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Mattarellum: si dovrebbe ripartire da lì

Archiviato, non del tutto, il referendum costituzionale con una netta vittoria del No, una delle conseguenze immediate è che è imperativo fare la legge elettorale del Senato. Inoltre, poiché è molto probabile che la Consulta avanzerà serissime riserve e formulerà indicazioni precise relativamente all’Italicum (già dato per morto e sepolto da coloro che lo hanno elaborato e esaltato), dirigenti di partito, giuristi e politologi di riferimento (spesso gli stessi responsabili dell’Italicum) insieme ai parlamentari hanno ripreso la danza tribale intorno al sistema elettorale più bello del mondo. In verità, il primo candidato, abbastanza autorevole dato il suo non del tutto disprezzabile passato, è il Mattarellum. Come suggerisce il nome, è la legge elettorale di cui fu relatore Sergio Mattarella, allora, 1993, deputato dei Popolari. Mentre per il Senato quel che rimaneva dei partiti italiani, travolti da Mani Pulite, decisero di tradurre sostanzialmente l’esito del referendum che aveva quasi del tutto cancellato la precedente legge proporzionale, alla Camera dei deputati, presieduta da Giorgio Napolitano, cercarono di contenere gli effetti maggioritari del referendum. Non lo fecero in maniera particolarmente efficace introducendo una seconda scheda di recupero proporzionale con lista dei candidati bloccata che consentì la presenza delle cosiddette liste civetta per evitare il cosiddetto scorporo dei voti già utilizzati per vincere il seggio nei collegi uninominali.

La semplice descrizione di un sistema che eleggeva tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali e un quarto con il cosiddetto recupero proporzionale rivela qualche complessità di troppo. Il pregio maggiore del Mattarellum fu che, imponendo la formazione di coalizioni pre-elettorali (operazione nella quale Berlusconi fu bravissimo, mentre i Popolari si condannarono all’estinzione), diede vita al bipolarismo e, di conseguenza, all’alternanza. Nel 2005 il centro-destra, mai abbastanza capace di trovare candidature attraenti peri collegi uninominali, sostituì il Mattarellum con una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza, detta Porcellum, predecessore immediato dell’Italicum che, dunque, non è affatto maggioritario.

Comprensibile è che Berlusconi, data la debolezza attuale di Forza Italia, desideri una legge proporzionale, ma di leggi elettorali proporzionali ne esistono numerose varianti la migliore della quali è quella tedesca. Curioso, invece, che chi aveva collaborato all’Italicum e lo aveva sostenuto a spada tratta oggi dica che l’idea di Renzi di tornare al Mattarellum è “ottima”. Però, da un lato, quell’idea non è solo di Renzi che, casomai ci è arrivato tardivamente; dall’altro, una riesumazione del Mattarellum senza alcune modifiche non sarebbe del tutto positiva. Comunque, sono già molti coloro che respingono il Mattarellum sostenendo che, nel migliore dei casi, funzionerebbe in un sistema partitico bipolare, ma non è adeguato all’attuale tripolarismo italiano. È un’obiezione sbagliata poiché quando il Mattarellum fu introdotto non c’era affatto il bipolarismo in Italia. Berlusconi non aveva neppure ancora manifestato la sua intenzione di “scendere in campo”. Grazie ai collegi uninominali e alla formazione, voluta e ottenuta da Berlusconi, di un polo bifronte (al Nord e al Centro-Sud) di centro-destra, il Mattarellum diede il suo potente contributo a una competizione bipolare la cui necessità e dinamica il centro-sinistra comprese e praticò soltanto quando nel 1996 seppe costruire l’Ulivo.

Non importa se il sistema partitico italiano è attualmente tripolare, anche se il polo di centro-destra al momento pare quasi inesistente. I collegi uninominali sarebbero sufficientemente costrittivi da imporre una competizione bipolare, mentre il recupero proporzionale darebbe rappresentanza parlamentare a chi non sa e non vuole trovare alleati e formare coalizioni pre-elettorali. Insomma, il Mattarellum semplificato e snellito, facilmente comprensibile dagli elettori nei suoi effetti, è il sistema che chi vuole andare presto alle urne dovrebbe preferire. Tutto il resto, che, peraltro, è già cominciato, appare come un polverone déjà vu che rischia di produrre un’altra legge che favorisce alcuni partiti e che non conferisce potere agli elettori.

Pubblicato AGL il 23 dicembre 2016

Bentornato Mattarellum, ma riveduto e migliorato

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Non stiamo cercando il sistema elettorale perfetto. Coloro, poi, che volevano cambiare il bicameralismo che chiamavano “perfetto”, ma era paritario, proprio non ci arriverebbero mai. Infatti, avevano inventato un Porcellum poi finalmente smantellato dalla Corte Costituzionale. Per superare le obiezioni di quella Corte hanno confezionato un Italicum che, per le poche variazioni rispetto al Porcellum è, a tutti gli effetti, un Porcellinum. Adesso aspettano di vederselo triturato dalla Corte la cui composizione è quasi la stessa di tre anni fa. La “triturazione” servirebbe loro ottimamente per avere un alibi. In via di principio, a un sistema proporzionale senza clausole, il cosiddetto consultellum, che, per capre e caproni, è dizione più precisa di “puro”, chiunque voglia dare o dichiari di volerlo fare, rappresentanza ai cittadini, non può opporsi. Meglio, però, se il prossimo sistema elettorale darà anche potere ai cittadini, gentilmente consentendo loro di scegliere i propri rappresentanti nei collegi uninominali.

Non necessariamente congegnato con questo obiettivo, il Mattarellum ha funzionato in maniera più che accettabile nel 1994, 1996, 2001. Ricordiamone, però, alcuni elementi importanti. Primo: non avremmo mai avuto un sistema elettorale maggioritario e collegi uninominali se non fosse stato per l’opera indefessa dei referendari del 1993 (fra i quali c’ero anch’io). I parlamentari della legislatura 1992-1994 furono obbligati a trovare un modo per non tradire troppo l’esito del referendum che si applicò senza nessun intervento al Senato. Tre quarti di collegi uninominali nei quali vinceva chi otteneva un voto in più degli altri. Un quarto di eletti con il cosiddetto recupero proporzionale dei soli voti non già utilizzati per eleggere candidati. Un esempio numerico chiarisce tutto. Lo faccio con riferimento all’elezione degli, allora, otto senatori nelle Marche. Ciascun collegio ha all’incirca 180 mila elettori, il 65 per cento dei quali, vale a dire, 117 mila, vota. Data l’attuale distribuzione dei voti secondo i sondaggi, è probabile che il PD conquisti tre seggi e, se il centro-destra non ha raggiunto nessun accordo pre-elettorale nel suo ambito, gli altri tre seggi maggioritari saranno conquistati dalle Cinque Stelle. Nessuno dei voti utilizzati da PD e Cinque Stelle per le loro vittorie può servire per il recupero proporzionale al quale parteciperanno soltanto i candidati del centro-destra. I due seggi di recupero andranno ai candidati dei due partiti il cui monte voti complessivo è più alto, presumibilmente, nell’ordine, Lega Nord e Forza Italia. In una regione piccola l’effetto maggioritario sembra contenuto, ma in regioni grandi come Lombardia, Sicilia, Campania. Veneto e Emilia-Romagna risulterà notevole. Naturalmente, non v’è nessuna certezza che un partito che abbia il 32 per cento dei voti su scala nazionale riesca ad ottenere una maggioranza assoluta di seggi alla Camera o al Senato.

La scheda a parte e lo scorporo, ovvero, meglio, lo scomputo dei voti serviti a eleggere i deputati da quelli andati alla lista, bloccata, di recupero proporzionale, furono una non brillante invenzione introdotta dai dirigenti di partito, un salvagente per garantirsi il seggio, anche grazie alla possibilità di essere presenti tanto in un collegio uninominale quanto nella lista bloccata. Nel 1994, sia Mario Segni, nel suo collegio uninominale in Sardegna, sia Sergio Mattarella, nel suo collegio uninominale in Sicilia, furono sconfitti, ma tornarono alla Camera dei deputati recuperati come capilista della lista bloccata. Altri più furbi o più forti si fecero paracadutare in collegi uninominali sicuri (preferibilmente in Toscana, in Emilia, in Umbria). Nel suo collegio di Gallipoli, nel 1996 Massimo D’Alema rinunciò al salvagente della candidatura simultanea nella scheda proporzionale. Fu eletto. Suggerimento: introdurre nel Mattarellum 2.0 il requisito di residenza da almeno tre anni nel collegio in cui si vuole essere candidati.

Il Mattarellum incentivò la formazione di coalizioni pre-elettorali. Tali furono in Italia tanto l’Ulivo quanto l’Unione e, per il centro-destra, il Polo delle Libertà e il Polo del Buongoverno, in seguito la Casa della Libertà. Le coalizioni pre-elettorali, che sono molto diffuse nelle democrazie parlamentari europee che usano sistemi proporzionali, ma che hanno una loro non disprezzabile storia anche in Francia dove ci sono collegi uninominali, danno un’informazione in più all’elettorato su quali partiti potrebbero andare al governo.

In Italia, i piccoli partiti pretesero allora collegi sicuri per entrare nelle coalizioni pre-elettorali minacciando altrimenti di fare mancare i loro voti che potevano essere decisivi. Eliminando la scheda di recupero proporzionale, la minaccia sarebbe spuntata. I candidati vittoriosi in seguito ad un chiaro accordo pre-elettorale sarebbero, al tempo stesso, effettivi rappresentanti del collegio, ma agirebbero da parlamentari a sostegno della loro coalizione sia al governo sia all’opposizione. I famigerati trasformisti debbono e possono essere bloccati attraverso il regolamento di Camera e Senato che sancisca che coloro che cambiano gruppo parlamentare non sono abilitati a formarne un altro, ma sono obbligati a confluire nel gruppo misto perdendo stanze, segretarie, fondi e persino accesso alle cariche nelle Commissioni. A queste condizioni e senza nessun’altra modifica rispetto a quelle che ho delineato (più precisamente, senza nessun premietto in seggi), il Mattarellum 2.0 è il sistema elettorale più facilmente e rapidamente configurabile e sicuramente preferibile nelle condizioni date. Non avvantaggia e non svantaggia nessuno. Crea condizioni di incertezza per candidati e partiti. Conferisce incisivo potere agli elettori.

Pubblicato il 19 dicembre su Casa della Cultura online

Continuità con limiti e difficoltà

Non è stato molto difficile per il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella risolvere la crisi di governo aperta dalle dimissioni di Renzi. Infatti, il nome di Paolo Gentiloni, Ministro degli Esteri del governo dimissionario, era emerso molto nettamente anche dalle totalmente irrituali consultazioni parallele che Renzi aveva condotto a Palazzo Chigi. In altri tempi, nessun Presidente del Consiglio dimissionario si sarebbe mai permesso un comportamento di questo genere, palesemente teso a influenzare il Presidente della Repubblica alle cui consultazioni il segretario del PD non è neppure andato. Poiché capo del partito che ha un’ampia maggioranza, ingrassata dal premio in seggi, alla Camera dei deputati, era assolutamente evidente, e persino accettabile, che Renzi sarebbe riuscito ad influenzare sia la scelta del suo successore sia il perimetro della coalizione di governo. Infatti, grazie ai numeri complessivi dei gruppi parlamentari del PD e a quelli dei suoi sostenitori in Assemblea e in Direzione, pure scontando le defezioni di coloro che, scarsamente renziani, già si posizionano per il futuro, Renzi avrebbe comunque potuto impedire la formazione di un governo sgradito. Tuttavia, in assenza di una legge elettorale rapidamente utilizzabile, un qualche governo sarebbe dovuto nascere.

Respinta l’ipotesi di un governo istituzionale che, da un lato, non avrebbe potuto controllare, dall’altro, avrebbe necessitato del sostegno del PD, con rischi di logorio, Renzi ha giocato la carta Gentiloni. Timoroso di qualsiasi scioglimento immediato, Alfano si è subito dichiarato disponibile a continuare a fare parte della maggioranza. La novità è che il gruppo ALA (Alleanza Liberalpoolare-Autonomie), 18 senatori e 16 deputati, guidato da Verdini, ha annunciato di volere entrare a vele spiegate nel nuovo governo. Si andrebbe così a configurare un embrione di Partito della Nazione. Resta da vedere se Gentiloni vorrà o sarà costretto a offrire dei ministeri ai verdiniani e se e quanto le minoranze interne del PD si opporranno alla tutt’altro che marginale ridefinizione della maggioranza di governo.

Da adesso, imperversa, come si dice, il totonomi, ma sottolineo, da un lato, che i ministri del PD dovranno tutti ottenere il beneplacito di Renzi che sembra avere già fatto sapere che anche il suo potente sottosegretario Luca Lotti deve stare dov’è soprattutto in vista delle nomine in una serie di enti. Dall’altro, che Gentiloni deve rappresentare la continuità e, nonostante che il Presidente della Repubblica abbia affermato chiaramente che il nuovo governo godrà della “pienezza dei poteri”, la sua operatività ha limiti certi, quantomeno non contraddire nessuna delle politiche pubbliche renziane. Punteggiata dalla celebrazione di eventi internazionali, il più importante dei quali è il sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, 25 marzo 2017, vero inizio del percorso che ha portato all’Unione Europea, la durata del governo Gentiloni potrebbe non essere così breve come viene ipotizzato.

Indubbiamente, non sarà affatto facile scrivere nuove leggi elettorali per Camera e Senato che tengano conto delle preferenze, spesso contrastanti anche all’interno della prossima maggioranza di governo. Tuttavia, l’inconveniente più grave per il governo Gentiloni deriva dai tempi che Renzi imporrà al suo partito per svolgere il prossimo (e decisivo, almeno per lui) Congresso. Chiunque vinca quel Congresso, Gentiloni sarà a rischio poiché lo Statuto del PD contiene la norma che stabilisce che il segretario è il candidato alla carica di Presidente del Consiglio. Se, infine, è giusto interrogarsi se siamo tornati ai riti, alle dinamiche, alle problematiche della cosiddetta Prima Repubblica, la risposta è che chi ha creato i problemi, a cominciare dalla cattiva legge elettorale e dalle brutte riforme costituzionali, è responsabile di questa parziale regressione. La vera preoccupazione è che gli attuali componenti della classe politica, Gentiloni compreso, non sembrano avere le competenze di chi ha guidato la Prima Repubblica. La soluzione non potrà venire automaticamente e esclusivamente da una buona legge elettorale.

Pubblicato AGL il 12 dicembre 2016

Dialogo immaginario al Quirinale

Abbiamo fortunosamente potuto ascoltare quanto si sono detti il Presidente Mattarella e il Presidente Emerito nonché Senatore a vita, già Ministro degli Interni e Presidente della Camera dei deputati (1992-1994) Giorgio Napolitano.

Mattarella. Ti ho invitato alle consultazioni perché, caro Giorgio, te lo dico subito: tu sei parte del problema. Non ti pare di avere esagerato con l’appoggio a Renzi e alle sue riforme costituzionali che erano piuttosto brutte e malfatte?

Napolitano. Il Presidente del Consiglio si è fatto prendere la mano dalla sua irruenza. Ho dovuto richiamarlo usando il mio linguaggio, che tu sai essere soffice e felpato, rimproverandolo per “forse, un eccesso di personalizzazione politica”. Però, aveva ragione Pasquino (ma non farglielo sapere perché si monterebbe la testa), quando lo accusava di plebiscitarismo. Renzi ha poi addirittura sostenuto che queste erano le “mie” riforme. Davvero troppo. Non mi aspettavo una sconfitta così bruciante che, ahimé, ha intaccato anche il mio prestigio

Mattarella: Già, Pasquino. Lo conosco. Sostiene che sarebbe utile fare rivivere il mio sistema elettorale Mattarellum. Potrebbe persino avere ragione. Comunque, caro Giorgio, adesso ti tocca suggerirmi il modo di uscire da questa crisi di governo. Come te, neppure io vorrei procedere allo scioglimento del Parlamento. Elezioni immediate, come ne parlano troppi commentatori incompetenti e qualche politico la cui ambizione è molto al di sopra della sua conoscenza della Costituzione, non sono praticabili. Per di più, non posso ricorrere alla soluzione del governo tecnico che tu t’inventasti con quel colpo di genio di nominare Mario Monti senatore a vita per poi metterlo alla Presidenza del Consiglio. Una soluzione di questo tipo me l’hai bruciata.

Napolitano: Non la rifarei neppure io dopo che Monti contro le mie aspettative e i miei suggerimenti decise di “salire in politica” facendo saltare con il cattivo esito della sua lista Scelta Civica qualsiasi possibilità di succedermi alla Presidenza della Repubblica e, di fatto, complicando quelle elezioni e gli avvenimenti successivi.

Mattarella: Sono incline a cercare una soluzione non pasticciata che consenta di concludere la legislatura a febbraio-marzo 2018 come d’altronde, glielo ricorderò, eccome, ha più volte dichiarato lo stesso Renzi. Credi che sia possibile?

Napolitano: Possibile forse, doveroso senz’altro, ma, attenzione, il fiorentino è pieno di energie e ha un surplus di ambizione tale che non posso escludere che si metta di traverso a qualsiasi soluzione che non contempli un suo ruolo rilevante. Consultati in maniera ovattata anche con qualche sub leader del PD, Franceschini, Bersani (o chi per lui, non Cuperlo…), Delrio per sapere se sarebbero  in grado di tenere a bada Renzi e, ma io non te l’ho detto, di sfilargli il partito. Fai sì che sia Renzi in un sussulto da “statista” a indicare/designare il suo successore a Palazzo Chigi garantendogli il sostegno convinto del Partito Democratico.

Mattarella: Condivido, ma non sottovaluto i colpi di coda di un perdente che voglia mantenere, premuto da tutti i suoi collaboratori che, mediocri assai, non vogliono tornare nell’ombra, un ruolo visibile per risorgere nel 2018: una specie di “rieccolo” alla Fanfani, altra tempra altra statura (oops, non voglio scherzare) politica, e che quindi prepari non poche imboscate parlamentari. Rimane poi il problema di quale maggioranza sosterrà il nuovo Presidente del Consiglio.

Napolitano: Credo che Alfano e sicuramente Verdini sarebbero disponibili. Qualche aiutino verrebbe sicuramente dai parlamentari, non quelli che non sono ancora giunti al vitalizio (che brutta quest’accusa che puzza di antipolitica), ma quelli che sanno che non riusciranno a farsi ricandidare. Se cambiano tutti i ministri, condizione che devi porre a chiunque tu dia l’incarico, forse salvando, per ragioni di opportunità europee, il solo Padoan, una sferzata di energia e d’impegno a provare le loro competenze potrebbe spingere il nuovo governo almeno fino all’autunno 2017. Superare Natale dovrebbe essere del tutto possibile.

Mattarella: Quindi, mi suggerisci un politico? Vent’anni fa avrei dato l’incarico proprio a te. Adesso vorrei evitare candidature istituzionali. D’altronde, né Grasso né Boldrini hanno caratura politica e tecnica tale da essere ineccepibili. Al momento non intravvedo nessun uomo e nessuna donna, che sarebbe una grande novità, provenienti dalla società all’altezza della sfida. Neppure guardando all’Europa troveremmo politici di alto livello da reclutare: un obiettivo impossibile. I vincitori del referendum con il loro schieramento variegato e diffuso (nota che evito il termine “accozzaglia” che non sta nel mio lessico e nel mio stile) sono privi di personalità “presidenziabili”. Insomma, non mi resta che procedere a cercare con il lanternino nel litigioso convento del Partito Democratico un leader dalle buone maniere, non antagonizzante, consapevole dei suoi limiti, disposto a entrare nella storia politica di questo paese avendo guidato il governo anche solo per un anno o poco più.

Napolitano: Concordo, ma ribadisco: fattelo suggerire il nome, non dal “Corriere della Sera” e non da “Repubblica” (meno che mai da Eugenio Scalfari), ma da Renzi, chiedendogli di continuare a giocare alla playstation con i figli per consentire che i parlamentari del PD si comportino in maniera responsabile di fronte al paese.

Pubblicato AGL il 9 dicembre 2016

La partita non finisce il 4 dicembre

La terza Repubblica

La battaglia referendaria può renderci migliori

No, sia come Presidente del Consiglio sia come segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi esagera e sbaglia. La “partita”, qualunque sarà il risultato, non finisce domenica 4 dicembre sera. In democrazia, non esiste una sola partita. C’è un lunghissimo campionato fra idee, proposte, persone e soluzioni. C’è un pubblico, che vorremmo più attento, meglio preparato, maggiormente incline a partecipare che, di volta in volta, esprime, anche andando/non andando alle urne (spettacolo), la sua scelta, ma che spesso, legittimamente, la cambia e al quale urge ricordare che deve assumersi tutte le responsabilità dei suoi comportamenti e delle loro conseguenze.

Lunedì 5 dicembre mattina dopo avere, variamente, festeggiato e/o preso atto con dolore dell’esito referendario, dopo essersi accapigliati nei talk show, quei politici, che hanno a cuore le sorti del paese e che non intendono essere subalterni ai mercati e agli operatori finanziari, si metteranno al lavoro. Potranno sbrigare il compito anche delle modalità con cui eventualmente sostituire il Presidente del Consiglio, ma dovranno, secondo la Costituzione vigente, farlo insieme al Presidente della Repubblica. Mai come in un’occasione simile, Mattarella sarà tenuto a esercitare il suo potere di moral suasion convincendo i riluttanti ad anteporre gli interessi del paese a quelli personali, di carriera e di prestigio. Politici responsabili, se davvero volevano queste riforme oppure se davvero sono riformatori, ma si opponevano alla qualità delle riforme del governo Renzi, ritornano comunque sul discorso/percorso di adeguamento (i vincitori) e di aggiornamento (i perdenti) costituzionale.

Dopo fin troppi mesi (quasi otto) di dibattiti intensi e, spesso, personalizzati e acrimoniosi, è lecito sperare che tutti abbiano avuto e sfruttato la possibilità di imparare qualcosa. Per quanto schierato, non ho mai creduto che tutto il male si trovi/stia dalla parte del governo né che tutto il bene fosse/sia collocato nell’inevitabilmente variegato schieramento del NO. Dunque, tutti, ciascuno al suo livello, dovremmo avere imparato qualcosa non soltanto sulle preferenze altrui, ma anche sulle soluzioni proposte, sul loro grado di funzionalità e di accettabilità, sulle loro carenze. Nessun tavolo delle riforme e nessuna Assemblea costituente (che delegittimerebbe del tutto la Costituzione vigente): le riforme ripartono, senza diktat, dalle sedi deputate in Parlamento: le Commissioni e i loro componenti. Questo è anche un modo, forse il migliore, per dimostrare al Presidente Emerito Giorgio Napolitano, che il Parlamento non è umiliato, ma, in quanto luogo della rappresentanza politica degli italiani (anche se, certo, con il Porcellum non abbiamo davvero una rappresentanza apprezzabile), è perfettamente consapevole di dovere dare risposte semplici, precise, accurate a disfunzioni che esistono, sulle quali il dibattito referendario ha fatto, se non piena, abbastanza luce.

Ricordando a tutti che le revisioni costituzionali sono, forse più di qualsiasi altra materia, quelle per le quali vale nella maniera più assoluta l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato, sulle quali non è lecito imporre nessuna disciplina di partito, i parlamentari cercheranno di mettere a buon frutto il consenso, ce n’è, ce n’è, che si è espresso su alcune revisioni. Mireranno a migliorare o a cambiare del tutto altre revisioni sulla base di quello che, se hanno fatto una campagna elettorale non allarmistica, demonizzante e manipolatoria, ma informativa e sul merito, non possono non avere ascoltato dai moltissimi cittadini che hanno partecipato ai dibattiti e alle assemblee. Ho imparato dai classici della democrazia, ma anche da alcuni contemporanei, che, oltre a non tagliare le teste, la democrazia si distingue dagli altri regimi per la sua capacità di produrre apprendimento collettivo e di correggere i suoi errori. La mattina del 5 dicembre, vincitori e vinti dovranno dimostrare che questo insegnamento vale anche per ciascuno di loro e per tutti.

Pubblicato il 20 ottobre 2016 su la Terza repubblica

Una legge elettorale, non un trucco

Per mesi, prima e dopo la sua approvazione, i renziani, in Parlamento, nell’accademia, fra i giornalisti, hanno detto, ripetuto, assicurato che l’Italicum è una buona legge elettorale, la migliore possibile “nelle condizioni date”. Poi, le condizioni, vale a dire, qualche sondaggio favorevole alle Cinque Stelle e molte loro vittorie ai ballottaggi nelle amministrative, sono cambiate. Renzi ha dichiarato che, se il Parlamento ne era in grado, lo cambiasse pure l’Italicum. Rimproverato da Napolitano, che vorrebbe soprattutto eliminare il ballottaggio, Renzi ha poi affermato che in tre mesi si può fare un’altra legge elettorale (ma l’Italicum non era la migliore possibile?) cosicché hanno ricominciato a proliferare ipotesi più o meno sensate di nuove leggi elettorali. Tutti sanno, però, che non se ne farà niente prima della sentenza della Corte Costituzionale attesa per il 4 ottobre che potrebbe fissare dei paletti e quindi orientare una legge decente.

L’Italicum era e rimane una legge elettorale pessima per tre motivi. Primo, perché tra candidature multiple e capilista bloccati dà pochissimo potere agli elettori di eleggere i loro rappresentanti in Parlamento. Secondo, perché vietando coalizioni e apparentamenti finisce per attribuire un cospicuo premio in seggi a un partito (allo stato degli atti o il Partito Democratico o il Movimento Cinque Stelle) che al primo turno avrà ottenuto al massimo il 30 per cento dei voti. Terzo, e fondamentale, perché le leggi elettorali non si tagliano e non si cuciono con riferimento alle contingenze, alle situazioni, alle convenienze di uno o più partiti. L’Italicum era cucito sul PD di maggio (2014, quando, alle elezioni per il Parlamento europeo, ottenne sorprendentemente più del 40 dei voti) che durò poco. Nelle nuove contingenze, cambiano le convenienze e per lo stesso PD diventa necessario ritoccare la legge.

Se qualcuno pensa, in realtà, quasi tutti, in maniera più, ma spesso meno competente, ci provano, di rifare una legge per avvantaggiare qualcuno, non sarà facile trovare accordi in Parlamento. Sarebbe, comunque, politicamente (gli accordi possono cambiare) e democraticamente (le buone leggi elettorali danno potere agli elettori non ai dirigenti di partito) sbagliato ritagliare la nuova legge per favorire oppure per svantaggiare qualcuno. Non seguirò nessuno dei sedicenti riformatori molti dei quali hanno già sbagliato nel passato e danno la garanzia di continuare a sbagliare nel futuro. Non prenderò neppure in considerazione la proposta delle minoranze del Pd che vorrebbero scambiare la revisione dell’Italicum con il voto alle riforme costituzionali (che sono brutte e andrebbero bocciate comunque). Sosterrò, invece, una tesi semplice nella speranza che, da qualche parte, in Parlamento, alla Corte Costituzionale, ma anche alla Presidenza della Repubblica, ci siano uomini e donne disposti ad ascoltare e ad agire di conseguenza.

Il principio fondamentale per scrivere una buona legge elettorale è quello empirico/pragmatico. In Europa esistono da tempo due sistemi elettorali che funzionano molto soddisfacentemente: quello tedesco (dal 1949), proporzionale personalizzata con la clausola del 5 per cento per accedere al Bundestag, e quello francese (dal 1958), maggioritario o doppio turno in collegi uninominali. Sono due ottimi sistemi, facilmente “trasportabili” nel contesto italiano, che hanno assicurato rappresentanza, potere degli elettori, governabilità e che, aggiungo e sottolineo, non danno un esito in partenza (s)favorevole a nessuno dei partiti italiani.

Vogliamo, invece, guardare alla storia elettorale italiana? Utilizzato tre volte, 1994, 1996 e 2001, il Mattarellum, maggioritario in collegi uninominali che eleggevano tre quarti dei parlamentari più un quarto di eletti secondo una ripartizione proporzionale, ha consentito agli elettori di esercitare vero potere politico, non ha svantaggiato nessuno (due vittorie di Berlusconi, una del centro-sinistra), ha dato vita all’alternanza al governo. Non precostituisce la vittoria di nessuno. Con pochi ritocchi, fra i quali l’eliminazione delle liste civetta, il Mattarellum, mi auguro, difeso e sostenuto anche dal Presidente della Repubblica, che ne fu il relatore, potrebbe essere facilmente resuscitato. Tutto il resto non è soltanto un chiacchiericcio ozioso e fastidioso. E’ un ennesimo deplorevole tentativo di truccare le carte del gioco elettorale.

Pubblicato AGL il 14 settembre 2016 con il titolo E’ urgente riformare l’Italicum

Guerra? No, i toni li alzano quelli del Sì

Il fatto

Intervista raccolta da Silvia Truzzi per il Fatto Quotidiano

“Serie incognite” se vince il No? Renzi dovrebbe chiedere a Mattarella di fare un nuovo governo: non vedo drammi

“Guerra”, c’informa il direttore di Repubblica, è la parola che più spesso è stata evocata durante il suo colloquio apparso sul giornale di ieri con Giorgio Napolitano.

Abbiamo chiesto al professor Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Alma Mater schierato per il No, cosa pensa delle dichiarazioni “pacifiste” del presidente emerito.

“Ci sono errori di partenza. È stato l’esecutivo, dall’inizio, a chiedere il referendum che invece secondo l’articolo 138 è uno strumento agibile da 5 consigli regionali, un quinto dei parlamentari e 5OOmila elettori. Il governo doveva dire: noi facciamo la riforma, il Parlamento la approva e gli oppositori facciano il loro mestiere”.

Napolitano ha detto: “Forse bisogna riflettere se fu giusto prevedere nell’apposita mozione parlamentare, la facoltà di sottoporre comunque a referendum il testo di riforma”.

Il referendum è una possibilità accordata alle minoranze dalla Costituzione, non è una concessione. E uno strumento, tecnicamente, oppositivo.

Secondo il Presidente, Renzi ha sbagliato a personalizzare, ma è ingiustificabile anche la personalizzazione alla rovescia operata dalle opposizioni “facendo del referendum il terreno di un attacco radicale a chi guida il Pd e il governo del Paese”

È sbagliata la sequenza. Renzi ha rivendicato le riforme e ha ripetutamente affermato che in caso di sconfitta si sarebbe dimesso. Da subito, nei miei interventi, ho usato la parola plebiscito. Tanto è vero che Napolitano mi ha chiesto, a voce, ragione di questo termine. E poi lui, in un’intervista alla Stampa, ha parlato di “eccesso di personalizzazione”. Tutto parte dal premier.

“La riforma non è né di Renzi né di Napolitano”.

Il ministro Boschi e lo stesso Renzi hanno detto che è stato il Capo dello Stato, nel conferire il mandato al governo, a chiedere le riforme. Dopo di che io gli chiedo: sono queste le tue riforme? Avresti fatto esattamente queste riforme? Ne dico una: ti riconosci nel fatto che il Presidente della Repubblica nomina 5 senatori in una Camera che dovrebbe essere delle Regioni e rappresenta gli enti territoriali e non la Nazione? Dovrebbe rispondere punto per punto. E non lo fa.

Secondo Napolitano, “mettere a rischio la continuità del governo oggi espone il Paese a serie incognite”. La cosa è diventata più grave dopo il referendum britannico.

Il governo inglese ha risolto il problema in due settimane! E se vincesse il No, Renzi non dovrebbe far altro che andare da Matterella e dirgli di formare un nuovo governo, con la stessa maggioranza, ma con un presidente del Consiglio diverso. Non vedo drammi.

Insomma, c’è questa guerra o no?

No, guerra no. Sento toni sopra le righe, e più dalla parte del Sì. Non capisco l’esasperazione: dopo dovremo comunque convivere. Ricordo un deplorevole articolo firmato da Salvatore Vassallo ed Elisabetta Gualmini, in cui si diceva che tra i firmatari del manifesto per il No 14 erano stati giudici costituzionali e dieci avevano goduto delle vorticose rotazioni alla presidenza della Consulta basate sull’anzianità e sono “emeriti”, con annessi privilegi. E facevano notare che, tra questi supersaggi, l’età media supera gli 81 anni. Cioè vecchi illustri, carichi di onori e forse anche di denaro: uno dei punti più bassi toccati dalla propaganda del Sì.

Pubblicata l’11 settembre 2016