Home » Posts tagged 'Unione Europea' (Pagina 6)
Tag Archives: Unione Europea
Un Presidente della Repubblica molto persuasivo
In questi giorni i cosiddetti quirinalisti si affannano a difendere preventivamente il Presidente della Repubblica da eventuali, possibili critiche provenienti dalle opposizioni. Secondo molti di loro che conoscono, o almeno così dicono, i retroscena meglio della Costituzione, il Presidente sarebbe sostanzialmente obbligato dall’art. 87 a autorizzare la presentazione alle Camere del disegno di legge sulla riforma della giustizia. Però, non solo ancora non conosciamo il testo preparato dal Ministro Nordio, già ampiamente criticato su punti molto importanti, abuso d’ufficio e concorso esterno in associazione mafiosa, da esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega, ma già sappiamo che Mattarella ha avuto un lungo colloquio con la Presidente del Consiglio Meloni proprio su alcuni punti rilevanti. Più che ipotizzabile, è certo che il Presidente della Repubblica abbia sollevato numerose obiezioni di merito.
I quirinalisti, ma non solo, sottolineano che in questi colloqui e in altri, a seconda dei casi, il Presidente esercita la cosiddetta moral suasion. Quanto si tratti di persuasione morale è tutto da vedere e valutare. Molto più probabile è che il Presidente abbia messo in chiaro le sue perplessità suggerendo alla Presidente del Consiglio i cambiamenti necessari che non potranno essere solo cosmetici. Su almeno due aspetti, il Presidente deve essere stato molto fermo. Primo, nessuna parte della riforma può contraddire i principi dell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea, ad esempio nel contrasto alla mafia. Secondo, nessuna riforma può essere congegnata come punitiva nei confronti dei magistrati. Agitare il cosiddetto garantismo che, un giorno bisognerà pure declinare nelle sue componenti, non implica affermare che i magistrati e coloro che li sostengono siano tutti “giustizialisti” e operino schiacciando e travolgendo i diritti dei cittadini.
Il Presidente della Repubblica conta sull’accettazione da parte del governo di alcuni suoi rilievi. Sa anche che il governo potrebbe procedere senza tenerne conto, caso nel quale la sua autorizzazione non mancherà, ma verrà accompagnata da sue osservazioni puntuali derivanti dalla Costituzione e da quello che vige in Europa. Dopodiché, nel dibattito parlamentare, sperabilmente non troncato da apposizioni di voti di fiducia, maggioranza e opposizioni decideranno se e quali modifiche accettare e introdurre. A norma di Costituzione il testo che sarà approvato dal Parlamento tornerà sulla scrivania del Presidente (anche questo Mattarella ha sicuramente ricordato con cortesia istituzionale a Giorgia Meloni) che ha la facoltà di promulgarlo oppure di restituirlo al Parlamento con le sue critiche ai punti discutibili e anche con le indicazioni su come cambiarli e migliorarli. Questa procedura sì merita di essere configurata come in buona misura “moral suasion”. Certo, qualora la maggioranza di governo procedesse imperterrita senza cedere su nessun punto, si aprirebbe una situazione a dir poco delicatissima.
Pubblicato AGL il 16 luglio 2023
Gli equilibrismi della premier tra l’Europa e i sovranisti @DomaniGiornale


Doveroso preoccuparsi giorno dopo giorno di quello che il governo e i suoi ministri fanno (“riforma” della Giustizia) e, ancor più, non fanno (PNRR) o hanno fatto (conflitti di interesse). Importante è, non solo contrastare, ma proporre. L’esempio migliore della proposta è il salario minimo garantito. Offre il segnale della convergenza delle opposizioni, ma potrebbe essere meglio argomentato e sostenuto, ad esempio, con riferimento a quanto c’è negli altri Stati-membri dell’Unione, anche in quelli nei quali i sindacati hanno dimostrato forte capacità di contrattazione collettiva. Che sia una proposta tanto significativa quanto imbarazzante per il governo è dimostrato dal fatto che il centro-destra cerchi di sopprimerla senza neppure discuterla nel merito. Sopprimere una tematica costituisce una delle varianti della strategia complessiva della Presidente del Consiglio. Ai ministri è consentito esprimere loro posizioni, ma se sono controverse e appaiono sgradite, immediatamente vengono etichettate e derubricate come non facenti parte del programma di governo per l’attuazione del quale gli elettori avrebbero espresso un mandato.
Questa falsa narrazione, che non è sufficientemente contrastata dalle opposizioni, serve a Giorgia Meloni per bloccare qualche eccesso, ad esempio, la ventilata abolizione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Avendo definito “pizzo di Stato” quanto debbono pagare i commercianti evasori (il precedente illustre è il berlusconiano dovere morale di evadere le tasse troppo, a giudizio di chi?, alte), Meloni può non avere gradito la “pace fiscale” (scurdammece ‘o passato) proposta dal ministro Salvini, ma ha lasciato cadere. Probabilmente, ha anche lasciato cadere la Ministra Santanchè. Sarebbe un bell’esempio che ci sono limiti all’uso disinvolto dei rapporti di potere.
Nulla di tutto questo, comunque, lo confermano i sondaggi, incrina il livello di gradimento suo personale e del governo che dipende anche e molto dalla sua presenza e attivismo sulla scena europea e internazionale. Certo, le photo opportunities con Macron, Ursula von der Leyen, Erdogan, Sunak, prossimamente Biden, e altre future, dell’underdog venuta dalla Garbatella, sono molto gratificanti. Sbagliano coloro che le criticano come un diversivo, un transfert freudiano su un terreno nel quale la visibilità di Giorgia Meloni quasi cancella i suoi problemi italiani. C’è, invece, una strategia: presentarsi nella misura del possibile, che non è piccola, come una player propositiva (il piano Mattei), affidabile in quanto solidamente atlantica e sostenitrice dell’Ucraina. Qualche scivolata per l’apprezzamento espresso a coloro che difendono gli interessi nazionale è del tutto funzionale al disegno di guidare i Conservatori e Riformisti a diventare alleato numericamente cruciale per i Popolari e una nuova maggioranza a Bruxelles. Opposizioni cieche e afone la aiutano.
Pubblicato il 19 luglio 2023 su Domani
Chi vuol essere europeo?

Condivido pensieri e preoccupazioni che non riesco a fare passare sui giornali e a introdurre nei salotti televisivi. Ovviamente, vi si può dare più sostanza. Si possono anche sfidare nel ragionamento e negli obiettivi. Ne sarei (abbastanza) lieto.
Sostengo da tempo che il modo migliore di cambiare la politica italiana consiste nel diventare più europei. Quindi, per esempio, niente Italicum e niente “Sindaco d’Italia”, due ricette non solo pessime, ma provincialissime. Bisogna, invece, guardare a come funzionano le democrazie, parlamentari e semipresidenziali (Francia, Portogallo, Polonia), non necessariamente per imitarle, ma per cogliere quanto di buono (e non buono) c’è.
Più europei significa acquisire comportamenti che chiamo virtuosi poiché hanno prodotto risultati molto apprezzabili per le popolazioni dei rispettivi paesi. La massa di dati disponibili è enorme, troppo spesso poco e male utilizzata. L’Indice della Corruzione percepita, sempre vicinissimo alla corruzione effettiva, colloca l’Italia agli ultimi posti fra i paesi dell’Unione Europea. Lo stesso vale per l’Indice della Libertà Economica. Poiché spesso gli italiani si vantano di vivere in uno dei paesi (pardon, nazioni) più belli al mondo, noto con dispiacere che questo vanto non si traduce, secondo l’indice apposito, in Felicità dove siamo al trentesimo posto.
La maggior parte degli studiosi e, forse, anche di coloro che si impegnano in politica ritiene che la politica debba servire a migliorare la vita dei cittadini/e. Da trentatrè anni le Nazioni Unite usano l’Indice di Sviluppo Umano per classificare le nazioni. Composto da tre dimensioni: conoscenza (anni di scolarizzazione); salute (aspettativa di vita); benessere economico (reddito medio pro capite), l’Indice di Sviluppo Umano classifica nel migliore dei modi quanto i sistemi politici, le classi politiche, sono riusciti a garantire ai loro cittadini. Due terzi degli Stati europei sopravanzano l’Italia che, complessivamente, si colloca al trentesimo posto.
Alla luce di questi dati, nient’affatto congiunturali, la lezione mi pare chiara e semplice. Diventare più europei significa ridurre il peso della corruzione, non solo politica; garantire e ampliare la libertà economica; estendere il sistema dell’istruzione e della formazione professionale; intervenire sulla distribuzione del reddito; fare pagare equamente e progressivamente le tasse. Soltanto sulla sanità e quindi sulle aspettative di vita possiamo già rilevare una posizione italiana sostanzialmente di eccellenza.
Sulla base di quanto ho scritto, è evidente che sono le preferenze politiche e programmatiche a fare la differenza. I partiti, le coalizioni, i governi hanno obiettivi diversi che perseguiranno con la forza numerica che l’elettorato darà loro e con le capacità professionali e le competenze dei loro rappresentanti in parlamento e al governo. Anche queste capacità e le rispettive attività possono essere valutate, ad esempio, con riferimento, ai titoli di studio e alle esperienze, amministrative e professionali, pregresse. Tuttavia, il criterio complessivo più importante mi pare debba essere quello della probabilità con la quale le scelte politiche effettuate faranno avvicinare l’Italia ai paesi più avanzati e più virtuosi dell’Unione Europea. C’è molta strada da fare.
Pubblicato il 13 luglio 2023 su PARADOXAforum
Uno scambio che ha il sapore del ricatto #MES
Il Meccanismo Europeo di Stabilità non entra in vigore perché, approvato da venti stati dell’Unione, non è ancora stato ratificato dall’Italia. La ratifica non costituisce nessun obbligo di utilizzo. Oramai è evidente che Giorgia Meloni sta ricattando, è il verbo più preciso, gli altri stati e l’Unione nel suo insieme con un comportamento di stampo orbaniano. Vuole più tempo e più discrezionalità per l’uso dei fondi del PNRR. Non è patriottismo. Deve essere considerato riprovevole antieuropeismo che molti capi di governo ricorderanno a scapito dei nostri interessi nazionali.
Marciare divisi e colpire uniti. La mobilitazione che serve al Pd @DomaniGiornale


Marciare divisi colpire uniti. Vecchia massima che le opposizioni italiane non sembrano conoscere. Cercare le convergenze su alcuni elementi programmatici, ad esempio, il contrasto al precariato, non danneggia certamente chi converge. Allo stesso modo, accordarsi su quali punti della sedicente riforma della giustizia ad opera di Nordio è imperativo proporre soluzioni alternative, per esempio, recuperando tutto o quasi quello già fatto dall’allora Ministro Orlando, è raccomandabile. Certo, le convergenze vanno comunque costruite. Non basta andare in piazza con i pentastellati senza neppure preoccuparsi di come quella manifestazione è costruita e senza sapere chi parlerà. Poiché non credo alla smania di protagonismo di Elly Schlein e neppure ad un suo desiderio di fuga in avanti, penso sia stata ingenuità. In questo caso da valutare come un errore che l’intendenza correntizia del Partito Democratico non poteva appoggiare giulivamente.
Mi pare che la consapevolezza che, numericamente, i parlamentari e gli elettori del Movimento Cinque Stelle sono essenziali ad una qualsiasi alternativa al centro-destra di Meloni, non sia ancora stata pienamente raggiunta. Poi, naturalmente, si pone il problema della compatibilità politica. Su alcuni aspetti cruciali, il sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia e i rapporti con l’Unione Europea, le distanze sono tali da rendere praticamente impossibile la formazione di una coalizione che si candidi al governo. Senza escludere strascichi, sperabilmente non rancorosi, l’Ucraina potrebbe non essere più un problema fra qualche, breve, tempo. Sarà la campagna per l’elezione del Parlamento europeo nel giugno 2024 a dire quanto distanti/vicini possono trovarsi il PD e le Cinque Stelle. Al momento, le premesse non sono entusiasmanti.
Poco entusiasmo anche in casa del Partito Democratico che la segretaria Schlein ha chiamato alla mobilitazione estiva dalle montagne alle spiagge, dalle Alpi alla Sicilia. Al proposito, il problema non è tanto che la maggior parte dei dirigenti e forse persino dei militanti sono da tempo disabituati alla mobilitazione (una lezione di vita politica) quanto, piuttosto, che non è chiaro con quali attrezzi concettuali e ideali si presentino agli italiani/e. Schlein sostiene che bisogna accentuare (forse scoprire, forse darsi) l’identità del Partito Democratico. Allora di questo dovrebbe prioritariamente discutere negli organismi dirigenti. Dubito, lo scriverò in politichese, che la gente si appassioni all’identità. Quello che ho imparato è che la grandissima maggioranza dei cittadini nel mondo democratico vuole conoscere le priorità che un partito sceglie e le soluzioni che propone. Le une e le altre per essere trasmesse e spiegate necessitano del vigoroso e convinto apporto delle minoranze interne al Partito Democratico. In spiaggia, sui monti, nelle città d’arte.
Pubblicato il 21 giugno 2023 su Domani
Territori e Europa, alla sinistra serve visione @DomaniGiornale


Le opposizioni del centro, trattino, sinistra non sembrano avere ancora capito che le probabilità che il governo Meloni 1 duri tutta la legislatura sono molto elevate. Certo, il governo non cadrà per qualche voto parlamentare più o meno casualmente perduto. Questo non significa che le vittorie parlamentari delle opposizioni siano irrilevanti se obbligano il governo a confrontarsi con le loro idee, le loro preferenze, le loro proposte. All’università ho regolarmente insegnato che la qualità del governo dipende, spesso, anche dalla qualità dell’opposizione. Purtroppo, in questi sei mesi di governo Meloni, le opposizioni hanno preferito combattersi fra di loro, da un lato, con l’obiettivo di strapparsi qualche voto, dall’altro, di dimostrare di essere più intelligenti e più progressisti dei competitors, definiti come quelli che agiscono nello stretto asfittico recinto dei votanti del 25 settembre 2022. Vale a dire che non si sono neanche posti il compito prioritario di cercare, trovare, motivare almeno parte degli astensionisti, circa il 40 per cento dell’elettorato. Per riuscirvi non sarà mai sufficiente gonfiare e esibire pubblicitariamente i propri ego e neppure vantare qualche piccola particolaristica vittoria parlamentare. Come asseriscono alcuni politici senza grande fantasia, sarà indispensabile avere lo sguardo lungo, dal canto mio direi una visione. Per ciascuna battaglia parlamentare importante: lavoro, scuola, diritti, immigrazione, Europa, invece di rincorrersi e scavalcarsi più o meno furbescamente, le opposizioni dovrebbero procedere ad un coordinamento di emendamenti, di mozioni, di voto. Ciascuna, poi, con i suoi parlamentari e dirigenti spiegherà agli elettori le sue motivazioni contrapponendole non a quelle delle altre opposizioni, ma a quelle dei governanti approfondendone le differenze di opinione (che sappiamo essere molte e di non poco conto). Una buona opposizione parlamentare è consapevole che deve andare sul territorio e rimanervi operativa per interloquire il più frequentemente e il più visibilmente possibile con le associazioni economiche e culturali attive nei diversi territori e con le istituzioni locali. Spesso, è proprio a livello locale che è più facile, anche grazie a rapporti personali e a migliore conoscenza dell’ambiente, maturare condivisioni e giungere a proposte comuni. Dal basso può effettivamente venire la spinta, non all’impossibile e neppure utile unità, ma alla convergenza politica e culturale. Per vincere e poi governare senza tensioni interne, le opposizioni debbono mirare a formulare una cultura politica ampiamente condivisa che, inevitabilmente, va costruita intorno al rapporto imprescindibile fra Italia e Unione Europea. In cinque anni ben spesi è possibile fare molta strada in questa direzione, cambiando profondamente in meglio la politica della “nazione” e tornando al governo.
Pubblicato il 3 maggio 2023 su Domani
Dopo Draghi l’Europa è uscita dall’orizzonte della politica @DomaniGiornale


Praticamente, le scelte politiche che il governo italiano deve fare implicano, quale più quale meno, un certo atteggiamento verso l’Unione Europa. Per i balneari il problema con soluzione già incorporata consiste nell’applicazione, dall’Italia continuamente rimandata, della direttiva Bolkestein. Per il prezzo della benzina c’è da chiedersi se non sia il caso, oltre a mettere i cartelli con il prezzo medio in Italia, di ricordare a tutti anche la composizione di quel prezzo con relativi confronti europei. Ha fatto bene la Presidente del Consiglio a proseguire la strada aperta da Draghi per negoziare importanti forniture di gas dall’Algeria. Forse, però, quando si tratta della politica energetica e della relativa transizione, sarebbe opportuno che l’Unione Europea sviluppasse una più solida e ampia iniziativa unitaria. Allo stesso modo, la fornitura di carri armati Leonard all’Ucraina non dovrebbe dipendere solo dalla Germania che li produce poiché in Ucraina si combatte una guerra che avrà, in qualsiasi modo finisca, un impatto notevolissimo sull’Unione Europea, sulla auspicabilità e attuabilità di una politica di difesa e di relazioni internazionali davvero condivisa e comune. Da ultimo, anche se con qualche inevitabile forzatura, per smettere di farci prendere in giro dagli egiziani e per giungere alla verità per Regeni e alla libertà per Zaki, meglio sarebbe se fosse l’Unione Europea a gettare il suo peso negoziale. Non alla luce del sole, ma neanche sottotraccia, Giorgia Meloni sta perseguendo un avvicinamento dei suoi Conservatori ai Popolari europei che, divisi al loro interno, cercano comunque di mantenere una posizione dominante. Da ultimo, nella sua opera a tutto campo di ridefinizione della politica del Movimento 5 Stelle, la visita di Conte a Ursula von der Leyen può indicare la propensione a riaggiustare una politica fin qui sembrata una presa di distanza senza prospettive. Inevitabilmente, è dalle parti del Partito Democratico, tuttora con qualche scricchiolio l’organismo più europeista e più federalista in Italia, che suona la campana. Le elezioni del Parlamento europeo sono relativamente lontane, maggio 1924, e prima si faranno i conti con le elezioni regionali in Lombardia e in Lazio (che, pure, dovrebbero essere consapevoli di quanto l’Europa è rilevante per la loro economia e società). Però, il sostanziale silenzio dei candidati e delle candidate (compresa Elly Schlein, già europarlamentare e dotata di non poca specifica competenza) alla segreteria sul ruolo che il loro partito svolgerà nell’UE appare inquietante. Più in generale, dopo Draghi, mancano gli interpreti e i predicatori credibili del futuro dell’Italia nell’Unione e di quale futuro l’Italia si impegna a costruire nell’Unione. Nel centro del gruppo, senza arte né parte? Fra i fanalini di coda? Hic Bruxelles hic salta.
Pubblicato il 25 gennaio 2023 su Domani
Le istituzioni europee e il futuro dell’UE #Bologna #17gennaio #ParliamoneOra
17 gennaio 2023
ore 10:00 – 12:00
Incontro in presenza
Gli studenti e le studentesse dell’IIS Crescenzi Pacinotti Sirani, Bologna,
parteciperanno a:
LE ISTITUZIONI EUROPEE E IL FUTURO DELL’UE
Conversazione con: Gianfranco Pasquino
Professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna
Crossing Europe è realizzato in collaborazione con l’Associazione di docenti dell’Università di Bologna «Parliamone ora»
Il confronto fra donne alfa sul futuro dell’Unione Europea @DomaniGiornale


Non c’è troppo feeling fra due donne alfa come la Presidente tedesca della Commissione europea Ursula von der Leyen e la Presidente italiana del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni. Mettendo da parte, ma non del tutto, la inevitabile competizione fra due donne di grande successo politico, la mancanza di feeling deve essere attribuita ad alcuni importanti fattori che avranno conseguenze sia sull’Italia sia sull’Unione Europea. Giustamente, von der Leyen mantiene più di una riserva sulla conversione della sovranista Meloni ad una visione più vicina alla realtà politica e istituzionale dell’Unione Europea. Con realismo, qualità di cui dispone abbondantemente, forse anche troppo, la Presidente del Consiglio ha preso atto che se vuole contare nelle decisioni europee deve forse abbandonare il sovranismo, comunque ridimensionarlo almeno nel discorso pubblico. Il problema non è recuperare sovranità strappandola alla UE. Bisogna, invece, riuscire a esercitare meglio la propria rimanente, che è molta, sovranità nazionale compartendola non soltanto nelle decisioni che riguardano l’Italia. Avendo fortemente apprezzato Mario Draghi, per la sua competenza e il suo accertato europeismo, è inevitabile che von der Leyen sia decisamente, anche se sorridentemente, cauta nei confronti di Meloni, voglia vedere le carte e essere rassicurata sul mantenimento degli impegni, anche sul PNRR, presi da governo italiano. Qui entrano in campo le preferenze e le visioni politiche e si staglia il futuro incerto dell’Unione Europea nella sua governance e nel suo progredire verso rapporti ancora più stretti.
Sembra che Meloni abbia raggiunto maggiore sintonia con Manfred Weber, il capogruppo dei Popolari al Parlamento Europeo, sicuramente molto più conservatore della von der Leyen alla quale fu obbligato a lasciare la via della Presidenza. E, sì, in questo caso/contesto, la politica tedesca conta. I Popolari hanno mostrato molta reticenza nel condannare le violazioni della rule of law in Ungheria da parte di Orbán, amico di Meloni (e di Salvini). Il Primo ministro ungheresi ha voti utili nel Parlamento europeo e molti Popolari pensano che saranno ancora più utili dopo le elezioni del 2024. Anche Fratelli d’Italia aumenterà in maniera significativa la sua rappresentanza europarlamentare. Quei seggi potrebbero diventare decisivi per fare di uno schieramento Popolari/Conservatori (quelli guidati da Meloni) la maggioranza relativa. Già adesso molti Popolari sono insofferenti della necessità di trovare accordi con i Socialisti&Democratici europei, convintamente europeisti, ma adesso anche feriti dalla corruzione di qualche loro rappresentante. “Socialist job” ha sprezzantemente commentato Giorgia Meloni.
Il punto è che su molte tematiche attinenti i diritti, in particolare, all’identità di genere elemento costitutivo dell’identità personale, la distanza fra i due gruppi maggiori appare davvero considerevole. Un’eventuale possibile alleanza fra Popolari e Conservatori, nella quale i Conservatori sarebbero decisivi, ridisegnerebbe molto i confini dell’azione della prossima Commissione. Metterebbe la parola fine all’evoluzione dell’Unione Europa come l’abbiamo conosciuta negli ultimi trent’anni, una fine che è esattamente quello che desidera Giorgia Meloni, ma che detesta Ursula von der Leyen (nonché, ma molti sostengono che è fuori dai giochi, Angela Merkel-. Ecco perché le differenze di opinioni e di posizioni fra von der Leyen e Meloni non sono solo personali. Prefigurano uno scontro politico di enorme impatto e consequenzialità. Quo vadis, Unione Europea?
Pubblicato il 11 gennaio 2023 su Domani
La corruzione almeno dimostra che il parlamento europeo non è inutile @DomaniGiornale


Da Bruxelles (e Strasburgo) viene una lezione sicura, che pare sfuggire a troppi commentatori: il Parlamento europeo è tutt’altro che un organismo marginale e inutile. Al contrario, oltre a dare rappresentanza a centinaia di milioni di cittadini europei, è un importante luogo di decisioni politiche, sociali, economiche, culturali. Per questa ragione, una serie di attori esterni tenta di condizionarlo con una molteplicità di strumenti leciti e illeciti che, comunque, non lo rendono affatto paragonabile alle stalle di Augia. Solo partendo da questa facile, innegabile constatazione diventa possibile capire una serie di fenomeni. In primo luogo, l’esistenza di, sembra, più di 12 mila lobbisti iscritti nell’apposito albo si giustifica proprio con la volontà di un numero molto alto di gruppi, associazioni, enti e, naturalmente, anche, senza nessuna sorpresa, paesi, che vogliono non solo comunicare le loro preferenze agli europarlamentari, ma influenzarne le scelte.
In qualche modo, un po’ tutti i parlamenti democratici debbono fare i conti con il lobbismo. L’Europarlamento, proprio per la sua natura di Parlamento multinazionale e sovranazionale, ha addirittura bisogno di essere aperto a fonti che gli comunichino informazioni utili, certo non esenti da suggerimenti operativi particolaristici. Qui, semmai, si annida l’insidia della esposizione alle proposte dei lobbisti e della resistenza alle loro pressioni che soltanto parlamentari selezionati bene, competenti, aiutati da assistenti preparati sono in grado di effettuare, combinando senza retorica, gli interessi del loro partito e del loro paese con quelli dell’Unione Europea. Anche quelle che possono apparire decisioni di scarsa importanza, ad esempio, la denominazione di prodotto di origine controllata, tocca una pluralità di interessi dei produttori e dei consumatori. Facilmente immaginabile è quanto le nient’affatto semplici dichiarazioni sulla protezione e la promozione dei diritti dei cittadini, sull’esistenza e il funzionamento della rule of law vengano considerate dagli Stati sotto osservazione nocive al loro prestigio, alla loro economia, alla legittimità dei loro non democratici governi.
Tenendo conto di queste premesse, è possibile valutare la gravità della corruzione di, al momento, una, ancorché potente, eurodeputata, di un ex-eurodeputato di lungo corso, di un assistente particolarmente intraprendente”. Diradato il primo polverone, da un lato, saranno la magistratura e lo stesso parlamento a procedere alle indispensabili sanzioni. Dall’altro, l’Europarlamento sarà obbligato riflettere sulle sue attuali inadeguate misure di prevenzione. Fin d’ora sarebbe opportuno che tutti s’interrogassero sia sulla diffusione dei fenomeni di corruzione sia sul paragone fra i parlamenti nazionali e il Parlamento europeo. Non sarà quest’ultimo a uscirne screditato.
Pubblicato il 21 dicembre 2022 su Domani