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Chi vuole la pace deve costruire la democrazia @DomaniGiornale

Si vis pacem, para bellum. Crediamo tutti di sapere che cosa significa questa frase latina. È il chiaro invito ad armarsi per rendere noto e evidente a tutti i potenziali aggressori che il nostro paese, pardon, la nostra Nazione è pronta, forse non solo militarmente, a difendersi. Qualcuno pensa, a mio parere correttamente, che prepararsi alla guerra non voglia dire preparare la guerra, che la difesa richieda non solo armamenti, ma convinzioni, condivisioni e motivazioni, che, concretamente, più di quarant’anni (1946-1989) di preparazione alla guerra sul continente europeo abbiano garantito la pace. Certo, l’equilibrio del terrore fu il prodotto della (rin)corsa agli armamenti fra le due superpotenze: USA e URSS, e anche della consapevolezza di entrambe che un bellum nucleare avrebbe significato il loro reciproco annientamento. Insomma, in qualche modo, prepararsi alla guerra in maniera visibile contribuì a mantenere la pace (almeno sul continente europeo). Che in materia di preparazione attiva e consapevole si possa scrivere molto altro è pacifico (sic), another time another place. Ma queste considerazioni mi paiono sufficienti a delineare in maniera non fumosa il problema e la soluzione che viene proposta.

Si vis pacem, para pacem è quel che, senza nessuna elaborazione, alcuni politici e intellettuali, non soltanto italiani contrappongono a chi indica la strada della preparazione alla/della guerra. Credo che sarebbe opportuno soffermarsi a pensare non soltanto quale pace dovremmo preparare, ma soprattutto in che modo, delineandone tempi, ritmi, strumenti, protagonisti. “Svuotare gli arsenali e colmare i granai”, come suggerito da Sandro Pertini nel suo primo discorso da Presidente della Repubblica italiana (1978-1985), è una bella frase ad effetto che riecheggia quanto auspicato dal profeta Isaia: “spezzare le spade per farne aratri, trasformare le lance in falci”. Con la stessa logica, ma non vorrei proprio essere blasfemo, chi sostiene, in Italia sono molti collocati a sinistra, che le spese per le armi vanno a scapito di quelle per la sanità, dovrebbe volere trasformare i carri armati e i droni in autoambulanze, perorando e agendo affinché, condizione essenziale, lo facessero tutti gli Stati. Rimane più che lecito chiedere a chi non vuole che l’Italia partecipi al riarmo dell’Unione Europea quale contributo alternativo la nostra Nazione dovrebbe impegnarsi a dare per la difesa degli stati membri dell’UE.

Preparare la pace significa anche, preliminarmente, riflettere sulle cause delle guerre, proporre spiegazioni storico-comparate, segnalare le modalità con le quali un certo numero di guerre sono state prevenute e impedite. Non vedo nulla di tutto questo nei discorsi di coloro che dicono di voler preparare la pace.

Si vis pacem, para democratiam. Nelle relazioni internazionali una generalizzazione molto robusta e finora non smentita è che le democrazie non si fanno la guerra fra di loro. È vero che le democrazie sono entrate e continuano a entrare in guerra per una pluralità di motivi, ma l’avversario, il nemico è regolarmente, provatamente uno Stato, una Nazione non democratica. Al proposito, fa la comparsa in tutta la sua pregnanza e lungimiranza la lezione del grande filosofo illuminista tedesco Immanuel Kant (1724-1804). La sua tesi è che la pace perpetua è conseguibile ampliando l’area delle Repubbliche, termine usato allora per definire i paesi governati, non nell’oppressione e nella repressione, ma con il consenso, e procedendo alla costruzione di una Federazione di Repubbliche. L’Unione Europea ne è un ottimo esempio.

   Qui si pone il problema di come preparare la democrazia. Troppo facile sostenere che non è possibile esportare la democrazia chiavi in mano. Piuttosto le democrazie e i democratici, soprattutto coloro che vogliono la pace, hanno il dovere politico e morale di favorire e incoraggiare tutti quei molti comportamenti che nei differenti paesi vanno nel senso della protezione e promozione dei diritti civili e politici, sostenendo coloro che se ne fanno portatori e difensori. La diplomazia, vigorosa, insistente e generosa, delle idee e delle risorse è il modo migliore per fare sbocciare i fiori democratici.

Ne concludo che chi vuole la pace deve coerentemente e insistentemente operare per portare, piantare, innaffiare quei fiori democratici a cominciare dai paesi responsabili di operazioni militari più o meno speciali e affini. Hic et nunc. Il resto sono chiacchiere.

Pubblicato il 10 agosto 2025 su Domani

Le lezioni da imparare dalla sconfitta con il tycoon @DomaniGiornale

Quella che si è combattuta al Golf Club di Turnberry, Scozia, di proprietà personale del Presidente USA Donald Trump, è stata una battaglia importante, ma non campale e, meno che mai definitiva nella guerra dei dazi da Trump voluta. Quasi tutti i commentatori sostengono che Trump ha imposto una pesante sconfitta alla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e di conseguenza all’Unione Europea e a tutti gli Stati membri compresa l’Ungheria dello stupidamente giubilante Viktor Orbán. Tutti i commentatori sollevano molti dubbi sull’effettiva praticabilità di alcune misure concordate, in particolare, l’obbligo di acquisto di energia e equipaggiamento militare USA per 750 miliardi di dollari e di investimento di 250miliardi sul mercato USA. Si preannunciano molte, inevitabili, costose e prolungate controversie fra USA e UE che potrebbero essere un serio danno collaterale di questa guerra.

   Nel frattempo, naturalmente, opportunamente e tristemente, tutti i produttori e investitori europei, grandi, medi e piccoli, stanno facendo il conto delle molto probabili perdite e ingegnandosi a trovare alternative e rimedi. Almeno in parte, con fantasia creativa, i migliori operatori economici ci riusciranno, ma ad una sconfitta, politica prima ancora che economica, dovranno essere le autorità politiche e istituzionali europee a dare una riposta potente e inequivocabile, elaborata congiuntamente e fermamente condivisa.

   Senza nessuna caccia alle streghe (sic), bisogna subito chiedersi se coloro che, come, Imperterritamente, Giorgia Meloni e la stessa von der Leyen, predicavano l’attesa e preannunciavano la ricerca di accordi con l’imprevedibile Trump, non abbiano gravemente indebolito la posizione negoziale dell’Unione e, quindi, non siano almeno in parte responsabili della pesantezza della sconfitta. Al proposito ricorrere al senno di poi è un’operazione che può essere molto fruttuosa. Peraltro, il senno di prima consigliava chiaramente di non presentarsi come appeasers alla Neville Chamberlain 1938, che traduco liberamente come calabrache e calabrachette.

   Andare a cercare, talvolta con insistenza, di comprendere le ragioni dei comportamenti irragionevoli di Trump non era un gesto generoso e potenzialmente utile. Al contrario, era, come ha scritto su queste pagine Nadia Urbinati, un segno penoso di vassallaggio, degenerazione di un tipo di sovranismo. Per di più questo vassallaggio suggeriva a Trump che, non credendo fino in fondo alle sue minacce, l’Unione Europea non stava dedicando abbastanza tempo e energie alla formulazione di contromisure da temere per qualità e per efficacia. L’imposizione di dazi più o meno pesanti aveva e mantiene come obiettivo trumpiano anche quello di dimostrare che l’Unione Europea non è (ancora) una grande potenza e comunque non sa e non riesce a comportarsi come tale. “Parassiti” (termine usato dal Vice-Presidente Vance) in materia di difesa militare, “profittatori”, secondo Trump, grazie alla libertà di commercio tutelata dagli USA, gli europei si meritano non una, ma molte lezioni. Probabilmente, sì, molte sono le lezioni da imparare mentre i dazi iniziano il loro accidentato e balordo percorso. La lezione politica più importante, però, la dovrebbero già conoscere tutti: l’Unione fa la forza. Jean Monnet e Altiero Spinelli l’hanno scritta e praticata in tutte le salse, senza tentennamenti. Fare i free riders (no, non i “portoghesi”) nell’Unione Europea indebolisce l’Unione senza dare molti vantaggi e premi a chi devia. La seconda lezione consegue. Bisogna porsi subito l’obiettivo di potenziare la leadership politica e istituzionale dell’Unione. Ursula von der Leyen deve essere la prima a interrogarsi sui suoi errori, su quelli della Commissione e sulle malaugurate prese di distanza di alcuni capi di governo europei. Governare la prima sconfitta e prepararsi alla battaglia prossima ventura richiede autocritica e visione. Von der Leyen 2.0 è sufficientemente attrezzata?

Pubblicato il 30 luglio 2025 su Domani

Cercasi leader credibili per un nuovo ordine mondiale @DomaniGiornale

Troppi si sono già dimenticati, oppure, forse non hanno mai realizzato, che l’ordine mondiale del dopoguerra, che non fu mai del tutto “liberale”, è stato il prodotto di due fattori. Da un lato, il ruolo, questo sì effettivamente liberale, svolto dagli Stati Uniti da Bretton Woods in poi nelle grandi organizzazioni internazionali, in particolare quella per il Commercio e nella Banca Mondiale e nel Fondo Monetario Internazionale. Dall’altro, quel tanto di ordine internazionale che ha caratterizzato il dopoguerra fino al 1989 dipese, lo scriverò con l’enfasi degli studiosi che lo battezzarono, descrivendolo e monitorandolo, dall’equilibrio del terrore (nucleare) fra USA e URSS. Il meritato disfacimento dell’URSS ha creato una situazione nella quale gli USA si sono ritrovati superpotenza solitaria, ma, in parte restia in parte incapace, di costruire un nuovo ordine internazionale. La guerra del Golfo nel 1991 comunicò comunque che la creazione di una ampia coalizione con obiettivi condivisi è una soluzione possibile, forse la soluzione anche auspicabile. Nel frattempo, però, alcuni Stati, cresciuti grazie all’ordine che era esistito, hanno cercato di imporsi sulla scena internazionale con l’obiettivo, talvolta meritorio, di raddrizzare qualche squilibrio. Impropriamente, li chiamerò un po’ tutti Brics, consapevole, ovviamente, che Russia e Cina giocano anche un’altra partita e su tavoli diversi.

L’operazione militare speciale di Putin, vale a dire la brutale aggressione all’Ucraina, non è stata lanciata perché la Nato abbaiava (però, senza mordere) ai confini della Russia, ma perché il capo del Cremlino sta tentando di arrestare il declino, in buona parte già avvenuto e irreversibile, del suo paese. La ricca Ucraina rimane una preda ambita, anche se sarà quasi impossibile rilanciare il prestigio della Russia il cui potere militare sembra attualmente dipendere dalle armi, e persino dai soldati, provenienti dalla Corea del Nord.

In altri tempi, il Presidente degli USA avrebbe probabilmente cercato di contrapporre all’aggressore una coalizione, includendovi, per esempio, l’Unione Europea, non, come ha fatto Trump, prima con una specie di ammuina a Putin, poi facendo la faccia feroce e lanciando ultimatum: cessate il fuoco entro 50 giorni. La assoluta necessità di una coalizione capace di imporre la fine del conflitto Hamas-Israele è lampante. Anche in questo drammatico contesto le dichiarazioni di Trump sembrano non sortire alcun effetto con Netanyahu che continua arrogante e imperterrito a perseguire obiettivi che sono anche suoi personali.

Nessuno degli studiosi delle relazioni internazionali ha mai scritto che potenza e prestigio dipendono esclusivamente dalle condizioni economiche di un paese. Tutti o quasi gli studiosi di economia sostengono che il libero commercio è fattore di crescita, nazionale e internazionale. Qualcuno aggiunge che il commercio riduce le tensioni e agevola comportamenti di collaborazione, pacifici. Dazi e protezionismo non fanno diventare grande proprio nessuno. Le guerre commerciali finiscono sempre male, più o meno. Sicuramente le guerre commerciali non servono a ristrutturare le modalità di commercio mondiale che, sostiene Trump, risultano in svantaggi consistenti e persistenti per le imprese e gli operatori economici USA. Dei consumatori il Presidente non sembra curarsi. Anche in questo caso le sue dichiarazioni sono roboanti, talvolta offensive, e gli ultimatum quasi perentori.

Il Presidente Trump ha già perso molta credibilità, e i sondaggi USA lo rilevano e rivelano senza eccezione alcuna. Un Presidente non credibile con comportamenti erratici e non prevedibili non ha nessuna possibilità di (contribuire a) costruire un nuovo ordine internazionale. Anzi, la continuazione del disordine è assicurata dalla crescita, anche, come ambizioni, della Cina della cui visione di ordine internazionale è legittimo essere preventivamente preoccupati. Please, Unione Europea, batti un colpo, anche due.

Pubblicato il 16 luglio 2025 su Domani

Democrazia, non melassa #paradoXaforum

Gli editorialisti del “Corriere della Sera” continuano a inquietarmi, anzi, ad irritarmi. Lo fanno con grande nonchalance. Spesso annunciano solennemente grandi verità, ad esempio, contrariamente a quel che (non) ha (mai) scritto Francis Fukuyama “la storia non è finita”. Avessero mai letto il libro! Qualche volta, poi, le enunciazioni sono non solo fattualmente sbagliate, ma pericolose poiché annegano differenze cruciali e conducono in melasse e paludi dalle quali non si esce più (e, infatti, lì rimangono a dibattersi).

“L’obiezione [alle critiche ai suoi comportamenti balordi] che Trump sia stato democraticamente eletto (come del resto Putin o Xi Jinping o Orbán o Erdogan, sorvolando sull’affidabilità di certe votazioni) non sposta di un millimetro che [la democrazia] sia entrata in una fase clinica delicatissima” (Carlo Verdelli, La democrazia archiviata, “il Corriere della Sera”, 6 marzo 2025, p. 1 e 36).

Questa frase, il cui tenore è simile a molte altre che vengono periodicamente pubblicate da “il Corriere” più spesso che da altri, è assolutamente diseducativa, nei fatti e nelle implicazioni. In primo luogo è sbagliato “sorvolare sull’affidabilità di certe votazioni”. Elezioni libere, segrete, periodiche stanno al cuore delle democrazie, ma le democrazie si fondano su diritti e Costituzioni. Si può discutere del quantum di manipolazione venga effettuato in crescendo in Ungheria, Turchia e Russia, ma di elezioni politiche democratiche in Cina non è proprio il caso di parlare. Secondo, chi scrive di politica ha l’obbligo di documentarsi, di controllare i fatti, di fare riferimenti verificabili e verificati. Il fact-checking non è un gioco di società; è un esercizio utilissimo, pedagogicamente importante, altamente democratico. Consente di aprire e svolgere dibattiti e confronti in pubblico combinando dati e interpretazioni, facendo crescere la quantità e la qualità delle conoscenze, affinando le spiegazioni.

Chi andasse, come dovrebbero sempre fare i giornalisti, gli opinionisti e, naturalmente, gli studiosi, ad analizzare le migliori serie statistiche sulle democrazie, Freedom House, Economist Intelligence Unit, V-Dem, riscontrerebbe un notevole aumento del numero dei sistemi politici democratici nel secondo dopoguerra e troverebbe traccia di alcune difficoltà e problemi di funzionamento spesso seguiti da soluzioni, e nessun crollo, tranne il Venezuela Nessun ingresso dei regimi democratici attualmente esistenti in, qualsiasi cosa significhi, “una fase clinica delicatissima”. A qualche affannato commentatore, mi sento di dire: Medice cura te ipsum.

   In giro per il mondo, dall’Iran al Myanmar, sono molti gli oppositori, uomini, donne, studenti, intellettuali, che mettono regolarmente consapevolmente continuativamente a rischio la loro personale salute proprio per conquistare i fondamenti della democrazia. Questa, dove, quando, chi e come, lottano proprio per la democrazia, sarebbe una bella ricerca. Ho molte idee in materia. Quanto alla morte della/e democrazia/e non avviene per cause naturali, ma per mano di sicari e criminali. Le democrazie non muoiono. Vengono uccise, per lo più dalle elite, economiche, militari, politiche, burocratiche, religiose. Proprio mentre completo questo sintetico post, l’autorevole, come si usa dire, “New York Times”, riferendosi ad una serie di improvvisate decisioni del Presidente Trump (e del consigliere Musk), titola Democracy Dies in Dumbness: “nessun presidente è stato così ignorante delle lezioni della storia, così incompetente nell’attuare le sue proprie idee”. Ma, molto resiliente, la democrazia tollera anche la stupidità del Presidente USA. Chi vivrà vedrà.

Pubblicato il 7 marzo 2025 su ParadoXaforum

È tempo di rivendicare i grandi valori dell’Europa @DomaniGiornale

Fare fronte agli assalti del Presidente MAGA Trump all’Unione Europea e ai suoi Stati-membri richiede una chiara identificazione delle tematiche e la formulazione di risposte precise, in qualche caso flessibili, mai ambigue, sempre comuni e condivise da tutti quegli Stati. Persino il primo ministro inglese Keir Starmer il quale, pure, può, nonostante tutto, vantare qualche titolo, sa che la relazione speciale del suo paese con gli USA non gli garantisce automaticamente qualsivoglia vantaggio. Infatti, nella misura in cui tenta qualche mediazione con Trump per rafforzarsi lo fa anche in nome dei paesi europei.  

Trump non mira affatto a ristabilire modalità di concorrenza commerciale più equilibrate con l’Unione Europea (con il Canada e con il Messico). Gli è stato fatto credere che con i dazi acquisterà una supremazia perduta che potrebbe risultare reale solo in alcuni pochi settori. Se è vero che le guerre commerciali fanno male un po’ a tutti, è ancor più vero che fanno più male a coloro che sono più deboli in partenza. Abolendo con un tratto di penna l’USAID (Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale) Trump ha già fatto sapere che non tiene in nessun conto quegli stati. Facile immaginare che tipo di ordine internazionale Trump intenda costruire. La risposta europea dovrà essere tanto equilibrata quanto selettiva, impostata in modo da completare il Mercato Unico, secondo le indicazioni del Rapporto Letta e concentrando ricerca e risorse per dare vita a “campioni” europei competitivi per dimensioni, come suggerito nel Rapporto Draghi, e prospettive.

Entrambi i Rapporti, certamente esigenti, finora non adeguatamente tenuti in conto, meritano di essere messi al centro della risposta politica dell’Unione Europea, ovvero di una più intensa e approfondita e anche più rapida collaborazione fra gli Stati-membri. Oggi e domani quella collaborazione è particolarmente urgente, probabilmente decisiva, nell’ambito militare, della difesa. Le guerre si evitano anche con adeguate modalità di dissuasione che derivano dall’esistenza di un esercito comune e di armamenti moderni. Anche in questo caso si tratta di utilizzare al meglio quanto già esiste e di investire adeguatamente. Primum vivere. La difesa dell’Ucraina non è soltanto una priorità militare, è un compito politico di prima grandezza. Non sono sicuro che a Trump basti far sapere che l’UE ha già speso più degli USA. Sono sicuro, però, che è importante comunicare a Putin che l’UE vuole ed è in grado di continuare a spendere, magari anche con il denaro che viene dai beni russi giustamente confiscati.

Non mi sono posto l’interrogativo se l’UE debba ancora considerare Trump un alleato o debba prendere atto che si comporta, se non come un vero e proprio nemico, quantomeno come un avversario agguerrito. So che sarebbe sbagliato lasciargli credere che fra i governi dell’Unione europea c’è chi vorrebbe assumere una posizione più morbida, quasi collusiva perché, come si dice di Giorgia Meloni, condivide alcuni “valori” del trumpismo. Almeno l’altra metà degli Stati Uniti quei valori non li condivide e, leccandosi le profonde ferite di una brutta, ma purtroppo meritata, sconfitta, tenta di contrapporvi il meglio della democrazia americana. Se le distanze sui valori fra l’America di Trump e l’Unione Europea come è stata fondata, è cresciuta, si è ampliata, si approfondiscono, perché gli USA diventano un paese illiberale, allora a maggior ragione, senza ambiguità e senza pavidità, l’Unione dovrà sollevare il vessillo di quello che è da tempo diventata: il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo. Su questi valori si basa la grandezza dell’Unione Europea. Il tempo è venuto di rivendicarli e di metterli, senza nessun distinguo nazionalista, sempre all’opera. Europei, orgogliosi di esserlo.  

Pubblicato il 5 marzo 2025 su Domani

Le democrazie e gli anticorpi per sopravvivere all’illiberalismo @DomaniGiornale

“Una gamba davanti all’altra”. Prendo a prestito le dolenti parole della Sen. Liliana Segre che descrivono la sua marcia per la vita per sottolineare che gradualmente, ma incessantemente i democratici e le loro democrazie sono in grado di imparare e riprendere il cammino della libertà.  La celebrazione del Giorno della Memoria obbliga a riflettere, mi pare non venga fatto adeguatamente, sul regime politico che lanciò il genocidio e sui governi dei paesi, a cominciare dal fascismo italiano, che furono zelanti e attivissimi complici: il totalitarismo nazista coadiuvato da autoritarismi più o meno duri. Certamente, tutti quei sistemi politici privi di qualsiasi elemento democratico mostrarono notevoli capacità decisionali. Però, dovremmo davvero considerare la velocità delle decisioni una caratteristica positiva e intimare alle democrazie contemporanee di apprenderla e farne, s’intende, molto rapidamente, uso?

   Fermo restando che sono oramai più di trent’anni che il numero delle democrazie cresce e che nel tempo una sola, quella già minata dall’interno, del Venezuela è crollata, come si fa a sostenere che il paradigma liberal-democratico è venuto meno? Nella misura in cui una democrazia abbandona il liberalismo, che è diritti politici, civili, anche sociali più il quadro costituzionale di separazione delle istituzioni e loro relativa autonomia, semplicemente non è più tale. Democrazia illiberale non è un ossimoro. Al contrario è un esempio lampante e pregnante di manifestazione di quella neo-lingua che tempestivamente George Orwell denunciò come prodotto dei regimi totalitari e loro imposizione.

Poiché deciderebbero poco quantitativamente e in maniera tardiva, le democrazie non sarebbero in grado né di controllare il potere economico né di fare fronte al potere tecnologico. Le democrazie liberali, nate per fare prevalere le preferenze dei cittadini sugli interessi dei grandi proprietari terrieri e degli imprenditori, sarebbero oggi diventate terra di conquista dei nuovi capitalisti, i re delle finanze e i padroni delle tecnologie comunicative. Laddove, parafrasando Mao tse Tung, il partito (comunista) cinese comanda la tecnologia in tutte le sue varianti artificiali e reali (ma, Covid insegna, non in quelle sanitarie), il Presidente degli USA è attorniato dagli oligarchi della Silicon Valley che, è davvero così?, lo condizionano e ne influenzano le decisioni più importanti, comunque quelle che li riguardano. Muoiono così le democrazie? Comincia da Washington, D.C, l’asfissia della democrazia?

 Il Presidente USA nella misura in cui è forte e veloce, “decidente”, è debitore di queste sue capabilities non all’assetto istituzionale in quanto tale, ma alla mutevole configurazione del potere politico che consente ai “suoi” repubblicani di essere in maggioranza, almeno per i prossimi due anni, sia alla Camera dei Rappresentanti sia al Senato e di avere imbottito la Corte Suprema di giudici di stretta osservanza repubblicana. Trump, contrariamente a Putin e Xi Jinping, non potrà essere rieletto. Gode di grande potere a termine (nessun terzo mandato!). Le sue pulsioni anti-democratiche, di insofferenza per i freni e i contrappesi, i lacci e laccioli posti dalla Costituzione, incontrano ostacoli nella libertà dei mass media, nella opinione pubblica, nel pluralismo che Xi e Putin hanno distrutto e continuano a schiacciare.

Una gamba davanti all’altra le democrazie reagiscono alle sfide, politiche, economiche, tecnologiche, nessuna delle quali ha finora avuto successo, con l’ampio repertorio degli strumenti del pluralismo sociale, culturale, persino religioso, di cui dispongono. Smentiscono anche i profeti di sventure che con i loro tristi allarmismi pensano di appuntarsi i galloni del progressismo popolar democratico. Meglio che meditino più a fondo. L’età delle democrazie continua a essere con noi, davanti a noi.    

Pubblicato il 29 gennaio 2025 su Domani

“Make Europe great again” è la risposta da dare al tycoon @DomaniGiornale

Parole chiare, magari non sempre pronunciate limpidamente e non organizzate in maniera armoniosa (non tutti sanno parlare come Barack Obama e meno che mai come Martin Luther King), messaggi espliciti che hanno un retroterra reazionario e che delineano una strategia di rappresaglia. Questa è la sintesi, compreso il tono vendicativo, punitivo, spesso aggressivo, nei confronti della metà polarizzata dell’America e dei suoi vicini Messico, Panama, Canada e Groenlandia, del discorso di inaugurazione della seconda presidenza di Donald Trump.

   Detto che condivido le ottime analisi e variegate interpretazioni di Mattia Ferraresi, Mario Del Pero e Nadia Urbinati pubblicate ieri, adesso sappiamo ancora meglio e di più che cosa dobbiamo aspettarci. Pertanto, il compito consiste nel guardare avanti. Prima, però, di procedere a suggerire le risposte, è indispensabile prendere atto che le affermazioni di Trump costituiscono la traduzione coerente del mandato elettorale chiaro e forte da lui ricevuto da una maggioranza assoluta di elettori americani. Qualcuno con preoccupazione, qualcuno con compiacimento, qualcuno con l’orgoglio di chi lo sapeva già, dobbiamo tutti prendere atto che l’America che si è espressa in Trump, che lui rappresenta e, importante, che lui plasma con le sue preferenze e che vuole tradurre con i suoi obiettivi, è un paese profondamente cambiato, che, peraltro, tutti i sondaggi, ai quali non siamo stati disposti a credere, avevano disgiuntamente individuato.

Ciascuno di noi, italiani e europei, cittadini e governanti degli Stati membri dell’Unione Europea è posto di fronte a una sfida che, naturalmente, riguarda l’economia, ma che va oltre fino alla politica e nel senso più alto e più significativo giunge fino alla cultura ai valori sui quali si sono costruite e funzionano le democrazie non soltanto europee. Non si tratta solo di predisporsi a contrastare i dazi che Trump porrà sottolineando che da sempre la libertà di commerciare, di scambiare beni si accompagna alla libertà politica, riduce le probabilità di conflitti e aumenta le possibilità di crescita. Nessun paese diventa più grande a scapito di altri se non nell’ottica dell’imperialismo predatorio. Bisogna dirlo che il green deal è la modalità essenziale di collaborare per arrestare il cambiamento climatico, bene comune tanto prezioso quanto indivisibile. Nessuna soluzione può essere trovata da rapporti bilaterali più o meno stretti e occasionali che, comunque, il contraente più grande rimane costantemente in grado di definire a suo vantaggio e di terminare a suo piacimento.  

Il processo di distanziamento degli Stati Uniti dall’Europa è cominciato parecchi decenni fa. Tuttavia, i policy makers americani sono largamente consapevoli che dell’Europa hanno bisogno e che l’Europa ha bisogno di loro a causa di visibilissime sfide geopolitiche. Senza nessuna esagerazione sono i rapporti che intercorrono fra Europa e USA, i loro scambi, la loro considerevole condivisione di valori che danno corpo e sostanza a quello che è giusto chiamare Occidente. Neppure Trump potrà permettersi comportamenti che potrebbero essere etichettati come “negletto benigno”. Dal canto suo, l’Unione Europea mantiene la sua integrità e offre una sponda ideale alla metà dell’America non trumpiana continuando ad affermare, proteggere e promuovere i diritti civili, politici e sociali sui quali si è fondata, è cresciuta, continua ad allargarsi. La sfida del Presidente Trump durerà quattro anni (già, per i Presidenti USA esiste il limite invalicabile di due mandati). Nella rapidità, nella innovatività, nella qualità delle riposte a quella grade e brutale sfida si valuteranno le capacità delle leadership europee. Questo è il test da superare. Fare più grande l’Europa.

Pubblicato il 22 gennaio 2025 su Domani

La vittoria di Trump. Difficile da credere, ma è una questione di “cultura” #Paradoxaforum

I numeri attestano che la vittoria di Donald Trump è stata epocale. Segna un’epoca che, forse, a causa dell’età, non sarà lui a guidare, ma che è uno spartiacque nella storia USA. Troppo spesso il “suo” elettorato è stato fatto coincidere quasi esclusivamente con la grande maggioranza degli uomini bianchi di mezz’età (e le loro famiglie), con limitato livello di istruzione e redditi medio-bassi. Per tutti costoro le tematiche di genere, gli scontri sul politicamente corretto, le riscritture della storia dell’uomo bianco colonizzatore e oppressore, non erano semplicemente riprovevoli e sbagliate. Politicamente e culturalmente colpivano il loro status sociale. In gioco era la loro stessa identità di americani, osteggiati, isolati, circondati. Certo, i latinos portano via posti di lavoro, ma c’è di più. Portano con sé una cultura di organizzazione familiare, di vita sociale, di musica e di cibo, di forme di svago che non si incontra e non si mescola con quella degli americani “come noi”. Anzi, che la vuole più o meno inconsapevolmente sostituire sotto gli occhi amichevoli e beneaguranti degli intellettuali e dei divi, delle grandi università dedite al multiculturalismo e dei quotidiani delle gradi città, come se davvero le culture potessero essere messe tutte sullo stesso livello, dimentiche che “e pluribus unum” (il motto del federalismo USA) indica l’obiettivo dell’integrazione, non la conservazione della separatezza.

Tutti, o quasi, affermano che l’Occidente è in declino tanto quanto, e viceversa, gli USA. Non è accettabile nessuna rassegnazione a quell’esito. Make America Great Again è un compito che restituisce l’orgoglio, la consapevolezza di potere fare quanto altri non riuscirebbero neppure a immaginare. Da un lato, una componente non trascurabile, forse persino crescente dei latinos, si fa coinvolgere: saranno parte attiva del ritorno alla grandezza, prova provata della loro integrazione riuscita; dall’altro, fenomeni simili attraversano non pochi sistemi politici europei: i sovranisti variamente declinati come Veri Finlandesi, Democratici Svedesi, Fratelli d’Italia et al. Vecchi e nuovi americani non chiedono autocritiche, ma desiderano pieno riconoscimento di dignità storica e di cittadinanza. Suggeriscono come (ri)conquistarle perché il loro tempo non è passato, ma futuro.

Che un uomo bianco possa fare tutto questo meglio di una donna di colore, vista con sospetto persino dagli stessi uomini di colore, appare addirittura scontato. Quell’elettorato trumpiano non attendeva nient’altro che l’offerta credibile di riscatto. Madornale è l’errore di credere che la sua motivazione prevalente fosse la paura e che i Democratici offrissero speranza, che, invece, era contrizione per i misfatti dell’uomo bianco e della potenza egemone. Unico sollievo per la leadership democratica è che Trump durerà per un solo mandato. Però, se i Democratici non trovano quel (weberiano) imprenditore politico che sappia delineare una strategia di attrazione attorno al credo americano (opportunità per tutti) e ai valori costituzionali troppo spesso disattesi nei confronti dei cittadini di colore, lo scontro culturale continuerà a premiare i repubblicani trumpiani post-Trump.

Pubblicato il 11 novembre 2024 su PARADOXAforum

Il disordine mondiale e le chance dell’Europa @DomaniGiornale

Il problema del nuovo disordine politico internazionale è che, per fattori strutturali e fattori contingenti, non esiste nessuno in grado di prendere l’iniziativa. In subordine, ma di poco, i due conflitti più gravi sono nelle mani di uomini che sanno che il loro futuro politico dipende dal quando e dal come le “loro” guerre (operazioni militari speciali, però, non dello stesso tipo) termineranno. Per quanto sostenere che gli USA sono una potenza oramai declinata sia eccessivo (e prematuro), non c’è dubbio che il fattore strutturale più importante nel disordine mondiale è l’incapacità degli USA di tornare a svolgere un ruolo quasi egemonico. Il fattore contingente, ovvero la campagna elettorale presidenziale, una volta conclusasi, fa poca differenza chi vincerà, non avrà comunque quasi nessun effetto strutturale risolutivo. Neppure ridurrà l’incertezza.

   La Cina è e sembra voler rimanere un attore importante senza assumersi nessun ruolo “ricostruttivo”. La sua espansione è lenta, continua, ma non ha di mira un nuovo ordine, semmai un riequilibrio di potere più marcato a scapito degli USA. Potremmo cercare di gettare la croce sull’Unione Europea, ma significherebbe credere, sbagliando, che l’UE abbia risorse tali da farne una Superpotenza, oggi e domani. Prendere atto che non è e non potrà essere così non condanna all’impotenza. Al contrario, suggerisce la necessità di un maggiore e meglio coordinato impegno comune fra gli Stati-membri. Stigmatizzare l’ordine sparso degli europei deve accompagnarsi alla prospettazione di iniziative diplomatiche rapide e vigorose.

Netanyahu non porta la responsabilità di avere scatenato una guerra di aggressione come quella di Putin contro l’Ucraina, ma tutti sanno che non potrà rimanere capo del governo un minuto dopo la cessazione del conflitto con Hamas e con i suoi troppi sostenitori in Medio-Oriente e dintorni. È anche lecito pensare che, per quanto difficilissima, la sua sostituzione in corso d’opera avvicinerebbe una tregua produttiva. La, al momento assolutamente improbabile, sostituzione di Putin potrebbe condurre all’apertura, voluta da quella parte del gruppo dirigente russo che teme la satellizzazione in corso a vantaggio della Cina, di una nuova fase diplomatica (lo scambio di uomini e donne fra Russia e USA non è stato accompagnato da nessun tipo di riflessione aggiuntiva? Non è stata seguita da nessuna presa d’atto che si può andare oltre, con vantaggi reciproci?) con esiti imprevedibili, vale a dire tutti da scoprire e fronteggiare.

Vedremo presto se la nuova Alta Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione, Kaja Kallas, già primo ministro dell’Estonia, riuscirà a dare vigore alla voce e alla presenza dell’Unione, dei suoi ideali e dei suoi interessi, nel sistema internazionale. Gli ostacoli sono molti a cominciare da quelli che in modo diverso frappongono alcuni capi di governo europei: Orbán che si esibisce in una sua personale diplomazia, Macron con la sua interpretazione del ruolo insubordinabile della Francia, Giorgia Meloni che punta molto, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, su rapporti bilaterali che le danno più visibilità che sostanza (e lei lo sa).

Anche nelle relazioni internazionali la pur comprensibile fretta a fronte dei massacri è cattiva consigliera. Poiché, però, sappiamo che quel che cambierà a Washington dopo il 5 novembre imporrà a tutti i protagonisti di riposizionarsi, sarebbe molto opportuno se in Italia e nell’Unione Europea si manifestasse fin d’ora un forte impegno alla elaborazione di una pluralità di scenari alternativi. Meno lamentazione più immaginazione è il minimo che si possa chiedere.

Pubblicato il 7 agosto 2024 su Domani

Ora i dem possono indicare un futuro nuovo all’America @DomaniGiornale

Quello che sembrava dover essere un scontro ripetitivo e acrimonioso fra due uomini bianchi anziani, scontro, secondo i sondaggi, sgradito al 75 percento degli americani, sta trasformandosi effettivamente e senza esagerazioni in una sfida per la conquista dell’anima degli USA. Oppure, meglio, per la (ri)definizione di quell’anima nel XXIesimo secolo. Un uomo bianco ricco, anche di pregiudizi e di condanne, che fa leva sul rancore, da lui sollecitato, veicolato e rappresentato, che non è interessato all’anima, ma al potere alla vendetta, contro una donna californiana progressista di colore, inevitabilmente lontanissima dal mondo di Trump, protagonista di una storia politica e professionale finora coronata da successi.

Vicepresidente tenuta un po’ ai margini del circolo di Biden e incerta sulla definizione del suo ruolo, Kamala Harris si trova improvvisamente proiettata in una sfida già in stato avanzato. Sa che deve difendere e promuovere gli indubbi, ma non agli occhi dei repubblicani, risultati in campo economico e nella sanità, che deve salvaguardare il diritto delle donne all’autonomia nelle sfera riproduttiva, ma sa soprattutto che per vincere deve convincere quell’America plurale, multiculturale, diversificata che si aspetta una visione ottimistica e credibile di un futuro attualmente offuscato da guerre e disordine. Harris può cambiare totalmente le modalità con le quali il conflitto politico si stava sviluppando. Ha la possibilità di girare pagina indicando un futuro plausibile nel quale tutte le minoranze si sentiranno a loro agio, protette e rispettate, ma anche garantite che saranno le loro capacità a fare la differenza.

 Il sogno americano, variamente declinato e attrattivo, non è affatto svanito. Guardando al percorso del vicepresidente repubblicano designato, J.D. Vance, qualcuno potrebbe pensare che il successo arrida di preferenza ai sognatori con la pelle bianca. Quel centinaio di migliaia di uomini bianchi di mezz’età, privi di un diploma e con basso reddito che dal Michigan al Wisconsin e alla Pennsylvania decretarono la sconfitta di Hillary Clinton non sono andati via. Probabilmente continuano a ritenere che la risposta alla loro richiesta di status e di riconoscimento si trovi nello slogan MAGA (Make America Great Again) e che i Democratici continuino a sottovalutarli. A neppure cercare di comprenderli. Comunque, non vedono posto per loro in nessuna composita coalizione multicolore. Qui Kamala Harris trova l’ostacolo più alto.

   Offrire anche a loro opportunità economiche e sociali è assolutamente necessario, imperativo. Potrebbe non bastare se a quelle opportunità non si accompagnano comportamenti credibili di comprensione, empatia, commozione. La nota positiva è che i Democratici sembrano essersi già rapidamente aggregati a sostegno della loro candidata (come oramai non potevano più fare con Biden). La nota al momento negativa è che non sta circolando nessuno slogan, nessuna frase ad effetto che sia affascinante e trascinante (quanto sento la mancanza dei kennediani, a cominciare da Ted Sorensen!)e che contrasti verticalmente quello che è l’alquanto logorato MAGA. Trump e i suoi sostenitori, compresa la maggioranza della Corte Suprema vogliono far rivivere un passato morto, ma male sepolto. I Democratici di Kamala Harris hanno la possibilità e il dovere di indicare come procedere verso la conquista e la rielaborazione dell’anima USA nel prosieguo del secolo. Il tempo è poco, ma tuttora sufficiente.

Pubblicato il 24 luglio 2024 su Domani