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Quo vadis Italia di Mattarella e Draghi?

Appena si saranno placati i troppi sospiri di sollievo, alcuni davvero esagerati, altri ipocriti, che hanno accompagnato la rielezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica, sarà imperativo porsi qualche interrogativo. Non conta tanto sapere chi ha perso e chi ha vinto. Salvini, Berlusconi e Casellati hanno sicuramente perso. Il centro-destra ha sicuramente perso, ma perché aveva una falsa coscienza di sé: mai blocco compatto, ma solcato da tensioni “governo/opposizione”, “pro-Unione Europea/Cambiare l’Europa”. Quella falsa coscienza gli renderà difficile fare la campagna elettorale e, eventualmente, se premiato dal voto renderà complicato formare il governo e farlo funzionare. Non hanno vinto né Conte né Letta (né Renzi). Giorgia Meloni potrà vantare la sua granitica coerenza, ma forse starà prendendo atto che da sola non va da nessuna parte e che i suoi necessari accompagnatori sono assolutamente poco affidabili. Se, come viene variamente riportato, alla fine è stato Mario Draghi a convincere Mattarella a tornare con i suoi scatoloni ad abitare al Quirinale, allora potremo intestargli una vittoria. Però è una vittoria, da un lato, sicuramente molto al di sotto delle sue aspettative di “nonno” che aveva fatto intendere che il suo prossimo “servizio alle istituzioni” intendeva renderlo dal Quirinale. Dall’altro, è una vittoria dai contorni incerti, dai contenuti al momento inverificabili, dal futuro periglioso.

   Temporaneamente, Draghi ha salvato il suo governo e, sperabilmente, quel che più dovrebbe contare, l’attuazione più puntuale e più efficace possibile del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Venti di rimpasto stanno già investendo il governo. Saranno subito bloccati con fermezza dal Presidente Mattarella? Un Presidente rieletto gode ancora di una luna di miele oppure quel Parlamento alle cui pressioni e preferenze ha ceduto è già pronto a rivendicare meriti di dubbia entità? Fra i sicuri perdenti tutti collocano senza originalità e senza spiegazioni la politica. Eppure in qualche modo Draghi ha fatto politica, ovvero ha usato della sua carica e del suo potere per conseguire un obiettivo. Dal canto suo, Mattarella è un politico di lungo corso e ha accettato la rielezione proprio sulla base di motivazioni eminentemente politiche. Perdenti sono numerosi uomini e donne (mai capaci di trovare e sostenere una di loro) in politica, ma non hanno affatto perso quei molti parlamentari che volevano, non soltanto per avere il vitalizio, la continuazione della legislatura. Da adesso a Mattarella e a Draghi dovremmo un po’ tutti chiedere che in tandem si ricordino che oramai spetta soprattutto a loro costruire le condizioni per la ristrutturazione della politica italiana anche attraverso una nuova legge elettorale che sia quanto meno decente. Né potranno ritrarsi se qualcuno ponesse, nei tempi e nei modi giusti, fuori del protagonismo e dell’improvvisazione, il tema di una riforma semi-presidenziale. Hic Quirinale hic salta.    

Pubblicato AGL il 1° febbraio 2022

Criteri e qualità per la scelta del nuovo Presidente della Repubblica @DomaniGiornale

Nessun sistema politico deve trovarsi mai appeso ad un solo uomo. Neanche quando quest’uomo, come Mario Draghi, gode di straordinario prestigio conquistato nell’Unione Europea grazie alle sue qualità tecniche e capacità personali. Ha saputo tenere insieme, tradurre, orientare, talvolta fare cambiare le preferenze dei componenti della Banca Centrale Europa e di non pochi ministri delle Finanze. Forse, quasi inconsapevolmente, deve avere pensato che tenere insieme e convincere i segretari dei partiti della maggioranza eterogenea che si è a lui affidata non poteva essere una missione impossibile. In effetti, non lo sarebbe (stata), anche grazie al suo apprendimento di alcune modalità di rapportarsi a quei segretari e ai loro ministri (che lo vedono da vicino) se non fosse che ai compiti di governo, aggravati dalla pandemia, si è aggiunto il problema della elezione del Presidente della Repubblica.

    Draghi ha avuto qualche mese per abituarsi all’idea di diventare Presidente del Consiglio e soprattutto sapeva fin dall’inizio che avrebbe goduto del sostegno istituzionale, politico e personale del Presidente Mattarella. La situazione attuale, con chi lo spinge, amoveatur ut promoveatur, alla Presidenza della Repubblica, forse per liberarsene, ma soprattutto senza avere la credibilità e la forza politica sufficiente per garantire l’esito, e chi desidera mantenerlo a Palazzo Chigi, ma soprattutto per farne un parafulmine, è tanto inusitata quanto foriera di rischi, per lui e per il sistema politico. Con la dichiarazione di essere-sentirsi “un nonno al servizio delle istituzioni”, Draghi ha dato la sua disponibilità aprendo una strada che spetta ai segretari dei partiti decidere se percorrere o no. Di più, Draghi non deve e non può dire.

   In qualche modo, alcuni esponenti dei partiti hanno già fatto conoscere le loro preferenze, con chi vuole mantenere Draghi al governo per candidare altri, magari se stessi, alla Presidenza della Repubblica, e chi è persino disposta a eleggere Draghi pur di porre fine alla sua azione di governo e ottenere elezioni anticipate. Non può essere Draghi a scegliere una opzione piuttosto dell’altra salvo, comprensibilmente, sottolineare che l’azione di governo su pandemia e PNRR non è da interrompere, ma necessita di essere approfondita. Le domande allora vanno tutte indirizzate agli uomini e alle donne dei partiti e ai loro parlamentari. Il dibattito non può essere sui numeri, utili a conoscere le chances, ma non necessariamente a individuare il/la candidato/a migliore.

    Le ricostruzioni delle precedenti elezioni presidenziali, prive di qualsiasi riflessione sullo stato del sistema politico italiano quando si svolsero, e di qualsiasi valutazione sulle conseguenze di ciascuna specifica elezione, sono tanto inadeguate quanto, persino, fastidiose. Trarremmo tutti vantaggi conoscitivi, oserei aggiungere democratici se, come coloro che rappresentano, sì lo so, a causa della legge elettorale Rosato, più o meno casualmente, volessero rendere noti i criteri con i quali intendono scegliere: dalla volontà di stare con il proprio partito al sistema politico che desiderano, dalle capacità del candidato/a agli equilibri politici da mantenere o da cambiare. Provocatoriamente concludo che Draghi, una volta annunciata la sua indisponibilità a rispondere a domande sul suo futuro, avrebbe potuto chiedere a ciascuno dei giornalisti (che, talvolta, riescono persino a influenzare l’opinione pubblica e i parlamentari!) di esprimersi in materia di Presidenza della Repubblica. Fatevi la domanda e dateci la risposta.     

Pubblicato il 12 gennaio 2022 su Domani

Orgoglio e resilienza. Con Draghi dopo Draghi?

Completamente a suo agio, sobrio nella presentazione e stringato nelle risposte, talvolta ironico, il Presidente del Consiglio non è riuscito a nascondere l’orgoglio per due grandi risultati. Sono stati perfezionati tutti e cinquantuno i progetti per ottenere i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e nel 2021 l’economia italiana è cresciuta più del 6 per cento, meglio di qualsiasi altro paese dell’Unione Europea. Tuttavia, ripetutamente ha sottolineato che i successi non sono opera di una singola persona e neppure del solo governo, ma sono stati possibili grazie alle forze politiche e al Parlamento. Un governo parlamentare funziona al meglio proprio quando esiste e si mantiene la collaborazione fra governo, Parlamento e partiti. Anche se nessuno dei giornalisti ha colto l’occasione per farsi portatore delle critiche di coloro che sostengono che il Presidente del Consiglio ha svilito il ruolo del Parlamento, Draghi ha affermato che tutti i provvedimenti, compresa la legge finanziaria, sono stati discussi a fondo e più volte con gli esponenti dei partiti, con i parlamentari e nelle apposite commissioni parlamentari. Il metodo del confronto e della discussione è stato applicato anche con i sindacati. Dello sciopero Draghi non ha parlato mettendo in evidenza, invece, come si sia già tornati a discutere della revisione della legge sulle pensioni. L’unico elemento di reale preoccupazione per il futuro è rappresentato dalla circolazione della variante Omicron. Soltanto le vaccinazioni possono difenderci dal virus e, di nuovo con legittimo orgoglio, Draghi ha rilevato come la percentuale di italiani vaccinati e rivaccinati sia la più alta in Europa. Tutta la politica sanitaria in materia viene determinata non da preferenze politiche, ma dei dati dei contagi. Quindi, non è prevedibile quali saranno le future scelte del governo. Naturalmente, per molti giornalisti (e anche per molti italiani) il quesito al quale desiderano una risposta riguarda chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica. Draghi ha cercato di disinnescare le domande, e c’è riuscito. Appena tre giornalisti sui più di venti che hanno fatto domande hanno osato provocarlo sull’argomento. Fatto un omaggio affettuoso alla sensibilità politica e alla dolcezza del Presidente Mattarella, la risposta di Draghi è stata chiarissima su un punto molto importante. Se sarà una maggioranza diversa da quella che attualmente sostiene il suo governo a eleggere il Presidente, la prosecuzione del governo diventerà impossibile. Per Draghi la fine del governo colpirà molto negativamente la stabilità politica che è stata e rimane uno dei prerequisiti per il successo nell’opera di ripresa e di rilancio dell’Italia. Questa risposta lascia aperta la possibilità per Draghi di salire al Quirinale a condizione, però, che la sua maggioranza sia in grado di rimanere compatta e di scegliere un successore all’altezza (che, evidentemente, dovrà essere politicamente e istituzionalmente concordato con lui e di sua fiducia e gradimento). Auguri.

Pubblicato AGL il 23 dicembre 2021

IL CASTORO | Gianfranco Pasquino sugli 80 anni del Manifesto di Ventotene #intervista

Intervista raccolta da Beatrice Gagliani

Compie 80 anni ma non si direbbe. Scritto al confino da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, il manifesto di Ventotene è considerato uno dei testi fondanti dell’Unione Europea. Ne abbiamo parlato con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’università di Bologna.
Perché Il Manifesto di Ventotene è considerato uno dei testi fondativi dell’Unione europea?
«Perché individua il problema e suggerisce soluzioni: il problema è l’esistenza degli stati nazionali che si sono combattuti devastando l’Europa e loro stessi e la soluzione è superare la loro suddivisione e andare nella direzione di uno stato sovranazionale, che si sarebbe chiamato prima Europa e poi Unione Europea. L’Ue è l’unica in grado di porre fine alle guerre intestine, attraverso la messa in comune di sovranità e di tutta una serie di altri strumenti per la prosperità comune».
Nel ‘41 Spinelli e Rossi scrivevano: «Gli spiriti sono ora molto meglio disposti che in passato ad una riorganizzazione federalista dell’Europa». Che ne è oggi di quella prospettiva?
«Nel ‘41 Spinelli e Rossi erano sorprendentemente ottimisti, perché allora infuriava la guerra. Era tutt’altro che scomparso il pericolo che il nazismo riuscisse a vincere anche contro l’Unione Sovietica. Oggi quella prospettiva rimane assolutamente viva, anzi ha fatto molti passi avanti, siamo nella direzione giusta, pur sapendo che gli egoismi nazionali continuano a esserci e si traducono in visioni sovraniste ormai assolutamente fuori luogo. Abbiamo fatto dei passi avanti, infatti l’Unione europea oggi, nonostante le politiche ungheresi e polacche, è il più grande spazio di diritti civili e politici e di libertà mai esistito al mondo».
 Cosa manca agli Stati Uniti d’Europa? Ci arriveremo?
«Manca ad esempio una politica fiscale comune, manca la possibilità di decidere con il voto a maggioranza su certe tematiche importanti. Su alcune, cruciali, bisogna decidere all’unanimità e ciò non rappresenta paradossalmente una procedura democratica, perché consente a uno stato di bloccare una decisione, sulla quale convergono gli altri 26. L’Europa ha già una cultura comune grazie a scienziati, letterati, pittori, scultori e musicisti, ma le manca ancora la convinzione di poter condividere una politica comune. È solo questione di tempo».
Sempre dal Manifesto: «La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita». A suo parere, nell’attuale economia neoliberista e di mercato, l’Europa ha saputo garantire la giustizia sociale?
«Spinelli era un ex comunista, non credeva ancora che fosse possibile arrivare al socialismo. Oggi sappiamo che paesi come Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia attuano politiche socialdemocratiche e occupano i primi posti in tutte le classifiche riguardo al livello di benessere e di giustizia sociale. È giusto sostenere che un’Europa federale unificata garantirebbe meglio i diritti dei lavoratori? La risposta probabilmente è sì. Non è detto che la via sarà quella del socialismo, ma deve essere prioritaria la lotta contro le disuguaglianze e la battaglia per una società giusta».
Alla luce dell’evoluzione storico-sociale degli ultimi decenni, ritiene che gli autori abbiano intuìto come si sarebbero modificati i rapporti economici tra i Paesi del globo?  
«Non bisogna leggere quello che è stato scritto nel 1941 con gli occhi di oggi, ma cercare di capire quali erano i problemi che gli autori intendevano risolvere. Probabilmente con la loro intelligenza oggi sarebbero in grado di trovare alcune soluzioni a ciò che non funziona della globalizzazione, che di per sé non è un problema, ma un’opportunità».
Il Manifesto di Ventotene ha rappresentato un sogno utopico o si è fatto latore di un progetto politico realizzabile?
«Abitualmente combatto l’idea che l’Europa sia un’utopia. È piuttosto un progetto politico che si realizza con la capacità di coinvolgere i cittadini e le classi dirigenti, spingendoli nella direzione giusta».
Che cosa manca all’Europa attuale, rispetto a come l’avrebbero voluta gli estensori del testo?
«Manca una politica fiscale ed economica comune, la vera priorità della Ue. Al momento ci sono “disuguaglianze cattive”, come le chiama il presidente del Consiglio Mario Draghi, che devono essere sanate, mentre devono essere valorizzate le caratteristiche peculiari di ognuno, come avere più tempo libero da dedicare alla cultura, più spazio per l’immaginazione personale. Bisogna essere capaci di offrire opportunità adeguate in ogni momento della vita dei cittadini europei».

Pubblicata il 20 dicembre 2021 su settesere.it

La vera patria è il luogo della libertà, ma Meloni non lo sa @DomaniGiornale

Mi sono sempre fatto una certa idea del patriottismo. Per Cicerone, ubi patria ibi libertas, che poteva essere vero per la Roma repubblicana, ma altrove in quel mondo la situazione era certo molto diversa. Per me, patria è dove si è affermata e esiste la libertà. Ne consegue che patriota è colui che si propone di acquisire la libertà nel luogo in cui vive e lotta per questo obiettivo. Conduce la lotta utilizzando, se possibile, le regole esistenti, ma anche violandole, se necessario, nella piena consapevolezza che la sua disobbedienza civile comporterà un prezzo da pagare. Il/la patriota pagherà quel prezzo nella speranza/convinzione che le regole inadeguate, obsolete, repressive verranno rifiutate da un numero crescente di cittadini e, appena possibile, saranno riformate. Il patriota pensa che la storia del suo paese meriti di essere riletta nella sua interezza, compresi gli inevitabili periodi oscuri, che dovranno essere non nascosti né trascurati, ma criticati proprio in nome della libertà. Il patriota sa che il futuro della patria si costruisce proprio riflettendo criticamente sul passato e formulando progetti sempre all’insegna della libertà.

   Imparando dalla storia, il/la patriota è giunto a ritenere che la libertà non si difende e meno che mai si amplia chiudendosi nei confini della patria “geografica”. In uno slancio progressista, il patriota pensa che la libertà in un solo paese, a maggior ragione in un mondo globalizzato, sia tanto improbabile quanto lo fu il socialismo in un solo paese. L’esistenza di popoli non liberi, dalla paura e dal bisogno, variamente oppressi, rende la libertà in altri luoghi sempre fragile, a rischio, sfidata dai nemici delle società aperte. Al contrario, l’aumento del numero delle società aperte e i miglioramenti nelle loro qualità sono il prodotto sia della competizione sia della collaborazione fra quelle società. Vedendo le società libere prosperare e garantire opportunità di vita preferibili a qualsiasi altra situazione, in maniera crescente i cittadini si attiveranno per ottenere anch’essi quelle condizioni di libertà tanto promettenti e efficaci. Il loro patriottismo sarà “emulativo”. Non accetteranno mai lo slogan my country right or wrong. Anzi, cercheranno di mutare profondamente tutte le condizioni e tutti i fattori responsabili di quanto è sbagliato (wrong) nella politica/nelle politiche del loro paese.

   A fronte di sfide globali, il/la patriota potrà giungere alla conclusione che l’unica o comunque la risposta migliore in termini di libertà è la collaborazione con altre patrie libere. Questa collaborazione, secondo molti patrioti contemporanei, ha ragionevoli probabilità di successo nel quadro dell’Unione Europea che, complessivamente, costituisce il più grande spazio di diritti e di libertà mai esistito al mondo. Rannicchiandosi nei suoi confini geografici e mentali, il nazionalista rischia di perdere anche la sua qualifica di patriota difensore e sostenitore della libertà. Soltanto chi riesce a pensare e agire superando entrambi quei confini può sperare di mantenere e persino di accrescere le libertà sue e le libertà degli altri. Patrioti/e veri/e.

P.S. Ciò detto, concediamo generosamente tempo a Giorgia Meloni per chiarire in cosa il suo patriottismo differisca dal sovranismo. Esplicitati i criteri, potrebbe anche venire a conoscenza degli elementi che ha dichiarato di non avere per scoprire se Draghi meriti la qualifica di patriota, o no.

Pubblicato il 15 dicembre 2021 su Domani

L’ideologia democratica dell’UE alla prova più dura @DomaniGiornale 

 “Senza ideologie che strutturano le opinioni i populisti trovano spazio”. Questa affermazione di François Hollande, socialista, Presidente della Quinta Repubblica francese (2012-2017), coglie in pieno la situazione nella quale si trovano molti Stati-membri dell’Unione Europea e, in una certa misura, la stessa Unione. Nel caso italiano, se fosse rimasto qualcosa delle vecchie ideologie non vi sarebbero tanti elettori che si astengono dall’andare alle urne, che cambiano voto da un’elezione all’altra (più del 30 per cento), che decidono uno o due giorni prima del voto, se non la mattina stessa. I populisti si sono fatti largo quasi dappertutto in Europa, ma di più proprio dove non è più possibile parlare di “ideologie” che organizzano le opinioni. Per ovvie motivazioni legate all’Unione Europea, in Ungheria prima e di più, ma oggi molto anche in Polonia, si sono affermati leader, partiti e comportamenti populisti. In parte per opportunismo (Orbán contribuiva con i suoi voti e seggi alla vittoria dei Popolari Europei), in parte per malposta accondiscendenza nei confronti dei polacchi, troppo a lungo i capi degli altri Stati-membri e la stessa Commissione hanno tollerato violazioni più o meno palesi degli impegni che tutti gli Stati hanno assunto proprio per fare parte dell’Europa e per godere dei vantaggi, non solo economici, della loro appartenenza.

   A fondamento del Manifesto di Ventotene, Altiero Spinelli pose la sua convinzione, che era anche un ambizioso progetto politico, condivisa da Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, che i partiti europei non si sarebbero più distinti in destra e sinistra, ma fra quelli favorevoli all’unificazione politica dell’Europa e quelli che vi si sarebbero opposti. In una certa misura, l’europeismo è un insieme di idee, politiche e sociali, che potremmo assimilare ad una ideologia. Al sovranismo al momento è difficile, forse anche prematuro, attribuire la stessa qualifica. Però, esiste un punto che ha acquisito crescente rilievo. Quel complesso di idee europeiste posto a fondamento dell’Unione e dei suoi Trattati è sicuramente caratterizzato dalla piena accettazione dei principi democratici. L’Unione Europea è il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo. Le sue istituzioni, compresa la Corte Europea di Giustizia, proteggono e promuovono i diritti dei cittadini anche contro i rispettivi Stati nazionali. La violazione dei diritti dei cittadini in qualsiasi Stato nazionale ferisce l’Unione.

   Porre il diritto nazionale al di sopra del diritto dell’Unione fa cadere uno dei cardini dell’europeismo. L’Unione Europea ha una ideologia democratica, che, applicando le parole di Hollande, struttura (o dovrebbe strutturare) le opinioni e i comportamenti dei governanti, dei rappresentanti, dei cittadini. Quanto i governanti ungheresi e polacchi hanno fatto nei confronti dei mass media, delle università, del sistema giudiziario, delle opposizioni colpisce i principi democratici fondamentali sui quali l’Unione è stata costruita e che l’Unione ha promosso e ampliato. Più volte, il Parlamento europeo ha ribadito la centralità di quei principi e dell’ideologia democratica a loro sottostante. In gioco nello scontro fra Commissione e Polonia non c’è un pugno di Euro, anche se i populisti sono spesso molto sensibili al valore del denaro e dei benefici economici. Quello che l’Unione deve difendere e imporre richiedendo il rispetto delle leggi e degli accordi è “semplicemente” l’ideologica democratica. Quanto più la Commissione metterà in evidenza che la posta in gioco sono i valori democratici tanto più riuscirà a restringere lo spazio dei populisti.

Pubblicato il 2 novembre 2021 su Domani

Premio, risarcimento, roulette: la presidenza della Repubblica #Quirinale @DomaniGiornale

La Presidenza della Repubblica italiana non è un premio da attribuire ad una più o meno prestigiosa carriera politica (né tecnocratica) fermo restando che bisognerebbe esplicitarne i criteri di valutazione. Non può essere intesa neppure come un risarcimento per torti (quali?) subiti che verrebbero raddrizzati con l’ascesa al Quirinale. Non deve essere proposta sulla base di aspettative contingenti, ad esempio, eleggere chi scioglierà più o meno immediatamente il Parlamento oppure chi vuole che la legislatura continui fino alla sua scadenza naturale. Nessuno/a dei Costituenti accetterebbe mai una qualsiasi di queste motivazioni. Tutti si riconoscerebbero nei principi messi a fondamento della Presidenza, del suo ruolo, dei suoi poteri. Nessuno prescinderebbe dalla richiesta che chi ha funzioni pubbliche deve “adempierle con disciplina e onore” (art. 54) che vale tanto per il futuro quanto per il passato.

   Fuori dai retroscena che troppo spesso inquinano il dibattito politico e vengono usati per manipolare l’opinione pubblica, la domanda giusta è chi, nella classe politica, ma eventualmente anche fuori, possa essere ritenuto capace di svolgere gli impegnativi compiti che la Costituzione attribuisce al Presidente. Alla carica politica e istituzionale più elevata la Costituzione chiede, anzitutto, di rappresentare “l’unità nazionale” (art. 87). Questa unità deve ispirare e informare l’esercizio di tutti gli importanti poteri istituzionali e politici a sua disposizione. Il Presidente non scioglierà il Parlamento a richiesta di nessun gruppo nel perseguimento di qualche opportunità politica. Tuttavia, non rifiuterà lo scioglimento se la maggioranza in quel Parlamento traballa, traccheggia e visibilmente ha perso qualsiasi operatività. Il Presidente non nominerà capo del governo colui/colei il cui partito ha ottenuto il maggior numero di voti a meno che la richiesta gli sia sottoposta dai leader dei partiti che assicurano la formazione di una coalizione di governo in grado di durare combinando stabilità politica e efficacia decisionale.

   Il Presidente, va ricordato ai grandi elettori e ai più o meno grandi commentatori, è colui che opera complessivamente avendo di mira, vera stella polare, l’equilibrio del sistema politico e la sua trasformazione secondo i desiderata della maggioranza parlamentare, dei rappresentanti che sono gli unici ad avere ricevuto un mandato popolare. Non da oggi, a questi compiti abbiamo imparato che se ne deve aggiungere un altro particolarmente significativo: mantenere un legame con l’Unione Europea trasmettendo il messaggio essenziale e potente che l’Italia è uno stato-membro che adempie ai suoi compiti e agisce per rafforzare e democratizzare le istituzioni dell’Unione e i suoi spesso complessi e confusi processi decisionali. Non credo di essere troppo esigente se suggerisco e chiedo che la discussione su chi abbia i titoli per aspirare alla Presidenza della Repubblica tenga in massimo conto la Costituzione italiana e i rapporti con l’Europa. Nessuna roulette produrrà una scelta soddisfacente.

Pubblicato il 27 ottobre 2021 su Domani

Oltre la pandemia, l’Unione Europea cresce e avanza

Ieri, in seduta solenne di fronte al Parlamento europeo, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha tenuto il discorso annuale sullo stato dell’Unione. Nonostante la pandemia, anzi proprio per questa sfida, contrariamente a quello che sostengono i troppi profeti del malaugurio, l’Unione ha risposto efficacemente e ha già iniziato una ripresa economica crescendo tassi superiori a quelli degli USA e della Cina. La Presidente ha sottolineato quanto fatto sul piano delle vaccinazioni, ma anche della distribuzione dei vaccini ai paesi non europei che non hanno bisogno. Poi, ha chiarito quali politiche l’Unione formulerà per l’ambiente e per la digitalizzazione. Infine, ha annunciato un nuovo programma ALMA che mira ad aiutare i giovani che non lavorare e non studiano a trovare un’occupazione in qualsiasi paese dell’Unione, un po’ come i giovani più fortunati possono, grazie al programma Erasmus, studiare nelle Università europee che preferiscono.

L’elemento problematico del quadro complessivamente e documentatamente positivo è costituito dalla debolezza della presenza dell’Unione sulla scena mondiale. Quanto è avvenuto in Afghanistan non può essere e non sarà dimenticato poiché la sue conseguenze, non soltanto riguardo ai profughi e ai rifugiati, ma anche con riferimento ai diritti, in particolare delle donne afghane, sono destinati a durare molto a lungo. Giustamente, von der Leyen, già Ministro della Difesa in Germania, ha sottolineato che l’Unione deve dotarsi di una politica estera e di difesa effettivamente comuni. L’Alto Rappresentante è destinato a contare poco, se, da un lato, su entrambe le materie nel Consiglio dei Ministri sono necessari voti all’unanimità e se l’Unione non si attrezza con un contingente militare di una dimensione all’altezza della sfida.

Quasi contemporaneamente, partecipando ad una riunione di una quindicina di capi di Stati europei, il Presidente Mattarella, da sempre convinto europeista, ha a sua volta ribadito la necessità di una politica estera e della difesa comune e criticato la persistenza delle votazioni che richiedono l’unanimità. Salvaguardia per i paesi più piccoli, l’unanimità si è trasformata in uno strumento di blocco e addirittura di ricatto spregiudicatamente minacciato (e usato) da alcuni paesi, in particolare del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), ma non solo. Attribuendo enorme potere anche ad un solo Stato contro una maggioranza anche molto ampia, l’unanimità non è una modalità democratica. L’Unione è riuscita a funzionare, talvolta a bassi e lenti livelli di rendimento, nonostante la necessità di voti all’unanimità su alcune materie, fra le quali, l’immigrazione, la politica fiscale e la revisione dei Trattati. Una maggiore e migliore integrazione dell’Unione Europea, oltre alla grande pazienza e intelligenza degli europeisti, richiede nuove procedure decisionali. È lecito augurarsi che sarà la Commissione presieduta da Ursula von der Leyen a procedere con successo nella giusta direzione.

Pubblicato AGL il 16 settembre 2021

Tu sì que vales: classe dirigente

Sono sicuro che, affascinati dai molti pensosi editoriali(sti) del Corriere della Sera, molti di voi stanno mettendo a buon frutto le vacanze. Il tema è chiarissimo: “come creare una nuova classe dirigente”. Lo svolgimento si preannuncia complicato assai, ma, niente paura, condivido con voi quello che so, anche grazie alla scienza politica e al metodo comparato. Escluso che la nuova classe dirigente possa provenire dai giornalisti, nonostante le posizioni di rilievo acquisite in politica da Toti, Mulé, Cangini e nel passato, fra gli altri, da Antonio Polito, Minzolini, Lilli Gruber, dovremmo guardare, esempio di comparazione intertemporale, all’Italia del 1945-48 e almeno alla Francia di quel periodo e successivamente. Le biografie professionali e le esperienze personali dei componenti delle classi dirigenti sono figlie dei tempi, ma anche dei modi. Lo furono per i Costituenti italiani e per i compagnons de la Résistance di de Gaulle. Si temprarono nella ricostruzione, anche per imprenditori e sindacalisti, e nella Guerra Fredda. Furono selezionate in una situazione fortemente conflittuale.

   Non basteranno, dunque, le esortazioni che, spesso, sembrano venire da chi è convinto di essere già classe dirigente. Sarà necessario guardare ai luoghi e ai nuovi tempi. Luogo principe di formazione di una relativamente piccola parte della classe dirigente è certamente la Banca d’Italia. Trasmissione di conoscenze, selezione in base al merito, senso civico, patriottismo e visione europea. Naturalmente, tutto questo serve, ma non basta e non è imitabile. Il resto dobbiamo cercarlo guardando a quello che non è, a cominciare dai partiti. Da tempo, la classe dirigente non viene più dalle organizzazioni partitiche, non a causa di un destino cinico e baro, ma perché nessuno ha ricostruito le culture politiche inabissatesi intorno al 1989, e perché le scuole di partito non hanno la minima idea di quello che dovrebbero insegnare diventando meste passerelle di dirigenti esibizionisti. Inoltre, nelle elezioni prevale la pratica della cooptazione, notoriamente mai orientata alla selezione dei migliori che, quando tali effettivamente sono, fanno ombra e vogliono esercitare autonomia. L’assenza di competizione è dominante all’interno dei sindacati, ma più in generale riguarda l’intero sistema sociale e culturale. Respingere qualsiasi modalità di valutazione dell’operato, a cominciare dalla scuola, università compresa, deprime i migliori e non fa affatto crescere gli ultimi. Non basta non “lasciare indietro nessuno”. Bisogna premiare chi sa andare avanti ispirando e trainando, anche con la forza dell’esempio, molti altri.

   Oggi il luogo principe della competizione e dell’emulazione è l’Unione Europea. La nuova classe dirigente sarà quella preparatasi in scambi di vario titolo e durata con gli altri Stati-membri, in programmi come l’Erasmus, in tirocini internazionali, in gruppi di ricerca multinazionali. Conoscere la storia, anche della scienza, e le lingue è la premessa di qualsiasi attività a livello europeo, di qualsiasi crescita culturale, di qualsiasi spirito di corpo. Non saranno i 200 miliardi e più di Euro che vengono da Bruxelles a fare uscire in Italia una nuova classe dirigente come Minerva dalla testa di Giove, ma l’opportunità è grande nonché irripetibile. Su quel terreno di investimenti e di riforme si possono misurare le competenze, le si possono premiare e possono nascere comunità di intenti e di valori che fanno una classe dirigente. Hic Bruxelles hic salta.

Pubblicato il 29 luglio 2021 si PARADOXAforum

Discutere il futuro dell’Europa si può (e si deve) #CoFoE con @rsantaniello @rivistailmulino

Chi continua a battere il tasto del «deficit democratico» a livello di Unione o non conosce le istituzioni europee o è in malafede. Molto va aggiustato, ma l’Unione europea resta uno straordinario esperimento di democrazia

di Gianfranco Pasquino e Roberto Santaniello per rivistailmulino.it

Spesso accusata a torto di soffrire di un deficit democratico, l’Unione europea ha programmato una Conferenza sul futuro dell’Europa che si avvierà il 9 maggio, festa dell’Europa. Una data che coincide con l’anniversario della dichiarazione dell’allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman che nel 1950 propose la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), considerata la madre di tutte le istituzioni dell’Europa unita.

La Conferenza, prevista inizialmente per la primavera 2020, ma ritardata a causa della crisi pandemica, si basa su una dichiarazione tripartita firmata il 10 marzo scorso da David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, Antonio Costa, attuale presidente del Consiglio dell’Unione europea e da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, si intitola: Dialogo con i cittadini per la democrazia. Costruire un’Europa più resiliente. In essa si descrivono i principi dell’organizzazione e delle modalità di lavoro della Conferenza.

L’obiettivo dichiarato è quello di conferire ai cittadini un ruolo più incisivo nella definizione delle politiche e delle ambizioni dell’Unione europea grazie a uno spazio di incontro pubblico nel quale si svolga «un dibattito aperto, inclusivo, trasparente e strutturato con i cittadini europei sulle questioni che li riguardano e che incidono sulla loro vita quotidiana». Gli argomenti da trattare sono dettati in parte dalla situazione attuale: la salute e i cambiamenti climatici; in parte dalle sfide a cui è confrontata l’Unione europea: equità sociale e trasformazione digitale; in parte da problemi strutturali: ruolo dell’Unione nel mondo e rafforzamento dei processi democratici che governano l’Europa. La scelta degli argomenti e il loro approfondimento dipenderanno dalle preferenze espresse dai cittadini europei che parteciperanno alla conferenza.

La dichiarazione tripartita prevede, inoltre, la governance della Conferenza che è stata conferita a un Comitato esecutivo, organismo coadiuvato da una segreteria comune e composto da rappresentanti di Parlamento, Consiglio e Commissione, che esercitano congiuntamente la presidenza, e da un certo numero di osservatori provenienti dalle altre istituzioni europee.

Oltre alle plenarie, è prevista l’organizzazione di panel tematici, che coprono l’insieme delle questioni oggetto della Conferenza. I dibattiti nazionali ed europei, da cui scaturiranno idee e proposte, saranno alimentati grazie a una piattaforma digitale multilingue interattiva, allo scopo di diffondere le informazioni necessarie a svolgere una discussione la più ampia possibile. I panel di cittadini europei hanno lo scopo di dare vita a forme e modalità di discussione delle proposte e di valutazione del loro impatto, note come democrazia deliberativa. Le sessioni plenarie avranno cadenza semestrale con il compito di stilare un bilancio degli esiti già conseguiti e a (ri)orientare le discussioni successive. Infine, è prevista una sessione plenaria finale che si concluderà nella primavera del 2022. Da sottolineare, che anche i Parlamenti nazionali invieranno loro rappresentanti in qualità di osservatori.

Come si può vedere, si tratta di un esperimento di discussione transnazionale aperta alla partecipazione di milioni di persone che non ha precedenti. Da un lato, ambiziosissimo; dall’altro, segnale straordinariamente importante di fiducia nella democrazia e nelle sue pratiche. Si incrocerà inevitabilmente con l’attuazione del programma Next Generation Eu, forse contribuendo ad aggiustamenti probabilmente dandogli ancora maggiore vigore. L’Unione europea scommette su sé stessa, sulla capacità di trovare al suo interno le risorse intellettuali e politiche per aprire una nuova fase, di ripresa e di rilancio.

La Dichiarazione comune sul futuro dell’Europa contiene esplicitamente impegni di notevole importanza, che si compenetrano. Come si è visto, il dialogo sulla democrazia con i cittadini è la premessa per costruire un’Europa più resiliente. Ma come sarà possibile contrastare le critiche alle carenze di democrazia nell’Unione e chiarire le modalità attraverso le quali l’Unione riuscirà a diventare e rimanere davvero più resiliente?

Troppo spesso l’Unione europea è accusata di avere notevoli deficit democratici. Tout court di non essere democratica, tanto che qualcuno ha sostenuto che una sua ipotetica domanda di accesso sarebbe respinta perché non rispetterebbe i criteri che l’Unione europea impone ai «pretendenti». Giusto che il dibattito sulla democraticità dell’Unione sia aperto, ma merita di essere molto meglio presentato e discusso. La nostra posizione è che, a prescindere da molte considerazioni, l’Unione europea è comunque una democrazia in the making, in corso d’opera.

È innegabile che l’Ue abbia quasi tutte le caratteristiche proprie delle democrazie liberali, essendo nei fatti il più grande spazio di diritti esistente al mondo. Non solo i cittadini europei godono della più ampia gamma possibile dei diritti civili, ma anche di tutti i diritti politici: votare e essere votati, fare propaganda politica e costruire organizzazioni politiche dei più vari tipi, criticare e contestare la stessa esistenza dell’Ue. Inoltre, questi diritti sono protetti e promossi in maniera impeccabile, troppo spesso sottovalutata e talvolta addirittura ignorata, dalla Corte europea di giustizia. Lungi dall’essere un super-Stato oppressore, l’Unione europea è in realtà uno Stato dotato delle essenziali caratteristiche liberali.

I critici sostengono che il deficit sta nella limitata democraticità delle sue istituzioni, un punto che merita una riflessione limpida e approfondita. In estrema sintesi, il Consiglio è composto dai capi di governo degli Stati. Ciascuno di loro è tale perché ha aggregato a suo sostegno la maggioranza assoluta degli elettori del proprio Stato. Se perde quella maggioranza viene regolarmente e democraticamente sostituito da chi comunque è sostenuto da un’altra maggioranza. Quindi, non è corretto porre in discussione la legittimità di ciascuno dei componenti del Consiglio né del Consiglio stesso nella sua interezza. Debbono, invece, essere prese in seria considerazione le critiche rivolte alle modalità di funzionamento del Consiglio, in particolare, la necessità di votazioni all’unanimità. Pur essendosi ridotto l’ambito delle materie sulle quali è richiesta l’unanimità, questa modalità di votazione (la cui democraticità è del tutto discutibile poiché attribuisce enorme potere a un solo componente), permane per quel che riguarda materie come la politica estera e di sicurezza, la fiscalità e le questioni sociali rendendone molto difficile il ridimensionamento. Quanto ai capi di governo che difendono interessi nazionali, questo semmai è un deficit di europeismo attribuibile ai comportamenti di quei capi di governo che poco ha a che vedere con la democrazia nell’Unione europea.

Non soltanto il Parlamento europeo è l’istituzione democratica per eccellenza nel circuito delle istituzioni dell’Unione, ma è quella che nel corso del tempo ha acquisito maggiore centralità e poteri. Istituzione che garantisce rappresentanza ai cittadini europei da loro eletto, quindi, pienamente legittimato, dai numeri del Parlamento nasce la presidenza della Commissione, dalle udienze conoscitive viene saggiata la qualità dei diversi commissari in quanto a competenza, affidabilità e europeismo, dal voto del Parlamento viene insediata la Commissione nella sua interezza, da quel voto la Commissione è anche sfiduciabile.

Ciò detto e sottolineato, è opportuno prendere in considerazione alcune critiche. La prima molto nota e persino eccessivamente ripetuta è che le elezioni del Parlamento europeo sono di «secondo grado», vale a dire ritenute dagli elettori meno importanti delle elezioni nazionali (di primo grado). La seconda è che sono «combattute» prevalentemente su tematiche nazionali piuttosto che su tematiche effettivamente europee. La terza è che l’affluenza complessiva dei cittadini europei alle urne è piuttosto bassa, oscillando intorno al 50% (nel 2019), comunque nettamente inferiore a quelle delle rispettive elezioni nazionali. Solo in parte queste inadeguatezze, che non giustificano l’accusa di deficit democratico, riguardano la democraticità dell’Unione europea. Piuttosto riguardano i partiti nazionali in attesa che decidano di trasformarsi in autentici partiti transnazionali, a condizione ovviamente che riescano a farlo.

Con i suoi componenti designati dai capi di governo riuniti nel Consiglio europeo, anche se poi «fiduciati» dal Parlamento, la Commissione non può ovviamente godere di legittimità democratica direttamente espressa dai cittadini europei. Tuttavia, farne, con espressione che contiene una valutazione fortemente negativa, un organismo asetticamente tecnocratico (irresponsabile, privo di riferimenti) è del tutto sbagliato. La Commissione è composta da uomini e donne, spesso con competenze di alto livello, ma anche con una biografia politica tutt’altro che irrilevante che include una loro propensione europeista positivamente valutata dal Parlamento europeo al momento della loro nomina. Quanto alla responsabilizzazione politica, tutti i commissari sanno di dovere rispondere del loro operato al Parlamento europeo. Infine, dalle loro memorie e dalle loro dichiarazioni, è possibile accertare che la grande maggioranza di loro ha inteso spogliarsi delle proprie appartenenze nazionali per interpretare e dare forma a (parafrasando de Gaulle) «una certa idea di Europa».

Se, dunque, è possibile sostenere che il deficit democratico dell’Unione europea non può essere fatto risalire alle modalità con le quali le sue istituzioni vengono formate, persistendo le critiche diventa essenziale guardare in maniera più approfondita al loro funzionamento. Due critiche appaiono di una certa consistenza.

La prima riguarda una eccessiva apertura a una molteplicità di interessi organizzati, con quelli più forti che hanno maggiori possibilità di influenza sulle decisioni. L’ansia di includere il maggior numero di interessi nelle procedure decisionali, attuata attraverso varie forme tra cui le consultazioni pubbliche, incide sui tempi e sulla qualità del prodotto. A ciò si aggiunge il processo conosciuto come «comitatologia», utilizzato per l’adozione della legislazione di dettaglio, che rischia di favorire gli interessi dei più forti e a tale scopo dovrebbe (potrebbe) essere oggetto di maggiore trasparenza e di una più severa selezione degli interessi.

La seconda critica attiene alla burocratizzazione delle modalità di funzionamento delle Direzioni generali della Commissione europea con il cosiddetto acquis communautaire che sembra giustificare la continuità («si è sempre fatto così») e al tempo stesso finisce per tarpare sul nascere qualsiasi innovazione. Malgrado la riforma attuata dalla coppia Prodi-Kinnock nel 2000, queste critiche persistono e sollecitano maggiori innovazioni amministrative.

Di recente è emersa una terza critica, più sottile e insidiosa, che riguarda, per ragioni che in parte discendono dalle prime due, l’opacità dei processi decisionali. Per chi ritiene che la democrazia debba vivere e agire in una casa di vetro, l’oscurità del castello europeo impedisce di vedere chi, come, con quali informazioni e con quali intenzioni, prende le decisioni e quindi di ritenerlo responsabile anche per poterne correggere compiacenze, insufficienze e errori. Anche se l’introduzione prevista dal Trattato di Lisbona della possibilità per un milione di elettori europei cittadini di almeno otto Stati membri di sollecitare iniziative legislative da inserire nell’agenda dell’Unione su tematiche importanti evitate o trascurate dagli organismi decisionali dell’Unione, è un passo importante nella direzione giusta, altre misure meritano di essere pensate e congegnate.

Se la Conferenza sul futuro dell’Unione europea che sta per partire è fatta anche per ottenere maggiore coinvolgimento e più ampia e incisiva partecipazione dei cittadini europei, allora i compiti della sburocratizzazione, della trasparenza, della responsabilità di decisioni e non-decisioni dovranno figurare in maniera esplicita sull’agenda. Dovranno, in definitiva, costituirne parte molto rilevante.

Rivista il Mulino 2021
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