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Andreatta: quel che ricordo e mi fa bene #Arel #rivista

Pubblicato nel fascicolo della rivista “AREL”, n, 2.3/2024, dedicato a Nino Andreatta, pp. 104-106

Andreatta: quel che ricordo e mi fa bene

 “La politica economica dei dirigenti del Partito comunista è molto migliorata da quando si fanno consigliare dagli economisti borghesi miei allievi”. Ricordo sempre con un sorriso questa frase pronunciata con nonchalance da Andreatta un giorno dell’autunno 1984. Come talvolta capitava, all’arrivo del volo del mattino Bologna-Roma (la Freccia Rossa ancora non esisteva) con gentilezza, ma anche per avere compagnia e per curiosità (avere da noi notizie, impressioni, valutazioni), Andreatta dava un passaggio da Fiumicino al Senato a Filippo Cavazzuti, per l’appunto l’economista borghese suo allievo, e Gianfranco Pasquino, entrambi suoi colleghi di Facoltà a Scienze politiche di Bologna e senatori della Sinistra indipendente. In quanto presidente della Commissione Bilancio per i suoi spostamenti Andreatta poteva usufruire della macchina con autista. Si appallottolava di fianco all’autista e cominciava la conversazione. Era molto fortunato (sic): economia con Cavazzuti, istituzioni con me. Facevamo entrambi parte della Commissione bicamerale per le Riforme istituzionali (30 novembre 1983-1 febbraio 1985) nota come Commissione Bozzi dal nome del deputato liberale di lungo corso Aldo Bozzi. Andreatta frequentò spesso la Commissione le cui elaborazioni non furono affatto prive di interesse. Alla fine di quei lavori, purtroppo, anche per la dichiarata ostilità dei socialisti, a nulla interessati tranne al rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio (Bettino Craxi in carica da metà agosto 1983), nessuna delle relazioni, né quella di maggioranza né quelle di minoranza, una delle quali firmata da me e dal Senatore Eliseo Milani, Sinistra indipendente del Senato, venne, come sarebbe stato doveroso, mai discussa in aula. Probabilmente perché aveva apprezzato alcuni miei interventi, Andreatta mi chiese di curare un volume sulla politica istituzionale del partito comunista. Sorpreso, compiaciuto e onorato mi misi subito al lavoro. Anche grazie alla cura di Mariantonietta Colimberti, l’esito fu il volume Arel La lenta marcia nelle istituzioni: i passi del PCI, (Bologna, Il Mulino, 1988, pp. 461), tutt’ora, ne sono convinto, utile da compulsare e leggere.

Avevo conosciuto Andreatta all’inizio degli anni settanta. Eravamo colleghi nella Facoltà di Scienze politiche di Bologna, a quei tempi luogo di eccellenza: Nicola Matteucci, Giuseppe Alberigo, Achille Ardigò, Roberto Ruffilli, Giorgio Basevi, naturalmente Filippo Cavazzuti, persino Romano Prodi. Entrambi eravamo assidui frequentatori dei Consigli di facoltà nei quali Andreatta primeggiava, ma non spadronegggiava, in maniera spesso imprevedibile. L’altro luogo di incontro, ugualmente se non più importante era l’Associazione di cultura e politica “il Mulino”. Ne ero stato cooptato giovanissimo nel 1970, prima di lui, e me ne vanto, adesso. Quasi ogni sabato facevamo un incontro mattutino, seguito da un pranzo, con una ventina di soci, i fondatori fra i quali ancora Matteucci, Luigi Pedrazzi e Federico Mancini, l’operatore editoriale indispensabile Giovanni Evangelisti, l’inesauribile produttore di idee Arturo Parisi, poi altri eminenti studiosi come Ezio Raimondi, Gerardo Santini, Gino Giugni, Pietro Scoppola. Frequenti e rumorose erano le incursioni di Andreatta. Ci occupavamo, lo scrivo proprio così, platealmente, di idee e, naturalmente, di libri pubblicati, letti, da proporre. La politica italiana stava sullo sfondo, ma qualche volta, meritava attenzione per le sue inadeguatezze, ritardi, stupidità. Ricordo un intervento di Andreatta sulla scuola, tema che interessava noi tutti, ma sul quale le differenze di opinione erano notevoli. L’opinione, senza dubbio autorevole, di Andreatta non era maggioritaria. Prendendone atto, lui ci spiazzò tutti “allora, scriverò un disegno di legge!”. Non trattenemmo qualche meritata risata. Quei sabati del Mulino, ho spesso pensato, furono luogo di cultura e di apprendimento comparabile ai mercoledì dell’Einaudi. Allora.

Di Andreatta ho molti ricordi personali belli. Per esempio, quando mi corteggiò lungamente, pure fortemente lusingato, seppi resistere, per mandarmi a insegnare Scienza politica nell’Università della Calabria che, insieme a Paolo Sylos-Labini, tentò di costruire come grande campus all’americana, fonte di sviluppo per il Mezzogiorno. Il ricordo più bello viene dal Senato. Come anche, forse persino di più, alla Camera dei deputati, catturare l’attenzione vera dei colleghi parlamentari è molto difficile. Discussione importante aula affollata, ma anche intenso e denso frusciare delle pagine dei quotidiani (la Rassegna stampa non arrivava sui cellulari). Quando il presidente di turno dava la parola al Sen. Andreatta, non importa quali quotidiani e quali articoli stessero leggendo i colleghi, si faceva immediato silenzio, l’indicatore più sicuro e possente del prestigio dell’oratore e dell’aspettativa che dicesse (diceva, eccome, s e le diceva) parole importanti, efficaci, spiazzanti. Dall’alto del mio banco ho ancora negli occhi e nelle orecchie, nella mente quel silenzio quanto mai raro e eloquente.

Diversamente eloquente era Andreatta quando raccontava ai soci del Mulino la sua idea di partito, radicato sul territorio, rappresentativo della società di cittadini laboriosi, presente nel discorso pubblico, un vero e proprio Volkspartei (che era la parola da lui usata). Della contendibilità della leadership non gliene importava proprio nulla, un fico secco, poiché quelle leadership non erano incollate alle poltrone, ma si curavano delle persone e sapevano quando andarsene, liberare il posto. Non era la politica come “servizio”. Erano convinzione e stile, visione. Quando gli feci notare che quella che descriveva era nel migliore dei casi la DC del Trentino e del suo amico Bruno Kessler e forse di pochi altri luoghi del paese e che anche il PCI in molte zone che mi vantavo di conoscere era allora un Volkspartei assentiva con rispetto per gli attivisti e gli elettori, meno per alcuni dei dirigenti. Soltanto un fortissimo senso del dovere, mi sono molto spesso ripetuto, può spiegare che Andreatta si trovasse in aula alla Camera dei deputati il 15 settembre 1999, dopo cena intorno alle 22 per ascoltare gli interventi in una discussione generale. Questo è un ricordo che mi opprime, una mancanza dolorosa. So che parleremmo dell’aggressione russa all’Ukraina, del terrorismo di Hamas, dell’Unione Europea, presente e futuro, del modo di governare. So anche che direbbe parole originali, non solo pour èpater i soci del Mulino, “ma, Nino, non ti sembra di esagerare” (voce di Pedrazzi e di Arrigo Levi). So che, accavallate scompostamente le gambe e mostrati i calzini spaiati, non intonati come colore ci/mi ascolterebbe con interesse abbozzando un sorriso ironico talvolta beffardo. Un altro mondo, altre persone.


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