Home » Posts tagged 'Unione Europea' (Pagina 19)
Tag Archives: Unione Europea
Nonostante i litigi il governo giallo-verde va avanti
Intervista raccolta da Tatiana Santi per Sputnik Italia
L’amore non è bello se non è litigarello. Il famoso detto si addice alla perfezione al rapporto fra Movimento 5 stelle e Lega: due partiti in partenza diversi, ma uniti da un contratto di matrimonio, che regge nonostante tutte le divergenze. Nonostante i litigi il governo giallo-verde va avanti.
Dalle grandi opere ai rifiuti, passando per il decreto sicurezza, la Lega e il Movimento 5 stelle litigano un po’su tutti i temi. Nelle dichiarazioni ufficiali i vice premier Salvini e Di Maio dicono di andare “d’amore e d’accordo”, ma quasi ad ogni problema le visioni dei due partiti divergono. I due partiti continuano a lavorare a braccetto, scendendo di volta in volta a compromessi per rassicurare i propri elettorati, così diversi e vicini allo stesso tempo.
Si aprono grandi sfide all’orizzonte per l’Italia: la bocciatura alla legge di Bilancio italiano da parte dell’Unione Europea e le prossime elezioni europee di maggio. Il governo giallo-verde reggerà? Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna.
— Ogni giorno sembra che la rottura fra Lega e 5 stelle sia vicina, però il governo regge. Professore Pasquino, che cosa sta accadendo?
— Si tratta di due partiti in partenza molto diversi fra di loro, hanno dovuto procedere stilando un contratto di governo mettendo nero su bianco i vari punti per evitare troppi inconvenienti. I due partiti mantengono delle differenze di vedute, ritengo che però questo sia fisiologico in un governo di coalizione. Litigano perfino i partiti unitari, litigano i conservatori inglesi che sono un solo partito. È frequente che litighino nei governi di coalizione. Vedo le differenze, ma le accetto come un fatto sufficientemente frequente, quindi credo sia sbagliato analiticamente accentuare queste differenze. Secondo me il governo va avanti.
— Qual è la strategia dei due partiti: andare avanti con il governo, ma guadagnando punti anche dal proprio elettorato? Sono dovuti a questo i “litigi”?
— Certo, l’elettorato del Sud, che in prevalenza ha votato 5 Stelle, vuole il reddito di cittadinanza. L’elettorato del Nord non gradisce il reddito di cittadinanza, però se vengono ridotte le tasse alle aziende è disposto ad accettare le politiche volute dai 5 stelle. Si tratta di uno scambio, che a mio avviso produce conseguenze negative per il bilancio dello Stato, ma ciò serve per mantenere grosso modo fermi i due elettorati. Una parte degli elettori crede che Salvini abbia delle capacità di leadership superiori a quelle di Di Maio, secondo questi elettori l’immigrazione e la sicurezza sono le due tematiche più importanti, forse anche più delle finanze. I due leader cercano di rassicurare le loro parti di elettorato.
— Oggi esiste un’opposizione?
— Lei mi da un cannocchiale, un binocolo? Io non la vedo… Vediamo un paradosso: esiste una piccola opposizione che però non può permettersi di farlo troppo sapere, mi riferisco a Forza Italia. Il partito sa che se vuole tornare al governo ci tornerà soltanto con Salvini e quindi non lo può criticare più di tanto, vengono presentati degli emendamenti, nulla di più. Quest’opposizione a Salvini fa molto comodo.
D’altra parte c’è un partito che dovrebbe essere all’opposizione, perché il suo Segretario aveva annunciato che sarebbero andati all’opposizione. È un partito che probabilmente non sa fare opposizione, quindi è politicamente irrilevante.
— Secondo lei perché il Partito Democratico non riesce a fare opposizione?
— Hanno sbagliato la campagna elettorale e poi il Segretario Renzi ha sbagliato a dire la sera stessa che il partito sarebbe andato all’opposizione. È un partito che ha il 18% dei parlamentari e può giocare un ruolo quando si forma un governo. Non hanno voluto andare a vedere le carte del Movimento 5 stelle e in un certo senso hanno sottovalutato le proprie capacità. I parlamentari del PD sicuramente conoscono meglio la politica e l’economia del Movimento 5 stelle. Potevano quindi procedere ad un accordo, invece Renzi ha parlato subito di opposizione.
Va detto inoltre che il partito è diviso al suo interno, non fra personalità straordinarie, bensì fra piccoli gruppi che fanno piccole correnti di amici, poi vi sono i “miracolati”, i parlamentari paracadutati. Direi che si tratta di un partito quasi allo sbando. Lo vediamo: ci sono 7 candidati per la carica di Segretario del Partito e ciascuno di loro ha accentuato determinati temi, non vi è una visione complessiva di quale partito costruire.
Non soltanto il Partito Democratico non va bene, non funziona nemmeno Liberi e Uguali. Bisogna dire le cose guardando in faccia la realtà: arrivare a poco più del 2% è stato un fallimento. Anche lì hanno dimostrato di non avere capacità di leadership.
— In altre parole la sinistra non esiste più oggi?
— La sinistra politica e partitica sostanzialmente è in una situazione di gravissima debolezza. Può essere che il Partito Democratico recuperi qualcosa alle elezioni europee, perché si tratta di un partito europeista e quindi gli europeisti non avranno altra scelta che votare per il PD.
In questo momento in Italia il Partito Democratico è irrilevante salvo in alcuni comuni e regioni, dove ha un controllo molto debole ed evanescente. Ci sono pezzi di sinistra, ovvero sia alcuni intellettuali e alcune voci come Roberto Saviano. C’è qualche scrittore, ma la sinistra politica è debolissima, più debole che in un qualsiasi altro sistema politico europeo.
— Secondo lei il governo giallo-verde durerà?
— Certamente possono esserci dei momenti di grande difficoltà, uno è l’imminente procedura di infrazione della Commissione Europea. Forse sarà Salvini fra i due leader a dire che alcuni punti possono essere cambiati. Il secondo momento difficile saranno le elezioni europee, perché Di Maio non può permettersi una campagna elettorale populista e sovranista, mentre Salvini la farà fino in fondo. Vedremo differenze notevoli nel corso della campagna per le elezioni europee.
Per i 5 stelle è la prima esperienza di governo, se dovessero andare male sarebbe gravissimo. La Lega invece sa di avere una posizione di ricaduta, può fare probabilmente un altro governo con il centro destra, non subito. Salvini è molto più disincantato, anche lui comunque, secondo me, vuole arrivare alla fine della legislatura. Salvo qualcosa di imprevedibile, questo governo dura 5 anni.
L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.
Pubblicato il 21 novembre 2018
INVITO Democrazia, istituzioni e cittadini nell’Unione Europea #15novembre #Pordenone Auditorium Casa Zanussi @ScopriEuropa
Nell’ambito del Progetto Europa. Integrazione o implosione?
44ª serie di incontri di cultura storico politica organizzati da
Istituto Regionale Studi Europei del Friuli Venezia GiuliaGiovedì 15 novembre 2018 ore 15.30
CRISI DEL PROGETTO EUROPA?Democrazia, istituzioni e cittadini nell’Unione Europea
Gianfranco Pasquino
professore emerito di Scienza politicaIntroduce e coordina Roberto Reale
giornalista già vicedirettore di RaiNews 24
La partecipazione è gratuita. È gradita l’iscrizione irse@centroculturapordenone.it
Centro Culturale Casa A. Zanussi
via Concordia Sagittaria, 7
33170 Pordenone (PN)
Democrazia e cittadini nell’Unione Europea
Contributo al forum del CeSPI sul futuro della UE
Non è vero che l’Unione Europea soffre di un deficit democratico. E’ vero che in alcuni Stati-membri la democrazia funziona meglio di quella dell’Unione europea. Tuttavia, in non pochi altri Stati-membri come, ad esempio, Ungheria, Polonia, Slovacchia e anche in Italia, non soltanto la qualità della democrazia, ma il suo stesso funzionamento lasciano molto a desiderare e la comparazione non va affatto necessariamente a favore degli Stati. I cosiddetti sovranisti non possono vantare loro superiori, mai comprovate, doti democratiche e molto spesso le opposizioni in quei paesi sono in grado di testimoniare quanto difficile e dura è la loro vita (non solo politica). Il pregio della democrazia è la sua capacità di riformarsi, nel caso dell’Unione Europea a condizione che la diagnosi sia corretta e che i riformatori sappiano proporre i rimedi adeguati. Prima di dichiarare l’esistenza di un deficit democratico dell’Unione Europea è necessario valutare con conoscenza di causa, che cos’è il deficit, dove si colloca, come si manifesta.
Come può non essere considerato democratico il Consiglio nel quale s’incontrano (si confrontano e si scontrano) i capi di governo degli Stati-membri? Ciascuno di loro ha vinto le elezioni nel suo paese, quindi rappresenta una maggioranza elettorale e politica e in quel Consiglio rimarrà fintantoché riesce a mantenere la sua maggioranza. Potremmo, semmai, obiettare alle procedure decisionali del Consiglio, in particolare, da un lato, alla regola dell’unanimità, dall’altro, alle modalità con le quali i capi di governo pervengono alle decisioni. L’unanimità, peraltro, usata raramente, ha scarsa legittimità democratica poiché consente a un capo di governo di bloccare qualsiasi decisione a lui sgradita anche se tutti gli altri capi di governo hanno raggiunto un accordo. Quell’unico capo di governo dissenziente può, in qualche modo, “ricattare” tutti gli altri. Pertanto, i riformatori dovrebbero eliminare quella regola. Quanto alle modalità dei procedimenti decisionali, neI Consiglio e, in misura minore, nella Commissione, quei procedimenti sono spesso farraginosi e poco o nulla trasparenti. E’ vero che in alcune materie politiche è opportuno, proprio per giungere a decisioni migliori, preservare uno spazio, più o meno, ma non troppo, ampio. Tuttavia, è auspicabile che la maggior parte di quei procedimenti decisionali si svolgano in maniera tale che i cittadini europei abbiano la possibilità di attribuire le responsabilità positive e negative di quanto è stato deciso, non deciso, deciso male.
Coloro che ritengono che la democrazia si esprime in particolar modo attraverso le elezioni non possono mai sostenere che il Parlamento Europeo è un organismo non-democratico nel quale si manifesterebbe un deficit. Al contrario, il Parlamento Europeo è un luogo molto significativo di rappresentanza delle preferenze e degli interessi dei cittadini europei. Nel corso del tempo ha acquisito maggior potere nei confronti sia del Consiglio sia della Commissione controllando le attività e valutandone gli esiti. Se il Parlamento europeo ha un deficit democratico questo non è a lui intrinseco, ma deriva dai partiti e dai cittadini degli Stati membri. Sono i partiti che fanno campagna elettorale su temi e con obiettivi nazionali a essere responsabili del deficit. Paradossalmente, meno responsabili sono i partiti populisti e sovranisti poiché, facendo campagna contro l’Unione Europea, sono inevitabilmente più propensi a parlare proprio di Europa di quanto fa, non fa, fa male e quanto meglio farebbero i singoli Stati se riacquisissero la sovranità ceduta. Scrivo “ceduta”, non perduta e non espropriata, poiché ciascuno degli Stati-membri ha consapevolmente e deliberatamente ceduto parte della sua sovranità all’Unione per perseguire obiettivi altrimenti irraggiungibili da ciascuno Stato singolo. I partiti nazionali sono anche responsabili della loro incapacità di convincere gli elettori ad andare alle urne per eleggere i loro rappresentanti. Quando, come nel maggio 2014, soltanto il 44% degli elettori europei (percentuale nettamente inferiore a quella, che tutti noi abbiamo spesso stigmatizzato, degli americani nelle elezioni presidenziali) va a votare, allora c’è un problema, ma non è definibile come deficit delle istituzioni dell’UE. Più precisamente, si tratta di un deficit di partecipazione dei cittadini europei ai quali in qualche modo bisognerebbe fare sapere che perdono la facoltà di criticare Parlamento e parlamentari che non hanno voluto eleggere.
Sul banco degli imputati di deficit democratico sembra persino troppo facile collocare in blocco la Commissione Europea e, in particolare, i singoli Commissari. Mancherebbe loro qualsiasi legittimazione democratica. Sarebbero, come affermano troppi critici male informati e preconcetti, dei burocrati o, forse peggio, dei tecnocrati che i populisti considerano una razza dannata poiché, senza avere mai avuto un mandato democratico (elettorale) antepongono le loro conoscenze alle preferenze e alle esperienze del “popolo”. La verità è che, praticamente da sempre, hanno acquisito la carica di Commissario uomini e donne provenienti da cariche politiche e di governo, persino al vertice, nei loro rispettivi paesi. Dunque, mai burocrati, ma “politici”, spesso con conoscenze di alto livello. Debbono la loro carica alla nomina ad opera dei capi di governo di ciascuno Stato-membro, ma, come ho già scritto, quei capi di governo sono democraticamente legittimati. In più, ciascuno dei Commissari deve superare/ha superato un “esame” relativo alle sue conoscenze e al suo tasso di europeismo svolto di fronte al Parlamento europeo. Inoltre, sa che, una volta confermato, nella sua azione dovrà spogliarsi di qualsiasi preferenza nazionale. Dovrà operare negli interessi dell’Unione Europea. Oso affermare che la stragrande maggioranza dei Commissari negli ultimi sessant’anni ha davvero avuto come stella polare il processo di unificazione politica dell’Europa. Quanto al Presidente, a partire dal 2014 è stato stabilito che ciascuna delle famiglie politiche/partitiche europee possa presentare un candidato/a alla Presidenza. Il candidato della famiglia che ha ottenuto più voti/più seggi viene designato Presidente, ma anche lui/lei deve superare lo scrutinio del Parlamento europeo. Di fronte a queste procedure, ciascuna con il suo evidente tasso di democraticità, è davvero assurdo sostenere che la Commissione non ha crismi di democrazia, che è democraticamente carente, se non addirittura illegittima. Ovviamente, però, la Commissione, vero motore istituzionale e, in parte, anche politico dell’Europa può a sua volta essere criticata per quello che fa, non fa, fa male.
Dunque, nell’Unione Europea, va tutto bene? Certamente, no. Però, il problema non si chiama deficit democratico. Si chiama deficit di funzionalità. Quasi sicuramente c’è troppa burocrazia nell’Unione europea, troppo red tape, come hanno costantemente sostenuto gli inglesi (che ci mancheranno e che stanno anche accorgendosi che l’Europa mancherà a loro). C’è troppo spazio per le lobbies, per i gruppi di interesse. C’è troppa lentezza nel prendere decisioni. C’è troppa opacità. Sono sicuramente inconvenienti, altrettanto sicuramente possono essere affrontati e risolti dentro l’Unione. Non potranno essere coloro che si chiamano fuori –e meno che mai coloro che intralciano l’Europa che c’è, a risolvere quei problemi e altri, a cominciare dall’immigrazione a seguire con la crescita delle economie europee e con la regolamentazione la tassazione delle grandi corporations. Con buona pace dei sovranisti, nessuno Stato da solo potrà fare di più e meglio per la vita dei suoi cittadini di quanto l’Unione Europea ha già fatto e potrà fare nei prossimi anni. Saranno i cittadini europei, quelli che si interessano all’Europa, si informano, votano e partecipano, a decidere, democraticamente, che Europa vorranno. Saranno responsabili di quello che hanno fatto e di come hanno votato o non votato. Proprio come avviene nelle (migliori) democrazie.
Quell’antico monito di Bobbio
“Testimonianze”, LUGLIO-AGOSTO 2018, n. 520, pp. 64-68
È arrivata l’ora dell’autocritica non come vezzo degli intellettuali radical-chic, della sinistra al caviale o altre piacevolezze, ma perché una autocritica condotta a fondo è un esercizio pedagogico decisivo. Dagli errori si impara e diventa possibile andare oltre. Se è emersa una crisi della rappresentanza, se è cresciuto il divario fra società e politica, se i populisti attaccano con qualche successo l’establishment, se l’euroscetticismo è diventato più diffuso dell’accettazione, peraltro mai entusiastica, dell’Unione Europea, se sono comparse nuove diseguaglianze, quanti di questi fenomeni gli studiosi avevano previsto, quanti sono giunti del tutto inaspettati, come è possibile cercare di porvi rimedio?
Tre fenomeni di grande respiro e di enorme impatto hanno ridisegnato la storia dell’Europa e del mondo negli ultimi trent’anni: primo, crollo del comunismo che sembrava realizzato nell’Europa centro-orientale e in Unione Sovietica e fine del richiamo della sua ideologia, ma, come Norberto Bobbio mise immediatamente in rilievo, nessuna scomparsa dei problemi e delle ingiustizie alle quali il comunismo aveva inteso porre rimedio, e, oggi sappiamo, ritorno alla superficie di nazionalismi beceri; secondo, allargamento e approfondimento (con qualche limite) del processo di unificazione politica dell’Europa; terzo, affermazione in ogni angolo del mondo, seppure con qualche differenza di intensità, della globalizzazione. Non è facile tenere insieme questi tre fenomeni e offrirne un’analisi e una spiegazione unitari, ma è importante individuare le connessioni e, di volta in volta, gli errori interpretativi. Consapevole della difficoltà di una precisa datazione, comincerò dalla globalizzazione poiché, praticamente per definizione, è il fenomeno più comprensivo.
Fin dall’inizio, vale a dire, dal momento che emerse la consapevolezza che determinati processi, in particolare, economico-finanziari, penetravano sostanzialmente non filtrati e non controllati in tutti i sistemi politici del mondo e altri processi, quelli relativi alla comunicazione, non solo politica, acuivano la sensibilità di governanti e cittadini e accrescevano le informazioni disponibili, seppure in maniera differenziata, un po’ a tutti i protagonisti, la globalizzazione ebbe suoi numerosi. Erano e sono rimasti un gruppo molto composito nel quale sembrano tuttora predominare i protezionisti e i comunitaristi. Le motivazioni dei primi riguardano soprattutto la sfida alle attività economiche del loro paese, alle industrie, all’agricoltura, ai lavoratori dipendenti. Si sono tradotte nell’opposizione al libero commercio che, invece, è considerato dalla maggior parte degli economisti come uno dei motori fra i più potenti della crescita economica. Certo, il libero commercio associato alla globalizzazione ha avuto conseguenze distruttive per alcune attività e creato forti tensioni sociali. I dati mondiali, dal canto loro, rilevano e rivelano una maggiore disponibilità di risorse, ma, solo di recente hanno messo in rilievo che la ricchezza complessiva si è accompagnata alla crescita delle diseguaglianze anche sociali all’interno di molti paesi.
Quanto ai comunitari, quasi tutti loro associano, in larga misura correttamente, la globalizzazione al multiculturalismo, opponendosi ad entrambi. Vogliono proteggere stili e modalità di vita, culture specifiche, identità dei più vari generi. Ne sottolineano l’importanza e, di conseguenza, contrastano visioni e prospettive multiculturali acritiche. No, multiculturalismo non è bello. Anzi, secondo i comunitari il multiculturalismo è una sfida portatrice di tensioni e di conflitti, foriera di perdita di identità e di sfaldamento di comunità che lasceranno/lascerebbero tutti, nient’affatto arricchiti dalle diversità, ma culturalmente più poveri e “spaesati”. A questa sfida, al tempo stesso economica e identitaria, in alcuni paesi coinvolti forse più di molti altri nel processo di globalizzazione poiché vere e proprie società aperte, come la Svezia, come la Gran Bretagna, come gli USA, hanno fatto seguito reazioni sconcertanti. Ne sono testimonianza possente e inquietante il successo elettorale dei Democratici Svedesi, partito sicuramente xenofobo e identitario, la Brexit prodotta dal referendum del giugno 2016, la conquista della Presidenza di Donald Trump nel novembre 2016 all’insegna del motto “America First”.
L’elemento che accomuna queste esperienze è costituito dalla mobilitazione non organizzata di coloro che potrebbero essere definiti i perdenti della globalizzazione o che si ritengono tali. Che i voti decisivi siano venuti da uomini bianchi del Nord dell’Inghilterra, Liverpool, Manchester, Newcastle, mentre Londra ha votato con elevate percentuali per restare nell’Unione Europea; che siano stati migliaia di operai bianchi del Michigan, della Pennsylvania, del Wisconsin, malauguratamente, ma in maniera rivelatrice, definiti deplorable dalla candidata Hillary Clinton; che nella Svezia, da molti giustamente considerata una (social)democrazia di grande successo, più del 10 per cento di elettori dia il suo voto ad un partito deliberatamente anti-europeo e xenofobo non sono accadimenti che possono essere liquidati scrollando le spalle e, nei due casi anglosassoni, sostenendo che quegli elettori hanno semplicemente sbagliato e se ne accorgeranno. Forse se ne accorgeranno, ma a fondamento del loro voto stanno motivazioni che non sono affatto deplorevoli e transeunti.
Non sarà il miglioramento, peraltro non facile e non scontato, delle loro condizioni di vita a produrre il cambiamento delle loro opzioni di voto. Né il cambiamento del voto risolverà problemi che sono identitari e culturali. Nel caso degli USA la capacità di mettere insieme le minoranze, afro-americani, latinos, donne (sic), potrà servire ai Democratici per vincere qualche elezione, persino per tornare alla Presidenza, ma non migliorerà la politica e neppure la società. Il grido Black Lives Matter non perderà il suo significato contro il razzismo persistente e strisciante. La preoccupazione per la crescente presenza di latinos con i loro stili di vita, la lingua, il tipo di legami familiari, non verrà meno. Le varie diseguaglianze, che non hanno soltanto una, importantissima, componente economica, ma che si traducono in una visione di società, non saranno neppure affrontate se non si approntino le politiche opportune. Non saranno certamente i banchieri della City di Londra e i brokers di Wall Street, i signori della tecnologia della Silicon Valley e le donne e gli uomini dell’establishment della East Coast a presentarsi credibilmente come coloro in grado di rappresentare quei settori sociali, di proteggere le identità e di operare per contenere e ridurre le diseguaglianze.
Nessuno riuscirà a sostenere convincentemente la tesi che bisogna dare risposte che riguardano i diritti, di ogni tipo, in particolare quelli riguardanti gli orientamenti sessuali, sottovalutando le diseguaglianze in termini di riconoscimento e di opportunità, di sostenere che prima vengono le diversità, poi le ricompense, di considerare che lo ius soli è più importante e più qualificante del diritto al lavoro. La sinistra che non agisce prioritariamente per ridurre le diseguaglianze ha perduto, sosterrebbe Norberto Bobbio, la sua ragion d’essere, la sua anima. La sinistra continuerà anche a perdere consistenza e rilevanza politica a fronte delle sfide diversamente populiste che hanno fatto la loro comparsa un po’ dappertutto in Europa (e altrove). È fra gli Stati-membri dell’Unione Europea che, a sessant’anni dal Trattato di Roma, i populismi sembrano avere trovato accoglienza migliore e spazi più ampi.
I populisti vanno alla ricerca e alla conquista di coloro che ritengono sia più importante preservare e celebrare l’identità nazionale, se non addirittura quella locale, piuttosto che ottenere quei vantaggi economici, la cui esistenza peraltro negano, che derivano dall’apertura alla globalizzazione e al libero commercio. I populisti mobilitano quello che considerano il “loro” popolo, mai tutto il popolo, contro l’establishment. Lo definiscono e lo ridefiniscono sostenendo di essere i soli in grado di rappresentarlo contro l’Europa dei banchieri e dei tecnocrati. Vogliono offrirgli protezione contro le ondate di migranti che non solo potrebbero rubargli il lavoro, ma che minacciano i loro stili di vita, le loro credenze religiose, le prospettive della loro prole. È stato profondamente sbagliato sottovalutare questi sentimenti, ritenendoli un retaggio del passato in via di superamento e, peggio, criticandoli come segno di arretratezza e deridendoli.
In qualche convegno a Davos, in riunioni ristrette a Bruxelles, a un vernissage parigino, nel foyer di un teatro londinese, ad una prima della Scala, forse anche alla Freie Universität di Berlino è molto facile trovarsi d’accordo sul fatto che l’Unione Europea è un grande progetto di unificazione politica che sta mettendo insieme una pluralità di culture a partire da una base che si dice essere comune (ma, talvolta, mi chiedo che cosa unisca Dante e Shakespeare, Leonardo e Picasso, Miguel de Cervantes e Franz Kafka, Thomas Mann e Albert Camus), da una storia condivisa, ma intessuta di conflitti e di guerre civili, da prospettive ancora adesso nient’affatto precisamente definite. A fronte delle molte irrisolte problematiche economiche, di creazione e di distribuzione della ricchezza che non hanno ridotto vecchie diseguaglianze e ne hanno prodotte di nuove, la risposta in termini di cultura non è finora sembrata adeguata. Ha aperto spazi ai sovranisti che non sono stati contrastati convincentemente facendo notare che è molto improbabile che qualsiasi singolo Stato europeo riesca da solo a risolvere i problemi prima e meglio di quanto faccia l’Unione Europea. È una lezione che persino la pur grande e efficiente Gran Bretagna sta imparando a sue spese, che non saranno controbilanciate in toto dall’accentuazione tutta “culturale” dell’identità: la Britishness.
Il senso complessivo della mia riflessione su globalizzazione, Unione Europea e diseguaglianze può essere condensato in due considerazioni e due conclusioni. La prima considerazione contiene anche una personale autocritica. Ho creduto che tanto la globalizzazione quanto l’Unione Europea fossero processi in grado di produrre e offrire maggiori opportunità senza lasciare indietro nessuno, tranne per poco tempo, che i costi di entrambe sarebbero stati distribuiti in maniera relativamente equilibrata fra tutti i settori sociali, pur implicando vantaggi, sperabilmente non eccessivi, per coloro che già sono privilegiati. Non è stato così. La seconda considerazione ugualmente da accompagnarsi con una modica dose di necessaria autocritica è che, affidate le problematiche economiche alla competitività e al mercato della globalizzazione e dell’Unione Europea, ho creduto che tutti gli aspetti di cultura e di identità fossero, per così dire, da un lato, “privatizzabili”, vale a dire, risolvibili in proprio dai vari gruppi oppure, questo, sicuramente, errore più grave, superabili con l’ascesa del repubblicanesimo delle regole e dei diritti delle persone. Non soltanto alcune delle tematiche identitarie si sono dimostrate irriducibili, ma sono anche risultate non negoziabili e i loro portatori non saranno, almeno nel loro e nel nostro tempo di vita, soddisfatti da nessuno scambio: “più risorse economiche meno accento su identità”, meno che mai se riguarda le loro famiglie e i loro figli.
La prima delle due code riguarda direttamente le elaborazioni e le attuazioni della sinistra ovvero il suo lento graduale, ma apparentemente inarrestabile scivolamento verso posizioni incapaci di comprendere quanto nella vita delle persone contino gli elementi di comunità in senso lato: con chi si vive, con chi si lavora, quali nostalgie legittime si hanno per il passato, quali aspettative di cambiamento prevedibile per il futuro, ma anche quali siano le distanze sociali e le diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione. La seconda coda è data dalla constatazione che non sono emerse personalità in grado di elaborare una narrativa di ampio respiro e di profondità della globalizzazione e di svolgere il compito di leadership a livello europeo. La mancanza nelle democrazie europee e negli USA di leadership dinamiche e capaci di disegnare il futuro, innovative e empatiche, è un vero e proprio dramma contemporaneo. Non sono alla ricerca di personalità carismatiche, ma di predicatori appassionati, credibili, capaci di delineare un percorso condiviso per popoli e per persone. Consapevole che quanto ho qui scritto è poco più di un insieme di spunti schematici, suscettibili di una molteplicità di approfondimenti, mi auguro che siano degni di attenzione e mi ripropongo di rivisitarli e ampliarli.
Sovranismo, populismo, autoritarismo
Sovranismo è pensare di riuscire a fare da soli quello che la collaborazione fra ventisette/ventotto stati non riesce a conseguire. E’ anche il tentativo furbesco di approfittare dei rapporti con quegli Stati solo quando conviene, senza dare nulla in cambio, peggio, violando sistematicamente le regole pre-stabilite e approvate e gli impegni presi. Nessuno Stato nell’Unione Europea è stato espropriato della sua sovranità, meno che mai da burocrati e tecnocrati senza volto che vivono a Bruxelles. Ciascuno degli Stati e tutti i loro governi hanno liberamente deciso di aderire all’Unione Europea consapevoli di stare cedendo una parte della loro sovranità nazionale. Sanno anche che nell’Unione Europea possono contribuire a proteggere e promuovere i loro interessi nazionali, ad esempio, prosperità e sicurezza, collaborando con gli altri Stati-membri. Non è vero che nell’Unione se qualcuno “vince” qualcun altro deve perdere. Spesso il “gioco” è a somma positiva: guadagnano un po’ tutti (e le statistiche lo dimostrano). Chi esce, come oramai tutti dovrebbero imparato grazie all’esperienza della Brexit, sicuramente perde — la mia impressione è che gli Stati piccoli perderebbero di più. La cessione consapevole di sovranità, se accompagnata da capacità, intelligenza, impegno, rafforza quegli Stati che hanno quelle qualità e le applicano poiché riusciranno a rispondere meglio alle esigenze e preferenze dei cittadini. Laddove, invece, i politici si rilevano inadeguati, in molti modi e da molti punti di vista, nessun vantaggio potrà scaturire da una presenza sulla scena europea non accompagnata da competenza e credibilità. Al contrario (e se qualcuno pensa che il riferimento è all’Italia ha colto il punto). L’Italia e, con poche eccezioni, i governanti italiani dal 2006 ad oggi, semplicemente non sono stati credibili.
Con il senno di poi, ma anche guardando alla tragedia del Venezuela contemporaneo, è persino troppo facile affermare che il fenomeno per eccellenza della non-credibilità è il populismo. Per lo più il leader populista giunge al potere grazie, in parte, agli errori dei governanti “democratici”, in parte, alle sue capacità personali nello sfruttare/strumentalizzare quegli errori, infine, in parte non piccola, alla credulità di ampi settori del popolo. Ovviamente, non è mai tutto il popolo che porta al successo il leader populista il quale, tutte le volte che gli parrà opportuno, contrapporrà il popolo buono, quello vero, che lo sostiene, al popolo cattivo, e definirà “nemici del popolo”, coloro che lo contrastano. E’ la pretesa di un leader, ma anche di un movimento, di rappresentare da solo, direttamente, senza bisogno di organizzazioni intermedie, il popolo, che costituisce l’elemento caratterizzante le esperienze populiste. E’ il rifiuto del pluralismo sociale, politico, culturale. E’ il rigetto di qualsiasi modalità di competizione libera e aperta. E’ il disconoscimento della separatezza e dell’autonomia relativa delle istituzioni, in particolare, di quelle parlamentari, talvolta giudicate inutili e spesso bypassate, e di quelle giudiziarie, dove si annidano alcuni nemici del popolo e del populismo! Sul filo teso dell’equilibrismo populista, abbiamo ascoltato il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte definire il suo ruolo “avvocato del popolo”. I vertici del governo italiano hanno definito il loro documento di bilancio, già bocciato (23 ottobre) dalla Commissione Europea, “la manovra del popolo”. La banalità del populismo si accompagna e si nutre dell’ignoranza di non pochi settori del popolo stesso in attesa delle soluzioni miracolistiche promesse dai populisti di tutte le tacche. Quando il populismo fallisce, come è sempre successo, dappertutto, allora la tentazione è forte, spesso irresistibile, di introdurre elementi di autoritarismo e di applicarli.
Può esistere una “democrazia illiberale”, quale, secondo Viktor Orbán, è diventata l’Ungheria del cui governo lui è il capo? Un sistema politico che impedisce ai mass media di fare il loro lavoro, che manipola il sistema giudiziario, che sottilmente colpisce qualsiasi attività degli oppositori, ha solamente intaccato i principi liberali: diritti civili e politici e freni e contrappesi istituzionali, oppure ha anche gravemente ristretto gli spazi democratici introducendo elementi di autoritarismo? (La Polonia è incamminata su questa strada). Quanto possa durare una “democrazia” continuando a privarsi del “liberalismo” è una domanda alla quale molti sistemi politici latino-americani e africani hanno già dato una risposta chiara: poco. Certo, il liberalismo potrebbe tornare, ma più facile, più probabile, anche se non inevitabile, è che quella democrazia illiberale scivoli nell’autoritarismo. La dictablanda, faccio ricorso alla terminologia elaborata con raffinata ironia dai latino-americani, può essere sia la conseguenza logica e politica di una democradura sia la sua alternativa più praticabile. Né l’una né l’altra troveranno legittimazione nell’Unione Europea.
Pubblicato il 1° novembre 2018 su italianitalianinelmondo.com
Il rilancio del PD e l’opzione Minniti
Con Gianfranco Pasquino parliamo della crisi del PD e degli scenari futuri del partito
Intervista raccolta da Francesco Snoriguzzi
Le ultime Elezioni Politiche, il 4 marzo del 2018, hanno sancito ancora una volta la crisi profonda della Sinistra in Italia (ma il discorso è valido per tutta l’Unione Europea). Il Partito Democratico, principale rappresentante della Sinistra italiana, ha ottenuto il peggior risultato della sua storia attestandosi attorno al 18%. Allo stesso tempo, le elezioni hanno segnato una nettissima affermazione di quei movimenti populisti e neo-nazionalisti che avanzano in tutta la UE: oltre al successo annunciato del Movimento 5 Stelle di Davide Casaleggio, primo partito fuori da coalizioni, nella coalizione di Centro-Destra si è avuto lo storico superamento della Lega di Matteo Salvini (non più Lega Nord) rispetto a Forza Italia di Silvio Berlusconi. L’esito istituzionale ha confermato la svolta populista dell’Italia portando ad un Governo di Lega e M5S.
Di fronte alla lampante sconfitta, il PD sembra essere rimasto quasi stordito e fatica a trovare la forza di rialzarsi e di tornare a mobilitare il suo elettorato. Trattandosi di un fenomeno di portata quanto meno europea (ma si pensi anche a Donald Trumpnegli USA e a Jair Bolsanaro in Brasile) e con radici che affondano nel tempo (nel caso italiano si possono far risalire quanto meno alla vittoria di Berlusconi nel 1994), il risultato non dovrebbe stupire. Una ragione potrebbe essere certamente la scarsa abilità della Sinistra nell’uso dei nuovi mezzi di comunicazione digitale, che invece rappresentano il fiore all’occhiello della propaganda populista: i nuovi mezzi, per loro natura, non si prestano alla comunicazione ufficiale di un partito, che spesso risulta troppo formale ed ingessata, mentre risultano ideali per quei gruppi anti-sistema che li utilizzano per amplificare la rabbia dell’uomo medio.
Mentre ci si avvicina a delle Elezioni Europee che vedono il fronte anti-europeista più forte che mai, il PD (come i suoi equivalenti europei) si interroga su come uscire da questa fase di crisi e già si è scatenata una serrata lotta interna sulla figura del nuovo Segretario che dovrà traghettare il partito verso una nuova fase. Da un lato c’è il Segretario Reggente, Maurizio Martina, da un altro l’attuale Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, da un altro ancora quella parte di partito che si riconosce nell’ex-Segretario ed ex-Presidente del Consiglio, Matteo Renzi; ultimamente, infine, si è parlato di una possibile candidatura dell’ex-Ministro degli Interni, Marco Minnitialla guida del PD e lui stesso ha dichiarato di considerare questa ipotesi.
La situazione resta molto complicata. Secondo Gianfranco Pasquino, ex-Senatore della Repubblica e Professore Emerito dell’Università di Bologna, però, l’eventualità di una candidatura di Minniti non è del tutto chiara: Minniti, afferma Pasquino, “dovrebbe decidere autonomamente se candidarsi oppure no, non farsi candidare da Renzi o dai ‘renziani’: se ha voglia di fare il Segretario del partito e ritiene che Zingaretti, che al momento è l’unico candidato in corsa, o che Martina siano inadeguati per quel ruolo, allora dovrebbe candidarsi; se Minniti si fa candidare dai renziani, però, diventa automaticamente il candidato dei renziani”. In tal caso, continua, Minniti finirebber per “rappresentare quello che Renzi ha fatto, o non ha fatto, nel corso della sua Segreteria: non dimentichiamo che Renzi era Segretario del partito e del partito non si è mai occupato”.
La figura dell’ex-Ministro degli Interni, in ogni caso, potrebbe risultare problematica per parte del PD. I due temi principali su cui la Sinistra sembra non intercettare più il favore dell’elettorato, infatti, sono il rapporto con la UE, da un lato, e la gestione del flusso migratorio, dall’altro. Se sui rapporti con la UE, la posizione di Minniti è sempre stata coerente con la linea espressa dal partito (puntando ad una riforma dell’Unione che vada nella direzione di maggiore integrazione, ovvero riforma del Trattato di Dublino e quote obbligatorie per la ripartizione dei migranti), la sua gestione del fenomeno migratorio è stata a volte più controversa. Il suo operato da Ministro degli Interni, infatti, è stato spesso criticato da una parte della Sinistra che lo ha spesso accusato di inseguire la Destra sul proprio territorio. Durante la propria esperienza da Ministro degli Interni, infatti, Marco Minniti ha portato avanti una linea improntata alla realpolitik prendendo, in alcuni casi, anche misure impopolari a Sinistra (in particolare quelle sulla gestione del flusso migratorio dalla Libia e sul codice di condotta per le Organizzazioni Non Governative).
È probabile che l’idea che sta dietro alla proposta di una candidatura di Minniti alla Segreteria del PD punti a far sì che la realpolitik di Minniti, contrapponendosi a posizioni generalmente percepite dall’elettorato come buoniste e superficiali su temi come la gestione dei flussi migratori, potrebbe contribuire a rilanciare i consensi elettorali del partito. Secondo il Professor Pasquino, però, “la posizione dura nei confronti dei migranti sia già totalmente occupata da Salvini e che sia impossibile scalzarlo: ci è arrivato prima di altri e in maniera molto pesante; ha avuto il vantaggio di porre all’attenzione di italiani che erano già molto preoccupati per l’immigrazione e quindi nessuna posizione dura della Sinistra potrà scalzare il consenso che Salvini ottiene da quello che dice e quello che fa, che per altro non è un granché ed è molto diverso da quello che dice”. Il partito, continua Pasquino, si ricostruisce in un altro modo: “certamente non facendo il buonista, ma neanche imitando posizioni di Destra, ma francamente non credo che Minniti stia inseguendo la Destra”.
Il punto, però, insiste Gianfranco Pasquino, non è quale linea debba esprimere il partito: “la domanda importante è quale tipo di Partito Democratico dovrebbe esserci, ma la questione vale per Minniti, per Martina, per Zingaretti, per chiunque voglia fare il Segretario del partito: bisogna avere un’idea di partito, una visione di partito; bisogna, soprattutto, avere un’idea chiara di come si vuole allargare il partito, perché se si propone di rimanere un partito da 18% il partito sarà quasi sempre irrilevante; bisogna avere la capacità di tenere insieme il partito come è, e già ci sono delle tensioni preoccupanti”. Secondo Pasquino, infatti, “il punto è che si deve ricostituire un Partito Democratico che è sostanzialmente decaduto e ci sono zone del Paese in cui, praticamente, non esiste neanche: che tipo di politica può fare un partito che non esiste? Tanto Minniti quanto Zingaretti devono dire che tipo di Partito Democratico intendono costruire”.
Di certo, l’esperienza insegna che i partiti di Sinistra hanno una certa tendenza ad optare per le scissioni, quando le loro correnti si trovano in disaccordo. In base alle critiche che la figura di Minniti può sollevare all’interno del partito, quindi, l’ipotesi che nel caso di una sua Segreteria il PD si avvii verso l’ennesima scissione non appare così remota. Secondo Pasquino, “se i renziani mettono le proprie carte su Minniti e Minniti non vince, dato che nel frattempo stanno organizzando dei Comitati Civici, si può pensare che si tratti di una premessa per fare qualcos’altro fuori dal Partito Democratico. I Comitati Civici, per di più costituiti dall’ex-Segretario del partito, sono già un principio di scissione, o comunque una minaccia, come a dire che, se non dovesse vincere il loro candidato, loro sono pronti ad andarsene”. I precedenti, continua il Professore, “in verità non sono così positivi: Renzi voleva migliaia di Comitati Civici per il SÌ al Referendum Costituzionale; non so quanti ne siano nati, ma sta di fatto che il Referendum è stato perso seccamente. Nonostante i precedenti non siano molto positivi, a mio avviso questa è oggettivamente un’azione contro il partito”.
Il dibattito attuale tra le correnti del PD, incentrato soprattutto sui nomi e, in misura minore, sulla linea da seguire, non risponderebbe quindi alla questione fondamentale, ovvero la ricostituzione del partito. Il Professor Pasquino afferma che “il problema non riguarda una persona. Siamo di fronte ad una tematica enorme che si chiama immigrazione e che riguarda soprattutto l’Italia, ma non solo”. Si tratta di una tematica, continua Pasquino, “che non può avere una soluzione nazionale ma che deve necessariamente avere una soluzione europea”. A questo punto, quindi, “bisognerebbe chiedersi se chi diventerà Segretario del Partito sarà in grado di avere una credibilità nei confronti dell’Europa e fare cambiare politica all’Europa su alcuni passaggi”.
In conclusione, afferma Pasquino, “il partito dovrebbe ripartire dalla costruzione di una Sinistra plurale e una Sinistra plurale può essere o intorno al partito, ma in quel caso serve un rapporto di ascolto e interlocuzione, di comprensione e dibattito tra il dirigente e coloro che gli stanno attorno, oppure costituita in un partito plurale nel senso che si apre, ovvero, mantenendo i confini del partito, si dovrebbe aprire ad una serie di personalità che abbiano una qualche presenza sul territorio, non solo sulla televisione perché non è vero che il consenso passi solo attraverso la televisione”. La questione della presenza sul territorio è fondamentale: “il consenso, e la Lega lo sta dimostrando in maniera straordinaria, passa attraverso l’attività politica organizzata sul territorio con presenze dei più vari generi. È necessaria, quindi, una presenza plurale e presente sul territorio. Non bisogna chiudersi a Roma o in un qualsiasi bunker o in una qualsiasi stazione in disarmo, che si chiami Leopolda o in un altro modo”. Il partito, conclude Gianfranco Pasquino, “deve fare politica sul territorio, con persone che abbiano voglia, capacità e magari qualche esperienza di rappresentare pezzi di territorio: se uno pensa di vincere le elezioni in Trentino candidando la toscana Maria Elena Boschi vuol dire che non ha capito assolutamente nulla e che l’unica cosa che si voleva ottenere era mandare in Parlamento Maria Elena Boschi… quanto serva al Parlamento non so dirlo, ma di certo non serve al partito”.
Pubblicato il 24 ottobre 2015 su lindro.it
Apprendisti riformatori sul palco
Le approssimative conoscenze costituzionali del Movimento 5 Stelle, del loro fondatore Grillo, del loro guru Casaleggio si accompagnano a proposte improvvisate. Possono anche sembrare gravi, come l’impeachment che Di Maio voleva lanciare contro il Presidente Mattarella sicuramente “reo” di rispettare e imporre il rispetto della Costituzione anche nella fase di formazione del governo. Poi è venuto Casaleggio a dichiarare la probabile futura inutilità del Parlamento che sarà essere sostituito da qualcosa tecnologicamente più avanzato e più moderno, per esempio, perché no?, dalla sua piattaforma Rousseau. Infine, Grillo ha scoperto come domare il Presidente della Repubblica: togliendogli la Presidenza del Consiglio Supremo di Difesa e del Consiglio Superiore della Magistratura nonché il potere di nomina dei Senatori a vita. Sono subito insorti i difensori della Costituzione, ma, francamente, non ne vale proprio la pena anche perché l’abolizione dei senatori a vita, frequentemente e variamente proposta, non sarebbe certo una diminuzione della democraticità del sistema politico italiano. Grillo ha forse voluto mandare un avvertimento al Presidente Mattarella: “non ti mettere di traverso alla manovra”. Infatti, è proprio autorizzando o no i disegni di legge del governo e promulgandoli o no che il Presidente della Repubblica italiana esercita in maniera visibile reale potere istituzionale e politico. La maniera non visibile, ma non meno efficace, consiste nelle comunicazioni informali fra i Palazzi. Il Presidente italiano, in quanto rappresentante (art. 87) della “unità nazionale” ha il dovere, oltre che il diritto, di valutare nelle sue linee generali se quanto il governo fa o si propone di fare va o no a scapito dell’unità nazionale, della coesione, del benessere. L’ha fatto sapere più volte in questi mesi nei suoi discorsi ufficiali con riferimenti felpati, ma limpide alle avventurose politiche di Di Maio e Salvini. A proposito di queste politiche, non è affatto detto che, solo perché le loro linee generali sono contenute nel “Contratto di governo”, debbano necessariamente essere accettate anche danneggiano l’economia e violano impegni presi con l’Unione Europea.
Più di tutte le parole di Di Maio, Grillo, Casaleggio, comunque criticabili per faciloneria e esasperazioni, contano le proposte ufficiali che il Movimento ha concretamente avanzato: riduzione di un terzo dei parlamentari e introduzione del referendum propositivo. Di quest’ultimo, utile potenziamento di democrazia diretta, esistono tracce nelle Commissioni Riforme Istituzionali fin dal 1983. La riduzione del numero di parlamentari andrebbe motivata, non solo con esigenze risparmiose: ridurre i costi della politica, ma anche con riferimento a miglioramenti nel funzionamento del Parlamento e della rappresentanza politica per la quale, però, ci vorrebbe una riforma decente dell’attuale legge elettorale indecente. Ma, forse è già chiedere troppo a riformatori pentastellati, non stellari.
Pubblicato AGL il 23 ottobre 2018
Attenti ai giocatori d’azzardo
C’è qualcosa di preoccupante sia nei numeri del Documento Economico-Finanziario sia nelle reazioni con le quali Di Maio e Salvini lo difendono e contrattaccano. Dal Fondo Monetario Internazionale ai Commissari dell’Unione Europea preposti a valutare le scelte di bilancio dei singoli Stati-membri, dagli Uffici appositi del Parlamento italiano alle agenzie di rating (nelle quali, è opportuno sottolinearlo, lavorano molti italiani reclutati con riferimento alle loro competenze), tutti hanno evidenziato due punti. Primo, ci sono evidenti violazioni degli impegni presi a Bruxelles. Secondo, non c’è nessuna garanzia che la “manovra” porterà in tempi brevi alla crescita economica e alla riduzione del debito pubblico. Al contrario. Qualcuno si ricordi che le previsioni di Salvini sono crescita del 2 per cento per il 2019 e del 3 per cento per il 2020 contro le previsioni, poco più dell’1 per cento, delle agenzie specializzate. Di Maio replica affermando che la manovra è “coraggiosa”. Salvini afferma che, dovendo scegliere fra quello che dicono le autorità europee e gli interessi italiani, preferisce dare la preminenza ai secondi: “non torneremo indietro”.
Finora i critici, nella politica e nei mass media, ma anche nel mondo sindacale e imprenditoriale, si sono limitati a notare che la manovra è una scommessa e che i conti non tornano a meno che, per l’appunto, la crescita economica (che è il vero punto dolente) non vada parecchio al disopra delle previsioni. Criticabili sono non soltanto il contenuto delle affermazioni dei governanti, ma anche il loro linguaggio e la loro incoscienza delle conseguenze. La manovra non si merita affatto l’aggettivo “coraggiosa”. È come minimo azzardatissima, ma anche irresponsabile. Chi si ostina a non confrontarsi con le previsioni, a non prendere in considerazione anche l’eventualità di conseguenze negative e accetta che il debito pubblico aumenti e lo spread salga, che è la posizione di Salvini, si comporta ugualmente in maniera irresponsabile.
Perseguire gli interessi degli italiani, del Nord e del Sud, con Salvini che vuole condono fiscale e flat tax e Di Maio reddito di cittadinanza e riduzione delle pensioni cosiddette d’oro, non solo è un’operazione di alta acrobazia, ma non offre nessuna garanzia riguardo al miglioramento reale della situazione degli italiani che, invece, si troveranno impoveriti quantomeno da mutui più cari e dall’aumento del costo del denaro, che non avranno più posti di lavoro poiché non tutti i posti di lavoro liberati dal capovolgimento della riforma andranno ai giovani. La manovra che sta per arrivare sulle scrivanie di Bruxelles e al Parlamento italiano sembra destinata a incidere negativamente sul benessere degli italiani e dei loro figli. Di Maio e Salvini più che capitani coraggiosi sembrano giocatori d’azzardo che scommettono molto rischiosamente, ma con il denaro degli italiani.
Pubblicato AGL il 17 ottobre 2018
Il premio Nobel ai due vicepremier
Cari Di Maio e Salvini.
sono davvero dispiaciuto che non vi sia stato assegnato il Nobel per l’Economia. Credo che la spiegazione prima stia nel provincialismo e nel settarismo dei norvegesi e degli svedesi. Dentro e fuori l’Unione Europea, entrambi s’ostinano a pensare che bisogna rispettare gli impegni presi. Sono pieni di pregiudizi, convinti che gli italiani, oramai più mediterranei degli spagnoli e dei portoghesi, siano propensi all’ozio improduttivo e felice che impedirà qualsiasi riduzione del debito pubblico (attualmente al 130% del PIL) e quindi richiederà molti soldi per pagare gli interessi sui prestiti. Effettuano una comparazione un po’ azzardata con i loro debiti pubblici: 29% in Norvegia; 42,2 in Svezia. Che sia questa la ragione per la quale ai “mercati” non passa mai per la testa di speculare contro quei due paesi? Neppure George Soros, evocato da Salvini, per fortuna senza aggiungere il “finanziere ebreo”, specula contro la Danimarca che, piccola com’è, sarebbe un bocconcino facile facile da mangiare e deglutire. Il fatto è che i “fondamentali” danesi sono in ordine, mentre gli italiani sono un po’ balzani. Sostiene il ministro Tria che si raddrizzeranno in futuro quando la manovra farà impennare il tasso di crescita dell’economia italiana. Qui, però, tornano i mercati che, debbo proprio dirvelo, sono fatti da operatori economici dei più vari tipi. Quegli operatori, fra i quali ci sono parecchi italiani, hanno come compito istituzionale, non quello, come sembra crediate voi, di rovesciare i governi, ma di fare investimenti redditizi per i loro committenti e anche per le loro spesso laute commissioni. Non appena subodorano che qualche governo di qualche paese, nonostante i consigli, gli avvisi, le indicazioni della Commissione Europea che proprio non vuole sovrintendere a guai economici, fa il furbo e scommette su implausibili prospettive positive, ne traggono le conseguenze. Così sale lo spread poiché il divario di rendimento fra i buoni del Tesoro italiani e, soprattutto, ma non solo, quelli tedeschi, significa che comprare i buoni italiani diventa rischioso. Investitori/speculatori e agenzie di rating sono i poteri forti di cui voi denunciate le manovre? Difficile dirlo, ma dovrebbe essere facile anche per voi, al fine del conseguimento del Premio Nobel 2019 quando le vostre manovre rilanceranno l’economia italiana verso vette inusitate, capire che investitori e valutatori sono interessati a guadagnare, non a gufare e meno che mai a puntare su disastri economici. Però, se i disastri ci sono o diventano probabili, allora, sì, puntano il loro denaro per vincere. Adesso che ne sapete di più, potreste rifare due conti. Grazie e auguri.
Pubblicato AGL il 10 ottobre 2018
Il nobile e difficile compito di fare rispettare le regole
Nell’Unione Europea la Commissione Europea è il bersaglio istituzionale più esposto. Criticarla si può, con argomenti e conoscenze. Quei commissari non sono burocrati, ma hanno alle spalle carriere politiche di tutto rispetto. Non sono eletti, ma nominati da chi, i capi di governo degli Stati-membri, ha una legittimazione elettorale e democratica, e approvati dal Parlamento europeo, a sua volta democraticamente eletto. Grazie alla sua legittimazione, la Commissione ha e svolge il nobile e difficile compito di fare rispettare le regole. Chi vuole criticarla deve, come minimo, avere le carte in regola.







