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Premio, risarcimento, roulette: la presidenza della Repubblica #Quirinale @DomaniGiornale


La Presidenza della Repubblica italiana non è un premio da attribuire ad una più o meno prestigiosa carriera politica (né tecnocratica) fermo restando che bisognerebbe esplicitarne i criteri di valutazione. Non può essere intesa neppure come un risarcimento per torti (quali?) subiti che verrebbero raddrizzati con l’ascesa al Quirinale. Non deve essere proposta sulla base di aspettative contingenti, ad esempio, eleggere chi scioglierà più o meno immediatamente il Parlamento oppure chi vuole che la legislatura continui fino alla sua scadenza naturale. Nessuno/a dei Costituenti accetterebbe mai una qualsiasi di queste motivazioni. Tutti si riconoscerebbero nei principi messi a fondamento della Presidenza, del suo ruolo, dei suoi poteri. Nessuno prescinderebbe dalla richiesta che chi ha funzioni pubbliche deve “adempierle con disciplina e onore” (art. 54) che vale tanto per il futuro quanto per il passato.
Fuori dai retroscena che troppo spesso inquinano il dibattito politico e vengono usati per manipolare l’opinione pubblica, la domanda giusta è chi, nella classe politica, ma eventualmente anche fuori, possa essere ritenuto capace di svolgere gli impegnativi compiti che la Costituzione attribuisce al Presidente. Alla carica politica e istituzionale più elevata la Costituzione chiede, anzitutto, di rappresentare “l’unità nazionale” (art. 87). Questa unità deve ispirare e informare l’esercizio di tutti gli importanti poteri istituzionali e politici a sua disposizione. Il Presidente non scioglierà il Parlamento a richiesta di nessun gruppo nel perseguimento di qualche opportunità politica. Tuttavia, non rifiuterà lo scioglimento se la maggioranza in quel Parlamento traballa, traccheggia e visibilmente ha perso qualsiasi operatività. Il Presidente non nominerà capo del governo colui/colei il cui partito ha ottenuto il maggior numero di voti a meno che la richiesta gli sia sottoposta dai leader dei partiti che assicurano la formazione di una coalizione di governo in grado di durare combinando stabilità politica e efficacia decisionale.
Il Presidente, va ricordato ai grandi elettori e ai più o meno grandi commentatori, è colui che opera complessivamente avendo di mira, vera stella polare, l’equilibrio del sistema politico e la sua trasformazione secondo i desiderata della maggioranza parlamentare, dei rappresentanti che sono gli unici ad avere ricevuto un mandato popolare. Non da oggi, a questi compiti abbiamo imparato che se ne deve aggiungere un altro particolarmente significativo: mantenere un legame con l’Unione Europea trasmettendo il messaggio essenziale e potente che l’Italia è uno stato-membro che adempie ai suoi compiti e agisce per rafforzare e democratizzare le istituzioni dell’Unione e i suoi spesso complessi e confusi processi decisionali. Non credo di essere troppo esigente se suggerisco e chiedo che la discussione su chi abbia i titoli per aspirare alla Presidenza della Repubblica tenga in massimo conto la Costituzione italiana e i rapporti con l’Europa. Nessuna roulette produrrà una scelta soddisfacente.
Pubblicato il 27 ottobre 2021 su Domani
Oltre la pandemia, l’Unione Europea cresce e avanza
Ieri, in seduta solenne di fronte al Parlamento europeo, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha tenuto il discorso annuale sullo stato dell’Unione. Nonostante la pandemia, anzi proprio per questa sfida, contrariamente a quello che sostengono i troppi profeti del malaugurio, l’Unione ha risposto efficacemente e ha già iniziato una ripresa economica crescendo tassi superiori a quelli degli USA e della Cina. La Presidente ha sottolineato quanto fatto sul piano delle vaccinazioni, ma anche della distribuzione dei vaccini ai paesi non europei che non hanno bisogno. Poi, ha chiarito quali politiche l’Unione formulerà per l’ambiente e per la digitalizzazione. Infine, ha annunciato un nuovo programma ALMA che mira ad aiutare i giovani che non lavorare e non studiano a trovare un’occupazione in qualsiasi paese dell’Unione, un po’ come i giovani più fortunati possono, grazie al programma Erasmus, studiare nelle Università europee che preferiscono.
L’elemento problematico del quadro complessivamente e documentatamente positivo è costituito dalla debolezza della presenza dell’Unione sulla scena mondiale. Quanto è avvenuto in Afghanistan non può essere e non sarà dimenticato poiché la sue conseguenze, non soltanto riguardo ai profughi e ai rifugiati, ma anche con riferimento ai diritti, in particolare delle donne afghane, sono destinati a durare molto a lungo. Giustamente, von der Leyen, già Ministro della Difesa in Germania, ha sottolineato che l’Unione deve dotarsi di una politica estera e di difesa effettivamente comuni. L’Alto Rappresentante è destinato a contare poco, se, da un lato, su entrambe le materie nel Consiglio dei Ministri sono necessari voti all’unanimità e se l’Unione non si attrezza con un contingente militare di una dimensione all’altezza della sfida.
Quasi contemporaneamente, partecipando ad una riunione di una quindicina di capi di Stati europei, il Presidente Mattarella, da sempre convinto europeista, ha a sua volta ribadito la necessità di una politica estera e della difesa comune e criticato la persistenza delle votazioni che richiedono l’unanimità. Salvaguardia per i paesi più piccoli, l’unanimità si è trasformata in uno strumento di blocco e addirittura di ricatto spregiudicatamente minacciato (e usato) da alcuni paesi, in particolare del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), ma non solo. Attribuendo enorme potere anche ad un solo Stato contro una maggioranza anche molto ampia, l’unanimità non è una modalità democratica. L’Unione è riuscita a funzionare, talvolta a bassi e lenti livelli di rendimento, nonostante la necessità di voti all’unanimità su alcune materie, fra le quali, l’immigrazione, la politica fiscale e la revisione dei Trattati. Una maggiore e migliore integrazione dell’Unione Europea, oltre alla grande pazienza e intelligenza degli europeisti, richiede nuove procedure decisionali. È lecito augurarsi che sarà la Commissione presieduta da Ursula von der Leyen a procedere con successo nella giusta direzione.
Pubblicato AGL il 16 settembre 2021
Tu sì que vales: classe dirigente

Sono sicuro che, affascinati dai molti pensosi editoriali(sti) del Corriere della Sera, molti di voi stanno mettendo a buon frutto le vacanze. Il tema è chiarissimo: “come creare una nuova classe dirigente”. Lo svolgimento si preannuncia complicato assai, ma, niente paura, condivido con voi quello che so, anche grazie alla scienza politica e al metodo comparato. Escluso che la nuova classe dirigente possa provenire dai giornalisti, nonostante le posizioni di rilievo acquisite in politica da Toti, Mulé, Cangini e nel passato, fra gli altri, da Antonio Polito, Minzolini, Lilli Gruber, dovremmo guardare, esempio di comparazione intertemporale, all’Italia del 1945-48 e almeno alla Francia di quel periodo e successivamente. Le biografie professionali e le esperienze personali dei componenti delle classi dirigenti sono figlie dei tempi, ma anche dei modi. Lo furono per i Costituenti italiani e per i compagnons de la Résistance di de Gaulle. Si temprarono nella ricostruzione, anche per imprenditori e sindacalisti, e nella Guerra Fredda. Furono selezionate in una situazione fortemente conflittuale.
Non basteranno, dunque, le esortazioni che, spesso, sembrano venire da chi è convinto di essere già classe dirigente. Sarà necessario guardare ai luoghi e ai nuovi tempi. Luogo principe di formazione di una relativamente piccola parte della classe dirigente è certamente la Banca d’Italia. Trasmissione di conoscenze, selezione in base al merito, senso civico, patriottismo e visione europea. Naturalmente, tutto questo serve, ma non basta e non è imitabile. Il resto dobbiamo cercarlo guardando a quello che non è, a cominciare dai partiti. Da tempo, la classe dirigente non viene più dalle organizzazioni partitiche, non a causa di un destino cinico e baro, ma perché nessuno ha ricostruito le culture politiche inabissatesi intorno al 1989, e perché le scuole di partito non hanno la minima idea di quello che dovrebbero insegnare diventando meste passerelle di dirigenti esibizionisti. Inoltre, nelle elezioni prevale la pratica della cooptazione, notoriamente mai orientata alla selezione dei migliori che, quando tali effettivamente sono, fanno ombra e vogliono esercitare autonomia. L’assenza di competizione è dominante all’interno dei sindacati, ma più in generale riguarda l’intero sistema sociale e culturale. Respingere qualsiasi modalità di valutazione dell’operato, a cominciare dalla scuola, università compresa, deprime i migliori e non fa affatto crescere gli ultimi. Non basta non “lasciare indietro nessuno”. Bisogna premiare chi sa andare avanti ispirando e trainando, anche con la forza dell’esempio, molti altri.
Oggi il luogo principe della competizione e dell’emulazione è l’Unione Europea. La nuova classe dirigente sarà quella preparatasi in scambi di vario titolo e durata con gli altri Stati-membri, in programmi come l’Erasmus, in tirocini internazionali, in gruppi di ricerca multinazionali. Conoscere la storia, anche della scienza, e le lingue è la premessa di qualsiasi attività a livello europeo, di qualsiasi crescita culturale, di qualsiasi spirito di corpo. Non saranno i 200 miliardi e più di Euro che vengono da Bruxelles a fare uscire in Italia una nuova classe dirigente come Minerva dalla testa di Giove, ma l’opportunità è grande nonché irripetibile. Su quel terreno di investimenti e di riforme si possono misurare le competenze, le si possono premiare e possono nascere comunità di intenti e di valori che fanno una classe dirigente. Hic Bruxelles hic salta.
Pubblicato il 29 luglio 2021 si PARADOXAforum
Gli intellettuali europei non si occupano più d’Europa #CoFoE @DomaniGiornale
Con una (in)certa regolarità gli intellettuali vengono (giustamente) criticati per i documenti che firmano, per le frasette che twittano, per quello che dicono nei salotti televisivi. Spesso sono intellettuali contro intellettuali. Qui, invece, indirizzerò il tiro della critica ad un loro grave silenzio, quello che riguarda l’Unione Europea, l’Europa. Domenica 9 maggio, 71esimo anniversario della dichiarazione del Ministro degli Esteri francese Robert Schumann che portò alla nascita della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio (CECA), prenderà il via una ambiziosa Conferenza sul Futuro dell’Europa. La Commissione europea intende così perseguire gli obiettivi di “coltivare, proteggere, rafforzare la democrazia europea”, mirando a coinvolgere al massimo i cittadini europei in una molteplicità di modi, fino a forme di democrazia deliberativa che ne incoraggino e valorizzino la partecipazione e l’influenza sulle decisioni europee. Non ho letto, non ho sentito, non ho visto commenti rilevanti ad opera degli intellettuali europei. Non ne sono sorpreso.
Sono passati tantissimi anni da quando il grande studioso Raymond Aron, tanto raffinato quanto scettico, scrisse il libro In difesa di un’Europa decadente (Mondadori 1978) criticando più o meno indirettamente i suoi colleghi non solo francesi. Probabilmente, l’esempio più alto di discussione fra intellettuali pubblici e di analisi e proposta fu scritto dal sociologo Ralf Dahrendorf, tedesco, e dagli storici François Furet, francese, e Bronislav Geremek, polacco: La democrazia in Europa (Laterza 1992). L’assenza di un intellettuale italiano non è causale, ma riflette lo stato dell’arte. I grandi intellettuali italiani si sono sostanzialmente disinteressati dell’unificazione politica europea, che, pure, è un evento di portata “epocale”. Studiosi certamente tutt’altro che provinciali, presenti e famosi sulla scena europea, frequentemente invitati a importanti convegni, come Umberto Eco, Norberto Bobbio, Giovanni Sartori, non hanno dedicato nessuno studio specifico alla cultura e alla politica europea. Difficile spiegare il loro disinteresse. Hanno dato per scontato il processo di unificazione europea? Erano delusi dalla sua apparente lentezza? Non ne ritenevano importanti le acquisizioni in materia di pace, di diritti, di democrazia che motivarono l’assegnazione all’Unione Europea del Premio Nobel per la Pace nel 2012?
Neanche i grandi scrittori italiani, faccio solo due esempi: Leonardo Sciascia e Claudio Magris, hanno dedicato la loro attenzione letteraria e culturale e le loro non rare prese di posizione politica alla discussione dell’Europa che c’è, alla progettazione dell’Europa che vorrebbero. Questa assenza degli intellettuali che riflettano sull’Europa, che contribuiscano al dibattito pubblico, che arricchiscano il discorso su quel che viene fatto bene, non viene fatto, è stato fatto male, non riguarda, però, soltanto gli italiani. Ė possibile sostenere che l’ultimo grande influente intellettuale che si confronta con l’Europa, che ha una certa idea di Europa è l’ultranovantenne sociologo e filosofo tedesco Jürgen Habermas. Mi viene in mente soltanto un altro nome, quello del saggista Timothy Garton Ash, di Oxford, autore di notevoli libri sulle opposizioni nei regimi comunisti dell’Europa centro-orientale e sull’imperfetta transizione di quei paesi alla democrazia. La Conferenza sul Futuro dell’Europa avrà tanto più successo quante più idee entreranno in circolazione. Ė una grande opportunità anche per gli intellettuali europei di dimostrare che intendono e sanno contribuire ad un futuro migliore.
Pubblicato il 5 maggio 2021 su Domani
Ripresa, resilienza e fiducia #RecoveryPlan #PNRR
Piano di ripresa e resilienza è quanto il governo Draghi ha stilato per ottenere gli ingenti fondi messi a disposizione all’Italia dall’Unione Europea. Sono 191 miliardi e mezzo di Euro più 30 miliardi aggiunti dallo Stato italiano. Presentando, finalmente, “in zona Cesarini”, il documento di 330 pagine ai parlamentari che l’hanno ricevuto soltanto domenica alle 14.30, Draghi ha chiarito con sobrietà e precisione per quali interventi, con quali obiettivi e come quei fondi saranno indirizzati e utilizzati. Ha anche generosamente riconosciuto al governo del suo predecessore, Giuseppe Conte, di avere fatto gran parte del lavoro sul quale si basa il documento che diventerà definitivo dopo il dibattito e l’approvazione parlamentare. I diversi settori ai quali destinare i fondi sono sostanzialmente interconnessi. In estrema sintesi, la transizione non più rinviabile ad una economia verde richiede conoscenze specifiche e quindi acquisizione di nuove competenze. In una (in)certa misura queste competenze saranno meglio ottenute e poste all’opera attraverso tutti i processi possibili di digitalizzazione e costantemente monitorati e revisionati. Pertanto, sarà indispensabile investire in maniera molto ampia nei settori dell’istruzione, della formazione e aggiornamento professionale, e della ricerca. Soltanto nuove efficienti infrastrutture miglioreranno l’economia e la vita del paese. Una giustizia con tempi rapidi è indispensabile e contribuisce alla ripresa non scoraggiando gli operatori economici che in Italia vorrebbero investire. La burocrazia, sia soprattutto a livello nazionale sia a livello regionale, ha un ruolo importantissimo nell’attuazione delle riforme. Dunque, deve essere rapidamente riformata e messa alla prova.
Draghi non si è limitato a presentare in maniera molto convincente tutti i progetti del Piano di Ripresa e di Resilienza. Ne ha evidenziato gli obiettivi civili e sociali. In sostanza, quei progetti serviranno a ridisegnare l’Italia. Daranno opportunità ai giovani, favoriranno le famiglie, ridimensioneranno fino a farlo scomparire il divario, economico e sociale, fra uomini e donne. Poiché il 40 per cento di quei fondi andranno in investimenti al Sud, dovranno ridurre le differenze Nord e Sud non soltanto perché la crescita del Sud è utile al rilancio del paese, ma perché la coesione territoriale è importante in sé. Pone rimedio a gravi squilibri passati, recenti, attuali.
Pur conscio della gravità dell’occasione, Draghi ha lasciato trasparire un po’ di autoironia, ma soprattutto ha voluto concludere con parole di grande (no, non scriverò “eccessiva”) fiducia negli italiani. Sono parole che è opportuno citare per esteso: “Sono certo che l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità, gli interessi costituiti. Questa certezza non è sconsiderato ottimismo, ma fiducia negli Italiani, nel mio popolo, nella nostra capacità di lavorare insieme quando l’emergenza ci chiama alla solidarietà, alla responsabilità”. Personalmente, non mi resta che plaudire e sperare che Draghi abbia ragione.
Pubblicato AGL il 27 aprile 2021
Democrazia, élites, popoli #18aprile Meeting Point Federalista

L’analisi della crisi di civiltà, premessa del Manifesto federalista, implica una riflessione sulle cause che portarono alla crisi delle democrazie europee e all’instaurarsi dei regimi totalitari di massa negli anni Venti e Trenta del Novecento. Di fronte alle folle oceaniche acclamanti il Duce, all’elezione di Hitler nel 1933 e alla votazione plebiscitaria della Saar in favore della Germania nazista nel 1935, era difficile conservare fiducia in una visione semplicistica della democrazia che attribuiva al popolo tutte le virtù e la capacità d’intendere il suo «vero bene». Ma anche le esperienze compiute nei regimi di più lunga tradizione democratica, che avevano resistito alla marea totalitaria, mostravano la fragilità della democrazia, mai raggiunta una volta per tutte e sempre sotto attacco da parte di forze reazionarie, ceti privilegiati, interessi corporativi, movimenti populisti. Benché il contesto sia oggi mutato e molto più complesso, i rischi per la democrazia restano gli stessi, mentre si continuano a definire “democrazie” anche regimi illiberali per il solo fatto che sono stati votati, anche se non rispettano lo stato di diritto. C’è dunque l’urgenza di riflettere sulla natura della democrazia, sulle relazioni tra classe politica e cittadini, fra élites e popolo(i), e su come costruire un’autentica democrazia sovranazionale.
Democrazia, élites, popoli
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna, socio dell’Accademia dei Lincei, senatore della Repubblica per tre legislature. Tra le sue recenti opere ricordiamo: L’Europa in trenta lezioni, 2017; Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader, 2018; Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica, 2019; Minima Politica. Sei lezioni di democrazia, 2020; Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, 2021.
Antonio Argenziano, segretario nazionale della Gioventù Federalista Europea
Introduce per il MPF:
Marco Zecchinelli (MPF), militante federalista, segretario della sezione MFE di Pesaro-Fano
La registrazione è gratuita su Eventbrite.
Non è solo una sedia quello che manca all’Unione Europea
Quel video con due uomini bianchi che si appropriano delle due sedie disponibili nell’ampia sala e con una donna che, molto perplessa, si accomoda su un sofà, rivela molte verità. C’è il maschilismo palesemente esibito dal presidente turco Erdogan oppure, se preferite, dal suo cerimoniale, ma da lui evidentemente approvato. C’è un maschilismo subliminale, appena mascherato dall’imbarazzo, del Presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, non pronto a porvi rimedio. Benvenute sono le sue tardive scuse: “immagine disastrosa”, nella speranza che non ci sia una prossima volta. C’è, però, soprattutto, l’aperta manifestazione del potere politico di Erdogan inteso a dimostrare che decide lui come rapportarsi all’Unione Europea, quell’Unione Europea che ne critica senza abbastanza convinzione i molti tratti di autoritarismo. Erdogan ha fatto vedere che lui ha la scimitarra dalla parte del manico. A due giorni dall’evento tutti, meno il Presidente turco, cercano di fornire interpretazioni più o meno diplomatizzate, abborracciate. Tutti meno uno.
Nella sua conferenza stampa, il Presidente del Consiglio Mario Draghi non ha avuto dubbi: Erdogan è un dittatore. Condivido la valutazione di Draghi, ma le autorità europee hanno subito preso qualche distanza dalla frase di Draghi poiché debbono fare i conti con due debolezze strutturali. La prima è che hanno bisogno di Erdogan per affrontare il problema degli intensi e incessanti processi di migrazione dal Medio-Oriente, in particolare dalla Siria. L’UE ricompensa lautamente Erdogan per la sua “accoglienza”, per il suo ruolo di cuscinetto. Non avendo finora saputo elaborare una politica comune e adattabile a fronte di una emigrazione gonfiata da guerre in corso, l’Unione si affida a un dittatore esoso. La seconda ragione delle difficoltà dell’Unione è che non sa come fare rispettare fino in fondo tutti gli elementi dello stato di diritto, della rule of law, neppure al suo interno, come dimostrano le incertezze nei confronti delle palesi violazioni da parte dei capi di governo ungherese e polacco (di recenti omaggiati da Salvini).
Non impeccabile, non senza macchia, non coesa, l’Unione Europea non può neppure essere senza paura. Draghi l’ha richiamata alla dura realtà, ma come trattare con i dittatori è un problema per il quale le democrazie e i loro governi non hanno mai trovato una soluzione condivisa. I principi morali sono di difficile e spesso costosa applicazione. Al proposito, c’è un altro inconveniente. Nonostante l’esistenza di un Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, gli Stati-membri dell’Unione continuano ad andare in ordine sparso. Questo rende possibile ai dittatori dotati di qualche preziosa risorsa di fare il gioco sporco. Un’Unione più solida e convinta sarebbe non soltanto in grado di dare una risposta più dura a Erdogan, ma anche a acquisire un ruolo internazionale più incisivo e più fruttuoso. Non sono affatto sicuro che il pure grave episodio della sedia negata riesca a spingere in quel senso.
Pubblicato AGL il 10 aprile 2021
La sedia manca perché l’Europa è debole @HuffPostItalia

Il protocollo c’entra come la tipica zuppa turca a merenda. Michel si è fatto goffamente sorprendere. Non ha saputo prontamente reagire. Si è dimostrato subalterno al sultano. Non ho dubbi che David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, avrebbe prontamente ceduto il posto a Ursula von der Leyen. Mi avventuro nell’onirico e dico che avrebbe potuto farlo lo stesso Erdogan, magari ordinando di predisporre tre sedie invece di due. No, il messaggio che Erdogan voleva mandare è stato chiarissimo. I due leader dell’Unione europea andavano a chiedere conto della non ratifica della Convenzione di Istanbul “sulla prevenzione e sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”. Decine di migliaia di donne turche avevano già manifestato contro la mancata firma di Erdogan. Alla repressione di quelle manifestazioni Erdogan ha aggiunto impassibile anche uno sgarbo istituzionale certamente premeditato. Se, poi, i responsabili del protocollo dell’Unione erano stati consultati e avevano accettato quelle disposizioni senza discuterne con la Presidente della Commissione e del suo staff, meglio procedere subito alla loro sostituzione.
Nel frattempo, è assolutamente opportuno andare più a fondo per capire le motivazioni, non soltanto naturalmente sessiste, dei comportamenti e delle omissioni di Erdogan. Gran parte della sua plateale convinzione di impunità è il prodotto della geopolitica che lo favorisce, ma che non è immutabile. La Turchia ha costituito lo scudo, peraltro lautamente ricompensato, alle ingenti ondate migratorie provenienti prevalentemente dalla in-finita guerra civile in Siria (e dai conflitti nei paesi limitrofi). Erdogan ha dimostrato di saperne profittare ovvero di trarne grandi profitti. La debolezza della politica estera dell’Unione Europea, che dipende dal mancato coordinamento poiché alcuni stati-membri non intendono rinunciare alla loro indipendenza di comportamenti (che, peraltro, non li porta lontano), ha fatto il resto.
Non sarà l’aggiungere una sedia al tavolo di qualsiasi incontro con gli autocrati medio-orientali, mentre lanciano il loro personale rinascimento, a cambiare la situazione. Ma, certamente, non sarà neppure concedere il beneficio di un improponibile dubbio che contribuirà a costruire un ordine politico accettabile in quanto non basato su discriminazione e repressione. Più che altrove è proprio in Turchia e nel Medio-oriente che migliorare la condizione delle donne promette una trasformazione positiva complessiva e di lungo periodo. Quella sedia mancante deve essere considerata la molla per politiche coordinate lungimiranti.
Pubblicato il 8 aprile 2021 su huffingtonpost.it
Salvini è problematico
Trascinato controvoglia nel governo Draghi dal suo più stretto collaboratore, Giancarlo Giorgetti, diventato Ministro dello Sviluppo Economico, e consapevole che parte del suo elettorato non soltanto nel Nord ha un forte interesse a mantenere rapporti intensi e profittevoli con l’Unione Europea, Salvini si sente comunque a disagio. Sarebbe molto banale pensare che il suo disagio derivi soprattutto dalla competizione dura e pura di Giorgia Meloni, a capo dell’unica opposizione rimasta nel Parlamento italiano. Salvini sa che è la Lega il collante indispensabile al centro-destra per vincere le prossime elezioni. Il vero problema è che non riesce a nascondere non tanto le sue emozioni, ma le propensioni politiche che gli hanno consentito di ottenere un consenso elettorale senza precedenti e, almeno nei sondaggi, persino di farlo crescere. Anche quando fu ministro degli Interni, Salvini interpretava il suo ruolo come “di lotta e di governo”. A maggior ragione oggi deve ritagliarsi uno spazio nel quale offrire rappresentanza a gran parte di coloro che sono insoddisfatti delle politiche anti-Covid del governo. Il gioco è facile e francamente Salvini se la gode, ma la protesta, non importa quanto fondata e quanto contraddittoria, sta tutte nelle sue corde di populista.
Le sue frequentazioni europee, proprio quelle che Giorgetti reputa dannose e controproducenti, derivano da una visione dell’Unione Europea che Salvini ha maturato da tempo, e che, con termine politichese, gli viene dalla pancia. Quelle che lui definisce “amicizie polacche e ungheresi” dipendono da un comune sentire. Il video dell’incontro con Salvini apparentemente emozionato e quasi scodinzolante insieme a due capi di governo, il marpione di lungo corso Viktor Orbán e lo spregiudicato Mateusz Morawiecki, è parte di un tentativo di trovare alleati in grado di aiutarlo, ma per quali politiche? Per definizione, i “sovranisti” pensano essenzialmente agli interessi dei loro paesi. Quelli ungheresi e polacchi convergono fra loro, ma certamente non saranno d’aiuto a chi sosterrà “prima gli italiani”. L’attivismo di Salvini copre l’assenza di elaborazione politica mentre i temi suoi cavalli di battaglia, a cominciare dall’immigrazione, stanno perdendo di importanza agli occhi degli elettori italiani. I dati continuano a ribadire che le aperture non sono ancora possibili a Covid tutt’altro che sconfitto. I veri “Ristori” del futuro arriveranno grazie ai fondi europei se sapremo utilizzarli in maniera rapida e efficiente, non dagli strepiti di Salvini. Al momento, il leader della Lega costituisce una presenza ambigua in un governo a maggioranza certamente troppo allargata. In quella maggioranza, con le sue continue richieste di vaccinazioni accelerate e riaperture anticipate, sfida e incrina il necessario tentativo di tenere unita e disciplinata una cittadinanza che combatte il Covid in maniera già non sufficientemente convinta e disciplinata. Salvini è parte non della soluzione, ma del problema.
Pubblicato AGL il 7 aprile 2021


