato e quindi siano particolarmente preparati e in grado di dare qualche contributo per migliorare l’Italicum. Anzi, i sostituti sono stati chiamati per stare zittissimi e votare la linea. Curioso che gli stessi renziani che sostengono che non esiste un sistema elettorale perfetto difendano l’Italicum come se fosse perfetto e non accettino, per principio, nessuna miglioria.
Da qualsiasi prospettiva la si guardi la sostituzione di massa dei Commissari della minoranza non è soltanto una forzatura. E’ un sopruso politico. Grave sarebbe se diventasse anche un precedente. Tutte le volte che un capogruppo subodora che un Commissario del suo gruppo/partito esprimerà riserve o, peggio, addirittura il suo esplicito argomentato dissenso (lasciando nei resoconti una traccia significativa) che potrebbe culminare in un voto contrario, voilà, procederà fulmineamente alla sua sostituzione, naturalmente, ad rem, solo per quella discussione e votazione. Renzi, Boschi, Guerini e Serracchiani, all’unisono con tutti i renziani della prima e delle prossime ore, ovvero le ore delle (ri-)candidature, dichiarano che un partito non è e non deve essere un’armata Brancaleone (che, lo ricordo, era variegata, ma anche molto divertente). Preferiscono fare del PD una caserma dove i soldati sono costretti all’obbedienza assoluta senza discussione dai sergenti di turno. La democrazia non abita nelle caserme anche se, qualche volta, per migliorarne la funzionalità persino i sergenti ascoltano i soldati che ne possono sapere di più su aspetti specifici della vita militare.
No, i pasdaran renziani non hanno questa volontà e neppure la capacità di ascolto. Sostengono, contro tutto quello che hanno scritto i teorici della democrazia da Hans Kelsen a Norberto Bobbio, che la democrazia è decisione a maggioranza “senza se e senza ma”. Imponendo di uniformarsi alla maggioranza del gruppo, adesso in Commissione, poi, lo hanno già annunciato, coartati dal voto di fiducia, anche in Aula, i renziani rischiano di calpestare l’art. 67 che prescrive ai parlamentari di esercitare le loro funzioni “senza vincolo di mandato”. Purtroppo, non posseggo la famosa e indispensabile sfera di cristallo per prevedere che Renzi voglia comunque utilizzare l’Italicum per andare subito, facendo saltare la riforma, peraltro non di spettacolare qualità, del Senato, a elezioni anticipate sia se approvato sia se bocciato. Sono sicuro che, comunque vada, la sostituzione dei dissenzienti in Commissione è il prodromo della loro non ricandidatura. Peccato, l’imperfetto Italicum rimarrà brutto e cattivo, il Partito Democratico darà dimostrazione che il suo aggettivo non è perfettamente attinente, i cittadini non avranno maggiore potere elettorale e le prossime elezioni non miglioreranno la qualità dei parlamentari (ancora nominati per circa tre quarti).
Pubblicato AGL 23 aprile 2015
Renzi, perché tutta questa fretta di approvare il “nuovo” Porcellum?
Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net
“Alla lucida follia di Berlusconi si è sostituita la non troppo lucida confusione del governo Renzi, i cui principali ministri non stanno facendo ciò cui sono chiamati perché sono privi di una vera esperienza politica”. Ad affermarlo è Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna.
Renzi vuole votare prima per l’Italicum e poi per il Quirinale, Berlusconi chiede che sia il contrario. Chi la spunterà?
A me i tempi interessano poco e mi interessa molto di più il merito. Questa è una brutta legge elettorale, e approvarla in tempi stretti non significa migliorarla. Invece che a gennaio, potremmo approvarla a maggio purché sia meglio di quella attuale. Capisco d’altra parte che Forza Italia voglia negoziare l’elezione del presidente della Repubblica prima di dare i suoi voti che sono decisivi per approvare la legge elettorale.
L’elezione del capo dello Stato può inasprire le tensioni fino a fare saltare l’accordo sull’Italicum?
No. Il punto però non è l’inasprimento delle tensioni politiche, dietro a cui ci sono ben altre motivazioni. La vera questione è che il Presidente della Repubblica deve essere scelto non perché piace a Renzi e a Berlusconi, ma perché è un uomo o una donna che sa fare rispettare la Costituzione, attuarla, ricordarsi che deve rispettare l’unità nazionale e che deve essere il punto di equilibrio del sistema.
Quali sono le vere ragioni dell’inasprirsi delle tensioni politiche?
Queste tensioni dipendono molto spesso dal linguaggio utilizzato dai leader. Ci troviamo in una politica parlata, e nessuno va a vedere che cosa contengono concretamente i provvedimenti del governo e le controproposte delle opposizioni che spesso non conosciamo. Le opposizioni si limitano a dire no e i loro emendamenti spesso sono presentati in modo folkloristico.
Perché ritiene che l’Italicum sia una brutta legge elettorale?
A non andare bene è l’impianto, che è esattamente quello del Porcellum con piccole variazioni. L’Italicum è un sistema elettorale proporzionale con un premio di maggioranza. In tutta Europa inoltre ci sono sistemi elettorali che incoraggiano la formazione di coalizioni, e non che le impediscono come nel caso di questa riforma. Il fatto che nell’Italicum si dica che un partito deve vincere un premio di maggioranza che gli consente di governare da solo documenta che la nuova legge elettorale è basata su un principio semplicemente sbagliato. Occorre una legge che consenta di rappresentare meglio questo Paese per evitare che troppi elettori si astengano.
Non ci sarà il Mattarellum come legge elettorale transitoria, ma l’Italicum sarà post datato al 2018. Che cosa ne pensa?
Questa è una follia, si fa una legge elettorale votata prima del 15 gennaio per farla entrare in vigore soltanto nel 2018. In Italia le norme entrano in vigore 15 giorni dopo la loro pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. L’idea di posticiparla di tre anni mi pare francamente assurda. Trovo inoltre assurdo rigettare il Mattarellum sul quale invece ci sarebbe una notevole convergenza parlamentare.
La “lucida follia” era uno dei motti di Berlusconi. Renzi lo ha fatto proprio?
La follia la vedo, la lucidità un po’ meno. A gennaio il presidente del consiglio aveva presentato tre proposte di legge elettorale per poi sceglierne una quarta, che nel corso del tempo è notevolmente cambiata su punti non marginali. Si reintroducono le preferenze, si prevede il ballottaggio e le soglie si abbassano dall’8% al 3%.
All’orizzonte vede una nuova sentenza di incostituzionalità della Consulta?
Il presidente della Repubblica qualche tempo fa ha dichiarato che la legge elettorale avrebbe dovuto essere sottoposta a “opportune verifiche di costituzionalità”. Lo stesso Napolitano aveva sollevato dubbi, e non so se a diradarli siano state sufficienti queste piccole modifiche. Personalmente mi sembra che I dubbi di costituzionalità restino ancora tutti, anche se innanzitutto questa legge è un pasticcio.
Dal 31 gennaio alla Camera torna la riforma costituzionale. Che cosa accadrà?
Renzi si vanta di avere i voti e quindi staremo a vedere. Alcune parti di quella riforma, che però non sono sottoposte all’attenzione dell’opinione pubblica, sono sacrosante: mi riferisco in particolare all’abolizione del Cnel, che proposi già 30 anni fa quando ero senatore. Anche la riforma del rapporto tra Stato e Regioni, checché ne dica Renzi, era già stata attuata nel 1999.
Che cosa ne pensa della modifica del Senato?
E’ giusto modificare il bicameralismo paritario, ma continuo a credere che i senatori nominati per sette anni dal presidente della Repubblica non abbiano nulla a che vedere con un’autentica riforma di Palazzo Madama. E continuo a pensare che sarebbe un gesto nobilissimo da parte di Napolitano affermare che una volta terminato il suo mandato non intende fare il senatore a vita.
Sel ha attaccato Renzi affermando che l’agenda delle riforme la detta il Parlamento e non il governo. Lei che cosa ne pensa?
Il governo deve avere un’agenda e i parlamentari che sono stati eletti per sostenere il governo devono tradurla in pratica. Se Renzi è quindi in grado di fare funzionare la sua maggioranza parlamentare sui provvedimenti del governo, che riflettono l’agenda elettorale e le proposte fatte agli elettori, su questo ha il diritto di andare avanti. Ma sulle riforme costituzionali che riguardano il Paese è il parlamento che rappresenta compiutamente il Paese, mentre il governo rappresenta solo una parte e cioè la maggioranza che ha vinto le elezioni.
L’agenda del governo sta risentendo negativamente della fretta di fare le riforme?
L’agenda risente anche del problema della fretta, insieme a quello dell’ignoranza e della superficialità di alcuni dei componenti della squadra di governo, incluso il presidente del consiglio.
E di chi oltre a lui?
Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, è una persona capace, eppure manca la sostanza. Il suo ruolo non è solo quello di fare fronte alle emergenze, come è il caso di Mafia Capitale, ma anche di dare risposte al fatto che la giustizia civile italiana funziona malissimo. Mi domando se il ministro Orlando darebbe un voto di sufficienza all’attività che egli stesso ha svolto finora.
Il ministro Orlando è l’ultimo della classe?
Non è affatto così, anzi ne ho grande stima. Ho stima anche per il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, ma anche nel suo caso mi domando se lei si promuoverebbe. Il ministro non è riuscita a rilanciare l’attività di istruzione pubblica e di ricerca.
Perché abbiamo dei bravi ministri, come Orlando e la Giannini, che però non fanno le cose per le quali sono stati scelti?
Perché i ministri non sono stati scelti sulla base delle loro competenze e di una qualche pregressa attività parlamentare. Un politico che si dedica all’attività parlamentare ha molto da imparare. Nel Regno Unito e in Germania non si diventa ministri se non si è stati parlamentari per diversi anni. Invece in Italia sembra che i migliori ministri siano quelli che vengono dalla società civile, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
Pubblicata giovedì 18 dicembre 2014
Il partito post-Leopolda
Davvero è possibile parlare di due partiti democratici: uno che si è riunito alla Leopolda (il partito di governo) e uno che ha sfilato con la CGIL a Roma (il partito di lotta)? Sono due partiti incompatibili, destinati a lasciarsi in occasione del prossimo scontro parlamentare sulla legge che traduce i principi della delega al governo sul lavoro e sulla modifica dell’art.18? Dove andranno gli scissionisti i quali sono, per definizione, quelli che abbandonano il segretario del partito? Tuttavia, riflettendo un po’, si direbbe che è proprio Renzi, con i suoi entusiasti sostenitori, ad avere orgogliosamente creato un nuovo partito democratico. Il suo Partito della Leopolda è, dicono gli appassionati seguaci, il partito del 41 per cento (alle elezioni europee, 11 milioni e centomila voti), ma i “vecchi” avevano pur sempre ottenuto con Veltroni 12 milioni e centomila voti nelle elezioni politiche del 2008 (non il 25, come li accusa Renzi, ma il 33,2 per cento). Nello spappolamento della destra e nel declino più che fisiologico del partito di Berlusconi, il Partito Democratico di Renzi appare dominante ed è persino diventato punto di attrazione per alcuni parlamentari di SEL e per diversi espulsi da Grillo dei quali è difficile dire quanti voti porterebbero.
Renzi sembra deciso, almeno questo è il messaggio, nel tono e nei contenuti del suo discorso forse fin troppo “caricato” dall’atmosfera torrida della Leopolda, a spingere fuori dal PD la vecchia guardia. Fermo restando che nient’affatto tutti quelli che dissentono da Renzi sono inclini ad andarsene, quali sarebbero le conseguenze politico-elettorali di una scissione? Per cominciare, bisogna chiedersi se chi se ne va riuscirà davvero a portare via voti al PD. E’ possibile intravedere tre dinamiche diverse nell’ambito dell’elettorato che ha votato Partito Democratico o che intrattiene l’idea di votarlo prossimamente. Primo, ci sono vecchi elettori, vale a dire, di lunga data, che ne hanno ingoiate di tutti i colori, ma che sempre e comunque votano il Partito, per l’appunto con la P maiuscola, a prescindere da qualsiasi cambiamento: uno zoccolo duro, ristretto, ma esistente. Secondo, ci sono elettori democratici mobili che sicuramente fornirebbero appoggio agli eventuali scissionisti, ma esclusivamente se chi se ne va dal PD è capace di darsi molto rapidamente una struttura organizzata su scala nazionale.
Curiosamente, è proprio l’andamento lento e debole delle iscrizioni al PD che costituisce un ostacolo alla comparsa di un partito degli scissionisti. Chi non si iscrive più lo fa perché non condivide il percorso di Renzi, ma probabilmente ha anche preso atto che non c’è più niente da fare, neppure con la vecchia guardia. Infine, ci sono gli elettori che, abbandonando il PD, si guardano intorno e vedono l’attivismo, non sempre brillante, ma già condiviso da persone che conoscono, delle Cinque Stelle. Per irritazione, per voglia di dare una lezione a Renzi, per obbligare il PD ad essere più “radicale”, questa parte di elettorato è pronta a votare il Partito di Grillo. Se no, l’astensione diventerà il luogo del loro rassegnato rifugio.
Quantitativamente, l’esito complessivo del deflusso degli elettori già democratici, non sarà rilevante. Anzi, Renzi potrebbe persino sostenere, come ha già annunciato alto e forte, che il suo nuovo Partito Democratico si lascia alle spalle la nostalgia, che è polvere e cenere, sostituendola con la speranza, con il futuro che è all’inizio. Però, se vuole rimanere convincente e governante, soprattutto in una fase nella quale in pratica nessuna riforma incisiva è stata approvata in via definitiva, il suo attivismo ha bisogno di essere continuamente alimentato con nuovi consensi. Anche soltanto una battuta d’arresto elettorale, per esempio, nelle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna (fine novembre) potrebbe ridimensionare l’entusiasmo e rallentare la spinta al cambiamento. Emarginati i dissenzienti e svilito il loro apporto, confluito o no in un altro piccolo PD, tutto diventerebbe più difficile per il Partito Democratico di Renzi e della Leopolda.
Pubblicato AGL 28 ottobre 2014
Il Partitone mangia la democrazia
In assenza di un pensiero articolato su come (ri)dare effettivamente rappresentanza politica ai cittadini italiani che non ne possono più delle ammuine e degli inchini dei politici, Renzi lancia il Partito della Nazione. Dall’alto del 40,8 per cento dei voti ottenuti alle elezioni europee, all’incirca quanti ne ottenne Veltroni alle elezioni politiche nazionali del 2008, un successo la cui ripetizione in elezioni nazionali è tutt’altro che scontata, il segretario del Partito Democratico pensa di potere pescare un po’ dappertutto fino a diventare, una volta si sarebbe detto, sulla scia del professorone Antonio Gramsci, “egemone”. Attrae gli scontenti di Sinistra Ecologia e Libertà. Offre rifugio alla diaspora dei morituri di Scelta Civica. Attende che gli espulsi dal Movimento 5 Stelle approdino nei gruppi parlamentari del PD (nel frattempo qualcuno di loro lo ha salvato nel recente voto di fiducia al Senato). Non deve neppure curarsi del Nuovo Centro Destra, costretto a stare abbarbicato al governo il più a lungo possibile nella speranza, finora fievole, di radicarsi sul territorio prima della prossima tornata elettorale. Il Patto del Nazareno continua a essere la scialuppa di salvataggio offerta a Forza Italia che affonda nei sondaggi anche perché il suo leader blocca qualsiasi tentativo e sussulto di cambiamento e i fedelissimi non hanno il coraggio di elaborare alternative.
Se nel devastato panorama partitico italiano resterà soltanto il PD, pure in perdita costante di iscritti, allora, debbono avere pensato i renziani, proviamo a rafforzarci, da un lato, cominciando a fare circolare l’idea che siamo il Partito (unico) della Nazione e che gli sbandati competitors sono fazioni e cespugli; dall’altro, diamoci anche una spinta chiamata premio di maggioranza. Dovrà essere attribuito, non più alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di voti, ma al partito più votato. Due sono le conseguenze positive della eventuale revisione del testo di riformetta elettorale approvato alla Camera. La prima è che il PD non avrà bisogno di alleati; dunque, non dovrà annacquare le sue proposte e le sue politiche, entrambe tutte da conoscere, ma Renzi le annuncerà con qualche tweet e qualche presenza televisiva nazional-popolare. La seconda è che, se vorranno arrivare all’eventuale ballottaggio, sia Alfano sia gli altri cespugli del centro-destra dovranno annegare la loro identità partitica, in cambio di seggi, dentro Forza Italia.
Sullo sfondo, alcuni commentatori vedono la prospettiva di elezioni anticipate se Renzi pensasse che la frammentazione degli oppositori li relegherebbe comunque a un ruolo marginale. Però, è tuttora improbabile che il Presidente della Repubblica, finché gli rimane abbastanza energia, sia disposto a sciogliere il Parlamento (bicamerale non ancora riformato) in assenza di una legge elettorale decente. L’utilizzo immediato di una legge elettorale proporzionale, che discende dalle precise indicazioni della Corte Costituzionale quando ha smantellato il Porcellum, non è possibile poiché, comunque, il Parlamento dovrebbe recepire quelle indicazioni in un testo legislativo coerente. Proprio per questa impossibilità di tornare alle urne, che i sostenitori di Renzi, dentro e fuori il Parlamento, anche nell’universo dei mass media, colpevolmente trascurano, il segretario del Partito Democratico cerca di caratterizzare il suo partito come Partito della Nazione. Insomma, corre il ragionamento, “italiani, questo partito avete e soltanto da questo partito potete aspettarvi le riforme. Coloro che dissentono in Parlamento e in piazza (come la CGIL) sono contro le riforme”. Diffidate di loro, aggiungono Renzi e il suo ristretto circolo. Se si mettono contro il Partito della Nazione operano contro la Nazione e la indeboliscono in Italia e all’estero. Non si sa quanto convincente questo ragionamento riesca a essere né quanto produttivo di voti (qualcosa in più si saprà da alcune elezioni regionali e locali di fine novembre). Certamente, non va nella direzione di consentire e valorizzare critiche anche costruttive a quello che il governo fa (fa male o non fa).
Pubblicato AGL 24 ottobre 2014
I tre colori del governo
Sala verde, soccorso azzurro, delega in bianco: questi sono i colori dell’energica azione di governo intrapresa da Renzi per l’approvazione del Jobs Act, che va molto oltre la, pur non semplice e controversa, modifica dell’art. 18 sui licenziamenti. L’invito ai sindacati nella sala verde, tradizionalmente luogo di quella concertazione che Renzi non vuole più perseguire, è apparso sostanzialmente una sfida. Renzi ha espresso la sua posizione e, in quell’oretta loro riservata, i sindacati non hanno saputo, con gradazioni diverse, la CGIL molto più contraria di CISL e UIL, andare oltre il loro rifiuto ad intervenire sull’art. 18. Il capo del governo sembra essere riuscito a dimostrare la quasi totale irrilevanza dei sindacati nella ridefinizione del mercato del lavoro, nella trasformazione degli ammortizzatori sociali e nella elaborazione di una nuova politica economica. A fronte delle critiche provenienti dall’interno del Partito Democratico e delle preoccupazioni dell’alleato Nuovo Centro Destra, il capo del governo mira anche a dimostrare che la sua attuale maggioranza, piuttosto risicata al Senato, è autosufficiente, vale a dire non ha bisogno dei voti o dei marchingegni di Forza Italia.
Gli “azzurri” non avranno modo di vantarsi di essere essenziali per la sopravvivenza del governo al Senato e per l’approvazione di un importante disegno di legge poiché Renzi ha deciso di porre la fiducia sulla legge delega. Questa richiesta è molto irrituale e si configura, per l’appunto, come una delega in bianco poiché il testo del Jobs Act, ripetutamente rivisto negli ultimi giorni, non è ancora noto nei particolari che, come si sa, contano e molto. La fiducia mira a ricompattare forzosamente il PD e tenere lontana Forza Italia. Ha ragione la minoranza del partito, che pure, sulla base di quanto è noto, ha preparato alcuni emendamenti “irrinunciabili”. Proprio per questo, Renzi pone la fiducia, che fa cadere tutti gli emendamenti e che, se ottenuta, com’è probabilissimo, gli consentirà un’approvazione rapida e integrale di quanto desidera. La delega in bianco è anche una specie di biglietto da visita che Renzi vuole presentare all’incontro di Milano con i capi di governo dell’Unione Europea. Da qualche tempo accusato in Italia e criticato in Europa per frequenti annunci di riforme che non si materializzano (non soltanto perché hanno necessità di maturazione, ma anche perché appaiono dilettantescamente formulate), Renzi vuole arrivare a quell’incontro con qualcosa di concreto.
Difficile dire se i più critici fra i capi di governo dell’Unione (e fra i neo-commissari) si accontenteranno, ma certamente dovranno moderare le loro critiche. Quanto agli oppositori interni, sia nel PD sia in Forza Italia, i primi non potranno spingere la loro azione fino a negare la fiducia al governo e non riusciranno neppure ad argomentare in maniera solenne e incisiva le loro alternative al disegno di legge del governo. I secondi, vale a dire gli “azzurri”, in difficoltà a causa della sfida di Fitto a Berlusconi e indecisi sulla strategia, vengono privati proprio della possibilità di colmare un’eventuale mancanza di voti per il governo. Infatti, la scelta di un loro intrufolarsi a sostegno del governo non è praticabile in occasione di un voto di fiducia perché configurerebbe un cambio surrettizio di maggioranza tale da aprire problemi istituzionali e costituzionali. Ancora una volta, ma oggi più di ieri, Matteo Renzi gioca d’azzardo. Finora ha vinto e le probabilità che continui a vincere anche in questa importante occasione sono elevate. Tuttavia, il dissenso che serpeggia nel suo partito e alcuni segnali, fra i quali la vittoria nelle primarie calabresi di un esponente di quella che Bersani definirebbe ditta, le severe critiche di un renziano della prima ora e il crollo delle iscrizioni al Partito Democratico, suggeriscono che il cammino di Renzi non è ancora del tutto spianato e privo di ostacoli. Insomma, per ritornare ai colori, se il Prodotto Interno Lordo non cresce e la disoccupazione non diminuisce, il cammino non sarà roseo.
Pubblicato AGL 8 ottobre 2014
In fuga verso la bocciofila
“Meno iscritti più voti”: questo è il messaggio rassicurante che Renzi manda al paese, soprattutto ai giovani. Non iscrivetevi al Pd se volete fare aumentare i suoi voti. Piuttosto fate parlare l’iscritto D’Alema che lui sì, sostiene Renzi, fa crescere il mio consenso. Oppure, andate in una bocciofila dove potrete liberamente esprimere il vostro dissenso. Renzi aggiunge anche, in maniera da molti inaspettata, che è interessato alle idee più che agli iscritti, idee che intende continuare a esporre partecipando a tutti i talk televisivi del villaggio Italia, del Truman show. Il riferimento alle idee ha gettato nello sconcerto la segreteria di Renzi, ma Debora Serracchiani afferma che il Partito Democratico, o quel che ne rimane, dovrà uniformarsi. Nel suo diario, s’intende telematico, il giovane capo del governo annota che di iscritti è praticamente la prima volta che sente parlare. Lui è l’uomo delle primarie, del rapporto con gli elettori, primari e secondari. Lo abbiamo intervistato con domande per e-mail. Gli iscritti, sostiene Renzi, debbono essere coloro che Bersani, D’Alema, forse anche Cuperlo menzionano di tanto in tanto, ma lui, “uomo solo al comando”, mica è arrivato lì grazie agli iscritti. Sono stati i dirigenti con le loro repentine convergenze, pardon, conversioni, che gli hanno facilitato la rapida ascesa. Poi, è vero sono anche arrivati, fin troppo speranzosi, non sapendo più a che santo votarsi, gli elettori e le elettrici delle europee di maggio.
L’idea, interessante, ma proprio da vecchia guardia, che un partito debba fare sforzi e sciupare energie per reclutare, mantenere, informare, fare partecipare attivamente gli iscritti sembra a Renzi del tutto fuori luogo e anche fuori tempo massimo. D’altro canto, gli iscritti, i quali, a cominciare dall’Emilia-Romagna, neppure vanno più a votare per le primarie (75 mila iscritti 51 mila elettori), si sentono un po’ inutilizzati, sostengono i gufi. Piuttosto questa volta, suggerisce Renzi, andando del tutto contro le sue inclinazioni, ascoltiamo i professoroni con i loro studi comparati e non dimentichiamo di chiedere loro anche del calo degli iscritti ai sindacati (vero, Camusso? fuori i numeri!), corporativi e conservatori. Un po’ dappertutto i partiti perdono iscritti e i cittadini fanno politica con altri mezzi, per esempio, il telecomando. In Italia abbiamo dato loro le primarie, sostiene Renzi (anche se, insomma, lui è più che altro un fruitore non il fondatore delle primarie). “Ah, dite che non basta” chiede sorpreso Renzi. “Ah, pensate che sarebbe necessario trovare un modo per rendere la partecipazione nei circoli non soltanto allettante, ma anche, addirittura, influente?”. “Uh, dite che è il mio stile verticistico, rapidamente imitato dai renziani e renzini di base, a scoraggiare qualsiasi discussione politica che non si traduca in adorazione per il leader?”. “Il fatto è che, come capo del governo, ho fretta di fare le riforme. Già ci pensa la discussione in Parlamento a rallentarle. Se dovessi mai discuterle anche con gli iscritti non si farebbe proprio nulla, senza contare il rischio che molti degli iscritti risultino essere più preparati e più competenti delle mie Ministre”.
“Insomma” conclude l’intervistato, “lasciatemi anche da solo purché al comando. Tra un po’ vi sarete tutti dimenticati del calo degli iscritti al Partito Democratico, i quali sono, è vero, meno di quelli della SPD, ma più di quelli del Parti Socialiste. Siamo sulla strada della post-modernità. Abbiamo dato le province in mano ai consiglieri comunali. Il Senato in mano ai consiglieri regionali. Tutto senza che i cittadini fossero disturbati dalle telefonate degli iscritti che li incoraggiassero ad andare a votare. Arriveremo presto anche a un post-Pd nel quale nessuno farà più caso al numero degli iscritti. A me, Matteo, basta che il post-Renzi arrivi il più tardi possibile”. Thank you.
Pubblicato il 4 ottobre 2014 su Futuroquotidiano.com
Consulta e CSM ora un passo indietro
Sia la Corte Costituzionale sia il Consiglio Superiore della Magistratura sono organismi importanti nell’architettura del sistema politico italiano. Entrambi hanno compiti di rilievo già in tempi normali. Quando poi il governo intende, da un lato, riformare in più punti la Costituzione, dall’altro, attuare una ristrutturazione del sistema giudiziario, tanto la composizione della Corte quanto quella del CSM sono destinate a contare moltissimo sulla qualità e sui tempi delle riforme. In particolare, la Corte potrebbe essere nuovamente chiamata a valutare se la riforma elettorale proposta da Renzi risponde a tutte le pesantissime obiezioni con le quali i giudici costituzionali hanno sostanzialmente distrutto la legge vigente, detta Porcellum, a suo tempo formulata dall’allora Ministro delle Riforme Istituzionali Sen. Calderoli che incomprensibilmente riappare oggi fra i riformatori della sua riforma. In qualche modo, faticosamente e lentamente, il Parlamento sta arrivando al traguardo con l’elezione dei componenti non togati, ma forse non abbastanza “laici”, visto che alcuni sono parlamentari in carica, del prossimo Consiglio Superiore della Magistratura. Lo stallo per l’elezione dei due giudici costituzionali appare, dopo otto votazioni, piuttosto grave.
Preso atto dell’opposizione all’interno del partito stesso, Forza Italia, che lo aveva designato, uno dei candidati si è, molto a malincuore, dovuto ritirare. E’ stato rimpiazzato da un parlamentare potente, Donato Bruno, mentre il candidato del Partito Democratico, a sua volta parlamentare di lunghissimo corso (dal 1979 al 2008) e Presidente della Camera dal 1996 al 2001, Luciano Violante resiste. Adesso, in maniera del tutto irrituale, è sceso in campo anche il Presidente della Repubblica. Le parole di Giorgio Napolitano: “no a immotivate preclusioni” suonano come un sostegno neppure tanto implicito ai due candidati attualmente in lizza. Meritano, pertanto, attenzione e, credo, anche qualche osservazione critica. Non è possibile dire se la mancanza di due giudici in una Corte composta da quindici giudici ne pregiudichi il funzionamento. Nel passato, alcuni giudici hanno fatto sapere che, salvo in rari momenti di urgenza, la Corte può svolgere il lavoro di routine anche senza plenum. Legittimamente, il Presidente Napolitano desidera che tutti gli organismi costituzionali siano costituiti come si deve. Il suo intervento, però, suona sostanzialmente come una critica ai parlamentari, più di un centinaio, i quali, da una parte e dall’altra, si rifiutano di votare candidati “loro” o dell’altro partito. Napolitano sostiene che quelle preclusioni sono “immotivate”. Lui stesso apre con questo aggettivo un discorso complesso e importante.
E’ molto probabile che coloro fra i parlamentari che non votano Violante e non votano Bruno manifestino preclusioni, ma è altrettanto probabile che saprebbero motivarle. Oltre ai profili esageratamente partitici dei due candidati, che la stampa ha ripetutamente documentato, molti parlamentari potrebbero farsi forti di due argomentazioni. La prima è che i due candidati sono stati loro imposti e che il metodo di selezione, utilizzato a Largo del Nazareno e ad Arcore, non è risultato chiaro a nessuno. Insomma, per cariche tanto importanti sarebbe opportuno fare ricorso alla seppur fragile democrazia che dovrebbe esistere nei partiti. La seconda argomentazione è che parecchi di loro sarebbero perfettamente in grado di motivare la loro opposizione che, spesso, non è affatto “preclusione”, ma che, purtroppo, in questi casi (ma anche in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica), il Parlamento diventa un grande seggio elettorale e non un luogo di dibattito aperto e trasparente sulle qualità richieste ai candidati per ottenere quelle carche.
Insomma, il Presidente Napolitano sembra chiedere ai parlamentari di obbedire ai dirigenti dei loro partiti applicando gli accordi raggiunti in alto loco. I parlamentari dicono, con l’unico strumento che hanno a disposizione: il voto/non voto, che qualcosa non va e che quegli accordi non hanno prodotto il meglio. Forse toccherebbe ai candidati rinunciare a una estenuante elezione, che sarà comunque risicatissima, e a risolvere l’impasse con una nobile dichiarazione di ritiro, s’intende, ben motivato.
Pubblicato AGL(Agenzia giornali locali, Gruppo editoriale l’Espresso) 18 settembre 2014
Cosa insegna il caso Richetti. La versione di Pasquino
Nel giorno in cui Matteo Richetti, indagato per peculato, si ritira dalle primarie in Emilia-Romagna e si apprende che anche l’altro candidato Stefano Bonaccini è indagato, il politologo Gianfranco Pasquino ricava una lezione utile sul nuovo Senato riformato da Renzi e ai rottamatori vecchi e nuovi dice che…
Intervista raccolta da Fabrizia Argano per Formiche.it
9 settembre 2014
Cosa c’entrano il ritiro dalle primarie in Emilia-Romagna di Matteo Richetti, indagato per peculato, e la notizia arrivata in serata dell’iscrizione nel registro degli indagati anche dell’altro candidato, Stefano Bonaccini, con il nuovo Senato? Lo spiega a Formiche.net il politologo Gianfranco Pasquino: “Questo caso dimostra semplicemente come purtroppo la maggior parte dei consiglieri regionali ha fatto cose che non doveva fare. Non si capisce quindi perché debbano essere proprio i consiglieri regionali a far parte del nuovo Senato ipotizzato nella riforma Renzi-Boschi, vista la loro onestà tutt’altro che impeccabile”.
Richetti è in qualche modo vittima del giustizialismo rottamatorio praticato da se stesso e dalla cerchia dei renziani duri e puri?
In questi casi, vale una frase che i politici utilizzano spesso: bisogna lasciare che la Giustizia faccia il suo corso. Certo, Renzi dovrebbe imparare a filtrare chi riesce a salire sull’affollato carro del vincitore. Fino ad ora si è limitato a incamerare tutti, ora dovrebbe fare maggiore selezione altrimenti questo aspetto rischia di diventare un problema innanzitutto suo e poi di tutto il Pd.
C’è chi dice che l’iscrizione nel registro degli indagati di un renziano della prima ora come Richetti sia un primo avvertimento delle toghe a Renzi. Cosa ne pensa?
Certo, il timing dell’iscrizione fa pensare ma i magistrati hanno sempre una spiegazione per questo. Non credo comunque in un possibile futuro accanimento delle toghe verso Renzi né in passato verso Berlusconi. Esistono solo dei reati che giustamente vengono perseguiti dai magistrati.
Richetti ha fatto bene a ritirarsi?
Credo di sì, comunque sia è un gesto importante. Da indagato, penso sia opportuno uscire temporaneamente di scena.
Ora che succede in Emilia?
La notizia del passo indietro di Richetti è interessante per le conseguenze. I renziani staranno con il segretario regionale Stefano Bonaccini o con l’ex sindaco di Forlì Roberto Balzani? Il primo non è un renziano né della prima né della seconda ora ma un rappresentante della vecchia guardia, appoggiato da tutto l’establishment. Il secondo è l’outsider che a livello di idee potrebbe essere renziano ma non si è mai posto in atteggiamento servile verso il leader del Pd. La sua eventuale vittoria rappresenterebbe davvero la fine della vecchia guardia.



