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Gli irriducibili del referendum perduto

A quasi due anni dal referendum costituzionale, gli sconfitti non riescono a farsene una ragione. Anzi, con un implausibile ricorso al post hoc ergo propter hoc attribuiscono la responsabilità di tutti gli esiti negativi, compresa la formazione del governo Cinque Stelle-Lega, a chi ha votato “no”. Non sembrano neppure sfiorati dal dubbio che quelle riforme fossero malfatte e controproducenti, che la campagna plebiscitaria dell’autore di riforme male fatte, tecnicamente, quindi, “malfattore”, abbia provocato reazioni di rigetto, che le argomentazioni a sostegno siano state mediocri e faziose.

Ho ascoltato più volte qualche professore per il “sì” affermare senza nessun ripensamento che la riforma del Senato avrebbe posto fine al bicameralismo “perfetto” (che, se fosse tale, sarebbe davvero da preservare). Il governo giallo-verde deriverebbe dall’esito referendario, anche se non facilmente spiegabile è come mai le Cinque Stelle abbiano accresciuto i loro voti fra il 2013 e il 2018 e la Lega li abbia addirittura quadruplicati. La loro campagna elettorale si è svolta principalmente su temi costituzionali, su quella vittoria, oppure, rispettivamente, su reddito di cittadinanza e blocco dell’immigrazione? Nessuno fra gli sconfitti che si chieda dove sono finiti quel 40 per cento di elettori del PD nelle europee del maggio 2014 e poi del “sì” che il segretario Renzi, mai smentito dai suoi collaboratori, al contrario, applaudito e osannato, rivendicava come suoi facendo un paragone azzardato con lo scarno 26 per cento per Macron nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi? Comunque, dimenticando le sconfitte nelle elezioni amministrative del 2015, dove sono finiti e a chi quei voti fuggiti che hanno lasciato il PD al 18 per cento circa? Non sono certamente stati conquistati da Liberi e Uguali, il cui esito percentuale (e politico) è stato assolutamente deludente. La campagna elettorale del PD nel 2018 è stata impostata e condotta in maniera brillante? L’attacco a due punte, Renzi e Gentiloni, ha valorizzato le riforme e la figura del Presidente del Consiglio, già allora più popolare del due volte segretario del partito? È mai passata (se esisteva) l’idea che il PD s preoccupasse delle diseguaglianze, fosse il partito che avrebbe operato per ridurre quelle esistenti e per creare eguaglianze di opportunità? E tutto questo c’entrava qualcosa con la sconfitta referendaria, era impedito da quella sconfitta oppure reso più impellente? Quelle cattive riforme avrebbero cambiato in meglio la Costituzione italiana, che non è necessario considerare la più bella del mondo (non esiste concorso di bellezza per le Costituzioni altrimenti assisteremmo alla paradossale vittoria della Costituzione che non c’è: quella inglese) per valutarne positivamente le qualità? Mancano al loro dovere di difesa della Costituzione gli esponenti del no che non scendono in piazza contro le elucubrazioni di Davide Casaleggio sulla futura probabile inutilità del Parlamento? Oppure il confronto fra riforme fatte e proposte futuribili è improponibile, oltre che un processo alle (non) intenzioni?

Potrei concluderne che la pochezza argomentativa degli irriducibili giapponesi del sì è rattristante. Potrei anche aggiungere che sono fatti loro, parte della spiegazione di una sconfitta sonora che non hanno mai saputo spiegarsi e che continuano a non capire. Dirò, invece, che gli sconfitti del sì, chiusi nella loro torre dalla quale vedono solo le responsabilità altrui, privano il paese e i loro elettori di un’opposizione sulle cose, in grado di contrastare un governo al quale diedero prematuramente via libera, e di controproporre. Chi non impara dalla storia è condannato a riviverla (ma alcuni fra noi non si meritano questa punizione).

Pubblicato il 18 agosto 2018

Legge elettorale carsica: bentornato, Mattarellum #leggeElettorale #mattarellum

Dov’è finita l’urgentissima legge elettorale? Sono i gufi a fare melina oppure i renziani che, rattrappiti dopo la botta alla legge più bella d’Europa, boccheggiano? Sono quei renziani a temporeggiare sperando di trarre qualche linfa dalle votazioni per il prossimo segretario? Ma se la legge elettorale è di tutti e per tutti perché attendere l’evento di un partito? Comunque, alla Camera dei deputati quel che ne rimane del Partito Democratico ha la maggioranza assoluta dei seggi. È sufficiente che introduca il Mattarellum, magari come primo atto riformista dell’inopinato Ministro delle Riforme Anna Finocchiaro, e lo faccia votare. Dopo, brevissimo il passo, toccherà al Senato dove il PD finalmente nominerà il Presidente della Commissione Affari Costituzionali, per esempio, un Senatore competente come Federico Fornaro, adesso di Articolo 1, e subito dopo chiederà a uomini e donne di qualche volontà di procedere all’approvazione perché prima o poi si tornerà alle urne e, insomma, è meglio avere una legge votata dal Parlamento piuttosto che un testo scribacchiato (eh, sì, cara Corte Costituzionale, proprio di scribacchio si tratta) da non proprio competentissimi giudici. Le leggi elettorali non sono affare da giuristi, ma richiedono conoscenze politologiche. Periodicamente, è anche giusto ricordare a quelli che parlano di sovranità popolare che il Mattarellum non è caduto dal cielo e neanche dalla Consulta, ma è stato in prima e grandissima misura il prodotto di un referendum popolare approvato il 18 aprile 1993 da quasi il novanta per cento dei votanti. L’esito si applicava direttamente soltanto al Senato cosicché i deputati pensarono soprattutto a salvarsi la pelle, ovvero il seggio, e ne venne fuori il Mattarellum con la scheda di recupero proporzionale, ma anche con la possibilità per gli ornitologi di fare le liste civetta per non perdere neanche un voto del cosiddetto scorporo. Brutto trucchetto che nel 2001 costò, a chi aveva ecceduto nella furbata, cioè la Casa delle Libertà, la bellezza di undici seggi.

In attesa della moral suasion del Presidente Mattarella che, ne sono sicuro, arriverà, arriverà, comincio con il ricordare a Forza Italia e al suo ultraottantenne fondatore e capo che con il Mattarellum furono loro a vincere due volte (1994 e 2001) su tre, sequenza spezzata fortunosamente dall’Ulivo, ma soltanto perché la Lega si chiamò o restò fuori dalla berlusconiana coalizione nel 1996. Quanto al vero obiettivo di Berlusconi: nominare i suoi parlamentari, con il Mattarellum potrà continuare a farlo con grande sollievo di tutti i e le candidabili. Naturalmente, poi, anche quei nominati dovranno trovarsi i voti per l’elezione vera e propria: un bagno di politica. Adesso, mi aspetto che tutti gli adamantini sostenitori di Porcellum e Italicum (due leggi elettorali proporzionali neanche troppo molto distorte dal premio di maggioranza: con il Porcellum i seggi maggioritari nel 2008 ammontarono al 15 per cento; nel 2013 al 30 per cento; con l’Italicum non sarebbero stati meno del 25 per cento), dolorosamente colpiti da quello che, sbagliando, definiscono un ritorno alla proporzionale e contraddicendo il loro capo renziano, quello del non avere paura del futuro, fanno riferimento al terrorizzante spettro di Weimar, convergano sul Mattarellum. Di sistema elettorale maggioritario si tratta, per di più in collegi uninominali dove, almeno qualche volta, la personalità dei candidati e la campagna elettorale possono, come vorremmo noi, ma dovrebbero volere anche loro, fare una differenza re-instaurando una democrazia competitiva. Se sarà anche bipolare lo vedremo a voti contati come si racconta che succede in tutte le democrazie del mondo.

Abbandonando pregiudizi e leggende metropolitane che opinionisti anche di non altissimo livello dovrebbero sottoporre al vaglio della critica e di buone letture, chi vuole una legge elettorale decente ha l’obbligo morale di chiedere quello che si può effettivamente e rapidamente ottenere. Il Mattarellum rivisto sullo stampo di quello esistente per il Senato non richiederebbe né alla Camera né al Senato stesso che piccolissimi ritocchi ai collegi uninominali. Mattarellum 2.0: thank you. Tutto il resto sono manipolazioni riprovevoli di chi pensa soltanto a come fare vincere non il proprio partito, ma la propria fazione. Non ha funzionato il 4 dicembre, non funzionerebbe neppure nel febbraio 2018.

Amenità
È arrivata, scrive il “Corriere della Sera” (29 marzo, p. 10), “la mediazione di Giuliano Pisapia … il Mattarellum con collegi più piccoli sarebbe una legge che avrebbe vantaggi enormi per aggregare le coalizioni”. Poiché i collegi del Mattarellum sono uninominali, vale a dire eleggono UN solo candidato, per diventare più piccoli dovrebbero eleggere mezzo candidato? un quarto di candidato? un decimo di candidato? Tutto questo dopo trent’anni di dibattito elettorale. And the rest is silence (Amleto).

Pubblicato il 30 marzo 2017 su PARADOXAforum

Ulivisti, riflettete sul passato e andate oltre

I nostalgici dell’Ulivo sono fra i perdenti di un referendum che hanno maldestramente e tardivamente appoggiato con riferimento a loro vaghe tesi istituzionali di vent’anni fa. Qualcuno vuole riesumare un’esperienza mal guidata e sconfitta. Meglio di no.

Non credo al voto di protesta. Ha vinto la passione politica

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Intervista raccolta da Francesco Grignetti per La Stampa

GP

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, a 74 anni s’è impegnato a fondo nella campagna referendaria per il No. Su questo risultato ci contava. Anche lui, però, è rimasto sorpreso dal record di affluenza. “Da Sciacca a Pordenone, ad ogni iniziativa trovavo sempre più gente. Che ci fosse molta voglia di capire, era evidente. Ma non mi aspettavo neppure io una partecipazione così straordinaria“.

Che cosa è accaduto, la gente ha riscoperto il valore della Costituzione?

No, il voto è stato essenzialmente politico dopo che il presidente del Consiglio ha gettato sul piatto la sua carica e anche il suo ruolo di ispiratore di questa riforma, che io ritenevo sbagliata. Gli italiani a quel punto hanno reagito alla doppia sfida: chi perché gli era contrario politicamente, chi perché non voleva che modificasse a quel modo la Costituzione.

Dietro l’alta partecipazione c’è dunque una somma di ragioni?

Su tutte, la chiave politica. Molti hanno votato per sostenere questo governo e molti altri per farlo cadere. Chi era contro, si sa. Ma c’è stato anche un elettorato del Pd, specie dell’ex Margherita, che si è mobilitato a difesa. Mi spiego così i numeri altissimi del voto in Trentino, Toscana, Emilia Romagna, come anche il record di Firenze.

E quanto ha inciso la difesa della Costituzione?

Ha giocato un ruolo. Io non ho condiviso certi allarmi sul rischio di una deriva autoritaria. È indubbio, però, che in parte dell’elettorato questo timore c’era. E comunque il segno generale di questa riforma, dall’abolizione delle Province al principio di supremazia dello Stato sulle Regioni (un principio che aveva irritato moltissimo in Veneto, per dire, dove sono gelosi della loro autonomia), a un Senato residuale e di consiglieri regionali, ecco questo segno generale era la compressione degli spazi elettivi. A quest’impostazione gli italiani hanno detto no. Nel voto, c’è chi legge soprattutto il disagio sociale. Ci credo poco. L’alta partecipazione ci dice altro, una fortissima voglia di partecipazione.

Altro che fuga dalla politica.

Assolutamente. Se prendiamo l’affluenza misera alle Regionali dell’Emilia-Romagna nel 2014, scesa al 37%, non possiamo certo tirare la conclusione che gii emiliani e i romagnoli siano diventati indifferenti alla politica. Quel voto era un astensionismo di protesta, tutto qui. E infatti, con il 75,9% di domenica, le percentuali tornano a livello delle Politiche del 2013, che in Emilia Romagna videro votare l’82% degli elettori.

Professore, detto di questa voglia di partecipazione, certo non fuga dalla politica, che cosa si aspetta dalle prossime elezioni politiche? Alti o bassi numeri di affluenza?

Se avremo una legge elettorale che permette all’elettore di esprimersi pienamente, se non ci saranno liste bloccate che mortificano le scelte, mi aspetto la solita Italia appassionata. E se avremo davanti un anno politico decente, prevedendo un testa a testa tra il Pd e il M5S, mi aspetto una fortissima mobilitazione dei rispettivi elettorati, che soprattutto non vorranno far vincere l’avversario.

Pubblicato il 6 dicembre 2016

Non perdiamoci di vista

Donne e uomini, cittadine e cittadini, partigiani “buoni” e sindacalisti vigorosi, professori/esse di istituti superiori e studenti/esse che mi avete invitato e ascoltato a

Vicenza (ANPI), Massa (Giovani universitari), Bologna (centro Sociale Costa), Reggio Emilia (Possibile), Galliera (BO), Castelfranco Emilia (ANPI), Bologna (ACLI-DeGasperi), Reggio EMILIA , Cremona, Casalmaggiore, Montecavolo (RE), Sciacca, Potenza, Napoli, Mestre, Viadana, Ficarolo, Guastalla, Filo d’Argenta, Pescantina (VR), Ozzano nell’Emilia (BO), Calci (PI), Lamporecchio, Larciano, Imola, Treviglio, Zola Predosa, San Lazzaro (BO), Cavriago, Pisa, Ferrara, Vigarano Mainarda, Forlì, Medolla, Vittorio Veneto, Vicenza, Bologna (Possibile), Cesena, San Giovanni in Persiceto,Modena (ANPI) e Modena (Confindustria), Parma, Padova, Milano (1, 2, 3), Maranello, Crevalcore, Bologna (Sinistra per il Sì), Ferrara (ANPI), Rimini, Rovereto, Vergato (BO), Senigallia, Ancona, San Giorgio a Liri (FR), Pordenone …

Grazie.

Un grande lungo affettuoso abbraccio collettivo. Non perdiamoci di vista.

 

NO positivo a riforme confuse e sbagliate

Le Costituzioni migliori, come l’italiana, danno regole, procedure, istituzioni che servono al funzionamento del sistema politico. Qualsiasi riforma costituzionale ha senso se mira a migliorare il sistema politico e si giustifica se riesce a farlo. E’ molto improbabile che le riforme Renzi-Boschi conseguano questo obiettivo. Il pacchetto di riforme sul quale gli italiani sono chiamati a votare il 4 dicembre è disorganico, contingente, senza visione. E’ criticabile quello che c’è. E’ preoccupante quello che non c’è. La parola d’ordine utilizzata da Renzi è governabilità, ma sono pochi gli italiani insoddisfatti perché non si sentono “governati”. La maggioranza di noi si sente poco e male rappresentato. Togliere il voto di fiducia al Senato, farlo eleggere dai consiglieri regionali, in conformità con “le scelte espresse dagli elettori”, fra i consiglieri in carica e i sindaci della Regione, attribuirgli poche competenze legislative e qualche potere di richiamo delle leggi approvate dalla Camera dei Deputati significa togliere rappresentanza ai cittadini. Il bicameralismo paritario può essere differenziato, preferibilmente non con motivazioni antipolitiche: “tagliare i politici” e “ridurre i costi”, ma il sistema non funzionerà automaticamente meglio. I nuovi Senatori dovranno svolgere compiti gravosi – l’elaborazione delle importantissime politiche europee e la valutazione delle politiche pubbliche- per i quali non sono preparati e che richiederanno moltissimo del loro tempo in una difficile combinazione con la loro attività nelle regioni e nei comuni. Saggiamente, già alcuni sindaci di città importanti hanno dichiarato di non essere interessati a diventare Senatori. Curiosamente, mentre si crea un Senato delle Regioni apparentemente per dare rappresentanza e influenza alle regioni, la riforma del Titolo V della Costituzione, non soltanto sottrae molti poteri legislativi alle regioni stesse, ma codifica la clausola di supremazia statale: lo Stato potrà intervenire praticamente ogni volta che non gradisce le politiche di qualche regione. Tutto questo aprirà la strada a frequenti conflitti che la Corte Costituzionale dovrà dirimere.

Si poteva fare diversamente e meglio imitando il molto ben funzionante Bundesrat tedesco che non soltanto ha un minor numero di componenti, 69 (costi più contenuti), ma che rappresenta davvero ciascun Land, essendo espressione della maggioranza che ha vinto le elezioni, e che, all’occorrenza, costituisce un contrappeso al potere del governo. Congiuntamente, la riforma del Senato e la nuova ripartizione delle competenze fra Stato e regioni dimostrano che, da un lato, Renzi e Boschi non hanno un’idea chiara di quale modello di Stato è migliore per l’Italia, dall’altro, che hanno deciso di comprimere il ruolo del Parlamento. E’ una compressione necessaria per produrre più leggi più rapidamente? Tutti i dati disponibili rivelano che il parlamento bicamerale italiano mediamente produce più leggi in tempi inferiori a quelli di altri parlamenti bicamerali differenziati (Francia, Germania, Gran Bretagna). Acconsente alle leggi volute dal governo: più dell’80 per cento delle leggi approvate sono di origine governativa. Nella riforma non c’è nessuna indicazione sulla delegificazione. Si ampliano gli spazi legislativi del governo: corsie preferenziali e tempi certi per il voto sui decreti (che significherà, data la maggioranza artificialmente costruita dal premio in seggi dell’Italicum, sicura approvazione), si concede uno “statuto dell’opposizione” che, incredibilmente, sarà sostanzialmente definito dalla maggioranza.

E’ molto dubbio che saranno i cittadini ad acquisire qualche potere nei confronti del Parlamento e del governo con la nuova regolamentazione dei referendum e dell’iniziativa legislativa popolare. Il referendum abrogativo avrà abbassato il quorum di validità con riferimento alla percentuale di votanti nelle precedenti elezioni politiche, ma soltanto se richiesto da 800 mila elettori, cifra difficilissima da raggiungere per i cittadini, conseguibile quasi esclusivamente dalle grandi organizzazioni, sindacati e, forse, partiti. Se accompagnato da 150 mila firme, il testo di una proposta legislativa popolare dovrà essere discusso e votato dal Parlamento, ma non esiste nessuna “sanzione” per un voto di rigetto. Si doveva prevedere che quegli stessi cittadini, magari raccogliendo più firme, ottenessero di sottoporre il loro testo a referendum popolare. Che il potenziamento della voce dei cittadini non è affatto centrale nelle riforme Renzi-Boschi lo si nota dal suo non apparire nel testo del quesito referendario. Infine, quello che non c’è, ma surrettiziamente potrebbe sbucare. Poiché governabilità significa anche capacità di governo favorita dalla stabilità di quel governo, sarebbe stato utile individuare meccanismi di stabilizzazione di cui, peraltro, il governo Renzi non ha bisogno essendo già giunto oltre i mille giorni di durata. Era possibile semplicemente importare il voto di sfiducia costruttivo tedesco, già acquisito con successo dagli spagnoli. Per sostituire un governo bisogna sconfiggerlo in Parlamento a maggioranza assoluta la quale entro quarantotto ore dovrà dare la fiducia a un nuovo governo: potente deterrente di qualsiasi crisi al buio. Non se n’è neppure parlato poiché Renzi affida durata e forza del suo governo alla legge elettorale e al cospicuo premio in seggi.

I sostenitori del NO credono che le riforme fatte, confuse e episodiche, non siano “meglio che niente”. Al contrario, creando incertezza, tensioni e conflitti, peggioreranno l’esistente. La vittoria del NO non significa affatto “ritorno al passato”, ma mantenimento della Costituzione esistente e, se tutti abbiamo imparato qualcosa (esistono non pochi punti di convergenza, anche la possibilità di fare rapidamente alcune riforme necessarie e condivise.

Pubblicato AGL il 2 dicembre 2016

“Questa è una riforma partitocratica” #4dicembre #IoVotoNo

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Intervista raccolta da Giulio Cavalli

– Professore Pasquino, perché dice no alla riforma costituzionaleBoschi-Renzi?

Il primo punto critico è quello che riguarda la composizione del Senato e le funzioni rimanenti alle Regioni: si tolgono alle Regioni le possibilità di intervenire su una serie di materie e si dice che gli si darà rappresentanza mentre in realtà la si sta dando ai partiti poiché saranno principalmente loro a mandare in Senato i sindaci e i loro consiglieri con riferimento ai voti ottenuti. Diremmo oggi che questa è una riforma partitocratica o quantomeno la chiameremmo lottizzazione. E tutto questo molto semplicemente non funziona e in più dà origine a tutta una serie di conflitti dei quali la Corte Costituzionale si è già lamentata in passato e che non diminuiranno nel futuro. Poi c’è il fatto che ciò che sta nella riforma è tutto criticabile ma è criticabile anche tutto quello che non c’è in questa riforma.

– Cioè?

Ad esempio si parla di governabilità ma non si tocca in maniera costituzionale il governo, la sua formazione e la sua stabilità. Si affida tutto questo a una legge elettorale controversa (sulla quale è già stato accolto un ricorso alla Corte Costituzionale) e della quale si era detto che era ottima e poi ci si è dati subito per disponibili a cambiarla (secondo me a peggiorarla). Una legge elettorale che ha il suo punto di forza nel dare a chi vince le elezioni una maggioranza cospicua alla Camera dei Deputati (che ricordo sarà l’unica che dà la fiducia) e questo non va bene perché ci si affida alle aleatorietà mentre si poteva propendere per il voto di sfiducia costruttiva (che è quello che ha dato molta stabilità ai governi tedeschi).

– In questi ultimi giorni il premier ha dato giudizi abbastanza sferzanti al fronte del No…

Pesanti, direi pesanti.

– La sua opinione sul clima di questa campagna referendaria?

È naturalmente una campagna aspra nei toni perché il Presidente del Consiglio è partito con quello che io ho chiamato un “ricatto plebiscitario”: o votate le mie riforme o me ne vado. Poi ha abbassato un po’ i toni anche per l’intervento di Napolitano, che si è tardivamente accorto che il Presidente del Consiglio stava sbagliando, e ora ha rialzato i toni dopo avere visto i sondaggi e ha deciso di ricentrare tutta la campagna su di sé. Se dobbiamo discutere nel merito entriamo paure nel merito ma sia chiaro che questo si chiama plebiscito.

– Dice Renzi che chi vota no è a favore della casta.

Questa è una stupidaggine solenne. A me della casta non importa proprio nulla, io voto no per proteggere da una lato la Costituzione e dall’altro per evitare che seguano una serie di inconvenienti che non migliorano affatto il funzionamento del sistema politico ma lo peggiorano in maniera significativa.

– Renzi dice anche che il fronte del no mette insieme un’accozzaglia. Parla di brutte compagnie…

Guardi, dopo avere apprezzato l’eleganza del linguaggio del Presidente del Consiglio (che tra l’altro non è inusitata avendo lui sempre avuto gli stessi toni di questa stessa espressione), le dirò che io non guardo alla compagnia ma guardo esattamente al merito: questa riforma ha qualche possibilità di produrre un miglioramento di funzionamento del sistema politico? No. E allora se ci sono altre persone che condividono questo io non sto a guardare da dove vengono ma guardo all’obbiettivo. Sono anche loro contrari a questa riforma? Benissimo. I referendum inevitabilmente ci mettono in compagnia con altri con cui non staremmo insieme su altre cose. Io non sono in compagnia di nessuno per la formazione del prossimo governo a meno che non ci sia una proposta programmatica (e anche di capacità professionali e personali) che mi convinca.

– Dicono che questa riforma si fa ora o mai più.

Io accetto questa osservazione e dico che chi cambia questa volta, male, rischia di essere responsabile con riforme malfatte di essere causa di tutti gli inconvenienti per i prossimi trent’anni. Meglio bloccarle subito piuttosto che fare passare trent’anni tentando poi di riformarle. Abbiamo già fatto brutte riforme che poi ci sono costate anni per essere cambiate.

– Un’altra parola che si sente spesso nel dibattito è “governabilità”. Questo sembra una Paese ingovernabile, dicono.

Faccio un po’ di osservazioni sparse intorno all’argomento. Prima di tutto è curioso che tutto questo lo dica un capo di governo che è in carica da 1000 giorni, che è un periodo lunghissimo non solo per l’Italia. Secondo: il capo del governo non sa esattamente cosa vuole perché non conosce il funzionamento del Parlamento, è un neofita e quindi non sa che il suo Parlamento produce tante leggi, perfino di più di quelle che vorremmo vedere e qualche volta non di buona qualità. Dovrebbe guardare i numeri: È il Parlamento l’inciampo della possibilità di fare leggi da parte del governo? La risposta è no: ogni 100 leggi 85 sono di origine governativa. Terzo: certamente un po’ bisogna garantire stabilità all’esecutivo ma il resto appartiene a chi ha le capacità di governare e quindi le cause delle crisi di governabilità sono dovute da una lato dal meccanismo incerto e dall’altro dalle qualità nel governare; se ne hanno poco non garantiscono stabilità ovviamente. Se per Renzi la governabilità è il potere di fare quello che vuole francamente mi pare un po’ esagerato e centra poco con le democrazie liberal-costituzionali.

– Scenari apocalittici nel caso in cui vinca il no se ne sentono un po’ dappertutto.

La preoccupazione degli operatori economici e dei governanti di altri Paesi è legittima: se vince il no gli operatori economici hanno difficoltà nel prevedere cosa succederebbe e potrebbero avere qualche difficoltà nell’immaginare cosa fare dei loro soldi investiti in Italia (in realtà pochi, visto che l’Italia è da sempre un Paese inaffidabile); i governanti degli altri Paesi vorrebbero ovviamente sapere chi sarà il prossimo capo di governo, con chi andranno a trattare e chi si occuperà di ridurre il deficit. Ma queste preoccupazioni dovrebbero essere smussate dallo stesso capo del governo che dovrebbe dire “non produrrò nessuna crisi di proporzioni gravi”, “faciliterò e sarò responsabile nella transizione a un altro governo” e “lo sosterrò” visto che è capo anche del partito che ha una maggioranza cospicua. È sua responsabilità garantire la stabilità di questo Paese e magari una volta tanto potrebbe smettere di fare campagna elettorale e cominciare a occuparsi del Paese da statista.

Pubblicata su 21 novembre 2016 su fanpage.it