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Perché le ricette nazionaliste sono un problema @DomaniGiornale

Il sovranismo è il pur lecito desiderio di tornare al passato. Di quel passato, fatto di “nazioni” sovrane e indipendenti, si ricordano e esaltano alcune poche luci, ma deliberatamente e colpevolmente si trascurano le molte ombre, le più grandi delle quali sono due guerre mondiali. Comunque, nessun passato, neppure il più glorioso, può essere fatto rivivere. La scommessa sul recupero delle sovranità nazionali appare azzardata e pericolosa. Per il costo dell’azzardo i sovranisti dovrebbero informarsi dai Brexiters i quali, peraltro, hanno nel loro passato un impero e nel presente una rete di sicurezza nel Commonwealth. Per la pericolosità, quasi tutti i problemi che gli Stati-membri dell’Unione Europea debbono affrontare non troverebbero una soluzione migliore, forse nessuna soluzione, nelle capitali dei sovranisti.
Giunta è l’ora di chiedere ai sovranisti se bloccando la libera circolazione di merci, capitali, servizi e persone e tornando alle frontiere delle patrie staremmo tutti meglio o no. La loro la riposta è che l’Unione Europea non ha finora dimostrato di sapere controllare una delle più “minacciose” sfide dei nostri tempi (e di quelli che verranno): l’immigrazione. Però, chiudere le frontiere, fare blocchi navali e ricorrere a altre modalità di esclusione sono rimedi proposti senza nessuna certezza che funzionino, senza nessuna probabilità che vengano concretamente, tecnicamente, praticamente attuati. E poi quali sarebbero le implicazioni per tutti gli Stati sovranisti che, come l’Italia, hanno assoluto bisogno di manodopera non soltanto stagionale? Il controllo dei flussi, come dimostrano i bandi annuali, sembra, per l’appunto, anno dopo anno, inadeguato a soddisfare le richieste dei datori di lavoro e le domande dei potenziali lavoratori.
Andando al cuore di quella che è stata, da parte degli Stati-membri, non una perdita, ma una cessione consapevole di sovranità accompagnata dalla condivisione a livello più elevato, chi dei sovranisti ha l’ardire di sostenere che sarebbe in grado di garantire la sicurezza nazionale meglio di una Unione Europea anche se non ancora dotata di tutti gli strumenti per la difesa dei (sacri) confini? Se l’Ucraina avesse già fatto parte dell’Unione Europea, la Russia l’avrebbe comunque aggredita? E quanti dei paesi ex-comunisti dell’Europa centro-orientale hanno voluto l’adesione anche perseguendo la loro sicurezza nazionale? Gli Stati dei Balcani non pensano, non credono che la loro inclusione nell’Unione impedirà il risorgere di conflitti devastanti?
L’Unione Europea è il più grande spazio di diritti e di democrazia, di non discriminazione di genere, di razza, di religione mai esistito al mondo. Il grande allargamento del 2004, dieci nuovi Stati membri, certamente rallentò il processo di integrazione politica, ma è ampiamente giustificabile con la motivazione di sostenere quelle democrazie nuove e prive di esperienza. Troppi dei sovranisti, anche fra quelli al governo, Ungheria e Slovacchia, dando ottimisticamente per scontato, che l’europeista Donald Tusk riuscirà a formare il prossimo governo polacco, mostrano la tendenza a non attenersi ai requisiti essenziali dello stato di diritto, meglio in inglese: rule of law, governo della legge. L’autonomia della magistratura e la libertà di informazione, di stampa e molto più sono troppo spesso sfidate dai sovranisti al governo, ma protette e promosse dalla Commissione Europea e, in special modo, dalla Corte Europea di Giustizia.
Inevitabilmente, i sovranisti opereranno in maniera egoista perseguendo e favorendo interessi nazionali. Inevitabilmente, ne seguiranno conflitti fra loro che, sottotraccia, sono già visibili. Chi garantisce che quei conflitti verrebbero/verranno ricomposti senza sprechi, senza scontri, pacificamente in assenza di una autorità superiore, affidabile, con regole e procedure condivisibili perché previamente condivise? Il sovranismo è un passo indietro verso una situazione di imprevedibile e costosa conflittualità e verso un passato che la stragrande maggioranza degli europei ha voluto, e finora saputo, con successo superare.
Pubblicato il 6 dicembre 2023 su Domani
L’arma decisiva delle opinioni pubbliche @DomaniGiornale

Le opinioni pubbliche da sole non vincono le guerre. Possono, però, farle perdere. Senza il sostegno dell’opinione pubblica ucraina e delle opinioni pubbliche europee e degli USA, il Presidente Zelenski avrebbe già dovuto cedere all’aggressione russa. Se in Russia fosse possibile la formazione di un’opinione pubblica, Putin avrebbe incontrato fin dall’inizio molte difficoltà a lanciare la sua “operazione militare speciale”; ancora più numerose difficoltà avrebbero fatto la loro comparsa nel mantenerla di fronte agli evidenti insuccessi. Da parte di Putin impedire e bloccare le informazioni su quel che (non) succede sul territorio ucraino è la logica conseguenza tanto del suo autoritarismo quanto del timore di reazioni ad opera dell’opinione pubblica che ricevesse quelle informazioni.
Prima dell’assalto di Hamas, l’opinione pubblica in Israele era profondamente divisa tra sostegno e critiche al governo Netanyahu e allo stesso Primo ministro. La guerra ha prodotto un riallineamento immediato, ma temporaneo, a sostegno delle attività militari con le quali punire Hamas e garantire la sicurezza dello stato di Israele e la vita dei suoi cittadini. Rimane o, meglio, è emerso anche un dissenso su fino a che punto debba arrivare la rappresaglia israeliana, parte dell’opinione pubblica obiettando a misure contro i civili ritenute eccessive e molto criticate non solo da intellettuali di prestigio. Non sono esclusivamente quelle misure, che continuano e non è possibile prevedere quando finiranno a quale prezzo per la popolazione civile di Gaza, ad avere spinto larga parte delle opinioni pubbliche non europee, ma pure occidentali, ad esempio, in America latina, a schierarsi fondamentalmente a favore dei palestinesi, spesso ricomprendendovi, non a torto, il braccio armato Hamas, e maggioritariamente contro Israele. Al proposito, la distinzione che, pure, bisogna sapere e volere fare fra antisionismo e antisemitismo viene sostanzialmente meno.
In buona parte quelle opinioni pubbliche, più o meno non-democratiche, ma, ad esempio, Brasile, India, Sudafrica sono regimi democratici, si sono espresse a favore dei palestinesi e di chi lotta per loro anche con le armi. Militarmente è molto probabile che Israele consegua i suoi obiettivi in tempi che forse avrebbe preferito più brevi. Tuttavia, ristabilire la situazione, tutt’altro che ottimale, che esisteva prima del 7 ottobre non garantisce affatto la sicurezza e la vita degli israeliani e del loro Stato. Quelle opinioni pubbliche “internazionali”, nelle quali, è opportuno ricordarlo e sottolinearlo, serpeggia sempre una notevole dose di antiamericanismo, non dismetteranno le loro valutazioni negative su Israele, se non addirittura le rafforzeranno. In vista di qualcosa che sia più, molto più delle tregue e degli armistizi spesso serviti e seguiti da conflitti più sanguinosi, il governo di Israele dovrebbe, forse, procedere ad una de-escalation accompagnata da una offensiva diplomatica estesa e di grandi dimensioni.
L’autocontrollo sul campo nell’attacco a Gaza e quindi il favorire tutte le operazioni umanitarie necessarie debbono essere rivendicati molto più che come semplici segnali, ma come azioni concrete per aprire la strada ad un dopoguerra di accordi. Agli israeliani non manca l’intelligenza politica per capire che questo ennesimo conflitto è di tipo superiore ai precedenti e che la vittoria sul campo non sarà sufficiente. L’obiettivo deve essere, con l’aiuto degli europei e, in misura reale, ma meno visibile, degli USA, riuscire ad influenzare profondamente, in maniera decisiva le opinioni pubbliche occidentali e soprattutto fuori occidente. Sarebbe/sarà un esito positivo anche in un’ottica globale.
Pubblicato il 25 ottobre 2023 su Domani
La condizione di una alleanza Pd-5 Stelle secondo Pasquino @formichenews

Se il Movimento 5 Stelle non è d’accordo con le posizioni che derivano dall’articolo 11 della Costituzione, che mi paiono e mi auguro essere centrali nella visione del Partito democratico e con le prospettive anche operative che ne derivano, è improbabile che nasca un’alleanza di governo dotata di senso sulla scena europea e internazionale. Sull’ambiguità non si costruisce nulla di buono, nulla di solido, nulla di accettabile. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica e accademico dei Lincei
Come elettore sarei molto esigente. Credo che non riuscirei a convincermi a votare per una coalizione che includesse in posizioni dominanti due partiti che sulla politica internazionale si collocano su fronti opposti, incompatibili. Probabilmente, un sistema elettorale proporzionale, grazie al quale i partiti possono consentirsi il lusso di andare in ordine sparso, mi permetterebbe di sfuggire ad una scelta comunque dolorosa. Però, quel che un elettore può evitare i partiti coalizzati in un’alleanza di governo dovrebbero affrontare di petto. Visibilmente. Responsabilmente.
Di fronte ad alcune alternative: dare armi all’Ucraina o no; sostenere Israele o dirsi equidistanti dai terroristi di Hamas, e altre simili che potrebbero (ri)presentarsi, le furbizie al/di governo sarebbero paralizzanti o distruttive. Per di più, poiché l’Italia fa parte di non poche organizzazioni sovranazionali, quelle furbate metterebbero inevitabilmente in discussione il suo ruolo, politico e economico, la sua affidabilità, la sua lealtà. Tutto questo appare sufficientemente chiaro e preoccupantemente delicato quando si confrontano le posizioni del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle sull’Ucraina e, in buona misura, anche sul conflitto Hamas/Israele.
Non so se la mia posizione personale: “sto sempre dalla parte delle democrazie” meriti di essere definita non negoziabile. Sicuramente, costituisce la mia preziosa scorciatoia cognitiva e etica alla quale non intendo rinunciare. Prodotto delle mie conoscenze storiche e delle mie preferenze politiche, la mia posizione si appoggia sulla lettura della Costituzione italiana e ne trae alimento e guida.
Articolo 11
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Grazie alla loro conoscenza storica e alle loro esperienze personali, per non pochi drammatiche, nella stesura di questo articolo i Costituenti si sono rivelati anche preveggenti. Ripudiare qualsiasi guerra di offesa significa anche riconoscere il diritto alla difesa di Stati e cittadini che vengono aggrediti. Significa agire insieme con altri Stati democratici per difendere i diritti degli aggrediti e ristabilire, con fondi e, quando, spesso, necessario, con armamenti, l’indipendenza, la sovranità, la vita.
Se il Movimento 5 Stelle non è d’accordo con queste posizioni, che mi paiono e mi auguro essere centrali nella visione del Partito Democratico e con le prospettive anche operative che ne derivano, è improbabile che nasca un’alleanza di governo dotata di senso sulla scena europea e internazionale. Sull’ambiguità non si costruisce nulla di buono, nulla di solido, nulla di accettabile.
Professore Emerito di Scienza politica, socio dell’Accademia dei Lincei, kantiano.

Pubblicato il 16 ottobre 2023 si Formiche.net
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la sede più elevata per avviare una mediazione #Russia #Ucraina
Moltissimi studiosi si sono dedicati a spiegare come nascono le guerre. Gli studi sul come finiscono e sulle loro conseguenze sono poco diffusi. Chi vince impone la sua volontà e le conseguenze negative riguardano meritatamente i perdenti. No, non è esattamente così. Per porre termine all’aggressione russa all’ucraina sarebbe opportuna una mediazione nella sede più importante: il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite integrato con l’Ucraina. Adesso.
Le inafferrabili condizioni per la fine del conflitto @DomaniGiornale


Ascolto e leggo con perplessità e grande preoccupazione tutto quello che viene detto e scritto in maniera non prevenuta e faziosa su come può/deve finire l’aggressione russa all’Ucraina. Nessuno, neppure Xi Jinping, sembra avere abbastanza potere per influenzare le decisioni di Putin, ma, forse, non abbiamo conoscenze sufficienti per sapere e capire che cosa pensa e dice il suo entourage, chi la pensa come lui chi ha dubbi e preferenze diverse. Anche se è certamente più facile analizzare le informazioni disponibili su quel che pensano e vorrebbero gli Europei e gli USA, ho l’impressione che in molti non sia ancora stata raggiunta la consapevolezza che in Ucraina, sull’Ucraina si sta “giocando” non solo la più che legittima, inviolabile sovranità di una democrazia, ma il futuro dell’ordine mondiale internazionale.
Sicuramente, all’inizio Putin voleva dare una lezione sulla potenza di fuoco della Russia, sul suo status e per il riconoscimento di un ruolo di assoluto rilievo. Oggi, proprio in seguito alle difficoltà incontrate, si è accorto che una sua eventuale vittoria, i cui criteri sono difficili da definire, potrebbe produrre frutti molto più copiosi. Non si tratta solo di ampliare il Lebensraum russo, esito temutissimo da tutti i paesi confinanti, ma di scardinare l’Unione Europea e, mostrando che gli USA non saprebbero come difenderla, rendere più largo l’Atlantico. A quel punto, indirettamente, Putin darebbe ancor più sostegno (im)morale alle mire cinesi su Taiwan.
La consapevolezza che, in effetti, gli scopi della guerra di Putin sono diventati più ambiziosi e devastanti sta lentamente diffondendosi nelle elite politiche e militari occidentali, appena ritardata dalle loro preferenze contrarie: vorrebbero che non fosse così. La partenza di qualsiasi negoziato è pertanto diventata ancora più improponibile poiché nessuno all’Ovest può accettare un nuovo ordine mondiale che certificherebbe una sconfitta, ideale prima che militare, e che ne esporrebbe tutta la vulnerabilità a qualsiasi richiesta futura della Russia di Putin. In assenza di canali negoziali, non resta che la via di una esposizione trasparente di quanto l’Occidente è, da un lato, impossibilitato a cedere, ovvero, la vita e la terra degli ucraini, e dall’altro, può garantire a Putin, non scrivo russi poiché delle loro preferenze non ho informazioni. Interpreto benevolmente, forse fin troppo, la richiesta personalistica di Macron di salvare la faccia dell’autocrate del Cremlino, purché quella faccia si mostri disponibile ad una tregua negoziale il prima possibile, nell’anniversario dell’inizio dell’operazione speciale militare. Ho già scritto, senza particolare originalità, che chi perde la guerra deve andarsene, ma, nella limitata misura del possibile, saranno i russi a decidere, meglio dopo una cessazione negoziata e definitiva del conflitto.
Pubblicato il 22 febbraio 2023 su Domani
Geopolitica: il caso della guerra in Ucraina. L’azione del potere politico sui territori #30novembre Conversazione #online #Crossingeurope #ParliamoneOra #Unibo

Gli studenti e le studentesse del Liceo Scientifico A. Roiti, Ferrara, e dell’Istituto Tecnico Commerciale Rosa Luxemburg, Bologna, parteciperanno a:
GEO POLITICA: IL CASO DELLA GUERRA IN UCRAINA. L’AZIONE DEL POTERE POLITICO SUI TERRITORI
Conversazione con: Gianfranco Pasquino
Professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna
30 novembre 2022
10:00 – 12:00
Incontro Online, per collegarti segui il link in locandina
Crossing Europe è realizzato in collaborazione con l’Associazione di docenti dell’Università di Bologna «Parliamone ora»
Pace: il racconto di due piazze
Due piazze: Roma e Milano, due concezioni di pace alquanto diverse. Nella piazza di Roma, più frequentata anche perché più accessibile geograficamente, il significato di pace era la cessazione del conflitto senza nessuna considerazione per la responsabilità della Russia di Putin e delle sue conseguenze: equidistanza. Nella piazza di Milano c’era più consapevolezza che, pacifisti o no, il compito prevalente e l’impegno di tutti dovrebbero tradursi nel riconoscimento dell’integrità territoriale dell’Ucraina e del suo diritto a difendersi dall’aggressione russa. Nella piazza di Roma, Conte, che si è espresso contro l’invio di armi all’Ucraina, è stato variamente applaudito. Il segretario del Partito Democratico Letta, favorevole a sostenere gli ucraini senza riserve, è stato variamente contestato. Nella piazza di Milano era visibile la presenza di Azione di Calenda e Renzi chiaramente schierati a sostegno degli ucraini e di Zelensky. Curiosamente, però, da entrambe le piazze erano state bandite le bandiere di partito come se agli elettori, agli italiani non si debba/possa fare sapere chiaramente che cosa pensano i partiti da loro votati.
Nelle piazze si esprimono prevalentemente, deliberatamente e consapevolmente le proprie emozioni. Infatti, soprattutto a Roma grande è stata l’esibizione di sentimenti da parte degli oratori e dei manifestanti. Dalle piazze non è né possibile né logico attendersi raffinate analisi strategiche e geopolitiche. Tuttavia, dopo molti mesi di guerra sulla quale non sono affatto mancate le informazioni di ogni tipo, ritengo che sia lecito condividere alcuni punti che non possono giustificare in nessun modo la tanto vantata equidistanza. Che la Russia abbia aggredito l’Ucraina non può essere messo in dubbio. Che l’Ucraina abbia diritto a difendersi dovrebbe essere condiviso da tutti. Che i negoziati potrebbero iniziare un minuto dopo la cessazione delle azioni belliche russe pare innegabile. Stupisce che pochi mettano in evidenza che l’Ucraina è una democrazia, per quanto, come molte democrazie, imperfetta, e che la Russia è un regime autoritario e palesemente oppressivo e repressivo.
Coloro che sostengono l’esistenza di responsabilità dell’espansionismo della Nato e degli stessi ucraini dovrebbero interrogarsi, come fanno i polacchi e gli estoni, come hanno fatto i finlandesi e gli svedesi accedendo alla Nato, sulle conseguenze per l’Europa di un’eventuale vittoria russa. Porre la pace, intesa come cessazione del conflitto, al disopra di qualsiasi altra considerazione significa, l’avrebbe sicuramente detto il grande sociologo tedesco Max Weber, rinunciare all’etica della responsabilità anteponendo le emozioni all’uso della ragione. Passato il momento delle emozioni, preso atto di desideri non del tutto coincidenti e non egualmente accettabili, è augurabile che i dirigenti politici si adoperino con l’Unione Europea per una pace che ristabilisca e soprattutto rispetti i diritti degli ucraini aggrediti. Una pace giusta.
Pubblicato AGL il 7 novembre2022
Non serve solo la pace, ma una pace che sia giusta @DomaniGiornale


| Qualche volta, sull’obiettivo finale, la pace, si può essere d’accordo quasi, sottolineo quasi, tutti. Però, molti, nient’affatto tutti, ritengono che la pace intesa esclusivamente come cessazione del tintinnar di sciabole e dell’agitar di atomiche sia tutt’altro che soddisfacente.L’obiettivo è una (nel senso che ce ne possono essere diverse) pace giusta, e la giustezza della pace è definita dalla libera e consapevole accettazione di entrambi i contendenti e dal loro impegno a riconoscerla e mantenerla.Qualunque pace che segua dall’imposizione armata di uno dei contendenti sull’altro, in particolare se ne esce vittorioso l’aggressore, non deve essere considerata giusta da nessun pacifista e meno che mai dall’aggredito.Che si sia d’accordo oppure no con il conseguimento di quale pace si apre inevitabilmente il problema dei mezzi. |
| Non credo che sia accettabile la risposta “conseguire la pace con qualsiasi mezzo”. Meno che mai se quel mezzo è l’imposizione, quasi certamente con le armi, della volontà di una parte sull’altra, la legge del più forte.Meno che mai se quell’imposizione viene da un sistema politico autoritario e lo privilegia nei confronti di un sistema politico democratico, quale che sia.Nessun pacifista è legittimato a rispondere di non essere tenuto a valutare con criteri adeguati quello sta succedendo.Nessuno deve necessariamente essere considerato pacifista da tenere in considerazione solo se ha qualche conoscenza strategica di base.Tuttavia, è sempre opportuno chiedere ai pacifisti che acquisiscano il massimo di informazioni possibili.Dopodiché è loro facoltà sostenere che la guerra deve essere sempre e comunque respinta (anche una guerra di difesa contro un’aggressione all’Italia?) e che la pace deve altrettanto sempre e comunque, a tutti i costi, essere perseguita. |
| Semmai, vorrei che i pacifisti riconoscessero anche a coloro che pacifisti non sono, di non essere biechi guerrafondai a libro paga degli americani, ma uomini e donne che hanno idee diverse con lunga e solida storia nel pensiero politico occidentale.I non-pacifisti irriducibili, nei quali mi colloco, avrebbero scelto di manifestare cominciando davanti all’Ambasciata della Russia a Roma. Vorrebbero anche discutere delle modalità con le quali giungere, prima e soprattutto, alla cessazione del fuoco e del ferro.Rifacendosi opportunamente al grande filosofo illuminista tedesco Immanuel Kant, oggi rinchiuso nell’enclave russa di Kaliningrad, i non-pacifisti sentono di dovere affermare che la pace perpetua arriverà e s’instaurerà fra repubbliche libere e federate.La battaglia giusta del pacifismo deve sapere operare distinguendo fra repubbliche democratiche e regimi non-democratici. Altrimenti, non solo è una battaglia persa, ma è anche gravemente controproducente. |
Pubblicato il 12 ottobre 2022 su Domani
Verso il 25 settembre, il voto più utile è degli indecisi @formichenews

Il voto davvero utile, meglio più utile, ovvero più incisivo, sarà quello degli indecisi e dei potenziali astensionisti. Occhio, dunque, a quale coniglio/a uscirà da quale cappello nelle quarantotto ore prima del voto. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e Professore Emerito di Scienza politica e autore di “Tra scienza e politica. Una autobiografia” (Utet 2022)

Raramente ho assistito a una campagna elettorale tanto prodiga di informazioni sui leader, sui partiti, sulle tematiche. Sono giunto alla conclusione che se la campagna viene definita “brutta” è come la bellezza: sta negli occhi di chi, commentatori di poco senno e fantasia, la guarda (o forse no: guardano solo i concorrenti, per “copiarli”). Sappiamo che Giorgia Meloni, una volta richiamato Draghi, è la front runner. Sta conducendo una campagna elettorale il cui punto d’arrivo potrebbe essere Palazzo Chigi. Atlantista per sua definizione, si è convincentemente collocata dalla parte dell’Ucraina, ma si è trovata appesantita da un passato che non passa, e che qualche saluto fascista riporta all’ordine del giorno, e dalla sua appartenenza di genere che non sa né respingere né valorizzare. La zavorra più pesante e per lei (ma anche per gli italiani tutti) è il suo incomprimibile, indeclinabile sovranismo che si accompagna a deplorevoli compagni (oops, chiedo scusa) di strada: da Orbán a Vox. Se nell’elettorato italiano è passato il messaggio che, forse troppo poco troppo tardi, il Partito Democratico di Letta ha cercato di mandare: “tutto con l’Europa niente fuori d’Europa”, allora il consenso presunto per i Fratelli d’Italia potrebbe risultare ridimensionato. Chi con qualche strambato di cui non era ritenuto capace ha risollevato il suo consenso che sembrava in caduta libera è Giuseppe Conte.
Ambiguo la sua parte sia sull’Unione Europea sia su come affrontare l’aggressione russa all’Ucraina, Conte può ringraziare gli attacchi mal posti e male argomentati al reddito di cittadinanza, l’unica riforma davvero innovativa che il Movimento 5 Stelle di governo possa effettivamente rivendicare. Che i voti per i pentastellati di lotta crescano nel Sud rispetto a previsioni fosche è dovuto all’impatto positivo del reddito di cittadinanza e alla volontà di difenderlo. Anche su questo gli elettori hanno ricevuto utili informazioni. Immigrazione e sicurezza, scuola e sono finiti in secondo piano perché maiora premunt, c’è qualcosa di più importante destinato a essere una sfida duratura. No, personalmente non me la sento mai di parlare a nome degli italiani, ma il prezzo del gas e, più in generale, del carrello della spesa sono le due criticità che non ci abbandoneranno troppo presto. Non sarà il governo prossimo venturo a risolvere il problema. In verità, nessun singolo governo europeo ha la chiave della soluzione. Solo gli europei europeisti possono approntare una difesa decente e passare all’attacco con una politica energetica concordata.
Berlusconi ha rapidamente capito che il suo aggancio con il Partito Popolare Europeo è importantissimo per Forza Italia e, impostosi garante del (governo di) centro-destra, ha ipotecato i Ministeri degli Esteri e dei Rapporti con l’Europa. Però, ma non ce la fa proprio ad abbandonare la tassa che non è né piatta né, poi, neppure tanto bassa come quella proposta dal giocatore d’azzardo Matteo Salvini a corto di tematiche e di fiato. A testa bassa sia per tentare di trovare l’agenda perduta, quella di Draghi, sia per incornare il Partito Democratico, i quartopolisti Calenda e Renzi non hanno lasciato traccia nella campagna elettorale. Ma anche questa è una notizia utile per gli elettori. Ne sappiamo tutti di più. Certo, partivamo con le nostre preferenze che probabilmente sono cambiate di pochissimo (rispetto ai sondaggi). Alla fine, il voto davvero utile, meglio più utile, ovvero più incisivo, sarà quello degli indecisi e dei potenziali astensionisti. Occhio, dunque, a quale coniglio/a uscirà da quale cappello nelle quarant’otto ore prima del voto. Faites vos jeux. Ma, in democrazia non finisce qui.
Pubblicato il 22 settembre 2022 su Formiche.net
Partiti sgangherati e antipolitica Ma chi non vota non è ascoltato #intervista @GiornaleVicenza
«Molti sabati pomeriggio di quel dolce autunno del 1974 a Harvard li passammo a giocare al pallone nel campetto dietro casa. Mario Draghi era spesso con noi, ma certo, giocatore piuttosto lento e poco grintoso, non era il più dotato in quello sport». Ci sono chicche come questa e aneddoti spassosi in “Tra scienza e politica. Un’autobiografia”, il libro di Gianfranco Pasquino edito da Utet e presentato a Pordenonelegge. Un’autobiografia, per un politologo, può sembrare qualcosa di ardito. Ma chi conosce Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna, socio dell’Accademia dei Lincei, non si stupisce: la sua storia è un crocevia di incontri e conoscenze che vale la pena trasmettere, non fosse altro che per aver avuto come maestri sia Norberto Bobbio sia Giovanni Sartori.
Professor Pasquino, il Draghi calciatore non era il migliore, ma da premier com’è stato?
Non era il miglior calciatore e non puntava nemmeno ad esserlo (sorride). Ma da premier è stato molto bravo. Altro che “tecnico”… Da giovane non sembrava così interessato alla politica, ma ha dimostrato di aver imparato molto e molto in fretta.
Ora Draghi è stato fatto cadere e si va al voto. Cosa c’è in gioco in queste elezioni?
Quello che davvero entra in gioco è come stare in Europa, è la vera posta. Sappiamo che il Pd è un partito europeista, come +Europa, e che le persone che vengono da quell’area sono affidabili sul tema. Non sappiamo quali sono le persone affidabili nello schieramento di centrodestra, con poche eccezioni. Però sappiamo che sostanzialmente Giorgia Meloni è una sovranista e Salvini forse ancora di più. È difficile che si facciano controllare dai pochi europeisti di Forza Italia: Berlusconi ha detto cose importanti, ma gli altri alleati avranno almeno il doppio del suo consenso.
Perché teme il sovranismo?
Sovranismo vuol dire cercare di riprendere delle competenze che abbiamo affidato consapevolmente all’Europa. Non abbiamo ceduto la sovranità, l’abbiamo condivisa con altri Stati, e loro con noi. Tornare indietro vuol dire avere meno possibilità di incidere sulle decisioni. Alcune cose non potremmo deciderle mai.
Ritiene che la nuova dicotomia politica sia europeismo-sovranismo, più di destra-sinistra?
Non lo dico io: è stato Altiero Spinelli, nel Manifesto di Ventotene, 1941. Spinelli vedeva le cose molto in anticipo rispetto agli altri. D’altronde i singoli Stati europei sulla scena mondiale non conterebbero nulla: la soluzione è dentro l’Europa, altrimenti non possiamo competere né con la Russia né con la Cina e nemmeno con gli Stati Uniti, anche se bisognerebbe avere un rapporto decente con gli Usa.
Come si inserisce la guerra in Ucraina in questa analisi?
Nella guerra in Ucraina c’è uno stato autoritario che ha aggredito una democrazia. E noi non possiamo non stare con la democrazia. Se quello stato autoritario riesce a ottenere ciò che vuole, è in grado di ripeterlo con altri stati vicini. Non a caso Lituania, Estonia e la stessa Polonia sono preoccupatissimi. La Polonia conosce bene i russi e sa che ha bisogno della Nato e dell’Europa.
In Ucraina è in gioco anche la nostra libertà?
Lì si combatte sia per salvare l’Ucraina sia per salvare le prospettive dell’Europa. E un’eventuale sconfitta di Putin potrebbe aprire le porte a una democratizzazione della Russia: sarebbe un passaggio epocale.
A chi sostiene che le responsabilità della guerra siano anche dell’Occidente come risponde?
Non credo che sia vero. Ma tutto è cambiato quando la Russia ha usato le armi. La Costituzione dice che le guerre difensive sono accettabili, le guerre offensive mai.
L’Italia va al voto con una legge elettorale che toglie ogni potere all’elettore. L’hanno voluta tutti i partiti…
L’ha voluta Renzi e l’ha fatta fare a Rosato. Ma l’hanno accettata tutti perché fa comodo ai dirigenti di partito: si ritagliano il loro seggio, si candidano in 5 luoghi diversi, piazzano i seguaci. Aspettare che riformino una legge che dà loro un potere mai così grande è irrealistico. A noi non resta che tracciare una crocetta su qualcosa.
Come sta la democrazia italiana?
Godiamo di libertà: i diritti civili esistono, i diritti politici anche, i diritti sociali sono variegati. Il funzionamento delle istituzioni invece dipende da una variabile: i partiti. Una democrazia buona ha partiti buoni; una democrazia che ha partiti sgangherati, che sono costruzioni personalistiche, che ci sono e non ci sono, inevitabilmente è di bassa qualità. E non possiamo salvarci dicendo “anche altrove”, perché non è vero: i partiti tedeschi e spagnoli sono meglio organizzati, quelli portoghesi e quelli scandinavi pure.
Una democrazia senza partiti non esiste, lei lo insegna.
Una via d’uscita potrebbe essere il presidenzialismo, ma io sono preoccupato di una cosa: chi e come controlla quel potere? Ciò che manca, comunque, è il fatto che i politici predichino il senso civico, che pagare le tasse magari non è bello ma bisogna farlo; che osservare le leggi e respingere la corruzione è cruciale per vivere insieme. Mancano i grandi predicatori politici, tolti Mattarella e in certa misura Draghi.
Vale la pena comunque votare?
Sì, ma non perché “se non voti la politica si occupa comunque di te”. È il contrario: se non voti la politica non si occupa di ciò che ti sta a cuore.
L’affluenza rischia di essere bassa: colpa dei partiti? Dei cittadini? O dei media?
C’è chi dice “non voto perché non voglio” e li capisco, ma chi non vota non conta; e chi dice “non voto perché nessuno me lo ha chiesto”, ed è un problema dei partiti che non hanno motivato l’elettore. E poi gli italiani continuano ad avere questa idea che la politica sia qualcosa di non particolarmente pulito…
Non è così?
Sono alcuni politici a non esserlo. La politica è quello che facciamo insieme: sono tutte cose che devono essere predicate, ma oggi ciascuno pensa al suo tornaconto.
La sinistra ha perso il rapporto con il popolo?
Non sono sicuro che ci sia il popolo, ma so che la sinistra non ha più la capacità di essere presente in alcuni luoghi: se fosse nelle fabbriche sarebbe meglio, se avesse un rapporto vero con i sindacati, se i sindacati facessero davvero una politica progressista…
E il problema della destra qual è?
Il primo è che le destre non sono coese, stanno insieme per vincere ma poi avranno difficoltà a governare. Poi hanno pulsioni populiste, punitive, e poca accettazione dell’autonomia delle donne. E non sono abbastanza europeiste.
Che cosa pensa del voto del Parlamento europeo che condanna l’Ungheria di Orbàn?
Semplicemente Orbàn sta violando le regole della democrazia. Non esistono le “democrazie elettorali”: quando lei reprime le opposizioni, quelle non hanno abbastanza spazio nella campagna elettorale; se espelle una libera università come quella di Soros, lei incide sulla possibilità che circolino le informazioni. Tecnicamente non è già più una democrazia. Non si possono controllare i giudici.
Perché secondo lei FdI e Lega hanno votato per salvare Orbàn? Cioè è possibile smarcare un legittimo sovranismo da questi aspetti che toccano democrazia e stato di diritto?
Secondo me dovevano astenersi. Invece per convenienza loro, per mantenere buoni rapporti con Orbàn, non lo hanno fatto. Per me è un errore. Ma poi mi chiedo: è un errore anche per gli elettori di Meloni? Non lo so.
Il populismo è il linguaggio di quest’epoca. Però la legislatura più populista della storia si è chiusa con Draghi premier, che è l’opposto. Bizzarro, no?
È bizzarro, sì. Ma qui c’è stata un’insorgenza populista. Fino al 2013 non c’era. Ma come è arrivata può scomparire. Resta però un tratto di questo Paese: un atteggiamento di anti-politica e anti-parlamentarismo che può essere controllato solo da partiti in grado di fare politiche decenti. L’esito del voto del 25 settembre è scontato? Non lo è mai. Molti elettori decidono per chi votare nelle ultime 48 ore. Può sempre accadere qualcosa che fa cambiare idea.
Draghi ha detto “no”. Ci crede che non farà più il premier?
Sì(lunga pausa). Aveva investito molto nel Paese, essere sbalzato così è stato pesante: è molto deluso, credo anche incazzato.
Intervista raccolta da Marco Scorzato pubblicata su Il Giornale di Vicenza 22 Settembre 2022