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L’essenza di quel che è imperativo sapere su pace e guerra #Paradoxaforum

Si vis pacem, para bellum. Crediamo tutti di sapere che cosa significa questa farse latina. È il chiaro invito ad armarsi per rendere noto e evidente a tutti i potenziali aggressori che il nostro paese, pardon, la nostra Nazione è pronta, forse non solo militarmente, a difendersi. Qualcuno pensa, a mio parere correttamente, che prepararsi alla guerra non voglia dire preparare la guerra, che la difesa richieda non solo armamenti, ma convinzioni, condivisioni e motivazioni, che, concretamente, più di quarant’anni (1946-1989) di preparazione alla guerra sul continente europeo abbiano garantito la pace. Certo, l’equilibrio del terrore fu il prodotto della (rin)corsa agli armamenti fra le due superpotenze: USA e URSS, e anche della consapevolezza di entrambe che un bellum nucleare avrebbe significato il loro reciproco annientamento. Insomma, in qualche modo, prepararsi alla guerra in maniera visibile contribuì a mantenere la pace (almeno sul continente europeo). Che in materia di preparazione attiva e consapevole si possa scrivere molto altro è pacifico (sic), another time another place. Ma queste considerazioni mi paiono sufficienti a delineare in maniera non fumosa problema e soluzione

Si vis pacem, para pacem è quel che, senza nessuna elaborazione, alcuni politici e intellettuali italiani contrappongono a chi indica la strada della preparazione alla/della guerra. Credo che sarebbe opportuno soffermarsi a pensare non soltanto quale pace dovremmo preparare, ma soprattutto come, delineando i tempi, i modi, i passi. “Svuotare gli arsenali e colmare i granai”, come suggerito da Sandro Pertini nel suo primo discorso da Presidente della Repubblica italiana (1978-1985), è una bella frase ad effetto che riecheggia quanto auspicato dal profeta Isaia: “spezzare le spade per farne aratri, trasformare le lance in falci”. Con la stessa logica, ma non vorrei proprio essere blasfemo, chi sostiene, in Italia sono molti a sinistra, che le spese per le armi vanno a scapito di quelle per la sanità, dovrebbe volere trasformare i carri armati e i droni in autoambulanze e agire affinché, condizione essenziale, lo facessero tutti gli Stati. Rimane più che lecito chiedere a chi non vuole che l’Italia partecipi al riarmo dell’Unione Europea quale contributo alternativo la nostra Nazione dovrebbe impegnarsi a dare per la difesa europea.

Preparare la pace significa anche, preliminarmente, riflettere sulle cause delle guerre, proporre spiegazioni storico-comparate, segnalare le modalità con le quali un certo numero di guerre sono state prevenute e impedite. Non vedo nulla di tutto questo nei discorsi di coloro che dicono di voler preparare la pace.

Si vis pacem, para democratiam. Nelle relazioni internazionali una generalizzazione molto robusta e finora non smentita è che le democrazie non si fanno la guerra fra di loro. È vero che le democrazie sono entrate e continuano a entrare in guerra per una pluralità di motivi, ma l’avversario, il nemico è regolarmente, provatamente uno Stato, una Nazione non democratica. Qui fa la comparsa in tutta la sua pregnanza e lungimiranza la lezione del grande filosofo illuminista tedesco Immanuel Kant (1724-1804). La sua tesi è che la pace perpetua è conseguibile ampliando l’area delle Repubbliche, termine usato allora per definire i paesi governati, non nell’oppressione e nella repressione, ma con il consenso, e procedendo alla costruzione di una Federazione di Repubbliche. L’Unione Europea ne è un ottimo esempio.

   Qui si pone il problema di come preparare la democrazia. Troppo facile sostenere che non è possibile esportare la democrazia chiavi in mano. Piuttosto le democrazie e i democratici, soprattutto coloro che vogliono la pace, hanno il dovere politico e morale di favorire e incoraggiare tutti quei molti comportamenti che nei differenti paesi vanno nel senso della protezione e promozione dei diritti civili e politici, sostenendo coloro che se ne fanno portatori e difensori. La diplomazia, vigorosa, insistente e generosa, delle idee e delle risorse è il modo migliore per fare sbocciare i fiori democratici.

Ne concludo che chi vuole la pace deve operare per portare, piantare, innaffiare quei fiori democratici a cominciare dai paesi responsabili di operazioni militari più o meno speciali e affini. Hic et nunc.

Pubblicato il 30 giugno 2025 su PARADOXAforum

Teheran libera? solo se l’input verrà da dentro @DomaniGiornale

Che, insieme alle molte brutture, ferite, traumi e morti, la guerra possa aprire qualche finestra d’opportunità è noto a quasi tutti gli studiosi delle relazioni internazionali nonché i ai più colti e avveduti policy makers. Nel passato, certo, i famigerati neoconservatori intorno al Presidente George W. Bush (2000-2008) hanno esagerato nel credere all’abbondanza di opportunità che non sapevano cogliere e meno che mai coltivare. Oggi non è chiaro se intorno a Donald Trump, Commander in Chief, e lui stesso ci sia qualcuno che vede lucidamente che la sconfitta della Guida Suprema Alì Khamenei e la cacciata dal potere degli ayatollah significhino l’apertura di una enorme finestra di opportunità per cambiamenti profondi, rivolgimenti sostanziali.

   Per capirne di più e meglio bisogna subito sgombrare il campo da un equivoco esiziale, nel quale sprofondarono i neocon di Bush e sembrano dibattersi troppi attori e commentatori. “Cambio di regime” non significa affatto che, affossata la teocrazia iraniana ne consegua senza colpo ferire l’avanzata trionfante di una democrazia. Il crollo del regime iraniano aprirebbe una benvenuta, ma del tutto indeterminata, transizione nella quale una pluralità di protagonisti: autorità militari, parte del clero, quel che rimarrà dei pasdaran, i movimenti delle donne, forse alcune elite di professionisti iraniani in una società schiacciata, ma non priva di vitalità, giocherebbero le loro carte dando vita a coalizioni composite. Ci sarà confusione e rimarranno tentazioni e comportamenti autoritari. Quello che appare improbabile, ma anche molto sconsigliabile, è una soluzione che venga da fuori, come prospetta il figlio dell’ultimo shah della dinastia Pahlavi. Quarantacinque anni di lontananza implicano che non ha basi né relazioni. Quando toccò a loro i meno famosi esuli iracheni, alcuni coccolati negli USA, mostrarono rapidamente la loro quasi assoluta irrilevanza. Fin d’ora meglio non illudersi e non operare per l’insediamento di un governo fantoccio a prevalenza di revenant.

Comunque, il problema da risolvere è la costruzione di un assetto che, certo per quanto non ancora democratico, sia in grado di garantire ordine politico, inteso come prevedibilità di comportamenti con riduzione al minimo di quelli oppressivi e repressivi. Sarebbe già una situazione positiva e promettente dalla quale, per esempio, a quasi quindici anni dal rovesciamento di Gheddafi, la Libia appare tuttora lontanissima. L’ordine politico è/dovrebbe essere l’obiettivo condiviso, non imposto, fatto valere senza eccessi, senza umiliazioni, senza mortificazioni degli sconfitti alle quali, però, Il Primo ministro israeliano non sembra volere rinunciare. Trump non si sa. Oggi sì, domani no, dopodomani sarà un altro giorno.

Oltre all’ordine politico interno all’Iran è indispensabile porsi l’obiettivo dell’ordine politico a Gaza che, ovviamente, non può essere affidato a Hamas, fermo restando che l’Autorità nazionale palestinese, che non ha finora dato buona prova delle sue capacità, deve imparare ad assumersi responsabilità vere e sostanziali. Al momento, è giusto nutrire dubbi. Nessuno di questi ordini politici, peraltro assolutamente auspicabili, fattibili e indispensabili è in grado di reggere se non viene accompagnato e sostenuto a livello superiore. Senza una visione sistemica conflitti, repressioni, oppressioni, comportamenti odiosi continueranno a ottenere risposte parziali e inadeguate. Ambiziosamente, i policy makers, non soltanto quelli volubili degli Usa, ma anche quelli degli Emirati del Golfo, dell’Arabia Saudita, finalmente dell’Unione Europea, e persino il turco Erdogan debbono impegnarsi a disegnare e coordinare una strategia che conduca anzitutto ad un ordine politico accettabile in e per tutto il Medio-Oriente. Allora apprezzeremo al meglio i frutti scaturiti dal regime change, che è giusto cercare di conseguirlo anche perché contiene generose ricompense.

Pubblicato il 25 giugno 2025 su Domani

Prepotente e incompetente il micidiale riformatore USA @DomaniGiornale

Con un misto di superficialità, improvvisazione e prepotenza, il Presidente USA ha annunciato che intende riformare il mondo. Applicherà una dottrina semplice, bella pronta, ready made: Rifare Grande l’America. Apparentemente, né lui né i suoi collaboratori, scelti prevalentemente con il criterio del tasso di adorazione nei suoi confronti, si sono interrogati sulle cause del più o meno significativo declino dell’America nei grosso modo vent’anni trascorsi. Da lui in parte interpretata e rappresentata, anche visceralmente, e in larga misura guidata, la reazione è stata diretta contro la cultura woke. In sintesi, woke compendia tutte le tendenze socio-culturali e di stili di vita espresse e in parte, in maniera molto/troppo acritica, accettate e lodate dai democratici e dall’influente, ma tutt’altro che egemone, establishment nel mondo dell’informazione, delle università d’élite, del cinema. A quei comportamenti, peraltro non ancora adeguatamente valutati né nei loro eccessi né nella loro spinta positiva verso una società DEI, ovvero caratterizzata da Diversità, Equità, Inclusione, Trump ha contrapposto un ritorno al passato. Il suo annuncio è sembrato molto rassicurante, con qualche punta di risentimento e di rivalsa, all’elettorato che, per ragioni di conoscenze e tipo di attività lavorative, si sentiva e considerava non solo sfidato, ma lasciato indietro, umiliato e abbandonato. Un’America più grande darebbe più prestigio anche a loro, li renderebbe patrioti orgogliosi.

Da tycoon per il quale i soldi sono la misura non soltanto della ricchezza, ma dell’abilità personale e del successo ottenuto, Trump si è buttato anzitutto sui dazi per recuperare la potenza economica USA. Poi ha cercato di dimostrare che lui è in grado di rimettere gli USA al centro dell’ordine (disordine) internazionale. I dazi si stanno rivelando, come tutta la teoria economica ha sempre sostenuto, un fallimento gigantesco, costoso, non recuperabile. Anche la risposta ai due gravi conflitti in corso, pur molto diversi fra loro: aggressione russa all’Ucraina; e prolungata e sproporzionata rappresaglia israeliana contro Hamas e i palestinesi, evidenzia una visione inadeguata e persino pericolosa di Trump sia sul mondo che c’è sia su quello che si potrebbe/dovrebbe costruire.

Soltanto un megalomane poteva pensare di costruire qualcosa di decente nel conflitto russo/ucraino umiliando il Presidente Zelensky e stabilendo un rapporto personale diretto con Putin riconoscendo all’autocrate russo un potere da tempo perduto e irrecuperabile. Non ne sarebbe, comunque, derivata nessuna pace “giusta e duratura”, niente di cui vantarsi. Caduta l’opzione non si intravede nessuna strategia trumpiana alternativa. Anche nel Medioriente Trump non può sbandierare nessun successo. La striscia di Gaza non è destinata a diventare una “riviera” esclusiva per superricchi e sceicchi, spaventati dalla prospettiva di dover accogliere la diaspora palestinese. Quel che, da molti punti di vista, è peggio è che Trump non ha la minima idea di come convincere/costringere Netanyahu a concludere le sue oramai intollerabili, nei tempi e nei modi, e ingiustificabili operazioni belliche.

Nessun nuovo ordine internazionale potrà minimamente emergere se Trump continua a credere che l’Unione Europea ha sfruttato la “sua” America e concorda con il suo vice Vance che gli europei sono dei parassiti. Incidentalmente, non saranno i singoli governanti europei che asseriscono di comprendere le motivazioni del Trump sovranista piuttosto imperialista (a riprova le sue dichiarazioni su Groenlandia e Canada) a moderarne le mire e le politiche, ma neppure a trarne qualche vantaggio in esclusiva. Le photo opportunities, chiedo scusa, opportunistiche, diventano spesso rapidamente sbiadite. Al contrario, resistere a Trump e non lesinare motivate critiche è patriotticamente doveroso, ma, soprattutto, è politicamente indispensabile per porre le premesse di una strategia diversa, costruita su ampi accordi, mirati e lungimiranti. Quello che vorremmo dai volenterosi.

Pubblicato il 14 maggio 2025 su Domani

I sovranisti con il fucile e quelli con la pistola @DomaniGiornale

Anche se troppi saccenti commentatori non se ne sono accorti, quasi quarant’anni fa è effettivamente finita una storia, quella della guerra fra le democrazie liberali e i regimi comunisti reali, realmente e malamente realizzati. Solo in piccola parte prevista da Francis Fukuyama, ha fatto la sua (ri)comparsa un’altra brutta storia, quella dei conflitti fra i nazionalismi, fra le nazioni. Sembrano conflitti irreprimibili e incurabili che non possono venire abbelliti e nobilitati facendo ricorso al sovranismo. Né è possibile rassicurarsi affermando che nel mondo della globalizzazione è diventato sempre più evidente che il tema dominante è l’interdipendenza alla quale non sfuggono neppure alcuni, pochi, regimi autoritari che cercano rifugio in impossibili autarchie.

“No man is an island” scriveva il grande poeta inglese John Donne (1572 1631). Nell’interdipendenza nessuno stato, neanche quelli circondati dal mare, è in grado di isolarsi. Anzi, tutti rischiano di diventare preda di Stati più grandi e più forti. Quegli Stati, inesorabilmente bellicosi, continueranno a cercare prosperità e prestigio con politiche espansive e dove non si rivela sufficiente il soft power delle idee e degli esempi, faranno uso dello hard power, quello della forza che si esprime in guerre, anche commerciali, per contenere e ridimensionare il poter degli altri.

 Che la probabilità delle guerre potesse essere ridotta fino a renderla nulla grazie alla formazione di entità sovranazionali federali fu già la risposta di Immanuel Kant e divenne la proposta, il progetto degli Stati Uniti d’Europa formulato nel Manifesto di Ventotene. I sovranismi europei sono espressione di una battaglia di retroguardia contro un’Unione Europea in espansione e in crescita. Non causalmente, gli altri due sovranismi preoccupanti guardano entrambi al passato. Quello russo di Putin, nient’affatto raffinato, non conosce altro strumento che l‘uso delle armi, la guerra e, in subordine, la russificazione sociale forzata. Quello americano, culminato nella Presidenza Trump e da lui totalmente rappresentato, ha una pluralità di obiettivi. La guerra dei dazi è la sua arma per convincere a pagare un conto salato a tutti coloro che per decenni avrebbero depredato gli USA. Ad altri viene lanciato il monito che gli USA potrebbero impadronirsi del loro territorio se contiene risorse preziose: imperialismo di ritorno.

Parassiti tutti, secondo l’elegante espressione del vice presidente Vance, gli stati europei sono nel mirino non solo perché non pagano il costo dell’ombrello difensivo che grava sulle spalle USA, ma anche perché il progetto europeo costruisce uno sfidante economico e forse anche culturale molto dotato e attraente. Comunque, indebolire l’Unione fino a smembrarla, ridurrebbe le pretese e le possibilità di tutti gli stati-membri. Nelle fantasie trumpiane farebbe l’America America Ancora Grande. La Cina sta a guardare. La grandezza di un passato lontano può sempre vantarla. Che qualcuno oggi parli di un suo probabile declino non può impensierire più di tanto governanti che hanno fatto registrare enormi successi nei trent’anni passati e che sono sostanzialmente diventati il fratello maggiore della Russia. Taiwan appare il prossimo obiettivo per fare la Cina ancora più grande.

Quando i sovranismi si incontrano/scontrano, il sovranismo con il fucile sconfigge facilmente i sovranismi con la pistola. Ad ogni buon conto sarà sempre il sovranismo con il fucile, magari sostenuto da migliaia di droni e da una possente rete satellitare, a neutralizzare senza colpo ferire i sovranisti underdog. Trattare, il racconto prosegue con metafore belliche, ad armi pari, è non solo illusorio, ma anche velleitario. Inevitabile è lo scivolamento da sovranisti a vassalli ad libitum del mega/magasovrano che ne potrà revocare i vantaggi tutte le volte che lo riterrà utile per il suo paese, per la sua politica. Al sovranismo russo di Putin e a quello americano di Trump il modo migliore di opporsi e di tenere aperti i canali di comunicazione è rendere l’Unione Europea più coesa, con politiche condivise e unità d’intenti. No State is an island. 

Pubblicato il 9 aprile 2025 su Domani

È tempo di rivendicare i grandi valori dell’Europa @DomaniGiornale

Fare fronte agli assalti del Presidente MAGA Trump all’Unione Europea e ai suoi Stati-membri richiede una chiara identificazione delle tematiche e la formulazione di risposte precise, in qualche caso flessibili, mai ambigue, sempre comuni e condivise da tutti quegli Stati. Persino il primo ministro inglese Keir Starmer il quale, pure, può, nonostante tutto, vantare qualche titolo, sa che la relazione speciale del suo paese con gli USA non gli garantisce automaticamente qualsivoglia vantaggio. Infatti, nella misura in cui tenta qualche mediazione con Trump per rafforzarsi lo fa anche in nome dei paesi europei.  

Trump non mira affatto a ristabilire modalità di concorrenza commerciale più equilibrate con l’Unione Europea (con il Canada e con il Messico). Gli è stato fatto credere che con i dazi acquisterà una supremazia perduta che potrebbe risultare reale solo in alcuni pochi settori. Se è vero che le guerre commerciali fanno male un po’ a tutti, è ancor più vero che fanno più male a coloro che sono più deboli in partenza. Abolendo con un tratto di penna l’USAID (Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale) Trump ha già fatto sapere che non tiene in nessun conto quegli stati. Facile immaginare che tipo di ordine internazionale Trump intenda costruire. La risposta europea dovrà essere tanto equilibrata quanto selettiva, impostata in modo da completare il Mercato Unico, secondo le indicazioni del Rapporto Letta e concentrando ricerca e risorse per dare vita a “campioni” europei competitivi per dimensioni, come suggerito nel Rapporto Draghi, e prospettive.

Entrambi i Rapporti, certamente esigenti, finora non adeguatamente tenuti in conto, meritano di essere messi al centro della risposta politica dell’Unione Europea, ovvero di una più intensa e approfondita e anche più rapida collaborazione fra gli Stati-membri. Oggi e domani quella collaborazione è particolarmente urgente, probabilmente decisiva, nell’ambito militare, della difesa. Le guerre si evitano anche con adeguate modalità di dissuasione che derivano dall’esistenza di un esercito comune e di armamenti moderni. Anche in questo caso si tratta di utilizzare al meglio quanto già esiste e di investire adeguatamente. Primum vivere. La difesa dell’Ucraina non è soltanto una priorità militare, è un compito politico di prima grandezza. Non sono sicuro che a Trump basti far sapere che l’UE ha già speso più degli USA. Sono sicuro, però, che è importante comunicare a Putin che l’UE vuole ed è in grado di continuare a spendere, magari anche con il denaro che viene dai beni russi giustamente confiscati.

Non mi sono posto l’interrogativo se l’UE debba ancora considerare Trump un alleato o debba prendere atto che si comporta, se non come un vero e proprio nemico, quantomeno come un avversario agguerrito. So che sarebbe sbagliato lasciargli credere che fra i governi dell’Unione europea c’è chi vorrebbe assumere una posizione più morbida, quasi collusiva perché, come si dice di Giorgia Meloni, condivide alcuni “valori” del trumpismo. Almeno l’altra metà degli Stati Uniti quei valori non li condivide e, leccandosi le profonde ferite di una brutta, ma purtroppo meritata, sconfitta, tenta di contrapporvi il meglio della democrazia americana. Se le distanze sui valori fra l’America di Trump e l’Unione Europea come è stata fondata, è cresciuta, si è ampliata, si approfondiscono, perché gli USA diventano un paese illiberale, allora a maggior ragione, senza ambiguità e senza pavidità, l’Unione dovrà sollevare il vessillo di quello che è da tempo diventata: il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo. Su questi valori si basa la grandezza dell’Unione Europea. Il tempo è venuto di rivendicarli e di metterli, senza nessun distinguo nazionalista, sempre all’opera. Europei, orgogliosi di esserlo.  

Pubblicato il 5 marzo 2025 su Domani

Dalla Germania ottime notizie. L’Ue unita fa paura a Trump @DomaniGiornale

Troppo semplicistico sostenere che l’Unione Europea si trova fra due fuochi: uno, quello amico, che viene da un leader democraticamente eletto, Trump, che spara a casaccio; l’altro, sicuramente nemico, che viene da un autocrate repressivo e sanguinario, Putin, che ha una strategia di corto respira, ma chiara e pericolosa.  Poi, dentro i singoli Stati-membri dell’Unione Europea covano altri fuochini e fuocherelli, nazionalisti, sovranisti, xenofobi, che mirano ad indebolirla fino a disgregarla, con qualche recupero di sovranità nazionali, magari nella difficile forma di una Confederazione, comunque un passo indietro.

Liste, fronti, partiti che, esibendo obiettivi autoritari che discendono da un passato che non è mai passato, sfidano apertamente, come solo in contesti democratici è lecito e possibile fare, sono stati finora, con qualche eccezione, esclusi dalla partecipazione al governo. Brandmauer, firewall, cordone sanitario, ma non bisogna dimenticare l’italica conventio ad excludendum, sono le parole usate per giustificare il rifiuto che i partiti democratici oppongono a chi le regole e i valori democratici dichiara di volere sfidare e schiacciare. Secondo alcuni commentatori sarebbe un errore non dare spazio agli oppositori, non dei governi, ma della democrazia in quanto tale. Ho un qualche ricordo che l’addomesticamento attraverso l’accesso al governo dei fascisti e dei nazisti non funzionò, produsse disastri. D’altronde, le coalizioni di governo, come dimostrerà anche il prossimo cancelliere tedesco, non sono un banale affare di numeri, ma si formano con riferimento alla vicinanza politica, almeno sui valori, alle esperienze vissute, e alla compatibilità programmatica.

Nell’Unione Europea si entra soltanto se il sistema politico rispetta le regole democratiche e, requisito non disprezzabile, se il sistema giuridico non contiene, non consente e non applica la pena di morte. No, gli USA di Trump non potrebbero diventare il 28ottesimo Stati della UE, ma il Canada sì (e l’Ucraina anche). Certo, un regime duramente autoritario come la Russia e una repubblica presidenziale possono mostrare capacità decisionali, ovvero di prendere decisioni in tempi brevi, superiori a quella di una federazione di Stati, ma, come già emerge nel contesto trumpiano, l’applicazione e l’attuazione di decisioni frettolose, talvolta di dubbia legalità, sono difficili e controverse. Certamente e inevitabilmente più lenta, l’Unione Europea ha comunque finora dimostrato, quando era necessario, di saper ergersi all’altezza della sfida. Se necessario, la pratica democratica, che non ha nulla a che vedere con diktat imperiosi, imperiali, imperialisti, consentirà di aprire trattative con Putin e con Trump.

Molto, adesso, dipende dalla rapidità con cui il democristiano Merz, prossimo cancelliere tedesco riuscirà a rilanciare quell’accordo con la Francia, già cruciale nel passato, per il quale il non ancora troppo debole Presidente Macron è tanto inevitabilmente quanto convintamente disponibile. Con più ampio, più esteso e più approfondito coordinamento in una pluralità di settori, a cominciare dagli armamenti a proseguire con la tecnologia e l’industria, con il sistema di tassazione fino al completamento del mercato unico, per il quale le proposte di Mario Draghi e Enrico Letta hanno risposte decisive, l’Unione Europea ha grandi inesplorate opportunità. Non sarà nessuna autonominatasi pontiera, s’illudono i sostenitori di Giorgia Meloni, con gli USA di Trump e delle sue politiche commerciali, a fare sfruttare al meglio queste opportunità. Sovranismi, anche soft, nazionalismi, xenofobie sono tutti palle al piede di un’Unione che può correre e crescere. Una Unione più veloce è possibile grazie alle sue risorse e allo snellimento delle sue procedure democratiche. Hic Bruxelles hic salta.

Pubblicato il 26 febbraio 2025 su Domani

I CPR in Albania non servono. La risposta deve essere europea @DomaniGiornale

Porre rimedio a un fallimento come quello, da più parti dichiarato, dei centri per migranti collocati in Albania, è persino più difficile di individuare una soluzione decente, praticabile, in grado di durare per un futuro imprevedibile. Le motivazioni giuridiche del fallimento sono state impeccabilmente argomentate da Vitalba Azzollini. Prima il governo ne prende atto meglio sarà. Sapere quel che non si deve fare, questa è la vera lezione anche per gli altri paesi europei e i loro capi di governo, non avvicina, però, nessuna soluzione. Dovremmo avere imparato che nessuna soluzione esiste a un fenomeno epocale di massa se non è una soluzione europea. Lo sanno anche molti “patrioti” che ciascuno dei loro governi, quand’anche si arrocchi orgogliosamente, non riuscirà a fermare i flussi migratori e dovrà comunque pagare un prezzo economico e securitario, anche sociale, nient’affatto marginale. Da tempo, un po’ tutti sostengono che la riposta debba essere europea, ma tutti sanno altresì che non sono solo i patrioti ad opporsi a quella soluzione.

I sostenitori della soluzione europea, è opportuno tornare ai punti fondamentali, la appoggiano a due considerazioni diversamente inoppugnabili. Non so in quale ordine metterle, ma si tratta di diritti e di bisogni. La questione dei diritti è molto complessa poiché riguarda persone che sono costrette a lasciare il loro paese oppresso da governanti autoritari che impediscono loro non solo di esercitare i diritti politici di oppositori, ma anche di guadagnarsi da vivere per sé e per le loro famiglie. I respingimenti e i rimpatri coatti nei paesi d’origine sono una condanna per evitare la quale i migranti sono comprensibilmente disposti ad accettare i più alti rischi. La individuazione dei paesi “sicuri” (Egitto? Bangladesh?, più sono sicuri meno migranti li lasceranno) non può essere affidata a nessun singolo governo europeo. L’elenco deve essere stilato dall’Unione Europea e dall’apposito Commissario con riferimento alle numerose ricerche esistenti su libertà, corruzione, democrazia.

La questione dei bisogni riguarda non solo i migranti stessi, la loro provenienza da paesi nei quali economicamente hanno solo la prospettiva della fame e della miseria (ma, attenzione, i dannati della terra non hanno neanche le risorse per tentare di emigrare). Riguarda il bisogno di migranti che, a causa dell’inarrestabile declino demografico, è lampante, persino crescente in un po’ tutti i paesi europei. Potrebbe essere tradotto in una relazione virtuosa: accoglienza in cambio di lavoro. Noi europei non dobbiamo provare che siamo buoni e accondiscendenti. Dobbiamo dimostrare che siamo civili e comprensivi. Il problema è che dimostrare civiltà e comprensione non è qualcosa che passa attraverso le parole e le mozioni degli affetti nelle quali parte della sinistra e dei cattolici sembra bearsi. Richiede impegno concreto e condiviso, consenso politico ampio, efficienza amministrativa diffusa.

Si potrebbe stilare la lista degli Stati-membri dell’Unione Europea che dispongono di queste essenziali risorse e in quali quantità, ma anche con quale disponibilità a metterle all’opera per fare fronte alla sfida, che non è solo sociale e culturale, ma anche tecnica e burocratica, dei migranti. Va detto che è proprio su questo terreno che l’Unione Europea dovrebbe dimostrare che l’unione fa la forza, che mettere insieme risorse, esperienze, competenze è un vero grande salto di qualità, che, più banalmente non saranno uno più centri albanesi a produrre soluzioni efficaci, decenti e a costi contenuti. Nel suo piccolo, questa è la lezione che discende da quel che è successo in/con l’Albania, da non ripetere. Per quanto difficile, la strada europea è l’unica perseguibile. Se ha imparato la lezione forse il governo italiano potrebbe prendere l’iniziativa.

Pubblicato il 12 febbraio 2025 su Domani

“Make Europe great again” è la risposta da dare al tycoon @DomaniGiornale

Parole chiare, magari non sempre pronunciate limpidamente e non organizzate in maniera armoniosa (non tutti sanno parlare come Barack Obama e meno che mai come Martin Luther King), messaggi espliciti che hanno un retroterra reazionario e che delineano una strategia di rappresaglia. Questa è la sintesi, compreso il tono vendicativo, punitivo, spesso aggressivo, nei confronti della metà polarizzata dell’America e dei suoi vicini Messico, Panama, Canada e Groenlandia, del discorso di inaugurazione della seconda presidenza di Donald Trump.

   Detto che condivido le ottime analisi e variegate interpretazioni di Mattia Ferraresi, Mario Del Pero e Nadia Urbinati pubblicate ieri, adesso sappiamo ancora meglio e di più che cosa dobbiamo aspettarci. Pertanto, il compito consiste nel guardare avanti. Prima, però, di procedere a suggerire le risposte, è indispensabile prendere atto che le affermazioni di Trump costituiscono la traduzione coerente del mandato elettorale chiaro e forte da lui ricevuto da una maggioranza assoluta di elettori americani. Qualcuno con preoccupazione, qualcuno con compiacimento, qualcuno con l’orgoglio di chi lo sapeva già, dobbiamo tutti prendere atto che l’America che si è espressa in Trump, che lui rappresenta e, importante, che lui plasma con le sue preferenze e che vuole tradurre con i suoi obiettivi, è un paese profondamente cambiato, che, peraltro, tutti i sondaggi, ai quali non siamo stati disposti a credere, avevano disgiuntamente individuato.

Ciascuno di noi, italiani e europei, cittadini e governanti degli Stati membri dell’Unione Europea è posto di fronte a una sfida che, naturalmente, riguarda l’economia, ma che va oltre fino alla politica e nel senso più alto e più significativo giunge fino alla cultura ai valori sui quali si sono costruite e funzionano le democrazie non soltanto europee. Non si tratta solo di predisporsi a contrastare i dazi che Trump porrà sottolineando che da sempre la libertà di commerciare, di scambiare beni si accompagna alla libertà politica, riduce le probabilità di conflitti e aumenta le possibilità di crescita. Nessun paese diventa più grande a scapito di altri se non nell’ottica dell’imperialismo predatorio. Bisogna dirlo che il green deal è la modalità essenziale di collaborare per arrestare il cambiamento climatico, bene comune tanto prezioso quanto indivisibile. Nessuna soluzione può essere trovata da rapporti bilaterali più o meno stretti e occasionali che, comunque, il contraente più grande rimane costantemente in grado di definire a suo vantaggio e di terminare a suo piacimento.  

Il processo di distanziamento degli Stati Uniti dall’Europa è cominciato parecchi decenni fa. Tuttavia, i policy makers americani sono largamente consapevoli che dell’Europa hanno bisogno e che l’Europa ha bisogno di loro a causa di visibilissime sfide geopolitiche. Senza nessuna esagerazione sono i rapporti che intercorrono fra Europa e USA, i loro scambi, la loro considerevole condivisione di valori che danno corpo e sostanza a quello che è giusto chiamare Occidente. Neppure Trump potrà permettersi comportamenti che potrebbero essere etichettati come “negletto benigno”. Dal canto suo, l’Unione Europea mantiene la sua integrità e offre una sponda ideale alla metà dell’America non trumpiana continuando ad affermare, proteggere e promuovere i diritti civili, politici e sociali sui quali si è fondata, è cresciuta, continua ad allargarsi. La sfida del Presidente Trump durerà quattro anni (già, per i Presidenti USA esiste il limite invalicabile di due mandati). Nella rapidità, nella innovatività, nella qualità delle riposte a quella grade e brutale sfida si valuteranno le capacità delle leadership europee. Questo è il test da superare. Fare più grande l’Europa.

Pubblicato il 22 gennaio 2025 su Domani

La presidente e la svolta che serve per rilanciare l’Ue @DomaniGiornale

L’Unione Europea è una costruzione complessa fatta da (di) ventisette Stati nazionali, “obsoleti, ma ostinati” (copyright quel grande studioso che fu Stanley Hoffmann), con interessi diversi, talvolta divergenti, che, anche se qualche capo di governo se lo dimentica presuntuosamente, hanno di loro stessa volontà rinunciato a parti della loro sovranità nazionale. Non l’hanno perduta quella sovranità. L’hanno spostata a livello europeo e la condividono con tutta la necessità di procedere ad accordi su quali materie, con quali modalità, in quali tempi esercitarla. Nel corso del tempo l’Unione Europea è cresciuta costantemente, ha aumentato le proprie competenze, ha allargato la sua membership. Non sono pochi gli Stati attualmente candidati che riconoscono o quantomeno sperano che il loro ingresso nella UE porterà loro maggiore sicurezza, maggiore prosperità (è sempre stato così), maggiore libertà. Già, proprio così, infatti, la UE è da tempo il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo.

Come tutti i sistemi politici democratici, l’Unione Europea deve affrontare sfide e risolvere problemi. Ha superato la crisi economica del 2008-2009 che veniva da oltreoceano. Mettendo insieme risorse e saperi ha anche debellato il Covid venuto dalla Cina. Oggi, la sfida più difficile è quella epocale della migrazione di milioni di persone dall’Africa, dal Medio-Oriente, dall’Asia, che fanno un grande omaggio all’Europa. Qui, vogliono venire a vivere e lavorare; qui vogliono fare crescere i loro figli; qui sanno di trovare opportunità. Certo, come il Rapporto di Enrico Letta sul futuro del Mercato Unico e il Rapporto Draghi sulla competitività hanno convincentemente sottolineato c’è molto da fare.

Non esiste un vero e proprio governo europeo. Il ruolo viene svolto congiuntamente, ma non senza tensioni, spesso anche produttive, dal Consiglio dei capi di governo e dalla Commissione Europea. Faremmo molto male, però, a sottovalutare quanto possono fare e effettivamente fanno i parlamentari europei. Oggi (e domani e dopodomani) il giorno dell’inaugurazione della nuova Commissione è particolarmente opportuno interrogarsi sulla sua composizione e sulle sue capacità di esprimere la guida del cambiamento.

La domanda chi ha vinto/chi ha perso con la nomina dei singoli Commissari mi pare riduttiva e inadeguata a rendere conto di quel che è successo e a riflettere sul futuro. Certamente, però, Ursula von der Leyen può vantare una pluralità di successi. Ha ottenuto di essere rinominata. È riuscita a conseguire un notevole riequilibrio di genere nella composizione della squadra. Senza cedere alle malposte rivendicazioni di Giorgia Meloni, ha abilmente smussato le tensioni con l’Italia, “grande paese fondatore, etc etc”, al cui governo, però, c’è chi non sa e non può celare amicizie e pulsioni sovraniste.

Adesso, da un lato, toccherà al Commissario italiano Raffaele Fitto fugare alcune di quelle pulsioni nelle esigenti audizioni parlamentari. Dall’altro, la stessa von der Leyen dovrà formulare sintesi molto più avanzate di quelle che non ha saputo produrre nel suo primo mandato. Se i politici veri hanno lo sguardo lungo alla Presidente si presenta la straordinaria opportunità di cinque anni per effettuare le svolte ambientali, di competitività, di politica estera e difesa e di nuove procedure decisionali (eliminazione dell’unanimità) in grado di proiettare l’Unione ad uno stadio di integrazione ancora più elevato. I commentatori di sventure volano basso e vedono poco e corto. Letta e Draghi hanno indicato la strada dell’approfondimento. Von der Leyen hic salta.

Pubblicato il 17 settembre 2024 su Domani

Draghi, Letta e una lezione di europeismo alla Spinelli @DomaniGiornale

Forse è più che una felice coincidenza che gli autori dei due rapporti che aprono il quinquennio del nuovo Parlamento europeo, sul Mercato Unico e sul Futuro della competitività europea, siano stati scritti da due italiani, rispettivamente, Enrico Letta e Mario Draghi. Oltre alle personali prestigiose carriere professionali, Letta e Draghi sono anche stati Presidenti del Consiglio avendo, dunque, accesso alle più alte sedi decisionali dell’Unione Europea. Certamente non è un caso che i loro rapporti convergano sul punto più rilevante per il presente e, in special modo, per il futuro: maggiore coordinamento maggiore condivisione. I problemi dell’Unione Europea si debbono affrontare e si possono risolvere con “una unione più stretta” (uso parole che vengono da Altiero Spinelli che è all’origine di questa Europa).

Indicando il futuro possibile, ma difficile, entrambi i Rapporti suggeriscono, ovviamente, con le differenze che derivano dai compiti a cui dovevano rispondere, che tocca alla politica e alle istituzioni europee prendere le decisioni opportune. Poiché si tratta di decisioni di enorme importanza è ai vertici dell’Unione che bisogna rivolgere lo sguardo e chiedere se, come, quanto siano consapevoli, adeguati e disponibili. Finora la dicotomia europeisti/sovranisti, anche se schematica, è stata sufficientemente chiara per rendere conto della diversità delle posizioni, delle aspettative, dei comportamenti.  Naturalmente, era anche possibile scorgere alcune, non marginali, contraddizioni in entrambi i campi. Più facile coglierle fra i sovranisti, in particolare fra coloro che vogliono strappare, chiedo scusa, riappropriarsi di alcune competenze per le quali, poi, non dispongono degli strumenti per esercitarle. La sfida dei sovranisti agli europeisti finora ha fatto leva su sentimenti e risentimenti, sulla reviviscenza di identità nazionali, su qualche egoismo particolaristico. Con eleganza il Rapporto Draghi non sfiora neppure uno di questi elementi. L’analisi, la sfida, le soluzioni sono tutte improntate all’europeismo e dirette agli europeisti.

Per sentirsi dalla parte giusta per troppo tempo a troppi europeisti, anche a quelli italiani, sembrava sufficiente segnalare con un’alzata di spalle e con qualche critica la loro distanza dai sovranisti. Forse c’è anche molto di questo compiacimento alla base della perdita di competitività dell’Unione e della carenza di innovazione. Personalmente anch’io ho condiviso l’idea che, comunque, l’Unione procedeva e che le sue istituzioni democratiche avevano bisogno di poche sollecitazioni. Erano/sono comunque in grado, proprio perché democratiche, quindi, aperte, intelligenti, reattive, capaci di imparare, di innovare.

Letta, da una parte, ancor di più Draghi, dall’altra, affermano chiaro e forte che le istituzioni dell’Unione Europea debbono essere trasformate, essere rese più coese, più flessibili, più incisive, rapidamente. Il “cattivo” non è esclusivamente il voto all’unanimità, comunque da abolire. Sono tutte le procedure opache e strascicate che proteggono interessi nazionali spesso obsoleti, che debbono essere rivisitate e riformate. Il sovranismo è la ricetta di un ritorno al passato che non potrebbe comunque essere fatto rivivere e che porterebbe costosi conflitti fra Stati costretti a rivendicare i loro esclusivi interessi proprio sulle tematiche più importanti. Invece, fin d’ora è auspicabile e possibile costruire un’Unione Europea a più velocità. Se i “velocizzatori” hanno successo, questa è la scommessa, saranno molti, Stati-membri e associazioni intermedie, quelli che vorranno rincorrerli. E l’Unione Europea (ri)prenderà slancio.

Pubblicato il 11 settembre 2024 su Domani