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Allarme Pokémon al Quirinale
La notizia è che i Pokémon non si trovano nei giardini e nelle stanze del Quirinale. Senza bisogno di indulgere al famigerato “tiro della giacchetta”, è tuttavia opportuno avvisare il Presidente Mattarella di essere molto cauto, addirittura più del suo solito, poiché intorno a lui si muovono molti “mostriciattoli” di origine non proprio giapponese.
C’è il mostriciattolo Meglio che niente che corre orgoglioso di essere il portatore, non sappiamo quanto sano, di una riforma costituzionale, a dire dei suoi stessi sostenitori, che non migliora l’esistente, ma soltanto il “niente”. C’è il Pokemon Nonmel’hannolasciatofare che narra dell’impossibilità di intervenire laddove sarebbe stato più utile ovvero su una reale ridefinizione dei poteri e delle responsabilità del governo e del suo capo. Un po’ alla luce un po’ nell’ombra si muove, cercando di camuffarsi, il Pokémon femmina della personalizzazione plebiscitaria del referendum che scatta periodicamente e viene repressa come il braccio del Dr. Stranamore. Affusolato, ma capiente, poiché contiene una molteplicità di seggi fa capolino un Pokemon anomalo che chiamano Italicum. Ha il volto triste perché gli dicono che non piace più a nessuno, tranne al Prof D’Alimonte che continua ad esercitarsi in paragoni azzardatissimi, anche perché l’Italicum è il suo nipotino. Dentro di sé, però, il Pokemon nipotino del professore non riesce a trattenere qualche periodica risata quando legge le alternative che lo cancellerebbero. Non sono necessariamente peggio di lui, ma non riescono neanche ad essere convincentemente migliori.
In un angolo del giardino sta, mogio mogio, il Pokemon Senatolentoecostoso. Ha puntigliosamente raccolto i dati sulle seconde Camere e può documentare quello che già sapeva. Abitualmente, è il più veloce di tutte le seconde camere nelle democrazie occidentali e costa più o, spesso, meno di loro. E’ amareggiato per l’accanimento con cui un Senatore Napolitano lo accusa di essere il primo responsabile del cattivo funzionamento del sistema politico. Nel frattempo, acutamente avvistata dal Ministro Boschi, ha fatto la sua comparsa anche l’Armata Pokemon Brankaleòn. E’ composta da alcuni professoròn, da gufi selezionati, da oscurantisti senza arte né parte. Manifestano allegria, ancorché contenuta. Alcuni di loro si dirigono verso l’Ufficio Studi della Confindustria che hanno saputo essere frequentato da econometrici burloni. Altri vorrebbero varcare l’Atlantico per rassicurare JP Morgan, Standard and Poor’s , forse Goldmann Sachs, che loro, i Pokemon Brankaleòn, sono jolly good fellows, buontemponi, mica dei Brexiters. Saprebbero rimettere le mani a riforme da rendere, non “meglio che niente”, ma decenti.
Poi, avendo ascoltato il discorso di Mattarella, quasi un carismatico segnale inviato al più veloce capo del governo del XXI secolo, tutti i Pokemon decidono di fare un’incursione al Quirinale. Vogliono proprio vederlo questo Presidente che, si dice, è anche stato relatore di un sistema elettorale, un po’ Mattarellum, ma del quale, pur criticandolo, nessuno ha detto mai “meglio che niente”. E molti oggi dicono meglio della proporzionale, meglio del Porcellum e meglio dell’Italicum. Sarà il caso di stanarlo il Mattarellum di Mattarella?
Pubblicato il 30 luglio 2016
È quel che si poteva fare? Dialogo breve sulle riforme. Pasquino intervista Napolitano
Il Presidente Emerito Giorgio Napolitano ha accettato di rispondere ad alcune domande di Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Siamo onorati di pubblicare in esclusiva questo scambio nella convinzione che sia utile a tutti per farsi un’idea delle motivazioni e delle conseguenze delle riforme costituzionali che saranno prossimamente sottoposte a referendum.
Da due diverse prospettive, lo scienziato della politica di fama internazionale e il politico che ha attraversato da protagonista tutte le stagioni della politica italiana dagli Anni ’50, ci incoraggiano a saperne di più sulla riforma. A tal scopo, vi proponiamo una tavola sinottica degli articoli modificati prima e dopo la revisione, Cancellazioni e modifiche della Costituzione proposte dalla legge Renzi-Boschi, il documento Le ragioni del Sì e l’Appello dei costituzionalisti per il NO.
Contiamo sulla generosità e la disponibilità dei due eccellenti interlocutori per approfondire questioni cruciali qui appena sfiorate: se davvero sarà possibile e facile correggere in seguito gli errori della riforma Renzi-Boschi data la asserita complessità delle procedure di revisione costituzionale, quale dovrebbe essere “la nuova forma di governo parlamentare” di cui parla Napolitano e se già esistono altrove in Europa modelli apprezzabili dai quali imparare.
Roma 18 luglio 2016
Nella tua lunga esperienza legislativa come parlamentare, come capogruppo, come Presidente della Camera dei deputati, come ministro, come Senatore e, infine, come Presidente della Repubblica, è capitato spesso che il Senato si sia rivelato causa di intoppi, errori, ritardi?
Nella mia lunga esperienza non ho mai considerato il Senato come colpevole di “intoppi, errori, ecc.”; e non è questo né la motivazione né l’oggetto della riforma costituzionale ora sottoposta a referendum. Quel che è in questione è la necessità – da lungo tempo avvertita e argomentata – del superamento di un bicameralismo paritario che, esso sì, è stato causa di gravi disfunzioni istituzionali.
Tralasciando la mancanza di una maggioranza, da attribuire alla legge elettorale, nel Senato eletto nel febbraio 2013, puoi citare dei casi precisi di inconvenienti e ritardi legislativi particolarmente eclatanti?
Gli inconvenienti notori e gravi del nostro bizzarro bicameralismo sono stati quelli del grave ostacolo rappresentato dalla lunghezza e tortuosità del processo legislativo, costretto al fenomeno di navette spesso defatiganti tra i due rami del Parlamento.
E quante volte la doppia lettura ha migliorato la legislazione, magari anche consentendo al governo di imparare, di recuperare e di fare meglio?
Il nostro Senato non è mai stato una seconda Camera “di riflessione” utile per correggere scelte infelici o errori compiuti dalla Camera dei Deputati. Le leggi sono state – sulla base di un meccanismo quasi del tutto casuale – assegnate in prima lettura all’uno o all’altro ramo. E in generale, più che una limpida tendenza migliorativa, quel che ha alimentato la doppia, e magari terza o quarta, lettura, è stata – oltre che la frequente interferenza di manovre di partito e di corrente – una logica di prestigio e concorrenziale tra Camera e Senato per imprimere ciascuno un proprio segno o avere l’ultima parola su ogni legge o almeno su quelle più “sensibili”.
Non pensi che le procedure complesse di richiami e di doppie letture previste nella riforma culmineranno in molte tensioni, in molti scontri, in ricorsi alla Corte costituzionale e finiranno in quella che altrove ho definito deriva confusionaria? – Non temi una varietà di conflitti fra Stato e regioni, fra Camera e Senato, fra i senatori e i consigli regionali che li hanno nominati, fra i sindaci e i loro consigli comunali?
Mi pare gratuito il drammatizzare che tu fai in entrambe queste domande dei rischi di tensioni e di scontri dinanzi alla Corte Costituzionale, e di ogni sorta di conflitti tra poteri e tra soggetti istituzionali. Di fronte a ogni innovazione, la “paura dei pericoli” è puro fattore di paralisi. Quel che della riforma risulterà da correggere alla luce dell’esperienza potrà essere corretto. L’importante è ora non restare bloccati in antiche contraddizioni.
Ritieni opportuno che un Senato di nominati partecipi all’elaborazione e all’approvazione delle revisioni costituzionali? E perché?
Trovo demagogicamente polemico parlare di “un Senato di nominati”. I nuovi senatori, tranne quelli nominati dal Presidente della Repubblica, saranno “eletti” (art.2 della legge di riforma) da Assemblee rappresentative pienamente legittimate dal punto di vista democratico.
Pensi che sia corretto dare al Senato delle autonomie fatto di cento nominati il potere di eleggere due giudici costituzionali? Ti risulta qualcosa di simile per altre seconde Camere non elette dai cittadini?
Puoi su questo punto esprimere dissenso, ma non credo abbia senso il confronto con “altre seconde Camere non elette dai cittadini” in Europa.
E’ opportuno che a rappresentare le autonomie ci siano anche cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica (per meriti sociali, artistici, scientifici e letterari). Dovrebbero avere meriti regionalisti e federalisti oppure competenze europee visto che di Europa dovranno occuparsi?
Il nuovo Senato ha un complesso di funzioni per cui può risultare assai utile il contributo di personalità di molteplici esperienze e competenze, pienamente comprese nella definizione di cui all’art. 3 della legge di riforma.
Non vedo nulla nel pacchetto Renzi-Boschi che riguardi concretamente e direttamente il rafforzamento del potere decisionale del governo? Qual è la tua opinione?
Il ruolo del governo è destinato certamente a rafforzarsi rendendo più spedito, lineare e sicuro nei suoi tempi di svolgimento e conclusione, il processo legislativo. Per non parlare del fatto che si rafforza la stessa possibilità di dar vita ad un governo attribuendo alla sola Camera dei deputati l’investitura, con la fiducia, dell’esecutivo.
Pensi che questo rafforzamento conseguirà dall’Italicum rispetto al quale hai peraltro detto che bisogna attendere “opportune verifiche di costituzionalità”?
Non aggiungo nulla in questo momento a ciò che ho dichiarato in Senato circa l’esigenza di prestare attenzione a preoccupazioni espresse da varie parti sulla legge elettorale “Italicum”.
Ti sei ripetutamente “speso”, a mio parere anche troppo, in difesa e a sostegno di queste riforme. Sono davvero le riforme che avresti fatto tu, capo del governo?
In qualunque mia posizione istituzionale avrei sostenuto una riforma che conduca – per usare una sapiente espressione di Leopoldo Elia – a una nuova forma di governo parlamentare. Ed è questa la direzione in cui va la riforma approvata dal Parlamento.
Infine, una curiosità personale-istituzionale alla quale puoi anche decidere di soprassedere. Fin dalla Commissione Bozzi (1983-85) ho molto detto e scritto e qualcosa ho anche fatto, promuovendo i referendum elettorali, in materia di istituzioni e di leggi elettorali. E’ troppo chiederti come mai non ho ricevuto nessun apprezzamento da te, ad esempio, per la mia battaglia a favore di una legge elettorale davvero maggioritaria come il doppio turno francese in collegi uninominali?
Non ho mai ignorato ma sempre seguito con apprezzamento, come ben sai, le tue iniziative e battaglie. Ma tu ti sei sempre mosso – in quanto studioso temporaneamente (per oltre dieci anni) prestato alla politica e al Parlamento – da libero battitore; mentre io ho sempre operato fino al 1992 da dirigente del PCI, cercando di influenzarne le posizioni e riconoscendomi nelle sue scelte, comprese quelle sostenute nella Commissione Bozzi. Da Presidente della Camera mi adoperai per favorire una riforma elettorale in senso maggioritario e fondata sui collegi uninominali: l’intesa risultò possibile però sul sistema costruito con la legge Mattarella, mentre l’ipotesi del doppio turno alla francese naufragò sullo scoglio della indicazione della soglia (in Francia molto elevata) per l’accesso al secondo turno. E da Presidente della Repubblica ho guardato positivamente al tentativo portato avanti fino all’estate 2012 nella Commissione Affari Costituzionali del Senato per un sistema analogo a quello spagnolo, ma allora tanto il centrosinistra quanto il centrodestra rimasero attaccati all’istituto del premio di maggioranza sia pure – dopo la sentenza della Consulta – ancorato ad una soglia adeguata di consensi ricevuti dagli elettori. Poi questa storia l’ho raccontata al Parlamento nel mio discorso dell’aprile 2013.
Pubblicato il 20 luglio 2016
I nodi. Dal Senato al Cnel: cosa c’è da cambiare
Una delle argomentazione sulle quali puntano i corifei del SI’ è che se vincesse il NO rimarremo nella palude, in mezzo al guado, oppure, addirittura, retrocederemmo nel Medioevo (ben preparati grazie alle previsioni dell’Ufficio Studi di Confindustria). Dicono che le posizioni costituzionali (e elettorali) del variegato schieramento del NO non riuscirebbero mai ad approdare a qualsiasi riforma, neppure la più necessaria. Sono convinto che non sarà affatto così. Senza arrogarmi nessun diritto di parlare a nome di un comitato del NO, provo a fare qualche suggerimento operativo che svuoterebbe le critiche dei si(sic)dicenti riformatori. I destinatari dei miei suggerimenti sono, in primo luogo, tutti i parlamentari che ritengono che le riforme fatte sono sbagliate, pasticciate, confuse e, probabilmente, controproducenti.
Comincio dal metodo. La premessa è che alcune riforme mirate sono certamente necessarie e subito possibili. Debbono, al tempo stesso, essere il prodotto di una visione sistemica, vale a dire come migliorare il funzionamento del sistema politico e come dare più potere agli elettori, ed essere ciascuna a se stante. Lo spacchettamento che i renziani non hanno né saputo fare né voluto accogliere consentirà agli oppositori non immobilisti di dimostrare che molto si può cambiare in maniera tale da offrire agli elettori la possibilità di respingere o confermare separatamente ciascuna singola riforma.
Naturalmente, per quel che riguarda il CNEL, la sua abolizione può essere proposta negli stessi termini della riforma già approvata. La trasformazione del Senato, se non se ne vuole procedere all’abolizione tout court, che appare difficile, ma, secondo me, nient’affatto improponibile, merita di essere ridefinita secondo due direttrici. La prima è l’accompagnamento della riduzione del numero dei senatori con la riduzione del numero dei deputati. Cinquecento deputati, naturalmente, non nominati, ma davvero eletti con una legge che non sia l’Italicum, sono più che sufficienti a garantire efficace rappresentanza politica ai cittadini italiani. Pur privato del potere di dare e di togliere la fiducia al governo, il Senato può rimanere elettivo, dirò subito come, e il numero dei senatori dovrebbe essere esattamente 93. La seconda direttrice riguarda le modalità di elezione dei senatori. La Valle d’Aosta, la provincia di Bolzano e quella di Trento eleggeranno ciascuna un senatore. Abruzzo e Molise saranno (ri)accorpate in una sola regione. I cittadini di ciascuna delle 18 regioni eleggeranno cinque senatori at large, vale a dire su base regionale. Saranno i cinque candidati che ottengono più voti ad entrare in Senato. Grazie alla loro effettiva rappresentatività politica, i senatori potranno occuparsi di leggi costituzionali, dell’elezione di un giudice costituzionale (non due), partecipare all’elezione del Presidente della Repubblica, occuparsi della politica europea. Come si capisce immediatamente, suggerisco che un apposito disegno di legge costituzionale abolisca la davvero anacronistica figura dei senatori a vita, sia quelli di nomina presidenziale sia gli ex-Presidenti della Repubblica. Insisto sul punto fondamentale che la rappresentanza politica è elettiva.
L’abolizione delle province, con eventuali poche correzioni al testo del governo, può essere ripresentata unitamente a una migliore, più riequilibrata, più snella ridefinizione dei poteri delle Regioni e del governo.
Quanto ai referendum, se ne può ovviamente arricchire la batteria, anche con i referendum propositivi, ma non se ne deve rendere più difficile il ricorso alzando a 800 mila il numero di firme necessario per richiederli. Benvenuta è la ridefinizione del quorum con riferimento ai votanti nelle elezioni immediatamente precedenti quel referendum.
Infine, suggerirei ai parlamentari del NO di intervenire con un breve disegno di legge costituzionale che stabilisca che nessun giudice costituzionale potrà ricoprire al termine del suo mandato una carica pubblica e/o elettiva. La logica, di evidenza cristallina, consiste nel cercare di evitare che i giudici costituzionali, anche i migliori fra loro, si facciano influenzare nelle loro sentenze da qualche opportunità futura.
Questo è un mini-programma riformatore che i sostenitori del NO non dovrebbero avere difficoltà a condividere e che, prima che si tenga il referendum costituzionale, i parlamentari del NO potranno altrettanto facilmente e rumorosamente presentare in Parlamento, accompagnandolo da un solenne impegno a operare per tradurlo in singole separate revisioni costituzionali. L’accusa di immobilismo non ha nessuna cittadinanza nella grandissima maggioranza dei sostenitori del NO, fuori e dentro il Parlamento italiano.
P.S. Presentare un disegno di legge sinteticissimo che abolisca l’Italicum e faccia rivivere, con un paio di ritocchi, il Mattarellum, disinnesca anche le critiche di coloro che sostengono che la vittoria del NO condurrebbe ad un sistema elettorale (fin troppo) proporzionale.
Pubblicato il 10 luglio 2016
“Meglio che niente”, lo slogan peggiore
Qualsiasi valutazione si voglia dare delle riforme costituzionali Renzi-Boschi, la mia è argomentatamente negativa, appare davvero esagerato che, come afferma Michele Salvati, Perché la riforma riguarda tutti (ed è soltanto un primo passo, 29 maggio 2016), quelle riforme chiudano la transizione iniziata nel 1992-94 e diano vita ad una Seconda Repubblica.
Peraltro, Salvati si cautela affermando che tutto il buono delle riforme, soprattutto in termini di miglioramento delle capacità decisionali, “lo vedremo fra molto tempo”. Invece, Salvati non ci racconta quando e perché mai sarà possibile vedere derivare ” il rispetto delle leggi” da riforme che riguardano il Senato, il CNEL, il Titolo V, i referendum abrogativi. Per lui quello che conta è che Renzi e Boschi, sulla base della loro competenza e esperienza, rifacendosi ai, da loro e dai loro sostenitori spesso richiamati, Togliatti e Iotti, Berlinguer e l’Ulivo (sic), stanno senza dubbio portando l’Italia lontano dalla necessità dei compromessi che fondarono la Prima Repubblica verso una Repubblica caratterizzata dall’efficienza delle istituzioni: un esito magico conseguito limitandosi a ridimensionare il malvagio Senato catto-comunista.
Già troppi commentatori, sbagliando, hanno definito Seconda Repubblica il periodo iniziato nel 1994 e terminato con le elezioni politiche del febbraio 2013. La verità è che siamo tuttora nella Prima Repubblica, nella seconda complicata e tormentata fase dell’unica, peraltro, nient’affatto pessima, Repubblica che l’Italia ha avuto. I francesi, che di Repubbliche se ne intendono, avendone avute cinque (e alcuni loro commentatori sostengono, sbagliando, che la Sesta Repubblica stia pazientemente strisciando), farebbero notare che una nuova Repubblica si caratterizza e si configura quando cambia la forma di governo. Non quando si procede a qualche ritocco per di più pasticciato. È avvenuto così per tutte le Repubbliche francesi, in maniera più evidente, più significativa, più profonda, con il passaggio dalla Quarta Repubblica (1946-1958), che fu una forma di governo parlamentare tradizionale quant’altre mai, alla Quinta Repubblica (1958), che è una forma di governo semipresidenziale notevolmente innovativa e funzionale. Che dovrebbe piacere a chi prova fastidio per procedure decisionali lente e faticose (come, però, succede in tutte le democrazie effettivamente tali).
No, nessuna delle riforme costituzionali Renzi-Boschi attiene, nel bene o nel male, alla forma di governo. Tutte le democrazie parlamentari europee hanno bicameralismi differenziati in maniera migliore con riferimento alla composizione e ai compiti di quanto abbia saputo fare il governo italiano ridimensionando e depotenziando il Senato. La sola trasformazione del Senato non consente in nessun modo di sostenere che è cambiata la forma di governo e che si sta affermando una nuova Repubblica. Neppure la legge elettorale, un porcellum riveduto, solo parzialmente corretto, porta verso una nuova forma di governo né, tantomeno, verso una rappresentanza politica in grado di cogliere meglio preferenze e interessi dei cittadini. Potrà, in parte, dare più potere al capo del governo, ma sicuramente, pur squilibrando il rapporto governo/parlamento differenziato/Presidente della Repubblica (un punto finora inadeguatamente colto), non farà affatto uscire l’Italia dall’ambito dei governi parlamentari tradizionali.
La transizione non si sta affatto concludendo né per quello che riguarda la legge elettorale, per la quale, comunque, è consigliabile attendere le osservazioni della Corte costituzionale, né per quello che concerne le interazioni governo/parlamento. Infatti, come hanno sostenuto da tempo tutti gli studiosi delle molte transizioni politico-istituzionali avvenute in Europa e nel resto del mondo, la transizione si chiude davvero soltanto quando quasi tutti gli attori politici rilevanti, anche se non hanno convenuto sulle riforme e sulle soluzioni, accettano l’esito che diventa “the only game in town”. No, in Italia molti non vorranno partecipare a quel gioco e avranno non poche buone ragioni per rifiutarvisi. No, neppure dopo quella che, al momento, appare una vittoria non ancora annunciabile, ma sicuramente risicata, in un referendum sciaguratamente, ma deliberatamente, trasformato in un plebiscito, le riforme Renzi-Boschi saranno ampiamente accettate. Per il modo e il merito continueranno a essere controverse e il loro contenuto, quando, finalmente, si faranno i conti, apparirà largamente inadeguato. Non saremo entrati nella Seconda Repubblica. Non avremo chiuso neanche un po’ la transizione politico-istituzionale. Rimarremo come coloro che son sospesi. Sarà anche difficile cavarsela affermando, in maniera, quando si mette mano alla Costituzione, non proprio lusinghiera: “meglio che niente”. Il ritornello dei sostenitori delle riforme sta già suonando stanco e triste, sempre meno credibile.
Pubblicato il 4 giugno 2016
Qual è il Parlamento più produttivo? I numeri della produzione legislativa dei Parlamenti democratici
È ora di uscire da un confuso e manipolato dibattito sull’improduttivo bicameralismo paritario italiano e di dare i numeri sulla produttività di alcuni Parlamenti democratici. Naturalmente, sappiamo da tempo che i Parlamenti, oltre ad approvare le leggi, svolgono anche diversi molto importanti compiti: rappresentano le preferenze degli elettori, controllano l’operato del governo, consentono all’opposizione di fare sentire la sua voce e le sue proposte, riconciliano una varietà di interessi. Sono tutti compiti difficili da tradurre in cifre, ma assolutamente da non sottovalutare per una migliore comprensione del ruolo dei Parlamenti nelle democrazie parlamentari, nelle Repubbliche presidenziali e in quelle semipresidenziali. Qui ci limitiamo alle cifre sulla produzione legislativa poiché una delle motivazioni della riforma del Senato italiano, in aggiunta alla riduzione del numero dei parlamentari e al conseguente, seppur limitatissimo, contenimento dei costi della politica, consiste nel consentire al governo di legiferare in maniera più disinvolta, di fare più leggi più in fretta. È un obiettivo non considerato particolarmente importante dalla maggioranza degli studiosi.
La produzione di leggi ad opera di un Parlamento dipende da una pluralità di fattori, fra i quali tanto la forma di governo quanto l’obbligo di ricorrere alle leggi per dare regolamentazione ad un insieme di fenomeni, attività, comportamenti. Pertanto, i dati concernenti forme di governo molto diverse fra loro sono inevitabilmente non perfettamente comparabili, ma sono sicuramente molto suggestivi. I dati sulla Germania riguardano la legislatura 2005-2009 che ebbe un governo di Grande Coalizione CDU/SPD e quella successiva nella quale ci fu una “normale” coalizione CDU/FDP. Dal 2007 al 2012 la Francia semipresidenziale ebbe un governo gollista con la Presidenza della Repubblica nelle mani di Nicholas Sarkozy. Dal 2010 al 2015 la Gran Bretagna fu governata da una inusitata coalizione fra Conservatori e Liberaldemocratici. La prima presidenza Obama (2008-2012) fu per metà del periodo segnata dal governo diviso ovvero con i Repubblicani in controllo del Congresso. Ricordiamo che negli USA l’iniziativa legislativa appartiene al Congresso, ma il Presidente può porre il veto, raramente superabile, su tutti i bills approvati dal Congresso. Per l’Italia abbiamo scelto tre periodi: 1996-2001, con diversi governi di centro/sinistra; 2001-2006, governi di centro-destra con cospicua maggioranza parlamentare; 2008-2013, prima un lungo governo di centro-destra che si sgretolò gradualmente, poi dal 2011 un governo non partitico guidato da Mario Monti. Questi due elementi spiegano perché la legislatura 2008-2013 abbia prodotto meno leggi delle due che l’hanno preceduta.
Complessivamente, però, i dati indicano chiaramente che il bicameralismo italiano paritario non ha nulla da invidiare ai bicameralismi differenziati sia per quello che riguarda la produzione legislativa sia per quello che riguarda la durata dell’iter legislativo. I dati presentati nella tabella mostrano come la quantità di produzione legislativa del Parlamento Italiano sia in linea con la produzione legislativa della maggiori democrazie occidentali, se non, in qualche caso, addirittura superiore. Una considerazione analoga può essere fatta per i tempi di approvazione. Nei Parlamenti e nelle legislature esaminate, l’approvazione di una legge richiede in media circa dodici mesi, nove negli Stati Uniti, e otto mesi o poco più nel caso italiano. Il Parlamento italiano quindi fa molte leggi e le fa in tempi piuttosto celeri.
Gianfranco Pasquino e Riccardo Pelizzo
Pubblicato i 3 giugno 2016
No alle “riformette”, sì al semipresidenzialismo
Intervista raccolta da Adriano Gizzi per Confronti Giugno 2016
Professor Pasquino, nel suo “La Costituzione in trenta lezioni” (Utet, 2016) lei sostiene che la riforma del Senato peggiora l’esistente perché porta a un bicameralismo «sicuramente imperfetto e squilibrato». E, in alternativa, indica come esempio da seguire quello del Bundesrat tedesco. Quali sono gli elementi di questa riforma che non la convincono?
La riforma del Senato nasce da due motivazioni: 1) accarezzare l’antipolitica riducendo il numero dei parlamentari e le relative nient’affatto ingenti “spese”; 2) togliere al Senato il potere di votare o no la fiducia al governo per ovviare all’inconveniente causato nelle elezioni del febbraio 2013 dalla legge elettorale (una maggioranza chiara alla Camera, frutto del premio di maggioranza, e una situazione di stallo al Senato, ndr). Sono motivazioni occasionali e deteriori che, infatti, non hanno nulla a che vedere con la creazione convinta e pensata di una Camera delle autonomie né con il miglior funzionamento del sistema politico.
Per spendere meno si poteva procedere ad una riduzione equilibrata del numero dei senatori e dei deputati. Per evitare il rischio delle due maggioranze, bastava ritoccare la vigente legge elettorale oppure, molto meglio, scrivere una legge elettorale del tutto diversa (l’Italicum è poco diversa dal Porcellum: un porcellinum). La nuova Camera delle autonomie assomiglia al Senato francese che funziona poco e male e che De Gaulle avrebbe già voluto abolire nel 1969. Avrebbe dovuto invece imitare il Bundesrat: 69 rappresentanti (enorme risparmio), nominati (senza giochini di scambi) dalle maggioranze che hanno vinto le elezioni in ciascun Land, con poteri forti e chiari sulle materie di loro competenza. Era anche possibile abolirlo del tutto, il Senato, per non farne un pasticcetto di 21 sindaci e 74 (“dopolavoristi” o “doppiolavoristi”) nominati dalle Regioni con – incredibile – cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica, immagino per imperscrutabili meriti regionalisti e federalisti. Questo Senato di cento rappresentanti variamente nominati contribuirebbe alle riforme costituzionali e a eleggere due giudici costituzionali (seicentotrenta deputati, figliocci di un dio minore, ne eleggerebbero tre: quale squilibrio!). Della legislazione condivisa, concorrente, esclusiva non dico nulla. Rimando agli inevitabili conflitti fra le Regioni, il loro Senato, la Camera e il Governo.
In merito al referendum costituzionale di ottobre, lei insiste molto sul “no al plebiscito”. Qualora però si riuscisse a votare su quesiti diversi, i suoi sarebbero comunque tutti dei “no” oppure vi sono alcuni punti positivi nel ddl Boschi?
L’unico punto accettabile è l’abolizione del Cnel (che avevo proposto trent’anni fa). Brutta è anche la nuova regolamentazione dei referendum. Renzi e Boschi non hanno la minima idea di come si possa costruire una “democrazia partecipata”. Di tutta la batteria di soluzioni praticabili hanno scelto soltanto qualche elemento che attiene alle firme e alla validità delle votazioni nei referendum. Non hanno saputo né voluto in nessun modo incoraggiare e agevolare la crescita di una società civile attiva. Già, loro sono per la democrazia decidente, subito applaudita, ma non chiarita, dai loro costituzionalisti di corte.
Se la Corte costituzionale dovesse bocciare l’Italicum, verrebbe meno il “combinato disposto” delle due riforme: in tal caso, si attenuerebbe il suo giudizio negativo sulle modifiche costituzionali?
La auspicabile bocciatura dell’Italicum in qualche modo incide sulla riforma costituzionale? Difficile a dirsi, perché il tratto distintivo della riforma elettorale e delle deformazioni costituzionali è dato dal loro essere slegate, fatte senza nessuna visione sistemica, abborracciate. Semmai, la bocciatura delle deformazioni costituzionali obbligherebbe a riscrivere la legge elettorale. Sarebbe una grande occasione benefica per ripensare tutto. Per chiedersi se la legge elettorale serve a eleggere un Governo o a eleggere i rappresentanti del popolo.
Ha sottolineato più volte come essere contrari al ddl Boschi non significhi essere contrari a priori a qualsiasi modifica della Costituzione. A suo giudizio, quali riforme sarebbero necessarie?
Le mie proposte, piccole e grandi, di riforma sono limpidamente presentate e argomentate nel libro Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi, Milano 2015). Sono a favore di una Repubblica semi-presidenziale sul modello francese come si è venuta definendo dal 1958 ad oggi. È difficile negare che la IV Repubblica francese sia stata la democrazia parlamentare più simile a quella della Repubblica italiana e che la V Repubblica abbia costituito un enorme salto di qualità. Dopo settant’anni di vita democratica, tutt’altro che disprezzabile, ma che avrebbe potuto certamente essere migliore, se si cambia bisogna essere audaci, esigenti, sistemici. È indispensabile cambiare molto, se non tutto l’impianto costituzionale per rompere le incrostazioni e per ricominciare la competizione politica non con vantaggi di posizione (e di opposizione), ma con opportunità e rischi per tutti. Soprattutto, bisogna dare più potere politico e elettorale ai cittadini. La riforma semipresidenziale si può fare chiamando il bluff di Berlusconi, che si è spesso espresso a favore di un presidenzialismo che non sa definire. Molte riformette di vario tipo si possono fare, ma se non si va molto oltre la democrazia parlamentare classica, allora i giocatori (partiti e gruppi) impiomberanno quelle riformette. Meglio, sempre, guardare al di là delle Alpi.
Pubblicato il 26 maggio 2016 su confronti.net
“Una riforma pasticciata e confusa”. Intervista a #RadioPopolare
La Costituzione non è soltanto un documento giuridico, ma è anche un documento politico. La Costituzione fornisce regole, procedure, indica comportamenti agli attori politici, ai partiti, alle istituzioni. Dunque, far commentare la Costituzione soltanto dai giuristi è sempre, secondo me, molto limitativo. E farla riformare soltanto dai giuristi significa prendere una prospettiva possibile, non l’unica e certamente non la più alta.
Come NON eravamo. Un commento all’appello di “Mondoperaio”
Purtroppo, no. Le deforme costituzionali renzianboschiane non hanno nulla, proprio nulla a che vedere con quanto i socialisti di “Mondoperaio” negli anni Settanta e poi, più vagamente, Bettino Craxi, proposero e desideravano conseguire.
Non esiste nessuna continuità fra i renzianboschiani e il pensiero riformatore socialista che, naturalmente, né Renzi né Boschi conoscono e si sono mai curati di apprendere.
Il testo approvato non semplifica affatto il procedimento legislativo. Anzi, lo aggrava rendendo ancora più probabile il solito dispositivo: “emendamenti distrutti in modo ‘bestiale’ (canguri, giaguari e altri animali) con l’accompagnamento ricattatorio del voto di fiducia”.
Come si possa pensare che il Parlamento conquisterebbe così un ruolo significativo sfugge a chiunque sappia come funzionano i parlamenti nelle democrazie contemporanee.
Sfugge anche ai firmatari che, se la funzione di rappresentanza politica è il cuore delle democrazie parlamentari, l’Italicum con i suoi nominati (spero che la Corte Costituzionale, bocciando la legge, non ci consentirà mai di sapere con esattezza quanti, ma allo stato almeno il 60 per cento) e con le pluricandidature (un vero obbrobrio) distrugge qualsiasi rapporto fra eletti ed elettori.
Candidamente, il Ministro Boschi ha dichiarato che i capilista bloccati saranno i “rappresentanti del collegio”. La rappresentanza politica si fonda sulle elezioni non sui paracadutati garantiti.
Quanto al potenziamento del governo, altri meccanismi erano possibili, come, ad esempio, il voto di sfiducia costruttivo, recentemente scoperto da commentatori ignari di qualsiasi dibattito istituzionale. Naturalmente, il voto di sfiducia costruttivo è totalmente incompatibile con qualsiasi premio di maggioranza.
Infine, ma né last nè least, pessima è l’attribuzione ad un Senato di elezione comunque indiretta del potere di nominare due giudici costituzionali. Questi 100 senatori “indiretti” acquisiscono un potere squilibrato, un giudice ogni 50 di loro, rispetto ai 630 deputati che eleggeranno tre giudici, uno ogni 210 di loro.
Non sono al corrente di pulsioni plebiscitarie dei socialisti, ma almeno sul tentativo plateale del capo del governo di cercare e di pretendere un voto su di sé, mi sarei aspettato dai firmatari qualche riserva.
Gianfranco Pasquino
già componente, naturalmente, nullafacente, ma autore, con il Sen. Eliseo Milani, della Relazione di Minoranza della Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali nota come Commissione Bozzi.
Lo scambio elettorale politico-mafioso
Al Senato si sta discutendo un nuovo DDL che propone l’inasprimento delle pene
Ho detto cosa ne penso a Marianna Ferrenti per l’Indro
Lo scambio elettorale politico-mafioso fu un reato introdotto nel 1992, in occasione delle stragi di Capaci e di via D’Amelio che portarono alla morte dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due pietre miliari nella lotta alla mafia e alle collusioni con il tessuto politico, abbandonati proprio da quel mondo istituzionale che avrebbe dovuto supportarli e proteggerli. Sull’emotiva di un eccidio tanto grave quanto ancora avvolto nel mistero, si rese necessario un intervento rapido per arginare qualsiasi ostacolo al libero esercizio del voto. In seguito a questi ennesimi omicidi, infatti, il Parlamento approvò la legge che introduceva ‘modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa’.
Questo provvedimento avrebbe dovuto rafforzare quanto previsto dall’articolo 416bis del Codice Penale, sulle associazioni di stampo mafioso, con reclusione da sette a dodici anni per chiunque entri a far parte a diverso titolo delle organizzazioni criminali; mentre chi le dirige era perseguibile con una pena di reclusione da nove a quattordici anni.
Il decreto legge n. 306 dell’8 giugno 1992, (convertito in legge n. 356, il 7 agosto 1992), manifestò con il tempo la sua profonda inefficacia perché veniva meno all’obiettivo prefissato, ossia quello di stanare fin dalle origini qualsiasi legame tra il mondo della politica e quello della criminalità organizzata. Infatti, il sodalizio tra criminalità organizzata e politica non si limita soltanto alla erogazione di denaro in cambio di voti, ma si allarga a tutto un mondo sommerso, al limite tra il lecito e l’illecito. Il legame si sviluppa anche attraverso la concessione di alcuni favori o benefici, che vanno dall’assegnazione degli appalti fino all’assunzione dei lavoratori, alimentando quindi un circuito clientelare.
“Un conto è scambiare influenza sul territorio che, ovviamente, significa anche controllo dei voti, non solo per un partito, ma per alcuni suoi candidati, che è quello che la mafia ha sempre saputo fare in maniera quasi scientifica; un conto è trattare direttamente con i decisori che, spesso, non sono soltanto ministri e sottosegretari, ma possono essere anche presidenti delle commissioni parlamentari e direttori generali o affini dei ministeri. La mafia è regolarmente riuscita ad adattarsi alle varie situazioni. Darwinianamente: appoggiando i più forti oppure aiutandoli a diventare tali” commenta Gianfranco Pasquino, uno dei massimi esponenti di Scienza politica a livello internazionale e docente emerito dell’Università di Bologna. La legge n. 356, il 7 agosto del 1992 subentrava con pene detentive solo dopo che il reato (l’erogazione di denaro) fosse stato commesso, tralasciando il fatto che che il politico si riservasse di pagare solo quando e se avesse vinto le elezioni. Inoltre, interveniva dopo che il reato avesse sortito i suoi effetti negativi. La mafia, la camorra e la n’drangheta, nel corso degli anni, hanno subito diverse metamorfosi, così come è cambiato l’intreccio con la politica. “Lo scambio elettorale che, naturalmente, riguarda anche la camorra (che, però, è più frammentata e più mutevole) e la ‘ndrangheta, ha effetti nefasti: I più corrotti vincono. Aiutano imprese altrimenti inefficienti. Svolgono attività deteriori. Mandano il messaggio che la corruzione, il clientelismo, i favoritismi servono a vivere meglio e a prosperare. Scoraggiano chiunque aspiri a qualche forma di premio al merito e di giustizia sociale. Inducono alla rassegnazione, o alla fuga privando quella comunità di energie per il cambiamento” aggiunge Pasquino.
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A distanza di ventiquattro anni, il Parlamento è intervenuto nuovamente con la legge 62/2014 cambiando radicalmente il modo di intendere il delitto di scambio elettorale politico-mafioso. La legge ha introdotto modifiche all’art.416 ter del Codice Penale, da un lato inasprendo la condotta incriminata ed estendendo quindi lo spettro dei fatti punibili includendo anche l’accettazione della promessa di voti in cambio dell’erogazione di una somma di denaro (o di un’altra utilità), dall’altro riducendo la pena in modo proporzionato al reato commesso.
Il provvedimento, però, prevedeva anche riduzione delle sanzioni previste dall’art. 416 bis, nel caso in cui ci si trova di fronte ad una condotta incriminata meno grave. “L’unica pena che i politici temono davvero è quella dell’esclusione dalla politica. L’unica pena che anche i burocratici temono è quella della perdita del posto e dello stipendio. Queste sono da applicare immediatamente e severamente, appena con un minimo di modulazione” rincara la dose Gianfranco Pasquino. “L’origine politica della corruzione discende dal fatto che in una società non caratterizzata da competizione aperta e da mobilità sociale, la politica è il più efficace ascensore sociale verso il benessere e il prestigio. Chi lo prende sale e non vuole più scendere. Se deve pagare il prezzo di una modica corruzione personale lo pagherà, sperando che i suoi elettori non solo lo perdonino, ma gli siano grati di quanto fa per loro, e che i dirigenti del suo partito chiudano finché è possibile uno o due occhi. Talvolta, questa è limpidamente omertà”
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#RadioRadicale Intervista Gianfranco Pasquino sul Referendum costituzionale
L’intervista realizzata da Lanfranco Palazzolo è stata registrata in collegamento telefonico da Chicago domenica 8 maggio 2016 alle ore 10:48. La registrazione audio ha una durata di 7 minuti.
“Siamo in collegamento con il professor Gianfranco Pasquino dagli Stati Uniti per parlare delle delle riforme in particolare della proposta radicale di sottoporre i referendum confermativo a diversi diversi quesiti referendari perché il corpo elettorale probabilmente potrebbe giudicare diversamente diversi passaggi della riforma costituzionale in un referendum confermativo diviso per parti …”






