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Gli ignoranti e le truppe per battere i terroristi @fattoquotidiano

L’exit dall’Afghanistan è stato un disastro, se non addirittura un “crimine” viste le conseguenze su vita e morte di centinaia di migliaia di persone. Ricostruire le motivazioni della entry in Afghanistan del Presidente Bush e dei suoi consiglieri, neo-con e falchi, serve a capire il fallimento. Terribili semplificatori pensarono, da un lato, che era possibile fare la “guerra al terrorismo” con truppe sul territorio, boots on the ground, dell’Afghanistan. Dall’altro, che la loro vittoria avrebbe addirittura portato la democrazia in Iraq, ma anche in Afghanistan. Solo qualche voce isolata si levò negli USA a mettere in questione entrambe le motivazioni-obiettivi. In Europa, ci furono, da un lato, l’anti-americanismo di maniera, dall’altro, in mancanza della capacità di elaborazione politica e strategica l’accettazione del disegno USA. Quanto alla guerra al terrorismo, pochi segnalarono che nessuna guerra ha senso contro un nemico evanescente e imprendibile che si annida dappertutto ed è praticamente impossibile da colpire. I nemici sono più propriamente i terroristi in carne, ossa e cintura di esplosivi intorno alla vita, e, naturalmente le loro organizzazioni. Diventano un obiettivo più facile quando si installano in un territorio. La guerra ai terroristi non richiede dispiegamenti di truppe, ma intensa ed estesa attività di intelligence e capacità di mira quando il terrorista viene individuato. Il successo più grande di questa strategia fu l’eliminazione di Osama Bin Laden nel 2011 in territorio pakistano con un costo molto basso e nessuna perdita USA. In Afghanistan di successi del genere praticamente non se ne sono avuti, mentre le perdite di soldati USA, uno stillicidio, sono state numerosissime. L’attività mirata ad eliminare i capi dei terroristi appare oggi l’unica disponibile e praticabile, quella più promettente di risultati. La guerra al terrore può al massimo continuare ad essere una frase propagandistica ad effetto, ma priva di sostanza e di effetti positivi.

   Al Dipartimento di Stato e altrove nell’Amministrazione Bush, quasi nessuno era sufficientemente preparato ai compiti di State-building e di Nation-building. Molti parlavano di esportazione della democrazia senza sufficienti conoscenze in materia. I riferimenti ai successi in Germania post-nazismo e nel Giappone imperiale erano fondamentalmente sbagliati. In Germania c’erano sinceri democratici sopravvissuti in patria o in esilio che avevano la capacità di dare un apporto decisivo sia alla stesura della Costituzione sia ai comportamenti politici che una democrazia richiede. In Giappone ci furono dieci anni, ripeto dieci, di occupazione militare USA che portarono ad un regime democratico alla legittimità della cui instaurazione contribuì significativamente la figura dell’imperatore. Niente di tutto questo né in Afghanistan né in Iraq.

   Rotti tutti i rapporti con i suoi colleghi al Dipartimento di Stato dove aveva lavorato per circa vent’anni, Fukuyama scrisse che era necessario porsi un obiettivo meno ambizioso della costruzione della democrazia. Bisognava costruire l’ossatura di uno Stato e creare sentimenti di appartenenza alla comunità. Invece, i policy-makers USA preferirono, per ottenere consenso nell’elettorato, definire le loro azioni come democratizzazione che, ovviamente, comincia con le elezioni e si basa su quelle procedure. In verità, qualche attenzione fu indirizzata anche alla costruzione dello Stato: addestramento delle forze di polizia e dei militari, la formazione di una burocrazia, forme di assistenza sanitaria, creazione di scuole. Ma ospedali e scuole spesso erano fatti funzionare da organizzazioni non governative con pochi effetti positivi sulla preparazione di personale afghano all’altezza delle sfide. Lo “Stato” avrebbe anche potuto consolidarsi se non fosse stato per il massiccio ricorso alla corruzione in primis politica, ma anche sociale. Il fenomeno era riconosciuto dagli americani, ma poco combattuto per non indebolire i politici al governo. Errore gravissimo che rese il consenso popolare fragile e dipendente dai privilegi che parte dei cittadini traevano da clientelismo e corruzione. Purtuttavia, qualcosa di positivo è rimasto.

   Quanto alla costruzione della nazione: “fatto l’Afghanistan bisogna fare gli afghanistani”, vale a dire suscitare e valorizzare il sentimento di appartenenza alla stessa comunità e la consapevolezza che stare insieme richiede compromessi e accettazione delle diversità, la presenza di gruppi etnici e religiosi in competizione fra di loro ha reso questo compito praticamente impossibile. Si sarebbe dovuto pensare fin dall’inizio a modalità di power-sharing, di condivisione del potere politico, di governo e di rappresentanza. La majority rule, il governo della maggioranza richiede un grado di omogeneità sociale impensabile in Afghanistan e in Iraq. I talebani si sono imposti con la violenza. Non è affatto detto che finisca qui.

Pubblicato il 2 settembre 2021 su il Fatto Quotidiano

L’occupazione ha fatto emergere anche una società civile afghana @DomaniGiornale

In Afghanistan c’erano le truppe americane, ma anche quelle della NATO nonché i soldati italiani che, notoriamente, svolgono solo missioni umanitarie (sic). Prima, con nessun successo ci furono anche i sovietici, sonoramente costretti a ritirarsi dopo alcuni anni di guerra perdente. In Afghanistan gli USA non andarono per esportare la democrazia (il tentativo fu abbozzato in Iraq un paio d’anni dopo), ma per colpire i terroristi di Al Quaeda e distruggerne i santuari. Ci sono riusciti. La maggior parte del tempo e la maggior parte delle risorse, certo, inopinatamente ingenti, furono destinate a compiti definibili di nation-building, di costruzione di strutture in grado di produrre e mantenere l’ordine politico e sociale. Pur avendo rotto i rapporti (o forse proprio per questo) con i suoi colleghi al Dipartimento di Stato, Fukuyama indicò chiaramente gli obiettivi nel libro da lui curato Nation-Building. Beyond Afghanistan and Iraq (2006): addestrare e equipaggiare le Forze Armate, dotare le principali città di forze di polizia efficienti, dare vita a una burocrazia statale capace di fornire i servizi essenziali e di attuare le decisioni del potere politico, costruire ospedali e scuole, garantire il diritto a libere elezioni. Ma, come ha tanto intelligentemente quanto sarcasticamente scritto uno studioso argentino, Fabián Calle, “il potere del voto non potrà mai essere alla stessa altezza del potere dei messaggeri della volontà di Dio”.

   Quella americana non era, dunque, una “semplice” e criticabile, in effetti talvolta criticata (da chi?), occupazione militare. Non aveva inspiegabili obiettivi territoriali quanto, piuttosto, l’obiettivo, idealistico (proprio così) di fare emergere una società civile, a cominciare dalla libertà per le donne e da un loro ruolo, in uno dei luoghi più impervi al mondo. Parte di questi obiettivi, come rivelano le molti voci di donne terrorizzate dalla prospettiva di ripiombare nella sottomissione violenta ai talebani, erano stati conseguiti. Certo, è giusto andare alla ricerca di una spiegazione del collasso degli apparati statali afghani. Non so se tutta la risposta sta nella enorme corruzione soprattutto dei vertici, ma credo che una nazione e i suoi apparati non siano mai facilmente costruibili laddove i gruppi etnici, a cominciare dai Pashtun ai quali appartengono i talebani, non abbiano nessuna intenzione di giungere a compromessi.

   Chi critica l’occupazione militare USA non dovrebbe oggi, in maniera assolutamente contraddittoria, lamentare il “tradimento” degli USA che ritirano le loro truppe. Forse il segretario generale della NATO ha preventivamente espresso il suo dissenso rispetto alla decisione di Trump attuata da Biden? Si è levata alta e forte la voce di Macron, di Merkel e di Di Maio/Guerini? Nessuno degli analisti ha pre-visto un crollo tanto rapido e capillare quanto quello che in pochi giorni ha consegnato il paese ai Talebani. A furia di azioni umanitarie, le varie missioni europee non si erano mai preoccupate di quanti e quanto armati fossero i talebani? La delega data agli americani per i colloqui “di pace” ha implicato tappare le orecchie e chiudere gli occhi dei cooperanti, dei dirigenti, degli ambasciatori europei presenti e attivi in Afghanistan? Nessuno può mettere in dubbio che, adesso, salvare le vite e il futuro di chi ha collaborato con gli europei e gli italiani, sia l’obiettivo prioritario da perseguire. Non aggiungerò “senza se e senza ma” perché credo sia opportuno interrogarsi se la fuoruscita di tutti gli Afghani e Afghane che hanno lavorato con gli occidentali per un esito molto diverso non finisca per privare il paese proprio delle energie di cui ha più bisogno: quelle di coloro che vogliono un paese decente per donne e uomini, non schiacciato da un credo religioso e da leggi crudeli.

Pubblicato il 18 agosto 2021 su Domani

Quanto succede in Afghanistan ci riguarda tutti

L’Afghanistan è quasi un caso di scuola. Vent’anni dopo l’intervento militare degli USA, della Nato e del contingente italiano, con la non modica spesa di 900 miliardi di dollari, nessuno degli obiettivi è stato raggiunto. Sembra che i talebani, certo aiutati dai pakistani, arriveranno alla capitale Kabul. “L’Occidente” non ha esportato, non dico la democrazia, ma neppure il principio non negoziabile che le donne e i bambini hanno diritti inalienabili. Bisognerà ricominciare in condizioni più difficili dalle scuole, dagli ospedali, dai centri di assistenza. Una sconfitta non facile da ridimensionare e superare.

Democrazia Futura. Cinque domande sul futuro degli Stati Uniti d’America #DemocraziaFutura @Key4biz

a cura di Bruno Somalvico, storico dei media e funzionario presso la Direzione Relazioni Istituzionali della Rai

Domanda. La crescita del divario fra élite e popolo favorita anche dal ruolo rivestito dalla comunicazione virale nei social media va vista dopo il voto del 3 novembre come una crisi di crescita della democrazia e di partecipazione ai suoi riti anche da parte di chi non appartiene all’establishment tradizionale, o come un mero moltiplicatore delle fratture in atto prodotte anche dalla frammentazione della sfera pubblica e dalle post verità?

Gianfranco Pasquino
Difficile dire con certezza che il divario fra élite e popolo sia cresciuto Certamente sono cresciute le diseguaglianze economiche e si stanno accentuando quelle sociali e culturali. Però, non è una crisi di “crescita” della democrazia. Ė un segnale potentissimo con radici profonde negli Stati Uniti, mai una democrazia orientata all’eguaglianza. Fortemente competitiva, piuttosto meritocratica, non sufficientemente desiderosa né capace di garantire opportunità, gli USA hanno, solo in parte, però, preso atto di problemi che non sanno risolvere. Lo dirò così, seccamente: un Afro-Americano alla Casa Bianca per otto anni e gli Afro-Americani vivono in una delle peggiori fasi della loro storia. Black Lives Do not Matter. C’è moltissimo da fare.

D. Il sistema elettorale statunitense tiene? O il lungo e complesso meccanismo che porta all’elezione (selezione dei candidati nelle primarie, successiva scelta fra i candidati in due tappe: elezione a suffragio universale dei grandi elettori rappresentanti dei singoli stati e infine elezione del presidente da un collegio elettorale ristretto) necessita di qualche modifica? Per evitare lo strappo di Trump che aizza i propri elettori prima contro il simbolo dell’establishment Hillary Clinton poi contro i brogli elettorali va cambiato qualcosa?

G. P.
Il problema si chiama voter suppression e ricomprende sia tutte le modalità usate dalle maggioranze repubblicane negli Stati e nella Corte Suprema per rendere difficile/impossibile agli Afro-Americani e ai Latinos il semplice esercizio del diritto di voto sia le odiose pratiche del gerrymanderingPerò, qui è anche il caso di sottolineare che negli Stati Uniti a differenza di qualsiasi altra democrazia al mondo, il denaro influenza in maniera potentissima tutti i procedimenti elettorali, prima, e tutte le politiche pubbliche, dopo. Grazie alla sentenza della Corte Suprema del 21 gennaio 2010 “Citizens United versus Federal Election Commission” il potere dei grandi ricchi è stato istituzionalizzato in maniera devastante

D. Gli effetti della globalizzazione sul ridisegno del centro e delle periferie degli Stati Uniti d’America. Che responsabilità rivestono le nuove élite tecnologico tecnocratiche che controllano le piattaforme nel favorire la frammentazione dell’opinione pubblica e la reazione sovranista di ceti medi e rurali sempre più emarginati e soggetti a fenomeni di pauperizzazione?

G. P.
L’opinione pubblica si frammenta da sé. Solo le società molto tradizionali sono relativamente coese o forzosamente compattate. Le opinioni pubbliche contemporanee sono “naturalmente” frammentate. Neanche le élite tecnologico tecnocratiche sanno come dominarle e nessuno sa come ricomporle. Qualcuno pensa che le opinioni pubbliche scomposte sono più manipolabili. Non ne sarei sicuro. Quelli che vivono nel Wyoming non si fanno influenzare da quelli che vivono nel Bronx e quelli di Affrico la pensano molto diversamente da quelli di Zagarolo.

D. Vengono meno i principi fondamentali che hanno funto da collante per gli Stati Uniti? E’ finito anche dopo il melting pot anche il salade bowl, ovvero il piatto comune che teneva insieme la società multirazziale in nome dei principi jefferssoniani?. O vengono meno solo i valori politicamente corretti dell’era obamiana?. No, we can’t.

G. P.
Quei principi fondamentali vanno riesaminati, ripensati, ridefiniti. Non saprei più a chi attribuire la lenta sovversione di quei principi, ma certo i Democratici del Sud sono stati molto influenti e alcuni presidenti repubblicani a partire da Reagan hanno fatto del loro peggio. Credo che sia sempre possibile cambiare e migliorare. La questione è quanto tempo e quali costi e soprattutto chi. Yes, some of us will.

D. La “marcetta sul Campidoglio” – come è stata definita in un commento su una testata televisiva nazionale italiana – e il suprematismo bianco sono un fenomeno marginale tragicomico a sostegno di un uomo ridicolo o una tragedia shakesperiana di una società americana che non ha ancora elaborato il lutto dell’11 settembre? E che non accetta di condividere le regole della globalizzazione con le altre grandi potenze?

G. P.
Non penso che protagonista sia il lutto dell’11 settembre. A mio parere la globalizzazione non c’entra quasi niente. Siamo di fronte al vero, grande, irrisolto problema americano. Gli Stati Uniti nascono e prosperano sulla schiavitù. Il suprematismo bianco che, in parte economico e sociale in parte culturale, non è mai venuto meno. Permea ampi settori non soltanto dei bianchi delle classi popolari. Il suo superamento non avverrà abbattendo statue, ma attraverso un profondo ripensamento culturale e soprattutto grazie a cambiamenti demografici che sono già in corso. Quella marcetta sul Campidoglio ad opera delle faccette bianche è qualcosa di tremendamente politico da non dimenticare. Una scena gravissima con radici profonde (e 74 milioni di voti).

Pubblicato in forma integrale il 31 marzo 2021 su key4biz.it

Cinque domande sul futuro degli Stati Uniti d’America rivolte da Bruno Somalvico ad alcuni collaboratori di Democrazia Futura alle quali hanno risposto Massimo de Angelis, Antonio Di Bella, Giampiero Gramaglia, Erik Lambert, Giacomo Mazzone, Andrea Melodia, Gianfranco Pasquino, Carlo Rognoni e il giornalista e massmediologo italo americano Dom Serafini.

Le sfide della Presidenza Biden. Gli Stati Uniti, l’Europa, il mondo #webinar #27gennaio ore 21


introduce Francesco Ruscelli
interventi:
Marina Sereni
Gianfranco Pasquino
L’incontro si terrà in conference call sulla piattaforma LIFESIZE

Cose che so sugli USA e la loro democrazia

La prima cosa che so è che, da tempo, prima di Trump, con frequenza e costanza, non pochi studiosi americani, storici, sociologi, politologi hanno criticato, anche severamente, lo stato della democrazia negli USA. So anche, però, che la critica al razzismo non è mai stata centrale ovvero tanto centrale quanto avrebbe dovuto e dovrebbe ancor di più essere in questi anni. Non voglio fare graduatorie, ma trovo assolutamente meritorio il lavoro fatto nell’ultimo decennio da Jill Lepore (These Truths. A History of the United States, 2018). Suggerirei anche di tornare alla ricerca coordinata e curata dall’economista svedese Premio Nobel Gunnar Myrdal, An American Dilemma. The Negro Problem and Modern Democracy (1944). Però, il problema non è “il negro”, ma sono i suprematisti bianchi. Nella folla degli assaltatori al Congresso, sovraeccitati da un uomo bianco supersuprematista alla Casa Bianca, non ho visto neppure una persona di colore. Nelle carceri USA i detenuti di colore sono il 60 per cento del totale. I neri rappresentano poco meno del 13 per cento della popolazione.

La seconda cosa che so è che non è vero, come molti hanno scritto, che la democrazia USA è la più grande, la più importante, implicitamente la migliore democrazia al mondo. Non lo è probabilmente mai stata. Quasi sicuramente, ma qualche inglese obietterebbe, è stata la prima democrazia, ma da tempo non è la più grande (con riferimento ai numeri ben più grande è l’India) e, se importante, vuol dire migliore, i dati di Freedom House e quelli della Intelligence Unit dell’Economist dicono che nelle rispettive graduatorie, gli USA si collocano rispettivamente al 30esimo e al 25 posto. Nella classifica dell’Economist l’Italia è 35esima.

La terza cosa che so è che proprio nell’ambito dei diritti la democrazia USA è sempre stata piuttosto carente, a partire, come ho già detto, dalla condizione dei neri. Mi limito a segnalare che l’uscita formale dalla segregazione è del 1954. Il Civil Rights Act è del 1964 e il Voting Rights Act è del 1965, ma quantomeno da una ventina d’anni un po’ dappertutto a partire dagli stati del Sud e, più in generale, dove governano i Repubblicani intensa e incessante è la pratica nota come voter suppression che ha sostanzialmente di mira i non-bianchi, ma soprattutto i neri e, in parte, i latinos, per impedirne l’esercizio del diritto di voto.

La quarta cosa che so è che il diritto di voto è il più importante diritto politico, un vero spartiacque. Quindi, coloro che non riescono a votare perdono la opportunità/capacità di scegliere chi viene eletto e di influenzare le sue politiche. Mentre dappertutto nell’Unione Europea e in altri stati democratici del Vecchio Continente sono riconosciuti, rispettati e messi all’opera i diritti sociali, negli USA persino una riforma importante, ma non “universale”, come l’ObamaCare, continua ad essere oggetto di scontri durissimi con i Repubblicani che hanno tentato pervicacemente di sabotarla e persino di abolirla. Qui si innesta la quinta cosa che so.

   Gli USA sono gradualmente diventati la democrazia che ha (e che tollera) le più grandi diseguaglianze economiche e sociali al mondo. Sono diseguaglianze cresciute in maniera clamorosa negli ultimi trent’anni. Sono diseguaglianze che molti americani ritengono non soltanto inevitabili, ma collegate in qualche modo al merito, al duro lavoro, all’impegno personale e, di converso, attribuite all’indolenza e carenza di capacità per chi sta in fondo alla scala sociale. Troppo spesso gli osservatori non colgono il nesso fra ricchezza personale e influenza politica e fra povertà e non-partecipazione, nesso che, naturalmente, perpetua e addirittura accresce le diseguaglianze. Tutte le cose che so convergono su una considerazione importante. L’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill è stato sconfitto. Seppure a fatica, le istituzioni USA hanno retto (e, prima, i procedimenti elettorali si sono rivelati free and fair). La Corte Suprema, pure imbottita di giudici nominati da Trump, non ha dato nessun ascolto agli eversori. Il Congresso ha ratificato l’esito del voto dopo un dibattito svoltosi secondo le regole. Insomma, la democrazia non si è piegata, non è affatto scivolata all’indietro. Ritengo che sia profondamente sbagliato affermare che la democrazia USA è in crisi. C’è stata una sfida gravissima proveniente dall’interno della democrazia. È stata respinta e sconfitta. Certo, però, la società e la politica USA hanno molto da lavorare per migliorare l’attualmente non buona qualità della democrazia. Da tempo, la democrazia americana non abita più in “una città scintillante sulla collina”, ma democrazia rimane, in grado di apprendere, resistere, cambiare.

Pubblicato il 11 gennaio 2021 su PARADOXAforum.com

Davvero c’è una crisi della democrazia? Solo le democrazie dimostrano capacità di adattamento e di risposta alle sfide, solo le democrazie sanno riformarsi

Troppo occupati a parlare della crisi “epocale” della democrazia, gli analisti non hanno dedicato abbastanza attenzione a quello che succede nelle democrazie realmente esistenti. Dal 21 febbraio a oggi nessuna protesta significativa (tranne in Francia ma era il seguito di qualcosa), nessun tumultuoso cambio di governo, libere elezioni con la meritata sconfitta di Trump. Le democrazie reali si informano, imparano si riformano.

Contare i voti, salvare l’anima degli USA

Almeno una previsione pre-elettorale è risultata corretta: il conteggio dei voti per l’elezione presidenziale USA è in effetti già molto lungo e angosciante. Entrambi i candidati si sono frettolosamente dichiarati vincitori. Trump ha addirittura sottolineato di avere vinto “alla grande” aggiungendo che stanno cercando di rubargli la vittoria e preannunciando un ricorso alla Corte Suprema dove, grazie ai tre giudici da lui stesso nominati, gode di una maggioranza confortevole. La situazione è delicatissima poiché riguarda le condizioni della democrazia negli Stati Uniti e, da non dimenticare, le sue possibili conseguenze sul resto del mondo.

   Sarebbe sbagliato attribuire all’intero sistema istituzionale della Repubblica presidenziale gli inconvenienti elettorali e i problemi politici ai quali stiamo assistendo con grande preoccupazione. Le modalità con le quali votare, ad esempio, il voto postale, e i tempi e i modi del conteggio sono determinati dagli Stati. Questa è una delle implicazioni del federalismo che consente una varietà di soluzioni fino a quando non sarà una legge federale a stabilire l’uniformità. Qui sta il problema politico poiché i repubblicani dispongono tuttora di maggioranze nelle assemblee rappresentative di trentacinque stati su cinquanta. Quindi, si opporranno a qualsiasi richiesta di uniformità nella legislazione elettorale.

   Vinca oppure no Trump non avrà comunque ottenuto, come nel 2016, una maggioranza del voto popolare. Continueranno ad essere i Grandi Elettori designati in ciascuno degli Stati a decidere il vincitore. Anche questa è una conseguenza del federalismo. Per rassicurare gli Stati piccoli in termini di popolazione che non sarebbero stati schiacciati dagli Stati grandi i Costituenti sancirono che vincere la Presidenza avrebbe richiesto una convergenza fra più Stati e che i piccoli non sarebbero risultati emarginati. Soltanto con un emendamento alla Costituzione si potrebbe stabilire l’elezione popolare diretta del Presidente, ma qualsiasi emendamento costituzionale richiede l’approvazione ad opera di tre quarti delle assemblee statali, un quorum irraggiungibile per i democratici.

   Ciò detto, l’elemento politico più importante per spiegare il (cattivo) funzionamento della democrazia USA è rappresentato dalla radicalizzazione a destra del Partito repubblicano da più di vent’anni. Consapevoli di essere oramai diventati minoranza nel paese, ma non negli Stati del Sud e, in parte, del Midwest, difendono con le unghie e con i denti le loro posizioni. Disciplinatamente e senza nessuna concessione, approfittando dell’eterogeneità dei Democratici, sono finora riusciti ad esercitare un potere sproporzionato. Conquistata la Corte Suprema per un lungo periodo di tempo poiché i giudici rimangono in carica a vita, i repubblicani potranno cancellare la riforma sanitaria di Obama e rendere praticamente impossibile l’interruzione della gravidanza. La posta in gioco dell’esasperante conteggio di qualche milione di voti già difficoltosamente espressi è l’anima della società americana.

Pubblicato AGL il 5 novembre 2020

USA: Verso elezioni cruciali anche perché si rinnoverà un terzo dei senatori

Molto probabilmente Trump non sarà rieletto il 3 novembre. Quasi sicuramente otterrà molti meno voti di Biden. Già Hillary Clinton conquistò tre milioni di voti più di lui. Cercherà comunque di mettere in questione l’esito del voto con gravi conseguenze per la democrazia USA. Lo farà nella convinzione che, se dovesse essere chiamata in causa, la Corte Suprema troverà il modo di dargli ragione come nel dicembre del 2000 quando con 5 voti a 4 consegnò la Presidenza a George Bush.

Per un insieme di circostanze e di convenienze la Corte Suprema è diventata una protagonista assoluta nella Repubblica presidenziale USA. Trump ha goduto della opportunità inusitata di riuscire a nominare addirittura tre giudici nei suoi quattro anni alla Casa Bianca e, di vederli rapidamente confermati dalla maggioranza repubblicana al Senato. Anticipo il verdetto positivo su Amy Coney Barrett (nella speranza di essere smentito) con la cui conferma la Corte sarà composta da sei giudici nominati dai repubblicani e tre dai progressisti. È interessante sottolineare che cinque di quei giudici sono stati sponsorizzati dalla potente associazione conservatrice The Federalist Society che sostiene un’interpretazione “letterale” della Costituzione come fu scritta senza nessun riguardo per tempi e luoghi notevolmente cambiati.

Poiché I giudici rimangono in carica a vita, Trump ha la garanzia che per i prossimi trent’annni la maggioranza non cambierà. I giudici da lui nominati hanno rispettivamente Gorsuch 53 anni, Kavanaugh 55 e Barrett 48. Possono procedere all’abolizione totale, imperiosa richiesta, finora frustrata, dei repubblicani, della riforma sanitaria di Obama. Potranno anche restringere ulteriormente i criteri per consentire l’interruzione della gravidanza. Certamente, non si occuperanno di garantire il diritto al voto che la maggioranza delle 35 assemblee legislative degli Stati controllati dai repubblicani manipolano e fortemente limitano. Insomma, quello che non ha potuto/saputo fare la politica (di Trump) la Corte Suprema riuscirebbe a conseguire anche in tempi relativamente brevi.

Questa regressione culturale e sociale è molto temuta dai Democratici del tutto consapevoli che al loro eventuale Presidente non spetterà nessuna nomina per molti anni. Fin d’ora hanno pensato e reso pubblica la loro intenzione di aumentare il numero dei giudici portandolo a 11 di modo che potranno nominare due giudici. Vorrebbero anche ridurre la durata della carica a diciotto anni. Tutto questo è giuridicamente accettabile poiché numero dei giudici e loro durata non sono inscritti nella Costituzione, ma si trovano in una legge approvata un secolo fa dal Congresso. Politicamente, però, i Democratici hanno assoluto bisogno di conquistare la maggioranza al Senato. Anche per questa ragione, le elezioni del 3 novembre, nelle quali si rinnoverà un terzo dei senatori (35) sono particolarmente importanti, sostanzialmente cruciali per la qualità della democrazia USA.

Pubblicato AGL il 15 ottobre 2020

Un punto di svolta che potrebbe cambiare la storia degli Stati Uniti

Avevamo sempre pensato che la legittimazione e la funzionalità delle istituzioni anglosassoni nascessero e derivassero da un principio limpido: checks and balances, ovvero freni e contrappesi. Adesso, tutti gli estimatori italiani del presidenzialismo USA dovrebbero essere preoccupatissimi. Con le dimissioni dell’ottantaduenne giudice Anthony Kennedy, al Presidente Trump si offre l’opportunità di dare alla Corte Suprema una maggioranza repubblicana di 6 giudici a 3 destinata a durare per più di una generazione. Presidente quasi repubblicano, Congresso a maggioranza repubblicana, Corte Suprema repubblicanizzata: bye bye, cari rassicuranti freni e contrappesi.