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Le (sottovalutate) virtù dell’Europa “presbite” @Testimonianze

in “Testimonianze”, Settembre-Ottobre 2022, n. 545 “Dove va la «Terra del tramonto»? Riflessioni sull’Occidente”, pp. 61-66
Le (sottovalutate) virtù dell’Europa “presbite”
Gianfranco Pasquino*
in “Testimonianze”, Settembre-Ottobre 2022, n. 545, pp. 61-66
Mi sono sempre fatto una certa idea di Europa. De Gaulle sarebbe molto contento della parafrasi della sua idea di Francia: la grandeur. La prima pietra l’ha posta Dante mettendo in bocca a Ulisse, sicuramente consapevole dell’esistenza dell’Europa (termine greco), le famose parole:
Fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza
Da allora mi sono interrogato sulle modalità con le quali gli europei hanno (per)seguito la virtù e la conoscenza e come virtù e conoscenza hanno plasmato la storia dell’idea d’Europa tanto brillantemente descritta da Federico Chabod, e la storia dell’Europa reale, realizzabile, realizzata. Consapevoli che la virtù deve essere costantemente messa alla prova e che, a loro volta, è opportuno che le conoscenze siano regolarmente sottoposte a verifica, eventualmente falsificate, talvolta rinfrescate, talaltra aggiornate, gli europei si sono incontrati n e scontrati in nome di alcuni valori e hanno dato vita alla scienza come la conosciamo. Hanno anche sempre lasciato spazio ai conflitti su quei valori e ai confronti sulle conoscenze. Una ricognizione esaustiva di tutto questo va al di là delle mie competenze e delle mie forze. Probabilmente, non è fattibile, ma molti storici di valore hanno prodotto analisi eccellenti delle quali, soprattutto coloro che altezzosamente criticano l’Unione Europea che c’è e quella che non c’è, in nome di una loro Europa che non sanno delineare, dovrebbero tenere conto. Qui mi propongo di contrastare i ricorrenti annunci del declino e del tramonto dell’Occidente di cui l’Europa è parte costitutiva essenziale. Lo farò elaborando la mia idea di Europa intorno a tre principi/valori che complessivamente ne hanno (in)formato la storia e che sono le stelle polari del suo/nostro futuro: l’Europa è pluralista, progressista, presbite.
Europa pluralista
Il pluralismo in Europa è stato una conquista faticosa e dolorosa, ma importantissima e non più cancellabile. Spesso penso che uno dei punti di forza dei greci antichi sia stato il pluralismo delle loro divinità. Il cristianesimo fu, al contrario, l’imposizione del monismo religioso che venne sfidato con successo da Martin Lutero che aprì un periodo difficile, ma importante di diversificazione dei credi religiosi. L’accettazione del pluralismo religioso, a cominciare da tutti coloro che per praticare la loro fede furono costretti a emigrare negli USA, aprì la strada al pluralismo politico, la premessa fondante delle pratiche della democrazia. Laddove, come nel mondo islamico, nessun pluralismo religioso è neppure lontanamente pensabile, ne consegue una pressione pesantissima, coronata da successo, al monismo politico, quindi a forme di dominazione autoritaria, di controllo sociale e culturale, di repressione con modalità caratterizzate dalla crudeltà (la più illiberale dei vizi come ha scritto memorabilmente Judith Shklar (1928-1992), grande filosofa politica: Vizi comuni, il Mulino, 1986).
Il pluralismo politico si è accompagnato al pluralismo istituzionale, anche grazie a Montesquieu (1689-1755), L’esprit des lois (1748), variamente declinato nelle forme di parlamentarismo e presidenzialismo, esportate, imitate, emulate un po’ dappertutto nel mondo con la drammatica eccezione delle teocrazie islamiche, con al vertice la Repubblica islamica dell’Iran. Altrove, come in troppi casi africani, riscontriamo frammentazione oppure pluralità, che non è pluralismo, di etnie. Certamente, il contrario lampante del pluralismo politico è il totalitarismo del partito unico della Cina e, in misura inferiore, ma non per questo meno deplorevole e criticabile, il regime dispotico di Vladimir Putin in Russia.
Il pluralismo politico e quello istituzionale sono conquiste sperabilmente e sostanzialmente irreversibili dell’Occidente e dell’Europa, qualche volta esportate con successo in diverse parti del mondo, meglio se popolate da Europei di prima, seconda, … quinta generazione. Entrambi i pluralismi stanno anche a tutela del tema dei diritti che sembra appassionare un po’ tutti, in special modo coloro che non sanno che istituzioni, associazioni e diritti stanno insieme e che il liberalismo è la cornice nella quale da circa tre secoli si incontrano e si scontrano le idee dei liberali e dei non liberali. Peraltro, gli illiberali sono facilmente riconoscibili in quanto non intendono sottoporre a nessun dibattito le loro poche, mal formulate, rozze asserzioni.
Ho già accennato al contributo che il pluralismo religioso ha dato al pluralismo politico. Nel corso del tempo abbiamo variamente imparato che esistono altri pluralismi di grande importanza e significato: pluralismo economico, pluralismo sociale, pluralismo culturale.
Sono tutti pluralismi che merita mettere in evidenza, difendere e promuovere e che trovano poco o punto riscontro fuori dell’Occidente tranne che fra gli oppositori, uomini e donne, dei regimi variamente autoritari. Intendiamoci sugli aspetti più rilevanti. Pluralismo economico significa che, da un lato, uomini e donne hanno il diritto di godere delle proprietà che spesso costituiscono il baluardo della loro autonomia e indipendenza. Dall’altro, che situazioni monopolistiche e oligopolistiche sono una sfida e talvolta uno sfregio al liberalismo. Altrettanto grande e forse persino più pericolosa è la sfida del liberismo che si oppone alla regolamentazione del mercato. Infatti, un mercato sregolato si trasforma rapidamente in un luogo di straordinaria produzione di posizioni dominanti e di distribuzione di privilegi che vanno ad impattare negativamente sul pluralismo politico e sulla competizione democratica. La regolamentazione del mercato è continuamente e continuativamente esposta alla valutazione dell’efficienza e dell’equità (fairness) nonché costantemente suscettibile di variazioni, adattamenti, aggiornamenti derivanti dalla mutazione delle preferenze dei cittadini. Keynes era un liberale; Hayek un liberista. Nell’Occidente hanno entrambi la loro cittadinanza scientifica, culturale, politica. Entrambi hanno argomentato da par loro che il capitalismo può essere coniugato con la democrazia liberal-costituzionale, ma Hayek sembra volerci dire che soltanto il liberismo può dare ospitalità alla democrazia capitalistica, mentre Keynes coglie tutti gli squilibri di quel rapporto e li raddrizza attraverso il ruolo e l’intervento dello Stato democratico. Da nessuna altra parte al mondo è stato sviluppato un pensiero democratico e economico altrettanto articolato quanto quello prodotto in Europa, applicato, raffinato e riveduto. In progress, tuttora.
Qualsiasi discorso sul pluralismo deve inevitabilmente e giustamente fare i conti con la/le società. Troppo spesso i teorici del terzomondismo contrappongono alle società occidentali, caratterizzate da differenze e solcate da conflitti, l’esistenza di leggendarie comunità di villaggi e di stili di vita con uomini (le donne sono quasi sempre esclusi) che in conversazioni pubbliche raggiungono decisioni collettive soddisfacenti per tutti. In verità, quel che sappiamo è che quei villaggi e quelle comunità sono spesso oppressive, bocciano le diversità, impongono uniformità raramente condivise. Paradossalmente, le loro esperienze maggiormente “comunitarie” fanno parte della storia del mondo occidentale: la democrazia diretta a Atene, i town hall meetings delle cittadine USA delle origini a cavallo fra il 1700 e la metà dell’Ottocento. Però a Salem, Massachusetts, sicuramente i Puritani (come scritto da Arthur Miller, Il crogiuolo; Jean-Paul Sartre, Hius clos; Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta) imponevano cupo conformismo e assoluta ortodossia non pluralismo competitivo, non democrazia.
Nelle comunità si nasce. Per molti è difficile uscirne. Chi ci riesce racconta della fine di un senso di soffocamento, di acquisita libertà, non solo di scelta. Le società sono costruzioni variegate e mutevoli di uomini e donne che sono liberi nello scegliere i loro comportamenti. Sono l’esito delle decisioni individuali di mettersi insieme e di collaborare più o meno continuativamente, con un minimo di obbligazioni reciproche. Nelle democrazie europee l’associazionismo è diffusissimo, consustanziale. Costituisce anche un effettivo contrappeso al potere politico. Nel mondo non occidentale, si nasce, si vive, si muore in comunità di sangue, di etnia, di credi religiosi spesso non in competizione, ma in conflitto fino a vere e proprie guerre civili: Nigeria, Congo, Ruanda, Kenya, Sri Lanka.
Lo status delle donne non appartiene propriamente al discorso sul pluralismo, ma certo fa parte integrale di qualsiasi analisi che sappia, come dovrebbe, combinare diversità con equità (al limite, eguaglianza che preferisco coniugare al plurale). Se un paese non consente, anzi, impedisce alla metà circa della sua popolazione di acquisire e esercitare le sue capacità e conoscenze e di partecipare alla vita economica, sociale e politica, l’effetto negativo si abbatterà sull’intero sistema socio-economico e politico. Ruolo e status delle donne sono un potente indicatore del grado di civiltà conseguita in qualsiasi sistema politico.
Sappiamo che sono i talebani che negano qualsiasi diritto alle donne. Esistono talebani un po’ dappertutto e tuttora combattono violente battaglie di retroguardia, ma con il passare del tempo sono stati ampiamente ridimensionati in Europa tanto che possiamo dire con fiducia che i talebani non abitano più qui.
Europa progressista
Nel corso della storia l’Europa si è venuta caratterizzando, ovviamente con alti e bassi e con differenze fra i vari paesi, come continente del cambiamento, del miglioramento, del, oso ricorrere ad una parola oggi quasi bandita, progresso. Tutti i dati disponibili lo manifestano e lo dimostrano senza possibilità di smentite. Farò riferimento unicamente all’Indice dello Sviluppo Umano elaborato dalle Nazioni Unite e utilizzato a partire dall’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo. Si basa su tre indicatori compositi: aspettativa di vita, istruzione, reddito pro capite. Nei primi venti posti della graduatori fanno la loro comparsa soltanto sei paesi non europei: Hong Kong, Singapore, Australia, USA, Giappone, Israele, uno solo dei quali, Singapore, non è una democrazia.
In termini di progresso, l’Europa si caratterizza per avere costruito deliberatamente e gradualmente il più grande esperimento di efficace supporto alla vita delle donne e degli uomini: lo stato del benessere, il Welfare state, e per continuare a estenderlo, migliorarlo e perfezionarlo a fronte delle frequenti sfide economiche e sociali come demografia e immigrazione. Da nessuna altra parte al mondo come nell’Unione Europea le persone si sentono e sono altrettanto protette, come nell’espressione delle socialdemocrazie scandinave, “dalla culla alla tomba”. I cittadini degli USA, almeno quelli che guardano fuori dai loro confini, invidiano quanto in termini di protezione della salute e delle condizioni dei lavoratori è un’acquisizione sostanzialmente irreversibile in praticamente tutti gli Stati-membri dell’Unione.
L’Unione Europea è anche il migliore esempio della validità dell’affermazione: “le democrazie non si fanno la guerra”. Nasce per porre termine al conflitto fra Francia e Germania. Si espande aggregando paesi che la ritengono uno spazio di pace e prosperità. Continua la sua azione pacificatrice come i conflittuali Stati dei Balcani possono confermare con la loro adesione e con le domande in corso. Pur consapevole del giudizio che può sembrare tranchant, la Russia di Putin non avrebbe aggredito l’Ucraina se questo paese avesse fatto parte dell’Unione Europea.
Considerando la pace giusta, non quella imposta con le armi, ma quella che fa seguito alla concordanza di vedute e alla composizione dei dissidi, l’Unione Europea è certamente un ottimo esempio delle modalità con le quali si può e potrà giungere alla pace perpetua nella concezione di Immanuel Kant: attraverso la formazione di una Federazione di Repubbliche democratiche. Il processo cominciato nel fatidico 18 aprile 1951 con la formazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) non ha affatto esaurito la sua spinta propulsiva. Qualcuno potrebbe anche volere ricordare la risposta del Presidente della Francia François Mitterrand (1981-1995) a chi gli chiedeva quale estensione dovesse/potesse avere l’Europa politica: “dall’Atlantico agli Urali”. Non è affatto da escludere che questo sia un obiettivo da perseguire. Di tanto in tanto anche i Latinoamericani si interrogano sulla possibilità di fare sì che il Mercosur vada oltre la sua attuale configurazione di area di libero scambio economico. Il progresso conseguito dall’Europa rimane oggetto di emulazione.
Europa presbite
Prendo l’aggettivo presbite a prestito dal grande costituzionalista e costituente Piero Calamandrei (1889-1956) il quale così definiva la Costituzione italiana. Oggi sappiamo, a fronte di maldestri (sic) tentativi di riformarla a pezzi che, in effetti, la Costituzione ha saputo guardare lontano, e continua ad avere uno sguardo apprezzabilmente lungo. Anche l’Unione Europea, fin dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli (ex-comunista poi azionista), Ernesto Rossi (radicale) e Eugenio Colorni (socialista) si caratterizza per una prospettiva proiettata nel futuro che vuole costruire. Gli alti (vedere molto lontano: il Trattato di Maastricht 1992) si combinano con i bassi (sguardo corto: la celebrazione sottotono nel 2017 del 60esimo anniversario del Trattato di Roma, ma pur sempre orientato in avanti). Non è ancora possibile valutare quanto la Conferenza sul Futuro dell’Europa abbia indicato nuove vie da percorrere. Personalmente, sono rimasto affezionato alla triade: allargare, approfondire, accelerare. Gli allargamenti si sono succeduti e non sono affatto cessati. Gli approfondimenti risultano più difficili da delineare e da attuare anche se ricorrente è la suggestione di un’Europa a più velocità che, a mio modo di vedere, solleciterebbe molti governi a cercare davvero di correre dietro coloro che sappiano indicare strade e traguardi di ulteriore più stretta integrazione politica, sociale, di difesa, di intervento umanitario. Accelerare è quanto è stato imposto ad alcuni processi decisionali fin dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina. Ne valuteremo la persistenza ad alta velocità e i frutti al termine dell’aggressione.
Un’Europa che sa guardare lontano, che sa fare progetti, che s’impegna a camminare su strade anche impervie (quella della difesa e quella dell’energia) può essere criticata, motivatamente. Non può, e non deve, essere criticata per mancanza di progettualità. La vecchiaia, mi disse Norberto Bobbio alla soglia dei suoi novant’anni, è non potere più fare progetti. L’Unione Europea fa progetti. Non cessa di esplorare le alternative. Di interrogarsi e di chiamare in causa e coinvolgere gli europei. Di essere un polo di attrazione dall’Atlantico agli Urali e dall’Artico a Gerusalemme (si parla anche dell’adesione di Israele). Dipingerla come un insieme di istituzioni inadeguate e inefficaci, ripiegate su se stesse, affermare che l’Europa è in declino mi pare semplicemente sbagliato.
Chiudo. Ho elaborato molto sinteticamente alcuni punti. Sono consapevole che si può fare di più e di meglio. Ciascuno di quei punti, isolatamente e in un quadro d’insieme, può essere approfondito e ampliato. Il quadro ne risulterebbe persino più convincente. Another time another place. Nel frattempo, ai declinisti lascio l’onere della confutazione, sui fatti.
Gianfranco Pasquino è Professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e socio dell’Accademia dei Lincei. Il suo libro più recente è Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022).
Verso il 25 settembre, il voto più utile è degli indecisi @formichenews

Il voto davvero utile, meglio più utile, ovvero più incisivo, sarà quello degli indecisi e dei potenziali astensionisti. Occhio, dunque, a quale coniglio/a uscirà da quale cappello nelle quarantotto ore prima del voto. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e Professore Emerito di Scienza politica e autore di “Tra scienza e politica. Una autobiografia” (Utet 2022)

Raramente ho assistito a una campagna elettorale tanto prodiga di informazioni sui leader, sui partiti, sulle tematiche. Sono giunto alla conclusione che se la campagna viene definita “brutta” è come la bellezza: sta negli occhi di chi, commentatori di poco senno e fantasia, la guarda (o forse no: guardano solo i concorrenti, per “copiarli”). Sappiamo che Giorgia Meloni, una volta richiamato Draghi, è la front runner. Sta conducendo una campagna elettorale il cui punto d’arrivo potrebbe essere Palazzo Chigi. Atlantista per sua definizione, si è convincentemente collocata dalla parte dell’Ucraina, ma si è trovata appesantita da un passato che non passa, e che qualche saluto fascista riporta all’ordine del giorno, e dalla sua appartenenza di genere che non sa né respingere né valorizzare. La zavorra più pesante e per lei (ma anche per gli italiani tutti) è il suo incomprimibile, indeclinabile sovranismo che si accompagna a deplorevoli compagni (oops, chiedo scusa) di strada: da Orbán a Vox. Se nell’elettorato italiano è passato il messaggio che, forse troppo poco troppo tardi, il Partito Democratico di Letta ha cercato di mandare: “tutto con l’Europa niente fuori d’Europa”, allora il consenso presunto per i Fratelli d’Italia potrebbe risultare ridimensionato. Chi con qualche strambato di cui non era ritenuto capace ha risollevato il suo consenso che sembrava in caduta libera è Giuseppe Conte.
Ambiguo la sua parte sia sull’Unione Europea sia su come affrontare l’aggressione russa all’Ucraina, Conte può ringraziare gli attacchi mal posti e male argomentati al reddito di cittadinanza, l’unica riforma davvero innovativa che il Movimento 5 Stelle di governo possa effettivamente rivendicare. Che i voti per i pentastellati di lotta crescano nel Sud rispetto a previsioni fosche è dovuto all’impatto positivo del reddito di cittadinanza e alla volontà di difenderlo. Anche su questo gli elettori hanno ricevuto utili informazioni. Immigrazione e sicurezza, scuola e sono finiti in secondo piano perché maiora premunt, c’è qualcosa di più importante destinato a essere una sfida duratura. No, personalmente non me la sento mai di parlare a nome degli italiani, ma il prezzo del gas e, più in generale, del carrello della spesa sono le due criticità che non ci abbandoneranno troppo presto. Non sarà il governo prossimo venturo a risolvere il problema. In verità, nessun singolo governo europeo ha la chiave della soluzione. Solo gli europei europeisti possono approntare una difesa decente e passare all’attacco con una politica energetica concordata.
Berlusconi ha rapidamente capito che il suo aggancio con il Partito Popolare Europeo è importantissimo per Forza Italia e, impostosi garante del (governo di) centro-destra, ha ipotecato i Ministeri degli Esteri e dei Rapporti con l’Europa. Però, ma non ce la fa proprio ad abbandonare la tassa che non è né piatta né, poi, neppure tanto bassa come quella proposta dal giocatore d’azzardo Matteo Salvini a corto di tematiche e di fiato. A testa bassa sia per tentare di trovare l’agenda perduta, quella di Draghi, sia per incornare il Partito Democratico, i quartopolisti Calenda e Renzi non hanno lasciato traccia nella campagna elettorale. Ma anche questa è una notizia utile per gli elettori. Ne sappiamo tutti di più. Certo, partivamo con le nostre preferenze che probabilmente sono cambiate di pochissimo (rispetto ai sondaggi). Alla fine, il voto davvero utile, meglio più utile, ovvero più incisivo, sarà quello degli indecisi e dei potenziali astensionisti. Occhio, dunque, a quale coniglio/a uscirà da quale cappello nelle quarant’otto ore prima del voto. Faites vos jeux. Ma, in democrazia non finisce qui.
Pubblicato il 22 settembre 2022 su Formiche.net
Le “interferenze” straniere sono un omaggio all’importanza dell’Italia
Sarebbe assolutamente sorprendente se i miei amici che vivono in Inghilterra e hanno apprezzato il cordoglio manifestato dagli italiani per la morte della Regina Elisabetta, che vivono negli USA e si ricordano delle mie preoccupazioni per il tentato colpo di Stato di Trump, che stanno in Germania e a suo tempo ricevettero le mie congratulazioni per la vittoria dei socialdemocratici di Olaf Scholz, non fossero interessati alle elezioni italiane. Con loro, anche in molti altri paesi dell’Unione Europea, in Ucraina e in Russia, i governanti e l’opinione pubblica avvertita stanno riflettendo sulla campagna elettorale italiana e sul grado di attendibilità dei sondaggi, ponendosi più di un interrogativo sulle conseguenze prossime del voto italiano e, naturalmente, sulle caratteristiche politiche e personali di chi andrà al governo in Italia. Tutto questo è inevitabile poiché nell’Unione Europea e nelle organizzazioni internazionali quel governo avrà regolarmente la possibilità di orientare le discussioni e di influenzare le decisioni.
Non serve a nulla lamentarsi del sostegno dato a Enrico Letta dal socialdemocratico tedesco Scholz e, par condicio, degli auguri fatti da Marine Le Pen a Matteo Salvini che, a suo tempo, si espresse a favore di una sua vittoria nelle elezioni presidenziali francesi. Invece, piuttosto importanti sono altri fenomeni. Da un lato, se provate, stanno le interferenze russe forse anche con finanziamenti a qualche partito italiano. Poiché esistono dei precedenti, quando i russi agirono con successo contro Hillary Clinton, di queste interferenze gli organi preposti e gli stessi partiti, a cominciare da chi ripete “prima gli italiani” dovrebbero preoccuparsi e respingerle. Dall’altro, i rapporti fra leader e partiti, stranieri e italiani, segnalano qualcosa di cui tenere conto per gli elettori interessati che si apprestano a scegliere. “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” non è soltanto la saggezza in pillole di un proverbio. È anche un invito a valutare con chi i partiti e i dirigenti italiani si rapportano su scala europea (e mondiale). Aggiungo che è altresì la prospettiva alla quale la Commissione Europea non potrà non ricorrere quando si saranno contati i voti e si sarà formato il nuovo governo italiano. Nel Consiglio dei capi di governo europei che deve confermare le sanzioni contro l’Ungheria decise dall’80 per cento degli europarlamentari si troverà Giorgia Meloni, amica del Primo Ministro ungherese Viktor Orbán? Il nuovo Ministro degli Esteri italiano sarà Matteo Salvini le cui posizioni nei confronti della Russia sono quantomeno ambigue? Altri esempi, per esempio, riguardo al Ministro dell’Economia, si potrebbero fare per chiarire quanto significative sono le elezioni italiane per il futuro dell’Europa e dell’Italia in Europa. In un certo senso, la grande attenzione riservata all’Italia può essere considerata un gradevole, gradito omaggio all’importanza del nostro paese. Spetta agli elettori non sciupare questo omaggio.
Pubblicato AGL il 22 settembre 2022
Per un nuovo ordine internazionale liberale #imessagginidipasquino
Neppure “tutti gli uomini del re tutti i cavalli del re” (Alice nel paese delle meraviglie) riusciranno a restaurare il crollato ordine internazionale liberale. L’aggressione russa all’Ucraina gli ha, al tempo stesso, dato il colpo di grazia e costretto l’Unione Europea a venire allo scoperto. Il prossimo ordine internazionale su molto rinnovati valori liberali dovrà fare leva non solo sugli USA, ma anche sull’Europa che trovi modo di coinvolgere l’Africa continente nei confronti del quale ha grandi responsabilità. La Cina, nella sua ascesa diventata più lenta e faticosa, dovrà scegliere: inserirsi e consolidare oppure minacciosamente destabilizzare?
Contro le destre non basta dire soltanto no @DomaniGiornale


Il quadro è l’Unione Europea più l’Europa che verrà con la sconfitta dell’aggressione russa all’Ucraina. Nessuna proposta programmatica ha senso se non parte dal ruolo e dal posto dell’Italia in Europa. Tornare indietro è costato moltissimo alla ben più potente Gran Bretagna. Non sarebbe un pranzo di gala neppure per l’Italia. Su questo terreno il PD anche grazie all’alleanza con +Europa e Emma Bonino ha le carte in regola e le deve giocare. Non è mai sufficiente, talvolta neppure convincente, dire rumorosi no alle proposte degli avversari. Non c’è bisogno di concedere che il semipresidenzialismo non è autoritarismo. Ai semipresidenzialisti nostrani bisogna, da un lato, chiedere con quale legge elettorale verrà formato il Parlamento, dall’altro, contrapporre un parlamentarismo rinnovato: voto di sfiducia costruttivo e legge elettorale proporzionale con soglia d’accesso per evitare la frammentazione dei partitini. La tassa piatta non ha funzionato da nessuna parte. Non ha dato slancio a nessuna economia. Comunque, è iniqua. Ancora più iniqua quando non solo è piatta, ma è anche bassa. Le destre “giocano” sulle aliquote e faranno debito pubblico. Le tasse sono un rapporto di fiducia che i cittadini stabiliscono con lo Stato in cambio di sicurezza e di servizi tanto più necessari per le fasce deboli della società. Pagare tutti con progressività. Le tasse sono l’impegno che lo Stato assume con i cittadini. Offrirà sanità, istruzione, lavoro, pensioni in maniera efficiente e giusta. Senza privilegi, senza esenzioni, senza corruzione con amministratori pubblici che hanno piena e orgogliosa consapevolezza che i cittadini sono i loro datori di lavoro, meritevoli della massima attenzione e cura.
I diritti delle persone sono sempre una questione di libertà, detto anche per tutti coloro che lamentano la mancanza di liberalismo in Italia (forse non avendo ancora avuto il tempo di leggere la Costituzione). I diritti, a cominciare da quello di cittadinanza, possono essere acquisiti seguendo criteri sui quali è lecito avere opinioni e valutazioni diverse. Restringere i diritti è destra, ampliarli è progresso. Ai diritti si accompagnano i doveri che non sono optional, che non debbono essere né condonati né elusi, ma adempiuti (a cominciare dal voto il cui esercizio, art. 48, è dovere civico).
La campagna elettorale serve a delineare una visione di società desiderata e desiderabile, contrastando le altre visioni non solo perché diverse, ma perché carenti, inadeguate, improbabili da attuare, persino, come il sovranismo, pericolose. Non è questione di demonizzare la principale esponente dello schieramento avverso, ma di mettere in evidenza le contraddizioni e i costi, materiali e sociali, delle sue proposte contrapponendovi subito il fattibile e il credibile. Il tempo c’è.
Pubblicato il 14 settembre 2022 su Domani
I candidati devono essere il volto della coalizione @DomaniGiornale


Se sia meglio procedere ad alleanze forzate da una pessima legge elettorale o correre liberi e leggeri in un campo largo verso una sicura sconfitta? This is the question alla quale Enrico Letta, segretario del Partito Democratico, invece di sognare ha dato una risposta realistica e costosa. Ai saccenti commentatori che per mesi si sono affannati a comunicare la loro preoccupazione, addirittra indignazione per il “ritorno alla proporzionale” è imperativo fare notare che la fin troppo vigente legge Rosato, un terzo maggioritari, due terzi proporzionale con la possibilità di candidature multiple salvaseggio (poltrona?), fra i suoi molti guasti, impone alleanze preventive inevitabilmente tendenti a ammucchiate. Una legge proporzionale avrebbe consentito a tutti di contarsi e agli elettori di valutare con maggiore chiarezza partiti e candidati, poi a ciascuno il suo.
Nei collegi uninominali, le candidature sono il volto della coalizione che le esprime e le sostiene. Sono il veicolo dell’accordo programmatico. Agli elettori debbono offrire la garanzia che l’azione della coalizione, se vincente, si tradurrà nell’attuazione di quel programma. Il resto, emergenze e nuove tematiche, dovrà continuare a essere oggetto di discussione fra tutti coloro che compongono la coalizione. Se questa è l’interpretazione plausibile dell’accordo raggiuto fra PD, +Europa e Azione, i contraenti hanno di che rallegrarsi e i loro potenziali elettori sono messi in grado di esprimere una valutazione fondata su elementi chiari, il più evidente essendo quello dell’impegno a proseguire, con opportuni adattamenti, aggiunte e correzioni, l’agenda del governo Draghi. Forse dal punto di vista numerico il Partito Democratico è stato fin troppo generoso nei confronti dei suoi due comunque indispensabili alleati. Tuttavia, se l’alleanza avrà lo sperato effetto moltiplicatore i conti dovranno e potranno essere fatti meglio ad elezioni avvenute.
Adesso l’attenzione deve necessariamente spostarsi e focalizzarsi sulle candidature, sulla loro qualità, sulla loro capacità di combinare esperienza e competenza, sul tasso di entusiasmo (“occhi di tigre”) che sapranno portare nella campagna elettorale. Dalle notizie estraibili da alcune, importanti, situazioni locali del PD sembra che il criterio dominante sia rappresentato dalla continuità della carriera, non dalle new entries che sembrano praticamente inesistenti. La mannaia del limite a due mandati quasi azzererebbe non solo i dirigenti del PD, ma i tre quarti e più degli attuali parlamentari e dei ricandidabili. A mio avviso sarebbe una scelta sbagliata, ma altrettanto sbagliata è la strada del ritorno di parlamentari, anche donne, di lungo e non proprio brillantissimo corso. Agli uomini e alle donne del PD non sarà sufficiente offrire la rassicurante rappresentanza in quanto usato sicuro. Le elezioni del 25 settembre 2022 non saranno in nessun modo simili a elezioni che abbiamo conosciuto nel passato. Si sprecheranno i paragoni (e non voglio suggerirne nessuno). Un punto deve essere sottolineato con forza: il 25 settembre si decidono collocazione e ruolo dell’Italia nell’Unione Europea e nella politica internazionale. Le candidature, non soltanto quelle del Partito Democratico, meritano di essere proposte e valutate con l’osservanza di questo criterio dominante, cruciale anche in caso di una sconfitta che rischia di segnare tristemente l’autunno del nostro scontento.
Pubblicato il 3 agosto 2022 su Domani
A tutti gli ombrelloni d’Italia
Già li vedo questi italiani e italiane al mare: Dopo avere affrontato la spietata prova costume, si stanno sottoponendo ad una nuova serie di esami, quelli che, scrisse memorabilmente Eduardo De Filippo, non finiscono mai. I vicini di ombrellone, neppure fossero tutti professori di sociologia, scienza politica, economia, addirittura alla LUISS, stanno iniziando l’esame comparato dei programmi dei partiti. È un esercizio al tempo stesso difficilissimo e faticosissimo. Infatti, ci sono ancora partiti che credono che buono è il programma lungo e esaustivo sul quale hanno messo a lavorare i loro benintenzionati intellettuali di riferimento. Però, anche i lungoprogrammisti hanno imparato che, se vogliono avere un impatto e attirare attenzione bisogna che facciano lo sforzo quasi sovrumano per l’intellettuale italiano tradizionale, più o meno organico, della sintesi: uno, tre, massimo cinque tweet con le apposite faccine e gli hashtag più impensabili.
Di tanto in tanto, chi ascolta gli scambi da un ombrellone all’altro si accorge che, no, quegli italiani e quelle italiane, non leggono indiscriminatamente tutti i programmi. Anzi, alcuni proprio li scartano subito. Altri vanno alla ricerca di qualcosa di originale. Qualcuno di loro dice che sono tutti un po’ eguali e che, purtroppo, nel migliore dei casi espongono il titolo di quello che promettono, ma non dicono come lo faranno, quando, con quali costi, quali obiettivi, quali conseguenze. Qualcun altro dice che tutti i politici promettono e nessuno mantiene. Visto che cosa hanno fatto al governo? Nasce una discussione vera e accanita sul fatto, sul non fatto e sul malfatto. Fa la sua comparsa anche il misfatto: chi è responsabile della caduta del governo Draghi che, “poverino”, faceva del suo meglio ed era molto apprezzato all’estero, nell’Unione Europea e non solo? Ma, allora, sostengono alcuni nuovi arrivati, interessati ad una discussione che si è molto animata, bisogna riprendere l’agenda Draghi o andare oltre?
Solo Draghi, è l’opinione dei più saggi, saprebbe portare avanti e a compimento la sua agenda con i necessari aggiustamenti. Diventa difficile credere che Draghi possa essere reclutato da Calenda per attuare i dodici punti formulati dall’affannatissimo iperattivo eurodeputato del PD. Sicuro, invece, sottolineano con tono di sufficienza, alcuni elettori del Nord, riconoscibili dal loro accento, che verranno da Berlusconi le proposte più innovative: 1 milione di alberi, 1000 Euro come pensione minima. Le ha sempre sparate grosse e mai mantenuto le promesse. È venuto il tempo di Giorgia, affermano altri bagnanti. Tutto questo alla faccia dei politici che dicono che i programmi vengono prima delle persone. Che, alla fine, per una parte decisiva di elettorato finisca per contare di più la credibilità dei leader e delle candidature piuttosto che proposte programmatiche ripetitive, confuse, irrealistiche? Buon bagno a tutti/e.
Pubblicato AGL il 27 luglio 2022
Monchi e orbi #UnioneEuropea
Monchi i commenti su quel che fa l’Unione Europea e orbi i commentatori. La loro “narrazione” è sempre centrata su quel che manca, sui dissidi, sulle lentezze. Non coglie quasi mai con lo stessa intensità quello che, certo a fatica e con lunghi e complessi negoziati, ventisette capi di governo riescono a fare: sei cicli di sanzioni alla Russia dell’aggressore Putin, politiche condivise su petrolio e gas russo, transizione energetica. Due Stati membri, Svezia e Finlandia, che entrano nella Nato. Concessione dello status di paese candidato all’Ucraina con Albania e Macedonia del Nord che avanzano. Eppur, l’UE si muove.
Il professor Pasquino dà i compiti, anzi solo uno, a Di Maio @formichenews

L’inadeguatezza di Conte, la tenuta del sistema parlamentare e l’elemento umano. Tre fattori dietro alla fuoriuscita di Di Maio. Che ora, secondo il professor Pasquino, ha un compito. Per non aggravare la già eccessiva frammentazione italiana

La fuoruscita di Di Maio e dei suoi sostenitori dai gruppi parlamentari del Movimento 5 Stelle certifica in maniera lampante tre elementi. Non in ordine di importanza, ma di visibilità, il primo elemento è l’inadeguatezza di Giuseppe Conte come leader politico, inadeguatezza bollata fin dall’inizio con le durissime valutazioni di Beppe Grillo. Ma, lo abbiamo imparato, Conte ha un’autostima smisurata dalla quale non riesce in nessun modo a riaversi. Il secondo elemento è che le tanto biasimate democrazie parlamentari hanno l’enorme pregio della flessibilità istituzionale (ad esempio, accomodando governi con composizione anche molto diversa), ma sono esigenti. In maniera bellicosa Arditti ha scritto che il Palazzo ha divorato i barbari. Usando altri termini direi che il Parlamento ha dimostrato di non essere una scatoletta di tonno, ha imposto l’apprendimento di regole, ha sconfitto coloro che niente sapevano e che pochissimo hanno imparato per incapacità e per superbia (sorte simile attende Di Battista se ben capisco le sue barricadiere esternazioni).
Il terzo elemento è che le persone in politica contano e, a determinate condizioni, fanno la differenza. Personalmente, gli atteggiamenti del Di Maio d’antan, non c’è bisogno di farne l’elenco, non mi sono mai piaciuti, ma il punto è che Di Maio ha molto imparato e giustamente non vuole lasciarsi correggere da chi ne sa di meno, soprattutto nell’ambito tanto delicato, cruciale per l’Italia, per l’Unione Europea, in generale, della politica estera.
Qualsiasi fuoruscita o scissione, quand’anche giustificabile, come fu quella dei non-renziani (non dei renziani e nemmeno di Paragone) contribuisce ad accrescere la già malamente governabile frammentazione del sistema partitico italiano. L’Italia ha bisogno di coesione sociale, è un messaggio che mando anche ai leader sindacali. Partiti organizzati sul territorio, quello che i Cinque Stelle mai vollero, ma forse non avrebbero saputo, fare, e rappresentativi sono l’unica o comunque la migliore soluzione alla ricomposizione della società, che non significa fine della conflittualità. Poiché immagino che Di Maio non voglia concludere la sua traiettoria politica con la fine della legislatura, anche a lui attribuisco il compito politicamente e storicamente significativo di trovare accordi, non solo elettorali, di mettere insieme prospettive, di disegnare qualcosa di utile. L’opportunità e lo spazio esistono. Qui si parrà quanta nobilitate ha acquisito Di Maio.
Pubblicato il 21 giugno 2022 su Formiche.net
Letta deve aprire il campo largo a tutti quelli affidabili @DomaniGiornale


La strada è tracciata o, quantomeno, indicata: “campo largo”. Il centro-destra non è compatto né nel momento elettorale, come dimostrato dagli esiti delle elezioni ammnistrative, né qualora arrivasse al governo (ma su questa eventualità non mi avventuro) diviso com’è su scelte importanti a cominciare dall’Unione Europea. Tuttavia, continua ad avere più voti del centro-sinistra. Il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, tiene la barra e incassa qualche non marginale risultato. Certo, continuare a credere nel Movimento Cinque Stelle richiede una straordinaria pazienza e anche molta generosità. Tuttavia, dovrebbe stare diventando sempre più chiaro ai pentastellati, di ieri e di oggi, per quelli di domani servirà una buona campagna elettorale, che, da solo, il Movimento 5 Stelle non va da nessuna parte. Meglio, si avvia verso la quasi totale irrilevanza, Insomma, il PD è alleato essenziale per le Cinque Stelle. Merito di Letta è di non farlo pesare in attesa che il Conte titubante ne prenda pienamente atto e non faccia nessun avventuroso giro di tarantella.
I Cinque Stelle sono necessari, ma non sufficienti a fare un campo largo capace di ottenere tutti i voti richiesti per arrivare alla maggioranza assoluta di seggi in Parlamento. Dunque per allargare l’attuale campo, con il PD che, non dimentichiamolo, oltre il 21-22 per cento su scala nazionale sembra non essere in grado di andare, è imperativo trovare altri alleati. Alcuni, ad esempio, Più Europa, sanno che, anche programmaticamente, i Democratici sono non solo il referente da privilegiare, ma la loro àncora di sicurezza. Altri, penso ad Italia Viva, sono piuttosto (è un eufemismo) inaffidabili ed è difficile che si emendino. Altri ancora, come Azione di Calenda, pongono una preclusione dirimente: niente Cinque Stelle nel campo largo. In questo modo, però, la sconfitta appare garantita.
La formulazione della strategia che porti alla crescita e le sue modalità stanno tutte nelle mani di Letta. Mi sembra che nel PD non siano molti (anche questo è un eufemismo) coloro che, invece di badare alla conservazione del loro personale seggio, si dedichino all’elaborazione di idee e magari anche a un sano e impegnativo lavoro sul territorio, questo sì diventato largo assai dopo la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari. Sono giunto alla conclusione, parzialmente rivedibile dopo le dure lezioni della storia, che Letta deve tenere aperti gli ingressi nel suo campo largo a tutti coloro che garantiscano europeismo e impegno convinto e effettivo all’attuazione integrale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Deve promettere che il governo del quale il Partito Democratico sarà comunque il perno s’impegnerà nella crescita culturale e economica dell’Italia. Chi non volesse assumere congiuntamente questo impegno non è un alleato affidabile, e allora sarebbero/saranno guai per tutti.
Pubblicato il 15 giugno 2022 su Domani