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Ma la realpolitik sarà sufficiente? #FormicheRivista n° 168 #Aprile2021 Elogio del Pragmatismo @formichenews

Aprile 2021 Elogio del pragmatismo

Ma la realpolitik sarà sufficiente?

L’insorgenza populista e sovranista sembra terminata. Un po’ dappertutto la pandemia sembra avere richiamato il popolo, pardon, i cittadini-elettori, e i dirigenti politici a atteggiamenti e comportamenti più sobri. Non sono in vista miracoli, ma riflessioni, in parte, purtroppo, in piccola parte, ispirate dalla consapevolezza che la scienza conta e che, dunque, bisogna contare anche sulla scienza. Qualcuno, forse, è andato audacemente e ardimentosamente oltre, vale a dire, pensa e sostiene che la politica possa e debba essere sostituita dalla scienza, persino, attribuendo capacità taumaturgiche agli economisti. Più fragorosamente che altrove, ma anche prima e più lungamente che altrove, è in Italia che la politica, intesa in senso molto lato, ha mostrato gravi inconvenienti. Tuttavia, non sarà affatto la tecnocrazia, neppure nella versione Draghi e i suoi boys, a risolvere le difficoltà di lungo corso dei partiti italiani e dei loro dirigenti. Ricorrerei ad una comparazione che fa leva sulla retorica. Per risolvere i problemi della democrazia ci vuole più democrazia proprio come per risolvere i problemi della politica ci vuole più politica. Sappiamo, è una certezza, che l’anti-politica in Italia è da sempre forte. Ė stata ingabbiata da partiti veri e seri per un periodo di cui è giusto essere fieri, dal 1945 a, scusatemi, ma non trovo una data convincente per segnalare la fine di quell’esperienza, forse al 1989. Poi l’antipolitica è tornata in forza sulle ali prima di un imprenditore, poi di un comico ed è rimasta alimentando copiosamente le Stelle.

   Altrove, la situazione era diversa in partenza ed è rimasta diversa per tutto il tempo con la clamorosa eccezione degli USA e la Presidenza Trump (il Bolsonaro del Brasile è esperienza peculiare, con minor impatto internazionale). Mi viene regolarmente la tentazione di interrogarmi su che cosa rileverebbe Tocqueville come, al tempo stesso, una sorpresa e una correzione rispetto alle sue acutissime osservazioni dell’America degli anni trenta del XIX secolo. Poi, avendo letto le analisi di Robert Putnam sul capitale sociale, capisco che cosa è successo negli USA per aprire la strada a Trump (molto machismo, persistenza del razzismo, terribili semplificazioni che un elettorato con basso livello di istruzione ha dimostrato di sapere e volere apprezzare). Il trumpismo non è, naturalmente, finito, ma è improbabile che negli USA riconquisti i fasti del passato proprio come il populismo europeo non riuscirà ad ergersi come alternativa al ritorno di una politica non urlata, non stravolta. Dagli USA è venuta anche la lezione che le istituzioni e le regole della democrazia costituiscono un baluardo. Ricorderemo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 come il canto di un brutto cigno, ma anche come la sconfitta di quei “patrioti” bianchi insurrezionisti.  Joe Biden è, in effetti, qualcosa di più dell’impossibile ritorno ad una normalità pre-2016. Il Presidente democratico è old, ma, consentitemi di aggiungere subito, giocando con le parole, ha dimostrato di essere bold, ovvero audace. Se Biden proseguirà tenacemente la strada del riformismo, economico e culturale, di ampliamento delle opportunità che è il meglio del “sogno americano”, l’impatto si avrà anche sui sistemi politici europei, sull’Unione Europea.

   Oggi è impossibile dire se stiamo assistendo soltanto al ritorno del pragmatismo. Non sappiamo se il pragmatismo sarà sufficiente. Certamente, però, tenere conto dei fatti, delle prassi, costituisce la premessa indispensabile di qualsiasi costruzione di idee e di ideali. Temo che la pandemia offrirà ai politici, agli esperti, all’opinione pubblica nelle sue differenziate espressioni, ai cittadini ancora molto tempo per progettare. Ė un auspicio basato su segni ancora relativamente deboli che con l’impegno potranno rafforzarsi. Insomma, all’orizzonte si prospetta una nuova stagione nella quale politica e conoscenza, potere e sapere avranno modi di interagire liberamente. Voilà.

Joe Biden ha preso le redini degli Stati Uniti e sa cosa fare @POTUS

Un uomo di età certa e avanzata, il Presidente Biden, ha già cambiato alcune delle pessime politiche del suo predecessore Trump. Il senatore di lungo corso, otto anni vicepresidente di Obama, sa dove andare e come. Ha subito ri-conosciuto l’Unione Europea come interlocutore importante da favorire anche come partner commerciale, ma soprattutto come entità che condivide i valori democratici. L’ingente pacchetto di stimoli economici rilancerà gli USA, ma avrà effetti positivi per l’Unione Europe. La replica dei repubblicani, a partire dalla Georgia, consiste nel rendere più difficile l’esercizio del voto. Bruttissima storia che finirà alla Corte Suprema dove i giudici nominati dai repubblicani sono 6 contro 3. Tempi ancora bui e duri.

“Crisi provocata dall’ego di Renzi, megalomane tendente al ricatto. Mercato delle vacche? Quello è più trasparente, qui invece solo fregature” #intervista @LaVeritaWeb

Intervista raccolta da Federico Novella

“Vedo derive non autoritarie ma confusionarie. Si può votare anche in una pandemia.”

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica e accademico dei Lincei: almeno lei ha compreso le ragioni autentiche di questa crisi di governo?

«La ragione fondamentale è una: Matteo Renzi, un megalomane che avendo un ego molto gonfio e una grande invidia nei confronti del premier, ha deciso di acquisire visibilità a qualsiasi prezzo. Evidentemente, rilasciare interviste a quattordici televisioni contemporaneamente lo rende felice».

Quindi è una crisi scaturita dall’ego del senatore fiorentino?

«Sì, poi possiamo condirla con il Mes sulle spese sanitarie, le correzioni al piano europeo, la gestione dei servizi segreti, ma la sostanza è questa: c’è un leader politico che, dopo essersi scisso dal Pd, indebolendolo, ha deciso di far esplodere la crisi».

Un parlamento ricattato da Renzi?

«Ecco, la parola giusta è esattamente questa: ricatto. Con i partiti si può intavolare una trattativa, ma non puoi dire: o si fa come dico io, o faccio cadere tutto » .

In realtà pare di capire che Renzi sarebbe pronto a rientrare in maggioranza. Una retromarcia?

«Si comporta così perché, pur avendo ottenuto alcune cose, ha capito di aver mancato l’obiettivo principale: scompaginare Pd e 5 stelle. E quindi adesso ha paura delle elezioni anticipate, perché se non trova accoglienza in altri partiti, scomparirà dalla scena».

Dunque?

«Dunque Renzi tentenna: teoricamente ha ancora in mano la soluzione della crisi. Ma al momento a Pd e 5 stelle vanno bene i suoi parlamentari: ma non va bene lui».

E quindi prosegue la triste ricerca di voti in parlamento, in cambio di seggiole governative.

«Ma io non criminalizzo le trattative politiche. Se dico a un parlamentare: ti do un ministero se mi porti i voti in aula, non c’è nulla di male. Però sarebbe preferibile trattare con persone capaci e competenti …».

Se in democrazia la forma è sostanza, oggi la forma è quella del mercato delle vacche.

«Ma guardi che il mercato delle vacche è un mercato fantastico e trasparente».

Trasparente?

«Sì, perché le vacche si vedono. Il mercato delle vacche è competitivo. Sono le vacche migliori quelle che si vorrebbero comprare. Se compro una vacca dal contadino Bepi, è perché so che mi vende delle vacche buone. Non la compro dal contadino Matteo, che mi rifila sempre la fregatura».

Parliamo sempre del solito Matteo?

«Il punto è che abbiamo parlamentari eletti con un sistema elettorale pessimo, che devono il loro scranno ai dirigenti di partito. I bolzanini sono contenti di aver eletto Maria Elena Boschi, che abita ad Arezzo? I modenesi e i ferraresi hanno eletto Piero Fassino, ma non lo vedono mai: perché non protestano?» .

Lei riprenderebbe Renzi a bordo della maggioranza, oppure, come dice Zingaretti, il capo di Italia Viva è inaffidabile?

(Profondo sospiro) «Renzi è un mentitore: fossi nel gruppo dirigente di Pd e 5 stelle direi di no».

Però?

«Se trangugiare Renzi fosse il prezzo da pagare per avere stabilità fino alla scadenza della legislatura, sarei disposto a discuterne. Ma dovrebbero fare un patto tra gentiluomini: e il soggetto in questione non garantisce che ci sia un gentiluomo contraente».

Comunque: se Conte si facesse da parte, non sarebbe tutto più semplice?

«Nel Partito democratico ci sarebbero pure delle persone all’altezza del ruolo di capo del governo. Ma Conte adesso è il punto di equilibrio di una coalizione delicata. Togliere Conte significa far esplodere una vera crisi, che finora formalmente non è ancora stata aperta».

Perché Conte non lascia?

«Perché è la sua occasione della vita. Lui stesso non si sarebbe mai aspettato di arrivare a Palazzo Chigi ed entrare in qualche modo nella storia repubblicana. È normale che combatta per rimanere lì. E poi ha un vantaggio politico: per l’Unione europea è lui quello credibile: è da lui che si aspettano un programma di rilancio».

Conte esaltava il sovranismo, adesso lo attacca. Era amico di Trump, e oggi di Biden.

«Per anni tutti hanno ripetuto che le ideologie erano dannose? E questo è risultato. Conte non ha cultura politica, ha imparato in fretta a maneggiare il potere e rappresenta bene la situazione odierna».

Quale situazione?

«Quella nella quale si vive di personalismi, di interviste, sui giornali e in tv. In linea, se vogliamo, con un carattere nazionale che viaggia verso un individualismo estremo. In politica oggi sono gli umori e i malumori personali che fanno la differenza, ma solo perché non abbiamo più culture politiche. Tranne forse una».

Quale?

«Il federalismo, coniugato con l’europeismo. Purtroppo non ci sono personalità politiche adeguate per rappresentarlo.

Oggi Altiero Spinelli non saprebbe da che parte voltarsi. E buona parte della colpa ce l’ha un Pd privo di sostanza politica».

Ci crede al partito personale di Conte? Può avere un futuro?

«Al partito di Conte sono contrario: finirebbe soltanto per frammentare ancora di più il quadro politico. Allo stesso modo, non vedrei bene l’ipotesi di un pezzo di Forza Italia che si stacca per andare per conto suo » .

L’idea è quella di ritrovarsi tutti, in qualche modo, al centro…

«Me ne infischio del centro. Il centro è il luogo degli scambi più sordidi, quelli che inquinano la vita politica. Renzi dice di voler rifondare il centro, ma il suo gruppo parlamentare si chiama “Italia Viva-Socialisti”. Lui e Conte si odiano perché ambiscono allo stesso territorio politico. In più mettiamoci anche Calenda, aggressivo e pronto a tutto. Se non correrà per il Campidoglio, cercherà sicuramente di arrivare a Palazzo Chigi».

E, quindi, il centro le fa così paura?

«Io sogno un quadro bipolare, con sistema maggioritario a doppio turno. E ricorderei al capo dello Stato che quel “Mattarellum” che porta il suo nome non era affatto male …».

Conte invece rilancia il vecchio proporzionale …

«Sì, che produce frammentazione senza una soglia di sbarramento adeguata, ma che pure in molti paesi funziona benissimo. In linea di massima dobbiamo sempre ricordare che non è il sistema elettorale che produce instabilità, ma la sua classe politica » .

Problemi che lasciano il tempo che trovano, visto che quasi nessuno accetta di andare al voto. Non si può andare alle elezioni per paura del Covid, o per paura che vinca il centrodestra?

«Mi fanno sorridere i politici che dicono “non abbiamo paura delle elezioni”, quando alcuni di loro dovrebbero averne eccome. Detto questo, si può tranquillamente votare anche durante una pandemia».

Ma?

«Ma rischieremmo di buttare via il tempo per ritrovarci comunque, dopo il voto, senza una maggioranza solida».

Come mai il capo dello Stato sta concedendo a Conte ciò che negò al centrodestra nel 2018?

«È un po’ diverso. Il centrodestra nel 2018 avrebbe dovuto andarsi a cercare in parlamento qualcosa come cinquanta voti. E comunque Mattarella non ha ancora dato il via libera a nulla: oggi sta alla finestra e aspetta preoccupato. Se Conte non riesce a crearsi un gruppo parlamentare che lo sostenga, sicuramente il Colle punterà su altre soluzioni».

Appunto, se escludiamo davvero le elezioni, quali sono le altri soluzioni sul campo? Tra due giorni si vota sulla giustizia, e il destino di Conte è ancora una volta appeso a un filo.

«Non sono ancora il presidente della Repubblica, e dunque parlo ancora a titolo personale. Mi aspetto però un colpo di intelligenza politica da parte di Sergio Mattarella».

Cioè ?

«Un governo del Presidente, che vada in parlamento e dica: brutti balordi, siamo in un momento cruciale, dovete sostenere un governo che ottenga il massimo dall’Europa, con un programma di lungo respiro, e un premier e ministri capaci. Lo può fare, la Costituzione lo consente».

È un po’ diverso dal governo di unità nazionale…

«Sì, perché con il governo di unità nazionale sono i partiti che decidono di mettersi insieme, e a me non piacciono i contenitori in cui trovi dentro di tutto. No, io immagino che l’impulso arrivi dal Capo dello Stato: sarebbe lui a dettare la linea di fondo e a decidere le poltrone chiave. E sarebbe ovviamente una parentesi straordinaria».

Insomma, a giudicare dallo spettacolo cui stiamo assistendo, possiamo dire che la repubblica parlamentare si sta trasformando in oligarchia?

«Più che derive autoritarie, vedo soltanto derive confusionarie: non sappiamo cosa fare, lo facciamo male, e scarichiamo la responsabilità sugli altri».

Pubblicato il 25 gennaio 2021 su La Verità

L’erosione di una democrazia è più facile quando comincia dall’interno #CapitolHill #washingtonprotest #Trump

Negli anni venti e trenta dello scorso secolo, le democrazie europee che divennero preda di leader autoritari cedettero dall’interno. Non furono difese dalle loro classi dirigenti, prevalentemente di destra, certamente anti-socialiste e anticomuniste. Trump ci ha messo molto del suo, ma parte delle classi dirigenti conservatrici USA si sono sentite adeguatamente rappresentate dal suo suprematismo bianco. L’erosione di una democrazia è più facile quando comincia dall’interno.

Lecciones que nos va dejando la pandemia @clarincom

Cualquier estrategia de cierre más o menos selectivo de las fronteras nacionales puede lograr cierto éxito, pero si no va acompañada de otras intervenciones importantes, a mediano plazo terminará mostrando fallas y resultará costosísima.

Millones de hombres y mujeres diferentes por todas las características posibles e imaginables, en un orden sin importancia (ya que es probable que cada uno tenga sus propias preferencias): color de piel, religión, nivel de educación, ingresos y patrimonio, edad, clase social, nacionalidad y lugares de residencia, han estado obligados a permanecer encerrados en sus casas (muchos aún lo están).

Durante meses no tuvieron relaciones sociales. Miraban con gran sospecha a quien se les acercaba. Trataron de evitar cualquier contacto físico. Los límites entre precaución, miedo y desconfianza respecto de los demás resultaron extremadamente lábiles. Si la pandemia aparece y se transmite de persona a persona, es necesario pues mantenerse a distancia de cualquier persona portadora potencial de contagio.

Hizo falta cerrar, además de otras fronteras, las puertas de la casa. Algunos, como el Primer Ministro británico Boris Johnson y los gobernantes suecos, creyeron que podían frenar la propagación del contagio esperando la llamada inmunidad de los rebaños.

No funcionó. Por el contrario, fueron los países que procedieron más rápidamente y de manera más drástica al confinamiento y al aislamiento, como Nueva Zelanda, los que obtuvieron los mejores resultados en cuanto a salvar vidas de sus ciudadanos, disciplinados porque tienen gran confianza en su gobierno y en la Primera Ministra.

Los líderes que se jactaron de la libertad que les dejaban a sus ciudadanos, como Trump y Bolsonaro, son quienes cargan en su conciencia con un número elevadísimo y en aumento de muertes. Ambos presidentes deberían haber aprendido de los mismos teóricos de la libertad, los verdaderos liberales, que la libertad de cada uno de nosotros/de todos termina donde se encuentra con la libertad de cualquier otra persona.

Para muchos fue demasiado fácil atribuir la pandemia y la catástrofe socioeconómica que causó a la globalización, a ese fenómeno extraordinario de nuestra época que, directa o indirectamente, involucra a todos, que no sabemos cómo gobernar, que no somos capaces de frenar y mucho menos anular.

Nadie puede considerarse fuera de la globalización, ni siquiera los religiosos, frailes y monjas, relegados a sus conventos, excepto, tal vez, los ermitaños, siempre que vivan realmente solos, logrando mantenerse alejados de todo y de todos: una condición que se aplica a muy pocos. No man is an island, escribió ya en 1624 el poeta inglés John Donne.

Por lo tanto, cualquier estrategia de cierre más o menos selectivo de las fronteras nacionales puede lograr cierto éxito, pero si no va acompañada de otras intervenciones importantes, a mediano plazo terminará mostrando fallas y resultará costosísima.

Los hombres y las mujeres no sólo viven en sociedad, sino que siempre han tratado de mejorar sus oportunidades y condiciones de vida yendo a diferentes lugares e intercambiando ideas, pero también bienes. El libre comercio es un componente importante de la libertad de las personas, quizás esencial. Sin comercio sere(ía)mos todos más pobres. No puede haber comercio sin libertad de movimiento también para las personas.

Podría no existir una solución definitiva a la pandemia, al Covid-19, pero, obviamente, es imperativo avanzar en la búsqueda de una vacuna. Es posible que algunos laboratorios nacionales ya estén por delante de otros, en ocasiones porque han intercambiado información entre ellos, la ciencia es a menudo colaboración, y porque sus investigadores proceden de experiencias de estudio y trabajo en una multiplicidad de países. Algunos estados, como EE.UU., parecen querer restringir el conocimiento, la producción y la disponibilidad de vacunas exclusivamente a sus ciudadanos.

Es muy poco probable que tengan éxito con su nacionalismo o “proteccionismo de la vacuna”, consecuencia lógica de lemas como “America First” (Estados Unidos Primero). Sin embargo, ni siquiera la “salvación” individual de una nación, de un pueblo se encuentra en hacer revivir el aislacionismo y en cerrazones egoístas.

Un día será posible evaluar la acción en conjunto de la Organización Mundial de la Salud. También se puede presuponer y considerar que ha cometido algunos errores de subestimación y diplomacia excesiva, por ejemplo, en relación con la gravísima falta de transparencia de China, que no se atrevió a cuestionar y criticar desde el principio.

Es indudable, no obstante, que sólo una organización internacional supranacional es y será capaz de dar respuestas válidas y coordinadas, acordadas por la organización con los estados miembros en un constante flujo mutuo de información y conocimientos.

Al final de la jornada, aunque el día va a ser muy largo todavía, casi todos deberíamos haber aprendido algunas lecciones fundamentales. La primera lección es que sin una autoridad central, nacional que reconozca el rol de la ciencia y las competencias específicas de los científicos y busque respuestas y remedios colectivos, el Covid-19 habría producido un desastre aún más devastador.

La segunda lección es que sin un acuerdo global entre los estados, un acuerdo que sólo una organización como la OMS (adecuadamente revisada) y similares puede fomentar, proporcionando orientación y control, el mundo seguirá padeciendo consecuencias gravísimas por las emergencias que se produzcan.

A modo de conclusión, en la medida en que gobernantes, representantes y ciudadanos quieran estar preparados para una futura emergencia, se vuelve indispensable reflexionar sobre las modalidades de las relaciones vigentes entre la sociedad civil y el Estado no sólo en cada situación nacional, sino a un nivel superior. Para quienes piensan que es necesario un nuevo contrato social, el material para intentar una primera elaboración es ya abundante.

Gianfranco Pasquino 01/08/2020 Clarín.com  

Traducción: Román García Azcárate

La democrazia realista contro quella liberale #vivalaLettura @La_Lettura

L’americano John Mearsheimer attacca il liberalismo progressista che aspira a diffondere i regimi rappresentativi. Così svaluta i meriti delle istituzioni internazionali e si mostra incoerente: sostiene che la pace si può ottenere solo in un mondo in cui l’economia prevalga sulla politica, ma poi, cercando di delineare un’alternativa, punta proprio su strumenti politici.

John J. Mearsheimer, La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo,
LUISS University Press

 

Bisogna “rendere il mondo un luogo sicuro per la democrazia”, come proclamò nel 1917 Woodrow Wilson, Presidente degli Stati Uniti entrando nella Prima Guerra mondiale, oppure gli Stati debbono perseguire essenzialmente e prioritariamente un’altra/altre finalità? Con Wilson nacque il liberalismo progressista in politica estera che, secondo John Mearsheimer, è causa di tutti i mali possibili, in particolare negli ultimi trent’anni. A prescindere dal colore politico dei Presidenti, Reagan, Bush Sr., Clinton, Bush Jr., e persino Obama, per Trump il verdetto non c’è ancora, ma si annuncia più favorevole, quel liberalismo progressista ha improntato la politica estera USA. Però, argomenta perentoriamente l’autore di questo notevole libro, esiste un’alternativa ed è chiara. Si chiama realismo e si basa su alcuni presupposti semplici e sempre validi. Gli Stati-nazione hanno una preoccupazione prevalente, dominante: la sopravvivenza. Dunque, la loro politica estera deve essere formulata senza troppi fronzoli per perseguire in maniera praticamente esclusiva quell’obiettivo. Del contorno non deve curarsi. Sono i liberali progressisti che, facendosi forti di una generalizzazione largamente accettata, ma che Mearsheimer mette in discussione (non sono, in verità, sicuro che la confuti convincentemente facendo diventare democrazie regimi molto dubbi e guerre conflitti limitati, poco più che scaramucce), “le democrazie non si fanno guerra fra di loro”, cercano di fare spuntare qua e là altre democrazie per ridimensionare le guerre fino a eliminarle del tutto.

Il ragionamento dei liberali progressisti parte dall’affermazione/constatazione dell’esistenza di diritti inalienabili dei cittadini. Le democrazie li garantiscono; i regimi non democratici per lo più li calpestano ad libitum. Quindi, è giusto, persino moralmente doveroso, sostengono i liberali progressisti, intervenire nei paesi non democratici a sostegno dei diritti degli uomini e delle donne ogniqualvolta siano pesantemente violati. Il regime change, proprio quello sbandierato da George W. Bush come obiettivo fondamentale nella sua guerra contro Saddam Hussein, serve ad aprire la strada alla democrazia e quante più democrazie esisteranno maggiore sarà l’esecrazione di regimi non democratici e repressivi. Mearsheimer ha buon gioco a fare notare che nessuna democrazia è emersa dalla vittoria USA in Iraq e che, anzi, un po’ tutto il Medio-Oriente, dall’Egitto alla Sira, dalla Libia allo Yemen, è stato destabilizzato con gravi pericoli e guasti per i diritti umani, a partire dal più importante di loro: il diritto alla vita. Per di più, sottolinea l’autore, un po’ tutti gli interventi armati “liberali” comportano anche rischi e brutte conseguenze all’interno delle democrazie interventiste. I loro governanti mentono su obiettivi e costi della guerra, occultano e manipolano le informazioni, colpiscono e puniscono i loro cittadini dissenzienti, violano grandemente i diritti dei prigionieri, le torture e i detenuti di Guantanamo rappresentando gli esempi più raccapriccianti. Il progressismo liberale in politica estera diventa quasi ineluttabilmente molto illiberale all’interno del proprio paese.

“Il liberalismo all’estero conduce all’illiberalismo in patria” (p. 26). Invece, i liberali progressisti preferiscono porre l’accento sul fatto che l’ordine politico internazionale liberale ha per molti decenni costruito e sostenuto tre esiti positivi: una situazione complessiva di pace fra tutte le democrazie; una notevole interdipendenza basata sul libero commercio; il funzionamento di una rete di istituzioni internazionali (Fondo Monetario, Banca Mondiale, NATO). Mearsheimer non ha nessuna difficoltà a mettere in dubbio tutt’e tre gli esiti, rilevandone la fragilità e l’illusorietà. Anzi, per quel che riguarda la NATO, l’autore ha buon gioco nell’esporre le drammatiche conseguenze della sua prospettata espansione alla Georgia e all’Ucraina. Naturalmente, l’esempio per così dire migliore probante che di ordine politico internazionale ce n’è davvero poco è costituito proprio dalla necessità che i policy-makers degli USA di fare ricorso alla guerra. Dal 1989 (caduta del Muro di Berlino e inizio della loro egemonia unipolare), gli Stati Uniti hanno combattuto due anni su tre su sette fronti differenti (p. 26). Non basta certamente la libertà e la realtà degli scambi commerciali a impedire agli Stati di farsi la guerra e la debolezza delle istituzioni internazionali prive di qualsiasi potere coercitivo non è d’aiuto ai costruttori di pace.

Forse un po’ contraddittoriamente, l’autore afferma che la pace si potrà/si potrebbe ottenere in un mondo in cui l’economia abbia il predominio sulla politica (p. 73). Quando, però, necessariamente e volutamente, Mearsheimer perviene a delineare la sua alternativa mette, eccome, l’accento proprio sulla politica. Preliminarmente, nota che all’interno di ciascuno Stato l’elemento più importante, spesso dominante, è il nazionalismo basato sul senso, quando non anche l’orgoglio, di appartenenza a una comunità, ai suoi stili di vita, ai suoi valori più diffusi che rarissimamente contemplano il desiderio di andare in altre parti del mondo per proteggere e promuovere i diritti umani. Nel caso degli USA è evidente una chiara discrepanza fra le preferenze della cittadinanza e quelle delle elite che si occupano di politica estera e che la fanno da decenni implementando i principi del liberalismo progressista. [Fra loro, ovviamente, non troviamo l’autore di questo libro, che, infatti, pure molto apprezzato docente di Relazioni Internazionali all’Università di Chicago, non è ancora stato chiamato a far parte del Chicago Council on Global Affairs. Concludendo, c’è un’unica vera alternativa al liberalismo progressista.] Mearsheimer la delinea brevemente, ma con grande vigore: è il realismo. Comincia con il mettere al primo posto l’America. Continua con lo schivare, tutte le volte che incrocino gli interessi degli USA, le regole delle istituzioni internazionali. Perviene a modalità di rapporti con la Cina e, soprattutto, con Putin che nessun progressista liberale potrebbe giudicare positivamente. Tutto questo si colloca coerentemente nella visione realista delle relazioni internazionali formulata da Mearsheimer: gli Stati che perseguono senza tentennamenti e sbandamenti il loro interesse nazionale non destabilizzeranno il sistema internazionale e salvaguarderanno nella misura del possibile sia la loro sovranità sia la pace. Quanto alle democrazie, conclude l’autore di questa graffiante analisi, invece di impegnarsi in costosi e spesso fallimentari tentativi di esportazione delle loro istituzioni e pratiche, dovrebbero procedere a migliorare la loro qualità fiduciose che altri regimi e altri governanti ne procederanno all’emulazione.

Pubblicato il 27 ottobre 2019 su LA LETTURA 413 Corriere della sera

Gianfranco Pasquino: “Bolsonaro es un verdadero peligro para la democracia” El politólogo italiano reflexiona sobre la democracia actual y el escenario político latinoamericano

Para Pasquino, “el desafío contemporáneo en todas las sociedades es la desigualdad”, por lo que plantea la necesidad de que las fuerzas de izquierda formulen “un programa contra las desigualdades económicas, culturales y sociales”. Entrevista: Antonio Riccobene

Imagen: Jorge Larrosa

 

El politólogo y profesor de la Universidad de Bolonia Gianfranco Pasquino posa para los fotógrafos y sonríe. Su mirada no se queda en el lente. Todo el tiempo busca la televisión. Mira sin olvidarse que tiene que sonreír. Un rato después, en la confitería de un hotel del centro porteño dice que le llaman la atención los programas de cocina. “Son los más populares en todo el mundo, es increíble”, dice entre risas y se acomoda en la silla para la entrevista. Pasquino pasó por Buenos Aires para participar de las jornadas “Debatiendo la democracia a 110 años del nacimiento de Norberto Bobbio: política, filosofía y derecho”, invitado por el Centro Ítalo Argentino de la UBA y la Embajada de Italia en Argentina.

– ¿Cómo ve al uso de las redes sociales en política?

No es un desarrollo positivo. Comunicar con pocas palabras inmediatamente después de lo que ocurre no permite reflexionar sobre los eventos, ni producir un análisis concreto. Es una simplificación terrible. No es algo que considero positivo, pero ocurre. Debemos tener en cuenta lo que los políticos dicen, el impacto que eso tiene. Porque los ciudadanos no reaccionan inmediatamente, pero el impacto existe. Es algo que los ciudadanos debemos tener en cuenta para analizarlo. Pero no es la mejor manera de hacer política.

– ¿Nota esa falta de reflexión en los ciudadanos?

Sí, muchas veces las noticias no son verdaderas, son fake news. Y otras veces las respuestas son malas porque no tienen el tiempo de evaluar lo que dicen.

– ¿Y qué lugar les debe dar a esas herramientas la ciencia política?

La ciencia política no trabaja con Facebook, Instagram, Twitter. Sí analiza lo que ocurre a través de esas plataformas. Los cientistas políticos examinan los hechos, las consecuencias de los hechos. Twitter es una herramienta. Lo que se analiza es el impacto. No es verdaderamente interesante, hay muchas otras cosas que se deben analizar. Trump no es el presidente que usa Twitter, es muchas otras cosas más, muy peligrosas.

– ¿Qué es lo que más le preocupa de líderes como Trump o Bolsonaro?

Me preocupa la manera con la que manipulan a la opinión pública. No hay intermediarios entre Trump y la opinión pública. No hay hombres, mujeres ni asociaciones que analicen lo que él dice, y eso genera consecuencias. La manipulación política es el peor desarrollo de estos tiempos.

– ¿Le parece democrático el proceso que atraviesa Brasil a partir de la destitución de Dilma Rousseff y la detención de Lula?

No fue totalmente democrática, fue una forzadura del régimen, fue una reacción contra lo que el gobierno de izquierda de Brasil estaba produciendo. Hay un problema ahí.

– ¿Cómo ve hoy la democracia en Brasil?

El presidente es un verdadero peligro para la democracia. Bolsonaro es un hombre blanco, machista, de derecha, que tiene compromisos con sectores religiosos fundamentalistas y con los capitalistas. Entonces no puede representar al pueblo. No sabe cómo gobernar. Fuerza continuamente algunas de las reglas principales.

– ¿Cuales son los nuevos desafíos del progresismo latinoamericano?

El desafío contemporáneo en todas las sociedades es la desigualdad. Los progresistas deben producir políticas que puedan reducirla. Pero creen que la desigualdad principal es la económica. Y no es así, hay desigualdades muy importantes, que son las sociales, es decir, ser tratado de la misma manera que todos los otros, sin privilegios y sin desventajas. Hay desigualdades de oportunidades que son fundamentales, hay culturales también. Entonces la izquierda debería formular un programa contra las desigualdades, que contienen elementos culturales y sociales, y no solo económicos.

– ¿Debe Estados Unidos conducir la salida de la crisis de Venezuela?

No, no debe. Sí tiene que decir que Maduro no es la solución de los problemas de Venezuela. Hay millones de venezolanos que dicen que no es Maduro quien va a solucionarlos. Deben decir que pueden ayudar de una manera neutral a un proceso de transición democrática. No deben forzar. No sería bueno que Trump decida el futuro del país. Los propios venezolanos tienen que encontrar la salida.

– ¿Cree que todos los gobiernos necesitan de recursos “populistas”, incluso los que llegan al poder criticándolo?

En la democracia siempre existe un poco de populismo, porque “democracia” es poder del pueblo. El problema es cómo traducir eso en gobiernos, parlamentos y políticas públicas. Pero no podemos destruir al pueblo porque es necesario, no podemos eliminar totalmente al populismo. Sí puede ganar, pero no sabe cómo gobernar. Ese es el verdadero problema de América Latina. Se necesitan asociaciones, una visión compleja del sistema político. Los que gobiernan deberían representar a la nación. Los populistas nunca lo hacen, porque a los que no los apoyan los definen como enemigos del pueblo, ese es el problema.

02 de octubre de 2019 pagina12.com

Non sottovalutiamo la marcetta fascista

Per quanto opportuno, è inadeguato limitarsi, facendo sfoggio di cultura, a citare Hegel e Marx secondo i quali la storia si presenta due volte, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. La Marcia su Roma prospettata da Forza Nuova per il novantacinquesimo anniversario del 28 ottobre 1922 non è neppure una farsa. È una sceneggiata. Potremmo pensare di “seppellirla con una risata”, magari dopo avere rivisto l’ottimo film di Dino Risi, La marcia su Roma (1962), interpretato da Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. Invece, no: farsetta o provocazione, la marcia di Forza Nuova ci obbliga a riflettere non soltanto sul nostro passato, ma anche sul presente e su quello che vorremmo fosse il futuro. Naturalmente, li vediamo quelli che, temo con qualche sottovalutazione, chiamiamo “rigurgiti” di fascismo e di nazismo anche in altri paesi europei e nell’America di Trump e dei biechi suprematisti bianchi. Di nuovo, troppo facile sostenere come spiegazione che gli italiani non hanno davvero fatto i conti con il loro passato fascista. È vero, ma bisogna andare oltre prendendo ancora una volta atto che nelle scuole italiane l’insegnamento della storia (che, a mio modo di vedere, dovrebbe sempre accompagnare quello della Costituzione, altrimenti non del tutto comprensibile e apprezzabile) raramente approfondisce il ventennio fascista e quasi mai giunge ai giorni nostri. Non basteranno le assunzioni di migliaia di docenti precari a porre rimedio a una inadeguatezza strutturale.

Farò ancora una citazione colta: “Chi non conosce la storia è destinato a riviverla”. Tuttavia, non credo che ripeteremo la nostra storia, ma dobbiamo confrontarci fin d’ora con due reali problemi. Il primo, che non considero affatto marginale, riguarda la legittimità di manifestazioni come quella progettata da Forza Nuova. Il secondo concerne il tipo di società, prima ancora del sistema politico, nel quale desideriamo vivere. I liberali e i democratici non possono che essere, in linea di principio, contrari a impedire l’espressione di qualsiasi tesi e, persino, di ideologie (che, però, è un complimento troppo grande alle misere elucubrazioni di Forza Nuova) sicuramente non democratiche. D’altronde, l’art. 21 della Costituzione italiana: “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (nel quale possono rientrare cortei, sfilate, marce su Roma e dintorni) è chiarissimo e molti Costituenti avevano sperimentato anche sulla propria pelle la repressione sistematica fatta dal fascismo di quella libertà.

Pure prevista come reato da una legge del 1952, l’apologia del fascismo intesa come esaltazione di esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo e delle sue finalità antidemocratiche è considerata dai liberali più intransigenti in contrasto con la libertà di pensiero. Per essere punita dovrebbe tradursi in incitamento ad azioni violente e degenerare nel ricorso della forza. Ovviamente, sono i prefetti e i questori nonché il Ministro degli Interni a decidere se esiste un rischio imminente di questo genere. Certo, il divieto di quella marcia per ragioni di ordine pubblico consentirà agli organizzatori di esibirsi nel vittimismo e di accusare lo Stato, democratico, di mostrare il suo vero volto repressivo. D’altronde, è molto probabile che, proprio come hanno fatto a Charlottesville i suprematisti bianchi e i loro amici del Ku Klux Klan, l’esito ricercato da Forza Nuova sia proprio lo scontro fisico. Allora, è giusto fermarli preventivamente.

Ciò detto, il problema più importante a mio modo di vedere è la crescita e la diffusione di tutti quei grumi che hanno costituito la mentalità fascista in Italia e altrove (dovrebbero fischiare le orecchie a quei governanti dei paesi dell’Europa orientale che, per fare i conti con il comunismo, recuperano e lucidano brandelli dei loro rispettivi nazional-fascismi): risentimenti e rancori, la violenza, in special modo contro le donne, e l’ intolleranza, specialmente contro i diversi, oggi facilmente identificabili dal coloro della pelle, persino una malposta identità nazionale. Allora, dobbiamo chiederci non soltanto se le scuole sanno diffondere l’indispensabile educazione democratica, ma anche qual è la responsabilità della stessa società civile, troppo ripiegata su se stessa e qualche volta addirittura incivile. La marcetta di Forza Nuova è soltanto una brutta escrescenza. Interroghiamoci sulle nostre carenze di conoscenze, di adempimenti, di comportamenti.

Pubblicato 8 settembre 2017

Comparare democrazie e autocrazie: un errore grossolano non una questione di opinione

Chi sta sdraiato su pagine di giornali, su amache, su luoghi comuni, non potrà mai dare lezioni di democrazia. Meno che mai se la sua comparazione va dalla democrazia presidenziale USA alla autocrazia turca. Meglio uscire al più presto dalle comparazioni avventate e qualunquiste. Chi può.

Italia, el referéndum y los temblores #Clarín

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El 4 de diciembre los italianos votarán “sí” o “no” en un referéndum sobre las reformas constitucionales deseadas por el gobierno de Matteo Renzi y hechas aprobar en su mayor parte con alguna ayudita de parlamentarios transformistas. Hay quien sostiene que, a la luz de las así llamadas “rebeliones de los electorados” contra las élites (como, en particular, el caso del Brexit), también este referéndum institucional terminará por dimensionar el complejo estado de desacuerdo de los italianos en la actual situación política y sobre todo económica. Es posible que este factor influya en el resultado, castigando al gobierno, pero los italianos saben muy bien cuál es la cuestión en juego. Ningún italiano, la mayoría de los cuales habría preferido a Hillary Clinton, se dejará influenciar, ni por el “sí” ni por el “no”, por la sorprendente victoria de Trump.

Las reformas no son muy importantes por cuanto no afectan realmente el modelo de gobierno parlamentario a la italiana. Se relacionan con el Senado, que no tendrá más el poder de otorgar o sustituir su confianza en el gobierno y no será más elegido por los ciudadanos sino nominado por los consejeros regionales. Eliminan el Consejo Nacional de Economía y del Trabajo, devenido sustancialmente inútil. Modifican en favor del Estado las relaciones entre el Estado y las regiones. Redefinen las modalidades en las cuales pueden solicitarse los referéndums y aprobarse sus resultados.

La campaña electoral comenzó nada menos que en abril y por lo tanto se ha hecho larguísima, áspera, rica en tensiones y conflictos que no cesarán siquiera después de la votación, costosa. El Presidente del Consejo ha personalizado al máximo el referéndum llegando prácticamente a plantear un plebiscito no sólo sobre “sus” reformas sino también sobre su persona. Incluso el ex presidente de la República Giorgio Napolitano, nunca antes conocido como reformador constitucional, y alineado de manera exagerada como defensor de las reformas, se vio obligado a declarar que el jefe del gobierno ha incurrido en un “exceso de personalización política”. La prensa extranjera, el JP Morgan y la agencia de calificaciones Fitch, la Confederación General de la Industria Italiana y el manager de Fiat Marchionne, el Corriere della Sera y la revista Civiltà Cattolica hasta llegar así al embajador estadounidense en Roma y al presidente Obama se han manifestado a favor de la aprobación de las reformas de Renzi.

¿Por qué? La motivación más probable es que en una fase política muy delicada de Europa una eventual inestabilidad italiana, derivada de la dimisión con que ha amenazado Renzi, provocaría problemas y perjuicios para otros países y para la misma Unión Europea. Técnicamente, sin embargo, ante la dimisión de Renzi, el Presidente de la República Mattarella estaría en condiciones de poner remedio muy rápidamente nombrando otro jefe del gobierno. Nadie puede creer que Renzi sea el único político italiano en condiciones de conducir el gobierno. Si así fuera la situación de Italia sería verdaderamente mala. Pero no lo es. De hecho ya circulan subterráneamente cuatro o cinco nombres de posibles sucesores. Es justo pensar en un futuro sin Renzi porque todos los sondeos ponen a la cabeza a los defensores del NO.

Rechazadas las reformas constitucionales, ¿el sistema político italiano se encontraría en grandes dificultades? La respuesta es negativa por muchas razones. La primera es que ninguna de las reformas de Renzi promete mejorar de manera significativa el funcionamiento del sistema político italiano. Así, es muy probable que el nuevo Senado -cuyas modalidades de formación no se conocen y cuyos deberes son delicados y difíciles: las relaciones con la Unión Europea y la validación de las políticas públicas (vale decir de los costos y de los efectos de las leyes)- no logre funcionar de manera adecuada.

Las relaciones entre el Estado y las autonomías locales serán seguramente conflictivos y demasiado a menudo deberán decidirse, aunque no sean resueltas, a través del recurso de la cláusula de supremacía estatal. A decir verdad, Renzi y su círculo mágico piensan, si bien no pueden decirlo claramente, que los problemas se podrán encarar todos gracias a la ley electoral, que no es objeto del referéndum y que atribuye a quien vence en el balotaje 340 escaños en la Cámara de Diputados, vale decir una mayoría segura de los 630 diputados.

Precisamente sobre los puntos que Renzi subraya como decisivos en su intensísima y personalísima campaña electoral es posible tener juicios diferentes. La reforma no simplifica el proceso de formación de las leyes cuyo número, en el mejor de los casos, habría de disminuir mucho. Reduce poquísimo los costos de la política, pero aumenta la posibilidad de conflictos entre las instituciones: Senado y Cámara, consejos regionales y senado, autonomías locales y Estado.

En suma, la victoria del “sí” no mejorará de hecho el funcionamiento del sistema político italiano, sino que lo empeorará. Los partidarios de Renzi replican que la victoria del “no” hará imposible cualquier reforma por al menos otros diez años. Es una afirmación exagerada, quizás errónea. Si después de ocho meses de debate los protagonistas políticos han aprendido algo, como deberían, podrán relanzar un proceso reformador partiendo de posiciones compartidas más avanzadas. Casi seguramente, la victoria del “sí” estará seguida de conflictos y confusión. Solo la victoria del “no” garantiza que, por causa de reformas mal hechas, la situación no se revelará peor que la actual y que será posible hacer mejor las cosas con acuerdos de alto nivel. En ambos casos, los italianos sabrán cómo superar el difícil momento. Han sabido hacerlo ya más veces en el pasado.

17/11/2016 Publicado en Clarin.com