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Gaza è una tragedia dell’Umanità @DomaniGiornale

Gaza è una tragedia, non “umanitaria”, aggettivo tremendamente ambiguo in questa situazione, ma dell’umanità. Conseguenza anche, ma nient’affatto esclusiva e necessitata, dei crimini commessi da Hamas il 7 ottobre e che probabilmente Hamas avrebbe potuto evitare liberando senza condizioni gli ostaggi israeliani, Gaza sta affondano sotto il tiro incrociato di altri crimini, di gravissimi errori, di deprecabili ambizioni. La rappresaglia, secondo qualsiasi criterio davvero sproporzionata, scatenata dal Primo ministro Netanyahu lo ha giustamente reso un criminale di guerra. Finora la continuazione della rappresaglia contro Hamas e i palestinesi gli è anche servita, obiettivo da non dimenticare, a mantenere la carica e a procrastinare il processo per reati di corruzione.

L’opinione pubblica israeliana, inevitabilmente attraversata da molte linee di divisione, sembra dare priorità allo sforzo bellico. Una piccola parte protesta contro quella che è l’indifferenza del capo del governo alla sorte degli ostaggi ancora in vita. La destra, soprattutto quella religiosa, trae vantaggio dalla situazione che contempla il suo ruolo indispensabile per la continuazione del governo e ne approfitta per espandere gli insediamenti. Grande e fondato appare il timore che la democrazia in Israele venga imprigionata e sottomessa dai comportamenti di Netanyahu e dei suoi sostenitori.

Il riconoscimento, da parte di alcuni governi, non soltanto europei, di un improbabile Stato palestinese, risulta essere poco più che una mossa propagandistica più o meno apprezzabile e condivisibile, che purtroppo fa anche correre il rischio che si tralasci di pensare e di operare rapidamente per soluzioni più concrete e praticabili. La foto del segretario di Stato Marco Rubio a Gerusalemme con il Primo ministro israeliano proprio nelle ore in cui questi lanciava l’invasione di Gaza che dovrebbe essere l’operazione finale (non commento la terminologia e la sua macabra assonanza con “soluzione finale”) è certamente meno raccapricciante di quelle dei tre autocrati Xi Jinping, Putin, Kim Jong-un a Shanghai alla ricerca di un diverso ordine internazionale, mai specialità dei dittatori. Però, segnala l’impotenza degli USA e la connivenza del loro Presidente con il governo israeliano.

L’affarista newyorkese insediatosi alla Casa Bianca, stende il tappeto rosso per il criminale di guerra Putin in cambio di nulla (certo non, visti gli esiti del pessimamente organizzato e deprecabile incontro bilaterale, l’agognato Premio Nobel), ma fa di peggio con Netanyahu. Smettesse di sostenerlo economicamente e soprattutto con abbondanti forniture di armi potrebbe cercare di avvicinare la fine del conflitto. Qualcuno dovrebbe far sapere a Trump l’immobiliarista che soltanto a conflitto concluso sarà possibile cominciare i lavori per costruire, incuranti degli ordigni bellici che saranno rimasti in grande quantità, luoghi di vacanze di superlusso. Quanto breve in questa visione malata è il passaggio di Gaza dalla tragedia alla farsa che, però, sarebbe riscattata dalle migliaia di posti di lavoro a disposizione dei palestinesi locali. Questo è, finora non sono arrivate smentite e neppure indicazioni alternative, il livello di raffinatezza del pensiero geopolitico elaborato a Washington.

Immagino che sul continente europeo molti, come me continuino a sentire acutamente un profondo senso di colpa per i comportamenti dei loro governanti e dei loro connazionali ai tempi dell’Olocausto. Nessuno creda che la tragedia di Gaza offra l’opportunità di liberarsi di sensi di colpa. Anzi, dovremmo tutti interrogarci sulle ragioni della nostra inadeguatezza di pensiero e di azione. Giusto armare l’Unione Europea per dissuadere gli attacchi dal fronte orientale e difendersi adeguatamente, In qualche modo, però, interrogandosi sugli errori commessi in Medio Oriente l’Unione Europea deve provvedere anche a elaborare una strategia ad ampio raggio per il perseguimento di paci giuste fuori del suo continente, a cominciare da quel che resterà di Gaza.

Pubblicato il 17 settembre 2025 su Domani

Per arrivare alla pace servono veri mediatori @DomaniGiornale

A nessuno sono note le capacità di mediazione del Presidente Trump. Al contrario, le sue esternazioni all’inizio del secondo mandato (tertium non datur!) hanno mostrato propensioni autoritarie e impositive che mal si conciliano, anzi, per niente, con gli assi portanti di qualsiasi mediazione minimamente efficace e produttiva. Infatti, i suoi maldestri passi non hanno finora prodotto nulla di positivo e molto di deprecabile. L’accettazione del cessate il fuoco, tra Russia e Ucraina e tra Netanyahu e Hamas, deve costituire senza se senza ma la premessa imprescindibile di un negoziato che conduca in tempi necessariamente non predefinibili ad una pace decente (sì, lo so che il mantra è “pace giusta e duratura”, ma non sembra funzionare). I mediatori non dovrebbero porsi nessun altro obiettivo né quello di ottenere il conferimento del Premio Nobel per la pace né quello della trasformazione delle spiagge della striscia di Gaza in una riviera internazionale di lusso. I desideri di Trump lo squalificherebbero fin dall’inizio come mediatore credibile se non fossero sostenuti dalla potenza militare gli USA e dalle dimensioni spropositate del suo ego. Quello che è da temere ancor più è la sua visione complessiva, espressa politicamente e visivamente nell’incontro in Alaska con l’autocrate Putin, di come ricostruire l’ordine internazionale, vale a dire con accordi bilaterali. Chi vuole mediare non deve stendere nessun tappeto rosso, meno che mai omaggiando l’aggressore né, naturalmente, deve continuare a vendere armi al governo israeliano.

Trump non è né il mediatore ideale né l’unico mediatore possibile anche se è inevitabile. L’Unione Europea ha l’obbligo politico e, lo scrivo con convinzione, morale di rivendicare un posto di rilievo al tavolo delle trattative. Lo può fare e deve cercare di farlo fin da adesso se le sue autorità, a cominciare dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri Kaja Kallas, prendono l’iniziativa. A quel tavolo dovrebbe essere presente e avere un ruolo anche il segretario generale delle Nazioni Unite. Però, sono consapevole che per le sue posizioni espresse in maniera imprudente e talvolta esagerata, Antonio Guterres è persona sgradita tanto a Zelensky quanto a Netanyahu (che gradisce solo se stesso).

La situazione generale dei due conflitti mi pare talmente grave, complicata, potenzialmente foriera di sviluppi ancora più drammatici da richiedere qualche innovazione che potrebbe essere sostenuta dai policy-makers di una pluralità di stati, anche, forse soprattutto, dai Volenterosi e dalle loro opinioni pubbliche. Non soltanto credo che sarebbe opportuno che a Putin e Zelensky e a Netanyahu e Hamas venisse chiesto di suggerire un certo, piccolo, numero di mediatori a loro graditi e nei quali hanno fiducia, ma anche che emergessero candidature autorevoli di personalità di indiscusso prestigio dotate di competenza in materia. Finora sono circolate idee vecchie, inadeguate, senza retroterra storico-culturale, talvolta essenzialmente desideri, non tutti pii, purtroppo alcuni piuttosto empi.

Più pensieri più proposte più soluzioni verranno affacciate meglio sarà e più probabile sarà trovare le strade da percorrere oggi e domani perché certo porsi anche il compito di evitare la riproposizione di conflitti simili è oramai imperativo.

    Tutto questo sembra un futuribile alquanto improbabile a sostegno del quale, peraltro, non sarebbe difficile sollecitare riflessioni condivise, valutazioni dei pro e dei contro, indicazioni che i protagonisti, da Trump ai governi in conflitto e ai loro sostenitori, siano in linea di principio disponibili a muoversi in questa mai sperimentata direzione che, peraltro, presenta, a mio parere, più opportunità che rischi. L’alternativa è sotto gli occhi di tutti: prosecuzione dei conflitti e dei massacri che creano anche situazioni peggiori nelle quali trattare e costruire futuri accettabili.

Pubblicato il 27 agosto 2025 su Domani

Le ambizioni di due ego non portano alla pace @DomaniGiornale

Con l’aggressore russo bisogna certamente parlare. Senza illusioni. Le più o meno velate minacce reciproche e negozialmente propedeutiche Trump e Putin se le sono già scambiate. Per ciascuno di loro l’incontro in Alaska serve anche obiettivi che sono congiuntamente personali e politici. Almeno per il momento, Putin ha ottenuto il riconoscimento di interlocutore privilegiato del Presidente degli USA. Da parte sua, perseguendo il Premio Nobel per la pace, Trump vuole porre fine all’operazione militare [molto] speciale che da più di tre anni il governo autoritario russo conduce contro la democratica Ucraina. Entrambi sono largamente consapevoli che, riuscissero a raggiungere un accordo, non soltanto la loro leadership rifulgerebbe, ma ne conseguirebbero anche due effetti collaterali di enorme importanza.

   Il primo effetto sarebbe quello di dimostrare l’impotenza dell’Unione Europea, apparentemente nano militare e diplomatico, comunque finora incapace di porre fine ad un gravissimo conflitto sul suo territorio. Ad entrambi molto sgradita, l’UE si è, peraltro, è opportuno ricordarlo e sottolinearlo, dimostrata capace di contribuire in maniera decisiva allo sforzo bellico degli ucraini.  Il secondo effetto, inevitabile, se l’aggressione venisse premiata con la cessione di territorio ucraino, uno, forse il principale e più sbandierato, degli obiettivi russi, si configurerebbe come l’accettazione a non troppo futura memoria di un esito simile per Taiwan insistentemente rivendicata da Xi Jinping come parte integrante della sua Cina. Il compiaciuto amichevole silenzio della Cina sulla guerra contro l’Ucraina è molto eloquente.

Premiare le ambizioni e le azioni russe creerebbe un precedente pesantissimo a tutto scapito della sovranità e della democrazia di Taiwan. In qualche modo, però, è necessario non sottovalutare le preoccupazioni russe e tenerle in grande conto per aprire qualsiasi negoziato. Siamo ancora ai preliminari che non possono non consistere prioritariamente nel cessate il fuoco accompagnato da uno scambio di prigionieri e, soprattutto, dalla restituzione dei bambini rapiti agli ucraini. A questo punto, lo sapremo prestissimo, si porrà il problema di una vera propria conferenza di pace.

   Forse, Trump si renderà conto che senza la partecipazione, in particolare di Zelensky, ma anche dell’Unione Europea, qualsiasi pace “giusta e duratura” è semplicemente impensabile. Se l’operazione militare speciale russa è stata davvero motivata dalla inquietudine dell’autocrate del Cremlino che sentiva la Nato “abbaiare” ai suoi confini, la rinuncia ufficiale di Zelensky a entrare nell’Alleanza Atlantica è cruciale. Appena meno essenziale è che l’Unione Europea affermi, senza specificarne i tempi, che non esistono le condizioni per l’adesione dell’Ucraina all’UE. Meglio non addentrarsi nel complicatissimo e conflittuale discorso sulla neutralità dell’Ucraina. Inevitabile, invece, è affrontare l’argomento delle terre rare abbondantemente presenti sul territorio controllato dal governo ucraino e fortemente concupite da Trump e da Putin. Saranno necessari impegni ucraini di garantire l’accesso e la commercializzazione senza pregiudizi e senza discriminazioni di quelle preziosissime risorse.

Al momento queste considerazioni possono tutte sembrare premature, ma è indubbio che fanno parte del bagaglio di aspettative e aspirazioni con il quale Trump e Putin si apprestano al loro incontro in Alaska. Quanto più problematico e meno produttivo risulterà l’incontro tanto più probabile diventerà il ritaglio di un ruolo importante per il Presidente ucraino e per chi, Ursula von der Leyen e/o Kaja Kallas verrà designata a rappresentare l’Unione europea. L’esito peggiore dell’incontro sarebbe la continuazione del conflitto, se non addirittura una congiunta, più o meno sottile, ma vergognosa e irricevibile richiesta di capitolazione a Zelensky. Estote parati.

Pubblicato il 13 agosto 2025 su Domani

Cercasi leader credibili per un nuovo ordine mondiale @DomaniGiornale

Troppi si sono già dimenticati, oppure, forse non hanno mai realizzato, che l’ordine mondiale del dopoguerra, che non fu mai del tutto “liberale”, è stato il prodotto di due fattori. Da un lato, il ruolo, questo sì effettivamente liberale, svolto dagli Stati Uniti da Bretton Woods in poi nelle grandi organizzazioni internazionali, in particolare quella per il Commercio e nella Banca Mondiale e nel Fondo Monetario Internazionale. Dall’altro, quel tanto di ordine internazionale che ha caratterizzato il dopoguerra fino al 1989 dipese, lo scriverò con l’enfasi degli studiosi che lo battezzarono, descrivendolo e monitorandolo, dall’equilibrio del terrore (nucleare) fra USA e URSS. Il meritato disfacimento dell’URSS ha creato una situazione nella quale gli USA si sono ritrovati superpotenza solitaria, ma, in parte restia in parte incapace, di costruire un nuovo ordine internazionale. La guerra del Golfo nel 1991 comunicò comunque che la creazione di una ampia coalizione con obiettivi condivisi è una soluzione possibile, forse la soluzione anche auspicabile. Nel frattempo, però, alcuni Stati, cresciuti grazie all’ordine che era esistito, hanno cercato di imporsi sulla scena internazionale con l’obiettivo, talvolta meritorio, di raddrizzare qualche squilibrio. Impropriamente, li chiamerò un po’ tutti Brics, consapevole, ovviamente, che Russia e Cina giocano anche un’altra partita e su tavoli diversi.

L’operazione militare speciale di Putin, vale a dire la brutale aggressione all’Ucraina, non è stata lanciata perché la Nato abbaiava (però, senza mordere) ai confini della Russia, ma perché il capo del Cremlino sta tentando di arrestare il declino, in buona parte già avvenuto e irreversibile, del suo paese. La ricca Ucraina rimane una preda ambita, anche se sarà quasi impossibile rilanciare il prestigio della Russia il cui potere militare sembra attualmente dipendere dalle armi, e persino dai soldati, provenienti dalla Corea del Nord.

In altri tempi, il Presidente degli USA avrebbe probabilmente cercato di contrapporre all’aggressore una coalizione, includendovi, per esempio, l’Unione Europea, non, come ha fatto Trump, prima con una specie di ammuina a Putin, poi facendo la faccia feroce e lanciando ultimatum: cessate il fuoco entro 50 giorni. La assoluta necessità di una coalizione capace di imporre la fine del conflitto Hamas-Israele è lampante. Anche in questo drammatico contesto le dichiarazioni di Trump sembrano non sortire alcun effetto con Netanyahu che continua arrogante e imperterrito a perseguire obiettivi che sono anche suoi personali.

Nessuno degli studiosi delle relazioni internazionali ha mai scritto che potenza e prestigio dipendono esclusivamente dalle condizioni economiche di un paese. Tutti o quasi gli studiosi di economia sostengono che il libero commercio è fattore di crescita, nazionale e internazionale. Qualcuno aggiunge che il commercio riduce le tensioni e agevola comportamenti di collaborazione, pacifici. Dazi e protezionismo non fanno diventare grande proprio nessuno. Le guerre commerciali finiscono sempre male, più o meno. Sicuramente le guerre commerciali non servono a ristrutturare le modalità di commercio mondiale che, sostiene Trump, risultano in svantaggi consistenti e persistenti per le imprese e gli operatori economici USA. Dei consumatori il Presidente non sembra curarsi. Anche in questo caso le sue dichiarazioni sono roboanti, talvolta offensive, e gli ultimatum quasi perentori.

Il Presidente Trump ha già perso molta credibilità, e i sondaggi USA lo rilevano e rivelano senza eccezione alcuna. Un Presidente non credibile con comportamenti erratici e non prevedibili non ha nessuna possibilità di (contribuire a) costruire un nuovo ordine internazionale. Anzi, la continuazione del disordine è assicurata dalla crescita, anche, come ambizioni, della Cina della cui visione di ordine internazionale è legittimo essere preventivamente preoccupati. Please, Unione Europea, batti un colpo, anche due.

Pubblicato il 16 luglio 2025 su Domani

Senza una pace decente saremo noi a pagarne le conseguenze @DomaniGiornale

Per condurre a termine “l’operazione militare speciale” lanciata il 24 febbraio 2022 dall’autocrate Vladimir Putin contro lo stato sovrano e democratico dell’Ucraina, molti commentatori e politici occidentali affermano che è necessaria una “pace giusta e duratura”. Divenuta una sorta di mantra, anche nel lessico del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, l’affermazione, altamente problematica, esige, per non rimanere un neppure abbastanza pio desiderio, approfondimenti e chiarimenti. La pace, parola di cui troppi si riempiono la bocca, sarà soltanto una parentesi di silenzio delle armi e di volo dei droni prima di un’altra guerra, mi correggo, di una nuova “operazione militare speciale”? Più concretamente, quale significato ha pace nel linguaggio di Putin e del Cremlino? Saranno forse i due aggettivi, giusta e duratura, a definire in qualche misura il sostantivo?

   Definizioni accettabili condivise/ibili sono molto di più che “operazioni lessicali speciali”. Non solo in guerra, la propaganda definisce la situazione, (la bontà de-)gli obiettivi, i risultati conseguiti e, naturalmente, le modalità accettabili di conclusione. Per ragioni poi non del tutto differenti, Trump e Putin intendono esibire la loro capacità di porre fine all’uso delle armi in Ucraina. Trump dimostrerebbe che la sua America è già tornata grande sullo scacchiere internazionale, mentre gli europei si sarebbero, a suo parere, dimostrati inadeguati a mettere ordine sul loro stesso territorio. La Russia può ben rimanere un avversario, ma viene da Trump portata al tavolo delle trattative stabilendo una sorta di duopolio di potere nel contesto europeo. Naturalmente, Trump non dimentica che un bravo tycoon si cura anche e molto dei suoi affari. Insomma, ai russi verranno concesse la Crimea e altre zone già occupate, mentre all’America sarà garantito accesso alle terre rare e al loro sfruttamento. Giusto così? sarebbe questa una pace giusta?

   Senza la partecipazione di ZeIensky ai negoziati e senza il suo, per quanto doloroso, assenso, nessuna pace di questo genere può essere definita giusta. A maggior ragione non può esserla se contempla il quasi totale conseguimento degli obiettivi militari e imperiali di Putin. Finire la guerra in questo modo non significa affatto pace giusta, ma pace imposta e tutta a carico e a spese del paese aggredito, dei cittadini dell’Ucraina democratica. Sarebbe il riconoscimento della sconfitta sul campo, tuttora non avvenuta, e addirittura una sorta di pagamento con territori e terre rare per una responsabilità sostanzialmente inesistente.

   Non è detto che automaticamente le paci ingiuste siano destinate a non durare, essere precarie e effimere. Tuttavia, il disonore di una pace ingiustamente imposta all’Ucraina avrebbe conseguenze molto gravi sull’Unione europea, su come si è storicamente concepita: spazio di libertà, di diritti, di abolizione del ricorso alle armi, di apertura, e su come si è evoluta ed è diventata attrattiva per i molti Stati che hanno fatto e continuano a fare domanda di adesione. L’Unione europea deve difendere i suoi principi e i suoi valori fondanti, a maggior ragione a fronte di mire imperialiste di qualsiasi tipo e impronta. Defend Europe contiene tutte queste implicazioni. Non è solo una questione territoriale. Riguarda stili di vita, valori, cultura politica e democratica. Nessuna pace che voglia essere giusta e quindi possa diventare duratura può prescindere da questi valori, meno che mai contraddirli e sbarazzarsene. In attesa di conoscere come Trump e Putin intendono declinare gli aggettivi “giusta” e “duratura”, è opportuno ricorrere ai valori europei e usarli per intraprendere e tenere aperta la strada di una pace decente.

Pubblicato il 30 aprile 2025 su Domani

“Polli” e leader nel disordine mondiale @DomaniGiornale

Dopo il 1989 per qualche tempo sembrò che gli Stati Uniti d’America fossero l’unica superpotenza rimasta, in grado di garantire da sola il nuovo ordine internazionale. Alcuni politici Democratici parlarono degli USA come nazione indispensabile. Criticamente, il grande politologo Samuel Huntington scrisse, invece, di superpotenza, non egemone, ma, lonely, solitaria, senza (capacità/desiderio di crearsi) amici. Nel giro di un decennio, eroso da comportamenti picconatori, l’ordine (politico, economico, sociale) internazionale è venuto meno. Nessuno cerca di ricostruirne uno diverso, più rappresentativo delle mutate realtà, più equo, capace di durare. Proliferano conflitti, non solo locali, e vere e proprie guerre. La guerra dei dazi, erraticamente (no, non c’è nessun metodo in questa follia) lanciata dal Presidente Trump è parecchio più pericolosa di quel che ne pensano non pochi commentatori beneauguranti. Più in generale, si affacciano interpretazioni complessive malamente fantasiose che si rifanno qualche tesi in voga tempo fa negli USA, e più di quattro secoli prima di Cristo ad Atene.

Nei giorni scorsi sulle pagine del “Corriere della Sera” e de “La Stampa” è stata proposta una tesi erroneamente definita del “pollo”, poi corretta in “coniglio”, secondo la quale dovremmo temere che gli errori delle autorità di governo le quali, stupide come polli, si sfidano, conducano a esiti fortemente distruttivi. Giustamente, il giornalista Danilo Taino richiamava, però, senza citarla la sfida, resa molto famosa dal film Gioventù bruciata (1955), protagonista James Dean, fra due auto che si lanciano l’una contro l’altra ad altissima velocità. Chi devia per primo viene bollato, ma non come pollo, cioè, stupido, bensì come fifone che, in questo caso, è la traduzione corretta della parola chicken.

   Quando lo scontro possibile coinvolge grandi potenze, ovviamente, la sua deflagrazione ha imprevedibili, tanto temibili quanto terribili, conseguenze sistemiche. Nessuno dei leader politici può permettersi di fermare la sua corsa né di deviarla. Quasi certamente chi si dimostra chicken, vale a dire, fifone, sarà costretto a lasciare la guida di quel sistema politico, a maggior ragione se l’aveva conquistata promettendo il ritorno della grandezza del passato. Quanto vale per Trump e per Xi Jinping, vale a maggior ragione per Vladimir Putin che ha affidato il recupero della grandezza imperiale russa alla “operazione militare speciale” condotta contro l’Ucraina. Non può assolutamente permettersi passi indietro. Venisse mai percepito come fifone sarebbe immediatamente defenestrato. I sovranismi, grandi, medi e piccoli, si reggono su dimostrazioni, grandi, medie, piccole, di sovranità, anche, comprensibilmente, espressa con il ricorso e l’uso delle armi.

Nessuno di questi sovranismi armati e intenzionati a fare affidamento sulle loro armi e sulla asserita indisponibilità a mostrarsi fifoni, cedendo al primo cenno di sfida, sarà mai sensibile alle richieste di chi, capovolgendo il detto latino, dichiari si vis pacem para pacem. Per quanto apparentemente gratificante per i molti che l’hanno fatto proprio e che lo pronunciano nelle manifestazioni di piazza, questo slogan non è mai accompagnato da suggerimenti operativi. Sappiamo che cosa implica il dettame para bellum, anche se prepararsi alla guerra non significa affatto volerla fare. Spesso significa più precisamente e pregnantemente la disponibilità a combattere per la propria indipendenza e sopravvivenza. 

Vedo nel triangolo USA, Cina, Russia la presenza di diversamente fortissimi e deprecabilissimi elementi, congiunturali e strutturali, di autoritarismo. Credo che la conclusione adeguata del come reagire se vogliamo la pace consista nel suggerire, richiedere, cercare di introdurre elementi di democrazia, di diritti e doveri e loro osservanza, nella pratica interna e nel sistema/ordine internazionale. Si vis pacem para democratiam. 

Pubblicato il 16 aprile 2025 su Domani

Democrazia, non melassa #paradoXaforum

Gli editorialisti del “Corriere della Sera” continuano a inquietarmi, anzi, ad irritarmi. Lo fanno con grande nonchalance. Spesso annunciano solennemente grandi verità, ad esempio, contrariamente a quel che (non) ha (mai) scritto Francis Fukuyama “la storia non è finita”. Avessero mai letto il libro! Qualche volta, poi, le enunciazioni sono non solo fattualmente sbagliate, ma pericolose poiché annegano differenze cruciali e conducono in melasse e paludi dalle quali non si esce più (e, infatti, lì rimangono a dibattersi).

“L’obiezione [alle critiche ai suoi comportamenti balordi] che Trump sia stato democraticamente eletto (come del resto Putin o Xi Jinping o Orbán o Erdogan, sorvolando sull’affidabilità di certe votazioni) non sposta di un millimetro che [la democrazia] sia entrata in una fase clinica delicatissima” (Carlo Verdelli, La democrazia archiviata, “il Corriere della Sera”, 6 marzo 2025, p. 1 e 36).

Questa frase, il cui tenore è simile a molte altre che vengono periodicamente pubblicate da “il Corriere” più spesso che da altri, è assolutamente diseducativa, nei fatti e nelle implicazioni. In primo luogo è sbagliato “sorvolare sull’affidabilità di certe votazioni”. Elezioni libere, segrete, periodiche stanno al cuore delle democrazie, ma le democrazie si fondano su diritti e Costituzioni. Si può discutere del quantum di manipolazione venga effettuato in crescendo in Ungheria, Turchia e Russia, ma di elezioni politiche democratiche in Cina non è proprio il caso di parlare. Secondo, chi scrive di politica ha l’obbligo di documentarsi, di controllare i fatti, di fare riferimenti verificabili e verificati. Il fact-checking non è un gioco di società; è un esercizio utilissimo, pedagogicamente importante, altamente democratico. Consente di aprire e svolgere dibattiti e confronti in pubblico combinando dati e interpretazioni, facendo crescere la quantità e la qualità delle conoscenze, affinando le spiegazioni.

Chi andasse, come dovrebbero sempre fare i giornalisti, gli opinionisti e, naturalmente, gli studiosi, ad analizzare le migliori serie statistiche sulle democrazie, Freedom House, Economist Intelligence Unit, V-Dem, riscontrerebbe un notevole aumento del numero dei sistemi politici democratici nel secondo dopoguerra e troverebbe traccia di alcune difficoltà e problemi di funzionamento spesso seguiti da soluzioni, e nessun crollo, tranne il Venezuela Nessun ingresso dei regimi democratici attualmente esistenti in, qualsiasi cosa significhi, “una fase clinica delicatissima”. A qualche affannato commentatore, mi sento di dire: Medice cura te ipsum.

   In giro per il mondo, dall’Iran al Myanmar, sono molti gli oppositori, uomini, donne, studenti, intellettuali, che mettono regolarmente consapevolmente continuativamente a rischio la loro personale salute proprio per conquistare i fondamenti della democrazia. Questa, dove, quando, chi e come, lottano proprio per la democrazia, sarebbe una bella ricerca. Ho molte idee in materia. Quanto alla morte della/e democrazia/e non avviene per cause naturali, ma per mano di sicari e criminali. Le democrazie non muoiono. Vengono uccise, per lo più dalle elite, economiche, militari, politiche, burocratiche, religiose. Proprio mentre completo questo sintetico post, l’autorevole, come si usa dire, “New York Times”, riferendosi ad una serie di improvvisate decisioni del Presidente Trump (e del consigliere Musk), titola Democracy Dies in Dumbness: “nessun presidente è stato così ignorante delle lezioni della storia, così incompetente nell’attuare le sue proprie idee”. Ma, molto resiliente, la democrazia tollera anche la stupidità del Presidente USA. Chi vivrà vedrà.

Pubblicato il 7 marzo 2025 su ParadoXaforum

L’Europa si difende con una politica condivisa e un esercito comune @DomaniGiornale

Lentamente, gradualmente, senza volerlo, ma inesorabilmente, l’Ucraina è diventata la cartina di tornasole di quello che è bene e che è male nelle conoscenze, nelle interpretazioni e nelle azioni concrete dei capi dei governi e dei partiti, delle opinioni pubbliche, degli intellettuali e, non da ultimi, degli elettorati, occidentali e no. Sono prepotentemente (ri)emersi i grandi temi di un ordine internazionale giusto, della guerra e della pace, della democrazia e degli autoritarismi, dei rapporti fra potere politico e potere economico, e della sovranità delle nazioni e dell’unificazione politica dell’Europa. Rispetto a nessuno di questi temi è accettabile rimane indifferenti e neppure dichiararsi equidistanti. Chi lo ha fatto e continua a farlo, da un lato, dimostra di avere conoscenze inadeguate, dall’altro, tenta di manipolare il dibattito e l’opinione pubblica.

Sostenere che la Russia non ha aggredito l’Ucraina oppure che l’ha fatto perché provocata significa non conoscere i precedenti comportamenti russi con i paesi confinanti e mettere sullo stesso piano eventuali provocazioni (la Nato che “abbaiava” ai confini russi) con la pesante riposta armata russa. Non capire che la Russia può impegnarsi in una guerra e continuarla praticamente senza restrizioni significa non sapere che i regimi autoritari non trovano nessun freno nella loro opinione pubblica la quale, in effetti, non può liberamente formarsi in quanto tale e, meno che mai, esprimersi.

Chiedere la pace, come semplice cessazione delle ostilità e, probabilmente, riconoscimento delle posizioni acquisite sul territorio, non è tanto un comportamento realistico quanto piuttosto un premio all’aggressore-invasore. Non è una pace giusta. Non è neppure una pace duratura. L’aggressore non si fermerà e coloro che subiscono lo stato di oppressione/repressione vi si opporranno appena e ogniqualvolta ne avranno l’opportunità.

Qualsiasi ordine internazionale si basa anche sulla possibilità del ricorso, in ultima istanza, all’uso delle armi. Il pacifismo individuale personale è una posizione nobile per chi è disposto pagarne il prezzo. Nessuna nazione può permettersi il lusso del pacifismo nel mondo contemporaneo (e in quello che verrà prossimamente). I dirigenti politici che lucrano qualche voto ponendosi su posizioni pacifiste insostenibili da qualsiasi governo europeo indeboliscono consapevolmente anche l’azione di coloro che cercano la pace.

Non sono sicuro che quanto proposto dalla Presidente della Commissione dell’Unione Europea debba essere definito “riarmo”. So che i due cardini della sovranità delle nazioni sono storicamente stati simbolizzati dalla feluca degli ambasciatori e dalla spada dei militari. Autonomia della politica estera e autosufficienza della politica di difesa. La nazione Europa, di cui troppo spesso vengono denunciati ritardi talvolta inesistenti, deve muoversi in entrambe le direzioni. Sta riprendendo un cammino, quella della difesa comune, drammaticamente interrotto nel 1954 quando nell’Assemblea nazionale francese i sovranisti gollisti sommarono i loro voti con quelli dei comunisti stalinisti per affondare la Comunità Europea di Difesa.

Sicuramente, è lecito argomentare modalità diverse con le quali reclutare, formare, finanziare e sostenere un esercito comune europeo, ben oltre la sommatoria di qualche soldato “nazionale” in più. Sarebbe preferibile che i gruppi parlamentari europei argomentassero e esprimessero posizioni condivise, non come hanno fatto i rappresentanti dei Democratici italiani sparsi su “sì”, “no”, astensione, e la loro segretaria che prende le distanze dalla posizione della maggioranza che è ufficialmente a sostegno della Presidente della Commissione. Infine, sarebbe auspicabile che, a dimostrazione che la Presidente del Consiglio italiana vuole una pace giusta in Ucraina, non sembrasse neppure lontanamente credere che un accordo Trump-Putin andrà nella direzione desiderabile, rispettosa dei diritti dell’Ucraina.

Costruire la pace, non solo in quella zona, ma anche nel tormentato Medio-Oriente, è un compito arduo al quale soltanto un’Europa credibilmente capace di provvedere autonomamente alla sua difesa potrà contribuire. Entrambi i piedi dei fautori dell’Europa che preserva la pace debbono stare sul territorio europeo.

Pubblicato il 12 marzo 2025 su Domani

La democrazia non muore: è uccisa dalle élite @DomaniGiornale

Le democrazie non muoiono. Le democrazie vengono uccise. Gli assassini delle democrazie sono le élite. A seconda dei tempi e dei luoghi possono essere prevalentemente le élite politiche, militari economiche, religiose, persino culturali. Qualche volta, quelle élite iniziano a indebolire le democrazie violandone alcuni principi, se volete, promesse, fondamentali: l’eguaglianza, mai di risultati, ma quella di fronte alla legge; il pluralismo di diritti e di opportunità; la libera competizione elettorale e il rispetto dei suoi esiti; la rinuncia alla violenza e il riconoscimento che il monopolio dell’uso della forza spetta, senza se senza ma, allo Stato le cui élite agiscono in trasparenza; l’educazione politica e civile della cittadinanza.

Raffinati indicatori dello stato della democrazia nel mondo hanno colto da tempo il declino di molti degli elementi citati sopra anche negli Stati Uniti d’America che, la classifica dell’Economist Intelligence Unit colloca fra le democrazie difettose al 29esimo posto (Italia 31esima). L’attentato a Trump ha sollecitato molti commentatori a ricordare che alcuni Presidenti e qualche candidato sono stati uccisi. Sarebbe forse stato opportuno fare anche riferimento alle numerose e frequenti stragi di civili, a cominciare da quelle nelle scuole. La frase “violence is as American as apple pie” pronunciata più di cinquant’anni fa da un leader delle Pantere Nere non trova smentite. Il movimento “Black Lives Matter” serve a ricordare a tutti quanto razzismo strisci tuttora nella società americana. Il 6 gennaio 2021 l’assalto al Campidoglio di Washington ha rivelato che l’accettazione della sconfitta elettorale non è più un principio cardine condiviso dalla élite politica, economica, culturale repubblicana. Sullo sfondo si aggirano la cultura della cancellazione (della storia e della memoria dalle quali più non si impara) e il politicamente corretto (perniciosa manifestazione del conformismo nella società di massa denunciato da Tocqueville). Entrambi contribuiscono a istituzionalizzare discriminazioni e barriere cognitive. Non è guerra di culture, ma di pregiudizi e di incultura/e.

Partecipante diretta e potente, in questa guerra, ancorché a lungo ritenuta al di sopra e orientata al futuro, la Corte Suprema, con una solida maggioranza tecnicamente reazionaria destinata a durare per almeno una intera generazione, si è schierata a favore, quando conta, delle modalità con le quali il Presidente Trump (che ha nominato tre di loro) interpreta e ha esercitato i suoi poteri. La Corte sta minando il sacrosanto principio liberale della separazione dei poteri e facendo venire meno proprio il principio dell’eguaglianza di fronte alla legge nel momento in cui la legge e la Costituzione sono interpretate in chiave originalista con riferimento alle (presunte) intenzioni dei Costituenti.

Naturalmente, non sono mancate le reazioni dei democratici e dei progressisti USA a tutti questi sviluppi e ai casi più controversi. Però, non ci sono stati coordinamenti efficaci e, spesso, i democratici hanno peccato di (eccesso di) permissivismo nel condonare dichiarazioni e comportamenti offensivi e illegali che si sono moltiplicati e hanno prosperato.

Con fior fiore di studiosi condivido il postulato che una, tutt’altro che l’unica, virtù della democrazia consiste nell’apprendimento collettivo. Sono le donne e gli uomini, prima e più fra le élite che nel popolo, che apprendono, reagiscono, cambiano, formulano nuove idee, riequilibrano regimi sull’orlo del disastro Chi, per arroganza, ambizione, connivenza, ignoranza, impedisce la circolazione delle élite si rende responsabile della morte eventuale della democrazia. Sono pallidi e esangui i segnali che consentano di pensare che nelle élite d/Democratiche USA questa consapevolezza sia già sufficientemente diffusa. Si sta facendo tardi.

Pubblicato il 17 luglio 2024 su Domani

Nel mondo che brucia la UE deve essere bussola @DomaniGiornale

Quello che è particolarmente preoccupante in questa fase della storia del mondo è che vediamo l’accumularsi di problemi molto diversi fra loro, prodotti da condizioni diverse in luoghi diversi per i quali molte parte indicano una pluralità di responsabili. Intravvediamo qualche complicato emergere di soluzioni che rimangono conflittuali e non trovano l’approvazione delle parti in causa. Rincorriamo qualche novità, qualche volta esagerandola, che nel migliore dei casi apre spiragli che non lasciano intravedere una strategia abbozzata almeno nelle sue linee generali. Non si può e non si deve chiedere agli ucraini di alzare bandiera bianca, ma nessuno, tranne forse la Cina, è in grado di chiedere a Putin di porre fine al conflitto. La Cina è seduta lungo il corso di un fiume dove pensa, forse spera, magari progetta di vedere “passare” Taiwan, mentre la sua economia non cresce più, ma aumenta la repressione a Hong Kong. Appena riconsacrato, Putin che, come tutti gli autocrati, fonda il suo potere anche sulla promessa di ordine e sicurezza (più una rilanciata grandezza) vede la sua capitale ferita da un attacco terroristico con gravissime conseguenze.

La sua ricerca di un capro espiatorio nell’Ucraina come mandante non sembra funzionare, ma probabilmente ha finora impedito che gli venga chiesto conto, da un circolo ristretto che mantiene un po’ di potere intorno a lui, dell’avere ignorato la tempestiva segnalazione dell’intelligence USA di un attacco terroristico. La reazione israeliana all’aggressione di Hamas del 7 ottobre continua mirando a ripulire dalla presenza di terroristi i cunicoli di Gaza la cui lunghezza è stata stimata fra le 300 e le 500 miglia. Repressione e oppressione senza soluzione hanno conseguenze imprevedibili, ma non risolutive. L’aumento dell’antisemitismo è tanto inquietante quanto accertato, ma rimane deprecabile.

Il Presidente Biden, giustamente e comprensibilmente teme che una parte non trascurabile dell’elettorato islamico USA finora orientato a favore dei Democratici, lo possa abbandonare decretandone la sconfitta in due/tre stati chiave in bilico e riportando alla Casa Bianca Donald Trump, certamente non un negoziatore non un pacificatore. L’astensione USA sul voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a favore del cessate il fuoco è un messaggio sia a quell’elettorato sia ad Israele, ma il suo impatto non va oltre il breve termine se non sarà accompagnato da veri e propri negoziati per i quali nessuno finora ha indicato le modalità iniziali e una prospettiva plausibile. Israele sembra opporsi alla soluzione dei due Stati, comunque difficilissima da tradurre in pratica senza la totale smilitarizzazione di Hamas. Nel variegato mondo dei paesi arabi peraltro non si vede grande entusiasmo per la formazione di uno stato palestinese. In questo panorama complesso caratterizzato da opzioni diverse 400 e più milioni di cittadini dell’Unione Europea andranno a votare per l’istituzione democratica, l’Europarlamento che ne rappresenterà e esprimerà per cinque anni le preferenze, le aspettative, anche gli interessi. Senza compiacermi di nessuna critica moralista/buonista, ritengo che sia non soltanto logico, ma assolutamente opportuno che la grandi famiglie politiche europee, preso atto dello stato del mondo, dei due gravi conflitti ai suoi confini, della persistenza del terrorismo di matrice islamica, procedano ad una diagnosi approfondita e suggeriscano soluzioni alle quali saranno gli europei stessi a contribuire. Sicurezza reciproca, ricostruzione materiale, ma anche di rapporti, visione di un futuro di autonomia ma anche di cooperazione: per tutto questo vale la pena di impegnarsi, sempre. Se non ora, quando?

Pubblicato il 27 marzo 2024 su Domani