Home » Posts tagged 'sovranismo' (Pagina 6)
Tag Archives: sovranismo
Doppio stop per le destre nel voto UE
Non so se le due importanti votazioni di ieri sono state il canto del cigno di un Europarlamento nel quale i rappresentanti dei partiti europeisti eletti nel maggio 2014 godono di un’ampia maggioranza. Però, sono sicuro che quei due voti hanno rincuorato tutti i sinceri europeisti incoraggiandoli a fare una campagna elettorale molto dinamica e propositiva in vista delle elezioni di fine maggio 2019. Due terzi degli Europarlamentari hanno finalmente deciso che colossi come Google e come Facebook non possono appropriarsi di quanto appare nella stampa e di quanto prodotto da chi scrive e canta musica, facendoli propri e traendone grandi, persino ingenti, vantaggi economici. Proteggere il copyright esigendo adeguate ricompense non è soltanto cosa giusta, ma contribuisce anche alla buona comunicazione politica (sociale, economica e culturale) consentendo ai piccoli che hanno cose da dire di non venire strangolati e schiacciati da colossi il cui interesse alla buona politica e alla buona società sfugge a me come alla grande maggioranza degli europarlamentari di ventotto Stati-membri dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, l’Europarlamento ha votato stigmatizzando gravi e persistenti violazioni dello Stato di diritto ad opera del governo del Primo ministro ungherese Viktor Orbán. Più di due terzi di europarlamentari hanno ritenuto convincente la risoluzione presentata dalla verde olandese Judith Sargentini, non contro l’Ungheria, ma contro i comportamenti e la legislazione di quel governo per imbavagliare i mass media, “normalizzare” le università, a cominciare dalla Central European University, fondata e finanziata dal banchiere di origine ungherese George Soros, reprimere l’opposizione. Certo, il rifiuto sprezzante del Primo ministro ungherese di accogliere i migranti “redistribuibili” ha complicato la sua situazione.
Nonostante qualche tentennamento, il Partito Popolare Europeo al quale Orbán porta molti voti e seggi ha tenuto la barra. Da un lato, i Popolari austriaci hanno votato per le sanzioni e la libertà di coscienza non ha prodotto defezioni rilevanti. Dall’altro, però, Forza Italia ha rinsaldato da posizioni di debolezza un deplorevole asse sovranista con la Lega di Salvini. Brutto segno, ma forse chiarificatore, per tutti quelli che in Italia si illudono di costruire un vasto arco/fronte di europeisti veri e sinceri da contrapporre alla Lega sovranista-populista anti-europeista alla quale sta lavorando Salvini. Le Cinque Stelle hanno esibito un’altra volta un comportamento schizofrenico, votando per sanzionare le violazioni ungheresi allo Stato di diritto, ma opponendosi alla protezione del copyright. Le dichiarazioni di Di Maio, che ha gridato alla censura (per Google e Facebook?) sostenendo che l’Europarlamento dovrebbe vergognarsi, appaiono imbarazzanti e preoccupanti. Per adesso, chi vuole un’Europa più democratica e più giusta può godersi due vittorie importanti di buon auspicio per il prossimo importantissimo Europarlamento.
Pubblicato AGL 13 settembre 2018
Senza guizzi e senza novità il governo Conte sta entrando in attività…
Staremo a vedere. Fin d’ora, però, è possibile criticare la prolissità e la mediocrità del discorso del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la sua concezione della democrazia, del popolo, delle riforme. Non serve andare a cercare le contraddizioni. Utile, invece, per chiunque voglia fare un’opposizione rilevante, è sapere valutare molto serenamente e molto pacatamente le azioni.
L’opposizione e suoi doveri
Per chi ha passato la maggior parte della sua vita parlamentare al governo del paese ovvero sostenendo il governo del suo partito, collocarsi all’opposizione è uno scivolamento doloroso. Purtroppo, sembra che i novanta giorni trascorsi dal 4 marzo non sono stati sufficienti a elaborare il lutto. Berlusconi non sarà un’opposizione molto agguerrita contro quello che definisce un governo pauperista e giustizialista. Non potrà tagliare i ponti con Salvini anche perché soltanto mantenendo le coalizioni nelle città e nelle regioni nelle quali la Lega governa con Forza Italia gli è possibile sperare in un futuro migliore. Quindi, assisteremo a qualche dichiarazione più o meno dura, ma a nessun atto concreto di rottura che non sarebbe apprezzato e neppure condiviso dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che già si sono detti disponibili alla prosecuzione di un buon rapporto con Salvini. Di conseguenza, l’onere dell’opposizione cadrà tutto sul Partito Democratico grande sconfitto, fin dall’inizio autocollocatosi sdegnosamente in un angolino. In maniera del tutto rivelatrice, l’ex-ministro PD Graziano Delrio ha già annunciato che il suo partito starà in trincea. Credo che, se proprio bisogna ricorrere a termini militari, sarebbe molto più opportuno che il PD si preparasse a una controffensiva, andando all’attacco.
Infatti, c’è molto da attaccare nelle proposte politiche di Lega e Cinque Stelle, più o meno vagamente recepite nel Contratto di Governo (per il Cambiamento come aggiunge ossessivamente Di Maio). Una buona opposizione ha il compito, anzitutto, di non cadere nella trappola della demonizzazione, nella quale si stanno avviluppando gli operatori dei media. Il governo Lega-Cinque Stelle non è il governo più a destra mai avuto dall’Italia. I governi guidati da Berlusconi 2001-2006 e 2008-2011 sono stati governi nei quali le posizioni e le politiche di destra furono effettivamente dominanti. Più corretto affermare e documentare, soffermandosi appena su inesperienza e incompetenza, che il governo Conte-Di Maio-Salvini è un governo segnato dall’ambiguità e dalla contraddittorietà su molte tematiche. In attesa del discorso d’insediamento del Presidente del Consiglio Conte, la graduatoria delle tematiche discende dalle prime esternazioni di Salvini e, in subordine, Di Maio. “Finita la pacchia”, nella pittoresca espressione del Ministro degli Interni Matteo Salvini, si preannunciano tempi duri per gli immigrati irregolari. L’opposizione ha il dovere di criticare non tanto la durezza delle frasi di Salvini, ma la vaghezza delle sue proposte mettendo l’enfasi sul loro costo e sulla loro probabile impraticabilità. Meglio ancora se l’opposizione fa rilevare che qualsiasi successo si voglia conseguire dipenderà dalla coordinazione e dal sostegno dell’Unione Europea. Ne deriva un’implicita, ma non meno incisiva, critica del sovranismo salviniano: da sola, l’Italia non è in grado di giungere a nessuna soluzione del “problema migranti”. Di Maio si è messo all’opera non soltanto per dare il reddito di cittadinanza, ma anche per le pensioni di cittadinanza. Non basteranno, ovviamente, i soldi eventualmente recuperati da un ricalcolo, pomposamente definito eliminazione, dei vitalizi degli ex-parlamentari. Questo è il terreno sul quale un’opposizione adeguatamente attrezzata dovrebbe dare e ripetere i numeri, evidenziando che i costi sono intollerabili per il bilancio dello Stato per di più se la legge Fornero venisse deformata. I recenti efficaci dati dell’INPS rivelano da quanto tempo qualche centinaio di migliaia di italiani ha goduto di privilegi almeno in parte responsabili delle diseguaglianze che è giusto criticare con l’obiettivo di rimediarle. Sul punto, l’opposizione ha il dovere, che definirei morale ancora prima che politico, di spiegare che la flat tax, anche in due scaglioni, è, prima di tutto anticostituzionale poiché la Costituzione sancisce la progressività delle tasse, in secondo luogo produttiva di ulteriori diseguaglianze a favore dei più abbienti. Grande è lo spazio di un’opposizione sulle cose e propositiva.
Pubblicato AGL il 5 giugno 2018
Di Maio, la Storia, la Costituzione e la Terza Repubblica che non c’è…
Sostiene Di Maio che sta scrivendo la Storia, che sta anche costruendo la Terza Repubblica. Purtroppo, per lui, ma è, ahivoi, in non buona, ma ampia compagnia, non ha finora avuto il tempo di studiarla, la storia, altrimenti saprebbe che la Seconda Repubblica non è mai arrivata in Italia e che la Prima con la sua Costituzione detta le regole e le procedure per la formazione del governo. Se Di Maio non le impara non riuscirà a costruire un bel niente.
I piani dei leader e le regole del Presidente
L’attenzione politica è giustamente rivolta alle consultazioni con i dirigenti dei partiti e dei gruppi parlamentari che il Presidente Mattarella inizierà domani. Il Presidente è consapevole che dovrà confrontarsi con i portatori di troppe affermazioni errate relative al funzionamento di una democrazia parlamentare. Quindi, certamente, dirà a tutti i suoi interlocutori che gli italiani non hanno eletto nessun governo. Nelle democrazie parlamentari i governi nascono, vivono, si trasformano e, con non auspicabili eccezioni di crisi extraparlamentari, muoiono in Parlamento. Dirà anche, a chi ne ha molto bisogno, che gli italiani non hanno eletto nessuna opposizione e che, lui, il Presidente, prima di procedere a dare qualsivoglia incarico, vuole vedere le carte (vale a dire, i programmi e le priorità) e le candidature a capo del governo presentate da tutti i partiti. Preso atto che effettivamente ci sono due “vincitori” delle elezioni, il Presidente terrà nel massimo conto sia la richiesta di Luigi Di Maio di ottenere l’incarico in quanto capo designato del partito più grande, quello che ha ottenuto più voti e che dispone di più seggi in Parlamento. Al tempo stesso, il Presidente vorrà sapere se Matteo Salvini, che è riuscito a moltiplicare voti e seggi della Lega, è unanimemente riconosciuto da Forza Italia e da Fratelli d’Italia come capo della coalizione di centro-destra. Preso atto di quelle dichiarazioni, il Presidente comunicherà ad entrambi che prima di procedere a dare l’incarico all’uno o all’altro, è assolutamente imperativo che tutt’e due dicano quali sono gli alleati potenziali che con i loro seggi sarebbero in grado di garantire la formazione di un governo basato su una maggioranza parlamentare non risicata, stabile, sufficientemente coesa e operativa. Questo sarà il passaggio più delicato. Infatti, come stanno attualmente le cose, né il Movimento Cinque Stelle né la coalizione di centro-destra sono in grado, da soli, di offrire al Presidente la certezza di dare vita alla maggioranza necessaria.
Nessuno deve scandalizzarsi se, per le ragioni che ho indicato sopra, sia Di Maio sia Salvini insisteranno nel loro desiderio di ottenere l’incarico. Dipenderà da loro se mettere un veto reciproco sulle rispettive candidature, magari consegnando al Presidente la possibilità di individuare un terzo uomo (il nome di una “terza donna” non è finora emerso), oppure se dare inizio all’indispensabile confronto sui programmi e sulle relative priorità. Con ogni probabilità il Presidente Mattarella si asterrà dal valutare i programmi eventualmente presentatigli limitandosi a pochissime parole che riguarderanno certamente un’esigenza irrinunciabile: che qualunque governo nasca si impegni a mantenere saldamente l’Italia nell’Unione Europea e non faccia nessun giro di valzer con ipotesi, atteggiamenti, politiche neppure lontanamente sovraniste. Questa posizione potrebbe creare più di un problema per Salvini e Giorgia Meloni.
Probabilmente, il Presidente ricorderà anche a tutti suoi interlocutori che non ha nessuna intenzione di avallare la formazione di un governo di scopo, meno che mai se quello scopo dovesse essere unicamente fare un’altra legge elettorale. Infine, Mattarella concluderà il primo giro di consultazione con un’altra affermazione molto chiara. Qualsiasi governo si cerchi di costruire dovrà essere un governo politico, espressione dei partiti rappresentati in Parlamento, e legittimamente tale poiché entrerà in carica, a norma di Costituzione, ottenendo “la fiducia delle due Camere” (art. 94). Nessun governo è a termine. La sua vita dipende dalla sua coesione e dalle sue capacità di rispondere ai compiti da svolgere e alle riforme da fare. Meglio utilizzare qualche settimana in più per conseguire specifiche e precise convergenze partitiche e programmatiche piuttosto che affrettarsi a fare un governo che nasca con nodi irrisolti e contraddizioni destinate a destabilizzarlo.
Pubblicato AGL il 3 aprile 2018
Questa è Democrazia. Non sono giorni persi
Difficile dire quanto l’opinione pubblica italiana sia preoccupata per la formazione del prossimo governo. Sicuramente molto preoccupati sono alcuni capi di governo europei, a cominciare da Angela Merkel e Emmanuel Macron, e nella Commissione Europea, il Presidente Jean-Claude Juncker e il Commissario all’Economia Pierre Moscovici. Sono un po’ tutti caduti in una trappola. Come molti commentatori anche italiani, considerano “populismo” tutto quello che non piace loro e hanno appiccicato l’etichetta sia al Movimento 5 Stelle sia alla Lega. Innegabilmente “vincitori” delle elezioni, hanno, seppure in maniera differenziata, delle strisce di populismo, ma nel primo la carica anti-establishment e nel secondo il “sovranismo” prevalgono nettamente sul populismo tant’è vero che entrambi stanno facendo la loro parte non contro le istituzioni, ma dentro e attraverso le istituzioni. Finora non è stato tempo perso, come qualche terribile censore della politica italiana vorrebbe fare credere. La ventina di giorni che separa il voto del 4 marzo dall’inaugurazione del nuovo Parlamento il 23 marzo è utilmente servita a svolgere in maniera positiva alcuni compiti importanti: consentire l’analisi del voto, fare circolare sia dentro sia fuori i partiti le valutazioni, sondare le preferenze. lanciare proposte.
Al netto delle inevitabili affermazioni propagandistiche, di alcuni silenzi, come quello, rattristato e deluso, di Berlusconi, e di alcune reazioni stizzite innervosite, come quella di Renzi e dei suoi declinanti sostenitori, questi giorni hanno contribuito a un processo di apprendimento collettivo. Dopo avere detto dall’alto del loro straordinario risultato elettorale, 32,8 per cento, che tutti avrebbero dovuto andare a parlare con loro, le 5 Stelle hanno capito che l’iniziativa la debbono prendere loro chiarendo che cosa davvero vogliono fare e con chi. Hanno persino annunciato che i Presidenti delle Camere debbono essere figure di garanzia che sappiano fare funzionare al meglio il Parlamento e che, pertanto, la loro elezione non prefigura la maggioranza che andrà al governo. Inopinatamente messo all’opposizione, non dai suoi elettori, i quali ovviamente avrebbero voluto tutt’altro, ma dal suo segretario dimissionario, il Partito Democratico sta lentamente scendendo dall’Aventino, da un’inutile e sterile posizione pregiudiziale. Sembra che una parte considerevole dei dirigenti democratici abbiano capito che il loro partito può essere indispensabile alla formazione di una maggioranza di governo. Prima è opportuno ascoltare che cosa proporranno gli altri, a cominciare da Di Maio. Forme e modi di eventuali coalizioni verranno dopo. Sappiamo che grande è la varietà di governi concepibili, lasciando da parte quello il cui scopo sia la sola riscrittura della pessima legge elettorale Rosato, e nel passato già concepiti e attuati. Il leader della Lega, Matteo Salvini, pur inorgoglito dal sorpasso su Berlusconi, anche grazie alla nettezza delle sue posizioni su immigrazione, sicurezza, anti-europeismo, mostra un “volto” nazionale, ma appare leggermente innervosito. Non c’è vittoria senza capacità di attrarre altri parlamentari e gliene mancano almeno una cinquantina, per formare una coalizione maggioritaria.
Quanto al decisore ultimo, vale a dire il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, invece di scrutarne le intenzioni, compito al quale si dedicano con ardore i cosiddetti retroscenisti, è meglio considerarne le esternazioni e ricordarne i poteri. Fin da subito Mattarella ha per ben due volte richiamato tutti i protagonisti al senso di responsabilità cosicché partiti e leader hanno appreso di avere grande responsabilità non soltanto nei confronti dei loro elettori, ma anche del paese. Il Presidente, che è “il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale” (art. 87 della Costituzione), ha più volte fatto variamente conoscere sia la sua contrarietà a nuove ravvicinate elezioni sia la sua intenzione di varare un governo politico. Eletti i Presidenti delle Camere, da queste due premesse si partirà senza perdere tempo.
Pubblicato AGL il 19 marzo 2018
M5s, strategia a corto raggio
Le acrobatiche contorsioni in materia di Euro di Luigi Di Maio, candidato del Movimento Cinque Stelle alla Presidenza del Consiglio, riflettono, in parte la sua personale incultura economica e monetaria in parte le contraddizioni degli attivisti e dell’elettorato del Movimento. Indirettamente, suggeriscono anche che proprio l’Euro, se si vuole, ma sicuramente l’Unione Europea dovrebbero entrare più apertamente e potentemente nella campagna elettorale italiana. Anche il nuovo governo austriaco, popolari-liberali di destra, ha appena dato il suo contributo alla necessità di discutere dell’Unione e di che cosa significa per gli Stati-membri. L’idea del doppio passaporto per gli alto-atesini di “etnia-lingua” tedesca è provocatoria, nonché pessima. La risposta, però, consiste nel contrastarla con una controproposta più avanzata –già stata variamente ventilata, ma non sufficientemente sostenuta: tutti i cittadini degli Stati-membri dell’UE avranno un solo passaporto, quello Europeo. Già, grazie a Schengen, i cittadini degli Stati che vi hanno aderito, circolano liberamente. Già, gli europei hanno gli stessi diritti che possono fare valere anche contro i rispettivi Stati nazionali. Già diciannove Stati hanno la moneta comune. È persino logico che ottengano un unico passaporto. Quanto all’Euro, certo la moneta comune richiederebbe, ma, forse, sta per arrivare, un Ministro europeo dell’Economia. Esigerebbe maggiore coordinamento delle politiche fiscali campo sul quale, peraltro, la Commissione Europea è già molto attiva.
Di Maio e tutti coloro, Matteo Salvini e Giorgia Meloni inclusi, che vogliono “uscire” dall’Euro, dovrebbero chiarire in che cosa (ri)entreremmo: nella vecchia lira oppure faremmo, non sto scherzando più di tanto, un balzo nei Bitcoin? Tornare alla vecchia lira risolverebbe il problema economico più grande che l’Italia ha, vale a dire un debito pubblico pari al 136 per cento del Prodotto Interno Lordo? Sarebbe più facile con la lira pagare gli ingenti interessi per rifinanziarlo? Quale e quanta credibilità avrebbe la lira italiana sui mercati? Una delle più pesanti conseguenze del referendum britannico che ha portato alla Brexit è già stata il deprezzamento del 20 per cento del valore della sterlina, notoriamente una valuta molto, molto più forte della lira. Supponendo, comunque, che, oltre a votare “sì” personalmente al referendum sull’uscita dall’Euro, il capo del governo italiano Di Maio sia anche riuscito a convincere una maggioranza di italiani, questo esito lo rafforzerebbe quando andrà a Bruxelles a trattare i problemi dell’Unione Europea e dell’Italia e a proporre soluzioni innovative formulate dal Movimento Cinque Stelle oppure si troverebbe più isolato, forse addirittura marginalizzato? L’uscita dall’Euro potrebbe in qualche modo rafforzare i cosiddetti “sovranisti” italiani nelle due versioni, non incompatibili, ma neppure perfettamente sovrapponibili, della Lega di Salvini e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.
Di che tipo è il “neo [o tardo] sovranismo” di Luigi Di Maio? Saranno quelli di Salvini e di Meloni i voti parlamentari che dovrebbero consentirgli di governare il paese? Mi riesce impossibile pensare come i problemi ai quali l’Unione Europea sta facendo fronte con non poche difficoltà, a cominciare da quello, che è destinato a durare, dei migranti, a continuare con il rilancio delle economie e con il contenimento/riduzione delle disuguaglianze, possano essere meglio affrontati e addirittura risolti dai singoli stati per conto loro, con le loro sole risorse. Il sovranismo mi sembra pericolosamente simile al “socialismo in un solo paese”. In un mondo globalizzato, le soluzioni a tutti i problemi rilevanti sono e saranno sovranazionali. Discutere come potenziare il grande progetto dell’unificazione politica dell’Europa renderebbe la campagna elettorale italiana un fecondo confronto di valutazioni e proposte.
Pubblicato AGL 21 dicembre 2017
Quelle incerte traiettorie
Nessun paletto e nessuna abiura è la linea morbidamente dettata dal segretario Renzi alla Direzione del Partito Democratico. I toni meno cattivi e meno trionfali non intaccano minimamente la sostanza del discorso politico. Renzi non vuole cambiare le politiche da lui imposte quando era Presidente del Consiglio che, però, sono proprio una delle ragioni per le quali Sinistra Italiana si era rapidamente allontanata dal governo e il Movimento Democratico e Progressista ha fatto la scissione. Se non abiure, almeno l’indicazione chiara di quali correzioni di rotta il segretario avrebbe potuto darla. È rimasto nel vago mirando soprattutto a non antagonizzare le minoranze interne al suo partito. All’esterno, Renzi ha delineato una strategia che in altri tempi sarebbe stata chiamata pigliatutti: la formazione di una coalizione (un tempo parola e fenomeno da lui sdegnosamente respinti: è questa, oggi, un’abiura?) che va da MDP e da quel che c’è di Campo Progressista a quel che rimane, pochino pochino, di Scelta Civica più la non troppo in buona salute Alternativa Popolare di Angelino Alfano. Sulla porta restano i radicali e un embrionale raggruppamento pro-europeista. Insomma, anche a causa di una brutta legge elettorale che impone le coalizioni, Renzi disegna qualcosa che sembra soprattutto un cartello elettorale in grado di opporsi, di fare argine a quelli che lui definisce populismi. Ma non tutto quello che non ci piace può essere definito e esorcizzato come “populismo”.
Nel centro-destra fieramente populista, ma anche sovranista, è il leader della Lega Matteo Salvini e, forse, ma, in verità, poco, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, decisamente più sovranista che populista. Incredibilmente grande è la sottovalutazione del potenziale populismo che Berlusconi scatenerà, altro che “moderati”, al momento opportuno. Alla sinistra del PD, almeno per due terzi, dicono i sondaggi, sta il populismo “felicemente decrescente” a mio modo di vedere, del Movimento Cinque Stelle nel cui consenso politico-elettorale che non accenna a diminuire gioca moltissimo la protesta per le molte cose che non vanno in Italia. Lo schieramento suggerito da Renzi si avvicina moltissimo alla tanto deprecata Unione di Prodi che vinse molto risicatamente le elezioni del 2006, poi non riuscendo a tenere insieme le troppo variegate posizioni e preferenze cadde rovinosamente neppure due anni dopo. Apertamente, sia Prodi, l’Ulivista, sia Veltroni, il primo segretario del Partito Democratico, hanno manifestato forti perplessità sul futuro del partito guidato da Renzi, il primo chiamandosi fuori, il secondo lanciando un appello più sentimentale che nutrito da elementi politici. Naturalmente, il tentativo di trovare punti di convergenza e di accordo in quel che si trova a sinistra –dire che “si muove” mi parrebbe troppo lusinghiero– non finisce qui.
Inevitabilmente, ci sono personalismi che sembrano incompatibili e insuperabili. Ci sono prospettive di carriera, che, senza negare l’esistenza di convinzioni politiche, riguardano anche i presidenti delle due Camere, oltre che i molti parlamentari alla ricerca di quella ricandidatura che Renzi più di altri può garantire. Ci sono, infine, nodi programmatici irrisolti e priorità non dichiarate. Aspettare l’emergenza assoluta e trovare un accordo tecnico esclusivamente per non finire del baratro della sconfitta annunciata non è affatto una buona idea. A meno che, con una buona dose di cinismo, qualcuno nel PD pensi che, tutto sommato, il Partito non andrà così male e dovrà comunque essere preso in considerazione per formare il prossimo governo, da Berlusconi o chi per lui. La traiettoria da altezzoso partito a vocazione maggioritaria ad alleato subalterno dovrebbe turbare i sonni dei Democratici (e dei loro elettori). O no?
Pubblicato AGL il 14 novembre 2017
Cosa si può imparare dalla Francia
Le elezioni presidenziali francesi possono offrire molte lezioni importanti anche per l’Italia. Prima lezione: non bisogna identificare il populismo con Marine Le Pen. Certamente, la candidata del Front National usa argomenti che sono anche populisti, ma il suo consenso elettorale dipende da due elementi. Da un lato, Marine Le Pen rappresenta l’estrema destra francese che ha una lunga, qualche volta brutta, storia di nazionalismo, di sovranismo, anche se non si chiamava così, di anti-semitismo. Dall’altro, sfrutta, proprio grazie all’esaltazione dello sciovinismo (Chauvin era francese) sovranista, tutte le pulsioni contro l’Unione Europea. Più che fare appello al popolo, chiama a riscossa la nazione. Seconda lezione: dopo la deludente esperienza presidenziale di François Hollande, i socialisti si sono nuovamente divisi andando a sinistra con Benoît Hamon e occupando una parte del centro con Emmanuel Macron, già ministro in un governo socialista. Nel 2002, la divisione dei socialisti impedì addirittura a Lionel Jospin che, pure, era stato un buon Primo ministro, di andare al ballottaggio. Anche questa volta, i sondaggi dicono che il candidato socialista ufficiale non andrà al ballottaggio superato da Emmanuel Macron, mentre parte della sinistra, quella “non sottomessa”, farà convergere i suoi voti sul 65enne Jean-Luc Mélenchon che, per l’appunto, usa quello slogan elettorale. In buona sostanza, terza lezione, dal centro-sinistra alla sinistra finirebbero per esserci circa il 60 per cento di voti divisi fra tre candidati. Peggio di tutti sembra stare il candidato gollista, Françosi Fillon, appesantito dalla sua personale e familiare (prebende a moglie e figlio) modica, ma non per questo scusabile, corruzione e, forse, dal peso della storia di un partito gollista che, quarta lezione, non si è rinnovato in programmi e in facce. Il gollismo senza de Gaulle sembra davvero giunto al capolinea.
La competizione fra cinque candidati andrà sbrogliata dagli elettori che grazie a un ottimo sistema elettorale, quinta importante lezione, hanno un doppio voto molto pesante. Al primo turno avranno la possibilità di votare per la candidatura che davvero preferiscono. Si comporteranno in questo modo certamente e compattamente tutti gli elettori del Front National cosicché è possibile che Marine Le Pen risulti la più votata. Lo faranno anche i gollisti sperando in qualche molto improbabile imprevisto che consenta a Jacques Fillon di piazzarsi secondo. Saranno gli elettori socialisti quelli obbligati a riflettere se correre il rischio, votando Hamon, non solo di non riuscire a farlo andare al ballottaggio, ma di fare mancare a Macron quel pugno di voti che renda lui secondo. Dopodiché, tutti i sondaggi dicono che se il ballottaggio sarà fra Le Pen e Macron, al candidato di centro-sinistra la maggioranza degli elettori offrirà la chance di (ri)mettere “in marcia” (questo è il suo slogan elettorale) la Francia. Qui sta il grande pregio, ultima lezione, del sistema elettorale francese usato per le elezioni presidenziali: quello di consentire agli elettori di votare “sinceramente”, per la candidatura preferita, al primo turno, e “strategicamente”, vale a dire, eventualmente per la candidatura meno sgradita, al ballottaggio. Per di più, fra il primo e il secondo turno, gli elettori ottengono dai candidati, dai loro partiti, dai mass media una grande quantità di informazioni aggiuntive che consentirà loro di formarsi un’opinione più rispondente alla competizione e alle conseguenze della vittoria dell’uno o dell’altra. Questa crescita delle informazioni grazie alle clausole del sistema elettorale è qualcosa che un po’ tutti vorremmo e apprezzeremmo. Sarebbe consigliabile che i dirigenti di quel che rimane dei partiti italiani e i parlamentari guardassero alla Francia invece di affannarsi a cercare una legge elettorale che dia loro vantaggi, magari anche a scapito del potere degli elettori. Non la troveranno. Dunque: Vive la France républicaine!
Pubblicato AGL il 19 aprile 2017
