Home » Posts tagged 'sovranisti'

Tag Archives: sovranisti

L’inutile mossa del capro espiatorio #manovra

Di ritorno da una cena (a Bruxelles si mangia ottimo pesce) con il presidente della Commissione Europea Juncker, il Presidente del Consiglio Conte ha lanciato, non molto convincentemente, una nuova narrazione per il governo italiano e la sua manovra di bilancio. La Commissione ha dato tempo all’Italia senza procedere alla temuta (e perché mai se, come sostiene Salvini, produrrebbe effetti positivi per 60 milioni di italiani?) bocciatura della manovra del governo. Invece, no. La procedura d’infrazione è talmente in piedi che Salvini ha cominciato a dire che il problema fra Italia e Commissione non è costituito da qualche decimale. La Commissione continua a ritenere che un deficit al 2,4 ben al disopra dell’1,6, che era stato accettato dall’Italia, quindi con 8 decimali da limare, sia, eccome, un problema.

Adesso, i commentatori quasi tutti concordi sostengono e scrivono che la strategia della banda dei Quattro: Salvini, Di Maio, Tria, Conte, consiste nel traccheggiare, nel dilazionare, nel prendere tempo per arrivare fino al fatidico maggio 2019 e all’elezione di un Parlamento europeo e alla nomina di una Commissione che sarebbero a loro più favorevoli. Questa strategia, supponendo che sia tale, non ha quasi nessuna possibilità di realizzarsi. Intanto, nei prossimi giorni il governo deve assolutamente presentare la manovra di bilancio al Parlamento italiano e lì i numeri diranno quanti decimali sono cambiati, ma, soprattutto, se sono cambiati in maniera tale da soddisfare i criteri e le regole della Commissione. Taglia qui, riduci là, sposta più avanti i tempi per la concessione del reddito di cittadinanza e per la riforma della Legge Fornero, sembra abbastanza chiaro che quei decimali sono ballerini perché i conti non tornano e i quattro governanti non sanno che pesci prendere. Mirano a prendere un pesce grosso, vale a dire, giungere, in un modo o nell’altro fino al maggio 2019 sperando nell’elezione di un Parlamento con una, molto improbabile, maggioranza sovranista e la nomina di nuova Commissione disposta a cedere quel che la vecchia non vuole concedere.

La Commissione in carica nel pieno dei suoi poteri non è disposta a farsi prendere in giro da chi fa promesse a Bruxelles e non le adempie a Roma. Nessuno dei quattro governanti, ma soprattutto, nell’ordine, Salvini e Di Maio, vuole rinunciare apertamente agli obiettivi qualificanti, ma tutti e quattro hanno capito che la manovra dovrebbe/dovrà essere riscritta profondamente. Proveranno a fare qualche cambiamento cosmetico cercando di addebitare le responsabilità alla Commissione. Quella del “capro espiatorio” è una mossa già spesso praticata non dal solo governo italiano, ma da tutti i governi europei che, dovendo procedere a interventi dolorosi, hanno regolarmente cercato di scaricare le loro responsabilità: “l’Europa ce lo impone”. Non basterà. Prendere tempo rischia di essere, come ha dichiarato il Primo ministro greco Tsipras, che l’ha imparato sulla sua pelle, molto costoso.

Pubblicato AGL il 28 novembre 2018

Uno scontro frontale “calcolato”

“Il tasso di crescita non è negoziabile”. Attribuita al Ministro dell’Economia Giovanni Tria, questa frase denuncia arroganza e insipienza. C’è  arroganza poiché il Ministro afferma come sicuro qualcosa che, il tasso di crescita da lui previsto, è assolutamente aleatorio. C’è insipienza poiché Tria confonde l’aggettivo “negoziabile” con “conseguibile”. Tutti gli organismi che, a vario titolo, si sono occupati (e preoccupati) dell’Italia dalle agenzie di rating al Fondo Monetario Internazionale, dalla Commissione Europea ai ministri dell’Eurogruppo, persino gli Uffici tecnici del Parlamento italiano, hanno prodotto stime molto diverse da quelle italiane, ma convergenti fra loro e chiaramente inferiori alle percentuali del Ministro Tria. Ripetutamente, i ministri Salvini e Di Maio, mai smentiti (potrebbe permetterselo?) dal Presidente del Consiglio Conte, hanno affermato con toni spesso offensivi per il Presidente della Commissione Juncker e per i Commissari che si occupano di economia Dombrovskis e Moscovici, che andranno  avanti, tireranno dritto, che il popolo italiano vuole questa legge di bilancio.

Adesso, da un lato, è diffusa la consapevolezza che fra qualche settimana la Commissione aprirà la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. Dall’altro, che i mercati, fatti, come ho scritto più volte, da operatori, anche italiani, che non vogliono perdere soldi né per loro né per i loro clienti, fra i quali anche molti italiani, segnaleranno il rischio Italia, sposteranno gli investimenti, faranno salire il fatidico spread fra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani acuendo la crisi della finanza pubblica italiana e rendendo costosissimo pagare gli interessi sull’altissimo debito pubblico, 130% del Prodotto Interno Lordo. Ad alleviare le conseguenze economiche non basteranno le dismissioni di proprietà dello Stato per la cui vendita e incasso ci vorrà molto tempo.

Anche se dimostratisi assolutamente privi di un minimo di conoscenze economiche, Salvini, Di Maio e Conte, in quest’ordine, non possono non avere pensato alle conseguenze, economiche e politiche, della loro manovra. Altrimenti, sarebbero tecnicamente e politicamente degli irresponsabili. Inquietante è l’ipotesi che Salvini e Di Maio desiderino che la procedura d’infrazione si trascini per qualche tempo e che la loro inevitabile manovra correttiva risulti giustificata agli occhi degli italiani come un’imposizione dall’esterno che sono obbligati a malincuore ad accettare. Entrambi si prepareranno per le elezioni del Parlamento Europeo del maggio 2019. Salvini cercherà di mobilitare in maniera nazionalpopulista gli italiani euroscettici e sovranisti. Di Maio sosterrà coraggiosamente che la Commissione si è espressa contro l’abolizione della povertà in Italia. Poiché la Commissione è consapevole che andare allo scontro frontale con l’Italia è dannoso per tutta l’Unione, il contenzioso rischia di rimanere aperto fino alle elezioni. La partita si annuncia lunga, e brutta.

Pubblicato AGL il 15 novembre 2018

Democrazia e cittadini nell’Unione Europea

Contributo al forum del CeSPI sul futuro della UE

 

Non è vero che l’Unione Europea soffre di un deficit democratico. E’ vero che in alcuni Stati-membri la democrazia funziona meglio di quella dell’Unione europea. Tuttavia, in non pochi altri Stati-membri come, ad esempio, Ungheria, Polonia, Slovacchia e anche in Italia, non soltanto la qualità della democrazia, ma il suo stesso funzionamento lasciano molto a desiderare e la comparazione non va affatto necessariamente a favore degli Stati. I cosiddetti sovranisti non possono vantare loro superiori, mai comprovate, doti democratiche e molto spesso le opposizioni in quei paesi sono in grado di testimoniare quanto difficile e dura è la loro vita (non solo politica). Il pregio della democrazia è la sua capacità di riformarsi, nel caso dell’Unione Europea a condizione che la diagnosi sia corretta e che i riformatori sappiano proporre i rimedi adeguati. Prima di dichiarare l’esistenza di un deficit democratico dell’Unione Europea è necessario valutare con conoscenza di causa, che cos’è il deficit, dove si colloca, come si manifesta.

Come può non essere considerato democratico il Consiglio nel quale s’incontrano (si confrontano e si scontrano) i capi di governo degli Stati-membri? Ciascuno di loro ha vinto le elezioni nel suo paese, quindi rappresenta una maggioranza elettorale e politica e in quel Consiglio rimarrà fintantoché riesce a mantenere la sua maggioranza. Potremmo, semmai, obiettare alle procedure decisionali del Consiglio, in particolare, da un lato, alla regola dell’unanimità, dall’altro, alle modalità con le quali i capi di governo pervengono alle decisioni. L’unanimità, peraltro, usata raramente, ha scarsa legittimità democratica poiché consente a un capo di governo di bloccare qualsiasi decisione a lui sgradita anche se tutti gli altri capi di governo hanno raggiunto un accordo. Quell’unico capo di governo dissenziente può, in qualche modo, “ricattare” tutti gli altri. Pertanto, i riformatori dovrebbero eliminare quella regola. Quanto alle modalità dei procedimenti decisionali, neI Consiglio e, in misura minore, nella Commissione, quei procedimenti sono spesso farraginosi e poco o nulla trasparenti. E’ vero che in alcune materie politiche è opportuno, proprio per giungere a decisioni migliori, preservare uno spazio, più o meno, ma non troppo, ampio. Tuttavia, è auspicabile che la maggior parte di quei procedimenti decisionali si svolgano in maniera tale che i cittadini europei abbiano la possibilità di attribuire le responsabilità positive e negative di quanto è stato deciso, non deciso, deciso male.

Coloro che ritengono che la democrazia si esprime in particolar modo attraverso le elezioni non possono mai sostenere che il Parlamento Europeo è un organismo non-democratico nel quale si manifesterebbe un deficit. Al contrario, il Parlamento Europeo è un luogo molto significativo di rappresentanza delle preferenze e degli interessi dei cittadini europei. Nel corso del tempo ha acquisito maggior potere nei confronti sia del Consiglio sia della Commissione controllando le attività e valutandone gli esiti. Se il Parlamento europeo ha un deficit democratico questo non è a lui intrinseco, ma deriva dai partiti e dai cittadini degli Stati membri. Sono i partiti che fanno campagna elettorale su temi e con obiettivi nazionali a essere responsabili del deficit. Paradossalmente, meno responsabili sono i partiti populisti e sovranisti poiché, facendo campagna contro l’Unione Europea, sono inevitabilmente più propensi a parlare proprio di Europa di quanto fa, non fa, fa male e quanto meglio farebbero i singoli Stati se riacquisissero la sovranità ceduta. Scrivo “ceduta”, non perduta e non espropriata, poiché ciascuno degli Stati-membri ha consapevolmente e deliberatamente ceduto parte della sua sovranità all’Unione per perseguire obiettivi altrimenti irraggiungibili da ciascuno Stato singolo. I partiti nazionali sono anche responsabili della loro incapacità di convincere gli elettori ad andare alle urne per eleggere i loro rappresentanti. Quando, come nel maggio 2014, soltanto il 44% degli elettori europei (percentuale nettamente inferiore a quella, che tutti noi abbiamo spesso stigmatizzato, degli americani nelle elezioni presidenziali) va a votare, allora c’è un problema, ma non è definibile come deficit delle istituzioni dell’UE. Più precisamente, si tratta di un deficit di partecipazione dei cittadini europei ai quali in qualche modo bisognerebbe fare sapere che perdono la facoltà di criticare Parlamento e parlamentari che non hanno voluto eleggere.

Sul banco degli imputati di deficit democratico sembra persino troppo facile collocare in blocco la Commissione Europea e, in particolare, i singoli Commissari. Mancherebbe loro qualsiasi legittimazione democratica. Sarebbero, come affermano troppi critici male informati e preconcetti, dei burocrati o, forse peggio, dei tecnocrati che i populisti considerano una razza dannata poiché, senza avere mai avuto un mandato democratico (elettorale) antepongono le loro conoscenze alle preferenze e alle esperienze del “popolo”. La verità è che, praticamente da sempre,  hanno acquisito la carica di Commissario uomini e donne provenienti da cariche politiche e di governo, persino al vertice, nei loro rispettivi paesi. Dunque, mai burocrati, ma “politici”, spesso con conoscenze di alto livello. Debbono la loro carica alla nomina ad opera dei capi di governo di ciascuno Stato-membro, ma, come ho già scritto, quei capi di governo sono democraticamente legittimati. In più, ciascuno dei Commissari deve superare/ha superato un “esame” relativo alle sue conoscenze e al suo tasso di europeismo svolto di fronte al Parlamento europeo. Inoltre, sa che, una volta confermato, nella sua azione dovrà spogliarsi di qualsiasi preferenza nazionale. Dovrà operare negli interessi dell’Unione Europea. Oso affermare che la stragrande maggioranza dei Commissari negli ultimi sessant’anni ha davvero avuto come stella polare il processo di unificazione politica dell’Europa. Quanto al Presidente, a partire dal 2014 è stato stabilito che ciascuna delle famiglie politiche/partitiche europee possa presentare un candidato/a alla Presidenza. Il candidato della famiglia che ha ottenuto più voti/più seggi viene designato Presidente, ma anche lui/lei deve superare lo scrutinio del Parlamento europeo. Di fronte a queste procedure, ciascuna con il suo evidente tasso di democraticità, è davvero assurdo sostenere che la Commissione non ha crismi di democrazia, che è democraticamente carente, se non addirittura illegittima. Ovviamente, però, la Commissione, vero motore istituzionale e, in parte, anche politico dell’Europa può a sua volta essere criticata per quello che fa, non fa, fa male.

Dunque, nell’Unione Europea, va tutto bene? Certamente, no. Però, il problema non si chiama deficit democratico. Si chiama deficit di funzionalità. Quasi sicuramente c’è troppa burocrazia nell’Unione europea, troppo red tape, come hanno costantemente sostenuto gli inglesi (che ci mancheranno e che stanno anche accorgendosi che l’Europa mancherà a loro). C’è troppo spazio per le lobbies, per i gruppi di interesse. C’è troppa lentezza nel prendere decisioni. C’è troppa opacità. Sono sicuramente inconvenienti, altrettanto sicuramente possono essere affrontati e risolti dentro l’Unione. Non potranno essere coloro che si chiamano fuori –e meno che mai coloro che intralciano l’Europa che c’è, a risolvere quei problemi e altri, a cominciare dall’immigrazione a seguire con la crescita delle economie europee e con la regolamentazione la tassazione delle grandi corporations. Con buona pace dei sovranisti, nessuno Stato da solo potrà fare di più e meglio per la vita dei suoi cittadini di quanto l’Unione Europea ha già fatto e potrà fare nei prossimi anni. Saranno i cittadini europei, quelli che si interessano all’Europa, si informano, votano e partecipano, a decidere, democraticamente, che Europa vorranno. Saranno responsabili di quello che hanno fatto e di come hanno votato o non votato. Proprio come avviene nelle (migliori) democrazie.

Quell’antico monito di Bobbio

“Testimonianze”, LUGLIO-AGOSTO 2018, n. 520, pp. 64-68

È arrivata l’ora dell’autocritica non come vezzo degli intellettuali radical-chic, della sinistra al caviale o altre piacevolezze, ma perché una autocritica condotta a fondo è un esercizio pedagogico decisivo. Dagli errori si impara e diventa possibile andare oltre. Se è emersa una crisi della rappresentanza, se è cresciuto il divario fra società e politica, se i populisti attaccano con qualche successo l’establishment, se l’euroscetticismo è diventato più diffuso dell’accettazione, peraltro mai entusiastica, dell’Unione Europea, se sono comparse nuove diseguaglianze, quanti di questi fenomeni gli studiosi avevano previsto, quanti sono giunti del tutto inaspettati, come è possibile cercare di porvi rimedio?

Tre fenomeni di grande respiro e di enorme impatto hanno ridisegnato la storia dell’Europa e del mondo negli ultimi trent’anni: primo, crollo del comunismo che sembrava realizzato nell’Europa centro-orientale e in Unione Sovietica e fine del richiamo della sua ideologia, ma, come Norberto Bobbio mise immediatamente in rilievo, nessuna scomparsa dei problemi e delle ingiustizie alle quali il comunismo aveva inteso porre rimedio, e, oggi sappiamo, ritorno alla superficie di nazionalismi beceri; secondo, allargamento e approfondimento (con qualche limite) del processo di unificazione politica dell’Europa; terzo, affermazione in ogni angolo del mondo, seppure con qualche differenza di intensità, della globalizzazione. Non è facile tenere insieme questi tre fenomeni e offrirne un’analisi e una spiegazione unitari, ma è importante individuare le connessioni e, di volta in volta, gli errori interpretativi. Consapevole della difficoltà di una precisa datazione, comincerò dalla globalizzazione poiché, praticamente per definizione, è il fenomeno più comprensivo.

Fin dall’inizio, vale a dire, dal momento che emerse la consapevolezza che determinati processi, in particolare, economico-finanziari, penetravano sostanzialmente non filtrati e non controllati in tutti i sistemi politici del mondo e altri processi, quelli relativi alla comunicazione, non solo politica, acuivano la sensibilità di governanti e cittadini e accrescevano le informazioni disponibili, seppure in maniera differenziata, un po’ a tutti i protagonisti, la globalizzazione ebbe suoi numerosi. Erano e sono rimasti un gruppo molto composito nel quale sembrano tuttora predominare i protezionisti e i comunitaristi. Le motivazioni dei primi riguardano soprattutto la sfida alle attività economiche del loro paese, alle industrie, all’agricoltura, ai lavoratori dipendenti. Si sono tradotte nell’opposizione al libero commercio che, invece, è considerato dalla maggior parte degli economisti come uno dei motori fra i più potenti della crescita economica. Certo, il libero commercio associato alla globalizzazione ha avuto conseguenze distruttive per alcune attività e creato forti tensioni sociali. I dati mondiali, dal canto loro, rilevano e rivelano una maggiore disponibilità di risorse, ma, solo di recente hanno messo in rilievo che la ricchezza complessiva si è accompagnata alla crescita delle diseguaglianze anche sociali all’interno di molti paesi.

Quanto ai comunitari, quasi tutti loro associano, in larga misura correttamente, la globalizzazione al multiculturalismo, opponendosi ad entrambi. Vogliono proteggere stili e modalità di vita, culture specifiche, identità dei più vari generi. Ne sottolineano l’importanza e, di conseguenza, contrastano visioni e prospettive multiculturali acritiche. No, multiculturalismo non è bello. Anzi, secondo i comunitari il multiculturalismo è una sfida portatrice di tensioni e di conflitti, foriera di perdita di identità e di sfaldamento di comunità che lasceranno/lascerebbero tutti, nient’affatto arricchiti dalle diversità, ma culturalmente più poveri e “spaesati”. A questa sfida, al tempo stesso economica e identitaria, in alcuni paesi coinvolti forse più di molti altri nel processo di globalizzazione poiché vere e proprie società aperte, come la Svezia, come la Gran Bretagna, come gli USA, hanno fatto seguito reazioni sconcertanti. Ne sono testimonianza possente e inquietante il successo elettorale dei Democratici Svedesi, partito sicuramente xenofobo e identitario, la Brexit prodotta dal referendum del giugno 2016, la conquista della Presidenza di Donald Trump nel novembre 2016 all’insegna del motto “America First”.

L’elemento che accomuna queste esperienze è costituito dalla mobilitazione non organizzata di coloro che potrebbero essere definiti i perdenti della globalizzazione o che si ritengono tali. Che i voti decisivi siano venuti da uomini bianchi del Nord dell’Inghilterra, Liverpool, Manchester, Newcastle, mentre Londra ha votato con elevate percentuali per restare nell’Unione Europea; che siano stati migliaia di operai bianchi del Michigan, della Pennsylvania, del Wisconsin, malauguratamente, ma in maniera rivelatrice, definiti deplorable dalla candidata Hillary Clinton; che nella Svezia, da molti giustamente considerata una (social)democrazia di grande successo, più del 10 per cento di elettori dia il suo voto ad un partito deliberatamente anti-europeo e xenofobo non sono accadimenti che possono essere liquidati scrollando le spalle e, nei due casi anglosassoni, sostenendo che quegli elettori hanno semplicemente sbagliato e se ne accorgeranno. Forse se ne accorgeranno, ma a fondamento del loro voto stanno motivazioni che non sono affatto deplorevoli e transeunti.

Non sarà il miglioramento, peraltro non facile e non scontato, delle loro condizioni di vita a produrre il cambiamento delle loro opzioni di voto. Né il cambiamento del voto risolverà problemi che sono identitari e culturali. Nel caso degli USA la capacità di mettere insieme le minoranze, afro-americani, latinos, donne (sic), potrà servire ai Democratici per vincere qualche elezione, persino per tornare alla Presidenza, ma non migliorerà la politica e neppure la società. Il grido Black Lives Matter non perderà il suo significato contro il razzismo persistente e strisciante. La preoccupazione per la crescente presenza di latinos con i loro stili di vita, la lingua, il tipo di legami familiari, non verrà meno. Le varie diseguaglianze, che non hanno soltanto una, importantissima, componente economica, ma che si traducono in una visione di società, non saranno neppure affrontate se non si approntino le politiche opportune. Non saranno certamente i banchieri della City di Londra e i brokers di Wall Street, i signori della tecnologia della Silicon Valley e le donne e gli uomini dell’establishment della East Coast a presentarsi credibilmente come coloro in grado di rappresentare quei settori sociali, di proteggere le identità e di operare per contenere e ridurre le diseguaglianze.

Nessuno riuscirà a sostenere convincentemente la tesi che bisogna dare risposte che riguardano i diritti, di ogni tipo, in particolare quelli riguardanti gli orientamenti sessuali, sottovalutando le diseguaglianze in termini di riconoscimento e di opportunità, di sostenere che prima vengono le diversità, poi le ricompense, di considerare che lo ius soli è più importante e più qualificante del diritto al lavoro. La sinistra che non agisce prioritariamente per ridurre le diseguaglianze ha perduto, sosterrebbe Norberto Bobbio, la sua ragion d’essere, la sua anima. La sinistra continuerà anche a perdere consistenza e rilevanza politica a fronte delle sfide diversamente populiste che hanno fatto la loro comparsa un po’ dappertutto in Europa (e altrove). È fra gli Stati-membri dell’Unione Europea che, a sessant’anni dal Trattato di Roma, i populismi sembrano avere trovato accoglienza migliore e spazi più ampi.

I populisti vanno alla ricerca e alla conquista di coloro che ritengono sia più importante preservare e celebrare l’identità nazionale, se non addirittura quella locale, piuttosto che ottenere quei vantaggi economici, la cui esistenza peraltro negano, che derivano dall’apertura alla globalizzazione e al libero commercio. I populisti mobilitano quello che considerano il “loro” popolo, mai tutto il popolo, contro l’establishment. Lo definiscono e lo ridefiniscono sostenendo di essere i soli in grado di rappresentarlo contro l’Europa dei banchieri e dei tecnocrati. Vogliono offrirgli protezione contro le ondate di migranti che non solo potrebbero rubargli il lavoro, ma che minacciano i loro stili di vita, le loro credenze religiose, le prospettive della loro prole. È stato profondamente sbagliato sottovalutare questi sentimenti, ritenendoli un retaggio del passato in via di superamento e, peggio, criticandoli come segno di arretratezza e deridendoli.

In qualche convegno a Davos, in riunioni ristrette a Bruxelles, a un vernissage parigino, nel foyer di un teatro londinese, ad una prima della Scala, forse anche alla Freie Universität di Berlino è molto facile trovarsi d’accordo sul fatto che l’Unione Europea è un grande progetto di unificazione politica che sta mettendo insieme una pluralità di culture a partire da una base che si dice essere comune (ma, talvolta, mi chiedo che cosa unisca Dante e Shakespeare, Leonardo e Picasso, Miguel de Cervantes e Franz Kafka, Thomas Mann e Albert Camus), da una storia condivisa, ma intessuta di conflitti e di guerre civili, da prospettive ancora adesso nient’affatto precisamente definite. A fronte delle molte irrisolte problematiche economiche, di creazione e di distribuzione della ricchezza che non hanno ridotto vecchie diseguaglianze e ne hanno prodotte di nuove, la risposta in termini di cultura non è finora sembrata adeguata. Ha aperto spazi ai sovranisti che non sono stati contrastati convincentemente facendo notare che è molto improbabile che qualsiasi singolo Stato europeo riesca da solo a risolvere i problemi prima e meglio di quanto faccia l’Unione Europea. È una lezione che persino la pur grande e efficiente Gran Bretagna sta imparando a sue spese, che non saranno controbilanciate in toto dall’accentuazione tutta “culturale” dell’identità: la Britishness.

Il senso complessivo della mia riflessione su globalizzazione, Unione Europea e diseguaglianze può essere condensato in due considerazioni e due conclusioni. La prima considerazione contiene anche una personale autocritica. Ho creduto che tanto la globalizzazione quanto l’Unione Europea fossero processi in grado di produrre e offrire maggiori opportunità senza lasciare indietro nessuno, tranne per poco tempo, che i costi di entrambe sarebbero stati distribuiti in maniera relativamente equilibrata fra tutti i settori sociali, pur implicando vantaggi, sperabilmente non eccessivi, per coloro che già sono privilegiati. Non è stato così. La seconda considerazione ugualmente da accompagnarsi con una modica dose di necessaria autocritica è che, affidate le problematiche economiche alla competitività e al mercato della globalizzazione e dell’Unione Europea, ho creduto che tutti gli aspetti di cultura e di identità fossero, per così dire, da un lato, “privatizzabili”, vale a dire, risolvibili in proprio dai vari gruppi oppure, questo, sicuramente, errore più grave, superabili con l’ascesa del repubblicanesimo delle regole e dei diritti delle persone. Non soltanto alcune delle tematiche identitarie si sono dimostrate irriducibili, ma sono anche risultate non negoziabili e i loro portatori non saranno, almeno nel loro e nel nostro tempo di vita, soddisfatti da nessuno scambio: “più risorse economiche meno accento su identità”, meno che mai se riguarda le loro famiglie e i loro figli.

La prima delle due code riguarda direttamente le elaborazioni e le attuazioni della sinistra ovvero il suo lento graduale, ma apparentemente inarrestabile scivolamento verso posizioni incapaci di comprendere quanto nella vita delle persone contino gli elementi di comunità in senso lato: con chi si vive, con chi si lavora, quali nostalgie legittime si hanno per il passato, quali aspettative di cambiamento prevedibile per il futuro, ma anche quali siano le distanze sociali e le diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione. La seconda coda è data dalla constatazione che non sono emerse personalità in grado di elaborare una narrativa di ampio respiro e di profondità della globalizzazione e di svolgere il compito di leadership a livello europeo. La mancanza nelle democrazie europee e negli USA di leadership dinamiche e capaci di disegnare il futuro, innovative e empatiche, è un vero e proprio dramma contemporaneo. Non sono alla ricerca di personalità carismatiche, ma di predicatori appassionati, credibili, capaci di delineare un percorso condiviso per popoli e per persone. Consapevole che quanto ho qui scritto è poco più di un insieme di spunti schematici, suscettibili di una molteplicità di approfondimenti, mi auguro che siano degni di attenzione e mi ripropongo di rivisitarli e ampliarli.

UE: per convinzione, non solo per convenienza.

Qualche volta giova ricordare gli elementi strutturali delle situazioni che analizziamo. La partecipazione italiana all’Unione Europea deriva da decisioni prese e riaffermate nel corso del tempo dai governi e dai Parlamenti. Ha un suo solido fondamento costituzionale nell’art. 11 che sancisce che “L’Italia … consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Non possono esserci dubbi che l’Unione Europea è una di quelle organizzazioni. Inoltre, è l’organizzazione alla quale l’Italia ha dato significativi contributi, anche con le energie di suoi rappresentanti, da Spinelli a Prodi, da Monti a Bonino, e più di recente, da Mogherini a Tajani e,in modo del tutto straordinario, Draghi. È quella il cui funzionamento l’Italia può meglio e più direttamente influenzare. Naturalmente, per esercitare influenza, da un lato, bisogna credere negli obiettivi e nelle capacità di quell’organizzazione, dall’altro, bisogna essere credibili come paese e come persone.

In qualsiasi attività che richieda sforzo e impegno continuativi, è giusto chiedersi quale sia il tornaconto, la convenienza, ma nel momento in cui si crede nel processo di unificazione politica dell’Europa come il più importante fenomeno storico della seconda metà del secolo XX, diventa anche opportuno agire in base alla convinzione. Con queste premesse, mi permetto di obiettare all’Ambasciatore Nelli Feroci che sembra voler portare il discorso sull’Europa alla pura e semplice convenienza per l’Italia, “malgrado tutto”, di continuare a farne parte. Nel frattempo, i britannici stanno già pagando il conto della loro inopinata exit e giorno dopo giorno capiscono che nessun isolamento potrà mai più essere “splendido”. Sicuramente, più deboli, economicamente, culturalmente, e meno “identitari”, gli italiani pagherebbero un prezzo ancora più alto se dovessero abbandonare l’Unione Europea o anche soltanto allentare i legami con le sue istituzioni. I sovranisti, non soltanto quelli italiani, debbono ancora spiegare in che modo i problemi della crescita economica, della riduzione delle diseguaglianze, dell’immigrazione, che sono difficili da risolvere nell’ambito di una Unione fra 27-28 stati, sarebbero affrontati e risolti da uno Stato che operi da solo, senza soffrire gli inevitabili contraccolpi della sua uscita che sarebbe comunque traumatica.

Poiché, però, ho spostato il discorso dalle convenienze alle convinzioni, il quesito da sollevare è quanto gli italiani credano oggi nella loro identità nazionale e quanto in una aggiuntiva identità europea, quanto pensino che il loro futuro e quello dei loro figli sia preferibile in un più ampio consesso di popoli oppure sia unicamente praticabile con efficacia nel cortile della loro casa. Fare della partecipazione all’Unione Europea una mera adesione di convenienza è riduttivo, sbagliato, diseducativo. Affermare come vado predicando che nell’Unione Europea bisogna stare per convinzione (che è il luogo in assoluto migliore per i cittadini degli Stati-membri e per coloro che chiedono l’adesione) richiede che i “convinti” procedano a spiegare indefessamente i pregi e le potenzialità dell’Unione. L’ha fatto fino al suo ultimo respiro il fondatore dell’Istituto Affari Internazionali, Altiero Spinelli. Gli dobbiamo l’impegno ad andare avanti.

Pubblicato il 3 ottobre su affarinternazionali.it

Le leghe slegano l’Unione Europea

La Lega delle Leghe è una grande idea. Mettere insieme i nazionalisti, leghisti, sovranisti, populisti, tutti coloro che l’Unione Europea non la vogliono facendo credere che loro, invece, la riformerebbero, è una bella pensata. L’inevitabile esito di quei differenti pensieri unici sarebbe la disgregazione dell’UE. Dall’altra parte, ci si aspetterebbe che crede che l’UE è comunque indispensabile, anche se riformabile, desse vita a una coalizione di europeisti molto prima delle elezioni del maggio 2019. Invece, su quel fronte, non si muove nulla.

L’addio all’UE firmato dai sovranisti

Messo in ordine, o quasi, il Mediterraneo, il vice-Presidente del Consiglio e Ministro degli Interni Matteo Salvini ha formulato il suo piano per la conquista dell’Unione Europea. In vista delle elezioni del Parlamento Europeo che si terranno nella seconda metà del maggio 2019, Salvini ha proposto di dare vita a una Lega delle Leghe. Tutte le formazioni politiche che, al governo, come Orbàn in Ungheria, o all’opposizione, a cominciare da Marine Le Pen in Francia (che, però, “leghista”proprio non sembra), dovrebbero giungere a un accordo complessiva per un’Europa diversa. Facile sarebbe quello sui migranti, contro l’accoglienza indiscriminata, a favore dei respingimenti e della redistribuzione, ma qui, Salvini non può non saperlo, i suoi potenziali alleati, in particolare i paesi del gruppo di Visegrad, di redistribuzione non vogliono sentire neppure parlare. Comunque, la proposta di Salvini non è soltanto pubblicitaria. È una sfida diretta e frontale all’Unione Europea com’è. Con tutta la sua, nota e criticabile, inadeguatezza, l’Unione Europea è stata fino ad oggi il luogo istituzionale e politico nel quale gli Stati-membri hanno affrontato e risolto problemi e crisi (da ultimo, quella economica originatasi negli USA nel 2207-2008) e hanno, in sostanza, non solo garantito la pace, ma prodotto prosperità. La Lega delle Leghe di Salvini vorrebbe che ciascuno Stato riacquisisse parti cospicue della sua sovranità, che non è stata, come sostengono i sovranisti, perduta o espropriata, ma consapevolmente ceduta alle istituzioni comunitarie. Per questo, lasciando da parte il troppo vago aggettivo populista, epiteto senza contenuti, è opportuno definire sovranisti coloro che intendono riprendersi poteri ceduti all’Unione (anche in materia di moneta unica). Nell’attuale profonda difficoltà dei partiti di sinistra europei, oggi nel gruppo parlamentare Alleanza dei Democratici e dei Progressisti, e nelle tensioni interne ai Popolari che, per esempio, non osano sanzionare né il partito di Orbàn per le costanti violazioni dei diritti dei suoi cittadini né i Popolari austriaci per avere fatto il governo con Liberali di credo leghista, perché perderebbero la maggioranza relativa nel Parlamento Europeo, la Lega delle Leghe è in condizione di aspirare a diventare il gruppo parlamentare di maggioranza relativa. Acquisirebbe così la prerogativa di designare il prossimo Presidente della Commissione Europea. Alcuni commentatori minimizzano sostenendo che la Lega delle Leghe non distruggerebbe l’UE. La ridefinirebbe facendone un’Europa delle nazioni, come avrebbe voluto de Gaulle. Sarebbe certo una delle ironie della storia che proprio un’esponente della famiglia Le Pen, acerrimi nemici del Generale, ne attuasse la politica. Al contrario, l’esito di una vittoria della Lega delle Leghe sarebbe la disgregazione dell’Unione, con i sovranisti ciascuno alla ricerca del suo tornaconto immediato. Al momento non s’intravede minimamente la risposta degli europeisti.

Pubblicato AGL il 6 luglio 2018