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Fare lavoro intellettuale con competenza e responsabilità #NuovaInformazioneBibliografica

In “Nuova informazione bibliografica”, n. 2 Aprile-Giugno 2024, pp. 151-156

 “Non ci sono più gli intellettuali di una volta”. Oltre ad una buona dose di nostalgia, da me ampiamente condivisa, questa frase solleva una pluralità di interrogativi importanti.  Primo, a quale fase, in quale mondo, si riferisce “una volta”? Secondo, di quali intellettuali specificamente lamentiamo l’assenza e perché? Terzo, abbiamo ancora bisogno di intellettuali?

Con ogni probabilità, le lettrici si chiederanno come erano, e chi, gli intellettuali di un volta. A questa più che legittima domanda, il mio libro Il lavoro intellettuale non offre una risposta diretta e precisa. Fin dall’inizio ho deliberatamente scelto di non darla. Non dovremmo sentire il bisogno di nessun concorso per l’Oscar degli intellettuali. Pertanto, usando il linguaggio corrente in politica, non ho proceduto a paracadutare dall’alto nessun intellettuale, già bello formato, famoso, di successo, influente, da collocare al vertice di qualsiasi graduatoria. Al contrario, ho preferito lasciare emergere dal basso una pluralità di tipi di intellettuali, guardando alle modalità con cui lavorano e dovrebbero lavorare, alle loro fonti e ai loro esperimenti nel laboratorio costituito dal mondo in cui viviamo, agli obiettivi degni di essere perseguiti, al senso da attribuire al successo e alle conseguenze. Ho effettuato questa scelta strategicamente importante, ma difficilissima da mantenere integralmente senza eccezioni, non soltanto perché fin troppi libri sono dedicati ad alcuni, spesso i soliti (nomi) intellettuali, ma perché mi sono convinto che a contare è il modo con il quale gli intellettuali lavorano, soprattutto, ma non esclusivamente, per produrre idee, discutere in pubblico, plasmare le opinioni, parlare al, per, contro il potere politico e i potenti, influenzare le decisioni, dice molto sulle società e, via all’iperbole, sul mondo.  

Naturalmente, ho in mente e nutro grande ammirazione per gli intellettuali che hanno pensato, scritto e agito in nome di alcuni valori: libertà, democrazia, giustizia sociale, eguaglianza, ma sono maggiormente interessato a capire perché lo hanno fatto, da dove veniva l’ispirazione, verso quali esiti intendevano/intesero orientare l’opinione pubblica e i potenti, con o senza l’appoggio di altri intellettuali, e perché tutto questo risulti oggi praticamente assente tanto nei sistemi politici democratici quanto nei molti regimi non-democratici diversamente oppressivi e repressivi.

Costruire conoscenze. Il lavoro intellettuale, come l’ho interpretato leggendo quanto scritto e fatto dagli intellettuali, non soltanto i professori, ad esempio, George Orwell e Albert Camus, e ho tentato di praticarlo, comincia con la lettura, con l’escursione a tutto campo e anche fuori confine, di quanto prodotto sull’argomento in oggetto. Contro ogni specialismo, comunque mai da valutare negativamente, il lavoro intellettuale prende le mosse da libri, documenti, film che gettino luce su quel che si vuole studiare. Anche attraverso la pratica delle recensioni, un modo, forse il migliore, per il confronto di approcci, prospettive, obiettivi, cause e conseguenze. Nel contesto italiano, invece, le recensioni sono spesso modi di esprimere l’appartenenza ad una scuola e di procedere al killeraggio di chi, da altra o da nessuna scuola, si permetta interpretazioni critiche. Peraltro, molte scuole e troppi accademici praticano il silenzio, l’oscuramento, il negletto. A mio modo di vedere, questo è un bruttissimo esempio di “tradimento dei chierici”. Invece, l’obiettivo nobile delle recensioni è quello di apportare anche solo una briciola in più a quanto già noto, magari correggendo alcuni elementi, evidenziandone altri, suggerendo percorsi, il tutto in consapevole umiltà.

   Molto raramente sarà possibile giungere a scoperte tanto significative da essere definite “cambi di paradigma”. Questa ambiziosa ricerca dello scibile già acquisito è l’esercizio con il quale si concretizza il “salire sulle spalle dei giganti”. Accumulando le conoscenze, sottoponendole a numerosi vagli, cercando di capire come e perché i vari studiosi eccellenti che ci hanno preceduto sono pervenuti a generalizzazioni, spiegazioni, teorie. Qui mi limiterò ad un solo importantissimo esempio. Senza leggere i libri di Orwell, La fattoria degli animali e 1984, la comprensione di cosa è il totalitarismo rimarrebbe seriamente inadeguata. Sento di dovere aggiungere anche per provocazione appunto intellettuale che per capire cosa fu per molti intellettuali il comunismo continua ad essere utilissimo il libro di autori vari Il Dio che è fallito (Comunità 1957).

Lo scavo nelle fonti e il confronto debbono essere operazioni il più estese, a tutto raggio, e trasparenti possibili. Al proposito, sono deplorevoli non soltanto le mancanze attribuibili a ignoranza e settarismo, ma può comparire anche un altro fenomeno: il plagio. Lo ritengo senza ombra di dubbio la violazione più grave, a mio parere imperdonabile, dell’etica professionale degli intellettuali perpetrata ai danni dei lettori, ingannati, e dei colleghi plagiati, privati del riconoscimento della paternità di quanto da loro scritto. Prendere dagli scritti di chi ci ha preceduto, ma anche da quelli dei contemporanei idee, frasi, citazioni, indicazioni di ricerca senza attribuirle alla fonte è tecnicamente un furto assolutamente squalificante. Non può esserci nessuna accondiscendenza per comportamenti simili che dovrebbero essere sempre, appena scoperti, condannati nella maniera più assoluta e irrevocabile e i loro responsabili sanzionati.

Le comparazioni. Non basta accumulare conoscenze, è indispensabile saperle comparare. Non smetto di citare l’affermazione di Giovanni Sartori, quasi un’intimazione: “Chi conosce un solo sistema politico [ma potrebbe essere una sola forma di governo, un solo partito politico, un solo tipo dei leadership] non conosce neppure quel sistema politico”. La comparazione è, al tempo stesso, strumento per la valutazione delle ipotesi, delle generalizzazioni e delle eventuali teorie probabilistiche e modalità di formulazione di altre ipotesi di ricerca e di quel molto che segue. Farò l’esempio contemporaneo più significativo: la proposta di elezione popolare diretta del Primo ministro. Mi limito a pochi cenni: i) il cosiddetto premierato è mai esistito da qualche parte? se sì, con quali esiti?; se no ii) in che modo si propone di costruirlo? iii) quali obiettivi politici e istituzionali stanno a fondamento di questa nuova forma di governo? A ciascuna di queste domande le risposte soddisfacenti non possono che essere comparate. Tagliando molto corto un discorso già cominciato, abbastanza male, ma destinato a durare abbastanza a lungo, l’evidenza comparata dice che il premierato così come proposto non è mai esistito; le modalità di sua costruzione contengono elementi di incostituzionalità; gli obiettivi indicati sono probabilmente meglio conseguibili con altri e diversi interventi.

 Applicare i frutti del lavoro intellettuale. Non ho mai capito che cosa facciano gli intellettuali confinatisi nella Torre d’Avorio. Qualche volta, in maniera del tutto anacronistica e assolutamente senza cercare nessuna rappresentatività, mi chiedo se Aristotele, Dante, Galileo avessero mai pensato a trovare albergo e rifugio nella più vicina Torre d’Avorio. Grazie a Wikipedia sono in grado di precisare che l’espressione Torre d’Avorio “dal XIX secolo è usata per indicare un mondo o un’atmosfera dove gli intellettuali si rinchiudono in attività slegate dagli affari pratici della vita di ogni giorno. Come tale, la locuzione ha solitamente la connotazione peggiorativa di una disconnessione volontaria dal mondo; una ricerca esoterica, troppo dettagliata, o anche inutile; un elitarismo accademico, se non aperto sussiego.” Coloro che, invece, fanno il lavoro intellettuale degno del mio apprezzamento hanno appreso due insegnamenti fondamentali. Primo, qualsiasi nuovo contributo o revisione intelligente e migliorativa di un precedente apprezzabile contributo discende in buona misura da quanto scoperto, scritto, discusso da altri, Secondo, la qualità dei contributi personali, la loro accettazione, la loro diffusione dipendono dalla valutazione degli altri. Questo duplice confronto è il modo più appropriato per fare progredire le conoscenze in tutti i settori dell’attività intellettuale.

Ciò detto, va subito aggiunto che i frutti del lavoro intellettuale sono spesso comunque destinati a fuoriuscire dai confini della comunità intellettuale. Anzi, gli sconfinamenti, il trespassing, come scrisse uno dei grandi intellettuali tedeschi Albert O. Hirschman (1915-2012), deve addirittura essere deliberatamente perseguito. Arditamente, sosterrò che lo sconfinamento avviene non soltanto fra i diversi campi di studio degli intellettuali, le loro discipline, i loro interessi, le loro metodologie, ma anche fra la comunità accademica e l’opinione pubblica. Sento di dovere aggiungere “colta”, ma ho l’impressione che lo sconfinamento diventi a sua volta strumento efficace per influenzare e educare l’opinione pubblica. Per molti intellettuali il loro lavoro si esplica soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica nazionale, i concittadini, e nella misura del possibile internazionale, i cittadini del mondo. Al proposito menziono due casi di lavoro intellettuale di enorme duratura popolarità e influenza: Francis Fukuyama e La fine della storia(1992) e Samuel P. Huntington e Lo scontro delle civiltà (1996). Non aggiungo nulla, a un dibattitto che tuttora si dipana intorno a molte delle idee contenute in quei due saggi, ma sottolineo che si tratta di due casi del secolo scorso.

Dire la verità al potere. Quasi soltanto nelle democrazie, l’opinione pubblica svolge il suo compito fondamentale, ma non esclusivo, di controllare il potere politico, il potere dei decisori. Quindi, indirettamente, talvolta senza la minima intenzione, chi fa lavoro intellettuale acquisisce la consapevolezza che attraverso l’opinione pubblica le due idee, le sue critiche (l’intellettuale come “critico sociale” è la versione delineata da Michael Walzer), le sue proposte, chi fa lavoro intellettuale si troverà proiettato della sfera del potere politico, della produzione di scelte e decisioni che riguardano una collettività.

Circolante nella comunità accademica, diffuso nell’ambito dell’opinione pubblica, il frutto del lavoro intellettuale, specialmente di alcune categorie di studiosi: economisti, sociologi, scienziati della politica, demografi, scrittori, in qualche modo erratico raggiunge i detentori del potere politico e decisionale. Sì, anche i consiglieri del Principe talora fanno lavoro intellettuale. Più probabile che proprio perché lo hanno fatto nel passato siano stati reclutati dal Principe. Legittimo è chiedersi quanto effettivamente nella formula spesso usata negli Stati Uniti d’America, quei consiglieri interpretino il loro lavoro intellettuale come “dire la verità al potere”. Senza cedimenti, senza abbellimenti, senza opportunismi. Qui si apre un intero campo per ricerche: quali intellettuali in quali circostanze in quali sistemi politici e con quali conseguenze hanno saputo concretamente “dire la verità al potere”? Anche la ricezione da parte del potere di quelle parole di verità merita la massima attenzione. Another time another place.

Invece, questo è il momento e il luogo per interrogarsi sulla assenza di intellettuali pubblici di fama mondiale comparabile a quelli della seconda metà del XX secolo. La responsabilità/colpa deve essere attribuita alle mutate forme della ricerca intellettuale oppure alle trasformazioni della comunicazione, non solo politica, ma in senso più lato sociale oppure, infine, ai cambiamenti nella vita politica, sociale, culturale? Tutto questo richiederebbe, comunque, ricerche comparate molto complesse e approfondite. Non ho finora trovato risposte soddisfacenti.

Andare oltre. Concludo con due considerazioni. La prima riguarda quegli intellettuali che hanno saputo dire parole di verità al potere. In ordine alfabetico, ma non è un elenco esaustivo: Hannah Arendt, Raymond Aron, Norberto Bobbio, Albert Camus, Piero Gobetti, George Orwell, Karl Popper. Sono pochissimi e riflettono le mie preferenze. La seconda considerazione è che lo spirito dei tempi non sembra più andare nella direzione di differenze di opinioni tali da suscitare dibattiti importanti fra intellettuali che prendano le mosse da lavoro intellettuale già svolto e/o da intraprendere. Troppo facile rispondere facendo riferimento al binomio “guerra/pace”, che finora non ha prodotto nulla di particolarmente significativo e originale. Meglio confrontarsi con la tematica della società giusta a partire dal pensiero e dagli scritti del filosofo politico John Rawls (1921-2002). Nel frattempo, ma tutt’altro che a scopo consolatorio, ricorro alla parafrasi di una giustamente famosa esclamazione del grande drammaturgo tedesco Bertolt Brecht (a proposito di Galileo Galilei): “sventurati quei paesi che non hanno intellettuali pubblici”.

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e Socio dell’Accademia dei Lincei. I suoi libri più recenti sono Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021); Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022) e Nuovo corso di scienza politica (il Mulino 2024).


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