Home » Posts tagged 'Unione Europea' (Pagina 10)

Tag Archives: Unione Europea

Gli intellettuali europei non si occupano più d’Europa #CoFoE @DomaniGiornale

Bandiera dell'Unione Europea

Con una (in)certa regolarità gli intellettuali vengono (giustamente) criticati per i documenti che firmano, per le frasette che twittano, per quello che dicono nei salotti televisivi. Spesso sono intellettuali contro intellettuali. Qui, invece, indirizzerò il tiro della critica ad un loro grave silenzio, quello che riguarda l’Unione Europea, l’Europa. Domenica 9 maggio, 71esimo anniversario della dichiarazione del Ministro degli Esteri francese Robert Schumann che portò alla nascita della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio (CECA), prenderà il via una ambiziosa Conferenza sul Futuro dell’Europa. La Commissione europea intende così perseguire gli obiettivi di “coltivare, proteggere, rafforzare la democrazia europea”, mirando a coinvolgere al massimo i cittadini europei in una molteplicità di modi, fino a forme di democrazia deliberativa che ne incoraggino e valorizzino la partecipazione e l’influenza sulle decisioni europee. Non ho letto, non ho sentito, non ho visto commenti rilevanti ad opera degli intellettuali europei. Non ne sono sorpreso.

   Sono passati tantissimi anni da quando il grande studioso Raymond Aron, tanto raffinato quanto scettico, scrisse il libro In difesa di un’Europa decadente (Mondadori 1978) criticando più o meno indirettamente i suoi colleghi non solo francesi. Probabilmente, l’esempio più alto di discussione fra intellettuali pubblici e di analisi e proposta fu scritto dal sociologo Ralf Dahrendorf, tedesco, e dagli storici François Furet, francese, e Bronislav Geremek, polacco: La democrazia in Europa (Laterza 1992). L’assenza di un intellettuale italiano non è causale, ma riflette lo stato dell’arte. I grandi intellettuali italiani si sono sostanzialmente disinteressati dell’unificazione politica europea, che, pure, è un evento di portata “epocale”. Studiosi certamente tutt’altro che provinciali, presenti e famosi sulla scena europea, frequentemente invitati a importanti convegni, come Umberto Eco, Norberto Bobbio, Giovanni Sartori, non hanno dedicato nessuno studio specifico alla cultura e alla politica europea. Difficile spiegare il loro disinteresse. Hanno dato per scontato il processo di unificazione europea? Erano delusi dalla sua apparente lentezza? Non ne ritenevano importanti le acquisizioni in materia di pace, di diritti, di democrazia che motivarono l’assegnazione all’Unione Europea del Premio Nobel per la Pace nel 2012?

 Neanche i grandi scrittori italiani, faccio solo due esempi: Leonardo Sciascia e Claudio Magris, hanno dedicato la loro attenzione letteraria e culturale e le loro non rare prese di posizione politica alla discussione dell’Europa che c’è, alla progettazione dell’Europa che vorrebbero. Questa assenza degli intellettuali che riflettano sull’Europa, che contribuiscano al dibattito pubblico, che arricchiscano il discorso su quel che viene fatto bene, non viene fatto, è stato fatto male, non riguarda, però, soltanto gli italiani. Ė possibile sostenere che l’ultimo grande influente intellettuale che si confronta con l’Europa, che ha una certa idea di Europa è l’ultranovantenne sociologo e filosofo tedesco Jürgen Habermas. Mi viene in mente soltanto un altro nome, quello del saggista Timothy Garton Ash, di Oxford, autore di notevoli libri sulle opposizioni nei regimi comunisti dell’Europa centro-orientale e sull’imperfetta transizione di quei paesi alla democrazia. La Conferenza sul Futuro dell’Europa avrà tanto più successo quante più idee entreranno in circolazione. Ė una grande opportunità anche per gli intellettuali europei di dimostrare che intendono e sanno contribuire ad un futuro migliore.

Pubblicato il 5 maggio 2021 su Domani

Ripresa, resilienza e fiducia #RecoveryPlan #PNRR

Piano di ripresa e resilienza è quanto il governo Draghi ha stilato per ottenere gli ingenti fondi messi a disposizione all’Italia dall’Unione Europea. Sono 191 miliardi e mezzo di Euro più 30 miliardi aggiunti dallo Stato italiano. Presentando, finalmente, “in zona Cesarini”, il documento di 330 pagine ai parlamentari che l’hanno ricevuto soltanto domenica alle 14.30, Draghi ha chiarito con sobrietà e precisione per quali interventi, con quali obiettivi e come quei fondi saranno indirizzati e utilizzati. Ha anche generosamente riconosciuto al governo del suo predecessore, Giuseppe Conte, di avere fatto gran parte del lavoro sul quale si basa il documento che diventerà definitivo dopo il dibattito e l’approvazione parlamentare. I diversi settori ai quali destinare i fondi sono sostanzialmente interconnessi. In estrema sintesi, la transizione non più rinviabile ad una economia verde richiede conoscenze specifiche e quindi acquisizione di nuove competenze. In una (in)certa misura queste competenze saranno meglio ottenute e poste all’opera attraverso tutti i processi possibili di digitalizzazione e costantemente monitorati e revisionati. Pertanto, sarà indispensabile investire in maniera molto ampia nei settori dell’istruzione, della formazione e aggiornamento professionale, e della ricerca. Soltanto nuove efficienti infrastrutture miglioreranno l’economia e la vita del paese. Una giustizia con tempi rapidi è indispensabile e contribuisce alla ripresa non scoraggiando gli operatori economici che in Italia vorrebbero investire. La burocrazia, sia soprattutto a livello nazionale sia a livello regionale, ha un ruolo importantissimo nell’attuazione delle riforme. Dunque, deve essere rapidamente riformata e messa alla prova.

Draghi non si è limitato a presentare in maniera molto convincente tutti i progetti del Piano di Ripresa e di Resilienza. Ne ha evidenziato gli obiettivi civili e sociali. In sostanza, quei progetti serviranno a ridisegnare l’Italia. Daranno opportunità ai giovani, favoriranno le famiglie, ridimensioneranno fino a farlo scomparire il divario, economico e sociale, fra uomini e donne. Poiché il 40 per cento di quei fondi andranno in investimenti al Sud, dovranno ridurre le differenze Nord e Sud non soltanto perché la crescita del Sud è utile al rilancio del paese, ma perché la coesione territoriale è importante in sé. Pone rimedio a gravi squilibri passati, recenti, attuali.

Pur conscio della gravità dell’occasione, Draghi ha lasciato trasparire un po’ di autoironia, ma soprattutto ha voluto concludere con parole di grande (no, non scriverò “eccessiva”) fiducia negli italiani. Sono parole che è opportuno citare per esteso: “Sono certo che l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità, gli interessi costituiti. Questa certezza non è sconsiderato ottimismo, ma fiducia negli Italiani, nel mio popolo, nella nostra capacità di lavorare insieme quando l’emergenza ci chiama alla solidarietà, alla responsabilità”. Personalmente, non mi resta che plaudire e sperare che Draghi abbia ragione.

Pubblicato AGL il 27 aprile 2021

Democrazia, élites, popoli #18aprile Meeting Point Federalista

18 aprile 2021, ore 17-19

L’analisi della crisi di civiltà, premessa del Manifesto federalista, implica una riflessione sulle cause che portarono alla crisi delle democrazie europee e all’instaurarsi dei regimi totalitari di massa negli anni Venti e Trenta del Novecento. Di fronte alle folle oceaniche acclamanti il Duce, all’elezione di Hitler nel 1933 e alla votazione plebiscitaria della Saar in favore della Germania nazista nel 1935, era difficile conservare fiducia in una visione semplicistica della democrazia che attribuiva al popolo tutte le virtù e la capacità d’intendere il suo «vero bene». Ma anche le esperienze compiute nei regimi di più lunga tradizione democratica, che avevano resistito alla marea totalitaria, mostravano la fragilità della democrazia, mai raggiunta una volta per tutte e sempre sotto attacco da parte di forze reazionarie, ceti privilegiati, interessi corporativi, movimenti populisti. Benché il contesto sia oggi mutato e molto più complesso, i rischi per la democrazia restano gli stessi, mentre si continuano a definire “democrazie” anche regimi illiberali per il solo fatto che sono stati votati, anche se non rispettano lo stato di diritto. C’è dunque l’urgenza di riflettere sulla natura della democrazia, sulle relazioni tra classe politica e cittadini, fra élites e popolo(i), e su come costruire un’autentica democrazia sovranazionale. 

Democrazia, élites, popoli

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna, socio dell’Accademia dei Lincei, senatore della Repubblica per tre legislature. Tra le sue recenti opere ricordiamo:  L’Europa in trenta lezioni, 2017; Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader, 2018; Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica, 2019; Minima Politica. Sei lezioni di democrazia, 2020; Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, 2021.

Antonio Argenziano, segretario nazionale della Gioventù Federalista Europea

Introduce per il MPF:

Marco Zecchinelli (MPF), militante federalista, segretario della sezione MFE di Pesaro-Fano

Ciclo a cura di Meeting Point Federalista 1941-2021  Radici storiche di questioni attuali  
Dal Manifesto di Ventotene all’Europa e al mondo del XXI secolo  
Ciclo di sei incontri a cura del Meeting Point Federalista (MPF)  

La registrazione è gratuita su Eventbrite.

Non è solo una sedia quello che manca all’Unione Europea

Quel video con due uomini bianchi che si appropriano delle due sedie disponibili nell’ampia sala e con una donna che, molto perplessa, si accomoda su un sofà, rivela molte verità. C’è il maschilismo palesemente esibito dal presidente turco Erdogan oppure, se preferite, dal suo cerimoniale, ma da lui evidentemente approvato. C’è un maschilismo subliminale, appena mascherato dall’imbarazzo, del Presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, non pronto a porvi rimedio. Benvenute sono le sue tardive scuse: “immagine disastrosa”, nella speranza che non ci sia una prossima volta. C’è, però, soprattutto, l’aperta manifestazione del potere politico di Erdogan inteso a dimostrare che decide lui come rapportarsi all’Unione Europea, quell’Unione Europea che ne critica senza abbastanza convinzione i molti tratti di autoritarismo. Erdogan ha fatto vedere che lui ha la scimitarra dalla parte del manico. A due giorni dall’evento tutti, meno il Presidente turco, cercano di fornire interpretazioni più o meno diplomatizzate, abborracciate. Tutti meno uno.

   Nella sua conferenza stampa, il Presidente del Consiglio Mario Draghi non ha avuto dubbi: Erdogan è un dittatore. Condivido la valutazione di Draghi, ma le autorità europee hanno subito preso qualche distanza dalla frase di Draghi poiché debbono fare i conti con due debolezze strutturali. La prima è che hanno bisogno di Erdogan per affrontare il problema degli intensi e incessanti processi di migrazione dal Medio-Oriente, in particolare dalla Siria. L’UE ricompensa lautamente Erdogan per la sua “accoglienza”, per il suo ruolo di cuscinetto. Non avendo finora saputo elaborare una politica comune e adattabile a fronte di una emigrazione gonfiata da guerre in corso, l’Unione si affida a un dittatore esoso. La seconda ragione delle difficoltà dell’Unione è che non sa come fare rispettare fino in fondo tutti gli elementi dello stato di diritto, della rule of law, neppure al suo interno, come dimostrano le incertezze nei confronti delle palesi violazioni da parte dei capi di governo ungherese e polacco (di recenti omaggiati da Salvini).

   Non impeccabile, non senza macchia, non coesa, l’Unione Europea non può neppure essere senza paura. Draghi l’ha richiamata alla dura realtà, ma come trattare con i dittatori è un problema per il quale le democrazie e i loro governi non hanno mai trovato una soluzione condivisa. I principi morali sono di difficile e spesso costosa applicazione. Al proposito, c’è un altro inconveniente. Nonostante l’esistenza di un Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, gli Stati-membri dell’Unione continuano ad andare in ordine sparso. Questo rende possibile ai dittatori dotati di qualche preziosa risorsa di fare il gioco sporco. Un’Unione più solida e convinta sarebbe non soltanto in grado di dare una risposta più dura a Erdogan, ma anche a acquisire un ruolo internazionale più incisivo e più fruttuoso. Non sono affatto sicuro che il pure grave episodio della sedia negata riesca a spingere in quel senso.    

Pubblicato AGL il 10 aprile 2021

La sedia manca perché l’Europa è debole @HuffPostItalia

ANKARA, April 6, 2021 — Turkish President Recep Tayyip Erdogan C meets with European Council President Charles Michel L and European Commission President Ursula von der Leyen in Ankara, Turkey, on April 6, 2021. Top officials of the European Union on Tuesday expressed readiness to work on concrete agenda with Turkey to push forward economy and migration cooperation between the two sides. (Photo by Mustafa Kaya/Xinhua via Getty) (Xinhua/Mustafa Kaya via Getty Images)

Il protocollo c’entra come la tipica zuppa turca a merenda. Michel si è fatto goffamente sorprendere. Non ha saputo prontamente reagire. Si è dimostrato subalterno al sultano. Non ho dubbi che David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, avrebbe prontamente ceduto il posto a Ursula von der Leyen. Mi avventuro nell’onirico e dico che avrebbe potuto farlo lo stesso Erdogan, magari ordinando di predisporre tre sedie invece di due. No, il messaggio che Erdogan voleva mandare è stato chiarissimo. I due leader dell’Unione europea andavano a chiedere conto della non ratifica della Convenzione di Istanbul “sulla prevenzione e sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”. Decine di migliaia di donne turche avevano già manifestato contro la mancata firma di Erdogan. Alla repressione di quelle manifestazioni Erdogan ha aggiunto impassibile anche uno sgarbo istituzionale certamente premeditato. Se, poi, i responsabili del protocollo dell’Unione erano stati consultati e avevano accettato quelle disposizioni senza discuterne con la Presidente della Commissione e del suo staff, meglio procedere subito alla loro sostituzione.

   Nel frattempo, è assolutamente opportuno andare più a fondo per capire le motivazioni, non soltanto naturalmente sessiste, dei comportamenti e delle omissioni di Erdogan. Gran parte della sua plateale convinzione di impunità è il prodotto della geopolitica che lo favorisce, ma che non è immutabile. La Turchia ha costituito lo scudo, peraltro lautamente ricompensato, alle ingenti ondate migratorie provenienti prevalentemente dalla in-finita guerra civile in Siria (e dai conflitti nei paesi limitrofi). Erdogan ha dimostrato di saperne profittare ovvero di trarne grandi profitti. La debolezza della politica estera dell’Unione Europea, che dipende dal mancato coordinamento poiché alcuni stati-membri non intendono rinunciare alla loro indipendenza di comportamenti (che, peraltro, non li porta lontano), ha fatto il resto.

Non sarà l’aggiungere una sedia al tavolo di qualsiasi incontro con gli autocrati medio-orientali, mentre lanciano il loro personale rinascimento, a cambiare la situazione. Ma, certamente, non sarà neppure concedere il beneficio di un improponibile dubbio che contribuirà a costruire un ordine politico accettabile in quanto non basato su discriminazione e repressione. Più che altrove è proprio in Turchia e nel Medio-oriente che migliorare la condizione delle donne promette una trasformazione positiva complessiva e di lungo periodo. Quella sedia mancante deve essere considerata la molla per politiche coordinate lungimiranti.

Pubblicato il 8 aprile 2021 su huffingtonpost.it

Salvini è problematico

Trascinato controvoglia nel governo Draghi dal suo più stretto collaboratore, Giancarlo Giorgetti, diventato Ministro dello Sviluppo Economico, e consapevole che parte del suo elettorato non soltanto nel Nord ha un forte interesse a mantenere rapporti intensi e profittevoli con l’Unione Europea, Salvini si sente comunque a disagio. Sarebbe molto banale pensare che il suo disagio derivi soprattutto dalla competizione dura e pura di Giorgia Meloni, a capo dell’unica opposizione rimasta nel Parlamento italiano. Salvini sa che è la Lega il collante indispensabile al centro-destra per vincere le prossime elezioni. Il vero problema è che non riesce a nascondere non tanto le sue emozioni, ma le propensioni politiche che gli hanno consentito di ottenere un consenso elettorale senza precedenti e, almeno nei sondaggi, persino di farlo crescere. Anche quando fu ministro degli Interni, Salvini interpretava il suo ruolo come “di lotta e di governo”. A maggior ragione oggi deve ritagliarsi uno spazio nel quale offrire rappresentanza a gran parte di coloro che sono insoddisfatti delle politiche anti-Covid del governo. Il gioco è facile e francamente Salvini se la gode, ma la protesta, non importa quanto fondata e quanto contraddittoria, sta tutte nelle sue corde di populista.

   Le sue frequentazioni europee, proprio quelle che Giorgetti reputa dannose e controproducenti, derivano da una visione dell’Unione Europea che Salvini ha maturato da tempo, e che, con termine politichese, gli viene dalla pancia. Quelle che lui definisce “amicizie polacche e ungheresi” dipendono da un comune sentire. Il video dell’incontro con Salvini apparentemente emozionato e quasi scodinzolante insieme a due capi di governo, il marpione di lungo corso Viktor Orbán e lo spregiudicato Mateusz Morawiecki, è parte di un tentativo di trovare alleati in grado di aiutarlo, ma per quali politiche? Per definizione, i “sovranisti” pensano essenzialmente agli interessi dei loro paesi. Quelli ungheresi e polacchi convergono fra loro, ma certamente non saranno d’aiuto a chi sosterrà “prima gli italiani”. L’attivismo di Salvini copre l’assenza di elaborazione politica mentre i temi suoi cavalli di battaglia, a cominciare dall’immigrazione, stanno perdendo di importanza agli occhi degli elettori italiani. I dati continuano a ribadire che le aperture non sono ancora possibili a Covid tutt’altro che sconfitto. I veri “Ristori” del futuro arriveranno grazie ai fondi europei se sapremo utilizzarli in maniera rapida e efficiente, non dagli strepiti di Salvini. Al momento, il leader della Lega costituisce una presenza ambigua in un governo a maggioranza certamente troppo allargata. In quella maggioranza, con le sue continue richieste di vaccinazioni accelerate e riaperture anticipate, sfida e incrina il necessario tentativo di tenere unita e disciplinata una cittadinanza che combatte il Covid in maniera già non sufficientemente convinta e disciplinata. Salvini è parte non della soluzione, ma del problema.

Pubblicato AGL il 7 aprile 2021

VIDEO Verso la conferenza sul futuro dell’Unione Europea: un nuovo modello democratico o maggiore disgregazione? #CaffèEuropei

Nell’ambito del Progetto Caffè Europei a cura delle Associazioni universitarie del Corso di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Università degli Studi di Trieste

Verso la conferenza sul futuro dell’Unione Europea: un nuovo modello democratico o maggiore disgregazione?

Intervengono:

Gianfranco Pasquino

Mario Leone

coordina Carlotta Paladino

VIDEO

Verso la conferenza sul futuro dell’Unione Europea: un nuovo modello democratico o maggiore disgregazione? #indiretta #24marzo Caffè Europei @UniTwitTS

Nell’ambito del Progetto Caffè Europei a cura delle Associazioni universitarie del Corso di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Università degli Studi di Trieste

24 Marzo Ore 18

Verso la conferenza sul futuro dell’Unione Europea: un nuovo modello democratico o maggiore disgregazione?

Intervengono:

Gianfranco Pasquino

Mario Leone

L’evento sarà trasmesso sui canali social delle associazioni

Crossing Europe #4marzo Il futuro dell’Europa. Conoscenza dell’UE e suo funzionamento. Prospettive future

4 marzo 2021 ore 11 – 13

Gli studenti del Liceo Sabin di Bologna incontrano online il prof. Gianfranco Pasquino per discutere di

Unione Europea: il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo
Sua costruzione storicopolitica: perché, quando, come, chi
Le istituzioni europee: Consiglio dei Capi di Stato e di Governo; Parlamento; Commissione…
Il futuro della UE

Crossing Europe è realizzato in collaborazione con l’Associazione di docenti dell’Università di Bologna «Parliamone ora»

Le democrazie nascono con i partiti, funzionano a seconda della qualità dei partiti, risentono del declino dei partiti @formichenews

Pubblichiamo alcuni paragrafi del Cap. 1 Costruire una democrazia, e mantenerla del libro di Gianfranco Pasquino, Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021).

Le democrazie che abbiamo conosciuto e conosciamo sono “democrazie di partiti”. In effetti, le democrazie nascono con i partiti e funzionano più o meno bene a seconda della qualità dei partiti, quindi, risentono negativamente del declino dei partiti

Capitolo 1 Costruire una democrazia, e mantenerla

Illusorio credere che la democrazia italiana variamente intesa e praticata dai protagonisti potesse essere rinnovata attraverso cambiamenti particolaristici e episodici nelle regole, nei meccanismi, nelle strutture costituzionali. Attraverso una serie di riflessioni e considerazioni tutt’altro che lineari e assolutamente prive di riscontri comparati, furono alcuni politici e alcuni studiosi collocati nel centro-sinistra a segnalarsi nella ricerca alquanto confusa delle modalità per giungere alla democrazia maggioritaria, bipolare, dell’alternanza, ritenuta semplicisticamente la democrazia migliore. L’illusione diventava ancora più profonda quando i suoi proponenti facevano riferimento all’inimitabile modello Westminster caratterizzato, a loro parere, da un Premierato “forte” (l’inesistente strong Premiership), talvolta definito, erroneamente, elettivo. Che la maggior parte delle democrazie dell’Europa occidentale fosse/sia fondata su governi di coalizione, ai quali danno vita una molteplicità di partiti disponibili ad accordi non precostituiti dal bipolarismo, e che una vera e propria alternanza fra una coalizione di governo che viene sostituita nella sua interezza da un’altra coalizione nessuna delle cui componenti aveva avuto un precedente ruolo di governo nella coalizione sconfitta, fosse piuttosto rara, sfuggiva, sembrava non interessare, comunque, non conduceva alle necessarie revisioni analitiche e valutative. Gravi sono le responsabilità degli intellettuali tecnici, in particolare, di molti docenti di diritto costituzionale, nel perpetuare questo serio errore, ma anche altri, ad esempio, quello, più grave, dell’esistenza di una qualsivoglia elezione popolare del capo del governo nelle democrazie parlamentari.

   Non restava che tentare un’operazione di alta politica: dare vita ad un partito le cui dimensioni e le cui propensioni consentissero di imporre quel tipo di desiderata democrazia. Gli ex-democristiani e gli ex-comunisti avevano visto le loro due chiese (copyright Francesco Alberoni), non rinnovate dai rispettivi vescovi e monsignori, perdere i fedeli e affievolirsi l’intensità delle loro credenze. Che da credenze deboli potesse nascere un partito che si giovasse di una ondata di entusiasmo, quello che, per restare con Alberoni e soprattutto con Max Weber, produce e caratterizza i grandi movimenti collettivi fino, talvolta, a portarli all’istituzionalizzazione, appariva quantomeno improbabile. E stupisce come gli ideologi del Partito Democratico, fra i quali colloco il political economist Michele Salvati … e il sociologo politico, poi Ministro della Difesa, Arturo Parisi, potessero appoggiare senza riserve un’operazione di ceto politico che nella pratica ammontò a una fusione a freddo (espressione usata da quasi tutti i commentatori)

….

   Le democrazie che abbiamo conosciuto e conosciamo sono “democrazie di partiti”. In effetti, le democrazie nascono con i partiti e funzionano più o meno bene a seconda della qualità dei partiti, quindi, risentono negativamente del declino dei partiti. L’affrettata fusione che portò al Partito Democratico non avrebbe dovuto impedire una riflessione, possibile con le molte conoscenze disponibili, sulle modalità con le quali nascono i partiti. Volendo, la Francia offriva una pluralità di casi, anche molto diversi fra loro, per esempio, da un lato, il partito gollista; dall’altro, il Parti Socialiste (1971) di Mitterrand. Nessuna comparazione, nessun insegnamento: il PD uscì bell’e fatto dalla testa di pochi dirigenti politici che vi si aggrapparono quasi per disperazione. Non ha finora superato i suoi limiti costitutivi. Anzi, le sue difficoltà hanno offerto grandi opportunità ad esperimenti, come il Movimento 5 Stelle, la cui parabola non sarebbe altrimenti comprensibile.

….

   Se i partiti, anche i partiti pigliatutti che grazie al loro bassissimo tasso di pensiero politico-ideologico, possono rivolgersi indiscriminatamente a quasi tutti gli elettori, sono la democrazia che si organizza, la loro dis-organizzazione diventa subito un problema democratico. Con la disgregazione dei partiti che avevano costruito e fatto funzionare la prima lunga fase della Repubblica, è ovviamente caduta la partitocrazia, ma non sono scomparse tutte le sue manifestazioni pratiche. Unitamente ai rischi di una transizione senza precedenti, si sono presentate opportunità di trasformazione migliorativa che nessuno dei protagonisti politici e intellettuali ha finora saputo sfruttare.

   Negli anni venti del terzo millennio, non esiste in Italia nessun pensatore democratico all’altezza di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, vale a dire, in grado di offrire gli orientamenti indispensabili al funzionamento di una democrazia esposta alle sfide congiunte del populismo e del sovranismo. Si è (dis)perso anche il pensiero federalista europeo che Altiero Spinelli argomentò con impegno e passione fino alla sua morte nel 1986. Trincerarsi dietro difficoltà analoghe di funzionamento e di prestazioni di altre democrazie, le quali, peraltro, si trova(va)no a livelli qualitativi più elevati, non avvicina la soluzione ai problemi italiani. Sarebbe persino esagerato e lusinghiero sostenere che gli intellettuali italiani discutano finemente di una democrazia sospesa fra decisionismo, governabilità e rappresentatività. È il vuoto del pensiero politico democratico che appare preoccupante. Pur del tutto doverose, le critiche al populismo … sono spesso banali, ripetitive e confuse. Comunque, la democrazia non è semplicemente l’opposto del proteiforme populismo. La ricomparsa esile di un pensiero sovranista non è finora servita a precisare le relazioni fra la democrazia italiana e la democrazia nell’Unione Europea. La ricerca, pure necessaria e raccomandabile, di rimedi e soluzioni in termini di regole, meccanismi e istituzioni… è destinata all’insuccesso se non nasce e non persegue un’idea di democrazia possibile e auspicabile. Venuta meno, non per un successo che non ci fu, la ricerca, peraltro impostata in maniera discutibile, della democrazia compiuta, che cosa sostituirvi è un interrogativo rimasto finora privo di risposta. 

Pubblicato il 28 febbraio 2021 su formiche.net