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Lo scambio nella sua interezza con Claudio Cerasa, direttore de @ilfoglio_it

In attesa della risposta del Direttore Cerasa, credo sia utile mettere a disposizione di voi, miei gentili followers, lo scambio nella sua interezza

 

Caro Direttore,

La rappresentanza politica non è mai faccenda di soli numeri. Seicento rappresentanti eletti sono in grado di fare un lavoro anche migliore di novecentoquarantacinque parlamentari nominati da un ristrettissimo cerchio di dirigenti di partito. Detto che “tagliare i politici” (che stava nella propaganda referendaria renziana) per risparmiare soldi è populismo papale papale, quel che conta è come quei parlamentari saranno eletti e in che modo svolgeranno i loro compiti. Non importa se la Legge Rosato ha effetti più o meno (pochi) maggioritari. Il suo palese drammatico vizio sta nell’impossibilità per gli elettori di scegliere il loro rappresentante. Una misera triste crocetta ratificherà scelte fatte altrove. Una buona rappresentanza si ha quando i parlamentari, grazie all’assenza di vincolo di mandato, potranno, ogniqualvolta sia necessario, fare affidamento non soltanto sulla loro, per noi imperscrutabile, coscienza, ma sulla loro esplicita scienza spiegando agli elettori, se il sistema elettorale lo consente, il perché e richiedendone il sostegno. Già, perché anche il limite ai mandati è un ostacolo alla buona rappresentanza. Chi sa di potere essere rieletto, non ri-nominato poiché, allora, risponderà al suo mandante, si comporterà nella maniera più responsabile possibile, cercherà di capire le preferenze e anche gli umori e le emozioni degli elettori e, interloquendo con loro, persino di cambiarli. Il non rieleggibile potrà diventare una mina vagante nel suo ultimo mandato a disposizione di oscuri interessi e interessati. Quanto alto e quanto forte dobbiamo protestare adesso noi, uomini e donne del No (ma faccio sempre molta fatica e ho ritegno a parlare in nome di altri) che ci siamo opposti alle sconclusionate e inadeguate riforme di Renzi? Sicuramente, è nostro dovere criticare il (non ancora) fatto e quello che motivatamente riteniamo il malfatto. Continuerò a farlo in maniera “sistemica”. La rappresentanza politica è elettiva. Quindi, bisogna valutare le riforme che riguardano il Parlamento e il governo anche con esplicito riferimento alla legge elettorale. Nessuna delle proposte dei Cinque stelle dipende e discende dalla vittoria del No il 4 dicembre 2016. Era possibile anche un altro governo.

1 agosto 2019

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna

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Caro Professore,

grazie della sua gentile lettera, che non condivido in molti passaggi, ma che mi dà la possibilità di introdurre un altro tema su cui forse varrebbe la pena ragionare. Resto convinto, come lo ero e lo eravamo nel 2016, che per combattere il populismo sia necessario, anche se non sufficiente, avere un sistema istituzionale efficiente, capace cioè di generare una competizione sana, vera, reale e genuina, capace dunque di costringere le persone a scegliere da che parte stare. Fino a quando ci sarà un pezzo d’Italia che penserà di combattere gli avversari politici ingessando sempre di più il sistema, e sfuggendo così a ogni tentazione maggioritaria, il populismo prospererà. Se il professor Pasquino volesse stare da questa parte, dalla parte della semplificazione, del maggioritario, della competizione, sa che qui sarebbe a casa. Grazie.

3 agosto 2019

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Caro Direttore,

la sua cortese risposta al mio intervento (2 agosto) contiene un invito al dialogo che accetto immediatamente. Il massimo della semplificazione da lei desiderata le è garantito dal populismo: un leader e il “suo” popolo, essendo, quelli che non la pensano come lui, i “nemici” del popolo. Tutto il resto va, populisticamente e conseguentemente, “rottamato” e “disintermediato”. Invece, la democrazia è complessità: diritti, istituzioni, il tempo per discutere, ragionare, creare il consenso necessario, decidere, valutare le conseguenze e tornare a riformare.

Non dobbiamo affatto, come scrive lei, “costringere le persone a scegliere da che parte stare”. Dobbiamo consentire ai cittadini di farsi le loro opinioni, meglio se informandosi, e poi scegliere, liberamente, cambiando di volta in volta, se lo desiderano, sapendo motivatamente premiare o punire coloro che hanno liberamente eletto. Certo, una legge elettorale maggioritaria, come il doppio turno francese, per il quale ho da tempo espresso e argomentato la mia preferenza, sarebbe ottima anche nel contesto italiano. Non ho visto grande sostegno dagli editorialisti dei quotidiani italiani e, per la verità, neppure da “Il Foglio”. Non ho neppure visto grandi battaglie combattute contro quel mostriciattolo della Legge Rosato.

Comunque, una democrazia maggioritaria richiede molto di più di una legge elettorale appropriata. Richiede freni e contrappesi, responsabilizzazione dei rappresentanti e dei governanti, mass media “liberi e forti”, una rigorosa legge sul conflitto di interessi (altro terreno sul quale non ho avuto, fui il firmatario del primo disegno di legge in materia, 15 maggio 1994, vigoroso sostegno). Di tutto questo ho variamente scritto, per esempio, in Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Università Bocconi Editore 2015). Vedrà che sono dalla parte del maggioritario e della competizione con regole, non, però, della imprecisata semplificazione e meno che mai della manipolazione, in parte voluta in parte esito di grande ignoranza in materia di funzionamento della democrazia e delle sue istituzioni.

Questa volta spero di trovare spazio in prima pagina, magari in un bel taglio basso!

Gianfranco Pasquino

Ho scritto questa lettera al Direttore del Foglio… @ilfoglio_it

La rappresentanza politica non è mai faccenda di soli numeri. Seicento rappresentanti eletti sono in grado di fare un lavoro anche migliore di novecento a quarantacinque parlamentari nominati da un ristrettissimo cerchio di dirigenti di partito. Detto che “tagliare i politici” (che stava nella propaganda referendaria renziana) per risparmiare soldi è populismo papale papale, quel che conta è come quei parlamentari saranno eletti e in che modo svolgeranno i loro compiti. Non importa se la Legge Rosato ha effetti più o meno (pochi) maggioritari. Il suo palese drammatico vizio sta nell’impossibilità per gli elettori di scegliere il loro rappresentante. Una misera triste crocetta ratificherà scelte fatte altrove. Una buona rappresentanza si ha quando i parlamentari, grazie all’assenza di vincolo di mandato, potranno, ogniqualvolta sia necessario, fare affidamento non soltanto sulla loro, per noi imperscrutabile, coscienza, ma sulla loro esplicita scienza spiegando agli elettori, se il sistema elettorale lo consente, il perché e richiedendone il sostegno. Già, perché anche il limite ai mandati è un ostacolo alla buona rappresentanza. Chi sa di potere essere rieletto, non ri-nominato poiché, allora, risponderà al suo mandante, si comporterà nella maniera più responsabile possibile, cercherà di capire le preferenze e anche gli umori e le emozioni degli elettori e, interloquendo con loro, persino di cambiarli. Il non rieleggibile potrà diventare una mina vagante nel suo ultimo mandato a disposizione di oscuri interessi e interessati. Quanto alto e quanto forte dobbiamo protestare adesso noi, uomini e donne del No (ma faccio sempre molta fatica e ho ritegno a parlare in nome di altri) che ci siamo opposti alle sconclusionate e inadeguate riforme di Renzi? Sicuramente, è nostro dovere criticare il (non ancora) fatto e quello che motivatamente riteniamo il malfatto. Continuerò a farlo in maniera “sistemica”. La rappresentanza politica è elettiva. Quindi, bisogna valutare le riforme che riguardano il Parlamento e il governo anche con esplicito riferimento alla legge elettorale. Nessuna delle proposte dei Cinque stelle dipende e discende dalla vittoria del No il 4 dicembre 2016. Era possibile anche un altro governo.

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna

La rappresentanza politica è responsabilità

24 maggio 2018 Pubblichiamo uno stralcio dell’intervento di Gianfranco Pasquino “Rappresentanza, competenza, responsabilità” in memoria di Giovanni Sartori che si terrà oggi alle 15:30 alla Biblioteca del Senato a Roma.

“Qual è la sanzione che viene temuta di più: quella dell’elettorato, dell’apparato di partito, o di terzi gruppi di sostegno? Molte cose dipendono e discendono da questo antefatto” (Sartori 1969, p. 375).

Fortemente critico del direttismo, Giovanni Sartori ha variamente e brillantemente analizzato la natura e le modalità di funzionamento della rappresentanza politica indicandone i punti essenziali e evidenziandone problematicità e rischi. Non è detto che le nuove tecnologie comunicative consentano forme di rappresentanza più efficaci, meglio rispondenti alle preferenze dei rappresentati andando oltre tutti gli stadi della rappresentanza classica, come l’abbiamo conosciuta, utilizzata, criticata e posta in atta. È sicuro, invece, che la rappresentanza politica e parlamentare costituisce il tramite cruciale fra i cittadini elettori e i detentori del potere in parlamento e, indirettamente, nel governo. Sartori non ha mai avuto dubbi sulla necessità di una buona legge elettorale. Senza cedere alle banalità di coloro che affermano l’inesistenza di una legge elettorale “perfetta” per giustificare la scrittura di leggi molto imperfette, ha costantemente sottolineato la possibilità di formulare leggi elettorali buone, anche ottime, che attribuissero potere agli elettori, che costruissero un sistema dei partiti solido e competitivo e che creassero le condizioni di una efficace rappresentanza politica.

Efficace non può (e non potrà) mai essere la rappresentanza, se ancora la si vorrà definire tale, che contempli un vincolo di mandato. Quale vincolo e quale mandato sono possibili nelle situazioni contemporanee caratterizzate da complessità e da emergenze? Quali elettori sono in grado di vincolare i loro eletti a comportamenti di voto su tematiche che compaiano improvvisamente e imprevedibilmente riguardanti emergenze: disastri ecologici, epidemie, conflitti bellici, situazioni di insicurezza personale? E con quali modalità si troveranno a potere e dovere agire rappresentanti vincolati a preferenze che gli elettori non hanno avuto modo di esprimere? Per Sartori, la rappresentanza si esprime nella opportunità e nella volontà per i rappresentanti di decidere con competenza. Il tanto spesso rivendicato, magari fuori luogo, voto di coscienza, deve essere accompagnato, giustificato, esercitato con scienza, con competenza, con conoscenza di cause e effetti che lo rendano comprensibile e valutabile dagli elettori.

Ubi rappresentanza politica ibi responsabilità. Non c’è rappresentanza politica in assenza di elezioni libere, competitive, periodiche che rendano possibile agli elettori valutare i comportamenti dei loro rappresentanti. Dunque, i rappresentanti eletti, consapevoli che la loro carica dipende degli elettori, cercheranno di rispondere alle preferenze, agli interessi, alle aspettative, agli ideali degli elettori. O, forse, no. Se la loro elezione dipende dai dirigenti dei partiti che li scelgono e, laddove non esistono né i collegi uninominali né il voto di preferenza, praticamente ne determinano la possibilità di essere eletti, è del tutto comprensibile che i rappresentanti rispondano a quei dirigenti, nelle parole di Sartori, agli apparati di partito, molto di più, se non esclusivamente, a scapito degli elettori. Potrebbe anche essere che la presenza di alcuni o molti candidati nelle liste dei vari partiti sia debitrice della richiesta di potenti “gruppi di sostegno”, lobby e simili. Allora, è molto probabile che quei rappresentanti terranno in grande considerazione nelle loro votazioni i “desideri” di quei gruppi a tutto scapito delle preferenze degli elettori.

La rappresentanza politica è un’attività esigente e impegnativa. Richiede che i rappresentanti conoscano la politica e le istituzioni, la Costituzione e le tecniche parlamentari. Non ci si improvvisa rappresentanti anche se lo si può diventare improvvisamente in situazioni di politica fluida e di destrutturazione dei partiti e del relativo sistema. Quando si affermano rappresentanti attenti e competenti, preparati e rispettati, sarebbe un errore grave e un vero e proprio impoverimento impedirne la rielezione con un meccanismo burocratico e populista che ponga limiti invalicabili al numero dei mandati. I puniti non sarebbero soltanto e neppure principalmente i rappresentanti che riuscirebbero a trovare molte alternative anche occupazionali. Sarebbero soprattutto i cittadini-elettori ai quali si precluderebbe la soddisfazione politica di sconfiggere rappresentanti inadeguati e ancor più la possibilità di rieleggere rappresentanti divenuti nel corso del tempo più competenti e più abili, migliori. Senza una buona rappresentanza politica non si avrà mai nessuna governabilità.

Ecco perché è utile oggi tornare a riflettere, grazie agli essenziali contributi di Sartori, sulla natura della rappresentanza nei regimi democratici e sulle sue trasformazioni, più o meno compatibili e apprezzabili, nelle società contemporanee.

Pubblicato il 24 maggio 2018

Traditori da punire? #vincolodimandato

Per il vincolo di mandato va cambiata la Costituzione, ma forse converrebbe prima cambiare la legge elettorale

L’assenza del vincolo di mandato è al cuore ed è il cuore delle democrazie parlamentari nelle quali gli eletti debbono offrire rappresentanza politica – delle preferenze e degli interessi, delle aspettative e degli ideali degli elettori, non solo dei loro elettori. Gli eletti debbono anche temere le valutazioni di quegli elettori ai quali torneranno alla fine del loro mandato liberamente svolto per spiegare che cosa hanno fatto, che cosa non hanno fatto, che cosa hanno fatto male. Naturalmente, gli elettori potranno valutare meglio, e con maggiore incisività, nel caso in cui esistano collegi uninominali dei quali l’eletto è l’unico rappresentante, consapevole di dovere rappresentare tutti, non solo chi l’ha votato.

L’assenza di vincolo è intesa anche a prevenire e impedire sia che i dirigenti dei partiti e delle correnti sia eventuali gruppi esterni – che potrebbero avere contribuito all’elezione del rappresentante – lo minaccino e lo coartino. Uomo o donna che sia, il rappresentante è sempre e comunque parzialmente e più debitore della sua elezione anche al partito che lo ha candidato e sostenuto, nella consapevolezza che l’elettore potrebbe averlo votato anche, forse e soprattutto, perché esponente di quel partito. Quando, per qualsiasi ragione, abbandona il partito, provoca reazioni negative in molti elettori che lo vorrebbero disciplinato e che, comunque, non gradiscono che vada a rafforzare i ranghi di altri gruppi parlamentari, magari passando dall’opposizione al governo in cambio di qualcosa. La sanzione elettorale – specie laddove la legge elettorale non è congegnata adeguatamente per comminarla, anzi, addirittura può invece sanarla, come con la Legge Calderoli e la Legge Rosato – non è, agli occhi dei cittadini, sufficiente. L’odioso e odiato trasformismo dev’essere punito il prima possibile e duramente.

La proposta contenuta nel «contratto di governo» tra M5S e Lega, «ispirata» al Portogallo, è drastica. Chi cambia gruppo parlamentare decade dal seggio. Questa normativa richiede ovviamente la modifica dell’articolo 67 della Costituzione italiana.

Il punctum dolens è molto problematico. Sarà il parlamentare a decidere se andarsene dal suo gruppo parlamentare – rinunciando quindi consapevolmente al seggio, ma fino ad allora votando liberamente anche in dissenso dal suo gruppo – oppure, come molto spesso hanno fatto i pentastellati, sarà espulso dal gruppo, per una varietà di ragioni, trovandosi di conseguenza nella condizione prevista e regolamentata per essere privato del seggio? La differenza è abissale. Per di più, non sarebbero gli elettori a stabilire se l’eletto ha “tradito” il loro mandato, ma altri eletti, non sappiamo di fronte a chi responsabili, portando comunque a una grave distorsione della rappresentanza politica.

A mali estremi estremi rimedi? No, altre strade più consone alla democrazia parlamentare sono percorribili, a cominciare dalla re-introduzione di un voto di preferenza, del voto disgiunto, di veri collegi uninominali. La terribile semplificazione della decadenza rischia di fare del Parlamento eletto con la legge Rosato un parco buoi che potrà piacere solo ai mandriani nei quali, avendoli visti all’opera, è lecito non riporre grande fiducia.

Pubblicato il 18 maggio 2018 su larivistaIlMulino

Con Sartori. Dalla parte dei cittadini

Pessima tempora. Con tutta probabilità, questo sarebbe il severo commento di Giovanni Sartori alla fase attuale della politica non solo italiana. Però, sbaglierebbe di molto chi pensasse, evidentemente avendo letto poco e male i suoi incisivi editoriali sul “Corriere” (molti dei quali raccolti nel volume Mala tempora) e per niente i suoi libri, che Sartori si sia limitato a critiche aspre e sprezzanti (peraltro quasi sempre giustificatissime). In maniera puntuale e costante, Sartori combinava le critiche, da un lato, con le sue conoscenze comparate relative al funzionamento dei sistemi politici democratici, dall’altro, con suggerimenti e indicazioni operative e applicative. La scienza politica di Sartori, nutrita di storia, di filosofia, di logica, ha voluto essere lo strumento per trasformare i sistemi politici, per costruire democrazie migliori. A un anno dalla sua scomparsa è giusto chiedersi che cosa Sartori scriverebbe, quali commenti farebbe, quali errori vorrebbe correggere, quali strade suggerirebbe di percorrere. Nessuna risposta sarebbe scontata poiché Sartori aveva grande fantasia e notevole originalità, ma molto è possibile ipotizzare prendendo lo spunto dai suoi libri e dai suoi numerosi articoli scientifici.

È certo che Sartori insisterebbe sulla assoluta necessità di un’analisi sistemica, vale a dire di tenere conto che qualsiasi cambiamento, ad esempio, della legge elettorale, produce una molteplicità di effetti sui partiti e sui sistemi di partiti, su chi viene eletto e sul parlamento, indirettamente anche sulla formazione dei governi. Nessun governo nelle democrazie parlamentari è eletto dai cittadini né deve esserlo pena la rottura del pregio maggiore di quelle democrazie: la loro flessibilità, con i governi che possono mutare composizione in Parlamento anche tenendo conto dei mutamenti nei rapporti di forza, nelle preferenze, nella società. Questa flessibilità, sottolineerebbe Sartori, può esistere e riprodursi soltanto nella misura in cui i parlamentari non abbiano nessun vincolo di mandato e non siano debitori della loro elezione a gruppi di pressione o ai dirigenti dei partiti, ma solo ai loro elettori. Migliore è quella legge elettorale, ne esiste più di una, che consente agli elettori esercitare potere effettivo sull’elezione dei rappresentanti parlamentari e che, di conseguenze, incentiva gli eletti a mantenersi in contatto con coloro che li hanno votati.

La rappresentanza politica, tale solo se elettiva, implica, anzi, impone la accountability. In politica rappresentare è agire con competenza e con responsabilità. Nulla di tutto questo viene meno neppure in un mondo nel quale la comunicazione politica passa attraverso internet e piattaforme di vario genere. Sartori denunciò mirabilmente le distorsioni che la televisione e, a maggior ragione, i social network, possono produrre nella formazione dell’opinione pubblica. Vide rischi e pericoli della democrazia elettronica, ma sostenne anche che la grande forza delle democrazie, quelle reali, da tenere distinte da quelle ideali, è la loro capacità di autocorrezione. Le democrazie che ciascuno di noi intrattiene come ideali sono utili a disegnare gli obiettivi da perseguire purché, ha sostenuto Sartori, ci si attrezzi con gli strumenti più adeguati, a cominciare dalle indispensabili conoscenze comparate. Il dialogo con Sartori merita di essere continuato non tanto perché nella sua produzione scientifica e pubblicistica si trovino tutte le risposte, ma perché la lezione di metodo della sua scienza politica è tuttora in grado di offrire grandi ricompense culturali, intellettuali, politiche.

Pubblicato il 29 marzo 2018

Politologia e politica del renzismo

Sostiene il noto politologo Lorenzo Guerini, membro della segreteria del Partito Democratico: “il ruolo che ci hanno assegnato gli elettori è quello dell’opposizione”. Attendiamo un rapido endorsement di Romano Prodi. Con qualche sorpresa, rileviamo che, a sua insaputa, l’on. Guerini, debitamente rieletto grazie alla generosa legge Rosato, resuscita il vincolo di mandato, quello, curiosamente, che vorrebbero i pentastellati. Ovvero, addirittura sa, dopo un’intensa campagna elettorale di ascolto sul territorio, che gli elettori lo votavano poiché volevano mandarlo all’opposizione. Sì, visti gli esiti elettorali, è probabilissimo che l’ottanta per cento degli elettori italiani abbia voluto proprio questo, ma anche gli elettori del Partito Democratico lo hanno votato per mandarlo (e tenerlo) all’opposizione? Non ci posso credere, però, capisco che con queste rudimentali conoscenze il Guerini fosse entusiasta delle riforme costituzionali bocciate solo dal 60 per cento degli elettori. E se quegli elettori che, certo tormentatamente, hanno alla fine deciso di votare PD volessero, invece, cercare di mantenerlo in una coalizione di governo, persino farne il partito che desse le carte del prossimo governo? No, il Guerini ne sa di più ed esclude che questo fosse l’obiettivo degli elettori del PD. Tuttavia, un problema lui e il suo segretario dimissionario autosospeso potenziale sciatore dovrebbero porselo: e se quegli elettori del PD volessero, comunque, essere rappresentati?

Andarsene sull’Aventino, ahi, errore: sto sondando le conoscenze storiche di Guerini, Renzi e chi sa quant’altri, sarebbe una buona accettabile modalità di rappresentanza politica da offrire, mantenere, garantire per quei 6 milioni e 135 mila elettori ed elettrici che, nonostante tutto, hanno tentato disperatamente di salvare il PD? Eh, no, afferma il Guerini, noi quella rappresentanza gliela daremo stando all’opposizione. Starete all’opposizione anche, si chiedono gli elettori, se si verificasse una situazione nella quale i vostri voti risultassero non solo necessari, ma decisivi per dare vita a un governo, per renderlo operativo e credibile sulla scena e nelle istituzioni europee (quei voti che, fra l’altro, lo scrivo per il Guerini, non per il Renzi che toglieva la bandiera dell’Unione prima di una sua conferenza stampa, sono l’ultimo nucleo forte di europeisti)? Lascerete così campo libero agli euroscettici, se non, addirittura, ai sovranisti Meloni-Salvini? Qui, con grande perplessità del Guerini (e di Renzi, Lotti, Boschi, Richetti e compagnia forse non più tanto danzante), fa la sua ricomparsa il dettato costituzionale relativo alla rappresentanza della Nazione “senza vincolo di mandato”.

Esiste, sicuramente, un vincolo di lealtà e persino di disciplina nei confronti del partito che candida e fa eleggere per il quale, in primo luogo, hanno votato gli elettori che, ancora più sicuramente, non gradiscono i trasformisti, e hanno ragione. Però, esistono anche una teoria e una best practice della rappresentanza che si traduce nella acuta consapevolezza che bisogna mettersi a disposizione per servire i superiori interessi della nazione. Hai visto mai che fra questi interessi ci sia un governo capace di durare e di agire, operativo (che è il termine che ho già variamente usato), che tale non potrebbe né esistere né produrre effetti senza una convinta partecipazione dei parlamentari del PD? Questa si chiama rappresentanza politica più responsabilità. No, la sinistra, che non è affatto la stessa cosa del PD, non si ricostruisce andando a collocarsi sterilmente all’opposizione e “gufando” (ho già sentito questo verbo, ma non ricordo più chi lo ha utilizzato spesso, senza successo). Si ricostruisce sui punti programmatici che saprà imporre a una coalizione di governo nata con il suo appoggio, efficace grazie al suo sostegno, riformista grazie alle sue proposte.

I dirigenti di un Partito Democratico (vorrei che la “p” e la “d” potessero essere al tempo stesso maiuscole e minuscole) consentirebbero ai loro iscritti di scegliere democraticamente la strada che desiderano che i loro parlamentari imbocchino e percorrano, magari facendo loro (agli iscritti) ascoltare qualche voce diversa dai renziani che sono tutti parte del problema e che non hanno finora saputo elaborare neanche un brandello di soluzione. Anche per questo hanno perso più di quattro milioni di voti.

Pubblicato 8 marzo 2018 su PARDOXAforum

Paracadutati, nominati e asserviti a chi li ha nominati #ElezioniPolitiche2018

Difficile che i parlamentari nominati, spessissimo anche paracadutati, rappresentino “il territorio”. Non lo farà neppure, è un caso emblematico, Maria Elena Boschi. Giusto criticare i capipartito e i capicorrente. Utile sarebbe criticare anche i candidati multiuso, già asserviti (forse questo è un caso da manuale di introduzione surrettizia del vincoli di mandato) a chi li ha nominati. Un parlamento di nominati non è politicamente rappresentativo, ma è potenzialmente un parlamento di trasformisti pronti a vagare.

Chi vuole distruggere la democrazia rappresentativa?

Chi vuole, più o meno consapevolmente, distruggere la democrazia rappresentativa chiede l’introduzione del vincolo di mandato e l’imposizione di un limite al numero dei mandati. Con la prima otterrà il risultato di impedire ai rappresentanti eletti di reagire a urgenze e emergenze (terremoti, inondazioni, epidemie, guerre) sulla base di quello sanno. Con il secondo si priverà della possibilità di premiare gli eletti che hanno operato bene. Poiché i parlamentari bravi sono pochi, mandarli a casa “burocraticamente” impoverisce la democrazia rappresentativa.

Il contratto a 5 Stelle non è un dramma. Ma ora bisogna fermare il trasformismo e il mercato delle vacche: le Camere non fuggano

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Intervista raccolta da Paola Alagia per La Notizia

Il “contratto” che vincola gli eletti Cinque Stelle a Beppe Grillo non è il peggiore dei mali. Il problema casomai è bloccare il trasformismo e “su questo – ha detto a La Notizia il professore di Scienza politica Gianfranco Pasquino – le soluzioni ci sono. Senza stravolgere quello che dice la Costituzione”.

Il M5s ha sempre contrastato l’assenza del vincolo di mandato. Una riforma dell’articolo 67 della Carta, quindi, non è fattibile?
Lo è, ma personalmente non la ritengo una riforma da portare avanti. I parlamentari devono essere liberi di votare in piena libertà. Il problema e, per certi versi, la soluzione, casomai sono a monte.

Si spieghi.
Poter garantire a un parlamentare la libertà di esercitare il proprio voto ma anche di dover poi riferire all’elettore sul proprio operato.

Ma questo rimanda al tema della legge elettorale.
E infatti le preferenze, ma soprattutto una legge che preveda i collegi uninominali sarebbero un primo passo importante.

Rimarrebbe però il trasformismo, male che affligge la politica italiana alimentando lo scollamento con i cittadini. Come se ne esce?
Questa non è materia costituzionale ma regolamentare. Dovrebbe essere chiaro che chi entra in un gruppo parlamentare non può cambiare o magari costituire un altro gruppo. E quindi che se decide di farlo sa a cosa va incontro e cioè che rimane senza gruppo. Tutto questo, però, è materia che attiene ai regolamenti delle Camere.

Un intervento sui regolamenti, dunque, sarebbe auspicabile?
Senza dubbio la questione dei cambi di cassacca spetta al Parlamento. Più precisamente ai presidenti delle due Camere e alla loro assoluta durezza nell’esercitare i loro poteri. Ma, mi si perdoni la perfidia, ci vorrebbero due presidenti delle Camere che non fossero dei neofiti e che non solo conoscessero a fondo i regolamenti ma che avessero anche grande esperienza e potere politico personale.

È pur vero che una legge ordinaria di riforma dei partiti potrebbe migliorare il rapporto tra eletti ed elettori, non le pare?
Non escludo che una regolamentazione dei partiti possa aiutare e migliorare la trasparenza. Collegi uninominali, regolamenti parlamentari rigidi e regole chiare nei partiti, dalla formazione delle liste alle espulsioni, potrebbero essere tre soluzioni, per quanto non prive di inconvenienti.

Non mi ha detto cosa ne pensa del ricorso contro il M5s.
È una delle armi che il Partito democratico usa contro il suo principale concorrente. A Roma, poi, i dem hanno subito una sconfitta elettorale vera e, tra l’altro, non ne hanno ancora tratto le conseguenze. Tutti sono rimasti al loro posto a partire da Matteo Orfini, commissario del Pd romano.

E del patto tra la Raggi e il M5s?
I patti, in questo caso tra una persona e i leader di un Movimento, sono regolati in base ai contenuti del patto stesso. La politica deve essere un’attività nella quale si esplicano le proprie capacità e al tempo stesso si cerca di garantire la massima rappresentanza possibile ai cittadini. Per quanto io ritenga pessimo tutto ciò che la irrigidisca, è pur vero che la politica stessa si è rivelata altrettanto pessima. Comprendo, quindi, la volontà di Grillo di darsi delle regole. Per quanto poi pure la sua intenzione di controllare tutto sia esagerata e alquanto autoritaria.

Pubblicato il 19 gennaio 2017 su LaNotiziailgiornale.it

La partita non finisce il 4 dicembre

La terza Repubblica

La battaglia referendaria può renderci migliori

No, sia come Presidente del Consiglio sia come segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi esagera e sbaglia. La “partita”, qualunque sarà il risultato, non finisce domenica 4 dicembre sera. In democrazia, non esiste una sola partita. C’è un lunghissimo campionato fra idee, proposte, persone e soluzioni. C’è un pubblico, che vorremmo più attento, meglio preparato, maggiormente incline a partecipare che, di volta in volta, esprime, anche andando/non andando alle urne (spettacolo), la sua scelta, ma che spesso, legittimamente, la cambia e al quale urge ricordare che deve assumersi tutte le responsabilità dei suoi comportamenti e delle loro conseguenze.

Lunedì 5 dicembre mattina dopo avere, variamente, festeggiato e/o preso atto con dolore dell’esito referendario, dopo essersi accapigliati nei talk show, quei politici, che hanno a cuore le sorti del paese e che non intendono essere subalterni ai mercati e agli operatori finanziari, si metteranno al lavoro. Potranno sbrigare il compito anche delle modalità con cui eventualmente sostituire il Presidente del Consiglio, ma dovranno, secondo la Costituzione vigente, farlo insieme al Presidente della Repubblica. Mai come in un’occasione simile, Mattarella sarà tenuto a esercitare il suo potere di moral suasion convincendo i riluttanti ad anteporre gli interessi del paese a quelli personali, di carriera e di prestigio. Politici responsabili, se davvero volevano queste riforme oppure se davvero sono riformatori, ma si opponevano alla qualità delle riforme del governo Renzi, ritornano comunque sul discorso/percorso di adeguamento (i vincitori) e di aggiornamento (i perdenti) costituzionale.

Dopo fin troppi mesi (quasi otto) di dibattiti intensi e, spesso, personalizzati e acrimoniosi, è lecito sperare che tutti abbiano avuto e sfruttato la possibilità di imparare qualcosa. Per quanto schierato, non ho mai creduto che tutto il male si trovi/stia dalla parte del governo né che tutto il bene fosse/sia collocato nell’inevitabilmente variegato schieramento del NO. Dunque, tutti, ciascuno al suo livello, dovremmo avere imparato qualcosa non soltanto sulle preferenze altrui, ma anche sulle soluzioni proposte, sul loro grado di funzionalità e di accettabilità, sulle loro carenze. Nessun tavolo delle riforme e nessuna Assemblea costituente (che delegittimerebbe del tutto la Costituzione vigente): le riforme ripartono, senza diktat, dalle sedi deputate in Parlamento: le Commissioni e i loro componenti. Questo è anche un modo, forse il migliore, per dimostrare al Presidente Emerito Giorgio Napolitano, che il Parlamento non è umiliato, ma, in quanto luogo della rappresentanza politica degli italiani (anche se, certo, con il Porcellum non abbiamo davvero una rappresentanza apprezzabile), è perfettamente consapevole di dovere dare risposte semplici, precise, accurate a disfunzioni che esistono, sulle quali il dibattito referendario ha fatto, se non piena, abbastanza luce.

Ricordando a tutti che le revisioni costituzionali sono, forse più di qualsiasi altra materia, quelle per le quali vale nella maniera più assoluta l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato, sulle quali non è lecito imporre nessuna disciplina di partito, i parlamentari cercheranno di mettere a buon frutto il consenso, ce n’è, ce n’è, che si è espresso su alcune revisioni. Mireranno a migliorare o a cambiare del tutto altre revisioni sulla base di quello che, se hanno fatto una campagna elettorale non allarmistica, demonizzante e manipolatoria, ma informativa e sul merito, non possono non avere ascoltato dai moltissimi cittadini che hanno partecipato ai dibattiti e alle assemblee. Ho imparato dai classici della democrazia, ma anche da alcuni contemporanei, che, oltre a non tagliare le teste, la democrazia si distingue dagli altri regimi per la sua capacità di produrre apprendimento collettivo e di correggere i suoi errori. La mattina del 5 dicembre, vincitori e vinti dovranno dimostrare che questo insegnamento vale anche per ciascuno di loro e per tutti.

Pubblicato il 20 ottobre 2016 su la Terza repubblica