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Enzo Cheli recensisce per la @rivistailmulino #Libertàinutile Profilo ideologico dell’Italia repubblicana @UtetLibri

Libertà inutile – il titolo dell’ultimo libro di Gianfranco Pasquino – ricalca l’interrogativo che Norberto Bobbio si poneva, senza darsi una risposta, alla conclusione del suo famosissimo Profilo ideologico del Novecento italiano pubblicato nel 1969, quando si chiedeva se, alla luce della nostra storia repubblicana, le libertà riconquistate dopo la caduta del fascismo e fissate nella nostra Costituzione fossero state utili o inutili. In altre parole: se queste libertà fossero state esercitate dal popolo italiano utilmente ai fini della costruzione di una vera cultura democratica del Paese o, invece, fossero state sprecate inutilmente dal momento che quella cultura di fatto non era nata.
Lo stesso Bobbio successivamente, nella ristampa del suo Profilo, attenuava il pessimismo di questa domanda, ma questo non esclude che la domanda venga a ripresentarsi ogni qualvolta il nostro sistema politico si trovi ad attraversare una fase critica quale quella che oggi stiamo attraversando. Fase in cui le stesse basi della nostra democrazia, pluralista nel suo impianto politico e parlamentare nella sua forma di governo, vengano messe in discussione da forze ed ideologie avverse. Per questo, in Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (Utet, 2021) l’autore ritiene di dover riprendere e sviluppare fino ai nostri giorni la riflessione sullo stato di salute della nostra democrazia alla luce della cultura politica ad essa sottostante, riflessione che con Bobbio si era arrestata al 1968.
Per condurre questa analisi che investe il piano politologico, ma anche la storia e la filosofia politica, Pasquino dopo aver richiamato varie definizioni di democrazia, articola la sua indagine intorno a sei temi fondamentali.
Il primo tema è quello della nostra Costituzione, dei suoi principi, dei suoi valori, della sua forma di governo, delle difficoltà che storicamente ha dovuto incontrare per la sua attuazione e per la sua riforma. Questa Costituzione, pur con tutte le sue carenze, resta la più longeva in Europa e ha retto bene la prova del tempo tanto per la solidità del suo impianto, legato ad un compromesso politico nato su profonde radici storiche, quanto per la sua elasticità e capacità di adattamento alle complesse vicende della nostra vita politica.
Il secondo tema è quello del fascismo e dell’antifascismo cioè della vicenda che ha condotto alla nascita della nostra Repubblica attraverso la Resistenza e una guerra civile effetto delle fratture profonde che hanno sempre segnato la storia del nostro Paese prima e dopo l’unità nazionale.
Il terzo tema è quello del rapporto tra destra e sinistra nei primi quarant’anni della nostra storia repubblicana segnati dalla conventio ad excludendum nei confronti della maggiore forza di opposizione e dalla lenta marcia di avvicinamento di questa forza all’area di governo. È il tema del compromesso storico, dell’alternanza e dell’alternativa che ha segnato il dibattito pubblico italiano fino agli anni Novanta del secolo scorso.
Il quarto tema è quello della scomparsa delle culture politiche che, nell’immediato dopoguerra, avevano contribuito all’impianto della nostra Repubblica, quali la cultura cristiano-democratica, la cultura socialista e marxista e la cultura liberale. Una scomparsa che, a partire dagli anni Ottanta e dalla caduta del muro di Berlino, ha segnato la fine dei partiti storici e successivamente il progressivo declino del sopravvissuto sistema dei nostri partiti. Un declino – rileva Pasquino – che ha favorito, con una vicenda che non è stata solo nazionale, la discesa in campo e il recente successo dei nuovi movimenti populisti e sovranisti.
Movimenti populisti che attaccano le stesse basi della democrazia rappresentativa e parlamentare per ispirarsi a un modello distopico di democrazia diretta digitale che mira ad esaltare il ruolo di leaders in contatto diretto con la base popolare. Movimenti sovranisti che mirano a bloccare e invertire il processo di integrazione europea attraverso il richiamo a nazionalismi antichi ed alle rivendicazioni identitarie degli Stati nazionali.
Muovendo da questo complesso impianto di lavoro Pasquino pone al centro della sua riflessione – così come aveva fatto Bobbio nel suo Profilo – il tema della democrazia e della cultura politica in grado di sostenerla dal momento che oggi non esiste «nessun pensatore democratico in grado di offrire gli orientamenti indispensabili al funzionamento di una democrazia esposta alle sfide congiunte del populismo e del sovranismo». In altri termini il problema di fondo che oggi si pone al nostro Paese è per Pasquino questo: come difendere, mantenere e aggiornare la nostra democrazia repubblicana alla luce dei nuovi percorsi e delle nuove sfide che la storia del nostro continente ci sta prospettando?
Gianfranco Pasquino, al pari del suo maestro Norberto Bobbio, pur non offrendo a tale domanda una risposta certa non si sottrae all’impegno di indicare, come intellettuale e come cittadino, gli obbiettivi che andrebbero privilegiati e le strade che occorrerebbe percorrere per porre in sicurezza il futuro della nostra democrazia. Obbiettivi e strade che richiedono, peraltro, di comprendere le cause delle condizioni critiche che mettono attualmente a rischio la sopravvivenza della democrazia.
La prima causa riguarda la crisi che da tempo ha investito il nostro sistema dei partiti. Sappiamo che la Repubblica italiana è nata – secondo l’espressione coniata da Pietro Scoppola – come «Repubblica dei partiti» dal momento che nel nostro sistema i partiti hanno da sempre rappresentato il principale anello di congiunzione tra la base popolare, fonte del potere sovrano, e l’impianto istituzionale dei poteri pubblici. I partiti rappresentano, quindi, nel nostro sistema un elemento strutturale che per il buon funzionamento della democrazia non può mancare. La conseguenza è che, se i partiti declinano, anche le basi del nostro impianto democratico diventando più fragili ed esposte al rischio di rotture. Ed è proprio con riferimento a questa sopraggiunta ed accentuata fragilità che acquistano maggior forza e pericolosità le spinte dell’antipolitica e delle altre pulsioni eversive che attualmente scorrono dentro il nostro tessuto sociale.
Se questi sono i punti di fragilità della nostra democrazia, non mancano di contro, nella visione di Pasquino, i punti di forza su cui ordinare la difesa e, in prospettiva, il rafforzamento e l’adeguamento del nostro impianto democratico.
Il primo punto di forza – secondo una linea che Pasquino svolge molto efficacemente – va individuato nella nostra Carta costituzionale. Una Carta che – come dimostrato dai referendum costituzionali svoltisi nel 2006 e nel 2016 su due diversi e opposti tentativi di «grande riforma» costituzionale – tuttora gode, nonostante la sua anzianità, di un forte radicamento sociale che si contrappone alla fragilità ed alla fluidità attuale del nostro sistema politico. Quindi una Costituzione forte e resiliente tanto in ragione dei poteri affidati ai suoi organi di garanzia quanto in ragione della sua elasticità e capacità di adattamento alle continue oscillazioni del nostro governo parlamentare.
Certo è, peraltro, che per la tenuta e la stabilità di un impianto democratico non basta disporre di una buona Costituzione, se manca un sostegno alla stessa da parte delle forze presenti nella società sottostante. Se mancano cioè una buona cultura politica ed una etica pubblica socialmente diffuse che si riconoscano nei valori che la Costituzione afferma.
E qui si apre la sfida più difficile per il nostro Paese che il libro di Pasquino mette bene in luce e che riguarda l’esigenza di avviare, dopo il declino dei partiti tradizionali, la diffusione di una vera cultura democratica attraverso la ricostruzione di efficienti mediatori sociali per la formazione di una nuova classe politica sinceramente democratica, oltre che dotata di competenze adeguate per affrontare i problemi che la società contemporanea sta ponendo in campo.
Pasquino ritiene che per rispondere a tale esigenza le risorse nazionali, nelle nuove forme che la geopolitica sta oggi assumendo, non siano più sufficienti. La conseguenza è che oggi, per cogliere la giusta misura di una cultura politica adeguata ai tempi, occorre quanto meno ricorrere – come le recenti crisi finanziaria e sanitaria hanno ampiamente dimostrato – alla dimensione continentale rappresentata dall’Europa. Da qui la necessità di cercare le risposte corrette ai nuovi problemi che la democrazia deve affrontare muovendo in direzione di un’Europa federata intorno ai valori che hanno formato il nucleo originario delle democrazie moderne.
Pasquino conclude così il suo percorso: sottolineando come la grande sfida che oggi si pone alla scienza politica sia quella di riconoscere e indicare le strade più appropriate per perseguire e realizzare «l’ambizioso progetto di unificazione politica democratica del nostro continente». Sfida estremamente impegnativa che impone oggi di orientare le idee-guida della nostra storia repubblicana in direzione del contesto europeo.
Siamo quindi in presenza di un libro che va segnalato non solo per la sua grande attualità, ma anche per la varietà dei temi che pone in campo. Un lavoro ricco e avvincente che completa un percorso che il suo autore sta svolgendo ormai da tempo e la cui lettura si raccomanda non solo agli addetti ai lavori, ma a tutti coloro che, oltre ad avere interesse a comprendere le ragioni della crisi politica che stiamo attraversando, hanno a cuore le sorti future della nostra democrazia.
Pubblicato il 07 FEBBRAIO 2022
Rivista il Mulino 2022
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Meno parlamentari, meno efficienza #ReferendumCostituzionale @rivistailmulino
Coloro che voteranno “sì” alla riduzione di un terzo del numero dei parlamentari, poiché vogliono un Parlamento più efficiente con meno parlamentari per fare più leggi e più rapidamente, sbagliano alla grande almeno su due punti assolutamente discriminanti. Dal punto di vista della teoria, che non hanno imparato neppure dopo la grande occasione del referendum 2016, poiché il compito più importante del Parlamento non è fare le leggi. Semmai, è esaminarle, emendarle e approvarle. Dal punto di vista della pratica poiché in tutte le democrazie parlamentari le leggi le fa il governo: tra l’80 e il 90% per cento delle leggi approvate sono di origine governativa. Ed è giusto che sia così perché qualsiasi governo, anche di coalizione, ha avuto il consenso degli elettori sulle sue promesse programmatiche e ha, quindi, il dovere politico di tentare di tradurle in politiche pubbliche. Naturalmente, nei governi di coalizione il governo concilierà le diverse promesse programmatiche dei partiti coalizzati. I parlamentari potranno poi valutare, per eventuali voti di coscienza e scienza, quanto le proposte si discostano dalle promesse e, se non c’entrano per niente, astenersi dal votarle. A un Parlamento che s’attarda, a una opposizione che ostruisce, a una maggioranza riluttante (quasi nulla di tutto questo è un “semplice” affare di numeri), il governo imporrà la decretazione di urgenza.
La domanda giusta è: meno parlamentari saranno in grado nelle Commissioni di merito e in aula di controllare quello che il governo (con i suoi apparati politici e burocratici) fa, non fa, fa male?
Detto che il controllo sul governo è il compito più importante del Parlamento, quasi sullo stesso livello si situa il compito della rappresentanza politica, dei cittadini, della “nazione”. Non ne farò un (solo) problema di numeri come argomentano molti volonterosi sostenitori del taglio, ma di qualità. È plausibile credere che, automaticamente, meno parlamentari saranno parlamentari migliori, più capaci, più efficaci, più apprezzabili? Per sfuggire a una risposta (negativa) frettolosa, mi rifugio nell’affermazione che molto dipenderà dalla legge elettorale. Ovviamente, una legge elettorale è buona o cattiva o anche pessima (che è l’aggettivo da utilizzare per le due più recenti leggi elettorali italiane) a prescindere dal numero dei parlamentari, ma con riferimento prioritario a quanto potere conferisce agli elettori. Gli accorati inviti di Zingaretti ad approvare una legge elettorale proporzionale addirittura prima dello svolgimento del referendum mi paiono avere come obiettivo quello di contenere la riduzione inevitabile del numero di seggi del Partito democratico, piuttosto che quello di migliorare la qualità della sua rappresentanza proprio quando dal suo partito vediamo venire strabilianti esempi di opportunismo.
Questi esempi rispondono in maniera quasi definitiva alla domanda posta da Giovanni Sartori nel 1963. Di quali soggetti i parlamentari temono maggiormente la sanzione per i loro comportamenti: gli elettori, i gruppi di interesse, i dirigenti di partito? Con le due più recenti leggi elettorali la risposta è elementare: i dirigenti di partito (e di corrente). A loro volta sono questi dirigenti a cercare di raggiungere i gruppi di interesse rilevanti spesso candidando uno dei loro esponenti. Quanto agli elettori, costretti a barcamenarsi fra candidature plurime, un vero schiaffo alla rappresentanza politica, e candidature bloccate, la loro eventuale sanzione non riuscirà mai ad applicarsi alla singola candidatura.
E, allora, quale rappresentanza? Quale accountability? Quale responsabilizzazione? Il fenomeno più significativo è rappresentato dal Pd. Tre volte i suoi deputati e i suoi senatori, che non risulta avessero consultato i loro elettori, hanno votato no alla riduzione. L’ultima volta votarono compattamente sì. La spiegazione, forse era preferibile dirlo alto e forte, era che l’approvazione del taglio era indispensabile per dare vita alla coalizione di governo con il Movimento 5 Stelle. Capisco, ma ritengo assai deprecabile chi ha votato tre volte “no” senza trasparentemente esprimere alcun dissenso e ha votato “sì” alla quarta volta, nuovamente senza esprimere dissenso né spiegare la giravolta. Il fatto è che quei parlamentari democratici hanno applicato la linea del loro partito/gruppo parlamentare che aveva deciso che la formazione del governo giallorosso era di gran lunga preferibile all’alternativa rappresentata da Salvini e Meloni, i quali avrebbero aggredito la Costituzione, antagonizzato l’Unione europea, inciso negativamente sulla già non proprio elevata qualità della democrazia italiana.
Adesso, la risposta da dare nelle urne è proprio se la riduzione del numero dei parlamentari contribuirà o no a un salto di qualità della rappresentanza politica, al miglior funzionamento del bicameralismo (che qualcuno scioccamente continua a definire “perfetto”, dunque, da non toccare minimamente) e alla qualità della democrazia italiana. A mio parere, nulla di tutto questo conseguirà dalla semplice riduzione. I risparmi sui costi di un terzo dei parlamentari eliminati saranno “mangiati” dall’aumento dei costi delle campagne elettorali più competitive e in circoscrizioni più ampie. Il reclutamento di candidati e candidate ad opera dei dirigenti di partito e di corrente premierà coloro che hanno dimostrato di essere più disciplinati (è un eufemismo). Alcuni si sono già posizionati, altri stanno sgomitando. Farà la sua comparsa in grande stile, ma sotto mendaci spoglie, il vincolo di mandato. Vota non come vorrebbero i tuoi elettori, che, a meno di una buona legge elettorale, gli eletti non saranno in grado di conoscere, ma come dicono i dirigenti del partito e della corrente anche perché in questo modo si sfuggirà dal fastidioso esercizio dell’accountability. La prossima volta a qualcuno/a sarà assegnato un seggio sicuro magari in Alto Adige, se vi rimarrà almeno un collegio.
No, chi non vuole nulla di tutto questo ha l’opportunità di respingerlo: con un sano e argomentato voto che si oppone alla riforma sottoposta a referendum. Il resto chiamatelo pure “scontento” democratico. Non è immobilismo perché la Costituzione italiana e la democrazia parlamentare che esistono dal 1948 hanno ampiamente dimostrato di essere flessibili e adattabili, in grado di superare le sfide e di continuare a offrire un quadro democratico per la competizione politica, per un tuttora decente rapporto fra le istituzioni, per il conferimento dell’autorità, per l’esercizio del potere “nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Pubblicato il 28 agosto 2020 su rivistailmulino.it
How to form the next government in Italy

Gianfranco Pasquino, Marco Valbruzzi
It is by no means an easy task to construct a majority coalition government which is representative of the March 4th electoral results.In terms of percentages and votes, there are two indisputable winners: the Five Star Movement (Movimento 5 Stelle, M5S) is by far the most voted party; the centre-right coalition has gained more votes and more seats than any competitor. Within the Italian centre-right, the Lega has almost quadrupled its votes. There are also two ascertained losers: the Democratic Party sunk to its lowest percentage ever, while Belusconi’s Forza Italia lost more than four million votes. Numerically, there are four potential coalitions, ranked according to the number of seats they have in the two Houses: M5S plus centre-right; centre-right plus Democratic Party; M5S plus Democratic Party; M5S plus Lega (see Fig. 1). Politically, however, crisscross vetoes seem to have ruled out two of those coalitions already.
Fig. 1. Potential majority coalitions in the Chamber of Deputies and in the Senate

In fact, since the Five Star Movement does not want Berlusconi to participate in a coalition, and Salvini has so far proved unwilling to abandon the centre-right, two of the possible coalitions involving the M5S have been ruled out. Furthermore, the Democratic Party has rejected the offer by the M5S to reach an agreement on the next government. The centre-right, finally, has not indicated any willingness to make a proposal to the Democratic Party, though in a way the door has been left open for some support coming from Renzi’s parliamentarians. In Berlusconi’s and Meloni’s views, the President of the Republic ought to appoint an exponent of the centre-right to the position of Prime Minister, arguably Matteo Salvini whose Lega has won more votes than Forza Italia and Fratelli d’Italia. Then it will be up to Salvini to find the parliamentary votes necessary to reach an absolute majority. This proposal is neither absurd nor far-fetched, but it goes against the preferences of all the former Presidents of the Republic, that is, not to play games when appointing the Prime Minister. Indeed, previous Presidents – most recently and notably, Giorgio Napolitano – have explicitly asked potential Prime Ministers to ensure that they could reasonably count on more than a razor-thin parliamentary majority, let alone a minority.
Either way, it is important to stress that the logic of parliamentarism does not imply that the cabinet must be formed exclusively by those parties that have won more votes at election time. As Table 1 shows, it is partly true and partly false that winning parties automatically get into the governmental coalition. This statement is an oversimplification with little or no empirical underpinning, usually expressed by Italian right-wing politicians and commentators who just try to argue their case. Many other factors, such as the ideological compatibility between potential allies and their more or less consistent strategies, will have to be taken into consideration – as the Große Koalition, formed in Germany barely two months ago, tellingly shows.
Table 1. Electoral performances of political parties in the 2017 and 2016 legislative elections in Western Europe

What is also going on in Italian politics is the lingering discussion about constitutional issues. The centre-right claims that it is high time to reverse the trend of “unelected governments”, as if Italians – or, for that matter, the voters in any parliamentary democracy – could directly elect their government, thus ignoring the fact that voters can only elect the parliament where governments are formed, transformed, replaced. The Democrats, piloted by their former secretary Matteo Renzi, insist that the present situation is the inevitable consequence of the defeat of their constitutional reforms in the December 4th, 2016 referendum, and of the Constitutional Court’s sentence that declared some features of their electoral law (dubbed Italicum) unconstitutional. In reality, Renzi’s constitutional reforms did not contain any measures that would strengthen the government and there is no way to assess the likely impact of the Italicum on the parties and the party system. More than twenty years of uninformed and manipulated discussions of what a parliamentary democracy is, as well as the continued search for partisan electoral laws, are creating a destructive confusion among parliamentarians, political commentators (in Italy and abroad) and public opinion at large.
The idea recently launched by Matteo Renzi, that only those willing to put forward and approve major constitutional reforms as well as a new electoral law should be allowed to create the next government, in order to overcome the political impasse, seems to be yet another improvised ballon d’essai with no substance.
Pubblicato il 3 maggio 2018 su larivistaIlMulino
Referendum costituzionali, forse. Plebiscito, NO
Il Mulino 4/2016 (pp. 635-639)
Consapevoli che una pluralità di situazioni possono rendere indispensabile la revisione di uno o più articoli anche della migliore delle Costituzioni, i Costituenti scrissero con grande cura l’articolo 138. Esclusa dalla revisione costituzionale la “forma repubblicana dello Stato” (menzionata nell’articolo successivo), tutti gli articoli da loro scritti sono suscettibili di revisioni con una procedura non troppo onerosa e con maggioranze diverse. Qualora la revisione costituzionale –i Costituenti non immaginarono che i loro successori avrebbero proceduto a colpi di cospicui pacchetti di articoli: 56 quelli riformati dalla maggioranza di centro-destra nel 2005; 44 quelli riscritti dal governo Renzi nel 2015-2016, invece di osservare pienamente il testo dell’art. 138 che si riferisce a leggi di revisione, al plurale–fosse stata approvata da una maggioranza parlamentare dei due terzi o più in entrambe le Camere non avrebbe potuto essere sottoposta a referendum. Da un lato, è ipotizzabile che i Costituenti ritenessero che una maggioranza di tali dimensioni non potesse non essere rappresentativa delle opinioni popolari; dall’altro, volevano evitare un voto che contrapponesse una minoranza intensa a quell’ampia maggioranza parlamentare finendo per delegittimare il Parlamento. Esito grave, in special modo, in un paese sempre caratterizzato da non troppo latente e sempre strisciante antiparlamentarismo. La non necessità di quorum era chiaramente motivata dalla convinzione dei Costituenti che fosse non solo giusto, ma opportuno, attribuire maggiore potere ai cittadini che, interessati a quella specifica revisione e informatisi, si mobilitassero sia a sostegno di quanto fatto dal Parlamento sia, più probabilmente e più comprensibilmente, contro. Chi partecipa merita un premio. Deve contare di più.
Nient’affatto priva di interesse, politico e istituzionale, è l’indicazione di quali sono i soggetti legittimati a chiedere il referendum costituzionale, nell’ordine: un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non figura fra loro né il governo né un Ministro, eventualmente quello delle Riforme Istituzionali, né la maggioranza governativa. Non si tratta evidentemente né di una dimenticanza né di una questione banalmente lessicale. Le revisioni della Costituzione dovevano essere compito precipuo, secondo i Costituenti, del Parlamento. Nulla osta, naturalmente, che nel Parlamento si attivi una maggioranza che coincida/e con quella governativa, ma appare quantomeno bizzarro che sia la maggioranza che ha proposto, formulato, argomentato e condotto a votazione e ad approvazione quelle revisioni a chiedere, non avendo nessun obbligo, un referendum. Invece, è facilmente possibile individuare le credenziali e le qualità di ciascuno dei tre soggetti legittimati a chiedere il referendum costituzionale. I parlamentari appartenenti ad una Camera hanno preso parte alle deliberazioni su qualsivoglia revisione. Sono, per così dire, informati dei fatti (non resisto ad aggiungere “e dei misfatti”). Hanno appreso le motivazioni espresse dai revisionisti. Hanno contro-argomentato. Ritengono di avere valide critiche e controproposte da sottoporre agli elettori. Possono persino pensare che, in ogni caso, è giusto portare all’attenzione degli elettori e dell’opinione pubblica quanto è stato fatto per illuminarne le conseguenze che, loro, evidentemente considerano negative. Quest’opera di pedagogia costituzionale, che sarà sicuramente contrastata dai revisionisti, è destinata a fare crescere la, com’era evidente allora e come, purtroppo, è ancora fin troppo vero oggi, scarsa, inadeguata, manipolabile, conoscenza dei cittadini italiani della loro Costituzione.
Già legittimati a chiedere il referendum abrogativo di leggi ordinarie, cinquecento mila elettori, forse “convinti” dai loro partiti (i quali, però, da qualche tempo hanno perso la capacità di raggiungere così tanti cittadini e, infatti, si esercitano negli inviti al più facile, ma deprecabile, astensionismo), forse guidati e coordinati da una pluralità di associazioni, accettano di sfidare la maggioranza parlamentare che ha prodotto revisioni da loro considerate inaccettabili. Infine, in una Costituzione che aveva cercato di alleggerire il centralismo e di favorire il regionalismo, apparve opportuno affidare anche ai Consigli regionali, sperabilmente meglio capaci di interpretare aspettative e desideri dei loro elettori, la possibilità/facoltà di chiedere il referendum costituzionale.
Riesce davvero difficile ipotizzare che quei parlamentari, quei cinquecentomila elettori, questi cinque Consigli regionali investano energie, tempo, denaro per confermare revisioni costituzionali invece di attendere che siano effettivamente gli oppositori a esporsi e a prendere l’iniziativa. Il referendum costituzionale non ha bisogno di nessun aggettivo, ma, se si vuole utilizzarne uno, il più appropriato e calzante è sicuramente “oppositivo”: contro le modifiche approvate. Solo dopo il voto, è plausibile utilizzare l’aggettivo “confermativo” se, in effetti, l’elettorato ha approvato le revisioni. Ma l’aggettivo s’ attaglia all’esito che conferma le revisioni non al referendum in quanto tale. Chiaro è, tuttavia, e molto deplorevole l’intento manipolatorio, quand’anche derivato da semplice, ma inescusabile, ignoranza, di coloro che insistono a usare l’aggettivo confermativo.
Quasi fin dall’inizio del percorso che ha portato alla modifica di molti articoli della Costituzione italiana sia il Ministro Maria Elena Boschi sia il Presidente del Consiglio Matteo Renzi hanno ripetutamente dichiarato che avrebbero sottoposto le revisioni approvate al vaglio referendario. Il grido di battaglia è stato quasi immediatamente trovato: il capo del governo ci mette la faccia e ci scommette la carica. Se il suo referendum non verrà approvato si dimetterà e uscirà dalla politica. Tecnicamente siamo di fronte ad una minaccia o ricatto plebiscitario.
I referendum chiesti sulla propria persona (l’obiezione che in ballo sono revisioni sostanziali che faranno funzionare meglio il sistema politico a tutto vantaggio dei cittadini italiani è assolutamente fuori luogo) dai capi di governo sono senza eccezione alcuna plebisciti. Affermando che il voto referendario riguarderà la durata del governo e potrebbe portarlo alle dimissioni, il capo del governo inserisce un elemento del tutto estraneo all’oggetto del referendum. Tenta di manipolare l’opinione pubblica spostandone l’attenzione e influenzandone il voto.
Sconsiglio vivamente di ricorrere all’esempio del referendum francese dell’aprile 1969 sulla regionalizzazione e sulla riforma del Senato fatte da de Gaulle (la cui statura politica già dovrebbe scoraggiare paragoni) poiché, se è vero che il Generale-Presidente della Repubblica, ritenendosi sconfessato dal “no” dell’elettorato, si dimise, è altrettanto vero che non aveva affatto promesso anticipatamente quelle dimissioni se l’elettorato non avesse approvato le sue riforme (approvò quella della regionalizzazione). Sconsiglio altresì di evitare il paragone con il referendum sulla scala mobile del 1985 per tre buonissime ragioni. Prima ragione: il referendum fu chiesto dal Partito Comunista di Enrico Berlinguer (che non ebbe il tempo per revocarlo) e non dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi. Seconda ragione: il referendum riguardava l’eventuale abrogazione di una legge ordinaria senza nessuna implicazione di aumento dei poteri del governo e del suo capo. Terza ragione: Craxi non preannunciò e non fece una campagna carica di motivazioni plebiscitarie. Si limitò ad affermare che, abrogata una legge cruciale per la sua attività di governo, ne avrebbe tratto le conseguenze istituzionali e politiche.
Quanto ai due referendum costituzionali del 2001 e del 2006, entrambi contengono elementi interessanti, nessuno dei quali giustifica le implicazioni plebiscitarie del referendum prossimo venturo. Nell’ottobre 2001, quando si tenne il referendum sulla revisione del Titolo V della Costituzione, il centro-sinistra che aveva fatto quella brutta operazione e aveva anche, forse a causa di una grande coda di paglia, chiesto un referendum per mostrare che il “popolo” approvava quella revisione, aveva già perso le elezioni politiche. Nessun capo di governo, ma neppure nessun capo partito poté intestarsi quel successo tanto facile e prevedibile quanto assolutamente inutile. Conforme al dettato costituzionale è stato il referendum del giugno 2006. Chiesto dal centro-sinistra contro le revisioni costituzionali formulate e approvate dalla maggioranza di centro-destra (56 articoli modificati), il referendum costituzionale, per il quale nessuno adoperò l’aggettivo confermativo, essendo ben altre le conseguenze desiderate e prevedibili, ebbe uno svolgimento da manuale. Il 61 percento del 52 per cento di elettori andati alle urne bocciò le riforme. Neppure in questo caso, vi furono politici, capi di partito o governanti (nell’aprile 2006 l’Unione, vinte le elezioni, era fortunosamente tornata al governo) che sfruttarono la campagna elettorale per accrescere il loro prestigio e/o potere politico e per intestarsi la vittoria.
Al discorso fin qui condotto sul referendum costituzionale e i suoi usi propri e impropri non può mancare un riferimento alle conseguenze politiche sia della campagna elettorale sia, ma solo in parte, dell’esito. Infatti, il Presidente del Consiglio, indossando i panni di segretario del Partito Democratico e annunciando la Costituzione dei Comitati per il “Sì”, ha fatto un’affermazione molto impegnativa. Ha dichiarato a chiare lettere che da quei Comitati uscirà la nuova classe dirigente del PD. Il messaggio ha due, forse tre, destinatari: i renziani e gli oppositori interni, le minoranze, ma anche qualche volonteroso”esterno”. I renziani entreranno in competizione fra loro e dal loro impegno, dalla loro devozione, dalla loro applicazione della linea verranno giudicati. Le minoranze interne dovranno subito abbandonare qualsiasi riserva (che, peraltro, rientrerebbe appieno nell’assenza del vincolo di mandato e del voto di coscienza, … se l’avessero espresso a suo tempo) sulle revisioni costituzionali, sulle quali hanno tenuto comportamenti tanto ondeggianti quanto sterili, per non correre il rischio di essere esclusi dalle candidature alle prossime elezioni che, sull’onda di una conferma plebiscitaria, potrebbero avvicinarsi. Ma, e qui sta il terzo destinatario, ai parlamentari, non facenti parte della maggioranza, ma accorsi in suo soccorso, che avranno predisposto e fatto funzionare Comitati per il “Sì”, Renzi promette che non lesinerà riconoscimenti e ricompense. Anche in questo modo si precostituisce un Partito della Nazione. Anche così viene in essere la prossima maggioranza parlamentare. Sono conseguenze da non trascurare dei molti usi di un referendum costituzionale trasformato in plebiscito.
Una riforma sbagliata
Sbagliare è umano, insistere è renziano
Senza scomodare i Costituenti, i quali, pure, ebbero legittime preoccupazioni di rappresentanza politico-territoriale e di equilibri fra le istituzioni, esistono (ed esistevano) due alternative decenti al pessimo testo Renzi-Boschi che verrà fatto ingoiare ai senatori, ma che i giornalisti italiani, ignari di altre esperienze e da sempre poco interessati alle questioni istituzionali, hanno già metabolizzato. Da veri riformatori era possibile procedere verso l’abolizione pura e semplice del Senato rispondendo non soltanto alle sirene populiste e antipolitiche, quelle che vogliono risparmiare sul costo delle istituzioni e della casta, ma anche a chi ritiene che semplificare i circuiti istituzionali rende la politica più trasparente e più responsabile. Naturalmente, questo avrebbe comportato anche un ridisegno della legge elettorale che, già pessima di suo, sarebbe diventata intollerabile dal punto di vista della rappresentanza degli elettori (incidentalmente, le leggi elettorali si valutano avendo come criterio sovrastante il potere degli elettori) e della concentrazione di poteri in una sola camera e in un solo partito. Certo, ci voleva coraggio e sapienza istituzionale. Forse Diogene dovrebbe essere richiamato in servizio: non è fiorentino, ma una consulenza non gliela si dovrebbe negare. Oppure si poteva e si doveva guardare alle seconde Camere che funzionano in sistemi politici simili a quello italiano, per esempio, al Bundesrat con i suoi 69 rappresentanti nominati (l’elettività diretta proposta e negata è un falsissimo problema, non una soluzione) dalle maggioranze al governo nei 16 Länder della Germania (un sistema politico che funziona. Lo sanno anche i molti siriani che cantavano “We want Germany”. No, non scherzo più di tanto).
Comunque, adesso i problemi sono due. Il primo è che una riforma fatta male come questa rimarrà sul groppone degli italiani a lungo, ma c’è il tempo per migliorarla. Secondo, magari il presidente Emerito Giorgio Napolitano e il presidente in carica Sergio Mattarella dovrebbero chiedere a Boschi e Renzi e anche al sottosegretario Pizzetti che c’azzeccano con la Camera delle Autonomie cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica. Nel frattempo, mi permetto di chiedere rispettosamente (so che si dice così) ai presidenti se non sia il caso di rinunciare alla carica di Senatore a vita. Sto rilanciando? Sì, ma, come si dice, “non da oggi”. Attendo qualcuno che venga a “vedere” (magari, mi cito?: eccome, no, leggendo Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea, 2015) perché per riformare un sistema politico-istituzionale le riforme, compresa quella della seconda Camera (Senato), vanno viste, impostate, fatte e valutate, non come fossero spezzatini con piselli, ma in chiave sistemica. E, allora?
Pubblicato il 09 settembre 2015
Governabilità e bipolarismo nello stivale
Non esiste nessuna Enciclopedia di Scienze Sociali e nessun Dizionario di Politica (meno che mai quello che ho avuto il privilegio di curare insieme a Bobbio e Matteucci, nel quale la voce “Governabilità” è stata scritta da me), che associ la governabilità di un sistema politico, meglio, di una democrazia, al premio di maggioranza, ad un’aggiunta di seggi regalati al partito più grande. Governabilità è, invece, sempre collegata alla stabilità di un governo (non necessariamente dello stesso capo di governo) che è una delle premesse, ma tutt’altro che l’unica o la più importante, della capacità decisionale. Governabilità è l’esito positivo dell’attività di un governo che sa rispondere in maniera efficace e responsabile, ad esempio, con riferimento al programma presentato agli elettori, alle domande degli attori socio-economici, selezionandole e interpretandole. Il procedimento sarà tanto migliore quanto, a loro volta, le associazioni e i gruppi socio-economici non saranno “disintermediati”, vale a dire, non presi in considerazione e snobbati, ma vivaci, rappresentativi, in competizione fra di loro. Molto di tutto questo non ha nessuna relazione con il sistema elettorale tanto che, nel corso della seria crisi di governabilità che colpì le democrazie occidentali per tutti gli anni settanta fino all’inizio degli anni ottanta, nessuna democrazia pensò di risolvere il problema attraverso una riforma del sistema elettorale. E nessuna lo fece.
Che qualcuno possa credere che l’Italicum produrrà meccanicamente governabilità nel sistema politico italiano è uno dei numerosi misteri non gloriosi della propaganda politica dei renziani e della scarsa professionalità dei giornalisti italiani. Naturalmente, è lecito pensare che un governo monopartitico dotato di una congrua maggioranza parlamentare si trovi in condizioni migliori per offrire governabilità agli italiani. Tuttavia, non soltanto non esiste nessuna certezza che un simile governo sia più e meglio rappresentativo dei governi di coalizione e maggiormente in grado di produrre le decisioni più appropriate e meglio applicabili, ma non esiste neppure una controprova affidabile. Tutti i governi delle democrazie europee, con la sola eccezione, finora, della Spagna (nella quale, peraltro, piccoli partiti regionali sono spesso stati essenziali per la formazione dei governi socialisti e popolari) e, in passato, della Gran Bretagna, sono stati e sono governi di coalizione. In nessuna di quelle democrazie si parla di crisi di governabilità o di ingovernabilità. In nessuna la soluzione di eventuali crisi viene demandata alla riforma del sistema elettorale. L’ultima riforma di rilievo del sistema elettorale vigente in una democrazia europea, dettata da preoccupazioni partigiane, ebbe luogo in Francia. Fu, in verità, una controriforma quando (nel 1985) Mitterrand introdusse, al posto del doppio turno di collegio, una legge proporzionale cancellata da Chirac immediatamente dopo la sua vittoria nelle elezioni parlamentari del 1986.
Fissato il punto che la governabilità è qualcosa che dipende in minima parte dal sistema elettorale, è possibile aggiungere che sono le modalità di competizione politica che facilitano oppure ostacolano la governabilità. In più di un modo, la governabilità è facilitata anche, ma certamente non automaticamente prodotta, dal bipolarismo e dal fenomeno strettamente collegato dell’alternanza. Per anni gli italiani si sono raccontati che volevano costruire una matura democrazia dell’alternanza, che avevano bisogno dei meccanismi elettorali per dare vita a una democrazia compiuta. Anche grazie al Mattarellum, gli italiani hanno avuto sia il bipolarismo sia l’alternanza, ma giustamente sono rimasti abbastanza insoddisfatti dalle qualità di entrambi, ovviamente a causa delle modalità con le quali bipolarismo e alternanza sono stati interpretati e manipolati dai protagonisti politici. Il mantra dei proponenti dell’Italicum e dei loro affannati sostenitori è che produrrà sicuramente il bipolarismo. Questa è un’affermazione azzardata che probabilmente si rivelerà falsa.
Certamente, i meccanismi dell’Italicum non autorizzano nessuna previsione favorevole. Anzi, è facile indicare perché alcuni dei meccanismi elettorali previsti rendono il bipolarismo poco probabile. In primo luogo, se il premio in seggi va al partito o alla lista che prende più voti, non potrà formarsi nessuna coalizione pre-elettorale intenzionata ad offrire all’elettorato un’opzione praticabile di governo. In secondo luogo, se al ballottaggio non sarà possibile appoggiare l’uno o l’altro dei contendenti con aggregazioni sotto forma di apparentamenti -che non soltanto è modalità diversa da quella della formazione di coalizioni pre-elettorali, ma è quanto già avviene nel caso di maggior successo delle riforme che furono fatte (1993) anche prima dell’avvento di Renzi: quella dei sistemi per l’elezione dei sindaci-, ne conseguiremmo inevitabilmente un vincitore contornato da diversi sconfitti in ordine sparso. Inoltre, gli sconfitti non soltanto non avranno nessun incentivo a formare un fronte unitario di opposizione, che, per l’appunto, caratterizzerebbe un, altrimenti impossibile, bipolarismo, ma entreranno in concorrenza perversa fra di loro, proponendo l’irrealizzabile. Infine, perché, poi, non è male tenere anche conto del sistema partitico al quale verrà applicato l’Italicum, è possibile che al ballottaggio vadano il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle, vale a dire un Partito della Nazione e un Partito tecnicamente Antisistema, che significa che, se potesse, cambierebbe il sistema politico-istituzionale e socio-economico.
Se le coalizioni pre-elettorali o gli apparentamenti post primo turno fossero accettati nella legge, due esiti, entrambi preferibili, diventerebbero possibili. Primo esito: il centro-destra potrebbe aggregarsi , superando in voti il Movimento Cinque Stelle. Secondo esito: a sua volta il Movimento Cinque Stelle potrebbe cercare alleati stemperando alcune sue asperità programmatiche. Infatti, la formazione di coalizioni, come rivelano tutte le ricerche, implica due conseguenze entrambe positive: I) dà vita a un governo maggiormente rappresentativo di quello costruito da un solo partito; II) obbliga quel governo a formulare un programma delle sue attività meno “estremo” di quello di un solo partito, tagliando le ali alle proposte eclatanti, più partigiane, meno condivise. Un bipolarismo incentivato dai meccanismi elettorali renderà meno conveniente rimanere sparsi all’opposizione cercando di lucrarne separatamente alcuni vantaggi. Anzi, obbligherà un po’ tutti a cercare di rappresentare una pluralità di interessi e di preferenze e, di conseguenza a fare funzionare, nella maniera che sapranno, una democrazia dell’alternanza. L’Italicum non dà allo stivale del nostro scontento nessuna garanzia né di governabilità né di bipolarismo.
Pubblicato su rivistailmulino.it il 4 maggio 2015
Il Pd in Emilia va azzerato, il vertice ignora gli iscritti

Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi per Il Fatto Quotidiano 12 settembre 2014
Più che i capelli bianchi, ha un passato di insegnante ad Harvard e alla School of Advanced International Studies di Washington. Se non bastasse ha diretto anche il Mulino, la voce critica di una sinistra d’altri tempi, ed è stato senatore indipendente. Oltre a qualcosa come un centinaio di pubblicazioni. Uno degli ultimi politologi che hanno attraversato almeno tre Repubbliche, sempre che tante siano state. L’intervista con Gianfranco Pasquino, inizia con lui che fa una domanda: “Si è ritirato dalla corsa alle primarie Stefano Bonaccini?
No, professore. Al momento non lo ha fatto. Lei se lo aspetta?
Sarebbe un dovere, in questo momento. Non è possibile assistere a tale deriva. Non importa se siano briciole o meno, non importa se Bonaccini avrà modo di difendersi. Sono solo espedienti per sfuggire al problema.
Cioè?
Bonaccini faceva parte di un consiglio regionale dove la metà dei consiglieri sono indagati e lui, oltre a essere in quel consiglio, era anche segretario del partito. Se questi non sono motivi per lasciare, non saprei cos’altro debba accadere. Ma poi c’è una cosa che tutti fanno finta di dimenticare.
Quale professore?
Nessuno ha ricordato l’affare Flavio Delbono. Era assessore alle Finanze della giunta regionale precedente (sempre presieduta da Vasco Errani) e del partito del quale Bonaccini era dirigente, se non sbaglio. Con i soldi della Regione, Delbono andava in vacanza con la sua fidanzata, o presunta tale. Vicenda per la quale è stato condannato e costretto a dimettersi da sindaco di Bologna Dovrebbe bastare. Altrimenti ne possiamo anche aggiungere.
Ce ne sono ancora?
Il presidente di quella giunta, Vasco Errani, è stato condannato e si è dimesso. Conosco l’uomo, l’ultimo con il quale vorrei prendermela in questo momento, ma è accaduto. Chiamiamola leggerezza, ma in maniera responsabile si è dimesso. Credo che con la stessa responsabilità Bonaccini, se ne ha, dovrebbe a questo punto fare un passo indietro. Non è più accettabile.
A beneficio di chi? Non ci sono candidati.
Non è vero. C’è un signore che si chiama Roberto Balzani e che ha fatto il sindaco di Forlì che con la storia di questi non ha niente a che vedere. Non ha scheletri nell’armadio, è una persona retta ed è l’unico in questo momento che può affrontare una candidatura. Capisco che sarebbe la rottura con questa classe dirigente, ma c’è un momento in cui bisogna mettere da parte l’ambizione personale e privilegiare quella politica.
Secondo lei Bonaccini non è più credibile?
No, non lo è. E non lo è più neppure l’altro, Matteo Richetti. Ripeto, non è un problema di quanto, è il problema di una stagione intera che non è stata promossa.
Ma com’è che l’Emilia Romagna, terra di grandi virtù per il Partito comunista e dopo, almeno in parte, anche per il Pds, è finita in questa melma? C’è un momento in cui qualcosa si è inceppato?
È stato un processo molto lento, ma quando gli iscritti hanno perso il controllo della classe dirigente questo è accaduto. In altre epoche o stagioni non sarebbe stato così, ma perché c’era una base alla quale dar conto del proprio lavoro. Quando questi meccanismi si sono persi, si è perso per strada anche ogni pudore. Quello che è accaduto a Bologna e dintorni, lo ripeto, è inaccettabile.
Propone un azzeramento di questa classe dirigente?
Non è possibile, ma sarebbe una strada. Ormai sono all’interno dei meccanismi di potere che in Emilia Romagna non sono solo il partito, ma anche quello sociale e produttivo. Non ci sarà nessun azzeramento. Ma Balzani sarebbe un buon punto di partenza.
Diciamoci la verità: il Pd in Emilia Romagna vincerebbe anche con un Bonaccini qualsiasi.
Certo. Anche perché non esistono alternative. Il centrodestra si è completamente disfatto, il Movimento 5 Stelle non ha più la carica iniziale, il rischio di perdere la Regione non si profila. Ma sarebbe il culmine di una fase che prima o poi il centrosinistra si troverà a scontare.
L’ipotesi che circola è che Bonaccini resti. Si presenterebbe con un programma più simile a un’arringa difensiva che non una strategia politica, e chi si è visto si è visto.
Mi auguro che non accada.
Si appella alla responsabilità dei singoli?
Non mi pare che abbiano dimostrato grandi doti sotto questo profilo. Spero che la base riprenda il suo vecchio ruolo.
Emiliano Liuzzi
La lezione di Andreatta
Intellettuale in politica. Non un intellettuale qualsiasi; non per una politica di tutte le stagioni. Un economista consapevole di dovere e sapere elaborare interventi e soluzioni tenendo conto della sua visione di lungo periodo della società preferibile. Prima nella politica aspra e confusa degli anni settanta; poi, in quella conflittuale e mediocre degli anni ottanta; infine, nel periodo breve, ma promettente, dell’Ulivo al quale aveva contribuito in maniera decisiva. Questo è stato in un’estrema sintesi, che non è mai in grado di rendere conto della complessità della persona e dell’ampiezza della sua cultura, il democristiano Nino Andreatta. In questi tempi, difficilissimi per i frastornati partiti italiani, probabilmente Andreatta continuerebbe a fare appello a quella che era la sua concezione del partito migliore: un partito di popolo, Volkspartei. Non un partito di classe, non un partito di interessi aggregati, non un partito territoriale: un partito capace di dare rappresentanza e governo a una comunità, appunto ad un popolo.
Si rallegrerebbe di fronte alla vittoria chiara e netta di quel grande partito di popolo che è la Democrazia Cristiana tedesca. Così avrebbe voluto vedere anche la DC italiana mentre ne coglieva i sintomi della degenerazione e del declino. Non per questo si arrese. Al contrario, dopo avere combattuto la finanza alquanto fraudolenta del Vaticano e dello IOR, per un lungo decennio, quello del CAF, Craxi-Andreotti-Forlani, gli venne impedito l’accesso a qualsiasi carica di governo. Però, la Democrazia Cristiana non era in grado di fare a meno delle sue competenze e, dunque, Andreatta fu ripetutamente Presidente della Commissione Bilancio del Senato. Rimasi frequentemente colpito da due importanti segnali del prestigio e dell’apprezzamento, oggi diremmo “trasversale”, di cui godeva. Da un lato, elemento minore, ma nient’affatto poco significativo, i commessi gli si rivolgevano con il termine Professore riconoscendogli qualità molto superiori a quelle di qualsiasi senatore. Dall’altro, in quella inquieta e spesso rumorosa aula parlamentare, soltanto quando prendeva la parola Nino Andreatta si faceva silenzio. Compagni di partito, opposizione, uomini al governo tutti tacevano e ascoltavano con attenzione. C’era sempre qualcosa da imparare; c’era sempre sostanza nei discorsi di Andreatta, del professore.
Anche i comunisti, mi raccontò una volta con tono beffardo, appallottolato in un taxi che ci portava da Fiumicino al Senato, erano oramai in condizioni di imparare, da quando reclutavano gli “economisti borghesi” suoi allievi. Il riferimento era a Filippo Cavazzuti, eletto, dai comunisti, Senatore della Sinistra Indipendente. Quanto a lui, non ebbe mai vita facile nella Democrazia Cristiana anche perché il suo politico di riferimento era stato Aldo Moro. Combatté molte battaglie, fino all’ultimo, convinto che il rigore nel bilancio dello Stato fosse molto più che un problema di conti. Era un modo di concepire una società capace di governarsi senza sciupare le sue risorse, ma destinandole al miglioramento delle condizioni di vita dei meno fortunati. Questo fa un partito di popolo. A questo contribuisce un intellettuale, degno di questo appellativo, in politica.
Il libro Un economista eclettico. Distribuzione, tecnologie e sviluppo nel pensiero di Nino Andreatta
A. Quadrio Curzio, C. Rotondi (a cura di). Edizioni Il Mulino
verrà presentato alla Sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio di Bologna, giovedì 3 ottobre alle ore 17.
Sul doppio turno di coalizione, caro Direttore …
Leggo (Corriere della Sera, 22 agosto) che Roberto D’Alimonte rimprovera a Luciano Violante di essersi appropriato della sua proposta di doppio turno di coalizione. Sorprende che sia un parlamentare di molto lungo corso sia un esperto di sistemi elettorali ignorino che il doppio turno di coalizione fu da me formulato in un articolo della rivista “il Mulino” pubblicato nel maggio-giugno 1984; presentato in maniera formale nella Commissione Bozzi per le riforme istituzionali il 4 luglio 1984 (quando l’on. Stefano Rodotá corse a Botteghe Oscure per denunciare al neo-segretario Natta che qualcuno attentava alla proporzionale); collocato come capitolo nel mio libro Restituire lo scettro al príncipe (ovvero al cittadino sovrano) Laterza, 1985; definitivamente consegnato agli Atti del Senato nella Relazione di Minoranza alla Commissione Bozzi.
Il doppio turno di coalizione diede anche luogo ad un furibondo dibattito sulle pagine de “l’Unitá”, “Rinascita” e persino “Repubblica” durato diversi anni fino al referendum sulla preferenza unica di cui fui uno dei promotori. Intendevo garantire la formazione di coalizioni che si candidassero al governo e che ottenessero un premio di maggioranza e un premio di opposizione, ma soprattutto il secondo turno conferiva all’elettore il potere decisivo di scegliere lui/lei stessa la coalizione che avrebbe governato il paese.
D’Alimonte ha ragione di dolersi dell’assenza di politologi esperti di sistemi elettorali nella Commissione dei 35 formata, non si sa con quali criteri, dal Ministro Quagliariello, suo collega alla Luiss. Certamente, in quella Commissione, e altrove, sarebbe molto utile la presenza di exparlamentari e di esperti che non copiassero sistemi elettorali formulati da altri, ma fossero capaci di innovazioni.
Gianfranco Pasquino Presidente della Società Italiana di Scienza Politica (2011-2013)
pubblicata sul Corriere della sera 28 agosto 2013 pag 20
