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Quirinale, via al totonomine. Pasquino: «Draghi provocazione intelligente, ma non escludo un Mattarella bis»

Dopo le dichiarazioni del Presidente – «tra otto mesi potrò riposarmi» – si sono aperti gli scenari per il prossimo Capo dello Stato
Intervista raccolta da Samuele Damilano

«La proposta di Salvini di mandare Draghi al Colle è una mossa assolutamente imbarazzante e sorprendentemente intelligente. Per ora non vedo alternative valide dal centrosinistra, che non riesce a tirare fuori un candidato autorevole». Dopo il discorso di Sergio Mattarella in una scuola romana, in cui ha implicitamente ribadito la volontà di non ricandidarsi, è partito il consueto toto-nomi sul prossimo Capo dello Stato. In un paesaggio politico incerto e in rapida evoluzione. Tra chi, come Matteo Salvini e Giorgia Meloni, vorrebbe andare alle elezioni il prima possibile e chi, come il Pd e il Movimento 5s, è ancora alla ricerca di un’identità. Ne parliamo con Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna e autore del libro “Libertà inutile: profilo ideologico dell’Italia repubblicana”.

Dopo le dichiarazioni di Mattarella di ieri – tra otto mesi potrò riposarmi – si è aperto il toto-nomi per il prossimo presidente della Repubblica. Il nome sponsorizzato da Salvini, e temuto dal centrosinistra perché coinciderebbe con le elezioni, è quello di Mario Draghi
È un’idea che Salvini lancia con grande scaltrezza politica, perché se il centrodestra convince Draghi, il Pd avrebbe grandissime difficoltà a sottrarsi. È una mossa assolutamente imbarazzante e sorprendentemente intelligente.

Imbarazzante in quanto spregiudicata?
Imbarazzante nel senso che imbarazza sia il Pd che il M5s. C’è un giudizio dietro: se mandiamo Draghi a diventare presidente della Repubblica, o ci sono subito nuove elezioni o bisogna rifare un altro governo e possiamo proporre diversi candidati

Come potrebbe rispondere allora il Pd?
Non hanno una candidatura all’altezza, dovrebbero riuscire a influenzare il dibattito prima e poi trovare un nome forte, non possono dire “no” a Draghi senza una motivazione. Se Letta è coerente con sé stesso dovrebbe naturalmente cercare il nome di una donna .

Letta che però ha detto però di volersi concentrare su vaccini e Recovery, e che del Capo dello Stato non ne vuol sentir parlare prima di Natale
È comprensibile, affermare che bisogna andare avanti con Recovery e vaccini vuol dire anche sostenere fino in fondo l’operato di Draghi. L’unica altra possibilità che vedo è che Draghi dica che non è disponibile, non perché non sia all’altezza, ma per la volontà di portare a termine il mandato di governo, che termina nel marzo 2023.

Nel caso si andasse alle nuove elezioni, quale sarebbe il primo partito?
Il mio maggiordomo dice di non fare il profeta, né il mago

La Meloni come si pone allora in questa dinamica?
Interpreta alla perfezione il suo ruolo all’opposizione, da donna rigorosa, coerente e propositiva. Sta interpretando benissimo questo ruolo.

Sarebbe allora favorevole a una candidatura di Draghi?
Nessun dubbio. Non la può proporre lei, perché è stata molto critica sulla nascita di questo governo. Ma se la proposta è di Salvini, appoggiato da Fi, a questo punto la Meloni non può tirarsi indietro.

Un personaggio politico che ha dimostrato la sua imprevedibilità è invece Renzi, che potrebbe essere un’altra volta indispensabile: al centrodestra mancherebbero solo 50 elettori per proporre il loro candidato. Come si potrebbe giocare questa carta?
Renzi è tanto spregiudicato e privo di principi quanto Salvini. Probabilmente farà il conto e se riesce a mettere in imbarazzo il Pd, lo farà. L’uomo è bizzarro, potrebbe dare la sua disponibilità e poi fare una riconversione, sostenendo il prosieguo di questo governo. D’altronde Iv sta andando malissimo nei sondaggi, andare alle elezioni per lui sarebbe molto problematico.

I nomi che ha fatto il centrosinistra sono quelli di Sassoli, Veltroni e Franceschini. Sono alternative valide?
Questa è una domanda interessante. Per quanto riguarda Sassoli, credo che quando uno ha una carica a livello europeo non la debba lasciare per andare nel suo paese, mentre Veltroni è una candidatura molto leggera. Franceschini è un personaggio forte, ma con il solo appoggio del Pd e dei 5s non va da nessuna parte. Credo che in questo momento il centrosinistra non abbia una sua candidatura, e questo è molto problematico. A meno che non si tirasse in ballo, e si tratterebbe non di un risarcimento, ma almeno di un riconoscimento, chi ha messo insieme le membra del centrosinistra.

Ovvero?
Romano Prodi, a cui il Pd deve ancora tanto. Qualcuno potrebbe controbattere per l’età e per il fatto che è troppo identificato con il centrosinistra. In ogni caso la ricerca del candidato a mio parere deve essere fatta anche insieme a Fi. Le faccio una provocazione: lei prima ha fatto il nome di Sassoli, ma Forza Italia ha al suo interno un ex presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Che certamente gode della stima di Berlusconi il quale, finché è vivo, è in grado di influenzare le scelte. È un nome che Salvini non gradirebbe.

Parlando di Forza Italia, si era fatto anche il nome di Casini
Per me andrebbe benissimo, non farebbe del male a nessuno. È un democristiano per eccellenza, è stato senatore del Pd eletto nel collegio di Bologna centro. È forte, ma c’è sempre il rischio di avere, come nel caso di Franceschini e Prodi un presidente della Repubblica di parte, quale non lo sarebbe Draghi.

Possiamo dire allora che il centrosinistra per proporre un candidato autorevole e scongiurare le elezioni avrebbe bisogno dell’appoggio di Forza Italia?
Esattamente, con gli attuali parlamentari, Pd e Forza Italia potrebbero proporre il loro candidato, sempre alla condizione che Draghi rinunci

Tutto questo sempre che Mattarella tenga fede alle sue dichiarazioni, che porterebbero a escludere una sua rielezione
Mattarella fa benissimo a ripeterlo, perché la rielezione del presidente della Repubblica non è mai uno scenario auspicabile. Ma l’attuale inquilino del Colle è un sincero democratico e un sincero repubblicano, se capisse che la situazione sta degenerando certamente accetterebbe, malvolentieri, l’elezione a termine per tenere insieme i cocci di un Paese che è in disfacimento. Draghi sta operando benissimo, ma il Paese non è cambiato nelle sue strutture profonde. Il sistema partitico è totalmente destrutturato, pensi a cosa sta succedendo tra i 5s, Fi viene tenuto in piedi da un uomo di 84 anni, e il centrosinistra non è riuscito a far emergere una candidatura adeguata in sette anni.

Oggi meno che mai?
Potrebbero arrivare, sempre con l’avallo di Fi, al punto di candidare Giuseppe Conte, che ha 56 anni e tutto sommato non è stato sgradevole con nessuno e potrebbe benissimo essere candidabile

Nonostante questi ultimi mesi piuttosto travagliati? Alcuni analisti su Repubblica sostengono che non se la sentirebbe di fare campagna elettorale
Ma il capo dello Stato non fa campagna elettorale, non c’è nessuno che deve dire niente, il che per me è un problema. Per me i candidati dovrebbero dire prima, e non dopo essere eletti, quale è la loro linea. È stato immaginato che quel ruolo andasse a qualcuno che fosse cerimoniale, automaticamente accettabile da una grande maggioranza.

Invece è sempre più politico?
Politico in senso lato, a partire da Scalfaro abbiamo capito che il Presidente della Repubblica ha molti poteri, che se esercitati bene potrebbero avere la funzione di rendere stabile una situazione che non lo è dal triennio 1992-94.

Se si andasse a nuove elezioni, stravincerebbe il centrodestra?
Le direi di aspettare, perché c’è una campagna elettorale da fare. Il centrodestra può fare degli errori, il conflitto tra Salvini e Meloni potrebbe degenerare. Non solo, bisogna fare delle alleanze, e bisogna farle in base alla nuova legge elettorale. Non do per scontato che il centrodestra con un sistema proporzionale riesca ad avere più seggi del centrosinistra. Pur riconoscendo il vantaggio iniziale, vorrei ricordare che c’è un terzo di elettori indecisi, e un terzo che ogni elezione cambiano voto, anche se spesso all’interno dello stesso schieramento. C’è comunque una volatilità elettorale, che io chiamo volubilità, perché questi elettori vorrebbero qualcosa di meglio.

Pubblicato il 20 maggio 2021 su La Sestina

Eleggere o rieleggere, questo è il problema? #Mattarella @Quirinale

“Sono vecchio. Tra otto mesi potrò riposarmi”. Questa impegnativa dichiarazione è stata fatta dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un discorso ai bambini di una scuola romana affinché intendano non soltanto i loro genitori, ma anche il variegato mondo politico a cominciare dai parlamentari. Dirò subito che Mattarella si è giustamente messo sulla scia di Napolitano che qualche tempo prima della fine del suo mandato aveva detto che, sia per ragioni d’età sia per non creare un precedente, non era disponibile alla rielezione. Poi, Napolitano fu costretto dagli eventi, vale a dire dalla palese incapacità dei parlamentari di convergere su un nome alternativo, ad accettare un secondo mandato da lui subito definito a termine, un termine che lui stesso avrebbe stabilito. Ė possibile che Mattarella abbia il timore che i parlamentari si stiano già “incartando” nelle loro ambizioni e operazioni di potere. Quindi, il suo è un avvertimento, ma è altrettanto possibile che accetterebbe un secondo mandato ugualmente limitato, qualora, per esempio, qualcuno lo convincesse che lui rimanendo al Quirinale per un anno e mezzo circa, Draghi porterebbe a termine la legislatura.

   Infatti, da un lato, ci sono coloro che desiderano eleggere Draghi al Quirinale, per il suo prestigio, per la sua statura europea e anche per meriti, quello che ha fatto come Presidente del Consiglio. Dall’altro, ci sono, però anche quelli che vorrebbero eleggere Draghi per avere elezioni subito poiché non sarà facile trovare un altro capo di governo in questo Parlamento. Per non interrompere l’azione di Draghi e trovarsi con una crisi al buio in una fase complicata, Mattarella potrebbe accettare una rielezione a termine. Tuttavia, preferisco interpretare la sua dichiarazione un avvertimento: “Cominciate subito a pensare al mio successore (anche donna) e preparatevi”. Mattarella ha anche sottolineato, punto che sembra trascurato nei primi commenti, che la Costituzione italiana delinea e sancisce il pluralismo degli organi decisionali. Non bisogna esagerare nell’attribuire alla Presidenza poteri che, invece, i Costituenti seppero assegnare a Parlamento e governo, alla Corte Costituzionale e alle autonomie locali.

   Il messaggio è indirizzato tanto ai difensori della democrazia parlamentare: “fatela funzionare come si deve con chiara ripartizione di compiti e poteri”, quanto ai presidenzialisti: “oggi non potete chiedere al Presidente della Repubblica italiana un ruolo dominante”. Al momento della sua elezione, Mattarella disse che il Presidente è un arbitro. Poi, forse inevitabilmente, si è trovato a giocare in prima persona entro un perimetro flessibile. Chi renderà eccessivamente travagliata e conflittuale l’elezione del prossimo Presidente in maniera più o meno consapevole opera a favore di coloro che sosterranno che, a fronte di oscure manovre in Parlamento, è giunta l’ora che il Presidente, già dotato di molti poteri consistenti, sia eletto dal popolo. Non è questa la preferenza di Mattarella.

Pubblicato AGL il 20 maggio 2021

Mattarella saggio che difende la carta #discorsodifineanno @Quirinale @fattoquotidiano

Dal Colle del Quirinale si vedono, oltre che la sede della Corte Costituzionale, anche i palazzi della politica. Naturalmente, per vedere meglio e capire di più quello che si guarda bisogna avere qualche conoscenza di base, altrimenti si rischiano svarioni e errori di valutazione. Non possono esserci dubbi che il Presidente Mattarella possegga molto di più che semplici conoscenze di base. Parlamentare per diverse legislature, più volte Ministro, per alcuni anni anche giudice costituzionale, Mattarella è persona notevolmente informata dei fatti, dei non fatti e dei malfatti. Inoltre, occupa una carica e svolge un ruolo che è al centro del sistema politico e, al tempo stesso, gli impone e gli consente di continuare a ricevere informazioni.

   Non concepita dai Costituenti come una carica di grande rilevanza politica, la Presidenza della Repubblica italiana ha acquisito una imprevista centralità a partire dall’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo in concomitanza nient’affatto casuale con il declino dei partiti politici. Pur ancora scelto dai partiti, il Presidente della Repubblica si è trovato dotato di poteri istituzionali e politici significativi e costantemente sollecitato a utilizzarli anche a fronte delle debolezze e delle carenze dei partiti politici. Comprensibilmente, tanto più il Presidente conosce(va) le istituzioni e, in particolare, il Parlamento (e i parlamentari) tanto meglio è in grado di svolgere tutti compiti che gli affida la Costituzione. Alcuni critici di parte hanno accusato i due Presidenti di più lunga esperienza parlamentare, Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999) e Giorgio Napolitano (2006-2013; 2013-2015) di avere ecceduto nell’esercizio dei poteri presidenziali, di avere talvolta operato, certo non contro la Costituzione, ma extra Constitutionem. Dissento, ma capisco che da questa critica possa discendere talvolta la richiesta/proposta che il Presidente venga eletto direttamente da popolo.

   Proprio perché per esperienza istituzionale e per cultura politica, Mattarella è perfettamente attrezzato sia a fare pieno ricorso ai poteri e alle prerogative presidenziali sia a evitare improduttivi scontri con quel che rimane dei partiti, finora la sua Presidenza è stata apprezzata da quasi tutti. Di recente, persino dal quotidiano progressista spagnolo “El Paìs”, ma, inevitabilmente, non è sfuggita alle critiche particolaristiche di coloro fra i politici che preferiscono muoversi in base ai loro interessi e vantaggi particolaristici. Il Presidente Mattarella non ha mai replicato direttamente, ma le sue azioni e le sue decisioni, sempre riferibili in maniera coerente alla Costituzione, parlano per lui. Che si trattasse di nominare il Presidente del Consiglio oppure di procedere o no allo scioglimento del Parlamento, Mattarella ha fatto costante e preciso riferimento alla Costituzione. Nei suoi messaggi di fine anno agli italiani, Mattarella, contrariamente ad alcuni suoi predecessori, non ha mai replicato ai critici, ma ha sempre lasciato trasparire le sue preferenze.

   Il Presidente, “arbitro” si è definito nel discorso di accettazione, ha, per l’appunto, regolamentato il gioco, spesso falloso, delle diverse parti politiche. Lo ha fatto con riferimento a due stelle polari: la rappresentanza dell’unità nazionale che gli compete a norma di Costituzione e l’equilibrio e la stabilità del sistema politico. In questa chiave, è possibile apprezzare appieno alcuni contenuti più propriamente politici del suo messaggio di fine anno. Il richiamo all’Unione Europea e alla sua capacità di imparare e migliorare rispetto a quanto (non) fatto più di dieci anni fa per contrastare la crisi economica e la valutazione positiva della scienza nell’affrontare la pandemia debbono fare fischiare le orecchie ai sovranisti e ai no-vax. L’annuncio tout court che il 2021 è l’ultimo anno della sua Presidenza indica la sua indisponibilità ad accettare una eventuale rielezione. Ricordo che Napolitano si sentì obbligato ad una rielezione a tempo a fronte di enormi pressione di parlamentari incapaci di trovare il suo successore.

   Due punti chiave che Mattarella ha sofficemente inserito nel suo discorso riguardano direttamente il governo e il suo futuro. Da un lato, sta l’invito a “non perdere tempo”. I ritardi e gli errori del passato, ricordati da Mattarella, solo in parte giustificabili, non debbono essere riprodotti. Dall’altro, ed è la frase più forte del suo discorso, “non vanno sprecate energie e opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte”. Ciascuno, nella coalizione di governo e nei ranghi delle opposizioni, faccia, ma so che è un appello disarmato, il suo esame di coscienza. Comunque, grazie, Presidente Mattarella. 

Pubblicato il 2 gennaio 2021 su Il fatto Quotidiano

“Ma quale nuovo Patto del Nazareno. Avrebbe il sapore della farsa” #intervista @Affaritaliani

Il politologo Gianfranco Pasquino, intervistato da Affari, spiega le mosse di Berlusconi, ma anche del Pd. “La federazione proposta dalla Lega? Non ha senso”

Intervista raccolta da Paola Alagia

La mano tesa di Silvio Berlusconi per il voto sullo scostamento di bilancio, l’apertura al dialogo dell’esecutivo con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e dello stesso Partito democratico che, per bocca del suo vicesegretario Andrea Orlando, si è detto possibilista su un confronto, ma solo con Forza Italia. E ancora il leader di Italia viva Matteo Renzi che nelle scorse ore ha gettato un sasso nello stagno azzurro, sostenendo che sarebbe positivo se Berlusconi si staccasse da Meloni e Salvini. Nonostante le rassicurazioni incrociate in merito al rispetto dei ruoli e, quindi, degli attuali equilibri di governo, le sirene sono risuonate talmente forte da spingere la Lega di Salvini a sparigliare le carte, proponendo addirittura una federazione dei gruppi di centrodestra tra Camera e Senato. Insomma, per certi versi, come in un déjà vu, sembra si respiri aria da nuovo patto del Nazareno. Affaritaliani.it lo ha chiesto a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica.

Professore, che ne pensa?
Penso che il Nazareno si fosse già lamentato in occasione del Nazareno uno e avesse chiesto di non essere chiamato in causa. Meno che mai vorrebbe, quindi, il Nazareno due. Sostiene infatti che è passato molto tempo e che la seconda volta si presenterebbe come una farsa e quindi dice no. E, comunque, battute a parte, per fare un Nazareno vero bisognerebbe che i due contraenti fossero al livello elettorale dell’altra volta.

E, invece, le condizioni non ci sono, visto l’attuale peso specifico di Berlusconi?
In realtàmi pare che pure il secondo contraente, se dovesse essere Zingaretti, sarebbe molto riluttante.

Dopo l’ultimo appello di Mattarella, però, qualcosa si sta muovendo, non le pare?
Innanzitutto, bisogna fare chiarezza: Mattarella ha richiamato solo alla responsabilità, non ha mai detto ai partiti di mettersi insieme. Poi che questo appello sia stato sfruttato da Berlusconi è un’altra storia.

Raccontiamola.
E’ molto semplice: Berlusconi si sente un po’ schiacciato da Matteo Salvini, che è forte, e da Giorgia Meloni, che sta crescendo. Cerca, dunque, uno spazio di visibilità e anche di influenza politica, tentando un accordo col governo su questioni che poi riguardano anche le sue aziende. Mediaset, per l’esattezza.

E’ vero pure, però, che qualche sponda nella maggioranza la trova, a cominciare dal numero due del Pd Andrea Orlando. 
Il Pd sta cercando da un lato di fare valere il fatto che ci sarebbe qualcun altro disposto ad appoggiare il governo e, particolare non da poco, per di più anche favorevole al Mes. In secondo luogo, Orlando pensa di riuscire a dividere le opposizioni, separando quel che resta di FI da Salvini e Meloni, in modo da rendere meno rischiosa la sfida del centrodestra. E poi c’è un altro aspetto non proprio secondario.

Quale?
Il fatto che al Senato i voti sono un po’ ballerini. Il governo ha una maggioranza risicatissima e, quindi, se si aggiungessero i voti di FI sarebbe tanto di guadagnato.

Ed è in questo quadro, a fare da contraltare, che  si innesta la proposta federativa della Lega. Che ne pensa?
La mossa di Salvini non ha nessun senso. Serve solo per guadagnare più visibilità. Con la legge elettorale proporzionale, come sarà probabilmente il nuovo sistema di voto, una federazione non ha ragion d’essere perché i tre partiti andrebbero alle urne separati. La verità è che il leader della Lega crede di avere la capacità di individuare prospettive future, ma non è più così, e cerca di rimanere al di sopra della Meloni che con le sue posizioni ferme sta piano piano arrivando alle percentuali di Salvini.

Insomma, è tutto un girare a vuoto? Che immagine ci restituisce il quadro politico attuale?
Siamo in una situazione di sospensione perché nel frattempo quasi tutti si sono resi conto che questa seconda ondata è stata molto pesante, hanno qualche preoccupazione per le posizioni di Orban e Morawiecki, che difficilmente rinunceranno al veto. Le uniche certezze al momento sono che il governo è al sicuro – nessuno, infatti, cambia esecutivo quando c’è una situazione così catastrofica come quella che stiamo vivendo – e che il premier Conte è persino ritornato un po’ su nei sondaggi. Mentre il Pd per lo più traccheggia, anche il M5s ha superato, sembra senza troppi inconvenienti, gli Stati generali e si avvia ad arrivare almeno fino a gennaio. Insomma, in questa fase tocca solo farsi vedere e trovare un tema per conquistare le pagine dei giornali.

In quest’ottica c’è da temere per il voto sul nuovo scostamento di bilancio?
Certamente lo voteranno, non si è mai visto un voto contrario su uno scostamento di bilancio così essenziale. Le opposizioni non creeranno nessun problema.  

Non vede dunque pericoli all’orizzonte.
Non ci sono grosse minacce. La proposta insensata della Federazione, per esempio, cosa vuole che sposti? L’unica cosa che si muove un po’ è appunto la disponibilità al dialogo di Berlusconi.

Ma solo se decidesse di spezzare l’asse con Salvini e Meloni. E’ così?
Berlusconi non deve decidere di staccarsi, deve solo far pensare che può farlo. Poi non lo farà perché senza di lui il centrodestra non vince e lui senza il centrodestra non vince.

Né più e né meno di un gioco delle parti, insomma.
Io parlerei più di un gioco dei partitini…

Pubblicato il 23 novembre 2020 su affaritaliani.it

Conte e le critiche campate in aria

Non fanno un buon servizio alla comprensione della politica italiana tutti coloro che, un giorno sì e quello dopo anche, sottolineano la debolezza del governo Conte 2 e dello stesso Presidente del Consiglio, e annunciano, talvolta anche auspicandole, la sua prossima caduta e la sua immediata sostituzione. Non posseggo capacità divinatorie, ma sono convinto che qualsiasi discussione sulla politica che miri ad essere rilevante deve essere fondata sui fatti e sugli elementi disponibili, eventualmente anche per smentirli. Ne vedo quattro che mi paiono tutti molti rilevanti e solidi. Primo, sono oramai molti mesi che tutti i sondaggi segnalano qualcosa di inusitato. Tanto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte quanto il governo da lui presieduto godono di un alto livello di approvazione, superiore al 60 per cento e molto più elevato di qualsiasi governo precedente. Conte poi sopravanza personalmente di parecchio tutti gli altri leader politici italiani. Secondo, il Presidente del Consiglio (con il suo Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri) hanno acquisito un alto grado di credibilità nell’ambito dell’Unione Europea e delle sue autorità. Conte si è mostrato preparato e intransigente ed è stato premiato con il più cospicuo pacchetto di prestiti e sussidi accordato ai singoli paesi: 209 miliardi di Euro. Sulla sua capacità di impegnarli e spenderli presto e bene Conte ha opportunamente chiesto di essere valutato a tempo debito. In democrazia si fa proprio così. Terzo, per un paio di mesi, commentatori privi di fantasia hanno fatto circolare il nome di Mario Draghi come il più probabile successore di Conte, già pronto a subentrargli. Nessuno di loro è riuscito ad avere un’intervista con Draghi il quale si è guardato bene dal dichiararsi disponibile. Il grande banchiere sa che l’Italia è una “brutta gatta da pelare” ed è molto probabilmente consapevole che un conto è presiedere la Banca Centrale Europea un conto molto diverso essere catapultato in un sistema politico non possedendo potere politico proprio. Gli altri nomi menzionati, tutti di caratura inferiore a quella di Draghi, costituivano un elenco di uomini (neppure un donna!) noti, ma nulla più. Quarto, anche se ripetutamente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sottolineato l’importanza quasi assoluta della stabilità di governo e della continuità della sua azione, quirinalisti e retroscenisti lasciavano trapelare (o si inventavano) una qualche insoddisfazione del Quirinale nei confronti di Palazzo Chigi. Al contrario, esistono molte dichiarazioni di Mattarella che debbono essere interpretate nel senso di una sua grande contrarietà a qualsiasi crisi di governo. Il Presidente della Repubblica non si allontana dalla convinzione che il governo in carica ha l’obbligo politico di formulare i progetti indispensabili per usufruire dei fondi europei ed è il meglio attrezzato a farlo. Le critiche giornalistiche e politiche a Conte continueranno. Sarebbero meno campate in aria se tenessero conto di qualche fatto.

Pubblicato AGL il 30 settembre 2020

Legge elettorale, Pasquino spiega perché il doppio turno è molto meglio del doppio forse @formichenews

Il criterio migliore con il quale valutare le leggi elettorali è quanto potere conferiscono all’elettorato, non il tornaconto personalistico e particolaristico immediato, che genera invece leggi mediocri se non pessime. Il commento di Gianfranco Pasquino

Da oramai troppo tempo la discussione sulle leggi elettorali è inquinata da inesattezze, più o meno volute, e manipolazioni. Purtroppo, in alcune, non proprio marginali, inesattezze è incorso anche il prof. Alfonso Celotto nel suo intervento “Carlo Magno e l’eterno dilemma della legge elettorale”. Il Mattarellum non era “un sistema per 2/3 maggioritario”, ma per 3/4 tale ed è importante aggiungere “in collegi uninominali”. Fatti salvi due difetti, le modalità dello scorporo alla Camera e la possibilità di liste civetta, facilmente rimediabili, la legge elettorale di cui fu relatore Sergio Mattarella rimane la migliore delle leggi elettorali post-1993. Non è corretto affermare che “nel 2005, sulla spinta [non fu una spinta, ma una meditata decisione] del centro-destra, si è tornati a un proporzionale semplice [C.vo mio], ma con la forte correzione di soglia di sbarramento e premio di maggioranza (oltre alle liste bloccate: cosiddetto Porcellum)”.

Infatti, ovviamente, una legge che ha una soglia di sbarramento e un premio di maggioranza, non può e non deve mai essere definita “semplice” e neppure “proporzionale puro” come leggo su troppi quotidiani e ascolto in troppi talk show.  Semmai, è proporzionale corretta, ma di “correzioni” se ne possono escogitare molte altre a partire dalla dimensione della circoscrizione. Meno parlamentari si eleggono in una circoscrizione tanto più difficile sarà per i partiti piccoli vincere un seggio.

Nella sua storia la Francia ha spesso cambiato leggi elettorali, anche, per la precisione, nel 1985 quando la maggioranza di sinistra, Mitterrand presidente, abolì la legge maggioritaria in collegi uninominali e introdusse una legge proporzionale, non “piccola rettifica”, nel tentativo di impedire la vittoria del centrodestra a guida gollista. Nelle elezioni legislative del 1986 Jacques Chirac vinse lo stesso e con la sua maggioranza assoluta subito reintrodusse il maggioritario a doppio turno in collegi uninominali. Dobbiamo chiederci il perché della lunga durata del doppio turno, ma dobbiamo subito aggiungere che quel doppio turno si accompagna alla forma di governo semipresidenziale con elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica.

Potremmo pretendere un salto di qualità dalla discussione in corso (centrata sulla “altezza” della soglia di accesso al Parlamento), ma siamo consapevoli che la nostra pretesa è una grande illusione. Fintantoché i sedicenti riformatori impronteranno le loro proposte al tornaconto personalistico e particolaristico immediato, avremo leggi elettorali mediocri, se non pessime. Il criterio migliore con il quale valutarle è quanto potere conferiscono all’elettorato. Poi, ad libitum, sarei in grado di precisare, facendo riferimento sia al sistema proporzionale personalizzato (si chiama proprio così) tedesco sia al doppio turno francese, che cosa significa “potere dell’elettorato”, come strutturarlo e come valutarlo. Ho promesso a Carlo Magno che lo dirò a lui per primo.

Pubblicato il 28 settembre 2020 su formiche.net

Chi rompe deve pagare

Il Coronavirus è lungi dall’essere debellato. Continua a contagiare e mietere vittime. Sta, forse, per estendersi in luoghi finora non affetti. Il suo impatto sull’economia cinese è già stimato ingente, non solo in termini di riduzione di almeno un punto del Prodotto Interno Lordo, ma anche di scambi commerciali e turistici con il resto del mondo. Date le dimensioni economiche oramai conseguite dalla Cina, un po’ tutti i sistemi economici subiranno conseguenze negative. Da tempo in sostanziale stagnazione, l’economia italiana subirà, sta già conteggiando, notevoli perdite dalle mancate esportazioni. L’Italia è alle soglie di una probabile recessione senza che la politica ne avverta la gravità e si prepari a misure straordinarie.

Sicuramente, è importante discutere della prescrizione che attiene ai diritti dei cittadini, dei decreti sicurezza che dovrebbero per l’appunto rassicurare i cittadini, le loro vite, la loro libertà, le loro proprietà. Però, non concentrare l’attenzione sul rilancio dell’economia e della sua crescita che, creando posti di lavoro, avrebbe conseguenze benefiche sulla vita quotidiana delle famiglie italiane è molto più che un grave errore. Invece, il dibattito pubblico è quasi sostanzialmente monopolizzato dalla minaccia quotidiana di Renzi e di Italia Viva rivolta al governo Conte. Più precisamente, Renzi afferma di non volere elezioni anticipate, ma curiosamente dice di non temerle pur non avendo attualmente i voti necessari a superare la clausola di ingresso nel prossimo parlamento. Vuole la sostituzione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Nessun governo Conte 3, ma un altro governo, non è chiaro composto e guidato da chi, è la richiesta di Matteo Renzi.

In un Parlamento che, se il taglio dei parlamentari non sarà sconfitto nel referendum costituzionale del 29 marzo, perderà un terzo dei suoi componenti, sono molti coloro che vanno in cerca di un riposizionamento promettente. Ha senso criticarne le modalità, ma non le intenzioni. Sullo sfondo si staglia il classico pericolo/spauracchio dell’economia italiana: l’impennata dello spread che seguirà subito qualsiasi segnale di instabilità governativa. Sono proprio le reciproche accuse, le malposte ambizioni, le ripicche e i personalismi che aprono una prateria all’instabilità del governo e alla sua inevitabile impossibilità di prendere decisioni. Altrove, qualsiasi buon amministratore avvertirebbe tutti i suoi collaboratori degli ingenti costi di un dibattito malevolo, centrato sulle persone e non orientato a soluzioni operative. Potendo cercherebbe di disarmare i responsabili dei danni. Forse è giunto il momento che dal colle del Quirinale il Presidente della Repubblica faccia sapere solennemente e “costituzionalmente” a tutti gli inquilini pro tempore di Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama che non è (mai) sufficiente l’esistenza di una maggioranza numerica che non sappia dimostrarsi operativa. La pazienza “presidenzial-costituzionale” non è infinita.

Pubblicato AGL il 19 febbraio 2020

Caro Conte, le sue dimissioni non siano irrevocabili @formichenews

L’anno non è stato “bellissimo”, ma la sua esperienza è stata istruttiva, gratificante, degna di essere vissuta. E adesso prenda l’iniziativa. L’epistola di Gianfranco Pasquino al presidente del Consiglio

Bologna, 9 agosto 2019

Caro Presidente del Consiglio,

le scrivo poiché so che si trova in una situazione difficile, e ancora più forte le scriverò poiché immagino il frastuono intorno a lei. Non ho mai apprezzato la sua interpretazione del ruolo “avvocato del popolo”. Ho sempre pensato che i capi di governo non debbano “difendere” il popolo, ma rappresentarlo e guidarlo. Adesso, però, dopo mesi di penose inadeguatezze di Di Maio e di intollerabili forzature di Salvini, ci vedo meglio. Sì, il popolo deve essere difeso anche dai suoi errori di voto e, aggiungo subito,come consiglio interessato al popolo, deve sapere che perseverare diabolicum est. Lei ha fatto molto bene a rivendicare la sua autonomia, quantomeno istituzionale, e adesso spero che intenda e riesca a sfruttarne tutti i margini. È giusto chiedere che la crisi di governo sia totalmente “parlamentarizzata”. Le crisi extraparlamentari sono state il lato peggiore della Prima Repubblica. Erano disprezzo per il Parlamento, schiaffo al Presidente della Repubblica, cattivo servizio all’opinione pubblica alla quale si negavano informazioni politiche rilevanti, massimo segno di arroganza dei dirigenti di partito. L’hanno pagata, ma troppo tardi e, in sostanza, troppo poco. La mozione di sfiducia dei leghisti e del loro abbronzato “capitano” servirà a narrare che cosa è cambiato, spero non solo i sondaggi,  e che cosa vorrebbero fare dopo le elezioni, spero non more of the same, che, adesso non sarebbe loro possibile a causa di (quali?) ostacoli insuperabili. Ci garantiscano anche che hanno già preso tutte le misure necessarie a impedire l’interferenza della Russia nella campagna elettorale prossima ventura.

   Credo che lei abbia il potere di chiedere ai due Presidenti delle Camere la loro convocazione relativamente ravvicinata. Vorrei anche che, a dimostrazione che è tuttora capo di questo governo, lei decida rapidamente di procedere alla nomina del Commissario europeo che spetta all’Italia, non alla Lega, non al Movimento 5 Stelle, ma proprio al governo. Faccia il nome. Non vorrei bruciare nessuno, ma l’identikit di un candidato di peso, con competenze economiche, noto a livello internazionale si attaglia perfettamente a Carlo Cottarelli.

   I passi successivi dipenderanno dallo svolgimento e dai contenuti del dibattito parlamentare. Le suggerirei di ripetere il suo secco e sobrio discorso di giovedì 9 sera, rimpolpandolo con le cose fatte, le cose da completare, le cose da fare e, naturalmente, mettendo in evidenza soprattutto le convergenze, –le divergenze le urlerà il VicePresidente Salvini, certamente affermando (sic) di averle più volte espresse nel Consiglio dei ministri. O sbaglio? Comunque, tiri un bilancio complessivo in tutto candore. Le suggerirei di dire che, no, l’anno non è stato “bellissimo”, ma la sua esperienza è stata istruttiva, gratificante, degna di essere vissuta: “bellissima” (il professore di Scienza politica che è in me aggiunge subito: “invidiabile”).

Dopo il voto di Camera e Senato scriverò anche al Presidente della Repubblica Mattarella. Avevo più familiarità con Napolitano, ma, insomma sono stato sui banchi del Parlamento anche con Mattarella, per dire come penso debba essere “governata” la crisi. Lei, caro Presidente del Consiglio, dia le sue dimissioni senza aggiungere irrevocabili, e comunichi al Presidente la sua disponibilità a formare un nuovo governo che conduca alle elezioni e le sovrintenda. Non possono essere né i Ministri delle Cinque Stelle né, meno che mai, l’attuale Ministro degli Interni coloro che credibilmente garantiranno un’equa competizione elettorale. Mi rifiuto di pensare che nel paese non esistano venti persone, uomini e donne, dotati di una biografia personale e politica al disopra di ogni sospetto, competenti, equilibrati/e, disposti a dare due mesi della loro attività a un procedimento elettorale limpido. Anche in questo caso, mi sento di fare almeno due nomi: Raffaele Cantone agli Interni e Emma Bonino agli Esteri. Gli economisti sono più controversi, ma il Presidente Emerito dell’Accademia dei Lincei, Alberto Quadrio Curzio ha un curriculum di tutto rispetto.  Naturalmente, sarà lei a guidare il governo elettorale.

Non vado oltre, ma mi raccomando, caro Prof Conte: sia assertivo, prenda l’iniziativa, parli alto e forte.  Ha dimostrato di saperlo fare. Insista e persista. La Repubblica (no, non il quotidiano) le sarà grata.

Pubblicata il 9 agosto 2019 su formiche.net

Salvini vuole la grazia #Cassazione #49milioni #lega #Mattarella

Il capitano della Lega, vice-presidente del Consiglio dei Ministri, Ministro degli Interni, Matteo Salvini progetta di salire al Colle del Quirinale. Qualcuno insinua che voglia chiedere al Presidente della Repubblica di intervenire a suo favore affinché la Lega non restituisca allo Stato 49 milioni di Euro. Forse vuole più semplicemente da Mattarella la grazia o la commutazione della pena (art. 87). Quasi sicuramente nel suo slancio populista non sa che nelle democrazie i poteri sono e, nella misura del possibile, debbono restare separati.

 

Entrevista #ElMundo “Matteo Salvini y los nacionalistas catalanes se parecen”

Entrevista de IRENE HDEZ. VELASCO Enviada especial Roma

El politólogo y ex senador de centro izquierda opina que “el voto de protesta está justificado y es muy comprensible”

Las elecciones en Italia dan la victoria al Movimiento 5 Estrellas y siembran la incertidumbre y confusión

Fue alumno del respetadísimo Norberto Bobbio, discípulo del gran Giovanni Sartori. Y, ahora, él mismo está considerado como el politólogo más prestigioso de Italia. A sus 75 años Gianfranco Pasquino -profesor emérito de Ciencias Políticas en la universidad de Bolonia y ex senador durante más de una década del centroizquierda- sigue teniendo esa rara cualidad de pensar de manera diferente, de nadar a contra corriente de tópicos y lugares comunes, de generar espacios de disidencia intelectual.

¿Qué balance hace del resultado de estas elecciones? El que Cinco Estrellas y la Liga sean los rotundos vencedores de los comicios, ¿supone un triunfo del populismo en Italia?
No, ese es un grave error que cometen los comentaristas italianos y extranjeros. A todo lo que no nos gusta no le podemos poner la etiqueta del populismo. El Movimiento Cinco Estrellas es un movimiento antiestablishment, antipolítica, a favor de la honestidad y la limpieza y en contra de la corrupción. Es un movimiento que apunta a cambiar las cosas. Por supuesto, tiene elementos populistas claro, pero definir a Cinco Estrellas en su conjunto como populista es un error. Matteo Salvini sí que es populista, pero no es sólo populista. Por encima de todo Salvini representa de manera consistente la política territorial del centro-norte de Italia.

¿Cómo valora entonces el resultado de estos comicios?
Es un resultado claramente en contra de la política que se ha hecho en Italia en los últimos años y, en particular, contra la que ha hecho Matteo Renzi, secretario general del Partido Democrático, y sus colaboradores. Renzi y sus colaboradores nunca rindieron cuentas sobre lo que pasó en el referéndum de 2016, han utilizado Gentiloni según les convenía y se han limitado a darle “propinas” a la gente: 80 euros por ahí, 500 euros a los que cumplen 18 años, la abolición del impuesto televisivo… Sin una visión política no se cambia el país, no se arregla la economía con esas simples “propinas”, al contrario, se empeora. Pero Renzi siguió adelante, de manera arrogante, y justamente ha sido castigado.

¿El resultado de estas elecciones se puede interpretar entonces como un gran voto de protesta?
Sí. Ha habido un voto de protesta y de insatisfacción muy fuerte, que está perfectamente justificado: a este país no le está yendo bien, le está yendo de hecho bastante mal, y por tanto es justo protestar. ¿En contra de quién? De la clase política, en contra de los que están en el Gobierno. El voto de protesta está justificado y es muy comprensible.

Serán necesarias alianzas para poder constituir un Ejecutivo. ¿Qué tipo de Gobierno cree que se puede esperar?
Se pueden poner en pie distintos tipos de Gobierno, porque las democracias parlamentarias son muy flexibles. Podemos tener un Gobierno guiado por alguien cercano al Movimiento Cinco Estrellas que consiga en el Parlamento los votos necesarios. Podemos tener incluso un Gobierno de centroderecha, liderado quizás por Matteo Salvini, si logran encontrar entre 40- 50 parlamentarios dispuestos a apoyarlos. Podemos tener también un ‘gobierno del Presidente’, con una personalidad indicada por Sergio Mattarella como primer ministro que logra un consenso amplio en el Parlamento, que cuente con el apoyo de Cinco Estrellas, del Partido Democrático e incluso de Forza Italia. Hay distintas posibilidades que podrían explorarse.

Y en su opinión, ¿cuál es el Gobierno que tiene más posibilidades de hacerse realidad?
No soy astrólogo. Lo que le puedo decir es lo que creo que sería posible y útil: un Gobierno que vea juntos el Partido Democrático, al Movimiento Cinco Estrellas y a otros pequeños partidos del centro izquierda como Libres e Iguales. Un Gobierno con unas prioridades claras y que cuente con personas capaces de llevarlas a cabo. Un Gobierno que tenga un buen ministro de Exteriores -no como Angelino Alfano (el ministro saliente) que ni siquiera sabe inglés- que sea creíble a nivel europeo. Un Gobierno operativo y estable que haga cosas.

La Liga se ha convertido en el primer partido del bloque de derechas, superado a Forza Italia. ¿Berlusconi está finalmente acabado?
Creo que sí. Debería jubilarse, porque ha sido derrotado clamorosamente por Matteo Salvini. Ese ‘sorpasso’ es muy relevante, los parlamentarios de Forza Italia ahora saben que si quieren tener un papel específicotienen que apoyar a Salvini.

¿Usted definiría a la Liga como un partido de extrema derecha?
No, de extrema derecha no. Es seguramente un partido con algunas componentes de la extrema derecha, su posición en contra de los inmigrantes es demasiado dura y en mi opinión errada. Pero sobre todo es un partido de representación territorial. No sé si es usted catalana… Sé que a los nacionalistas catalanes no les va a gustar lo que voy a decir, pero comparten cosas con Matteo Salvini, comparten la representación territorial y la exigencia de mayor autonomía.

Matteo Renzi sólo tiene 43 años. ¿Está acabado?
No le voy a dar una respuesta académica o científica, sino personal. Espero que sí, espero que Matteo Renzi esté acabado porque ha llevado al Partido Democrático a un nivel muy bajo, porque ha destruido la representación territorial que tenía y porque se ha rodeado de personas serviles, obedientes y no muy capaces. Si Renzi no se va, será dificilísimo reconstruir una izquierda en Italia.
Alemania ha tardado seis meses en formar Gobierno. ¿Cuánto tiempo cree que necesitará Italia?
Los alemanes son mejores que nosotros, si ellos han tardado seis meses nosotros podemos tardar ocho, nueve… Jajaja, no, estoy bromeando (risas). Italia va a tardar menos tiempo. A finales de mayo o principios de junio Italia seguramente tendrá un Gobierno.

6 MAR. 2018