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#Checkpoint Renzi, le riforme e la situazione economica europea
Intervista rilasciata il 14 Agosto 2014 a Checkpoint, rubrica di TgCom24.
Esiste un caso Italia?
Renzi ha incontrato Draghi e Napolitano: c’è un Renzi sotto tutela?
Renzi senza Berlusconi può fare le riforme che servono al Paese?
Art.18, totem e tabù: bisogna metterci mano?
Tagli: perchè non si riesce ad incidere, sono così forti le corporazioni?
Senato delle Regioni: è una buona riforma?
C’è autoritarismo in queste riforme?
E’ vero che se Renzi fallisce non ci sono alternative?
L’Italia è sotto attacco dei poteri forti?
Ha un futuro il Movimento cinque stelle?
Nuovo Senato: rumore e sostanza
Sarebbe sbagliato liquidare la riforma del Senato affermando con William Shakespeare “molto rumor per nulla”. Il rumore c’è stato, forte, non soltanto per colpa dell’ostruzionismo degli oppositori, ma anche della cattiva conduzione del Presidente del Senato fin troppo pressato dal governo e dal Partito Democratico. Senza essere epocale, la riforma del Senato ha sostanza. Evitando un lessico sbagliato – il bicameralismo italiano non è affatto perfetto, ma paritario-, il Ministro Boschi ha ottenuto la necessaria differenziazione fra le due Camere. Lo ha fatto in maniera farraginosa con un esito in parte criticabile, ma migliorabile nelle prossime letture, andando nella direzione di una Camera che rappresenti le autonomie territoriali. Nessuna seconda Camera nelle democrazie parlamentari europee dà (né toglie) la fiducia al governo. Nessuna seconda Camera è elettiva. La più forte e meglio funzionante delle seconde camere è certamente il Bundesrat che meritava di essere imitato: 69 rappresentanti nominati tutti dalle maggioranze che hanno vinto in ciascun Land. La composizione del Senato italiano delle autonomie sarà, invece, alquanto eterogenea e confusa: 74 rappresentanti dei Consigli regionali, alquanto squalificati dai troppi scandali, 21 sindaci, scelti da quegli stessi consigli, 5 senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica, più, almeno transitoriamente (auguri di lunga vita), gli attuali senatori a vita e gli ex-Presidenti della Repubblica.
Persa la fiducia, il Senato delle autonomie avrà competenze nelle materie regionali (da definirsi con più precisione una volta riformato il Titolo V della Costituzione), sui diritti, sulle modifiche costituzionali, sulla legge di bilancio che potrà rinviare alla Camera dei deputati per il voto definitivo. I nuovi Senatori parteciperanno all’elezione del Presidente della Repubblica. Tuttavia, non è ancora stato stabilito da chi sarà composta l’assemblea di quegli elettori. Il grande rischio è che, fra i nominati dai Consigli regionali e, se l’Italicum non introdurrà il voto di preferenza, i deputati nominati dai partiti, per di più con il partito o la coalizione vittoriosa, “premiata” con un centinaio di seggi aggiuntivi, emerga una maggioranza pigliatutto. La proposta di includere anche gli Europarlamentari nell’assemblea che eleggerà il Presidente della Repubblica non è stata accettata, ma sarà riconsiderata alla Camera. A mio parere, cambierebbe poco. Meglio sarebbe stato accettare la proposta di elezione popolare diretta del Presidente (un modo per dare potere a un elettorato al quale se ne sta togliendo parecchio) sia come norma sia dopo tre votazioni parlamentari inconcludenti consentendo il ballottaggio di fronte all’elettorato fra i due candidati più votati. La riforma approvata sancisce finalmente l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, da anni ente tanto inutile quanto costoso, e delle provincie.
Approvata da 183 Senatori sui 321 che hanno diritto di voto (315 più 5 senatori a vita più un ex-Presidente della Repubblica), a questo stadio la riforma, non avendo ottenuto i due terzi dei voti favorevoli, potrebbe essere sottoposta ad un referendum costituzionale facoltativo. Male fanno sia il Ministro Boschi sia il Presidente del Consiglio Renzi ad affermare che, comunque, il governo chiederà (sicuro di vincerlo) il referendum. Chiesti dal governo, i referendum diventano sgradevoli plebisciti. Dovranno, se lo desiderano, chiederlo un quinto dei parlamentari di una Camera (quindi anche gli attuali Senatori) oppure 5 Consigli regionali oppure 500 mila elettori. Il governo ha rinunciato, almeno temporaneamente, ad aumentare il numero di firme per chiedere i referendum e ha consentito l’introduzione del referendum propositivo con il quale i cittadini “scrivono” una legge da sottoporre a tutti gli elettori. Seppur parecchio pasticciata, la modifica della composizione e dei compiti del Senato è una riforma accettabile. Tuttavia, la sua combinazione con una legge elettorale alquanto brutta dovrà essere effettuata tenendo in grande considerazione i freni e i contrappesi da porre a chi vince e aumentando il potere degli elettori.
Pubblicato AGL 9 agosto 2014
Vi faccio la sintesi del discorso di Renzi in #DirezionePD

“sintesi” del discorso di Matteo Renzi alla Direzione del Partito Democratico, 31 luglio 2014
La situazione non è strepitosa, ma, Stefano, Marianna, Luca, Francesca, voi siete bravissimi. Ringrazio anche i senatori che si preparano eroicamente a fare i tacchini. Il treno delle riforme va come una lumaca, ma con l’espediente del canguro lo cambieremo quel Senato. Immagino già i salti di gioia degli Europei a fine agosto quando, ma anche no, gli offriremo su un piatto d’argento la testa di 215 senatori. Sarà una spinta fortissima per l’economia italiana che non ha bisogno di nessun Cottarelli. Le spese le tagliamo noi, vero, Pier Carlo?
Abbiamo avuto il 41 per cento e non c’è esperto che tenga di fronte a un tal consenso popolare. Magari, cambieremo anche la legge elettorale (voce dal fondo: ma non era intoccabile? allora non era neanche perfetta). Datemi un mandato a parlarne con Berlusconi. Ah, Giachetti si sente spiazzato? Peggio per lui, dovrebbe averlo capito che io sono un’anguilla. Non mi formalizzo se la riscriviamo da capo a fondo, tranne il premio di maggioranza che, mica son bischero, mi serve anche a mettere a posto, cioé a lasciare a casa, quelli di Sel. Neanche il testo che uscirà dal Senato assomiglia a quello che Maria Elena aveva portato. A me basta dire che, dopo trent’anni di dibattiti, noi le riforme le facciamo (voce dal fondo: ma la legge elettorale è cambiata già due volte negli ultimi vent’anni; e il Titolo V l’ha riformato proprio il centro-sinistra; non erano riforme? non erano riformatori?).
Non vedete come sono rilassato. La poltrona me l’avete data e me la tengo fino a quando vorrò. Appoltronati sono i Senatori che non vogliono perderla. Come, dite che Vannino Chiti ha vinto diverse elezioni senza aiutini e che di poltrone non ne ha bisogno? Ma è vero che Felice Casson non perderebbe granché tornando a fare il magistrato? Sì, mi ricordo che Massimo Muchetti è un giornalista professionista del “Corriere” e che Mineo è un pensionato Rai di lusso. Allora, non sono le poltrone che vogliono, ma, possibile?, hanno in mente una riforma del Senato migliore della mia? Fatemi parlare con Maria Elena.
Comunque, potete vedere che io sono assolutamente tranquillo. Colgo l’occasione per ringraziare i molti giornalisti che continuano a dire e a scrivere “settimana decisiva per le riforme”. Gliene daremo almeno un’altra decina di settimane decisive e, poi, anche se non lo vogliono, daremo loro un bel referendum. Ah, dite che non sanno neanche di che cosa parlano quando analizzano le riforme. Non sono mica gli unici. Questo è il paese che amo, queste sono le giornaliste che apprezzo. Suona la campanella. La Direzione (la ricreazione) è finita.
Pubblicato su Futuroquotidiano.com il 2 agosto 2014
Rimandati a settembre
Viviamo in un mondo difficile. Ci sono brutte guerre in diverse aree, la più pericolosa è quella fra Israele e Hamas. Proliferano anche intrattabili guerre civili: dall’Ucraina alla Libia, dalla Siria all’Iraq. Qualcuno critica “il silenzio dell’Europa”, ma certamente non è possibile sostenere che “le parole dell’ONU” si stiano dimostrando utili a porre fine alla guerra in Palestina né altrove. Nessuno Stato nel mondo islamico sa fare di meglio; anzi, spesso, quei governi autoritari e corrotti sono gran parte del problema. Ciò detto, quando il segretario di un partito italiano, il Partito Democratico, si avventura nella sua lunga relazione alla Direzione a parlare della politica e della guerra nel resto del mondo dovrebbe essere in grado di dare indicazioni precise e operative. Altrimenti la sua analisi diventa un diversivo dai temi spinosi che lo riguardano più direttamente. Questa è l’impressione che ho tratto guardandolo e ascoltandolo in streaming. I tiepidi applausi che hanno accolto la relazione di Matteo Renzi suggeriscono che il suo sogno di mezz’estate di produrre riforme incisive e decisive non sta traducendosi in realtà. Lo scarno e moscio dibattito successivo non ha fatto emergere proposte sensazionali.
Certo, la riforma del Senato va avanti con lentezza e con una pluralità di inconvenienti ai quali probabilmente porranno rimedio le doppie letture (ah, il pregio del bicameralismo!). Quanto all’Italicum, ovvero alla riforma della legge elettorale approvata in prima lettura alla Camera dei deputati, il segretario ha sostanzialmente chiesto e ottenuto una sorta di delega a ri-negoziarne il testo in alcuni punti cruciali. E’ un segnale a doppio taglio. Il lato positivo è che il segretario ha, seppur tardivamente, preso atto che, nella sua stesura attuale, l’Italicum non è una buona riforma; dunque, bisogna introdurvi correttivi anche profondi. Il lato negativo è che l’accordo su quali correttivi va cercato con Berlusconi che, dal canto suo, non sa esattamente, non che cosa vuole, ma che cosa gli conviene, tranne, è l’unico suo punto fermo, che gli preme continuare a nominare tutti i suoi parlamentari. Quindi, da Berlusconi verrà un no alle preferenze e, a maggior ragione, un no ai collegi uninominali. Il negoziato con Berlusconi si blocca lì dove, forse, Renzi riuscirebbe a incontrare le richieste e le aspettative del Movimento Cinque Stelle e, se intende abbassare le soglie di accesso al Parlamento (ovvero, prossimamente, alla sola Camera dei deputati), anche quelle di Sinistra Ecologia Libertà. Dall’alto del 40,8 per cento dei voti “europei”, il PD di Renzi annuncia che con il partito di Vendola rimangono le alleanze politiche già in esistenza, ma che nelle prossime elezioni amministrative (e più tardi politiche)il PD è convinto che, anche senza alleanze, otterrà ottimi risultati. Addirittura, Renzi sostiene che l’ostruzionismo parlamentare sta facendo gradualmente, ma inesorabilmente crescere la percentuale dei voti per il PD.
Un conto sono le cose, belle e meno belle, sul piano nazionale e sulle riforme istituzionali, ma dall’Unione Europea non smettono di guardare e di monitorare i comportamenti dei governanti italiani. Probabilmente, le parole dure di Renzi nei confronti dei tecnici, dei tecnocrati e, in buona sostanza, di Cottarelli, che ha il compito di ridurre e tagliare le spese degli apparati dello Stato, non saranno piaciute né ai Commissari europei né agli esperti dei governi dell’UE. Nessuno può credere che sono state le politiche dell’Unione Europea a creare disoccupazione in Italia e a ingrassare il nostro ingente debito pubblico. L’Unione Europea non può essere un capro espiatorio della cattiva condotta nazionale, ma neanche possiede la bacchetta magica per risolvere i problemi di nessun Stato-membro. I famosi “compiti a casa”, adesso certamente da intendersi come “compiti delle vacanze”, è assolutamente necessario farli. Chiamandoli spesso per nome di battesimo, Renzi ha lodato i suoi compagni di classe, vale a dire, i suoi ministri. Però, alla luce dei risultati finora conseguiti, tutta la classe deve ritenersi rimandata a settembre.
Pubblicato AGL 1 agosto 2014
Vi spiego perché il Pd di Renzi non può essere il Partito della nazione. Parla Gianfranco Pasquino
Intervista raccolta da Edoardo Petto per Formiche.net 30 luglio 2014
Spiazzante e dirompente. Matteo Renzi non conosce ostacoli nell’attingere per le proprie iniziative dal patrimonio culturale progressista o liberal-conservatore. Grazie al suo modo di agire spregiudicato e post-ideologico, il premier è riuscito a neutralizzare la propaganda e le argomentazioni degli avversari di destra e di sinistra.
La centralità di un “Renzi pigliatutto” potrebbe trasformare il PD in un “partito della nazione” capace di prosciugare il bacino di consensi di un centro-destra lacerato? E quali sono i rischi di tale scenario? Formiche.net lo ha chiesto al politologo Gianfranco Pasquino.
Matteo Renzi vuole creare un grande “partito della nazione” perno dell’assetto politico-istituzionale?
Faccio fatica a utilizzare il termine “partito della nazione”, un’invenzione giornalistica italiana. Altrove o in altri contesti temporali si parla di “partito del popolo” per indicare grandi forze politiche interclassiste come la Democrazia cristiana in Italia e la CDU in Germania.
Il premier vuole ricostituire una DC in forme rinnovate?
Se la sua aspirazione è questa, ritengo sia fuori tempo massimo di oltre vent’anni. Altro ragionamento vale se per “partito della nazione” si intende una formazione vasta capace di conquistare spazio in buona parte nella sinistra e in una parte del centro. La sua prospettiva originaria forse era differente. Ma all’indomani del voto europeo lo scenario politico è mutato. E il leader del PD si è adeguato. Vi è tuttavia una divergenza rispetto all’epoca della Democrazia cristiana.
Quale?
La DC utilizzava con saggezza ed elasticità il consenso e l’appoggio dei piccoli partiti laici. Allo stesso modo Renzi dovrebbe capire che forse in Sinistra e Libertà vi sono buone idee, che il Movimento Cinque Stelle è anche portatore di proposte significative, e che Scelta Civica può offrire più di quanto ha dato finora.
Con il PD di Renzi l’Italia rischia di riprodurre la “democrazia bloccata” della prima Repubblica?
Non posso dirlo ora. Lo scenario è legato a una lunga stagione di vittorie elettorali e di governo da parte dello stesso partito. Ma il premier finora ha prevalso soltanto in un voto europeo. Vedremo se e con quale percentuale – peraltro falsata dal premio di maggioranza – riuscirà a farlo nelle prossime tornate politiche.
Giocando di sponda tra destra e sinistra, Renzi potrebbe annacquare le riforme strutturali come sta accadendo nel terreno istituzionale?
Per il percorso di revisione costituzionale e della legge elettorale suggerisco di attendere il termine della “ballata estiva”. Rilevo come il nuovo Senato e il meccanismo di voto giunto all’esame di Palazzo Madama rappresentino una soluzione pasticciata, lontana dalla versione originaria concordata nel Patto del Nazareno. Accordo che sembra essere stato siglato su un pezzo di carta neanche firmato.
E per gli interventi di tipo economico-sociale?
Sinceramente non li ho visti. E faccio fatica a pensare a iniziative in tempi brevi, visto che il Presidente del Consiglio dedica il suo tempo ad altri temi. Vi è un problema di tempo e di intelligenza politica. Tengo a precisare però che la riforma del lavoro dovrebbe essere realizzata tenendo a mente le indicazioni argomentate e persuasive di Pietro Ichino. Una miscela sapiente di proposte liberali e di visione di sinistra orientata alla ricerca del lavoro dignitoso nell’equità.
Cosa devono fare le forze di centro-destra per rilanciare il loro protagonismo e rendere aperta la competizione politico-elettorale?
Nelle democrazie occidentali il governo è tanto migliore quanto più credibilmente viene sfidato da un’opposizione ricca di proposte. Nel nostro paese l’opposizione di centro-destra è profondamente divisa. Una parte sta al governo, mentre la componente maggioritaria è “posseduta” da un imprenditore vecchio nell’età e nelle idee. L’unico marchingegno per risorgere è che Silvio Berlusconi dica “Basta, adesso arrangiatevi voi”.
Elezioni primarie di coalizione potrebbero essere il punto di partenza?
Forse. La legittimazione popolare del capo del centro-destra tramite una competizione aperta rappresenterebbe lo strumento migliore per ricomporre le sue “sparse membra”
Ho una visione: il referendum sul Senato non farà bene al governo Renzi

Sostiene Napolitano, rivolto alle opposizioni allarmate (allarmiste?), che non bisogna agitare “spettri autoritari” contro la riforma del Senato e altre riforme renziane. Sosterrà Napolitano, rivolto al Ministro Boschi, al Presidente del Consiglio Renzi, ai loro solerti costituzionalisti di corte e agli ossequienti giornalisti di regime, che non bisogna agitare “spettri plebiscitari” come stanno facendo molti affannati renziani? Sostenere che, una volta approvata la riforma del Senato, il governo chiederà un referendum costituzionale non è una generosa concessione alle opposizioni. Piuttosto, è una sfida a quelle opposizioni: “si cercassero i voti popolari”. E’ anche una minaccia: il governo butterà sul piatto referendario tutto il suo peso per dimostrare quanto popolare è e quanto rappresentativo dell’elettorato italiano. L’opposizione, contatasi, pagherà il fio.
Però, la Costituzione, che gli improvvisati neo-riformatori stanno cambiando a colpi di maggioranza e tagliando con la ghigliottina, non consente a nessun governo di chiedere un referendum costituzionale. Il precedente del centro-sinistra che, approvata nel marzo 2001 una brutta riforma del Titolo V (tanto brutta che il governo Renzi vuole cambiarla), poi chiese un referendum confermativo e lo vinse nell’ottobre con il 34 per cento dei partecipanti, non è il miglior biglietto da visita. Nell’intermezzo, il centro-sinistra perse alla grande le elezioni politiche del maggio 2001.
Sostiene l’art. 138 che il referendum sulle modifiche costituzionali può (non deve) essere chiesto da un quinto dei parlamentari di una Camera oppure da cinquecentomila elettori oppure da cinque Consigli regionali. Non c’è menzione del governo. Nei modi e con i toni usati da Boschi, Renzi e i loro zelantissimi parlamentari e giornalisti, un referendum costituzionale chiesto dal governo – fuori dalla finzione che sarà il PD a imporre ai suoi parlamentari la disciplina di partito (Serracchiani la vorrebbe imporre anche al Presidente del Senato), che sarà il PD a raccogliere le firme dei cittadini, che saranno i Consigli regionali dove il PD ha la maggioranza a esprimersi a favore del referendum – , si configura come una domanda semplice “siete a favore o contro il governo?” Sostiene chi conosce la storia e la dinamica delle consultazioni popolari di questo tipo sa che la campagna elettorale e l’evento non configurerebbero un referendum, ma un plebiscito. Chi non può “agitare” riforme fatte bene, agita qualche spettro plebiscitario.
Pubblicato su Futuroquotidiano.com 26 luglio 2014
I referendum chiesti(imposti?)dai governi si chiamano plebisciti

A riprova della sua superficialità costituzionale, il Ministro delle Riforme Istituzionali Boschi ha annunciato che il governo chiederà il referendum sulla riforma del Senato. Nonostante le capriole interpretative di troppi giuristi di riferimento (di corte?), l’art. 138 non contempla la possibilità per il governo e neppure per la maggioranza di chiedere un referendum costituzionale. Possono chiederlo, se lo desiderano, purché la riforma non sia stata approvata dai due terzi dei parlamentari, un quinto dei membri di una Camera, cinquecentomila elettori, cinque Consigli regionali.
I referendum chiesti (imposti?) dai governi si chiamano plebisciti.
Gianfranco Pasquino, Bologna
Lettera al Corriere della sera pubblicata il 26 luglio 2014
Tagliole, ghigliottine e paralisi
La riforma del Senato deve avere qualche problema serio. Il testo, già abbondantemente rivisto rispetto alla sua stesura iniziale, è finito proprio nella palude di migliaia di emendamenti dai quali non uscirà, come vorrebbe il velocissimo Matteo Renzi. A suo sostegno, in maniera del tutto irrituale, è sceso in campo, credo proprio che sia il verbo giusto, addirittura il Presidente della Repubblica. Colui che è stato uno dei più convinti e coerenti “parlamentaristi” italiani ha affermato che è da tempo che il bicameralismo paritario (non, per favore, “perfetto”) deve essere riformato. Preoccupato dalla paralisi parlamentare, il Presidente, che pure ha conosciuto non pochi ostruzionismi quando era deputato, mercoledì ha addirittura convocato il Presidente Grasso per invitarlo ad accelerare. Martedì, in un altro discorso, curato, come solo lui sa fare, in ogni particolare lessicale, Napolitano aveva smentito qualsiasi scivolamento autoritario a effettuare il quale non sarà certamente sufficiente nessuna riforma del Senato. Sul punto, il Presidente ha sicuramente ragione, ma coloro che denunciano involuzioni autoritarie guardano al quadro complessivo che include anche la legge elettorale nel testo approvato dalla Camera e alle maggiori difficoltà con le quali i cittadini potranno accedere al referendum.
Curiosamente, proprio i giornalisti parlamentari ai quali Napolitano ha espresso le sue posizioni istituzionali, hanno messo in secondo piano le severissime critiche presidenziali alla legge elettorale. Infatti, nel resoconto virgolettato del “Corriere della Sera” (non un quotidiano di opposizione dura e pura), si legge che il Presidente ha dato per scontato che il testo approvato alla Camera venga “ridiscusso con la massima attenzione per criteri ispiratori e verifiche di costituzionalità che possono indurre a concordare significative modifiche”. Se qualcuno sostenesse che il Presidente Napolitano, al quale spetterà poi di promulgare la legge, ha affossato l’Italicum nella sua versione attuale, sarebbe vicinissimo al vero. E’ possibile che l’intenzione di Napolitano fosse di far sapere al Presidente del Consiglio Renzi che, invece di flettere i muscoli in estenuanti prove di forza, di piazzare tagliole e di proporre ghigliottine agli emendamenti dei senatori, farebbe meglio ad andare a qualche trattativa anche perché nella legge elettorale molte modifiche saranno indispensabili.
Da sempre Napolitano ha detto di preferire che, per fare le riforme istituzionali, si produca un’ampia convergenza, mentre, fin dall’inizio Renzi ha scelto la strada della piccola convergenza con Berlusconi e con il suo ancor più rimpicciolito partito dopo le elezioni europee. I Senatori di Forza Italia non sembrano convintamente convergenti cosicché l’eventuale maggioranza riformatrice finisce per essere appesa a pochi voti. Al Senato non si sta combattendo una battaglia, come si dovrebbe, per fare cambiare verso all’Italia. La battaglia ha una posta più grande e sostanzialmente sbagliata: non perdere la faccia. Renzi sostiene di avere ottenuto un mandato dal 40,8 per cento di elettori che lo hanno votato alle Europee, ma che, appunto, erano le elezioni per il Parlamento europeo, non per la riforma del Senato italiano. Gli oppositori della riforma non stanno semplicemente difendendo posto di lavoro e indennità, una brutta accusa formulata dal Presidente del Consiglio e dai suoi zelanti sostenitori. La maggioranza di loro hanno una storia politica che può chiudersi in questa legislatura poiché dispongono di una professione alla quale tornare. Gli oppositori stanno proponendo una riforma diversa che, in maniera tutt’altro che truffaldina o episodica, coinvolga anche la Camera, sicuramente ipertrofica e mai impeccabile nel suo funzionamento, come sa Napolitano che ne fu Presidente (1992-1994). In assenza di una legge elettorale decente e nel semestre europeo di presidenza italiana, la minaccia di un ritorno alle urne è spuntata. Nessuna tagliola e nessuna ghigliottina: meglio un saggio ritorno al confronto su pochi punti.
Pubblicato circuito AGL il 25 luglio 2014
Damocle senza spada

Il testo di riforma del Senato che pone fine al bicameralismo italiano paritario (per carità, si smetta di definirlo “perfetto”) è sicuramente perfezionabile. Appunto. Mi limito ad un paio di piccole osservazioni e ad un’osservazione più importante. I cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica (in base a quali criteri?) per sette anni (affinché, presumo, ogni Presidente goda di questo privilegio) c’entrano come i cavoli a merenda se il Senato deve diventare camera di rappresentanza delle autonomie. Seconda osservazione: anche i sindaci, in qualsiasi modo saranno selezionati, hanno pochissimo a che fare la logica delle autonomie, peraltro malintesa anche se, fortunatamente, il prossimo Senato seppellirà il discorso sul federalismo degli opportunisti (i leghisti e tutti coloro che per più di un decennio li hanno inseguiti lungo una strada che non portava da nessuna parte). L’osservazione a mio vedere più importante riguarda il potere e il prestigio di una camera di second’ordine, pardon, di elezione indiretta, alquanto pasticciata nel testo (nient’affatto modellato sul virtuoso Bundesrat) che sarà in aula lunedì.
Passata la, probabilmente non elevata, eccitazione di farne parte per la prima volta, i neo-senatori si chiederanno che senso ha il loro doppio lavoro (dopolavoro?), rivendicheranno poteri, cercheranno di farsi valere nei confronti di quanto viene fatto dalla Camera dei troppi deputati. Alcuni di loro si adopereranno con voti, azioni e omissioni per essere ri-selezionati dai capi dei partiti regionali. Dopodiché: altro che assenza di vincolo di mandato! Dalla discussione nell’aula del Senato che c’è vedremo se l’esistente assenza di vincolo di mandato informa i comportamenti dei senatori, che non sono né gufi né cinesi di qualsiasi dinastia e che non possono mai, ma proprio mai, essere richiamati ad una ferrea disciplina di partito che non può assolutamente essere imposta in materia di riforme costituzionali. Due letture delle due camere saranno lunghe e, si spera, feconde, senza ultimatum privi di senso e di prospettive. Temo che urgenze e scomuniche traggano cattivo alimento dall’inquietante partenza della riforma sia della legge elettorale sia del Senato.
A volte sembra che quello che conta, come si affannano a spiegarci troppi commentatori che non se ne intendono, è se il patto del Nazareno tiene piuttosto che se le riforme sono buone, funzioneranno, non produrranno squilibri, ma semplificazioni controllabili, verificabili, migliorabili. Ancora più inquietanti sono i messaggi non tanto subliminali che vengono dai collaboratori del principale contraente del patto con il non ancora Presidente del Consiglio Renzi. Come contropartita, non esplicitamente richiesta, del suo operare da genitore delle riforme (“padre della patria” mi sembra un tantino esagerato)per il paese che ama, Berlusconi si attende una qualche forma di salvacondotto o grazia o indulto. Sono vago come le sue non formulate richieste che qualcuno, sicuramente “demonizzatore”, ardirebbe definire impunità. Il passare del tempo e, forse, il cumularsi di sentenze a lui sfavorevoli consentono ai suoi consiglieri e al suo Giornale di ventilare il ritrarsi di Berlusconi dal patto del Nazareno se non ne scaturirà qualcosa di positivo per lui.
Quel patto non diventerà comunque, né per Renzi né per coloro che vogliono le riforme, un patto di Damocle poiché la spada berlusconiana è quasi priva della forza che soltanto gli elettori, declinanti, potrebbero conferirgli. Bruttissima, però, rimane, se non la prassi, la supposizione che il patto contempli uno scambio: accettazione delle riforme (in particolare della proposta di riforma elettorale che è la più simile alla legge da lui voluta nel 2005) in cambio di interventi incisivi, decisivi a suo favore, sulla giustizia, meglio sui giudici (i quali, dal canto loro, stanno facendo del loro meglio per buttarsi discredito l’uno contro l’altro, in qua e in là). Tutto alquanto deplorevole.
Pubblicato su l’Unità domenica 13 luglio 2014
