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Lo stile di governo di Giuseppe Conte
Troppo impegnati a criticarlo, a darlo per spacciato e a suggerire (impraticabili) alternative la maggioranza dei commentatori italiani non riesce a capire perché il modo di governare di Conte funziona in modo soddisfacente ed è premiato dai sondaggi. Oramai da quasi un anno più del 50 per cento degli italiani (il 57 secondo il sondaggio Ipsos pubblicato una settimana fa dal “Corriere della Sera”) esprime il suo gradimento per l’operato di Conte e il 49 per cento per quello del governo. Tutti gli altri dirigenti dei partiti sono nettamente staccati, distanti più di 20 punti. Ciò rilevato, è possibile pensare che il governo guidato da Conte abbia commesso errori nell’affrontare la pandemia, che alcuni provvedimenti arrivino in ritardo, che, forse, l’Italia non si sta preparando adeguatamente per ottenere gli ingenti stanziamenti dall’Unione Europea, ma quasi nulla di tutto questo sembra scalfire il gradimento di Conte. Imperterriti gli editorialisti scrivono delle difficoltà di Conte e lo danno al capolinea, ma al dunque, ovvero quando qualcuno, come Renzi, tira troppo la corda, Conte riesce a rimettere ordine nella sua composita coalizione di governo e a continuare. La crisi preannunciata viene rimandata nel tempo, sempre un po’ più in là.
Sono questi rinvii ad essere considerati esiziali dai critici e dagli oppositori di un Premier che dovrebbe essere forte, “decisionista” per usare una parola degli anni ottanta. Quando Conte decide, ad esempio, emanando i famosi/famigerati DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) viene curiosamente e davvero fuori luogo accusato di autoritarismo. La verità è che l’avvocato Giuseppe Conte ha dimostrato una inaspettata e imprevedibile capacità di apprendimento rivestendo la sua carica. Probabilmente, la pazienza fa parte del suo carattere, ma ha saputo metterla a buon frutto, mai rispondendo frettolosamente né alle critiche né agli avvenimenti. Nei rapporti sia con le associazioni sia con gli altri dirigenti politici ha posto in essere una strategia di stampo democristiano: la mediazione. Quando tutti, in maniera più o meno (ad esempio, il Presidente della Confindustria Bonomi e il leader della Lega Salvini) garbata, hanno formulato le loro posizioni e avanzato i loro, finora non brillanti, suggerimenti, Conte ha cercato e trovato il punto di equilibrio che non necessariamente sta in mezzo, ma tiene conto del diverso peso delle richieste. Se no, rinvia, come sta facendo con l’attuazione del MES per spese sanitarie dirette e indirette al quale si oppone “teologicamente” il Movimento 5 Stelle, ma che finirà per esigere un’accelerazione. Difficile dire se il modo di governare di Conte è il migliore possibile. Forse sì, nelle condizioni date. Soprattutto, come prova il vano e poco originale appello rivolto dai commentatori a Mario Draghi, nessuno sa dire chi altri e come garantirebbe oggi prevedibilmente esiti preferibili a quelli ottenuti da Conte in Italia e nell’Unione Europea. Conte va.
Pubblicato AGL il 24 dicembre 2020
Il conferimento della Legion d’Onore al dittatore egiziano Al-Sisi viola uno dei più alti principi a fondamento dell’Unione Europea #GiulioRegeni #PatrickZaki
Corrado Augias ha compiuto un gesto meritevole del nostro più vivo apprezzamento. Ha restituito la Legion d’Onore all’ambasciata di Francia a Roma in protesta contro il conferimento della stessa onorificenza al dittatore egiziano Al-Sisi. Dal canto suo, il Presidente Macron ha platealmente violato uno dei più alti principi a fondamento dell’Unione Europea: protezione e promozione dei diritti delle persone. Macron è certamente al corrente del rapimento, tortura e assassinio di Giulio Regeni. La politica estera non si svolge all’insegna di valori morali, ma non può, non deve calpestarli per scambi commerciali e prestigio nazionale.
Quer pasticciaccio brutto sul MES
Nei pre-annunci di voto sulla riforma del Meccanismo Economico di Stabilità, gli attori (sì, uso proprio questa parola per dare il senso di uno spettacolo) politici italiani stanno, con qualche eccezione, dando il peggio di sé. In alcuni, a cominciare da Berlusconi e da diversi parlamentari pentastellati, c’è tattica: dimostrare che esistono. Ottenuto quel che voleva per Mediaset, mai convintamente europeista, Berlusconi ha preferito ricongiungersi ai sovranisti coerenti Salvini e Meloni dicendo no al MES riformato. Poiché è (im)pura tattica, probabilmente Berlusconi riluciderà la sua immagine ribadendo il suo sostegno al MES solo per spese sanitarie dirette e indirette. La tattica dei dissidenti pentastellati serve a evidenziare che, pur non essendo pochi, non hanno ottenuto cariche significative nel Movimento. Oltre, verso una strategia non sanno e non possono andare. L’unico che ha una strategia è il Presidente del Consiglio che gode anche del sostegno delle riconosciute qualità di autorevolezza e credibilità in Europa del Ministro dell’Economia Gualtieri. La rotta è quella dell’Europa. Bisogna tenere la barra diritta. Lasciare che gli oltranzisti si sfoghino tanto non hanno nessuna alternativa praticabile. Una rottura sull’Europa non sarebbe affatto apprezzata dal Presidente della Repubblica. Dietro l’angolo, piuttosto spigoloso, non c’è nessuna maggioranza, nessuna prospettiva. Le posizioni ideologiche pentastellate non contengono una visione strategica. Sono imbarazzanti e paralizzanti.
Infine, c’è la drammatica perdita di memoria persino riguardo ad avvenimenti recentissimi. Qualcuno, anzi, molti, nell’Amministrazione pubblica e nelle numerose, forse troppo, squadre apposite messe al lavoro da Conte (e sperabilmente coordinate da lui e da pochissimi collaboratori) è al difficile lavoro di preparare piani operativi per investire gli ingenti fondi, 209 miliardi di Euro, più di qualsiasi altro Stato-membro dell’Unione Europea, in parte prestiti, in parte molto consistente sussidi, assegnati all’Italia. Sembra assurdo che nessuno dei contendenti italiani che obietta alla riforma del MES si renda conto che tanto la posizione di rifiuto quanto le motivazioni, a mio parere, molto peregrine (che l’UE voglia asservire la nostra economia, mentre, al contrario, cerca di salvarla e di rivitalizzarla) sono destinate a essere viste con grande preoccupazione. Per di più sono proprio i due attori, Berlusconi e il Movimento 5 Stelle, nei quali già in partenza le autorità europee hanno fiducia molto relativa, a mettersi di traverso. In questo modo, però, più o meno consapevolmente viene danneggiata la credibilità, non tanto del governo Conte, ma, usando il politichese, del “sistema paese”. Al momento della valutazione dei progetti italiani non saranno soltanto i paesi autodefinitisi frugali a esercitare un surplus di attenzione e di rigore, ma un po’ tutti coloro che udendo lo strepito italiano penseranno che l’Italia non riuscirà a fare quello che ha promesso. Tristemente.
Pubblicato AGL 4 dicembre 2020
Così Di Maio s’inventa statista di protesta (e di proposta)
“Statisti” non si nasce, si diventa. È un processo lungo, spesso tormentato, qualche volta l’esito è un riconoscimento postumo (sì, siete autorizzati a fare gli scongiuri di rito). Nel 2005, quando divenne Cancelliera per la prima volta, pochissimi pensarono che Angela Merkel si sarebbe trasformata in una statista. Ammetto che il paragone con Luigi Di Maio che, sicuramente, statista non nacque, è comunque alquanto azzardato, ma se pensiamo ai loro rispettivi punti di partenza, il tragitto compiuto dal già due volte ministro del Movimento 5 Stelle è lungo assai. Poco più di un anno fa celebrava con un ballo da balcone l’abolizione della povertà. Da qualche mese, pure in una fase molto difficoltosa del Movimento in declino accertato, Di Maio assume atteggiamenti responsabili. Sembra (però, non voglio dubitare più di tanto) avere capito, contrariamente a molti fra i Cinque Stelle, ma anche negli altri partitini italiani, che la situazione politica e sociale in Italia è molto brutta e che le soluzioni debbono essere non proclamate, ma impostate con cura e fatte maturare. Finalmente s’è reso conto, non è l’unico nel Movimento, ma temo per lui che non sia neanche in maggioranza, che bisogna passare dalla protesta a qualcosa di più della proposta, alla traduzione concreta in comportamenti e, se del caso, leggi. Peraltro, la protesta non può essere del tutto abbandonata, meno che mai lasciata a disposizione di Alessandro Di Battista e dei suoi pasdaran. Deve, invece, essere governata. Continuerà ad esistere poiché per un periodo indefinito di tempo molte cose in Italia (e persino in Europa) non andranno come vorremmo. Protestare è, spesso, giusto, sono i modi della protesta a diventare talvolta deplorevoli e, sobriamente, Di Maio ha lasciato intendere che in effetti lui li “riprova”.
Paradossalmente il passo indietro che ha fatto da leader del Movimento a esponente autorevole nonché ministro che impara il suo mestiere ne hanno fatto una voce ascoltata poiché non esprime soltanto ambizioni personali. Ha già avuto molto, dunque, non ha bisogno di sgomitare. Per di più grazie alla deroga alla regola dei due mandati potrà svolgerne anche un terzo, quindi, può proiettare il suo pensiero, la sua azione e la sua non automaticamente censurabile ambizione (e ne ha, eccome, ed è legittima) anche oltre l’orizzonte del secondo governo Conte. Quel governo e quel capo di governo li deve difendere non soltanto perché sono anche il prodotto, il secondo più del primo, di sue preferenze e di sue scelte, ma perché ha capito che la stabilità politica è indispensabile per chiunque intenda conseguire efficacia per le politiche che attua.
Il futuro del governo è strettamente collegato con il futuro del Movimento. Di Maio non è l’unico ad avere capito che soltanto se il governo Conte dura, e giungendo a fine legislatura potrà vantare buoni risultati, compreso il superamento della pandemia, il Movimento potrà riacquisire almeno alcuni dei troppi voti che i sondaggi tetragoni danno per perduti dal marzo 2018 ad oggi. Di Maio ha capito che quei voti non risorgeranno da un bagno di opposizione nel quale il Movimento rischierebbe di annegare. Infine, il suo personale processo di apprendimento, finora più politico che istituzionale, ha portato di Di Maio a rendersi pienamente conto dell’importanza di una posizione aperta nei confronti dell’Unione Europea che è, ma questa è la mia opinione personale, l’àncora di salvezza per il sistema politico e economico italiano. Essere Ministro degli Esteri ha comportato la necessità di apprendere molte lezioni e di farlo in maniera accelerata vedendo anche che grama e triste è la vita dei populisti nel Parlamento europeo.
Non possedendo qualità di introspezione psicologica, sono costretto a cercare consapevolmente nella dinamica dei sistemi politici le condizioni che influenzano quella che è la rilevante trasformazione della persona pubblica di Di Maio. Lo scriverò senza enfasi, ma in maniera solenne. Ancora una volta (in precedenza è toccato a Berlusconi, ma ne vediamo l’esito soprattutto adesso) la democrazia parlamentare ha dimostrato di essere tutt’altro che una forma debole di governo. Impedì a suo tempo molte violazioni ai governi di centro-destra e alle loro cospicue maggioranze parlamentari. Con i suoi vincoli, con le sue regole, precise, ma, entro certi limiti, anche flessibili e adattabili, ha accolto il Movimento 5 Stelle e lo ha costretto a svolgere la sua azione “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Il nuovo Di Maio è anche la conseguenza apprezzabile delle costrizioni politiche e costituzionali esistenti e vitali nella Repubblicana italiana.
Pubblicato il 2 dicembre 2020 su Domani
UNIONE EUROPEA: DENARI SENZA VALORI? Stato di diritto o stato di paralisi. Il dialogo tra Gianfranco Pasquino e Roberto Santaniello continua @europainitalia @rsantaniello @C_dellaCultura
Continua il dialogo edificante (ovvero costruttivo) tra un tecnocrate e un eurocrate
Gianfranco Pasquino* e Roberto Santaniello**
- Caro Tecnocrate, tira un po’ di “brezza” tra Bruxelles, Varsavia e Budapest, se si vuole essere rassicuranti.
Gli ambasciatori di Polonia e Ungheria hanno annunciato ai colleghi del Coreper (il Comitato dei Rappresentanti Permanenti), che i loro governi potrebbero votare contro il Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 se fosse inserita la regola, concordata da presidenza tedesca e Parlamento europeo, del rispetto dello stato di diritto da parte dei beneficiari dei fondi europei.
I due ambasciatori hanno così confermato la sostanza delle lettere inviate da Orbán e Morawiecki alle massime cariche istituzionali dell’Unione europea nelle quali si afferma che “qualsiasi meccanismo discrezionale che sia basato su criteri arbitrari e politicamente motivati non può essere accettato”.
Potrebbe profilarsi un bel problema sia per NextGenerationUE che per il bilancio pluriannuale 2021-27. Ricordo che il Consiglio europeo può votare a maggioranza il NextGenerationUE, mentre l’unanimità è richiesta sia per l’adozione del bilancio e del “tetto” delle risorse proprie. Quest’ultima decisione (preliminare, ndr) deve essere ratificata dai parlamenti nazionali, mentre per la decisione sul bilancio pluriannuale è “sufficiente” l’approvazione del Parlamento europeo. Ricordati questi elementi tecnico-istituzionali, non mi rimane sottolineare che in termini di calendario, spetta al Parlamento europeo pronunciarsi per primo la prossima settimana, mentre la riunione del Consiglio europeo è fissata il 10/11 dicembre e sarà preceduta dal Consiglio Affari generali l’8 dicembre. Detto tutto questo chiedo a lei, caro Tecnocrate, di esprimersi. Come la vede? Brezza o Tempesta?
- Caro Burocrate, non si tratta soltanto di scegliere fra Brezza e Tempesta poiché, purtroppo, anche le tempeste possono cominciare come venticelli. La situazione mi pare tremendamente complicata poiché coinvolge le istituzioni, gli ideali e gli interessi. Non possiamo fare finta che l’Unione Europea non sia e non debba essere anche una organizzazione di interessi. Il funzionalismo non sparisce mai. Non dobbiamo neanche pensare che la Germania non abbia intenzione e, in una certa misura, la facoltà di difendere i suoi interessi economici, quelli delle sue imprese e dei loro investimenti in Ungheria e in Polonia. Per capirne di più, propongo un accurato spacchettamento. Non credo che il Parlamento e la Commissione possano recedere dalla loro sacrosanta richiesta che l’Ungheria e la Polonia rispettino lo Stato di diritto. Mi augurerei di sentire anche la voce dei capi di governo degli Stati frugali esprimersi su un tema che dovrebbe essere loro caro e sul quale l’Italia, nonostante Meloni e Salvini, anzi, proprio per metterli all’angolo, dovrebbe solennemente ribadire la sua posizione: la rule of law si rispetta e la si applica, sempre, ovunque. L’Unione è un sistema politico democratico. Ė, come scrivo e sostengo da tempo, il più grande spazio di libertà e di diritti al mondo. Non deve essere incrinato da due governi devianti. Sicuramente, la trattativa deve essere condotta da Angela Merkel, in quanto Presidente del semestre europeo, ma nessuno dimentichi che è anche il capo di governo dello Stato inevitabilmente più influente. Fin qui gli interessi. In secondo luogo le regole e le procedure. Bisogna chiarire che cosa deve essere votato all’unanimità e per che cosa è sufficiente una maggioranza qualificata o semplicemente assoluta. Le chiederei di precisare questo punto. Nel frattempo, sono giunto ad una conclusione intermedia. Si voti il prima possibile sulla proposta congiunta Commissione-Parlamento e ciascun capo di governo si assuma trasparentemente le sue responsabilità. Troppo spesso l’Unione è stata accusata, a ragione, di mancanza di trasparenza. Questa volta tutto deve venire alla luce, soprattutto i ricatti e le loro conseguenze. Dopodiché, naturalmente, come in tutte le democrazie potranno continuare i negoziati e, di conseguenza, come in tutte le democrazie, potranno seguire altre votazioni, ravvicinate. A Ungheria e Polonia, in particolare alle loro opinioni pubbliche e operatori economici, è imperativo che, attraverso una intensissima campagna di informazione, la Commissione comunichi i termini del problema, le responsabilità, le conseguenze, ma anche le modalità di soluzione. A Bruxelles bisognerà anche interrogarsi su come abolire le votazioni all’unanimità, mai democratiche poiché consentono a un “votante” di ricorrere al potere di ricatto e impediscono a maggioranze rappresentative, spesso enormi, di procedere. Bisognerà anche dire ad altissima voce, soprattutto ai populisti sovranisti, che nessuno schiaccia la sovranità di uno qualsiasi degli Stati-membri, ma li richiama al rispetto di regole e procedure da ciascuno di loro accettati al momento dell’adesione. Le chiederei di commentare su questi punti, correggendo e chiarendo, magari con opportuni riferimenti ai Trattati.
- Caro Tecnocrate, come la sua qualifica sottolinea, non posso correggerla poiché i suoi riferimenti sono esatti. Le regole istituzionali a trattati vigenti le ho ricordate in precedenza. Sul quadro finanziario pluriannuale il Consiglio europeo vota all’unanimità, con l’approvazione del Parlamento europeo. Dunque si tratta di una decisione conforme al metodo comunitario. Sul tetto delle risorse proprie, risorse che servano a finanziarie il bilancio (di entrate) pluriannuale, il Consiglio europea vota all’unanimità ed è necessaria la ratifica degli Stati membri e dunque dei parlamenti nazionali. In questo caso, come può ben capire si tratta di una decisione tipica del metodo intergovernativo. Per concludere, entrambe le decisioni sono soggette al diritto di veto degli Stati, quella sul tetto delle risorse proprie deve superare un doppio barrage, non solo quello dei governi, ma anche dei parlamenti. Ricordo ancora, come ultima annotazione, che il Consiglio europeo adotta la decisione sul NextGenerationEU a maggioranza qualificata ritornando nell’alveo del metodo comunitario. Ricordo infine che quasi tutte le decisioni adottate nel quadro del metodo comunitario è prevista la maggioranza qualificata, tranne alcune eccezioni, come quella sul bilancio, dove è richiesto il voto all’unanimità. Durante le conferenze intergovernative che hanno condotto alle riforme dei Trattati il voto all’unanimità è stato progressivamente eliminato, salvo sulle materie dove gli Stati membri non vogliono perdere la propria sovranità, come la fiscalità e alcuni diritti sociali. Per eliminare del tutto il voto all’unanimità, penso anche a quello che condiziona una politica estera e di sicurezza più fluida (ne ha parlato anche Ursula von der Leyen nello Stato dell’UE), sono necessarie delle modifiche ai trattati vigenti. Una parola infine sui governi “recalcitranti” alla questione della condizionalità in base al rispetto dello Stato di diritto. C’è un bell’articolo nel Trattato sull’Unione europea che riguarda la leale cooperazione. Si tratta dell’articolo 4, paragrafo 3. Vale la pena riportarlo per intero: “in virtù del principio di leale cooperazione, l’Unione e gli Stati membri si rispettano e si assistono reciprocamente nell’adempimento dei compiti derivanti dai trattati. Gli Stati membri adottano ogni misura di carattere generale o particolare atta ad assicurare l’esecuzione degli obblighi derivanti dai trattati o conseguenti agli atti delle istituzioni dell’Unione. Gli Stati membri facilitano all’Unione l’adempimento dei suoi compiti e si astengono da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione. Credo che basterebbe ricordare a tutti, e soprattutto ad Ungheria e Polonia (ai quali si è aggiunta la Slovenia per “amicizia” del suo capo di governo con Orbán), il contenuto di questo articolo. Sperando che il burocrate le abbia fornito gli elementi di chiarimento, le ripasso la parola, per una conclusione da Tecnocrate. Io mi sono limitato ad inquadra gli elementi istituzionali, ma la politica o meglio la realpolitik, ci insegna che ci sono molte variabili da considerare e tra questi gli interessi.
- Caro Burocrate, apprezzo i suoi chiarimenti che credo aggiungano qualcosa di importante alla discussione che riguarda non soltanto gli interessi, che ritengono meritino sempre adeguata attenzione, ma gli ideali che, paradossalmente, una buona realpolitik non dimentica e non sottovaluta mai. A questo punto, per qualche giorno, la palla passa al Parlamento Europeo i cui componenti debbono evidenziare con forza il contenuto e le implicazioni dell’art. 4, paragrafo 3, da lei opportunamente citato. La “leale cooperazione” deve essere messa all’opera hic et nunc. In quanto tecnocrate e come tale possessore di ottime idee, ma privo di potere politico, penserei che il Presidente del Parlamento unitamente alla Presidente della Commissione dovrebbero proporre ad Ungheria e a Polonia un fecondo decoupling. Accettino quei due capi di governo di approvare il bilancio 2021-2027 relativamente al quale comunque mantengono e potrebbero usare la mannaia della non ratifica da parte dei rispettivi Parlamenti. Dopodiché, Commissione e Parlamento riconsidereranno la valutazione di quelle che sono le gravi violazioni loro attribuite relativamente allo Stato di diritto. Ungheria e Polonia manterranno la possibilità di obiettare, consapevoli, però, che rischiano di perdere parte, piccola o grande, dei fondi previsti nel NextGenerationUE. Faccia il suo lavoro la diplomazia. Nel frattempo si dia anche inizio alla procedura di riduzione delle votazioni all’unanimità con l’obiettivo della loro completa eliminazione. Quello che è razionale diventerà reale?
Bruxelles-Bologna, 20 novembre 2020
Gianfranco Pasquino* è un europeo nato nei pressi di Torino. Ha conosciuto Altiero Spinelli e ha davvero letto Il Manifesto di Ventotene. Parla alcune lingue europee, francese e spagnolo, e una lingua extra-europea, l’inglese. Ė Professore Emerito di Scienza politica, materia che gli ha consentito di essere invitato a Monaco di Baviera e Berlino, Oxford, Cambridge e Manchester, Parigi. Lisbona e Madrid. Ha variamente scritto di sistemi politici comparati e di Europa: Capire l’Europa (1999) e L’Europa in trenta lezioni (2007). Di recente è stato co-curatore di una ricerca approfondita e ambiziosa: Europa. Un’utopia in costruzione (2017), contribuendovi due densi capitoli. Ė convinto che l’unità dell’Europa è un obiettivo nobilissimo.
Roberto Santaniello**, romano di nascita, federalista per convinzione, è diventato civil servant europeo dal 1986 per convinzione e passione, incontrando sulla sua strada persone che dell’Europa hanno fatto una ragione di vita (Altiero Spinelli e Virgilio Dastoli). Mai pentito di questa scelta ideologica e professionale. Funzionario della Commissione europea, oggi presso la Rappresentanza in Italia, da sempre artigiano della comunicazione e dell’informazione sul l’Europa, autore a tempo perso di libri sulla storia e la politica della costruzione comunitaria. Eccone una selezione: Storia politica dell’integrazione europea con Bino Olivi; Prospettiva Europa, con Virgilio Dastoli e Alberto Majocchi; C’eravamo tanto amati, Italia Europa e, con Virgilio Dastoli, Capire l’Unione europea. Pensa che sia possibile fare ancora molta strada europea, dentro e fuori le istituzioni.
Leggi anche il Numero Speciale di viaBorgogna3 2019
Gianfranco Pasquino e Roberto Santaniello
DIALOGO SUL FUTURO DELL’EUROPA
Un tecnocrate e un burocrate a confronto
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Pubblicato il 22 NOVEMBRE 2020 su casadellacultura.it
L’UNIONE EUROPEA AL TEMPO DELLA CRISI DEL CORONAVIRUS

L’UNIONE EUROPEA AL TEMPO DELLA CRISI DEL CORONAVIRUS
Dialogo edificante (ovvero costruttivo) tra un tecnocrate e un eurocrate
Gianfranco Pasquino* e Roberto Santaniello**
– RS Poco meno di un anno fa è entrata in funzione la Commissione europea, presieduta da Ursula von der Leyen, prima donna ad esercitare questa funzione. La sua nomina è avvenuta dopo le elezioni del Parlamento europeo del giugno 2019, i cui risultati hanno smentito le previsioni di una decisiva avanzata dei partiti populisti e sovranisti.
La nuova governance istituzionale europea è stata completata nel tardo autunno 2019 con la nomina di Charles Michel a presidente del Consiglio europeo e di Christine Lagarde, a presidente della Banca centrale europea. In precedenza, l’italiano David Sassoli è stato eletto Presidente del Parlamento europeo.
Appena il tempo vedere assestarsi la nuova governance e di dare avvio alla nuova agenda strategica dell’Unione europea, e l’Europa è stata investita dalla drammatica crisi del Covid 19. Non c’è che dire: un inizio a dir poco “challenging” per le istituzioni europee. Un po’ come avvenne con la Presidenza del lussemburghese Jean-Claude Junker che ha dovuto confrontarsi nel 2O15 con l’emergenza migratoria, gli effetti della Grande Recessione e da ultimo la Brexit.
Tuttavia, l’attuale crisi è ben diversa da quelle precedenti poiché questa volta l’Unione europea deve confrontarsi non con problemi politici, ma con gli effetti umani, sociali ed economici di un virus sconosciuto e maligno.
Quale è lo stato dell’Unione europea al tempo della crisi del Coronavirus? La risposta istituzionale è giunta il 16 settembre scorso dal discorso “anima e cuore” della Presidente del Parlamento europeo in occasione del suo bilancio sullo Stato dell’Unione.
Una risposta che ha sollecitato tutti i paesi appartenenti all’Unione europea agli impegni di responsabilità e di solidarietà che derivano dal Progetto europeo. Di fronte alle conseguenze economiche e sociali della crisi pandemica, l’Europa – ha ricordato Ursula von den Leyen – deve proseguire con forza gli obiettivi che lei stessa ha individuato all’inizio del suo mandato. In particolare, la piena realizzazione della transizione verde e digitale dell’economia europea.
Con NextGeneratioEU, l’ambizioso programma da 75O miliardi di Euro varato in luglio dal Consiglio europeo (https://www.consilium.europa.eu/media/45118/210720-euco-final-conclusions-it.pdf), su proposta dell’esecutivo europeo, l’Europa si è dotata degli strumenti per conseguire questa transizione. Ancora una volta, l’Unione europea può dimostrare la sua effettiva capacità di trasformare una crisi in una opportunità. Questo è in sostanza il messaggio della Presidente della Commissione europea.
Caro Professore cominciamo da qui la nostra analisi. A lei la parola.
– GP Concordo con lei che sta effettivamente diventando possibile trasformare una crisi gravissima e tuttora in corso in un’opportunità. Ma mi e le chiedo quali sono le modalità auspicabili? Solo un uso efficace dei fondi oppure anche la richiesta di maggiore e migliore coesione/condivisione fra gli Stati membri? È opportuno, forse doveroso, essere al tempo stesso attenti alle esigenze poste dagli Stati che si autodefiniscono “frugali” (un giorno, presto, sarà opportuno definire i criteri e i requisiti della frugalità e valutarla, anche comparativamente), obbligandoli a essere molto più precisi nelle loro riserve, e avvisare il gruppo Visegrad, ma soprattutto Ungheria e Polonia. che l’Unione non è né un supermercato né una banca, ma un grande enorme spazio di diritti da proteggere e promuovere, di democrazia da fare funzionare, di civiltà?
– RS I “gruppi” di Stati sono una realtà di cui non si può non tenere conto. D’altro canto, le alleanze tra paesi fanno parte del DNA della storia comunitaria, si pensi allo storico asse franco-tedesco. Certo oggi, la moda dei gruppi sembra estendersi e strutturarsi in altri modi.
I paesi “frugali” hanno effettivamente rallentato i negoziati per giungere ad un accordo sul Quadro finanziario pluriannuale (il bilancio dell’UE per i prossimi cinque anni, N.d.R.) e NextgenerationUE. I paesi di “Visegrad”, hanno una visione dell’integrazione europea diversa dal tradizionale mainstream liberal-democratico, ed è spesso “border line” rispetto ai principi e i valori dell’Unione europea.
È per questo che Ursula von der Leyen ha sottolineato l’importanza del rispetto dei principi dello stato di diritto. Il suo messaggio è stato chiarissimo: “Le violazioni dello Stato di diritto non possono essere tollerate. Continuerò̀ a difendere questo principio e a difendere l’integrità̀ delle nostre Istituzioni europee”.
Due settimane dopo il suo discorso, la Commissione europea ha adottato il suo primo rapporto sullo stato di diritto in cui le questioni che lei ha sollevato sono evidenziate. Tenga conto che questa relazione fa parte integrante del nuovo meccanismo per lo Stato di diritto il cui obiettivo è promuoverne il rispetto e prevenire l’insorgere o l’aggravarsi di problemi. Si tratta di uno strumento preventivo per così dire di moral suasion per favorire la comprensione e la consapevolezza dei problemi dello stato di diritto
Ricordo che l’Unione europea ha altri strumenti come le procedure di infrazione e la procedura per proteggere i valori fondanti dell’Unione ai sensi dell’articolo 7 del trattato sull’Unione europea. E visto che lei ha messo in relazione banche e diritto, ricordo la proposta della Commissione europea sulla procedura di condizionalità per la tutela del bilancio che mira a proteggere il bilancio dell’UE in situazioni in cui gli interessi finanziari dell’Unione potrebbero essere a rischio a causa di carenze generalizzate dello Stato di diritto in uno Stato membro. In breve, l’Unione europea ha strumenti persuasivi e cogenti per il rispettare diritto e diritti.
Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, la Presidente ha molto insistito sulla solidarietà, principio assolutamente necessario in materia di politica di migrazione. Un tema che, come è noto, in Italia è particolarmente divisivo. Da studioso, che idee si è fatto sulle recenti proposte della Commissione europea sul Patto per la migrazione?
– GP Le proposte della Commissione sulla migrazione sono interessanti, ma ancora non pienamente adeguate. Credo sia opportuno e lecito, non soltanto da parte dell’Italia, chiedere di più in termini di chiarificazione, ad esempio, se il trattato di Dublino è effettivamente superato e come, e in termini di ridistribuzione, criteri più precisi e vincolanti. Molto utilmente, la Commissione dovrebbe affidare ai suoi funzionari una ricognizione approfondita su quanto è successo almeno negli ultimi dieci anni: arrivi e accoglimenti, respingimenti e ritorni, concessione di permessi di lavoro e di cittadinanza, poi lavori affidati ai migranti e stime sul loro contributo al Prodotto Nazionale Lordo dei singoli Stati membri. Ritengo anche che sarebbe importante conoscere quelle che talvolta sono più di semplici previsioni su che cosa l’Unione deve aspettarsi nei prossimi dieci anni: crescita della popolazione, flussi di migranti, da quali paesi e possibili misure preventive. La domanda di fondo è: quali sono le politiche auspicate dalla Commissione, quali le probabilità di una loro attuazione concreta, tempi, costi e, mi auguro, vantaggi?
Sarebbe anche utile e efficace potere disporre dei dati relativi alle votazioni nel Parlamento europeo, gruppo per gruppo, ma anche per le singole delegazioni nazionali (esempio, Lega e Fratelli d’Italia), sulle più importanti tematiche riguardanti le migrazioni. Per fare chiarezza è importantissimo potere disporre del massimo di documentazione esistente. Però, non dobbiamo fermarci qui. A quali altri problemi aperti la Commissione dovrebbe dedicare la sua attenzione o sta già operando senza che venga diffusa l’informazione decisiva per il formarsi di una opinione pubblica europea?
– RS So che il tema dell’informazione le sta, giustamente, a cuore. Sono d’accordo con lei che sarebbe utile disporre i dati che lei ricorda sulle votazioni del Parlamento europeo e, aggiungo io, delle posizioni dei ministri degli Stati membri in seno al Consiglio. Ė ancora troppo presto per poterle esaminare poiché la Commissione europea ha messo sul tavolo le sue proposte sulla migrazione solamente da due settimane. Posso dirle che per quanto riguarda il Parlamento europeo, che è una istituzione molto trasparente, questi dati saranno facilmente reperibili. Sarà abbastanza interessante conoscere non solo le differenze tra i partiti appartenenti al fronte populista-sovranista e le famiglie liberal-democratiche, ma anche i posizionamenti nazionali di queste ultime, che sul tema possono essere anche profonde. Per il Consiglio, che solo recentemente ha stabilito misure di trasparenza, potrebbe essere più difficile, anche se sono abbastanza conosciute le rispettive posizioni degli Stati membri.
Più in generale, la Commissione europea, che da sempre è il motore del Progetto europeo, si impegna a far conoscere i suoi progetti più importanti, e tra questi, l’ho già ricordato in precedenza, quelli che possono favorire la transizione verso un’economia europea basata sulle tecnologie verdi e digitali. L’impegno dell’esecutivo di Bruxelles, le assicuro, è forte, ma certo non esiste ancora un vero spazio pubblico di dibattito nel quale affrontare questi temi a livello europeo. Sulla sensibilizzazione al tema dei cambiamenti climatici, bisogna riconoscere che la piccola e cocciuta Greta Thunberg ha fatto molto di più di esperti che da anni sollecitavano una svolta nel trattare meglio il nostro pianeta. Le opinioni pubbliche sembrano più orientate a chiudersi nei recinti nazionali.
È d’accordo sul fatto che il dibattito sull’Europa sembrerebbe chiuso all’interno di vecchi recinti? Come se ne esce? E a proposito di opinione pubblica, quella italiana si sta chiedendo come mai, dopo mesi e mesi di critica all’Europa, la maggior parte delle forze politiche hanno cambiato radicalmente opinione. Su questo lei ha certamente una riflessione.
– GP troppo spesso ascolto uomini e donne politiche giustificare i loro insuccessi, quelli delle loro organizzazioni politiche e delle proprie promesse programmatiche sostenendo che buona era la sostanza, ma inadeguata la (loro) comunicazione. Che ad un’ottima sostanza non avevano saputo accompagnare una efficace comunicazione. Per lo più si tratta di giustificazioni dalle gambe molto corte che non riescono mai a proseguire il cammino fino ai luoghi dove la comunicazione viene insegnata e, applicandosi diligentemente, potrebbe essere imparata. Però, nel caso dell’Unione Europea c’è una parte di verità. In una (in)certa misura le istituzioni europee non hanno risolto il problema molto complicato di dovere comunicare ai cittadini di 27 Stati-membri e, pertanto, di sapere differenziare opportunamente i loro messaggi. Forse, ma lei, caro Eurocrate, ne sa sicuramente più di me, dovrebbero essere le sedi dell’Unione nei differenti paesi a fornire le chiavi comunicative da luogo a luogo più efficaci. Forse, il problema dipende dall’assenza del minimo necessario di conoscenze negli operatori nazionali dei mass media i quali, di conseguenza, svolgono malamente il loro compito di intermediari. Non voglio, se non in parte, sostenere che quei “comunicatori” sono parte del problema anche perché si occupano dell’Unione soltanto quando c’è qualcosa di eclatante, preferibilmente, controverso e criticabile, non quando l’Unione fa, anche solo piccoli, passi avanti. Soprattutto, i sub-comunicatori non riescono quasi mai a collocare la notizia nel contesto, non sanno disegnare il retroterra e finiscono per confondere lettori e telespettatori. Dei nuovi “social” so poco, ma, se già non lo fa, l’Unione dovrebbe procedere ad un loro largo uso. Andando più a fondo è imperativo che si proceda ad un insegnamento sistematico della storia, dell’economia, della politica dell’Unione europea, oltre a sfruttare tutte le occasioni in cui la conoscenza dell’Unione Europea potrebbe essere diffusa più estesamente. Mi avventuro nel sostenere che uno dei criteri per accedere allo splendido programma Erasmus dovrebbe essere una eccellente conoscenza dell’Unione da tutti punti di vista.
Esiste una opinione pubblica europea? Probabilmente, no, ma esistono molteplici opinioni pubbliche, settoriali e separate, che si trovano in una pluralità di campi, ma che interagiscono poco e male. Temo di illudermi, ma sono convinto che uno dei più importanti compiti degli europarlamentari dovrebbe essere proprio quello di stimolare l’interesse dei loro elettori orientandoli verso l’acquisizione di conoscenze che sfociano nell’ampio lago dell’opinione pubblica. Vedo gli europarlamentari come immissari di una molteplicità di laghi nel grande paese che si chiama Opinione Pubblica.
Concludo con una nota di pessimismo. Un tempo, in Europa, alcuni grandi intellettuali pubblici di diversi paesi hanno dato un contributo molto positivo a “pensare l’Europa” (è il senso di un libro di Raymond Aron) in tutte le sue sfaccettature. Oggi, ad eccezione, forse, dell’ultranovantenne Jürgen Habermas, non esistono più figure che possano definirsi intellettuali pubblici europei e che siano riconosciuti come tali. In che modo possiamo cercare di agevolarne la (ri)comparsa?
Gli intellettuali pubblici emergono quando, per l’appunto, esiste, forte e intenso, un dibattito pubblico su tematiche importanti. A lungo, in Italia, l’Europa è stata data per scontata. Sembrava, fu, una faccenda riservata ai governi. Ho enormi difficoltà a ricordare un qualsiasi dibattito pubblico avente come argomento l’Europa al quale abbiano partecipato intellettuali italiani di un qualche rilievo. Faccio pochi nomi: Italo Calvino e Umberto Eco? Neppure i miei maestri, Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, si occuparono mai specificamente dell’Unione Europea e della sua evoluzione. Di recente sono stati, anzitutto, gli Euroscettici, poi, i populisti, infine, i sovranisti a porre il problema e a sollecitare analisi, approfondimenti, valutazioni del processo di unificazione politica europea. Tuttavia, non hanno fatto la loro comparsa intellettuali né europeisti né sovranisti di grande statura. Paradossalmente, comunque, vi è stata qualche ricaduta sull’opinione pubblica che è diventata in parte un po’ più informata in parte un po’ più politicizzata sui temi europei. Potremmo affermare che la politicizzazione è benvenuta poiché obbliga all’apprendimento. Almeno per il momento possiamo giungere ad una conclusione interessante. A causa del Covid le istituzioni europee sono state chiamate maggiormente in causa. Hanno reagito, specialmente, la Commissione, con un salto di qualità. Stanno dimostrando che il sovranismo non è la soluzione e, in effetti, i sovranisti non hanno saputo offrire ricette e rimedi. Sono in parte in stallo in parte in declino, seppur limitato, nei rispettivi paesi.
Pensa, lei, caro Eurocrate, che l’Unione Europea abbia “svoltato” e si sia incamminata verso forme maggiori e migliori di sovranità condivisa?
– RS Quando lei, caro Tecnocrate, parla di forme maggiori e migliori di sovranità condivisa tocca un tasto molto interessante. La svolta è dietro l’angolo, ma è ancora difficile imboccarla, a causa delle diverse visioni politiche sull’evoluzione politica dell’Europa. Io credo che, oltre ad avere bisogno di più Europa, necessitiamo di un’Europa di qualità. E probabilmente avremmo bisogno che gli intellettuali europei si impegnassero maggiormente nel confrontarsi con questi temi e abbandonassero una certa pigrizia (o disincanto?) che sembra averli impossessati. Abbiamo più che mai bisogno di riflessioni forti per rafforzare culturalmente il Progetto europeo.
Riprendendo il filo del discorso da cui siamo partiti, la crisi del Covid 19 ha rivelato come e quanto l’Unione europea sia importante per i suoi cittadini e come la stessa abbia la capacità di individuare e mettere in campo delle policy solutions, come il lancio del programma NEXTGenerationEU testimonia. Occorre poi aggiungere che il tema a lei caro della sovranità condivisa ripropone la questione, evocata dal Presidente francese Emmanuel Macron, della necessità di giungere ad una vera sovranità europea, che possa per esempio, agire con un’unica voce nelle relazioni politiche esterne.
Come lei mi insegna, e come insegnano illustri politologi con i quali lei ha avuto la grande fortuna di studiare e operare (Bobbio e Sartori), democrazia e sovranità hanno molto a che fare con il “potere” e con il suo esercizio procedurale. E non arrivo a scomodare Dahl e Schumpeter come lei fa nel suo eccellente manuale di Scienza Politica. Ed è innegabile che l’Unione europea abbia molto, molto a che fare con la sovranità e la democrazia. Spesso, quando si affrontano questi argomenti, come è logico che sia, si evoca il concetto di popolo, visto che dal secolo dei Lumi in poi si è affermato il concetto che il potere appartiene al popolo. Non voglio e non posso (non ne ho le capacità…) divulgarmi su questo, e arrivo al punto. Ancor prima di assumere la carica di Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha sposato la proposta di Emmanuel Macron di organizzare una Conferenza sul Futuro dell’Europa per associare i cittadini su scelte che li riguardano direttamente. Purtroppo, la crisi Pandemica ne sta ritardando il lancio, ma tutti si augurano che possa prima o poi, presto, partire.
Caro Tecnocrate, pensa che la Conferenza sul futuro dell’Europa sia una buona idea? Ritiene che possa contribuire alla necessaria svolta che ha evocato e magari mettere le fondamenta per un autentico spazio pubblico europeo, come lo intende il già citato Habermas ?
– GP L’Unione Europea è giunta ad una svolta. Il Covid-19 si è effettivamente rivelato come un’opportunità per introdurre cambiamenti e accelerare tendenze. Non sono convinto che questa consapevolezza sia (egualmente) diffusa in tutti gli Stati-membri e fra i loro governanti e gli oppositori (in Italia più in Giorgia Meloni che in Matteo Salvini anche se, poi, nessuno dei due sa quali conseguenze operative trarne). Lo è certamente e provatamente nella Presidente della Commissione e, salvo prove contrarie che non vedo, in tutti i Commissari. In questa fase, l’iniziativa è nelle mani della Commissione e del Consiglio europeo ed è augurabile che il Parlamento europeo, fermo restando lo spazio per la critica e la proposta, la sostenga e la sospinga.
Ritengo che la conferenza sul futuro dell’Europa sia un’ottima idea. Sono convinto da tempo che si debba costruire, come dice giustamente lei sulla scia di Habermas, “un autentico spazio pubblico europeo”. Ho letto nei documenti preparatori della Conferenza (E Testi Approvati) molte proposte assolutamente condivisibili che, se attuate, porterebbero nella direzione giusta. Da una pluralità di agorà locali, variamente costruite, si riuscirà a pervenire all’agorà europea. Però, il procedimento mi appare di una straordinaria complessità. Mi chiedo come lanciarlo e soprattutto come orientarlo. Saranno i vari uffici della Commissione negli Stati-membri ad averne la responsabilità? L’ambizione di coloro che hanno elaborato il documento è enorme. La mia preoccupazione riguarda la quantità di energie necessarie a rendere efficaci e produttive tutte le fasi di consultazione e di decisione. Non è questo il luogo per entrare nei dettagli, ma è un compito al quale non dobbiamo rinunciare. Qui mi limito a affermare che bisognerebbe iniziare con l’approccio che chiamerò “feasibility”, della fattibilità. Proviamo a vedere che cosa si può fare, in che modo, con quali inconvenienti ai quali porre rimedio. Qualche esperimento preliminare mi parrebbe molto raccomandabile. In alcune poche regioni italiane si sono fatti esperimenti di grande interesse applicando le conoscenze in materia di democrazia deliberativa. “Che Europa volete?” è sicuramente una domanda da porre a “pubblici” selezionati, già in parte preparati, ma comunque rappresentativi. La pubblicità data a incontri sul tema, alle discussioni, alle loro conclusioni promette di fare aumentare le conoscenze. Insomma, è la strada giusta. In tempi di Covid si può comunque sperimentare sfruttando al meglio la strumentazione telematica che sarà sempre più al centro di tutte le procedure di diffusione di idee e di informazioni e di molti confronti. L’Unione Europea continua a essere in the making proprio come le democrazie meglio funzionanti. D’accordo?
– RS Si sono d’accordo. Pur se spesso considerata “indefinita” e di difficile classificazione, l’Unione europea appartiene di diritto ai sistemi politici democratici. Dunque, non ha né più né meno gli stessi problemi di legittimazione e di rendimento e gli stessi spazi di manovra per il suo miglioramento delle democrazie nazionale che pure a sua volta ha contribuito a modificarsi per tenere conto della dimensione sovranazionale. Si, sono ottimista sulle capacità, del resto già dimostrate in passato, dell’Unione europea di adattarsi ai cambiamenti e nel contempo di sfatare una volta per sempre la maledizione westfaliana – per dirla con le parole di Yves Mény – che vuole recintare la democrazia entro i confini delle nazioni. È innegabile che esiste una democrazia sovranazionale e che ha gli strumenti per proseguire la sua evoluzione.
Bene, lascio a lei un ultimo pensiero, dandoci appuntamento per un nuovo dialogo, magari in occasione dell’avvio della Conferenza sul futuro dell’Europa.
GP Non sono altrettanto sicuro che esista hic et nunc una democrazia sovranazionale. Però, sono convinto che l’Unione Europea ha posto le basi di questa democrazia e, seppur lentamente, ma progressivamente la sta costruendo. Sarà qualcosa di più che una democrazia “sovranazionale” poiché andrà non soltanto “sopra”, ma “oltre” le nazioni. Per conseguire questo obiettivo sono necessarie idee e istituzioni. Ė probabile nonché augurabile che molte idee saranno prodotte dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa, ma anche dagli osservatori competenti e dai critici esterni se, com’è possibile, alcuni intellettuali e “burocrati” vorranno finalmente dedicarsi all’impegnativo compito di combinare la critica con la proposta di soluzioni alternative. Al proposito, è opportuno il rimando al più recente tentativo di “migliorare” l’Unione Europea effettuato da una delle studiose più attente alla democrazia nell’Unione o, come ha preferito definirla, alla legittimità: Vivien A. Schmidt, Europe’s Crisis of Legitimacy. Governing by Rules and Ruling by Numbers in the Eurozone, Oxford University Press, 2020. Ho molte differenze d’opinione con le analisi e le proposte dell’autrice, ma sono proprio le differenze che rendono utile il confronto. Quello che manca nel libro è una riflessione sulle “idee d’Europa”. Mi spingerei fino a dire le “ideologie d’Europa”, con particolare riferimento al carente approfondimento del pensiero federalista, l’unico in grado di opporsi ai brandelli di “sovranismo” agitati dalla destra, ma anche da una malintendente sinistra che, dimenticandosi delle sue radici internazionaliste, si dichiara preoccupatissima dalla erosione della sovranità popolare a scapito della democrazia.
Quanto alle istituzioni, regole e procedure, è oramai opinione diffusa e condivisa, dai rimanenti sostenitori e dagli oppositori, che è essenziale eliminare nel Consiglio il voto all’unanimità che, da un lato, è antidemocratico poiché offre un enorme potere di ricatto ad uno contro tutti, dall’altro, obbliga a compromessi, scambi deteriori, azioni opache che producono pessime conseguenze sia nei rapporti fra capi di governo sia sui processi decisionali.
In conclusione, il punto più importante che vorrei sottolineare è che qualsiasi riforma istituzionale dell’UE/nell’UE europea deve essere “sistemica”, vale a dire, coinvolgere Parlamento, Commissione, Consiglio e Banca Europea. La democrazia cresce e migliora quando fra le sue istituzioni si affermano e funzionano equilibri, pur sempre mutevoli, confronti e scontri. La democrazia dell’Unione e nell’Unione deve sapere accogliere quegli Stati, a cominciare dai Balcani, che si preparano ad aderirvi purché promettano credibilmente di rispettare i principi democratici e fare crescere le loro stesse democrazie. Fin da adesso, predisponiamoci a monitorare puntualmente quanto sarà proposto e verrà formulato durante la conferenza. Ė un compito impegnativo, ma necessario e utile. Il discorso sulla democrazia non finisce qui.
LE CREDENZIALI DEI DIALOGANTI
Gianfranco Pasquino* è un europeo nato nei pressi di Torino. Ha conosciuto Altiero Spinelli e ha davvero letto Il Manifesto di Ventotene. Parla alcune lingue europee, francese e spagnolo, e una lingua extra-europea, l’inglese. Ė Professore Emerito di Scienza politica, materia che gli ha consentito di essere invitato a Monaco di Baviera e Berlino, Oxford, Cambridge e Manchester, Parigi. Lisbona e Madrid. Ha variamente scritto di sistemi politici comparati e di Europa: Capire l’Europa (1999) e L’Europa in trenta lezioni (2007). Di recente è stato co-curatore di una ricerca approfondita e ambiziosa: Europa. Un’utopia in costruzione (2017), contribuendovi due densi capitoli. Ė convinto che l’unità dell’Europa è un obiettivo nobilissimo.
Roberto Santaniello**, romano di nascita, federalista per convinzione, è diventato civil servant europeo dal 1986 per convinzione e passione, incontrando sulla sua strada persone che dell’Europa hanno fatto una ragione di vita (Altiero Spinelli e Virgilio Dastoli). Mai pentito di questa scelta ideologica e professionale. Funzionario della Commissione europea, oggi presso la Rappresentanza in Italia, da sempre artigiano della comunicazione e dell’informazione sul l’Europa, autore a tempo perso di libri sulla storia e la politica della costruzione comunitaria. Eccone una selezione: Storia politica dell’integrazione europea con Bino Olivi; Prospettiva Europa, con Virgilio Dastoli e Alberto Majocchi; C’eravamo tanto amati, Italia Europa e, con Virgilio Dastoli, Capire l’Unione europea. Pensa che sia possibile fare ancora molta strada europea, dentro e fuori le istituzioni.
Leggi anche il Numero Speciale di viaBorgogna3 2019
Gianfranco Pasquino e Roberto Santaniello
DIALOGO SUL FUTURO DELL’EUROPA
Un tecnocrate e un burocrate a confronto
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Pubblicato il 06 NOVEMBRE 2020 su casadellacultura.t
Obiettivo per l’Europa: rilanciare un’operazione di unificazione politica per avere un governo che è espressione dei cittadini europei e non dei rispettivi Capi di Stato e di Governo
Quasi del tutto passata sotto colpevole silenzio, la (co-)decisione del Parlamento Europeo e della Commissione di legare l’assegnazione dei fondi europei al rispetto dei diritti civili e politici. È finalmente il segnale che l’Unione Europea tiene alla democrazia sua e a quella negli Stati-membri. L’UE ricorda a tutti che non è mai stata solamente un mercato, ma che è e vuole rimanere il più grande spazio di diritti e di democrazia al mondo.
Il dopo referendum – E ora il potere torni agli elettori
Quali sono le conseguenze del referendum costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari? Abbiamo chiesto a Gianfranco Pasquino*, docente di Scienza politica, una riflessione intorno alle decisioni politico-istituzionali necessarie per riconsegnare ai cittadini il potere di scelta dei rappresentanti.
da LiberEtà novembre 2020 (pp. 24-27)
Il risultato del referendum del 20 e 21 settembre segna una tappa, a mio parere, non gloriosa, dell’antiparlamentarismo strisciante italiano la cui bandiera è stata sventolata dal Movimento 5 Stelle. Al tempo stesso, potrebbe diventare l’inizio di un processo riformatore indefinito nella quantità di riforme elettorali e istituzionali e nella sua qualità. Tuttavia, non è affatto scontato che quello che si prospetta di fare sia preferibile a quello che già sta scritto nella Costituzione e che condurrà a migliorare il funzionamento del sistema politico italiano e della qualità della democrazia. Significativamente ridimensionati, i parlamentari italiani avranno certamente delle difficoltà sui due versanti nei quali esplicano i loro compiti essenziali che, in una democrazia parlamentare, sono due: dare rappresentanza politica ai cittadini e controllare l’operato del governo.
Sul primo versante, il Movimento 5 Stelle e, soprattutto, il Partito Democratico hanno annunciato il loro impegno alla formulazione di una nuova legge elettorale di tipo proporzionale. Poiché di leggi proporzionali ne esistono numerose varianti, sarebbe opportuno porre, come direbbero i poco fantasiosi politici, dei paletti. Al di là della formula prescelta, la nuova legge dovrebbe consentire l’espressione di un voto di preferenza e non dovrebbe contenere la possibilità di candidature multiple. Il criterio ispiratore deve essere quello del potere degli elettori. La vigente legge elettorale tedesca, se presa nella sua integrità, risponde a questi requisiti. Quanto al controllo che i parlamentari ridotti di un terzo riusciranno ad esercitare sul governo, non per paralizzarlo, ma per evitarne eccessi e errori, sembra che i revisionisti costituzionale si siano messi sulla strada, anch’essa tedesca, del voto di sfiducia costruttivo. Bene, ma bisognerebbe evitare la eccessiva emanazione di decreti legge sui quali il governo pone la fiducia rendendo impossibile in questo modo non soltanto all’opposizione, ma alla sua stessa maggioranza, qualsiasi miglioramento dei contenuti del decreto.
L’inevitabile tecnicismo delle revisioni costituzionali (e dei regolamenti parlamentari) non deve fare passare in secondo piano i problemi politici contemporanei che inevitabilmente incideranno sulle soluzioni di cui si discute e sull’evoluzione a breve e a lungo termine della vita politica italiana. Insieme alla vittoria referendaria, il Movimento Cinque Stelle ha dovuto registrare un suo serio declino elettorale in tutte le regioni nelle quali si è votato. Continuo a pensare che il voto “politico” delle Cinque Stelle potrà comunque essere superiore al 10 per cento, ma la caduta attuale è preoccupante per il loro futuro e, in una (in)certa misura, per il futuro del governo e del sistema politico. Infatti, anche se il Partito Democratico ha ottenuto buoni risultati in tre importanti regioni, le sue percentuali, poco sopra il 20 percento, continuano ad essere insufficienti a garantire qualsiasi vittoria nazionale prossima ventura. Il PD avrà sempre bisogno di alleati anche qualora riuscisse a delineare un suo “campo largo”. Di qui la proposta di un’alleanza organica con le Cinque Stelle che, però, primo, potrebbe non essere affatto numericamente sufficiente; secondo, al momento non sembra politicamente accettabile ad una parte consistente, peraltro non maggioritaria, degli aderenti pentastellati.
In verità, il governo Conte trae la sua forza dalla popolarità del Presidente del Consiglio il cui operato è apprezzato giustamente da più del 60 per cento degli elettori, per quanto criticato, a mio parere con incomprensibile faziosità e pochezza di argomenti, da “Repubblica” e dal “Corriere della Sera” nonché, ovviamente, dalla stampa di destra. È soprattutto grazie alla intransigenza e alla credibilità di Conte e, in misura leggermente inferiore, del Ministro Gualtieri e del Commissario Gentiloni che l’Italia ha ottenuto dalla Commissione Europea un pacchetto di prestiti e di sussidi di gran lunga superiore a quello di tutti gli altri paesi. Adesso, come giustamente dichiarato da Conte stesso, bisognerà riuscire e spenderli presto e bene su progetti nel solco delle direttive europee per digitalizzare l’Italia, farne un’economia verde, con trasformazioni strutturali nella sanità, nella scuola e nella amministrazione della giustizia. I rapporti con l’Unione Europea sono e possono rimanere il punto di forza di Conte e del suo governo al tempo stesso che sono il vero tallone d’Achille dell’opposizione di centro-destra.
Nessuno può immaginare neppure per un momento che un governo sovranista Salvini-Meloni, o viceversa, sarebbe stato e sarà in grado di negoziare efficacemente con gli europeisti. Al contrario. Naturalmente, se il governo Conte riuscirà a trasformare l’Italia è possibile che il futuro politico-elettorale del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle riservi sorprese positive. Al momento, però, anche se è possibile vedere non pochi scricchiolii in quella che sembrava la potente macchina da guerra di Salvini e della Lega, è indubbio che il centro-destra continua ad essere numericamente e percentualmente più forte del centro-sinistra nelle sue varie articolazioni.
Né le revisioni costituzionali né le alleanze fra partiti possono fare dimenticare quello che, a mio parere, è il vero problema italiano a partire dal crollo del muro di Berlino: la debolezza dei partiti e la disgregazione del sistema dei partiti. Partiti nascono, si trasformano, s’indeboliscono, illudono gli elettori, diventano irrilevanti. Non consentono progetti e azioni di governo di un qualche respiro. Inevitabilmente, gli elettori cambiano i loro comportamenti di voto contribuendo a vittorie improvvis/ate e a declini bruschi. C’è un senso di precarietà nella politica italiana alla quale, per fortuna, anche per la dura della loro carica, si sono contrapposti i Presidenti della Repubblica: Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella. Ecco perché l’elezione del successore di Mattarella all’inizio del 2022 sarà particolarmente importante. Ecco perché i Cinque Stelle e il PD non debbono bruciare la grande opportunità che si offre loro.
*Gianfranco Pasquino è Professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna. Il suo volume più recente è Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020).
Democrazia Futura. Il corto circuito fra governo, politica e istituzioni @Key4biz ETICA DELLA POLITICA
“Non se ne esce potenziando il solo governo e neppure il solo Parlamento. Non è sufficiente valorizzare il dissenso se non abbiamo di mira nuovi comportamenti. Serve una visione d’insieme e, finalmente, un’etica pubblica, incoraggiata e premiata da regole costituzionali”.
I rapporti fra gli esecutivi e le assemblee rappresentative sono in qualsiasi forma di governo: parlamentari, presidenziale, semipresidenziale, direttoriale, sempre complessi e conflittuali. Naturalmente, a seconda della forma di governo, tanto la complessità quanto la conflittualità variano quantitativamente e qualitativamente.
Alla problematicità di questi rapporti bisogna aggiungere anche quelli che intercorrono fra le autorità centrali e quelle locali in special modo nei sistemi politici federali. Infine, è sempre opportuno e utile ricordare ai molti giuristi che si esercitano in raffinate disquisizioni sulla “norma” che chi non è in grado di inserire nella sua analisi i partiti e i sistemi di partiti è destinato a cogliere soltanto una parte del problema, raramente la più importante, e a offrire visioni inevitabilmente incomplete e inadeguate, al limite fuorvianti.
Inoltre, ma considero quel che segue di decisiva importanza, chi studia e ritiene di conoscere un solo caso è in errore. Come scrisse più volte Sartori, neppure quel caso è conoscibile in maniera adeguata e soddisfacente se lo studioso non conosce altri casi ed è in grado di trarre il necessario giovamento dall’analisi comparata.
Naturalmente, questa considerazione si attaglia perfettamente a tutti coloro, italiani e stranieri, che nel corso del tempo hanno regolarmente considerato, in maniera più o meno positiva, il sistema politico italiano un’anomalia (che per troppi comunisti e qualche democristiano era “positiva”), ovvero, detto in maniera più tecnica, un caso deviante.
Per essere “provate” sia l’anomalia sia la devianza debbono essere messe a confronto con quanto riteniamo essere la normalità, la regola. Allora, per l’appunto, diventano essenziali tutte le conoscenze comparate acquisibili, a partire da quelle relative alle democrazie parlamentari accompagnate da quelle sui sistemi di partiti.
Il mio punto di partenza, ieri come oggi e presumibilmente domani, consiste nell’individuare con il massimo di precisione possibile quali sono i compiti delle assemblee elettive che sono variamente chiamate nazionali e legislative oppure, nelle forme di governo presidenziali, Congressi.
Procedere in maniera fruttuosa alla definizione dei compiti richiede una doppia operazione: primo, esplorare come quei compiti sono definiti nelle rispettive costituzioni; secondo, come sono stati svolti nella pratica e quali cambiamenti sono sopravvenuti nel corso della storia di quelle forme di governo.
Comprensibilmente, non posso qui e ora ripercorrere la storia dei cambiamenti nei compiti delle assemblee e neppure quella delle trasformazioni del ruolo e dei poteri degli esecutivi.
Per quanto non sempre soddisfacente, la letteratura esistente in materia è fin troppo ampia, con alcune punte di eccellenza, e consente di trarre una molteplicità di generalizzazioni che hanno talvolta condotte a quelle teorie probabilistiche che, secondo Sartori, caratterizzano l’impresa scientifica della scienza politica.
Compiti essenziali delle assemblee elettive
Entro subito in medias res. Tutte le assemblee elettive debbono svolgere due compiti essenziali (fra i quali non rientra quello, detto sommariamente, di “fare” le leggi): dare rappresentanza politica agli elettori, alla società, e controllare l’operato del governo, del potere esecutivo.
Sottolineo che la rappresentanza deve essere definita politica sia perché è frutto di una competizione elettorale free and fair sia perché candidati/e eletti/e cercheranno di rappresentare le preferenze e le esigenze, gli interessi e gli ideali degli elettori, loro, ma anche di coloro che non li hanno votati che, però, potrebbero essere ricettivi alle modalità con le quali i/le rappresentanti svolgeranno i loro compiti.
Quanto al controllo sul governo, nei casi delle democrazie parlamentari i governi nascono nell’assemblea elettiva; operano e vivono se e fino a quando sono sostenuti dalla fiducia, variamente espressa e manifestata dalla maggioranza dei rappresentanti di quell’assemblea; si trasformano quando cambiano le maggioranze; muoiono quando perdono la fiducia.
Dunque, buone assemblee hanno potere di vita e di morte sui governi da loro scaturiti. Al contrario delle democrazie presidenziali nelle quali l’esecutivo può essere rimosso solo da un impeachment che abbia successo (o dal decesso dell’occupante, l’incumbent), cosicché, mentre le democrazie parlamentari sono per lo più notevolmente flessibili e adattabili, le democrazie presidenziali sono rigide e rischiano l’immobilismo.
Declino e destrutturazione
Attrezzati con queste essenziali considerazioni preliminari, senza le quali non è possibile compiere nessun percorso analitico di un qualche interesse e di rilevanza, quali cambiamenti significativi sono intercorsi e sono tuttora in corso?
Sicuramente, il cambiamento più importante di tutti e più diffuso, anche se non uniformemente, è costituito dal declino dei partiti e dalla destrutturazione dei sistemi di partiti. Nel caso degli Stati Uniti, i problemi derivano anche dalla polarizzazione fra i Repubblicani, diventati faziosi e radicalizzati, persino conquistabili, come è avvenuto con Trump, e i Democratici, che si sono leggermente più spostati a sinistra.
Il cambiamento è stato più significativo in Italia dove dai grandi partiti di massa si è passati a partiti personali, a movimenti più o meno occasionali, a strutture deboli, penetrabili e esposte a scissioni. Da queste strutture non ci si può aspettare la capacità di imporre disciplina ai propri parlamentari e di coordinare i comportamenti di rappresentanti e governanti, neppure quella di formulare linee politiche coerenti e, meno che mai, una cultura politica come tessuto connettivo. Ne consegue che i rapporti Parlamento/Governo sono ondeggianti e fluttuanti.
Il governo sa di non potere contare sull’essere il punto di riferimento dei rappresentanti della maggioranza e sulla loro coesione. I tempi di discussione e approvazione dei provvedimenti governativi che, spesso, costituiscono il più che legittimo e meritevole tentativo di tradurre le promesse programmatiche elettorali in politiche pubbliche, sono indefiniti, incerti, aleatori.
Inevitabilmente, il governo ricorrerà alla decretazione d’urgenza e su quei decreti porrà il voto di fiducia per coagulare le sue maggioranze parlamentari. Quanto più è debole, inesperto, incapace tanto più il Presidente USA (Trump lo esemplifica al massimo grado) produrrà executive orders saltando il Congresso. Nancy Pelosi, l’abile speaker democratica della Camera dei Rappresentanti ha formulato un piccolo pacchetto di riforme per riuscire a porre sotto controllo o addirittura impedire le strabordanti azioni presidenziali.
Deboli saranno sia il sostegno sia l’opposizione provenienti dalle società che si sono largamente liquefatte, naturalmente, con molte differenze. Ad alcune, come a quella italiana, qualche leader, esasperato perché inadeguato cercherà di imporre la disintermediazione.
Altre, mai davvero “intermediate”, come quella francese, produrranno esplosioni di rabbia stile gilet gialli. Negli USA Black Lives Matter segnala che l’intermediazione è del tutto squilibrata e segnata a ferro e fuoco dal mai scomparso razzismo. Laddove la società mantiene elementi di coesione dalla società possono emergere partiti sovranisti e populisti, persino nella civilissima Scandinavia.
Tutto questo caos potenziale o attuale, ancora una volta con molte differenze fra sistemi politici e sociali, si abbatte sui rapporti fra parlamenti e governi con richieste di governi forti, rapidi, severi e con critiche a parlamenti e parlamentari alcuni dei quali accusati non solo di essere fannulloni e incapaci, ma persino “nemici del popolo” che non sanno né rappresentare né proteggere.
Si aprono spazi per azioni di governo non controllate, non temperate, incoerenti, ad hoc. Resuscitando un’espressione del Sessantotto, vedremo azioni che sono improntate dalla “pratica dell’obiettivo”, revocabili dal governo successivo.
Infine, da un lato, nel vuoto o nella debolezza del circuito istituzionale si aprono enormi spazi per la personalizzazione della politica che premia i detentori di risorse monetarie (i magnati), di visibilità (i divi, i giornalisti, gli sportivi), talvolta di expertise, ancorché non politica (gli scienziati, i professori), dall’altro, a dare visibilità e fama provvedono i mass media, più quelli “vecchi” di quelli nuovi (la Rete, il Web), ma nulla di quello che consegue riesce a rendere i rapporti Parlamento/Governo migliori se con questo aggettivo ci si riferisce al rispetto reciproco fra le due istituzioni e i loro occupanti, alla funzionalità in termini di tempi relativamente certi per la discussione e la decisione (che potrebbe anche essere negativa), alla trasparenza per gli elettori, le associazioni, i mass media dei quali, però, è sempre più opportuno sapere e volere criticare l’incompetenza e la partigianeria.
Nessuna soluzione facile
Non c’è nessuna soluzione facile e veloce disponibile a chi voglia migliorare i rapporti Parlamento/Governo. Appare indispensabile partire, soprattutto per il caso italiano, dalla Costituzione e da quanto è colà precisamente sancito. Poi, certo, bisogna porre mano alla legge elettorale seguendo una stella polare: il potere degli elettori, quindi, mai più pluricandidature né liste bloccate. Inoltre, è utile ritoccare i regolamenti parlamentari per disciplinare compiti e poteri della maggioranza e per offrire opportunità di interventi significativi all’opposizione, ma regolamentando ferreamente l’eventuale ostruzionismo.
Infine, Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale hanno il dovere politico e costituzionale di ergersi ad arcigni difensori della Costituzione senza se senza ma. Siamo lontani da tutto questo. L’esito del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari ha prodotto un allontanamento ulteriore. Solo l’Unione Europea con i suoi vincoli e con le sue richieste obbliga Governo e Parlamento a rientrare nei loro rispettivi ruoli e a (ri)stabilire rapporti e equilibri decenti.
Comunque, è la stessa, per quanto farraginosa, complessità delle democrazie contemporanee a costituire un argine a scivolamenti e derive potenzialmente autoritarie. Oserei dichiarare che c’è di peggio: lo spettacolo e la realtà dello spreco di risorse e di tempo (time is money) che inquina il futuro. Non se ne esce potenziando il solo governo e neppure il solo Parlamento. Non è sufficiente valorizzare il dissenso se non abbiamo di mira nuovi comportamenti. Serve una visione d’insieme e, finalmente, un’etica pubblica, incoraggiata e premiata da regole costituzionali. Niente di più niente di meno. Pensare e fare politica.
Another time another place.
Pubblicato il 26 ottobre 2020 su Key4biz
Conte e le critiche campate in aria
Non fanno un buon servizio alla comprensione della politica italiana tutti coloro che, un giorno sì e quello dopo anche, sottolineano la debolezza del governo Conte 2 e dello stesso Presidente del Consiglio, e annunciano, talvolta anche auspicandole, la sua prossima caduta e la sua immediata sostituzione. Non posseggo capacità divinatorie, ma sono convinto che qualsiasi discussione sulla politica che miri ad essere rilevante deve essere fondata sui fatti e sugli elementi disponibili, eventualmente anche per smentirli. Ne vedo quattro che mi paiono tutti molti rilevanti e solidi. Primo, sono oramai molti mesi che tutti i sondaggi segnalano qualcosa di inusitato. Tanto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte quanto il governo da lui presieduto godono di un alto livello di approvazione, superiore al 60 per cento e molto più elevato di qualsiasi governo precedente. Conte poi sopravanza personalmente di parecchio tutti gli altri leader politici italiani. Secondo, il Presidente del Consiglio (con il suo Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri) hanno acquisito un alto grado di credibilità nell’ambito dell’Unione Europea e delle sue autorità. Conte si è mostrato preparato e intransigente ed è stato premiato con il più cospicuo pacchetto di prestiti e sussidi accordato ai singoli paesi: 209 miliardi di Euro. Sulla sua capacità di impegnarli e spenderli presto e bene Conte ha opportunamente chiesto di essere valutato a tempo debito. In democrazia si fa proprio così. Terzo, per un paio di mesi, commentatori privi di fantasia hanno fatto circolare il nome di Mario Draghi come il più probabile successore di Conte, già pronto a subentrargli. Nessuno di loro è riuscito ad avere un’intervista con Draghi il quale si è guardato bene dal dichiararsi disponibile. Il grande banchiere sa che l’Italia è una “brutta gatta da pelare” ed è molto probabilmente consapevole che un conto è presiedere la Banca Centrale Europea un conto molto diverso essere catapultato in un sistema politico non possedendo potere politico proprio. Gli altri nomi menzionati, tutti di caratura inferiore a quella di Draghi, costituivano un elenco di uomini (neppure un donna!) noti, ma nulla più. Quarto, anche se ripetutamente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sottolineato l’importanza quasi assoluta della stabilità di governo e della continuità della sua azione, quirinalisti e retroscenisti lasciavano trapelare (o si inventavano) una qualche insoddisfazione del Quirinale nei confronti di Palazzo Chigi. Al contrario, esistono molte dichiarazioni di Mattarella che debbono essere interpretate nel senso di una sua grande contrarietà a qualsiasi crisi di governo. Il Presidente della Repubblica non si allontana dalla convinzione che il governo in carica ha l’obbligo politico di formulare i progetti indispensabili per usufruire dei fondi europei ed è il meglio attrezzato a farlo. Le critiche giornalistiche e politiche a Conte continueranno. Sarebbero meno campate in aria se tenessero conto di qualche fatto.
Pubblicato AGL il 30 settembre 2020



