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Condono selvaggio, politica sovversiva

L’abusivismo è una malattia italiana. Spesso degenera in un crimine. Abusivismo significa ottenere vantaggi per sé, perseguendo egoisticamente, come scrisse più di cinquecento anni fa Francesco Guicciardini, il proprio personalissimo “particulare”. Ma, non basta. Per essere conseguito questo “particulare” deve andare a scapito del particulare degli altri, della comunità, della società, del sistema politico. Quindi, l’abusivismo di uno fa male a tutti. Può bloccare la vista e l’accesso al mare. Può imporre il ridimensionamento del verde pubblico. Può deturpare tutti i luoghi, non soltanto quelli turistici, rendendoli meno vivibili per gli stessi abitanti. Può, ed è questo forse l’aspetto più grave, portare a tollerare, seppure in maniera obliqua e malvolentieri, l’abusivismo degli altri. Abusivo tollera abusivo e, insieme, probabilmente l’unica azione comune che sono disposti ad intraprendere, lotteranno contro chi ha/avrebbe il potere di comminare le meritate sanzioni.

Quando gli abusivi sono in numero molto elevato anche i loro voti diventano utili e importanti. Sull’abusivismo, allora, s’innesta il sovversivismo. I molti cittadini abusivi vengono difesi contro le ruspe e i bulldozer dalle autorità, molto spesso dai sindaci, e dai Presidenti delle Regioni, di recente, senza mezzi termini da quello della Regione Campania, l’esponente del PD Vincenzo De Luca, nella cui giurisdizione si trova l’isola di Ischia, con seicento case da abbattere e ventisette mila pratiche di condono.

Autorità che non rispettano le leggi, legittimano gli abusivi, non li puniscono sono letteralmente sovversive. Sovvertono l’ordinamento dello Stato. Purtroppo, nel corso di decenni sono stati molti i governi italiani che, invece, di proteggere il territorio e “tutelare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” (secondo comma dell’art. 9 della Costituzione italiana), ne hanno, prima, consentito lo scempio, poi, proceduto ai vari condoni, edilizi e di altro genere. La conseguenza inevitabile è duplice. Da un lato, i condonati hanno imparato che possono peccare ancora, vale a dire, procedere ad altre costruzioni abusive. Poi, se del caso, in tempi lunghi, male che vada, pagheranno il condono. Dall’altro, i ranghi degli abusivi s’infoltiscono, si sono effettivamente infoltiti nell’aspettativa, spesso confermata dai fatti che, prima o poi, comunque, periodicamente, arriverà un altro condono.

Dalle Alpi alla Sicilia, ma, forse meglio, dovrei scrivere soprattutto a partire dall’Appennino alla Sicilia, i fenomeni di abusivismo hanno segnato il territorio nazionale sfregiando in particolare alcune grandi città diventate veri e propri disastri ecologi e le più appetibili località turistiche in Campania e in Puglia, in Calabria, in Sardegna e in SiciIia, talvolta, naturalmente, con l’apporto costruttivo (sic) delle organizzazioni criminali. Spesso la motivazione strappalacrime è che quel particolare edificio, quella casa, quella piccola abitazione era il massimo che cittadini nullatenenti potevano permettersi e che hanno costruito con fatica impegnando tutti i loro sudati risparmi negli unici luoghi nei quali hanno trovato spazio per mettere un tetto sulla testa delle loro famiglie. Che, poi, i materiali, anche quelli forniti dalle aziende edili, che a loro volta lucravano sulle necessità dei meno abbienti (ma non per questo esentati dall’obbligo di rispettare le leggi) fossero di materiale scadente era quasi inevitabile. Ed è qui che l’abusivismo dei singoli produce conseguenze gravissime per la collettività.

Come minimo bisognerà tenere conto dei costi incorsi nell’abbattere le costruzioni abusive, case e alberghi, nei rari casi in cui l’iter di ripristino dell’ambiente di una zona sia giunto in porto. Quando, però, si tratta di crolli di palazzine, di edifici di vario genere, i costi lievitano poiché quei crolli possono coinvolgere edifici vicini e persone altrimenti estranee, fino alla perdita di non poche vite umane. Questa contabilità è triste, ma irrinunciabile. Non bisogna cedere a chi vorrebbe nascondere questi costi sotto tappeti che mai potranno essere abbastanza grandi. Paradossalmente, la misericordia maggiore che può essere dimostrata ed esercitata nei confronti dei nostri concittadini consiste nel ricordare loro nella cattiva sorte che quella sorte loro se la sono voluta e costruita e che soltanto l’osservanza della legge garantisce una vita decente a tutti. Quanto alle autorità, esiste il reato di omissione di controllo. Le punizioni debbono essere esemplari per severità e tempestività. Nessun condono a chi sui condoni, taciti o espliciti, ha costruito e conservato la sua carriera politica.

Pubblicato il 25 agosto 2017

La ricetta di Pasquino “Il partito ora coinvolga chi ha fatto la fila ai gazebo”

Intervista raccolta da Dario Del Porto per La Repubblica Napoli

«Se fossi un dirigente del Pd napoletano cercherei in tutti I modi di raggiungere quelli che hanno votato alle primarie. Sarebbe il modo migliore per tradurre la partecipazione in energia positiva. Ma so che i dirigenti del Pd non vorrebbero mai farsi dare consigli da me», scherza il politologo Gianfranco Pasquino, che analizza i dati delle elezioni che hanno confermato Matteo Renzi nella carica di segretario.

Perché secondo lei i vertici democrat dovrebbero rivolgersi agli elettori di domenica 30 aprile, professor Pasquino?
«Se dipendesse da me, mi impegnerei per trasformare queste persone in potenziali iscritti al partito. Inizierei da quelli che hanno più tempo a disposizione, dunque i giovani e i pensionati».

E come farebbe?
«Molto semplicemente, chiederei loro cosa pensano che possa essere utile per la città e per il Paese, o semplicemente cosa li diverte o li interessa. Parliamo di persone che hanno scelto di fare una fila e versare due euro per scegliere un segretario. Mi sembra un buon punto di partenza».

I numeri però dicono che a Napoli il dato dell’affluenza ha fatto registrare un crollo.
«Sui dati del capoluogo bisogna vedere come ha influito la presenza di un sindaco come Luigi de Magistris. Escludo che abbia dato indicazione di votare per Renzi, naturalmente. Ma è significativo che Michele Emiliano abbia ottenuto un buon risultato a Napoli».

Renzi invece ha fatto il pieno a Salerno.
«Certamente il governatore Vincenzo De Luca ha svolto un ruolo significativo. Questa volta è riuscito a convincere molti di quello che lo seguono ad andare a votare per le primarie. Credo che per le primarie sia sempre importante capire come si muovono quelli che, pudicamente, chiamo i “notabili” del territorio. Ad esempio, sarebbe interessante capire quali siano state le scelte del sindaco di Benevento, Clemente Mastella».

E con il rischio di un voto clientelare, come la mettiamo?
«Ma è normale che nelle primarie ci sia un voto di clientela. Se mi lascia passare una battuta, bisognerebbe controllare di quanto è aumentata la vendita di fritture di pesce, soprattutto nelle città di mare, nella giornata di domenica scorsa».

Si riferisce al caso dell’audio di De Luca registrato alla vigilia del referendum?
«Era una battuta, ripeto. Ma il discorso è semplice: quando si vota sulle persone è inevitabile che i rapporti personali influiscano. Poi, evidentemente, le cose cambiano se si verificano scambi di soldi, di fritture o di qualsiasi altra utilità».

Visti i numeri, lo strumento delle primarie funziona ancora?
«È sicuramente un esercizio di democrazia partecipativa. Ci sono persone che si mettono in coda e, prima di fare una scelta, si sono certamente informate, magari leggendo. Ma la democrazia non si esaurisce nel voto per il segretario del partito. Poi bisogna praticarla».

A Napoli il Pd attraversa un momento difficile, non è riuscito a portare il suo candidato al ballottaggio.
«Per come la vedo io, spetta ai dirigenti di partito mantenere vivo il rapporto con i cittadini, organizzando iniziative e tenendo vive le idee, e ai consiglieri comunali. La pratica quotidiana non implica l’obbligo di vedersi ogni giorno, ma che ci si possa incontrare perché c’è un referente con il quale parlare e confrontarsi. Prima quel referente era il parlamentare del territorio, ora con le liste bloccate è diverso».

Forse anche per questo il M5S ha scelto il web, al posto dei gazebo.
«Quello di Beppe Grillo è un non-partito. Ma non si fa politica solo schiacciando un pulsante o muovendo il mouse. Non si può pensare che quella sia davvero democrazia diretta».

Pubblicato il 3 maggio 2017

I tanti campanelli d’allarme

Il campanello d’allarme per il Partito Democratico e per il suo segretario, Matteo Renzi, se si occupa anche del suo partito, era già suonato due settimane fa. Il risultato delle elezioni regionali è stato, nel migliore dei casi, un pareggio quanto a regioni vinte, ma, più realisticamente, ha costituito una non trascurabile perdita di voti. Rapidamente sepolto sotto il tappeto di un’inutile direzione del partito quell’esito alquanto sgradevole, soprattutto in Liguria e In Veneto, il Presidente del Consiglio ha continuato nella sua martellante comunicazione sulle cose già fatte, spesso soltanto a metà, e sulle cose da fare, naturalmente, in fretta. Nel frattempo, cresceva in quantità e in rumore la drammatica evidenza del sistema di corruzione denominato “Mafia Capitale” caratterizzato dal coinvolgimento anche di non pochi e non marginali spezzoni del Partiti Democratico. Né è svanito, anzi, rimane ancora molto inquietante, il problema, tutto del Presidente del Consiglio, di come procedere nei confronti del governatore De Luca, con l’interpretazione prevalente della legge che sostiene una trafila fulminea dalla proclamazione dell’eletto alla sua sospensione. Infine, ha fatto la sua comparsa il caso di un Senatore del Nuovo Centro Destra, decisivo alleato di governo, per il quale la magistratura ha chiesto l’arresto.

Tutte le volte che gli elettori votano, anche nelle elezioni regionali e municipali, tengono inevitabilmente conto di una pluralità di fattori ovvero, meglio, quei fattori finiscono per influenzarne l’opzione di voto. I candidati contano, l’identità di partito sempre meno, le tematiche insorgenti un pochino di più. Pensare che a Venezia e ad Arezzo i candidati del Partito Democratico abbiano perso al ballottaggio perché gli elettori sono preoccupati dai migranti asserragliati alla Stazione Centrale di Milano, tenuti a bada a Roma Tiburtina, bloccati a Ventimiglia, mi pare davvero eccessivo. Magari, a Venezia, oltre ad un candidato non dotato di grande fascino personale, il Partito Democratico paga anche, in quanto partito di governo, lo scandalo del Mose che il vittorioso candidato di centro-destra, un outsider non precedentemente coinvolto in politica, non ha nessuna difficoltà a dribblare. Ad Arezzo, è plausibile che il candidato di Renzi e di Boschi non abbia fatto breccia in quell’elettorato di sinistra, non solo snobbato da dirigenti che guardano al centro, ma ritenuto insignificante, ininfluente, anche facile da incolpare per malanni che dipendono proprio dal centro (del Partito Democratico).

La vice-segretaria del PD, Debora Serracchiani ha seraficamente dichiarato: “dobbiamo rafforzare il partito sui territori”. E’ un’affermazione che apre una prateria di attività impegnative per un partito, ma soprattutto per i collaboratori di Renzi che hanno puntato tutto sul loro leader, il giovane capitano coraggioso che ha sfidato e sconfitto la ditta di quelli che “non hanno mai fatto nessuna riforma”. Diamo pure ragione a Serracchiani e aspettiamo questa impennata di attivismo dem per radicare il PD sui territori. Certo, una svolta di questo genere richiede non soltanto che il segretario-Presidente del Consiglio “cambi verso” alla sua strategia di personalizzazione estrema, ma accetti anche l’idea che un partito, quando diventa e vuole rimanere grande, magari non spingendosi fino a dirsi rappresentativo “della Nazione”, deve essere pluralista. Deve consentire il dissenso, soprattutto quando è fondato (già si parla di ritocchi all’Italicum) e argomentato, persino valorizzandolo. Altrimenti, i campanelli d’allarme si moltiplicheranno e il loro suono rischierà di non rendere più udibili gli slogan esageratamente ottimistici dell’uomo solo (anche perché abbandonati da elettori che se ne stanno a casa)al vertice più che effettivamente al comando.

Pubblicato AGL 16 giugno 2015

Brutte gatte da pelare

Come si fa a non apprezzare il timing, vale a dire, la eccezionale tempestività con la quale l’Autorità Anticorruzione rende note le sue numerose e incisive proposte di modifica alla Legge Severino? Verranno sottoposte queste utilissime proposte, una per una, al vaglio attento e competente del governo, delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato e, immagino (e auspico) anche e soprattutto della Commissione Antimafia presieduta dall’on. Bindi? Serviranno a migliorare la legge Severino in particolare per quella che riguarda l’incandidabilità alle cariche pubbliche, l’ineleggibilità e i conflitti di interesse? Tutte quelle proposte riguardano tematiche molto spinose per la classe politica che, a livello nazionale, a livello regionale (“impresentabili” più De Luca), a livello comunale (attualmente svettante grazie al caso di Roma Mafia capitale) ha moltissime gatte da pelare e pochissima voglia di farlo.

L’impressione è, per utilizzare il politichese, utile a farsi capire dai politici e dai loro giornalisti di riferimento, che Raffaele Cantone sia entrato a gamba tesa nell’intricatissimo affaire De Luca che il Presidente del Consiglio non sa come risolvere e, forse, preferirebbe evitare. Consentirne l’insediamento alla Presidenza della Regione Campania? Dargli anche il tempo di designare la Giunta e, quel che più conta, di nominare il VicePresidente che lo sostituirà tenendogli caldo il posto fino al suo eventuale ritorno se riuscirà a liberarsi delle sue pendenze giudiziarie? Da qualsiasi parte le si guardi, le proposte di Cantone promettono di fare guadagnare un sacco di tempo a Renzi prima di essere obbligato a prendere una decisione definitiva su De Luca Presidente della Campania. Curiosamente, ergendosi in tutta la sua statura politica, lo stesso De Luca aveva quasi intimato al Parlamento di rivedere la legge Severino, proprio nei punti, a suo parere sbagliati, che lo riguardavano. Alcune delle proposte di Cantone, che non dimentichiamolo, aveva criticato l’azione della Presidente Bindi e i criteri rigidi, scherzosamente aggiungerei molto “severini”, da lei utilizzati per stigmatizzare gli “impresentabili” (due soli dei quali, quattordici, incidentalmente, sono stati eletti), sembrano fatte apposte per mettere in questione quanto fatto dalla Bindi, per rovesciarne l’impostazione, per cambiarne l’impatto.

In attesa di capire dove l’Autorità Anticorruzione voglia effettivamente andare a parare, almeno tre osservazioni debbono essere chiaramente formulate. La prima riguarda la necessità che si addivenga alla soluzione più rapida possibile del caso De Luca senza tenere in nessuna considerazione variabili intervenute dopo la sua elezione. Soltanto i populisti possono pensare che il voto, per di più di poche centinaia di migliaia di elettori, sani le pendenze giudiziarie. In qualsiasi democrazia nomale non è così. Secondo, la corruzione politica è la più grave malattia di un sistema politico poiché non soltanto premia i corrotti, ma inquina nelle loro fibre più profonde il mercato e la società. Qualsiasi cedimento su questo piano ha conseguenze devastanti e durature, come le cronache italiane rivelano ad abbondanza. Terzo, arriverà anche il tempo, sempre in politichese, nel quale bisognerà, ma a ragion veduta e con il sostegno dei dati, “fare il tagliando” alla legge Severino. Procedere adesso, in pendenza di un caso molto grave e delicato, appare più che sospetto. Sembra un doppio favore: a Renzi che si leva un peso politico, a De Luca che dimostra quanto grande è il suo peso politico. Meglio seguire, anche con la fretta con la quale dice sempre di voler operare il Presidente del Consiglio, due strade e due procedure chiaramente differenziate. Non sarà la confusione a sconfiggere la corruzione.

Pubblicato AGL 11 giugno 2015

Gli ostacoli alla corsa di Renzi

Le elezioni in sette regioni molto diverse da loro, per collocazione geografica, composizione politica, distribuzione iniziale della forza dei partiti, forniscono una buona fotografia dell’elettorato italiano oggi. Il dato più evidente riguarda quella che non è soltanto una battuta d’arresto del Partito di Renzi, ma un vero e proprio arretramento. Dove Renzi è andato di persona a sostenere le candidate dichiaratamente “renziane”, cioè Raffaella Paita in Liguria e Alessandra Moretti in Veneto, la sconfitta è stata forte e chiara. Le vittorie altrettanto chiare e forti di Rossi in Toscana e di Emiliano in Puglia dipendono dalla personalità di entrambi i candidati, nessuno dei quali ha mai manifestato propensioni renziane. Le due vittorie in Marche e Umbria, regioni tradizionalmente abbastanza rosse, non possono essere attribuite al limitato tasso di renzismo dei candidati e, comunque, non spiccano in termini di quantità di voti. Quanto alla vittoria in Campania del discusso candidato De Luca, anche se Renzi lo ha appoggiato, non potrà e non vorrà sicuramente vantarsene poiché ne seguiranno problemi giudiziari e politici al momento alquanto inimmaginabili.

A un anno dalle elezioni europee del maggio 2014 che hanno, come direbbero i politici, fissato l’asticella del consenso elettorale del Partito Democratico al 40 percento (non a caso la soglia indicata nella legge elettorale Italicum per conseguire al primo turno il premio di maggioranza), il PD è scivolato all’indietro a percentuali non dissimili da quelle ottenute dalla tanto criticata “ditta” di Bersani, Cuperlo et al. Poiché la perdita di voti rispetto a un anno fa è generalizzata e non dipende da fattori locali, ad eccezione della Liguria dove una lista di fuoriusciti dal PD ottiene un successo relativamente buono, il segretario del PD e i suoi troppo osannanti collaboratori dovrebbero interrogarsi sia sulla qualità delle loro riforme sia sul loro linguaggio politico sia sul trattamento del dissenso interno. Sicuramente, lo spettacolo offerto dal PD non è stato quello che ci si aspetterebbe da un Partito della Nazione che cerca di conseguire il massimo di rappresentatività politica e sociale ricomponendo i suoi dissensi non con le minacce, ma con la riflessione e la ricerca di punti d’accordo. E’ quasi essenzialmente un problema di leadership poiché Renzi ha voluto accentuare oltre misura il suo controllo sul partito.

Curiosamente, dopo avere imposto durissimamente la sua leadership, procedendo frequentemente ad anatemi e ad espulsioni, Beppe Grillo sembra avere capito che il Movimento Cinque Stelle può funzionare molto meglio se i suoi rappresentanti si esprimono con autonomia di giudizio e di comportamenti. Anche le Cinque Stelle hanno perso voti in numeri assoluti se confrontati con il loro exploit delle elezioni politiche del febbraio 2013. Tuttavia, regione per regione hanno dimostrato di avere una presenza politica non disprezzabile con candidati radicati, tutti “presentabili”. In generale, sono stati premiati e il loro ingresso in sette consigli regionali contribuirà alla visibilità del Movimento e delle sue tematiche.

L’insoddisfazione e la protesta dell’elettorato italiano si manifestano, da un lato, nell’astensionismo crescente per quanto non ancora inquietante, ma, dall’altro, trovano un porto accogliente nel Movimento Cinque Stelle. Se si fosse già votato con l’Italicum che proibisce le coalizioni, il Movimento Cinque Stelle, in quanto secondo partito, andrebbe al ballottaggio con il PD e farebbe “vedere le stelle” un po’ a tutti: concorrenti (a cominciare proprio dal PD), commentatori, operatori economici internazionali. Se Renzi deve dare una regolata al suo stile, alquanto autoritario e abrasivo, di leadership, Grillo, personalmente incandidabile, deve trovare fra i suoi giovani rappresentanti il volto di colui che potrebbe diventare il candidato a Palazzo Chigi. La strada è lunga e tortuosa per tutti. Queste elezioni regionali hanno indicato, soprattutto al PD, che nel lessico di Bersani rimane “la lepre”, che esistono non pochi ostacoli.

Pubblicato AGL 2 giugno 2015

Perché Renzi dopo le Regionali è (forse) più debole.

formiche

Intervista raccolta da Edoardo Petti per Formiche.net

Parla Gianfranco Pasquino.
Il politologo ravvisa nell’esito del voto regionale la sconfitta della “campagna faziosa” del premier. Parla di Cinque Stelle con il “vento in poppa” e ridimensiona le ambizioni di Salvini.

Riconferme, sorprese, vittorie sul filo di lana. I risultati delle elezioni regionali tratteggiano un panorama politico in fermento.

Per capirne le linee di sviluppo Formiche.net ha interpellato Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica all’Università di Bologna.

Dopo il voto, il governo è più forte o più debole?

Il governo tira avanti. Non è particolarmente forte, ma non è fragile poiché può contare su una maggioranza parlamentare. Chi si è indebolito – e giustamente – è Matteo Renzi. Protagonista di una brutta campagna elettorale, è stato molto aggressivo verso le minoranze interne rivelandosi incapace di allargare le adesioni al Partito democratico.

La “rottamazione” promossa dal premier si è fermata a livello nazionale senza sfondare in periferia?

Sì. La candidata governatrice più vicina al leader del Pd – Alessandra Moretti – ha perso nettamente in Veneto. Le figure che hanno vinto alla grande – Michele Emiliano in Puglia ed Enrico Rossi in Toscana – sono tutto fuorché renziani. L’aspirante presidente della Liguria Raffaella Paita è una renziana della terza e quarta ora. La neo-governatrice dell’Umbria Catiuscia Marini non è legata al Presidente del Consiglio, e ha prevalso pur rischiando moltissimo. Vi è stato pertanto un effetto Renzi. Ma al contrario, nel senso di togliere consensi al Nazareno.

Il “partito pigliatutto” o della Nazione non si è materializzato. Il Pd è tornato ai voti della segreteria di Pier Luigi Bersani?

Il “Partito della Nazione” è un’invenzione di cui l’entourage del premier si è appropriata. Tuttavia, per renderla convincente non si deve rottamare tutto il vecchio che esiste nel Partito democratico. Perché molte volte “vecchio” è eguale a “capace e esperto”. E poi è necessario lanciare un messaggio con respiro nazionale, non fazioso e respingente come ha fatto Renzi.

La “sentenza” della Commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi può aver giovato a Vincenzo De Luca in Campania?

No. Il primo cittadino di Salerno ha vinto perché è molto radicato nel territorio, anche grazie a reti di consenso clientelare. Verso di lui si è registrata la convergenza di Ciriaco De Mita. Lo scarto di voti rispetto al candidato del centro-destra Stefano Caldoro è prodotto esattamente dalle migliaia di consensi che l’ex leader della Democrazia cristiana riesce a muovere, grazie a una storia politica lunga, profonda e di successo.

Il Movimento Cinque Stelle si conferma seconda forza politica italiana. Può gongolare in vista di un ballottaggio per il governo con le nuove regole elettorali?

La formazione penta-stellata ha scelto candidati radicati nelle diverse regioni. Ha condotto una campagna efficace raccogliendo il malessere e l’insoddisfazione popolare verso il sistema politico. E lo ha fatto senza la visibilità mediatica di Beppe Grillo. È chiamata però a risolvere un problema.

Quale?

Trovare un buon candidato premier nell’eventualità di una sfida per Palazzo Chigi. Ruolo che non potrà essere ricoperto da Grillo né da Gianroberto Casaleggio. Non so se i giovani parlamentari che guidano il M5S nelle Camere potranno esprimere tale leadership.

Altro risultato lusinghiero è quello della Lega. Ma il governatore del Veneto Luca Zaia non ha il profilo protestatario di Matteo Salvini.

Zaia presenta il vantaggio di essere una persona nota e capace senza coltivare posizioni estremiste. Per questa ragione ha saputo costruire una robusta base di consenso nel centro-destra, compreso l’elettorato di Forza Italia. Ma l’immagine di Salvini conta, come rivela la sua efficacia nelle molteplici apparizioni televisive. Certo, la capacità di governo è altra cosa. Se fosse lui il candidato premier dell’area conservatrice i cittadini penserebbero quattro-cinque volte prima di votarlo.

Sommando le adesioni di M5S e Carroccio emerge una massiccia tendenza ostile all’Ue e all’euro?

È vero. Ma non sono così convinto che tutti gli elettori di Cinque Stelle e Lega vogliano uscire dall’Unione Europea o dall’area della valuta comune. I piccoli e medi imprenditori del Nord – parte rilevante del bacino di consensi delle due formazioni – sanno bene che la loro ricchezza e capacità espansiva sono legati all’appartenenza all’Ue e all’Euro-zona. Fuori delle quali incontrerebbero serie difficoltà. Pensiamo al costo che dovrebbero affrontare per cambiare un’eventuale lira italiana nel trasferimento di attività produttive in Romania o negli scambi commerciali con le aziende tedesche.

La vittoria di Giovanni Toti in Liguria segna la rinascita di Forza Italia, o è merito dell’affermazione del Carroccio?

L’elemento Lega si è rivelato decisivo nel caso Liguria. Regione dalla composizione demografica e sociale eterogenea, simile per molti versi a quella della Florida. Non a caso Stato chiave e storicamente incerto nelle campagne elettorali Usa. Ricordiamo che il Pd ligure ha vissuto una spaccatura, e con il 10 per cento conquistato dalla sinistra di Luca Pastorino avrebbe vinto. Evidentemente una componente dell’elettorato progressista tradizionale era stufo del sistema di potere creato dal precedente governatore Claudio Burlando, mentore politico di Paita.

 Pubblicato il 1 giugno 2015

I corrotti e la moglie di Cesare

“Dare i numeri” è, per lo più, un’attività molto utile. Consente di essere precisi nelle valutazioni e nelle previsioni. Obbliga tutti, anche i critici, a rimanere sul terreno della concretezza. Permette agli elettori di essere meglio informati. I numeri delle elezioni regionali sono irrefutabili. Il centro-destra si presenta con due governatori in carica. Il centro-sinistra ha una maggioranza uscente in cinque regioni. Se finisce cinque a due nessuno potrà cantare vittoria. Il resto è facilmente misurabile: sei a uno (la molto prevedibile vittoria di Zaia in Veneto) significa una leggera espansione del centro-sinistra, cioè, più precisamente, del Partito Democratico. Tutti gli altri risultati segnerebbero una battuta d’arresto del PD, più o meno brutta e pesante a seconda delle percentuali di voti ottenute dal partito regione per regione. Da molti punti di vista, i voti contano molto di più per gli altri contendenti. Nel centro-destra, il problema vero per Forza Italia è di non finire sopravanzata dalla Lega e dalla molto aggressiva leadership di Matteo Salvini e per il Nuovo Centro Destra di dimostrare una qualche presenza sul territorio che consenta di ottenere voti e guadagnare cariche. Tenuto un po’ in disparte dai mass media, il Movimento Cinque Stelle cerca di risalire la china bruscamente interrotta dalle elezioni europee. Ci sono molte condizioni favorevoli a un suo ritorno prepotente sulla scena politica. Gli scandali legati alla corruzione e l’individuazione di “impresentabili” in alcune liste elettorali costituiscono ottime ragioni affinché un elettorato giustamente insoddisfatto faccia convergere il suo voto su un movimento che si chiama fuori, che non è stato sfiorato da nessuno scandalo, che si presenta come chiaramente contro il sistema.

Anche la Presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi ha dato i numeri. Sembrano essere soltanto sedici i candidati definiti “impresentabili”, ovvero gravati da qualche condanna pregressa per fatti criminosi, non soltanto corruzione in senso lato, che avrebbe dovuto impedire loro di essere messi in lista. Se il lettore è disposto a comprendere e scusare il mio cinismo, direi che sedici sono davvero pochini poiché i candidati nelle sette regioni dovrebbero essere complessivamente più di mille. Però, fra gli impresentabili Bindi ha incluso anche Vincenzo De Luca, candidato del Partito Democratico alla carica di governatore della Campania, condannato in primo grado per abuso d’ufficio. Soprattutto, De Luca è un candidato per il quale Renzi, personalmente recatosi in Campania, si è speso in un sostegno visibile. Sembra che, una volta eletto, De Luca decadrebbe subito e si aprirebbero scenari inediti fra i quali la richiesta dello stesso De Luca al Partito Democratico di Renzi di cambiare la legge Severino. In linea con la mia argomentazione, anche De Luca sembra dare i numeri. Invece di una legge ad personam, De Luca chiede una modifica ad suam personam. Anche questa è una brutta situazione: sacrificare la legge Severino, che è una legge buona e importante, per consentire a De Luca di fare, se eletto, il governatore della Campania.

Gli antichi romani, che se ne intendevano, sostennero che persino la moglie di Cesare doveva essere al disopra di qualsiasi sospetto. A maggior ragione, il curriculum, ovvero il cursus honorum, la carriera di Cesare doveva essere impeccabile. Insomma, anche coloro che non vogliono adottare i rigorosi criteri delle democrazie scandinave, di lingua tedesca e anglosassoni, per paura di essere accusati di esterofilia, dovrebbero ricordarsi dell’esempio romano e metterlo in pratica senza paura di essere accusati di “giustizialismo”. Sarebbe meglio per quasi tutti, certamente, per i molti cittadini italiani che ritengono che la corruzione non solo corrompe, ma impone costi pesantissimi alla società, all’economia e al sistema politico. Poi, i risultati delle elezioni in mano, vedremo anche quanto gli elettori sono stati sensibili al tema dell’integrità dei candidati e dei loro partiti.

Pubblicato AGL 31 maggio 2015