Home » Posts tagged 'sistema elettorale maggioritario'

Tag Archives: sistema elettorale maggioritario

Rappresentanti paracadutati: nuove acrobazie #ElezioniPolitiche2018

È doveroso riferire giorno per giorno nei dettagli tutte le giravolte e le acrobazie spericolate dei capi partito e capi corrente per ottenere la candidatura per sé e per i loro seguaci più fedeli in seggi reputati sicuri. È imperativo, però, da parte di tutti i commentatori, soprattutto quelli che si scandalizzano, premettere sempre che queste operazioni “seggi sicuri per candidati nominati” sono la conseguenza logica e fermamente voluta da coloro che hanno stilato e fatto approvare con voti di fiducia la legge elettorale Rosato. Contare su parlamentari da loro scelti era l’obiettivo predominante, perseguito da Renzi e da Berlusconi. Pertanto, quel che succede in termini di candidature era non soltanto del tutto prevedibile, ma previsto (non soltanto da me). Adesso, molto tardivamente, “diciamo”, vengono allo scoperto critici inaspettati, come Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera, 23 gennaio) che giunge faticosamente a sostenere l’introduzione dei collegi uninominali come strumento per migliorare la selezione della classe dirigente. “Troppo poco troppo tardi”. Anzitutto, se non esistesse il requisito della residenza da almeno due-tre anni in quel collegio il fenomeno dei candidati/e paracadutati/e continuerebbe alla grande. In secondo luogo, bisogna chiarire che c’è il collegio uninominale di tipo anglosassone nel quale vince il seggio chi ottiene almeno un voto in più dei concorrenti e il collegio uninominale di tipo francese che richiede la maggioranza assoluta al primo turno in assenza della quale ai candidati che sono ammessi, e passano, al secondo turno (che non è un ballottaggio) sarà sufficiente la maggioranza relativa. Il doppio turno francese offre agli elettori maggiori e migliori possibilità di informazione politica e di scelta. In terzo luogo, queste formule elettorali chiamano tutte in causa quello che è effettivamente in gioco nell’elezione di un Parlamento, di qualsiasi assemblea: la rappresentanza politica.

Fra le altre cose, l’Italicum, come il Porcellum prima di lui, non si curava della rappresentanza. Attribuendo un cospicuo premio in seggi mirava all’elezione del governo che avrebbe goduto di una maggioranza artificiale in Parlamento, costretta a sostenerlo. Coloro che deprecano quello che chiamano “il ritorno della proporzionale” sbagliano due volte. Primo, perché la legge Rosato è molto meno proporzionale del Porcellum e dell’Italicum. Secondo, perché non hanno mai voluto un sistema elettorale maggioritario, ma sono nostalgici di un premio di maggioranza che avrebbe distorto la proporzionalità proprio a scapito della rappresentanza, senza garantire nessuna, qualunque ne sia il significato, governabilità. L’equazione “meno rappresentanza più governabilità” (o viceversa) è sostanzialmente fallace.

Memorabilmente (ma anche no), l’allora Ministro delle Riforme istituzionali Maria Elena Boschi difese i capilista bloccati previsti dall’Italicum affermando che sarebbero stati i “rappresentanti di collegio”. In seguito, sostenne lei,e affermarono molti parlamentari del PD, che si era (pre-)occupata di Banca Etruria poiché così si fa se si vuole rappresentare il “proprio” territorio. Adesso sembra che l’aretina Boschi, caso emblematico, sarà candidata in Trentino. Da questo momento in poi suggerirei a chi segue il turbinio delle candidature di offrire due informazioni: prima, i collegi (uninominale e proporzionale) nei quali si presentano candidati e candidate e il comune della loro residenza. Sicuramente, invece di dilettarsi con la previsione di future maggioranze di governo, che, ovviamente, dovranno ricevere il voto di fiducia dal Parlamento, sarebbe più opportuno chiedersi come potrà un Parlamento di nominati e paracadutati “scegliere bene un governo” e offrire rappresentanza a un elettorato comprensibilmente insoddisfatto e inquieto (sono due eufemismi).

Pubblicato il 25 gennaio 2018

Non sarà l’Italia a scassare l’Unione

Al Commissario europeo all’Economia, il socialista francese, già Ministro delle Finanze nel suo paese, Pierre Moscovici, che paventa un “rischio-Italia” post-elettorale nell’Unione Europea, non bisogna rimproverare l’ingerenza, non bisogna criticare la gamba tesa, ma la banalità delle sue affermazioni. Quando si preoccupa per i razzisti, anti-immigranti e anti-semiti, nel nostro paese, bisogna chiedergli un minimo di approfondimento comparato, con la Francia, ma anche con, purtroppo, molti, Stati membri dell’Unione: dall’Ungheria alla Polonia e, in misura chiaramente inferiore, dalla Germania all’Olanda. Almeno sulle discriminazioni e sulle frasi dal sen fuggite (comunque molto rivelatrici), gli italiani non sono peggio della maggior parte degli europei. Anche se deprecabili, ignoranti della storia, patria ed europea, stupidamente intimoriti dai migranti, che riceviamo e accogliamo in numero superiore a quello di tutti gli altri paesi dell’Unione tranne la Germania, noi italiani siamo, su questo punto, non troppo criticabili.

Sfortunatamente, Moscovici, che conosce l’italiano, ha probabilmente letto troppi quotidiani del Bel Paese. È da mesi, soprattutto dopo l’approvazione della legge elettorale Rosato, che tutti gli editorialisti dei maggiori quotidiani italiani insieme persino a coloro che curano la rubrica delle Lettere, annunciano, denunciano, prospettano l’ingovernabilità del dopo 4 marzo. Editorialisti e commentatori non hanno trovato abbastanza vigore per criticare la legge elettorale Rosato che costituisce gran parte del problema. Dopo trentacinque anni di dibattito sulle leggi elettorali, dovremmo avere tutti, persino coloro che le scrivono, avere imparato che quelle leggi definiscono il campo di gioco, stabiliscono che cosa possono fare o no i giocatori -partiti, candidati, elettori-, e producono conseguenze sull’esito del gioco: chi può vincere e quanto, ma anche sulla struttura e sulla disciplina dei partiti e dei loro gruppi parlamentari.

Forse Moscovici, lo scrivo scherzosamente, avrebbe dovuto intervenire a gamba tesa nel dibattito sulla legge elettorale: “Italiens, imparate finalmente qualcosa dalla Francia della grandeur: il sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali!” Dopo l’impresa straordinaria di Macron e la sua campagna elettorale condotta all’insegna dell’Europa, Moscovici avrebbe anche potuto suggerire, altra entrata a gamba tesa, di passare a una Repubblica semi-presidenziale, la migliore innovazione nelle forme di governo contemporanee. Invece, no. Appiattito sull’attualità, ma troppo condizionato dal dibattito italico (sì, c’è malizia in questo aggettivo), Moscovici si trova d’accordo con quanto gli editorialisti di Corriere, Repubblica, Stampa e così via scrivono incessantemente, lamentevolmente e, non posso resistere, stucchevolmente. Come minimo, adesso, quegli editorialisti gli debbono manifestare tutta la loro solidarietà. Anzi, gli debbono esprimere gratitudine poiché, caro Moscovici, lei sta dando, a mio parere, inopportunamente e intempestivamente, ragione agli allarmisti.

Non so come finiranno le elezioni italiane dal punto di vista della distribuzione dei voti e dell’assegnazione dei seggi. So che ci sono ancora cinquanta giorni di campagna elettorale. Che c’è la possibilità di individuare le tematiche giuste e di fare errori clamorosi. So che i meccanismi della Legge Rosato hanno drasticamente ridotto il potere di scelta degli elettori. Però, a differenza della maggior parte dei commentatori italiani, so anche che il grande pregio dei modelli parlamentari di governo è la loro flessibilità, ma non posso pretendere che lo sappia Moscovici che ha vissuto tutta la sua vita politica nel semi-presidenzialismo. La flessibilità è all’opera in Germania. Non sarà da meno in Italia. Ci saranno negoziati e compromessi. Si formerà una coalizione di governo. L’Italia non scasserà l’Unione Europea. Bon, alors.

Pubblicato AGL il 19 gennaio 2018

Mattarelli, malintenzionati e meline #LeggeElettorale

Avendo scritto una legge elettorale che tutta l’Europa ci avrebbe invidiato e che metà Europa avrebbe imitato, è del tutto naturale che i renziani siano rimasti disorientati dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha triturato l’Italicum appena un po’ meno di quello che aveva fatto con il Porcellum, il vero padre dell’Italicum. Incredibilmente, quasi all’unisono i renziani, in politica, nel giornalismo, nei social, continuano ad additare il grandissimo pericolo che il paese corre con il “ritorno alla proporzionale”. Qui cascano tutti gli asini, renziani di varia e variabile osservanza. Infatti, in primo luogo non esiste “la” proporzionale, ma diverse varietà di leggi elettorali proporzionali, con clausole di accesso al Parlamento e di contenimento/riduzione della proporzionalità dell’esito, la variante tedesca essendo sperimentatamente la migliore. In secondo luogo, il Porcellum era un sistema elettorale proporzionale più o meno distorto dal premio di maggioranza. Nel 2006, il 70 per cento dei parlamentari fu eletto con riferimento proporzionale ai voti ottenuti dai loro partiti; nel 2008, addirittura l’85 per cento furono eletti proporzionalmente e nel 2013 di nuovo il 70 per cento. In realtà, renziani et al desiderano un premio che distorca la rappresentatività dell’esito e consenta che il partito (oppure, meno probabile, la coalizione) che ottenga più voti venga premiato con un numero di seggi che lo porti alla maggioranza assoluta. Il sistema rimarrebbe di fatto proporzionale, alla distorsione della rappresentanza si arriverebbe con quello che, in maniera chiaramente manipolatoria, è definito premio di governabilità. Dove (dovrei precisare, ma per chi nulla sa e nulla legge di scienza politica, la precisazione suona pedantesca, in quale libro in quale manuale?) sia scritto che la governabilità si conquista riducendo/comprimendo la rappresentatività rimane molto misterioso. Quindi, attenzione, i renziani non vogliono affatto un sistema elettorale maggioritario né di tipo inglese né di tipo francese, entrambi essendo molto competitivi e, quel che più conta, entrambi richiedendo collegi uninominali. Né Renzi né Berlusconi desiderano un sistema elettorale non soltanto fondato sulla competitività, ma che non consentirebbe loro di nominare i rispettivi parlamentari.

È in questa chiave che si può capire quanto strumentale sia l’indicazione da parte di Renzi del Mattarellum. La prova provata è che le giornaliste renziane si affrettano ad aggiungere che Renzi lo propone, ma nessuno lo vuole: quindi, già morto. Il fatto è che le proposte di riforma elettorale attualmente giacenti nella Commissione Affari Costituzionali della Camera sono trenta, dieci delle quali presentate da deputati del PD. Se il Mattarellum fosse davvero la proposta ufficiale del Partito Democratico, il capo del Partito, anche se non ancora segretario, avrebbe dovuto sconsigliare la proliferazione e il capogruppo da lui voluto avrebbe già dovuto invitare al ritiro di proposte che intralciano l’iter del Mattarellum. Nel frattempo, viene avanzata l’ipotesi di un blitz di approvazione del Mattarellum alla Camera per forzare la mano al Senato oppure, più probabilmente, per dimostrare che sono gli altri a non volere il Mattarellum e per chiedere elezioni anticipate, altra stupidaggine poiché senza leggi elettorali abbastanza omogenee le elezioni anticipate porterebbero a quella Weimar che, incuranti dell’assurdità del paragone, alcuni commentatori ventilano come futuro dell’Italia. In questo caso, un futuro agevolato dai comportamenti di Matteo Renzi e dei suoi sostenitori che preferiscono portare il sistema politico nell’ingovernabilità se non riescono a riconquistare il governo.

Quanto alle sentenze della Corte Costituzionale su Porcellum e Italicum, è egualmente sbagliato tanto addossare ai giudici la responsabilità di avere in definitiva scritto, fra taglia e cuci, una legge proporzionale che, invece, è l’esito inevitabile del disboscamento di quanto di palesemente incostituzionale i sedicenti riformatori avevano lasciato o inserito nell’Italicum quanto decidere che i paletti posti dalla Corte obblighino ad andare in una specifica direzione, essenzialmente proporzionale. La Corte ha detto quello che non bisogna fare. Al Parlamento spetta stabilire che cosa è meglio fare per ottenere una buona legge elettorale che non dia, al momento, vantaggi e non configuri svantaggi per nessuno. Con due o tre ritocchi, il Mattarellum può sicuramente essere una legge di questo tipo. Altrimenti, come Giovanni Sartori, dal quale traggo anche questo insegnamento, non si stancava di sostenere, il sistema migliore nelle condizioni date è il doppio turno in collegi uninominali. E basta.

Pubblicato il 8 aprile 2017

Bentornato Mattarellum, ma riveduto e migliorato

viaBorgogna3

Non stiamo cercando il sistema elettorale perfetto. Coloro, poi, che volevano cambiare il bicameralismo che chiamavano “perfetto”, ma era paritario, proprio non ci arriverebbero mai. Infatti, avevano inventato un Porcellum poi finalmente smantellato dalla Corte Costituzionale. Per superare le obiezioni di quella Corte hanno confezionato un Italicum che, per le poche variazioni rispetto al Porcellum è, a tutti gli effetti, un Porcellinum. Adesso aspettano di vederselo triturato dalla Corte la cui composizione è quasi la stessa di tre anni fa. La “triturazione” servirebbe loro ottimamente per avere un alibi. In via di principio, a un sistema proporzionale senza clausole, il cosiddetto consultellum, che, per capre e caproni, è dizione più precisa di “puro”, chiunque voglia dare o dichiari di volerlo fare, rappresentanza ai cittadini, non può opporsi. Meglio, però, se il prossimo sistema elettorale darà anche potere ai cittadini, gentilmente consentendo loro di scegliere i propri rappresentanti nei collegi uninominali.

Non necessariamente congegnato con questo obiettivo, il Mattarellum ha funzionato in maniera più che accettabile nel 1994, 1996, 2001. Ricordiamone, però, alcuni elementi importanti. Primo: non avremmo mai avuto un sistema elettorale maggioritario e collegi uninominali se non fosse stato per l’opera indefessa dei referendari del 1993 (fra i quali c’ero anch’io). I parlamentari della legislatura 1992-1994 furono obbligati a trovare un modo per non tradire troppo l’esito del referendum che si applicò senza nessun intervento al Senato. Tre quarti di collegi uninominali nei quali vinceva chi otteneva un voto in più degli altri. Un quarto di eletti con il cosiddetto recupero proporzionale dei soli voti non già utilizzati per eleggere candidati. Un esempio numerico chiarisce tutto. Lo faccio con riferimento all’elezione degli, allora, otto senatori nelle Marche. Ciascun collegio ha all’incirca 180 mila elettori, il 65 per cento dei quali, vale a dire, 117 mila, vota. Data l’attuale distribuzione dei voti secondo i sondaggi, è probabile che il PD conquisti tre seggi e, se il centro-destra non ha raggiunto nessun accordo pre-elettorale nel suo ambito, gli altri tre seggi maggioritari saranno conquistati dalle Cinque Stelle. Nessuno dei voti utilizzati da PD e Cinque Stelle per le loro vittorie può servire per il recupero proporzionale al quale parteciperanno soltanto i candidati del centro-destra. I due seggi di recupero andranno ai candidati dei due partiti il cui monte voti complessivo è più alto, presumibilmente, nell’ordine, Lega Nord e Forza Italia. In una regione piccola l’effetto maggioritario sembra contenuto, ma in regioni grandi come Lombardia, Sicilia, Campania. Veneto e Emilia-Romagna risulterà notevole. Naturalmente, non v’è nessuna certezza che un partito che abbia il 32 per cento dei voti su scala nazionale riesca ad ottenere una maggioranza assoluta di seggi alla Camera o al Senato.

La scheda a parte e lo scorporo, ovvero, meglio, lo scomputo dei voti serviti a eleggere i deputati da quelli andati alla lista, bloccata, di recupero proporzionale, furono una non brillante invenzione introdotta dai dirigenti di partito, un salvagente per garantirsi il seggio, anche grazie alla possibilità di essere presenti tanto in un collegio uninominale quanto nella lista bloccata. Nel 1994, sia Mario Segni, nel suo collegio uninominale in Sardegna, sia Sergio Mattarella, nel suo collegio uninominale in Sicilia, furono sconfitti, ma tornarono alla Camera dei deputati recuperati come capilista della lista bloccata. Altri più furbi o più forti si fecero paracadutare in collegi uninominali sicuri (preferibilmente in Toscana, in Emilia, in Umbria). Nel suo collegio di Gallipoli, nel 1996 Massimo D’Alema rinunciò al salvagente della candidatura simultanea nella scheda proporzionale. Fu eletto. Suggerimento: introdurre nel Mattarellum 2.0 il requisito di residenza da almeno tre anni nel collegio in cui si vuole essere candidati.

Il Mattarellum incentivò la formazione di coalizioni pre-elettorali. Tali furono in Italia tanto l’Ulivo quanto l’Unione e, per il centro-destra, il Polo delle Libertà e il Polo del Buongoverno, in seguito la Casa della Libertà. Le coalizioni pre-elettorali, che sono molto diffuse nelle democrazie parlamentari europee che usano sistemi proporzionali, ma che hanno una loro non disprezzabile storia anche in Francia dove ci sono collegi uninominali, danno un’informazione in più all’elettorato su quali partiti potrebbero andare al governo.

In Italia, i piccoli partiti pretesero allora collegi sicuri per entrare nelle coalizioni pre-elettorali minacciando altrimenti di fare mancare i loro voti che potevano essere decisivi. Eliminando la scheda di recupero proporzionale, la minaccia sarebbe spuntata. I candidati vittoriosi in seguito ad un chiaro accordo pre-elettorale sarebbero, al tempo stesso, effettivi rappresentanti del collegio, ma agirebbero da parlamentari a sostegno della loro coalizione sia al governo sia all’opposizione. I famigerati trasformisti debbono e possono essere bloccati attraverso il regolamento di Camera e Senato che sancisca che coloro che cambiano gruppo parlamentare non sono abilitati a formarne un altro, ma sono obbligati a confluire nel gruppo misto perdendo stanze, segretarie, fondi e persino accesso alle cariche nelle Commissioni. A queste condizioni e senza nessun’altra modifica rispetto a quelle che ho delineato (più precisamente, senza nessun premietto in seggi), il Mattarellum 2.0 è il sistema elettorale più facilmente e rapidamente configurabile e sicuramente preferibile nelle condizioni date. Non avvantaggia e non svantaggia nessuno. Crea condizioni di incertezza per candidati e partiti. Conferisce incisivo potere agli elettori.

Pubblicato il 19 dicembre su Casa della Cultura online

La risposta francese

Bloccato grosso modo alle percentuali ottenute al primo turno nelle tredici regioni francesi, il Front National e le signore Le Pen non hanno conquistato nessuna presidenza. Insomma, contrariamente a mal poste previsioni dei commentatori italiani, che non conoscono a sufficienza il sistema elettorale francese, il Front National non ha vinto un bel niente. Tuttavia, sarebbe sbagliato sostenere a questo punto che è il sistema elettorale, squilibrato, maggioritario, ingiusto ad avere causato la sconfitta dei lepenisti. Certamente, il doppio turno, da non accomunare al ballottaggio che ha una logica piuttosto diversa, consente molte cose nel passaggio dal primo al secondo turno. Grazie alla settimana (qualche volta due) che intercorre fra il primo e il secondo turno, tutti –elettori, candidati, dirigenti di partito– imparano qualcosa. Cominciando dagli elettori che sono affluiti alle urne in percentuali chiaramente superiori, 6-7 per cento in più, a quelle del primo turno, hanno imparato che il Front National era in una posizione potenzialmente vincente e che la loro astensione avrebbe avuto effetti non graditi e non gradevoli. Quindi, hanno deciso che, no, le regioni non debbono avere il colore del Front poiché la “loro” Francia è un’altra cosa. Proprio perché il pericolo lepenista era incombente e reale, i socialisti hanno invitato i loro candidati in alcune regioni a desistere, vale a dire a non ripresentarsi al secondo turno, in modo da favorire la vittoria del candidato dei repubblicani di Sarkozy. La desistenza non è ignota neppure alla sinistra italiana che la praticò nelle elezioni generali del 1996 consentendo all’Ulivo di vincere e a Rifondazione comunista di entrare in Parlamento con un buon numero di deputati. Sbagliato vedere nelle desistenze annunciate e effettuate chi sa quale macchinazione diabolica a danno degli elettori anche se, ovviamente, il Front National ha tutto il diritto di sommergere di critiche la convergenza strategica di Socialisti e Repubblicani. Quello che è stato proposto dai dirigenti di partito è stato ratificato trasparentemente dagli elettori che hanno preferito alle candidate del Front National i socialisti in cinque regioni , i repubblicani in sette (due grazie esclusivamente grazie alle generose desistenze dei socialisti, i regionalisti in Corsica. Per chi si preoccupa dei numeri, ma che ha anche l’obbligo di sapere contare, all’incirca il 70-75 per cento degli elettori francesi hanno respinto l’offerta politica, sociale, economica e anti-europea del Front National. Sarebbe stato più “democratico” se avessero vinto le candidate che avevano ottenuto il 40 per cento dei voti al primo turno, lasciando senza rappresentanza il 60 per cento degli elettori? Nient’affatto. Rien du tout. E’ utile aggiungere che in almeno un paio di regioni i socialisti hanno vinto grazie anche alla convergenza esemplare di tutte le frange di sinistra sui candidati socialisti. Talvolta, seppur faticosamente, la sinistra/le sinistre dimostrano qualche apprezzabile saggezza. Dal punto di vista istituzionale, c’è una conclusione molto importante da trarre. Il sistema elettorale francese consente ripensamenti, la formazione di coalizioni, una rappresentanza più vicina alle preferenze della maggioranza degli elettori. Dal punto di vista politico, da un lato, ancora una volta, la maggioranza dei francesi dimostra di sapere tenere a bada chi, come il Front National, propone politiche di sicurezza, di immigrazione, di gestione del potere estranee e opposte alla Francia democratica; dall’altro, come non può non essere in democrazia, la sfida frontista rimane e potrà essere tenuta sotto controllo soltanto da un governo e da un Presidente che sappiano innovare e dare risposte concrete, sul piano sia economico sia culturale. C’è tempo da qui alle prossime elezioni presidenziali del 2017.

Pubblicato AGL il 14 dicembre 2015

Il libro dei sogni di Renzi &Co

La terza Repubblica

Stiamo fin troppo ascoltando il Presidente del Consiglio e i suoi collaboratori-corifei che ci promettono un paese dei balocchi e delle meraviglie. Sapremo chi ha vinto le elezioni la sera stessa, persino un po’ prima. Come nessun altro al mondo? Il vincitore si troverà in condizione di garantire la governabilità per cinque, lunghi, anni e farà una riforma al mese, fino ad esaurimento. L’Italicum che, pazzescamente il professor D’Alimonte definisce un sistema elettorale maggioritario (al contrario, è una variante di un sistema che assegna i seggi in proporzione ai voti e attribuisce un brutto premio di maggioranza) , ripristinerà il bipolarismo dei nostri (non di tutti) sogni. E’ a questo punto che ci siamo accorti che stavamo, per l’appunto, sognando. Per Craxi, il bipolarismo “DC-PCI” bisognava spezzarlo. Per Andreotti, il bipolarismo significava avere due forni dai quali approvvigionarsi di pane, pardon, di voti, per i suoi governi proiettati nell’impossibile eternità. Per Renzi, Boschi, Serracchiani e Guerini (ma altri si aggiungerebbero volentieri, e lo faranno), il bipolarismo è: il Partito Democratico incamera il premio di maggioranza, mentre le opposizioni, al plurale, si spartiscono in maniera assolutamente proporzionale, le briciole della frammentazione, e l’alternativa, in parlamento e nel paese viene rimandata alle calende minacciosamente greche.

In verità, a noi di quelle opposizioni non potrebbe importarcene di meno. Stanno facendo di tutto per meritarselo il loro destino di frammentazione e di irrilevanza. Berlusconi non ha ancora capito e nessuno, tranne, qualche volta, Fitto, ha finora avuto il coraggio di dirglielo, che se, fra il 2008 e il 2013 Forza Italia ha perso circa sei milioni e mezzo di voti, dal 2013 a oggi ne ha persi altri 3 milioni. Che se Lui non si fa da parte, prendendo atto che “l’autunno del patriarca” è cominciato da qualche tempo, e se non consente una seria e dura battaglia per la successione, il suo lascito politico consisterà in una nota di due righe e mezza a fondo pagina nei libri di storia (quei pochi non scritti dai “comunisti”). Noi per le note su Berlusconi non nutriamo un interesse spasmodico, ma quando pensiamo al sistema politico italiano, ci viene il dubbio euristico che, forse, la rappresentanza tanto politica (e saremmo persino disposti a scrivere “ideale”) quanto di interessi sarebbe opportuno garantirla in maniera un po’ più equilibrata.

Non siamo mai riusciti a sapere né quanto moderati né quanto liberali fossero i liberali e i moderati ai quali Berlusconi mandava promesse e dai quali traeva un’abbondante messe di voti. Più che liberali e moderati ci sono sembrati creduloni. Sappiamo, però, che nessun sistema politico può funzionare in maniera decente -“normale” non abbiamo mai capito che cosa significhi esattamente: come in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Spagna, nella dimenticata Svezia?-, se una parte del paese, una parte dell’elettorato non si sente rappresentata e, forse, anche quando si sente sottorappresentata ad arte, schiacciata da massicci e artificiali premi. Ci hanno persino raccontato che i governi funzionano meglio quando l’opposizione, non frammentata, è in grado di criticare, (contro)proporre, presentare alternative. Non sembra che questa sia l’opinione prevalente fra i renziani e i loro trafelati fiancheggiatori.

Nelle notti di inverno, ma i più bravi anche nelle lunghe notti d’estate, sono soliti raccontare che i democristiani si felicitassero dell’esistenza di una opposizione comunista. Avevano ragione. Tre anni dopo la scomparsa di quei comunisti che ritenevano il partito una ditta, ma anche una scuola, persino i democristiani scivolarono silenziosamente in un cono d’ombra. Non ci fu neppure bisogno di quella rottamazione che l’ex-Cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi dovrebbe conoscere e praticare, anche su di sé. Sarebbe un contributo utile alla sopravvivenza di Forza Italia e, a determinate condizioni, quasi tutte da (ri)creare, al suo rilancio. Non sappiamo se gli elettori moderati e liberali se lo meritino, un qualsiasi rilancio. D’altronde, molti italiani neanche si “meritano” Renzi, la sua velocità, la sua (raccapricciante) conoscenza dell’inglese, il suo libro dei sogni, i giornalisti che, persino sdraiati/e, ne raccontano le gesta eroiche. Finirà che usciremo a guardare le stelle, nient’affatto cadenti, che già adesso continuano a essere molte più di cinque.

Pubblicato il 20 aprile 2015

Con questo articolo inizia la collaborazione del prof. Gianfranco Pasquino con TerzaRepubblica.it