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Doppio stop per le destre nel voto UE
Non so se le due importanti votazioni di ieri sono state il canto del cigno di un Europarlamento nel quale i rappresentanti dei partiti europeisti eletti nel maggio 2014 godono di un’ampia maggioranza. Però, sono sicuro che quei due voti hanno rincuorato tutti i sinceri europeisti incoraggiandoli a fare una campagna elettorale molto dinamica e propositiva in vista delle elezioni di fine maggio 2019. Due terzi degli Europarlamentari hanno finalmente deciso che colossi come Google e come Facebook non possono appropriarsi di quanto appare nella stampa e di quanto prodotto da chi scrive e canta musica, facendoli propri e traendone grandi, persino ingenti, vantaggi economici. Proteggere il copyright esigendo adeguate ricompense non è soltanto cosa giusta, ma contribuisce anche alla buona comunicazione politica (sociale, economica e culturale) consentendo ai piccoli che hanno cose da dire di non venire strangolati e schiacciati da colossi il cui interesse alla buona politica e alla buona società sfugge a me come alla grande maggioranza degli europarlamentari di ventotto Stati-membri dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, l’Europarlamento ha votato stigmatizzando gravi e persistenti violazioni dello Stato di diritto ad opera del governo del Primo ministro ungherese Viktor Orbán. Più di due terzi di europarlamentari hanno ritenuto convincente la risoluzione presentata dalla verde olandese Judith Sargentini, non contro l’Ungheria, ma contro i comportamenti e la legislazione di quel governo per imbavagliare i mass media, “normalizzare” le università, a cominciare dalla Central European University, fondata e finanziata dal banchiere di origine ungherese George Soros, reprimere l’opposizione. Certo, il rifiuto sprezzante del Primo ministro ungherese di accogliere i migranti “redistribuibili” ha complicato la sua situazione.
Nonostante qualche tentennamento, il Partito Popolare Europeo al quale Orbán porta molti voti e seggi ha tenuto la barra. Da un lato, i Popolari austriaci hanno votato per le sanzioni e la libertà di coscienza non ha prodotto defezioni rilevanti. Dall’altro, però, Forza Italia ha rinsaldato da posizioni di debolezza un deplorevole asse sovranista con la Lega di Salvini. Brutto segno, ma forse chiarificatore, per tutti quelli che in Italia si illudono di costruire un vasto arco/fronte di europeisti veri e sinceri da contrapporre alla Lega sovranista-populista anti-europeista alla quale sta lavorando Salvini. Le Cinque Stelle hanno esibito un’altra volta un comportamento schizofrenico, votando per sanzionare le violazioni ungheresi allo Stato di diritto, ma opponendosi alla protezione del copyright. Le dichiarazioni di Di Maio, che ha gridato alla censura (per Google e Facebook?) sostenendo che l’Europarlamento dovrebbe vergognarsi, appaiono imbarazzanti e preoccupanti. Per adesso, chi vuole un’Europa più democratica e più giusta può godersi due vittorie importanti di buon auspicio per il prossimo importantissimo Europarlamento.
Pubblicato AGL 13 settembre 2018
L’inesorabile cambiamento degli italiani
Inesorabili, settimana dopo settimana, tutti i sondaggi registrano che il consenso al governo Cinque Stelle-Lega e al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si situa stabilmente sopra il 60 per cento. La somma dei voti ottenuti dai due movimenti il 4 marzo fu di poco superiore al 50 per cento. Nel frattempo, le spesso controverse affermazioni di Salvini, le sue durissime politiche contro l’immigrazione, le sue critiche sovraniste all’Unione Europea gli hanno fatto guadagnare molto appoggio popolare e la Lega tallona le Cinque Stelle. Con il suo decreto dignità, Di Maio arranca e non sfonda. Si barcamena sulla TAV e va alla ricerca di qualche tema che gli procuri un’impennata nei sondaggi. Appare improbabile che ci riesca. Chi proprio non riesce a cambiare marcia e a rendersi rilevante è il Partito Democratico. Sostanzialmente ossificato, tuttora roso da contrasti interni, non è bastato il gesto simbolico di tenere una riunione della segreteria del partito a Tor Bella Monaca, luogo ignoto alla (quasi) totalità dei partecipanti che non vi torneranno più. Il Partito Democratico non è il partito delle periferie, nelle quali rarissimamente c’è un Circolo PD. È un partito periferico al dibattito e al confronto politico in Italia. Non basterà il percorso che conduce alle votazioni per il segretario a mettere nuova linfa in un corpo che si trascina stancamente. Molta rassegnazione sta emergendo nei ranghi degli oppositori. Si leva solo qualche voce di scrittore le cui capacità di aggregare consenso (mi) sono ignote. Sembra che, da un lato, gli oppositori stiano attendendo passi falsi dei governanti. Dall’altro, contano sulla comparsa di contraddizioni, ad esempio, in autunno, sulla legge di bilancio e nella prossima primavera 2019 in occasione delle elezioni europee. Pochi si sono accorti che dentro il governo esistono due, forse, tre pompieri pronti a domare scontri incendiari: il Presidente del Consiglio, il Ministro dell’Economia (Tria) e il Ministro degli Esteri (Moavero Milanesi). Privi di base politica autonoma, tutt’e tre sanno di avere l’occasione della vita e fa(ra)nno il loro meglio per la durata del governo. C’è, però, qualcosa che conta di più sia per la durata di questo governo sia per il futuro. Nessuno s’era davvero accorto quanto i nostri concittadini, fossero cambiati. L’entità del voto del febbraio 2013 alle Cinque Stelle è stato un avvertimento sottovalutato, con troppi commentatori che denunciavano l’inconsistenza e incoerenza di molti punti programmatici e attendevano l’esplosione del Movimento. Che un “nordista” potesse ottenere consenso e voti al Sud è stato considerato miracoloso, ma, nel frattempo, quel consenso si espande. Elettori penta stellati e leghisti sono attorno a noi. Non li abbiamo presi sul serio nelle loro critiche, insoddisfazioni, preoccupazioni. Non li abbiamo capiti. Questi elettori italiani non cambieranno facilmente idea. Oggi, come raramente nel passato, il governo giallo-verde rappresenta la maggioranza della società italiana.
Pubblicato AGL il 1° agosto 2018
Le leghe slegano l’Unione Europea
La Lega delle Leghe è una grande idea. Mettere insieme i nazionalisti, leghisti, sovranisti, populisti, tutti coloro che l’Unione Europea non la vogliono facendo credere che loro, invece, la riformerebbero, è una bella pensata. L’inevitabile esito di quei differenti pensieri unici sarebbe la disgregazione dell’UE. Dall’altra parte, ci si aspetterebbe che crede che l’UE è comunque indispensabile, anche se riformabile, desse vita a una coalizione di europeisti molto prima delle elezioni del maggio 2019. Invece, su quel fronte, non si muove nulla.
L’addio all’UE firmato dai sovranisti
Messo in ordine, o quasi, il Mediterraneo, il vice-Presidente del Consiglio e Ministro degli Interni Matteo Salvini ha formulato il suo piano per la conquista dell’Unione Europea. In vista delle elezioni del Parlamento Europeo che si terranno nella seconda metà del maggio 2019, Salvini ha proposto di dare vita a una Lega delle Leghe. Tutte le formazioni politiche che, al governo, come Orbàn in Ungheria, o all’opposizione, a cominciare da Marine Le Pen in Francia (che, però, “leghista”proprio non sembra), dovrebbero giungere a un accordo complessiva per un’Europa diversa. Facile sarebbe quello sui migranti, contro l’accoglienza indiscriminata, a favore dei respingimenti e della redistribuzione, ma qui, Salvini non può non saperlo, i suoi potenziali alleati, in particolare i paesi del gruppo di Visegrad, di redistribuzione non vogliono sentire neppure parlare. Comunque, la proposta di Salvini non è soltanto pubblicitaria. È una sfida diretta e frontale all’Unione Europea com’è. Con tutta la sua, nota e criticabile, inadeguatezza, l’Unione Europea è stata fino ad oggi il luogo istituzionale e politico nel quale gli Stati-membri hanno affrontato e risolto problemi e crisi (da ultimo, quella economica originatasi negli USA nel 2207-2008) e hanno, in sostanza, non solo garantito la pace, ma prodotto prosperità. La Lega delle Leghe di Salvini vorrebbe che ciascuno Stato riacquisisse parti cospicue della sua sovranità, che non è stata, come sostengono i sovranisti, perduta o espropriata, ma consapevolmente ceduta alle istituzioni comunitarie. Per questo, lasciando da parte il troppo vago aggettivo populista, epiteto senza contenuti, è opportuno definire sovranisti coloro che intendono riprendersi poteri ceduti all’Unione (anche in materia di moneta unica). Nell’attuale profonda difficoltà dei partiti di sinistra europei, oggi nel gruppo parlamentare Alleanza dei Democratici e dei Progressisti, e nelle tensioni interne ai Popolari che, per esempio, non osano sanzionare né il partito di Orbàn per le costanti violazioni dei diritti dei suoi cittadini né i Popolari austriaci per avere fatto il governo con Liberali di credo leghista, perché perderebbero la maggioranza relativa nel Parlamento Europeo, la Lega delle Leghe è in condizione di aspirare a diventare il gruppo parlamentare di maggioranza relativa. Acquisirebbe così la prerogativa di designare il prossimo Presidente della Commissione Europea. Alcuni commentatori minimizzano sostenendo che la Lega delle Leghe non distruggerebbe l’UE. La ridefinirebbe facendone un’Europa delle nazioni, come avrebbe voluto de Gaulle. Sarebbe certo una delle ironie della storia che proprio un’esponente della famiglia Le Pen, acerrimi nemici del Generale, ne attuasse la politica. Al contrario, l’esito di una vittoria della Lega delle Leghe sarebbe la disgregazione dell’Unione, con i sovranisti ciascuno alla ricerca del suo tornaconto immediato. Al momento non s’intravede minimamente la risposta degli europeisti.
Pubblicato AGL il 6 luglio 2018
Una traccia di storia da bocciatura #maturità2018
Per fortuna, gli esami non finiscono mai. A settembre potrò ripetere la prima prova alla quale sono stato giustamente bocciato. Infatti, ho negato qualsiasi rilevanza al contributo di Aldo Moro alla costruzione dell’Europa. Ho scritto che, primo, citare un suo discorso del 1975, quando il Mercato Comune era già in esistenza da 18 anni, mi pareva anacronistico e, uh uh, ho ceduto all’esagerazione/esasperazione, aggiungendo addirittura: sbagliato. A quale fine poi? Costruire il santino di Aldo Moro? Ho sostenuto, secondo, che non è minimamente possibile mettere sullo stesso piano, per quel che riguarda l’Europa, De Gasperi e Moro. Lo statista trentino ha quasi tutti i meriti iniziali, ma, anche per questo, cruciali, mentre il politico pugliese arriva dopo, tardi e poco. Ad esempio, non è neppure citato nell’imponente indice dell’autorevole Oxford Handbook of the European Union (Oxford University Press 2012) dove De Gasperi ha quattro citazioni e Spinelli (appena menzionato nella Traccia) ne ha sei. Però, confesso subito, ma non faccio nessuna autocritica, anch’io neppure lo cito, Aldo Moro, nel mio volumetto L’Europa in trenta lezioni (UTET 2017). Terzo, in nessuno dei passaggi importanti dell’Europa: CECA, CEE (Messina, 25 marzo 1957) quando il ruolo centrale fu quello del Ministro degli Esteri, il liberale Gaetano Martino, Euratom, si ricordano contributi specifici di Moro. Capisco i sensi di colpa, anche, evidentemente, degli estensori della Traccia, a meno che abbiano semplicemente, forse opportunisticamente, ceduto alla commozione per il 40esimo anniversario del suo assassinio ad opera delle Brigate Rosse, ma stravolgere la storia non è mai il modo migliore di ricordarla, insegnarla, farla imparare. Non vorrei che, di questo passo, qualcuno prossimamente chieda di scrivere sul contributo, certo anticipatore, di Moro alla caduta del Muro di Berlino.
Quanto alle motivazioni della spinta all’unificazione europea, la Guerra Fredda mi pare essere il classico cavolo a merenda e le due superpotenze non erano state invitate a quella merenda. Si trattava, invece, di evitare per sempre la guerra calda, ovvero la Terza Guerra Mondiale, togliendo come oggetto del conflitto il carbone e l’acciaio contesi da Francia e Germania. Nella prospettiva, non nella speranza, poiché Altiero Spinelli e Jean Monnet erano uomini d’azione, seppur con differenti stili e temperamenti, oltre che nella convinzione politica e etica che gli Stati nazionali avrebbero continuati a farse guerre sempre più sanguinose e devastanti, si trattava di superare quegli stati obsoleti e ostinati con una costruzione democratica di diritti e doveri, opportunità, prosperità e pace per i cittadini. Qui, probabilmente, avrei scritto qualcosa sui sovranisti che sono tecnicamente dei reazionari: vogliono tornare indietro, come se i loro piccoli stati avessero qualche chance di risolvere problemi difficili anche per l’Unione dei Ventisette. Almeno agli inizi, gli USA videro con piacere il tentativo europeo e non solo poiché l’Europa unificata avrebbe costituito un baluardo contro l’eventuale espansionismo sovietico, ma anche perché un’Europa pacificata e consolidata non avrebbe avuto bisogno di nessun intervento militare USA. Quei governanti USA conoscevano molto dell’Europa a differenza dei loro successori a partire da George W. Bush e dal palazzinaro Donald Trump.
Ad ogni buon conto, meglio essere rimandato a settembre, quando arriverò ancora meglio preparato, avendo studiato anche il ponderoso pensiero di Salvini, già Eurodeputato, perché desidero superare l’esame alla grande, non per il rotto della cuffia con qualche frase di circostanza. Chi sa poi potrebbe pure essere che queste mie risposte scarne e irritate abbiano suscitato qualche curiosità in alcuni commissari. Qualcuno di loro potrebbe avere deciso di leggere qualcosa di Spinelli e persino di Moro (ad esempio, quella che è forse, ancorché enormemente simpatetica, la biografia migliore: Guido Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Il Mulino 2016, dove la presenza dell’Europa è del tutto marginale) nella speranza dei commissari e, naturalmente, mia che la prossima volta quando si chiederà agli studenti di scrivere sull’Europa ne sapranno di più perché i loro docenti ne avranno insegnato di più e meglio. L’Europa politica, sarebbe d’accordo persino Immanuel Kant, non è un sogno e neppure un destino al quale non riusciremo a sottrarci. È un progetto politico al quale molti italiani a partire da De Gasperi e Spinelli hanno dato un importante contributo. Per Moro cercheremo un’altra traccia in un altro di quegli esami che finiscono solo quando finisce la vita e con lei la possibilità di studiare e imparare.
Pubblicato il 28 giugno 2018 su PARADOXAforum
Salvini prepara l’offensiva europea, ma dov’è l’opposizione?
Il commento di Pasquino
Attento lettore del Manifesto di Ventotene, libro di culto che portava regolarmente sui banchi del Parlamento Europeo (le poche volte che lo ha frequentato), Matteo Salvini ne ha tratto la lezione centrale: la nuova linea divisoria non passa più fra destra e sinistra (Spinelli non poteva sapere che la sinistra si sarebbe suicidata), ma fra coloro che sono a favore dell’unificazione politica sovranazionale e coloro che difendono i nazionalismi. Il suo annuncio di Pontida che comincia la cavalcata che porterà i sovranisti di tutta Europa a conquistare la maggioranza nelle elezioni del maggio 2019 ne è la logica conseguenza, forse, almeno embrionalmente, anche la conseguenza politica.
La Lega delle Leghe è un progetto ambizioso. Troverà certamente delle sponde importanti nel gruppo di Visegrad fra coloro che, ma Salvini non sembra curarsene, non hanno nessuna intenzione di accettare la ricollocazione dei migranti arrivati in Italia. Governanti e maggioranze che, più in generale, sono interessati a trarre profitto dalla loro partecipazione all’Unione Europea senza pagarne i costi. Se, però, l’Unione Europea si disintegrasse nessuno di quei paesi riceverebbe più i fondi da loro ampiamente utilizzati nei più di dieci anni di appartenenza alla UE. Non sarebbero neppure da escludere conflitti fra sovranisti sull’eredità della UE.
Non è difficile prevedere che nazionalisti, sovranisti e protezionisti si scontrerebbero rapidamente. Questa è la loro storia. Questa fu anche la motivazione più forte a fondamento della nascita della CECA e poi via via di tutte le organizzazioni europee variamente denominate: porre fini alle guerre (anche commerciali). Se dall’altra parte (c’è, vero?, un’altra parte) qualcuno vuole costruire un fronte opposto, ma lo chiama pudicamente “repubblicano” e non, invece, europeo, allora il contrasto a Salvini e alle sue amiche leghe, sarà titubante, altalenante, non convincente. Eppure, dovrebbe essere chiaro che nessuno dei problemi nazionali può trovare una soluzione duratura nei sacri confini delle piccole patrie.
Gli antagonisti di Salvini non debbono, però, limitarsi a dire “non funziona”. Devono dire come la loro proposta alternativa può funzionare, trovare alleati (non rallegrandosi che anche altrove hanno simili problemi) e battersi di conseguenza. Rodi è ancora tutta qui. Non vedo i “saltatori”.
Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica
Pubblicato il 2 luglio 2018 su formiche.net
Caro PD, diffida dai guaritori!
Ripensare, andare oltre, superare, addirittura approfondire, prima che sprofondi del tutto: sono questi alcuni dei suggerimenti di più o meno improvvisati guaritori del PD, fino a poco tempo fa impegnati non a criticare gli errori, tanti, fatti, ma giustificarli. Nessuna di quelle strade potrà essere intrapresa se non si pensa a quale cultura politica dovrà avere il partito che verrà. Il PD non ne ha avuta nessuna.
Così Matteo impone i suoi temi
Con energia e determinazione, conquistato il Ministero degli Interni e godendo di un grande potere d’interdizione sulle scelte del governo giallo-verde, Matteo Salvini sta giocando più partite e lo sa. Anzitutto, dimostrandosi coerente con il programma elettorale della Lega in gran parte rifuso nel Contratto di Programma affronta spavaldamente il problema dei migranti. L’odissea dell’Aquarius, alla quale è stato impedito l’attracco ai porti italiani, ha già avuto una pluralità di effetti forse in parte imprevisti, ma sicuramente graditi al Ministro degli Interni-capo della Lega. Le critiche francesi espresse con parole fuori misura hanno toccato l’orgoglio nazionale degli italiani. Solidarietà all’azione di Salvini è venuta anche dai governi di quei paesi, come l’Ungheria e l’Austria, che hanno rifiutato qualsiasi politica di redistribuzione dei migranti, vale a dire, proprio quello che Salvini non solo vorrebbe, ma di cui ha bisogno come segno tangibile del mutamento delle politiche degli Stati-membri dell’Unione. Insomma, se, in materia di immigrazione, Salvini fa il sovranista, vale a dire, decide in base a quelli che ritiene essere gli interessi nazionali, deve per forza accettare anche le decisioni di coloro che agiscono già da tempo con riferimento ai loro interessi nazionali, in primis, il gruppo Visegrad (Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia). Non sarà certamente confidando in questi Stati che Salvini riuscirà ad ottenere politiche di apertura controllata ai migranti e di loro redistribuzione sul territorio dell’Unione Europea. Al momento, tuttavia, quello che più conta per Salvini è, da un lato, avere alzato la voce ottenendo che almeno una nave abbia dovuto cercare un altro paese per l’attracco. Non dirò nulla sulle sofferenze di quei migranti poiché la replica, non soltanto di Salvini e dei suoi estimatori-sostenitori, sarebbe che “se le sono cercate”. Dall’altro, leggendo i sondaggi apparsi in questi giorni, risulta molto chiaro che la maggioranza dell’opinione pubblica italiana sta a sostegno di quanto detto e fatto da Salvini. Si potrebbe legittimamente sostenere che Salvini ha avuto l’intelligenza politica di interpretare quell’opinione pubblica come l’ha capita frequentandola un po’ ovunque in campagna elettorale e come gli viene costantemente comunicata dalle antenne della Lega solidamente piantata in tutte le zone del Nord e in parte del centro. È possibile anche un’altra interpretazione. Salvini dimostra di sapere plasmare e guidare una parte ampia di opinione pubblica da tempo molto preoccupata e intimorita dall’epocale e intenso fenomeno migratorio in atto. A questa opinione pubblica poco importa che i dati dicano che, da un lato, il fenomeno è meno grave di un anno fa e che, dall’altro, l’Italia ha bisogno di migranti adesso e in prospettiva, per porre rimedio al crollo del tasso di natalità fra gli italiani. Le percezioni non sono soggette a cambiamenti sventolando statistiche e/o suggerendo comportamenti virtuosi di accoglienza e solidarietà. Salvini si è impadronito di una tematica e la sua “narrazione” non può venire messa in discussione e contrastata solo rimproverandogli razzismo e xenofobia. I risultati elettorali dicono con grande chiarezza che la narrazione del PD, il cui ministro degli Interni, Marco Minniti, aveva pure proceduto a qualche misura di successo, non ha risuonato nelle menti (tralascio i cuori) degli elettori. Adesso, i sondaggi dicono che a sua volta il Movimento Cinque Stelle non ha nulla da contrapporre a Salvini; anzi, gli è subalterno in questa e, forse, già anche in qualche altra materia (tassazione e condoni). Crescono i consensi per Salvini oggi accreditato di quasi dieci punti in più rispetto ai voti ottenuti a marzo. Il capo politico del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio si preoccuperà per la sua parte. Altri, forse, dovrebbero chiedersi se vogliono che l’effettivo governante dell’Italia (di Conte poco si sa) sia Matteo Salvini.
Pubblicato AGL 18 giugno 2018
Senza guizzi e senza novità il governo Conte sta entrando in attività…
Staremo a vedere. Fin d’ora, però, è possibile criticare la prolissità e la mediocrità del discorso del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la sua concezione della democrazia, del popolo, delle riforme. Non serve andare a cercare le contraddizioni. Utile, invece, per chiunque voglia fare un’opposizione rilevante, è sapere valutare molto serenamente e molto pacatamente le azioni.
L’opposizione e suoi doveri
Per chi ha passato la maggior parte della sua vita parlamentare al governo del paese ovvero sostenendo il governo del suo partito, collocarsi all’opposizione è uno scivolamento doloroso. Purtroppo, sembra che i novanta giorni trascorsi dal 4 marzo non sono stati sufficienti a elaborare il lutto. Berlusconi non sarà un’opposizione molto agguerrita contro quello che definisce un governo pauperista e giustizialista. Non potrà tagliare i ponti con Salvini anche perché soltanto mantenendo le coalizioni nelle città e nelle regioni nelle quali la Lega governa con Forza Italia gli è possibile sperare in un futuro migliore. Quindi, assisteremo a qualche dichiarazione più o meno dura, ma a nessun atto concreto di rottura che non sarebbe apprezzato e neppure condiviso dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che già si sono detti disponibili alla prosecuzione di un buon rapporto con Salvini. Di conseguenza, l’onere dell’opposizione cadrà tutto sul Partito Democratico grande sconfitto, fin dall’inizio autocollocatosi sdegnosamente in un angolino. In maniera del tutto rivelatrice, l’ex-ministro PD Graziano Delrio ha già annunciato che il suo partito starà in trincea. Credo che, se proprio bisogna ricorrere a termini militari, sarebbe molto più opportuno che il PD si preparasse a una controffensiva, andando all’attacco.
Infatti, c’è molto da attaccare nelle proposte politiche di Lega e Cinque Stelle, più o meno vagamente recepite nel Contratto di Governo (per il Cambiamento come aggiunge ossessivamente Di Maio). Una buona opposizione ha il compito, anzitutto, di non cadere nella trappola della demonizzazione, nella quale si stanno avviluppando gli operatori dei media. Il governo Lega-Cinque Stelle non è il governo più a destra mai avuto dall’Italia. I governi guidati da Berlusconi 2001-2006 e 2008-2011 sono stati governi nei quali le posizioni e le politiche di destra furono effettivamente dominanti. Più corretto affermare e documentare, soffermandosi appena su inesperienza e incompetenza, che il governo Conte-Di Maio-Salvini è un governo segnato dall’ambiguità e dalla contraddittorietà su molte tematiche. In attesa del discorso d’insediamento del Presidente del Consiglio Conte, la graduatoria delle tematiche discende dalle prime esternazioni di Salvini e, in subordine, Di Maio. “Finita la pacchia”, nella pittoresca espressione del Ministro degli Interni Matteo Salvini, si preannunciano tempi duri per gli immigrati irregolari. L’opposizione ha il dovere di criticare non tanto la durezza delle frasi di Salvini, ma la vaghezza delle sue proposte mettendo l’enfasi sul loro costo e sulla loro probabile impraticabilità. Meglio ancora se l’opposizione fa rilevare che qualsiasi successo si voglia conseguire dipenderà dalla coordinazione e dal sostegno dell’Unione Europea. Ne deriva un’implicita, ma non meno incisiva, critica del sovranismo salviniano: da sola, l’Italia non è in grado di giungere a nessuna soluzione del “problema migranti”. Di Maio si è messo all’opera non soltanto per dare il reddito di cittadinanza, ma anche per le pensioni di cittadinanza. Non basteranno, ovviamente, i soldi eventualmente recuperati da un ricalcolo, pomposamente definito eliminazione, dei vitalizi degli ex-parlamentari. Questo è il terreno sul quale un’opposizione adeguatamente attrezzata dovrebbe dare e ripetere i numeri, evidenziando che i costi sono intollerabili per il bilancio dello Stato per di più se la legge Fornero venisse deformata. I recenti efficaci dati dell’INPS rivelano da quanto tempo qualche centinaio di migliaia di italiani ha goduto di privilegi almeno in parte responsabili delle diseguaglianze che è giusto criticare con l’obiettivo di rimediarle. Sul punto, l’opposizione ha il dovere, che definirei morale ancora prima che politico, di spiegare che la flat tax, anche in due scaglioni, è, prima di tutto anticostituzionale poiché la Costituzione sancisce la progressività delle tasse, in secondo luogo produttiva di ulteriori diseguaglianze a favore dei più abbienti. Grande è lo spazio di un’opposizione sulle cose e propositiva.
Pubblicato AGL il 5 giugno 2018

